Testimonianze 2008-09-04T15:24:47+00:00

In questa sezione sono pubblicate testimonianze edite ed inedite su Osvaldo Piacentini, il ricordo di coloro che l’hanno conosciuto e frequentato nei diversi ambiti del suo impegno.

Alcuni di questi contributi sono stati presentati il 30 giugno 1985, ad un anno circa dalla morte di Osvaldo, a Magazzino di Spilamberto (MO) durante una giornata di studio e testimonianza promossa dalla Comunità  della Piccola Famiglia dell’Annunziata.
Don Giuseppe Dossetti sr. volle organizzare tale giornata sulla figura di Osvaldo, aperta alla comunità  religiosa da lui fondata, alla famiglia ed agli amici più vicini, non tanto per fini commemorativi, ma per cogliere, attraverso le testimonianze di chi lo aveva conosciuto e frequentato più direttamente, la ricchezza e molteplicità  della sua personalità .

“Il lungo silenzio di otto anni, dal ’52 al ’60, fu un momento di meditazione profonda sulla Chiesa e sulla Rivelazione, fu consuetudine più approfondita con la Scrittura e con la preghiera liturgica, fu approfondimento della nostra vocazione primaria ecclesiale. Non abbandonammo la politica, se per politica intendiamo appunto l’operare nel proprio ambito per costruire esempi di pacifica convivenza tra diverse ideologie e culture.”
O.Piacentini (1981)

Un modo, cioè, di tenere vivi il suo ricordo ed i suoi carismi, in particolare presso le giovani generazioni, prima che il tempo e la scientificità  dell’analisi storica, più fredda e distaccata, non alterasse quel “pathos” comunicativo e travolgente di Osvaldo che costituiva un sua peculiarità  indimenticabile ed unica.

Proprio questo aspetto di Osvaldo non è rinunciabile da parte di chi voglia, anche oggi, leggere, capire ed interpretarne apporto ed originalità  in relazione all’appartenenza al contesto culturale, storico e generazionale del suo tempo.
Le testimonianze disegnano una tessera essenziale e particolarmente efficace per svelare ancora un poco di quella molteplicità  di Osvaldo che ancora oggi continuiamo pian piano a scoprire e che sempre favorevolmente ci stupisce.

“So che le sorelle vi scrivono raccomandandovi di farvi anche un vestito conveniente per la cerimonia. Il lusso e l’ostentazione non mi piacciono. Non vi riconoscerei più per i miei genitori e fratelli.”
Giovanni XXIII (1925)
Lettera ai genitori alla vigilia della consacrazione episcopale

L’URBANISTICA

di Giuseppe CAMPOS VENUTI

Non pensavo di avere alcun titolo per parlare di Osvaldo Piacentini in mezzo a voi, tutti cattolici credenti, ma forse don Giuseppe Dossetti pensa che la mia testimonianza sia utile, proprio perché qui sono il solo a non avere il dono della fede. Una cosa che però mi unisce a voi tutti, è certamente la grande amicizia che mi ha legato ad Osvaldo; perché senza dubbio negli ultimi ventitré anni il nostro rapporto è stato molto intenso. Abbiamo lavorato insieme a molti progetti urbanistici, ma specialmente abbiamo realizzato un incontro umano assai intimo, privato oltre che pubblico: da una reciproca stima, da un’intensa collaborazione professionale – e starei per dire politica – è nato alla fine un grande affetto.
E ciò è l’unica cosa che oggi mi autorizza a parlare di lui in mezzo a voi.

Il mio particolare legame di collaborazione e di amicizia farà  sì che, parlando di lui, io finisca per parlare anche di me. Non è una forma di narcisismo: il fatto è che la singolarità  del nostro rapporto era quella di capirci spesso al volo e di affrontare i problemi allo stesso modo. Legati entrambi alle questioni ideali, di principio: ma spinti, da un’intima necessità , a farne derivare sempre una soluzione concreta, operativa.

Ho conosciuto Osvaldo personalmente all’inizio degli anni Sessanta, quando io ero assessore all’urbanistica del Comune di Bologna e lavoravo in Emilia – Romagna; ma il suo nome e quello della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia, era già  noto a me e ai miei amici che avevamo studiato e ci eravamo laureati a Roma in architettura. Ho ricordato in un breve scritto – che forse è arrivato nelle mani di Don Giuseppe e lo ha convinto ad invitarmi – come i miei giovani amici romani si erano misurati con la Cooperativa in occasione del Concorso per il quartiere S. Gobain a Pisa nel 1952, e che i reggiani avevano meritatamente stravinto.

