Ragioni di cautela nella proliferazione di poteri pubblici per interventi diretti nel mercato immobiliare Quando si afronta la questione della valorizzazione del patrimonio pubblico locale (ppl) la prima verifica appare la definizione dell’obiettivo di tale azione. Cioè lo scenario di bilancio (uso istituzionale delle risorse pubbliche locali) che si intende perseguire. Anteporre a tale obiettivo, come spesso accade, la realizzazione di strumenti societari e/o finanziari derivati (es.: STU, Agenzia di Sviluppo, Società  Patrimoniale, eccâ¦) è spesso deviante rispetto al fine stesso della loro ideazione. E’ infatti poco approfondita una riflessione attono alla vita (di come vivono) di questi strumenti. Con ciò si intende infatti segnalare la necessità  che gli strumenti in questione siano usati per fini specifici, dunque abbiamo un termine entro cui realizzano tale scopo. Diversamente si trasformano in macchine complesse e poco gestite per i fini originari, e di più per autoreferenza. Quanto poi al loro contributo a concorrere a una azione di contenimento e/o riduzione del debito pregresso dell’ente locale/genitore, vi è molto da dubitare. Le partecipazioni a tali società  sono spesso infruttifere e non consentono, oltre l’immobilizzo finanziario, politiche di bilancio che allarghino la base dei cespiti, la capacità  di manovra dell’Ente/genitore. Spesso le Società  Patrimoniali (SP) in particolare, hanno l’obiettivo di evadere il patto interno di stabilità , ma non aumentano la ricchezza potenziale dell’Ente originante. In secondo luogo la SP è spesso indirizzata a compiere interventi che non creano ricchezza o valore aggiunto, piuttosto tendono a coprire spazi che l’Ente originante non è in grado allo stato attuale di colmare. E’ il caso della gestione di servizi sociali a fondo perduto (manutenzioni stradali, pubblica illuminazione, nuove reti di fognature, manutenzioni di aree verdi, parchi e giardini pubblici, eccâ¦) o dove i cespiti che possono derivare dagli investimenti appaiono molto al di sotto delle capacità  di ammortamento. L’obiettivo iniziale dunque, lo scenario di governo del bilancio, è fondamentale ai fini della definizione degli strumenti. Tant’è che nella cultura evoluta contemporanea si pensa alla assoluta in-utilità  di strumenti derivati di scopo come quelli sopra menzionati. L’obiettivo quindi dovrebbe essere in prima istanza una manovra di bilancio che, sia nella sua impostazione tecnica sia nei suoi contenuti istituzionali di gestione delle risorse, modifichi e qualifichi la propria struttura afnchè si possano liberare risorse aggiuntive da azioni specifiche, utilizzabili sia verso una riduzione più accelerata di debito pregresso (quindi diminuendo passività  finanziarie) sia verso nuovi investimenti. Collaterale a questi obiettivi viene da se’ una possibile riduzione di imposizione fiscale locale. Quest’ultima questione, dovrebbe peraltro essere afrontata anch’essa in un piano parallelo pluriennale. Infatti è anche con una riduzione della fiscalità  che possono essere sostenuti i consumi e dunque aumentati i trends di creazione di PIL locale. Nel caso di una Provincia, (ma cio’ vale anche e di più per il Comune) si può pensare a un concerto con gli altri Enti locali per una prima impostazione del tavolo di bilancio riclassificato, allargabile al resto della P.A. che a livello locale detiene patrimoni e beni diversi. Il concerto con i Comuni (e tra essi) è infatti rilevante al fine di una amministrazione coordinata di strumenti urbanistici, utili alla cosiddetta ri-generazione di patrimonio. Sono infatti i Comuni che hanno potestà  in merito. La Provincia, spesso definita Ente intermedio di programmazione, ha certo un proprio bilancio e un proprio patrimonio, ma non ha leve di gestione diretta per la sua valorizzazione sul territorio. Il concerto dunque e il coordinamento con altri patrimoni pubblici come quelli dei Comuni, può a tale riguardo rappresentare