E da allora per me la Cooperativa di Reggio Emilia fu un esempio e un miraggio. Poi la mia via ebbe un cambiamento inatteso: venni a Bologna, letteralmente spedito dal Partito Comunista, di cui ero – dopo essere stato partigiano a 17 anni – un militante assai impegnato nel settore dell’urbanistica.
Un po’ come faceva Dossetti, che mobilitava i suoi fedeli da un capo all’altro della regione, a compilare il famoso Libro Bianco.
Così diventai uno strano bolognese con accento trasteverino – perché non sono mai stato capace di imparare il dialetto emiliano -, impegnato a quel rinnovamento della politica urbanistica, a cui Osvaldo aveva già  contribuito lavorando, appunto, al Libro Bianco.

E prima ancora d’incontrarci, questa fu la prima cosa che ci unì.
A Bologna non c’era la facoltà  di architettura, come invece a Roma, dove io ero stato assistente alla cattedra di urbanistica; così in Emilia non trovai molti intellettuali disposti a condividere il mio impegno per rinnovare la cultura della città  e del territorio.
Sapevo, però, che a Reggio Emilia c’era la Cooperativa, c’erano giovani architetti socialisti e comunisti; non potevo, però, prevedere che mi sarei legato indissolubilmente ad un uomo di parte cattolica, e di un cattolicesimo non certamente all’acqua di rose.
Capii subito che nella Cooperativa era lui ad egemonizzare il settore urbanistico e con lui cominciai inevitabilmente a lavorare.

Devo dire che, tra l’altro, con una parte del lavoro di Osvaldo ebbi a che fare come assessore all’urbanistica di Bologna, misurandomi positivamente con alcune delle indicazioni del Libro Bianco.
Ma non si arrabbi Don Giuseppe se ricordo che negli anni Sessanta l’eredità  di quel documento così importante era gestita a Bologna da uomini certo meno capaci di Osvaldo.

Comunque, una buona parte di quell’eredità  alla fine fu raccolta dalla giunta di sinistra; e il piano regolatore bolognese del 1970 ne porta indubbiamente le tracce. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro operativo: un incontro che poteva finire malissimo e che invece segnò
la storia della nostra collaborazione, prima che della nostra amicizia.
Il Comune di Reggio Emilia aveva elaborato nel 1962 uno dei primi piani italiani per l’edilizia economica e popolare: il piano affidato alla Cooperativa, ed elaborato con la direzione di Osvaldo, era di qualità  assai elevata dal punto di vista culturale e politico. A me – sempre alla ricerca di passi in avanti – sembrava che un piano di quella levatura, avesse i numeri per investire anche le problematiche della città  interna e non solo della periferia. Ne parlai con il sindaco Bonazzi, persona molto equilibrata, che mi dette un consiglio da me troppo rapidamente interpretato come pilatesco: ” Parlane con Piacentini”. Mi dissi: “Tutti uguali, questi amministratori – io stesso ero assessore, ma evidentemente mi consideravo un dilettante,
il che era vero -, mi spedisce dal progettista e si tira fuori dalla eventuale discussione!”. Comunque da Osvaldo ci andai e iniziai esitante, proprio perché non volevo provocare una discussione inutile. Così fu proprio Osvaldo a cavarmi di bocca le mie preoccupazioni; e dopo un po’ eravamo a discutere, non tanto del piano già  fatto, ma di come allargare il discorso a quelle
che a me – e adesso anche a lui – ne sembravano le prospettive future.
Dopo pochi minuti eravamo già  al lavoro: la lite potenziale si era trasformata in una riunione operativa. Questo era Osvaldo. Bonazzi aveva visto giusto: perché Osvaldo difendeva sempre strenuamente le sue posizioni, ma se nella discussione scorgeva una critica positiva, un suggerimento utile, assorbiva immediatamente la nuova proposta, che entrava subito a far parte delle sue idee. Quando tornai dal Sindaco e gli raccontai come era andata, replicò che l’aveva previsto. Gli dovetti confessare il sospetto che avevo avuto nei suoi confronti. Mi rispose che, conoscendoci entrambi, era sicuro che saremmo andati d’accordo. Aveva ragione anche in questo: perché, ad essere sinceri, la capacità  di metabolizzare le buone idee altrui nel corso di una discussione è anche una mia caratteristica. E alla fine dell’incontro – o dello scontro – la concezione di partenza, in questo modo risulta più articolata e arricchita. E poi, per Osvaldo, come per me, l’urbanistica non era soltanto un bel mestiere, era un po’ di tutto, la cultura e la
politica, la ricerca e l’avventura, il modo di vivere.

Io mi stavo già  innamorando di questa regione: romano da diverse generazioni, cresciuto in una cultura tipicamente urbana, metropolitana, ero curioso di scoprire le radici della grande cultura contadina e in Osvaldo ne avevo trovato il paradigma ideale più nobile. Perché in lui era una salda e forte cultura contadina, fondata sull’amore per la terra e insieme per gli uomini che questa terra vivono; non certo contadino nel senso di misero, chiuso, senza orizzonti, al contrario capace di una visione senza confini, internazionale.

Con una caratteristica che io apprezzo molto e che sembra essere tipica di questa regione: un pragmatismo consapevole, che è il contrario dell’attivismo senza principi. Il gusto di scoprire non solo i problemi, ma il modo per risolvere i problemi. Se c’è una cosa che non sopporto – tanto di moda fra gli intellettuali- è la conoscenza come sfoggio di cultura, o peggio l’accumulazione di informazioni senza uno scopo preciso; anche Osvaldo la pensava così, lui non era certo un praticone, era una “macchina da ricerca”, ma le sue ricerche andavano dritte allo scopo, erano tutte finalizzate a costruire la soluzione alla quale mirava.

“Il mondo intero sta cercando la sua via e le soluzioni che ci ha presentato non ci soddisfano. Umanesimo che per noi significa soprattutto equilibrio, equilibrio tra i valori dello spirito e i valori umani, equilibrio politico tra le libertà  occidentali e la libertà  dal bisogno. Per questo noi consideriamo il liberalismo e il marxismo come due reazioni, giuste se volete, ma pur sempre reazioni. Per questo nuovo umanesimo abbiamo lottato, per questo equilibrio che siamo certi verrà . Solo allora gli uomini saranno veramente liberi, liberi materialmente dal bisogno, liberi materialmente dalla schiavitù che una società  impazzita tenta di dar loro. E in questo nuovo equilibrio il lavoro, l’arte, le scienze, la letteratura riusciranno a trovare il loro giusto valore.
Il nostro mondo manca di contenuto e non di forma. ”
O.Piacentini (1948)

Un’altra sua caratteristica che io molto apprezzavo – e che ci accomunava- era la scarsa disponibilità  alle dispute astratte, e contemporaneamente il desiderio sistematico a rendere organiche, generalizzabili, le singole esperienze acquisite: per evitare che restassero schegge isolate di un disegno disperso. Nessuna ambizione a formulare ricettari o catechismi – e spero che comprendiate l’uso che faccio di questo termine -ma il tentativo costante di utilizzare le regole, che nascono dalle soluzioni date agli stessi problemi.
Una combinazione vitale di pratica e teoria, un interesse per la ricerca proprio perché destinata ad agevolare la gestione della comunità .

Io ho l’impressione critica che la cultura politica, sociale, civile in questo momento tenda a sottovalutare alcune importanti innovazioni realizzate in Emilia Romagna, dalle istituzioni e in generale dalla gente, negli ultimi 25 anni in campo urbanistico. Queste innovazioni hanno rappresentato la battaglia professionale, culturale, politica di Osvaldo Piacentini: e in questa battaglia è cresciuta la nostra amicizia.

Voi certamente conoscete bene la personalità  e le esperienze di Osvaldo, come uomo di grande e civile religiosità ; forse ne comprenderete meglio la figura complessa, ricordandone le esperienze più specificatamente professionali e culturali. Perché, tra l’altro, queste esperienze, queste sue battaglie, sono strettamente legate alla trasformazione radicale delle nostre città  e della nostra regione, negli ultimi 25 anni ai quali io mi riferisco. Una trasformazione che non viene pienamente avvertita, così come sono sottovalutati gli ideali e le speranze che di questa trasformazione hanno indotto gli aspetti positivi. Certamente le nostre città  negli ultimi 25 anni hanno visto crescere in grandissima misura quelli che oggi chiamiamo i servizi sociali. Nell’Italia che usciva malridotta dalla guerra i servizi sociali erano quasi inesistenti: un ospedale cittadino e rare cliniche private, un liceo – ginnasio e non troppe scuole elementari, il giardino pubblico realizzato a fine Ottocento.
Detto brutalmente, i servizi erano roba da ricchi; nella città  fatta di case, negozi e non troppi uffici, i servizi sociali erano più l’eccezione che la regola.

E gli urbanisti che come Osvaldo erano impegnati socialmente, cominciarono a pensare che questa situazione negativa andava denunciata scientificamente, per essere affrontata scientificamente: oltre che in termini politici e finanziari. Cominciando a misurare i metri quadrati di terreno che la città  utilizzava per ospedali, scuole, giardini e così via.