la prima azione “politica” da impostare, e cio’ vale al contrario per il Comune. Una seconda azione è la riclassificazione del bilancio. Un riposizionamento delle poste secondo criteri civilistici che superi il concetto entrate-uscite accogliendo la ripartizione conto economico/ stato patrimoniale (e noi diciamo gestione di competenza ovvero finanziaria). Si avverte in tutto cio’ che alienazioni tout court di patrimoni sono un imperdonabile errore tecnico ed economico oltrechè politico ed istituzionale. Una azione di valorizzazione deve poter contare su un vasto articolato patrimonio, verso il quale operare con cautela, anche se alineazioni, permute, ri-acquisti eccâ¦ sono parte di tali valorizzazioni. Vi è dunque in primo luogo da dare obiettivi di risanamento e sviluppo dello stato delle risorse pubbliche locali. Tali obiettivi dovrebbero consistere come in altre realtà  civilisticamente regolate, nel realizzare avanzi di amministrazione, cioè utile d’esercizio (detto anche nella PA “avanzo primario”), al fine di poter misurare il valore aggiunto prodotto in termini sociali, in termini di capitale fisso, ma anche in termini economici. Quanta ricchezza produco con la mia attività  istituzionale? La sostenibilità  economico-sociale cioè di politiche di bilancio dovrebbe guidare tutta l’azione istituzionale propria dell’Ente pubblico. Si può dare il caso a tale riguardo che il nostro Ente abbia oneri e incombenze tali che non possa per un certo periodo di tempo realizzare avanzo primario. E’ proprio in tale evenienza che mettere mano sia alla riclassificazione delle strutture contabili, sia a politiche di valorizzazione dei patrimoni può consentire di inserire voci di ricavo aggiuntivo al conto economico, ma anche voci di attività  aggiuntiva nello stato patrimoniale. Questi “ingressi” non saranno “una tantum”. Infatti la componente “valorizzazioni” diventerà  una posta di bilancio costante, che potrà  incrementare anche significativamente la capacità  di realizzare avanzo primario dell’Ente, dunque tutte le altre azioni conseguenti. Fare avanzo primario significa realizzare “accantonamenti”, incrementare il patrimonio. Quest’ultimo infatti nella nuova versione del bilancio così riclassificato, assumerà  una ragione diversa da quella che oggi rappresenta (spesso appunto come beni di alienare per fare cassa e punto). Il patrimonio infatti avrà , così riordinato, anche funzioni di afdabilità  dell’Ente, di definizione di un suo “rating”, ma anche una capacità  di potenziale ricchezza ulteriorimente realizzabile e così via. Una volta riclassificato il bilancio anche (ma non solo) sulla base dei valori economici che il patrimonio potrà  realizzare, si potrà  naturalmente procedere a impostare le azioni di valorizzazione finalizzate agli obiettivi definiti in sede politica (nuovi investimenti, rientro graduale e/o accelerato dal debito pregresso, riduzione della fiscalità  e così via). E’ allora che si imporrà  sulla base della potenzialità  “azzardata” della ricchezza dell’Ente, una analisi degli strumenti e della loro efficacia rispetto agli obiettivi. E non viceversa, come spesso accade. Da questo punto di vista, afermare quel’è il potenziale economico che può essere messo in campo da una epoca di investimenti pubblici, diverrà  la forza attrattiva verso partners pubblici e soprattutto privati perché si afanchino a tale programma, condividendone frutti e soddisfazioni reciproche. L’obiettivo di questo annuncio pubblico è non la nostra afdabilità , ma soprattutto la capacità  di attrarre altri capitali e risorse sui nostri investimenti. Dunque accelerare l’impiego di risparmio difuso in investimenti socialmente utili ma anche remunerativi. Il panorama locale ofre solitamente diverse situazioni e articolate condizioni di potenzialità  d’investimento. Come si è già  detto nel nostro caso potrebbe essere di qualche riflessione l’oggetto dell’articolazione di un programma di