Un parametro matematico per le dotazioni sociali è però materialista solo in apparenza; perché un metro quadro di verde o di scuola, non è un numero in una tabella. E’ invece energia vitale, pensiero solidale, attività  generosa, certo è anche soldi spesi, ma spesi per amore degli uomini a cui questi servizi sono destinati. E in questa regione, quel metro quadro è stato anche capacità , da parte degli uomini, di cooperare per affrontare insieme i problemi comuni, riuscendo insieme a risolverli. Quando Osvaldo, e altri urbanisti come lui attenti al sociale, cominciarono a fare le prime somme, il risultato spaventò anche i più pessimisti, ma servì come una colossale denuncia. Le città  italiane – e quelle dell’Emilia – Romagna non facevano eccezione- erano paurosamente povere di servizi sociali. E questa spaventosa carenza era oggetto di una grave sottovalutazione politica, culturale, civile. Pensate che all’inizio degli anni Sessanta, quando fu approvata la riforma dell’obbligo scolastico portato dai 10 ai 13 anni di età , a Bologna fuori dal centro storico c’erano solo due scuole medie inferiori. Cioè i figli di 8 bolognesi su 10 – e in generale i figli delle classi popolari – se volevano frequentare la prima media inferiore, dovevano muoversi di casa alle sei del mattino per arrivare in tempo alle scuole del centro. E a Parma, a Modena, a Reggio Emilia, le cose non stavano meglio che a Bologna. Quei numeri, che poi furono chiamati “standard dei servizi pubblici”, furono uno dei cavalli di battaglia degli urbanisti che, come Osvaldo, erano impegnati, come si dice oggi, nel sociale. In principio furono chiamati utopisti, ma erano soltanto innovatori, o per usare un termine a me caro, riformisti.
E per realizzare questo grande obiettivo di trasformazione delle città  e della società  intera, usarono il proprio strumento disciplinare urbanistico: l’analisi e poi la pianificazione dell’espansione urbana – erano gli anni di crescita intensissima per le città  -, da caratterizzare in termini sociali, altruistici e non egoistici e speculativi. Di questa necessità  bisognava convincere le grandi forze politiche che governavano l’Italia, anche al di là  delle loro pur profonde divergenze. Con Osvaldo operammo in questa direzione, con il mondo politico che ci era rispettivamente più vicino: un’azione che oggi chiameremmo “trasversale” e che ci dava quasi un senso di clandestinità , pur svolgendosi totalmente alla luce del sole.
Un’azione che, anche grazie al nostro contributo, diventò patrimonio politico maggioritario e si tramutò in realtà : oggi nelle città  italiane, almeno in gran parte del Paese, la dotazione di servizi sociali – scolastici, assistenziali, sanitari, giardini – è decuplicata rispetto al lontano dopoguerra. Le città  italiane, senza essere certo diventate un paradiso sociale, hanno perso le stigmate dell’egoismo individualista che le caratterizzava: e assomigliano, finalmente, alle altre città  europee, che hanno raggiunto un minimo di socialità  comunitaria molto prima delle nostre.

Quando Osvaldo ed io cominciammo a Modena nel 1964 a lavorare alle prime operazioni urbanistiche innovative, scoprimmo che lo standard dei servizi sociali non superava i 3,5 metri quadrati per abitante. Ebbene oggi a Modena, lo standard dei servizi sociali ha oltrepassato i 26 metri quadrati a persona: sono passati circa 20 anni e anche grazie alla battaglia degli utopisti generosi come Osvaldo Piacentini, la dotazione dei servizi nella città  si è moltiplicata per 7, 8 volte. E così è successo a Reggio, dove insieme lavorammo dopo Modena, con operazioni urbanistiche che hanno dati gli stessi risultati. La stessa cosa è successa a Bologna e in altre città  della regione e del Paese dove Osvaldo ha lavorato al Piano Regolatore: ma io devo ricordare che uno dei primi promotori per la battaglia urbanistica dei servizi sociali per la comunità  è stato lui e che anche a lui il nostro Paese è debitore del miglioramento sociale della città . Così come Osvaldo ha lasciato un’impronta indelebile nella evoluzione delle abitazioni popolari, intese non solo e non tanto quali singole architetture, ma come struttura urbanistica, come quartieri, come pezzi di città .

Certo, non posso dimenticare il microcosmo della piccola unità  di abitazione, il delizioso modello di Nebbiara, al quale anche lui ha lavorato e che è stato copiato cento volte e mai eguagliato. Ma io parlo del contributo, per me molto più importante, che Osvaldo ha dato al discorso innovativo sui quartieri: a cominciare da quanto ha proposto il Libro Bianco sulla gestione democratica e partecipata dei quartieri, che alla fine, bene o male, è diventato legge dello Stato e ogni quattro anni ci porta a votare per i Consigli di Circoscrizione. Sui quartieri popolari con Osvaldo ci siamo incontrati e abbiamo combattuto per realizzare un’altra proposta utopistica, che però ha fortemente contribuito a migliorare la realtà . Perché nel dopoguerra gli stessi comuni rossi avevano affrontato il tema delle abitazioni popolari in termini assistenziali, chiedendo aiuti allo stato per affrontare il problema drammatico della casa per i meno abbienti, ma accontentandosi dell’aspetto quantitativo.