valorizzazioni patrimoniali concertate tra Provincia e resto della P.A. locale (USL compresa ad esempio). La Provincia in questo caso potrebbe attivare programmi distinti ma coordinati di valorizzazioni di patrimonio, attivando le politiche di riclassificazione interna dello stato economico dei Comuni e degli altri Enti (ad esempio i Consorzi di Bonifica, le USL, alcune fondazioni e così via) per coordinarle con le proprie riclassificazioni e avviando appunto programmi di investimento tramite una complessa azione di valorizzazione congiunta di tutti i cespiti patrimoniali locali. Sulla natura del patrimonio immobiliare pubblico Il patrimonio pubblico, specialmente quello dei Comuni, ha alcune particolarità . Una di esse è la riproducibilità , un’altra è la dimensione che solitamente, specie nelle residenze, è riscontrabile con volumi significativi. Un’altra ancora è il suo rapporto con le politiche di bilancio che l’Ente mette in campo o meno. Una ulteriore è data dalla particolarità  delle reti, solitamente in capo alle (ex) municipalizzate, ma che la legislazione richiede di scorporare dalle gestioni. Vediamo alcune questioni, utili ai nostri ragionamenti. La riproducibilità  del patrimonio è qui intesa come crescita continua e stabile dell’asset comunale a seguito di politiche urbanistiche che l’Ente mette in atto. Un Comune che abbia regolarità  di strumenti urbanistici e di gestione corrente dell’edilizia privata (rilascio di permessi a costruire, approvazione di Piani urbanistici ecc.), può senz’altro impostare una politica di selezione e qualificazione del patrimonio ceduto ad esso in conto di oneri di urbanizzazioni, standards, di convenzioni e diritti e così via. In questo modo il Comune avrà  una risorsa autonoma di riproduzione del proprio patrimonio. Ciò può consentire ipotesi di politiche di bilancio sul medio-lungo periodo. Una seconda caratteristica è la dimensione. Solitamente una città  di medie dimensioni italiana (50.000/150.000 abitanti) si trova a disporre di qualche migliaio di alloggi (ex IACP ecc.), di aree dismesse, relitti vari e terreni. La dimensione di questi patrimoni può essere un fattore competitivo per l’impiego di una “massa critica” minima che valorizzata può a sua volta comportare una capacità  di smobilizzo forse non sempre quantificabile, o comunque immaginabile della Amministazione. Una terza caratteristica delle capacità  di accumulazione patrimoniale del Comune è l’uso dell’esproprio. Il Comune può espropriare aree per usi pubblici a prezzi (una volta agricoli) certamente di favore e soprattutto con elisione di rendite di posizione, ma a sua volta il Comune può reimpiegare quegli asset in politiche più complesse, dunque valorizzare i parametri di usabilità . L’apprezzamento dell’asset pubblico riceve così una spinta a contribuire al valore complessivo con montanti più consistenti di quanto esso è costato per l’acquisizione. Una ulteriore caratteristica degli asset pubblici è il loro stretto legame con la storia amministrativa dell’Ente. Laddove il Comune (o il consorzio di comuniâ¦) ha realizzato reti energetiche diverse, nel corso degli anni, il patrimonio che esse rappresentano può essere riclassificato in quanto detentore di possibili atti di concessione d’uso e dunque di cespiti per l’afitto a operatori (pubblici o privati) titolati alla gestione. Tali cespiti sono conferibili in fondi, ovvero in linee programmatiche di bilancio utili a garantire solviblità  dell’Ente locale a fronte di investimenti di lungo periodo. Tutto quanto sopra può a sua volta essere impiegato e orientato a realizzare politiche di medio periodo per il recupero del debito pregresso che l’ente locale oggi sopporta con sempre più difficili condizioni finanziarie, e peraltro contribuire a una politica corrispondente di riduzione del carico fiscale su imprese locali e cittadini, sostenendo in tal modo i consumi e dunque realizzando politiche di sviluppo di PIL locale.

Debito e sviluppo La finanza locale conosce oramai da qualche anno nel nostro paese una situazione di grave criticità , per il riflesso che le politiche di risanamento hanno generato, scaricando sui bilanci degli Enti locali parte cospicua delle manovre di contenimento della spesa pubblica e, contemporaneamente, per la domanda, incomprimibile ed anzi crescente, di servizi e prestazioni cui da luogo una società  in rapida e profonda trasformazione come quella italiana dei primi anni del nuovo secolo. Una situazione sempre più stringente alla quale gli Enti locali cercano di far fronte con un complesso di manovre che agiscono, non sempre senza inconvenienti, sulle leve tarifarie e fiscali, ma anche sui processi di sviluppo urbano (alimentando i bilanci in parte corrente con quote crescenti di entrate per Oneri di Urbanizzazione) e sulle condizioni del patrimonio pubblico, con politiche di alienazioni e privatizzazioni. E’ tuttavia possibile intendere il patrimonio pubblico frequentemente poco conosciuto, oltre che poco valorizzato, non solo come un’ancora di salvezza la cui dismissione può fornire, in ultima istanza, quelle risorse finanziare che urgono per tamponare situazioni congiunturali, ma come una vera e propria leva strategica su cui operare attraverso processi di valorizzazione per conseguire importanti risultati non solo in termini finanziari ma anche di sostegno allo sviluppo delle comunità  locali e di implementazione di nuove politiche sociali. Processi che possono trovare la loro massima efficacia quando vengono sviluppati contestualmente e in stretta sinergia con la pianificazione urbanistica, sviluppandone e valorizzandone appieno, così, una impronta strategico strutturale. Si può per questo parlare di un vero e proprio tema di “finanza della pianificazione”. Cioè di modi per cui sia possibile generale, tramite le pratiche di pianificazione, risorse aggiuntive per la sfera pubblica (in particolare per i Comuni), senza aggravi (e anzi con significative possibilità  di riduzione) degli oneri e della pressione fiscale che oggi gravano sugli operatori e sui cittadini. Di particolare interesse parrebbe quindi una riflessione e un confronto su questi temi nell’attuale circostanza in cui la Regione Emilia Romagna sta promuovendo una messa a punto della legislazione urbanistica regionale finalizzata ad obiettivi di qualità  sociale e di efficienza. Il problema che si vuole afrontare è appunto quello di valutare come valorizzare patrimoni pubblici e generare risorse finanziarie utili anche alla riduzione del debito locale (non solo dei Comuni ovviamente, ma ad esempio anche di ASL ovvero di ACER, e così via), tramite gestioni patrimoniali, pratiche concertative, istituzione di nuovi strumenti finanziari appropriati e innovativi e così via. Anche le politiche di bilancio, e la stessa struttura del bilancio del Comune, potrebbero e dovrebbero a tale riguardo essere orientate da approcci di pianificazione strategica, a partire da una riconsiderazione del conto del patrimonio e tramite una sua riclassificazione, e perché no, anche attraverso procedure di “quotazione”, con attribuzione di “ratings”, ovvero istituendo borse immobiliari utili alla perequazione, non più solo locale, ma di vasta scala (almeno regionale?). Finanza della pianificazione Accogliendo le ragioni di necessità  che impongono modifiche e integrazioni alla legislazione vigente le Regioni sembrano anche intenzionate ad “aggiornare” il loro impianto normativo con alcune opzioni più incisive in talune questioni. Aldilà  di tali opzioni, peraltro tutte interne e conseguenti l’elaborazione storica che si è prodotta in materia, appare colta solo in parte l’occasione per una ulteriore riflessione generale in ordine alla necessità  di afrontare fenomeni e processi, che in generale il sistemaItalia ha di fronte. Non cogliere l’occasione può essere una scelta politica e istituzionale, ma può anche testimoniare una fase di imbarazzo culturale a nuove elaborazioni, che una nuova disciplina urbanistica nazionale dovrà  comunque non eludere, e che in altre sedi hanno già  trovato enunciazioni compiute. Innanzitutto andrà  