E così quando fu approvata la legge che agevolava l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare, sembrò a molti che fosse sufficiente moltiplicare la quantità  delle aree per le abitazioni sociali: con Osvaldo puntammo invece ad una scelta molto più ambiziosa. Il nostro obiettivo fu quello di destinare alle abitazioni economiche e popolari le migliori fra le aree inedificate disponibili: cioè quello di rovesciare il processo tradizionale della crescita urbana, che aveva sempre riservato le aree più centrali ai “ricchi”, espellendo i “poveri” all’estrema periferia. Anche questa utopia perseguita da Osvaldo era però sufficientemente realista da potersi concretizzare in diversi casi. Imola, Bologna, Modena, Reggio, Parma, per parlare delle città  più vicine, hanno infatti incrociato il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (il PEEP degli specialisti) con il Piano Regolatore Generale (il PRG), in modo che i quartieri di promozione pubblica non fossero più la Cenerentola della città : scegliendoli spesso nelle posizioni più centrali fra quelle disponibili e dotandoli di tutti i nuovi servizi sociali, facendoli così diventare le zone migliori della città  nuova. Forse l’emozione mi prende la mano, parlando di queste sue battaglie, che sono state anche le mie. Ma sull’onda di queste memorie, devo ripetere ciò che penso di Osvaldo ora che non c’è più: un uomo che ha passato la vita a realizzare queste cose, ha vissuto bene…

E subito mi viene in mente un’altra sua avvincente caratteristica, la sua grande capacità  pedagogica.
L’ho già  detto e lo ripeto: era efficace e convincente in una conferenza internazionale, come in una sezione comunista della Bassa Reggiana. E vi assicuro che l’ultima affermazione non è un’immagine retorica: perché in quelle sezioni comuniste non era ben accolto perché noto esponente del mondo cattolico, era ben accolto perché i compagni sentivano che era “uno di loro”, perché lo capivano, perché diceva cose che li conquistava. E a me faceva venire in mente i vecchi socialisti di un secolo fa, che in quelle stesse campagne, di notte nelle stalle spiegavano la politica sociale e la qualità  di granaglie più adatte alla prossima semina. Avrà  esercitato lo stesso fascino al Consiglio Diocesano di Reggio Emilia. E voi allora potrete capire come era accolto in quelle riunioni, al termine delle quali i compagni della Bassa avevano capito, non solo cosa era il Piano Regolatore, ma specialmente come si faceva ad usare quel piano negli interessi della “gente”.

Se Don Giuseppe me lo consente, vorrei dire allora, come secondo me, lo spirito che animava l’azione di Osvaldo fosse sempre uno spirito ecumenico.
Un’attitudine ecumenica che non si limitava agli aspetti concettuali, ma diventava sempre prassi operativa, talvolta in forme anche clamorose. Vi voglio raccontare, per fare un esempio concreto, che cosa combinò una volta proprio a me. Avevamo appena finito di lavorare insieme al piano urbanistico di Modena, restava da presentarlo in Consiglio Comunale per l’adozione e intanto farlo conoscere alla città  e alle sue forze politiche. Osvaldo si mise d’accordo con l’onorevole Gorrieri – altro spirito aperto, come lui – che allora era segretario provinciale della Democrazia Cristiana e tutti e due praticamente mi costrinsero a presentare il piano al consiglio provinciale della D.C. Io non solo ero un noto comunista, ma in quel momento ero anche assessore comunista al Comune di Bologna: che io presentassi il piano nella sala della sede del Comune di Modena, del quale ero consulente, era naturale, ma nella sede della D.C. mi sembrava più logico che toccasse ad Osvaldo. Non ci fu nulla da fare, io mi lasciai convincere, ma ancora penso che i democristiani modenesi restassero stupefatti di fronte a quella che poteva sembrare una provocazione. Ma la vera provocazione arrivò alla fine. Infatti, dopo la mia relazione, ci fu un’ampia discussione ed io, come faccio abitualmente, presi appunti ad ogni intervento. Quando l’ultimo parlò, Gorrieri – che si era messo d’accordo con Osvaldo – mi disse: “Allora, Campos, vuol concludere per favore?”. Io restai di sasso e provai a replicare: “Onorevole, questo è troppo, nella sede del Suo partito dovrebbe concludere lei o un suo amico”. E Gorrieri: “Tutti abbiamo visto che lei ha preso un monte di appunti. Guardi le sue carte e faccia le conclusioni”. Credo che siano state delle pessime conclusioni, anche perché non mi aspettavo di doverle fare. Ma certamente l’episodio chiarisce l’atteggiamento di Osvaldo: per il quale non esistevano mondi chiusi e perché – come Giovanni XXIII – considerava più fratello di tutti gli altri proprio l’uomo da lui apparentemente più lontano.

L’urbanistica è una disciplina che – come dice la sua radice latina – nasce per regolare la trasformazione delle città ; ma Osvaldo non era certo un conservatore e si è sempre battuto per dilatarne gli ambiti disciplinari. Portando l’urbanistica fuori della città , ad occuparsi del territorio extraurbano e più in generale dell’ambiente. La sua “emilianità “, la sua natura “contadina” colta, lo destinava inevitabilmente ad intervenire su tutto il territorio; ma, ancora una volta, con un atteggiamento ben diverso da quello di alcune forme di protezionismo e di ecologismo oggi abbastanza diffuse. La sua, insomma, non era la difesa negativa per principio, il rifiuto aprioristico dell’intervento o del cambiamento: lui aveva sempre una proposta concreta, in un quadro concettuale ben definito.
Tra l’altro, profondamente cattolico, non era un “adoratore” della natura: per Osvaldo l’oggetto primario del creato era l’uomo e la natura andava difesa, protetta, trasformata se necessario, solo perché è la casa dell’uomo. Del resto “ecologia” vuol dire proprio questo, quindi aveva ragione lui e non certi ecologisti a buon mercato.