sottolineato come, aldilà  dei tecnicismi istituzionali/pianificatori, la legislazione vigente non afronti il tema della possibilità  realizzativa che il sistema delle istituzioni locali (Regione compresa) si trova a dover afrontare, rispetto a un quadro di necessità  pianificatorie che ancora rischiano di realizzarsi tramite “varianti”, e dunque in diformità  (sostanziale o meno) dai progetti di impianto che gli atti di pianificazione comportavano. Ci riferiamo cioè a un mancato raccordo stretto tra intenzioni di piano e governo concreto e diretto di processi di trasformazione e sviluppo che l’assetto pubblico oggi deve afrontare. Più chiaramente, appare ancora una separazione tra il piano delle scelte programmatiche/urbanistiche e il piano della economia reale. Il nodo è cioè la produzione e riproduzione di risorse pubbliche a sostegno dello sviluppo, dunque il loro impiego per realizzare quelle intenzioni di piano prima accennate. Un secondo scenario che appare ancora debole, è costituito da taluni fenomeni che, anche tecnicamente, ormai la disciplina urbanistica e di pianificazione di area vasta ha assunto come criterio generale di valutazione per gli orientamenti e le scelte da assumere nelle cosiddette intenzioni di piano. Le leggi regionali infatti, appaiono generalmente applicate a un territorio che non ha connotati propri, ma quasi a un territorio e a processi di evoluzione economica tout court senza contesto (storico e fisico). Diremmo applicate a territori virtuali. Esistono cioè nel territorio fatti urbani/fatti territoriali, siti economici e così via ove non è più pensabile una politica urbanistica generale (e tendenzialmente generica). Vi sono cioè ragioni di scala del piano, e ragioni di complessità  delle relazioni in campo che non possono essere afrontate se non con altrettanti strumenti di scala e complessità  di interlocuzione. Anche in questo caso la legge urbanistica di solito non afronta direttamente i processi di saturazione, di sviluppo, di declino e così via che aree significative della regione subiscono (hanno subito, subiranno) con strumenti di concertazione e accentuazione di risorse, di relazioni, di elaborazione. E’ in atto un dibattito molto esteso e articolato attorno alla mancanza di risorse pubbliche, utilizzabili per lo sviluppo. Sviluppo di politiche per le infrastrutture, per le reti, per la ricerca, per l’ambiente e così via. Risorse da spendere, da impiegare a titolo di investimento in nuovo capitale fisso sociale. Il patrimonio degli enti pubblici viene dunque ormai indicato come una risorsa che può essere spesa, valorizzata, alienata e dunque utile a generare risorse. Grava peraltro un debito pubblico di dimensioni ciclopiche che impedisce di liberare risorse (il debito del sistema pubblico locale è stimato in 100 miliardi di euro). Tutto ciò, raccordato a politiche di pianificazione territoriale e urbanistica potrebbe consentire di mettere in campo sistemi di riproduzione automatica e rinnovata di patrimoni pubblici, da destinare a impieghi produttivi, tramite politiche di valorizzazione, sia con strumenti esistenti in dote alla legislazione vigente, sia con strumenti innovativi di tipo finanziario, sia facenti capo al sistema pubblico sia a quello privato. Le ragioni di pianificazione non possono essere indistinte dalle ragioni di governo del miglioramento della qualità  della vita dei cittadini e contemporaneamente tali ragioni hanno necessità  di sorreggersi di risorse sia pubbliche sia private. Risorse pubbliche laddove solo il pubblico è in grado di afrontare taluni nodi. Risorse private ove non solo l’utile e l’ammortamento di un investimento sono realizzabili, ma anche ove ampi spazi del pubblico possono essere dismessi, come appunto l’housing sociale, le reti, la gestione finanziaria di beni culturali e/o ambientali, e così via. In tale quadro si può afermare che gli indirizzi regionali di pianificazione dovrebbero raccordare tali azioni a una griglia dei meccanismi della formazione delle risorse pubbliche tramite il piano, proprio tentando di raccordare intenzioni a capacità , necessità  a possibilità . Sarebbe un passo avanti. Già  i meccanismi di perequazione vanno in questa direzione. Tuttavia non appaiono sufficienti allo stato delle finanze pubbliche, in via di accelerato peggioramento. Come finanziare grandi infrastrutture, grandi riconversioni, come reggere la gestione di grandi vincoli, come afrontare programmi sociali di grandi dimensioni (housing appunto, scuole e trasporti, restauri e beni culturaliâ¦). Non vi sono a nostro avviso e a tale riguardo tentativi apprezzabili di approfondimento attorno a quel raccordo, che prima si è accennato, tra politiche di piano e politiche di finanza pubblica, tra dimensioni urbane dei fenomeni e valorizzazione di patrimoni pubblici (o privati) per un loro rapporto di virtuosa interazione e capacità  di suscitare nuove risorse. Sia la perequazione, sia la riproduzione di patrimonio pubblico data da politiche urbanistiche, potrebbero infatti costituire tema di disposizioni normative che incentivino la creazione di ricchezza, ma anche di concorrenza e apertura al (e del) mercato immobiliare regionale. Ciò potrebbe dar luogo ad esempio ad una Borsa Immobiliare Regionale (cfr. Regione Lombardia). Proprio in virtù dei ragionamenti precedenti, si potrebbero immaginare più ampie opportunità  di pianificazione e gestione dei rapporti con il privato, articolando pur per sommi capi, talune forme di parternariato nella formazione e attuazione degli strumenti di pianificazione. E ancora, proprio con riferimento a quanto già  evidenziato circa la non neutralità  del territorio (regionale) rispetto alla legge di pianificazione dello stesso, e alla necessità  di afrontare taluni fenomeni maturi dell’assetto territoriale (declino, sviluppo, saturazione), il riconoscimento di una potestà  regionale per la pianificazione di “corridoi” ovvero di “sistemi”, ovvero di “reti”, ovvero di “eccellenze” e così via che fanno la diferenza soggettiva di un’area regionale rispetto al resto del paese, sarebbe forse un atto che andrebbe assunto in termini normativi, oltrechè politici.

La ri-generazione della ricchezza potenziale locale Come si è cercato di evidenziare, il Comune è un soggetto pubblico che ha capacità  di “arricchirsi” autonomamente con azioni di tipo politico. Infatti la sua azione politica in campo urbanistico consente di generare diversi cespiti (cioè fonti di ricchezza). E’ ovvio che ormai si dice urbanistica, ma si intende qualcosa di ben più complesso articolato e vasto, quanto a difusione di azioni, soggetti, campi di intervento e così via. Non vi è dunque un primato dell’urbanistica in senso stretto, quanto un primato vero della politica. Se questa infatti è orientata a collocarsi su progetti di lungo respiro e con obiettivi di sviluppo (civile e sociale ma anche economico) della sua comunità , allora le politiche di bilancio possono essere adeguate con strumenti utili a quegli obiettivi. Sembrano, e sono, afermazioni semplici e banali, e tuttavia non appaiono nel senso comune e nelle pratiche quotidiane di semplice realizzazione. Richiedono infatti competenze, ma soprattutto consapevolezza del potenziale che la strumentazione che è oggi in dote consente. Certo vi sono procedure e regole complesse, normative e contesti giuridici che vanno attentamente sondati e utilizzati, anche border line, ma assumendo obiettivi di lungo respiro. Il Comune dunque può ri-generare risorse da mettere a disposizione sia di azioni di recupero del debito pregresso, sia di azioni a servizio dello sviluppo, del welfare locale e così via. Le leve patrimoniali sono come detto: * politiche urbanistiche * progetti concertati e partnership specifiche * valorizzazioni patrimoniali di beni già  in dote * politiche di valorizzazione di reti locali A queste simulazioni della ricchezza potenziale e della potenziale capacità  di impiego 1 si dovranno afancare due strumenti principali di governo di tutto il processo. Il primo riguarda una rinnovata stagione di elaborazione dei temi dello sviluppo compatibile con i connotati del sistema insediativo locale, per capirci indirizzi e obiettivi del nuovo PSC che non è più uno strumento che regola i permessi di costruzione, ma organizza politiche. Il secondo