La prima timida difesa urbanistica dell’area esterna alle città  era cominciata riducendo l’indice di edificabilità  nelle zone agricole; ma presto gli urbanisti più avveduti affrontarono il problema in modo meno grossolano, utilizzando le conoscenze di altre discipline e coinvolgendo botanici, geologi, idrologi, zootecnici e così via. E Osvaldo fu tra i primi ad affrontare le interrelazioni fra piante e terreni, vegetazione boschiva e coltivazioni, acque di superficie e acque di falda; mettendole a frutto per influenzare direttamente la pianificazione urbanistica.
Ed è proprio merito di Osvaldo che la parola nuova in questo campo sia venuta dall’Emilia – Romagna, una regione le cui origini contadine pesano giustamente e in misura assai positiva sulla evoluzione delle discipline territoriali. L’iniziativa delle nuove analisi territoriali regionali in funzione della pianificazione urbanistica fu assunta istituzionalmente dalla Regione Emilia – Romagna, non senza qualche difficoltà  da parte di coloro che poco erano disponibili alle “utopie programmatiche”. Però alla fine, fu proprio la Regione a stampare e a divulgare massicciamente fra amministratori e tecnici in tutta Italia, l’ampio documento ricco di materiali e indicazioni innovative, che è conosciuto nella letteratura urbanistica con il titolo di “Metodologia di base per la formazione dei piani comprensoriali”; anche se esplicitamente l’orizzonte di riferimento è più ampio, ed è proprio quello regionale. Ma di questi aspetti formali Osvaldo non si preoccupava: sapeva bene che il riferimento alla pianificazione comprensoriale, oggetto di un’apposita legge regionale, avrebbe superato le resistenze dei più esitanti e andava dritto all’obiettivo, poco interessato alle questioni di prestigio e di forma. Anni dopo, sullo stesso tema della problematica territoriale e ambientale, abbiamo lavorato insieme sul ben noto “Progetto Appennino”, che sviluppava le premesse della “metodologia”: ma alla pubblicazione del progetto addirittura sul Bollettino Ufficiale della Regione, non fece seguito l’attuazione neppure parziale della originale proposta, che resta purtroppo una bella utopia irrealizzata. Credo sia giusto aggiungere, per capire meglio il ruolo che Osvaldo si era scelto nella attività  professionale, come egli avesse di fatto trasformato l’intera Cooperativa in una struttura privata di servizio pubblico.
E quando nello studiare un piano, si scopriva la necessità  di indagare settori di ricerca inizialmente non previsti e quindi non finanziati dal Comune, c’era sempre Osvaldo pronto a dire:”Lo facciamo noi”. E ai suoi amici della Cooperativa venivano i sudori freddi, ben sapendo che così scomparivano i già  sudati guadagni: e tutti loro hanno così contribuito, anche finanziariamente, ad una battaglia che ha loro offerto meno compensi materiali ma grandi soddisfazioni morali e culturali.

Anche qui tra voi c’è qualcuno che ha citato un rimprovero da me talvolta rivolto ad Osvaldo; perché è comparso, tra l’altro, in un primo testo da me scritto in sua memoria, pubblicato su molte riviste d’architettura. Più che un rimprovero, si tratta di un rammarico: cioè del fatto che Osvaldo non aveva mai voluto scrivere un libro, né insegnare all’Università . Franco Valli ha detto giustamente: “Non so proprio come facesse a trovare il tempo, per fare le mille cose che faceva”.
Eppure io sapevo che i suoi libri, se ne avesse scritti, sarebbero stati di indubbio valore, avrebbe lasciato un’altra traccia preziosa della sua presenza nel nostro mondo di urbanisti. E quando sappiamo che una persona è generosa – come lui lo era in modo strepitoso -, non ci vergogniamo di pretendere di più, anche ciò che forse non è possibile avere.

Lo stesso discorso vale per l’Università . E oggi è ancora forte il mio rimpianto, perché io – legato da sempre all’insegnamento universitario – so bene quale eccezionale professore sarebbe stato Osvaldo.
Affascinante non soltanto per l’intelligenza, il grande bagaglio delle sue conoscenze, l’estrema lucidità  e concretezza della sua proposta; ma anche per lo straordinario mestiere con cui sapeva avvincere qualunque uditorio e che gli studenti – abituati spesso a professori mediocri e scarsamente comunicativi – avrebbero certo amato moltissimo.
Forse i libri e l’università  lo avrebbero distratto dal suo impegno quotidiano, dalla sua ragione di vita di cui io conoscevo bene soltanto il versante professionale dell’urbanista, mentre voi forse conoscete meglio l’altro versante, quello ecclesiale, anch’esso – credo di capire – vissuto da Osvaldo in modo totalizzante, quanto poco tradizionale.