una strumentazione sofisticata in tema di politiche finanziarie abbinate al PSC. Anche il Comune deve fare finanza, su una economia potenziale di cui potrà  disporre. Da questo punto di vista il Comune riassume ruoli e protagonismi inusitati di principale soggetto locale anche economico, di principale motore di economia reale e non più di economia di trasferimenti (pubblici). Se quindi già  abbiamo accennato a talune insufficienze dei testi di riforma urbanistica sia regionali (compresa quella emiliana), sia nazionali, compresa quella recente del gruppo parlamentare dell’Ulivo, altrettanto si deve osservare quanto alla difusione di una cultura finanziaria evoluta in sede locale. Ma di ciò si potrà  discutere con elementi certi alla mano, dopo avere lavorato a una analisi specifica dei patrimoni e accertato la bontà  delle nostre elaborazioni. Valorizzazioni di filiera Se dunque l’obiettivo dei ragionamenti è come ridurre il debito pregresso dell’Ente locale e liberare contemporaneamente nuove risorse senza ricorrere a leve fiscali, ma anzi progressivamente riducendone l’impatto sul PIL locale sostenendo viceversa redditi delle famiglie e tenore dei consumi, e se il patrimonio in senso lato (capitale fisso sociale più propriamente) di livello locale può rappresentare una delle leve di questo obiettivo, se tutto ciò è alla base di un programma di verifica della sua attendibilità , è possibile allora ritenere che vi siano anche progetti di filiera, cioè sistemi di valorizzazioni che possono assumere caratteri autonomi nel mazzo delle politiche locali. Autonomie che possono contribuire agli obiettivi suddetti, con proprie logiche di afermazione, con diverse capacità  urbanistiche di pianificazione locale. E’ il caso dell’impiego delle reti (catasto delle stesse, attribuzione di valore nominale, impiego su tecniche di finanza) è i caso di azioni concertative pubblico/pubblico, pubblico/ privato, è il caso dell’edilizia pubblica (housing sociale più nobilmente definito). Non è qui l’occasione di approfondire i singoli processi e le ipotesi di lavoro che li presiedono. Tuttavia si può accennare a talune ulteriori opportunità  che tali programmi possono indurre, influenzando le capacità  di investimento pubblico, come detto a costi zero. Una politica di valorizzazione immobiliare, può ad esempio essere messa in atto per qualificare il sistema ricettivo locale, senza che ciò implichi investimenti pubblici tramite opere o tramite incentivi e contributi ai privati. Altrettanto potremmo dire di talune infrastrutture. Citiamo i cablaggi, cioè le reti informatiche in senso lato. Tali infrastrutture possono essere realizzate con concessione a privati e gestite da privati, ovvero rappresentare l’opportunità  per arricchire la capacità  di trasporto di reti diverse già  esistenti (es.: rete principale di fognatura da afittare al cablaggio). Quanto all’housing sociale sono già  in atto diverse esperienze (Umbria, Lombardia, altri) che in diversi modi afrontano il rinnovo e lo sviluppo di edilizia residenziale pubblica con tecniche di finanza sofisticata (P.F., Fondi di investimento, permute perequative, defiscalizzazione, eccâ¦). Concludendo, si potrebbe afermare che, una volta compresi sia le procedure di valorizzazione, sia la dimensione che tali azioni possono realizzare nel territorio locale, è possibile allora lanciare un programma pluriennale di medio periodo che abbia come obiettivo la riduzione del debito pubblico e contemporaneamente un programma di nuovi investimenti. E, guarda un po’, è ancora l’urbanistica la tecnica levatrice di un possibile new deal locale.

Gli impieghi potrebbero essere classificati come: * spesa per funzionamento proprio dell’Ente; * investimenti per lo sviluppo locale; * welfare, cioè spesa per sostegno al livello di vita locale. Gli impieghi dovrebbero essere calcolati al netto della capacità  di rientro dal debito, al netto delle spese per manutenzione del patrimonio, e al netto delle spese per azioni di valorizzazione del patrimonio stesso. In sintesi di potrebbe afermare che il Comune ha capacità  di investimento se”guadagna”da una sua attività  industriale.