La sua quotidianità  spaziava, dunque, dal Consiglio Diocesano alla Cooperativa, fino alla sezione comunista delle campagne: questa sua quotidianità  ha dato a tanti, a migliaia di noi, anche senza libri e senza cattedre universitarie, certamente molto, molto di più di tanti cattedratici autori di libri più o meno di successo.

Osvaldo Piacentini ha dato e insegnato ai giovani, ai coetanei, ai più anziani di lui, a tecnici e a politici, a uomini semplici e a persone di complessa formazione culturale; che sapeva tutti affascinare, con la sua parola scabra, mai retorica, spontanea, ma – io credo – anche intelligentemente costruita ad arte. Però il segreto dei suoi avvincenti discorsi era la ricchezza delle sue esperienze, la concretezza delle sue proposte, il fatto che qualunque sua teoria, si basava su un campionario di realizzazioni già  sperimentate, o facilmente comprensibili anche per l’uomo più semplice. Quante cose aveva ancora da fare e avrebbe fatto, se fosse ancora con noi.

Con la sua malattia, negli ultimi tempi, non lo vedevo più molto come prima; ma per tanti anni ci siamo visti settimanalmente, spesso più volte in una settimana.
Con Osvaldo, lo dico sinceramente, se n’è andata una piccola parte di me; e mi manca moltissimo.
Forse, con la morte di Osvaldo, ho incominciato a diventare vecchio.

arch. Giuseppe Campos Venuti (1985)

“Voi state preparandovi alla lotta per il pane di ogni giorno, per la vostra casa, per l’educazione dei vostri figli. Ogni vostro minuto sarà  assorbito dal lavoro. Non avrete pace anche nei momenti cosiddetti di ferie.
Il vostro lavoro sarà  il vostro padrone per sempre. Soltanto se saprete inquadrarlo, vederlo come accrescimento del bene del Corpo Mistico, sentirvi in ogni momento servi della Chiesa tesi a far sempre meglio a maggior gloria di Dio, potrete salvarvi. In caso contrario il lavoro diventerà  la vostra maledizione, vi cercherete uno scopo al lavoro, e se non lo troverete in Dio il vostro scopo fatalmente diverrà  il denaro.
Sarà , prima del denaro, l’ambizione, il posto, la posizione, ma raggiunte le mete rimarrà  soprattutto il denaro. E questo ad un certo momento
vi dominerà .”
O.Piacentini (1950)

IL PROFILO MORALE E CIVILE

di GIUSEPPE DOSSETTI sr.

Chiedo scusa se (…) entro subito nel vivo di quella che a me pare la nota unificante della persona e dell’impegno morale e civile di Piacentini, ricorrendo a un versetto del libro di Isaia che credo non impropriamente evocabile parlando di Osvaldo.
Il profeta apostrofa la nuova Gerusalemme, redenta e ricomposta da tutte le schiavitù e da tutti gli esilii, e le dice:

“Il tuo architetto è il tuo Sposo, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra”
(Is 54,5)

Qui Isaia esprime l’amore nuziale di Dio per tutta l’assemblea degli uomini, redenti, e per la terra che egli ha costruito per loro abitazione.

“E infine questo struggente amore per la vita, che cresce man mano che questa ci abbandona impercettibilmente, giorno per giorno, all’accrescersi e al manifestarsi di sempre nuove malattie, ma soprattutto quando le speranze e la voglia di vivere (cioè di combattere) ci lascia.
Certo i Padri considerano la malattia e, in definitiva, la morte come opera del demonio e tentazione rispetto alla quale possiamo crescere o soccombere.
Quanto mi ha fatto pensare il libro di Giobbe: ‘ Provalo nella sua carne, vedrai se non ti benedirà  in faccia !’: cioè, per quanto possiamo essere provati nella perdita delle cose e delle persone più care, la prova ultima è accettare o rifiutare la perdita
della nostra vita.”
O.Piacentini (1984)

Mi pare che l’architetto Piacentini si possa ben dire ispirato – in tutto quello che ha detto e fatto – da una grande passione sponsale, partecipazione appunto a quella stessa di Dio per le sue creature; cioè da un amore caldo, positivo e fecondo.
Credo di poter asserire che un unico e omogeneo trasporto nuziale ha caratterizzato tutti gli ordini del suo impegno familiare, professionale, culturale, civile, politico ed ecclesiale.

In ogni à mbito, pur conservando sempre un estremo rigore e un autocontrollo lucidissimo, volutamente si è lasciato trasportare da una passione di amore che lo ha portato a dimenticarsi e uscire di sé e spendersi con una generosità  senza misura, vedendo, al di là  di ogni ombra, opacità  e inerzia, sempre e nonostante tutto la positività  del reale, sposandolo sino in fondo, con una inventiva inesauribile, che anticipava bellezza, ordine, e speranza anche là  dove poteva esserci, agli occhi altrui, solo limite invincibile, ottusità  e pesantezza.

Mi pare che emblematicamente possa essere subito citata la sua lettera del 4 gennaio 1956, ai suoi genitori, l’antivigilia del suo matrimonio, per rassicurarli della sua decisione che seguiva il rapido fidanzamento di soli due mesi: brevissimo non per necessità , ma per una scelta programmatica.

”Carissimi,
[…] vorrei continuare il discorso di quella famosa sera nella quale vi ho spiegato che cosa mi era accaduto e in che modo (cioè l’improvvisa conoscenza e l’immediata certezza di aver trovato la compagna della sua vita) per la prima volta nella mia vita non penso più a me stesso, ma all’anima che mi è stata affidata così delicata e fragile, tanto disponibile e abbandonata che un po’ mi spaventa. […].Sono anni che io inconsciamente cerco questo ed ora mi accorgo che fino a ventitré anni ho cercato cercando, negli ultimi dieci attendendo. Non abbiate timore, sono sempre stato lucidissimo in questi tempi, ma una convinzione cosi forte, una sicurezza come ora non l’ho mai avuta e, assieme a questa, tutto mi si fa chiaro, la mia vocazione, il mio futuro, una nuova umiltà  unita alla pienezza del mio essere che tutto, anima, intelligenza, volontà , senso, tendono ad un solo fine: il mio voto di fedeltà  perpetua che pronuncerò venerdì mattina davanti all’altare.
Vi parlo in termini religiosi perché quello che vivo non è un sentimento, ma una adesione vera alla volontà  di Dio con tutto il mio essere.
Mamma, è vero che non posso attendere, perché attendere vuol dire sciupare l’inizio, non essere fedele a tutto questo.

(Questa passione amorosa, fra l’altro, ha sempre addolcito certe asprezze del suo carattere e quell’assoluto bisogno di sincerità  che poteva renderlo, in tutte le sedi, un interlocutore rude e scomodo).

Non esiste un amore solo platonico o un amore solo sensibile. Sono ambedue astrazioni, perché l’amore vero, anche quello di Dio per noi, comprende atti di dedizione di tutto l’animo, ma anche uniti a questi la comunione dei corpi, il dono a noi del suo Corpo nel sacramento e, se ne siamo capaci, nello stesso momento il dono del nostro corpo a Lui. Vedi queste non sono delle idee, sono l’unica realtà  e per questo oggi, per queste cose che ho capito, sono molto sereno e vedo il mondo con occhi più puri. […] Sempre in compagnia di Dio che mentre creava il mondo vi aveva e ci aveva presenti l’uno legato all’altro per sempre”.

Non posso ora commentare, ma spero di poterci tornate su, sia pure molto brevemente.

1.Le origini

Osvaldo porta i caratteri migliori di una terra segnata, quando egli nasce, nel 1922, da un’ansia di rinnovamento e di libertà . Dal padre riceve la passione politica che sempre più si preciserà  in senso antifascista e repubblicano; dalla madre riceve la fede, la disciplina e la fecondità  dei rapporti.
à lei, la mamma Armida, che lo inizia alla preghiera e che ne guida i passi con controllo discreto e forte: soprattutto impone ai figli un livello alto, dottrinale, dei rapporti. Osvaldo vive davanti a lei con una grande tensione ideale, discute con lei con franchezza e con l’impegno a risultarle convincente, coerente, unito. Riceve da lei una educazione all’unità , che rafforza la sua personalità  e l’abitua a cercare una dimensione profonda e spiritualmente lineare in tutti i passaggi della sua vita.
Tutto questo lo muove ad aprirsi, ancora giovanissimo, al magistero esigente di alcuni preti, che portano i fermenti più vivi della chiesa reggiana: don Dino Torreggiani, il prete dei ragazzi, dei giovani del sottoproletariato e degli zingari; don Mario Prandi, il creatore di un geniale modo di “Casa della Carità “; il cappuccino santo, padre Daniele, cappellano degli infermi all’ospedale; la madre Giovanna, operatrice amorosa di opere assistenziale ed educative, estese poi a tutta l’Italia. Da essi Osvaldo apprenderà  ben presto non solo l’amore per i poveri e gli emarginati di ogni sorta, ma quel che ancora più conta l’amore per la povertà  e il rifiuto della ricchezza, come scelta di vita, e ancora la capacità  di scrutare con occhio analitico e insieme appassionatamente concreto, le ingiustizie, le irrazionalità , le deformazioni, le ipocrisie del nostro sistema sociale.

In un appunto autobiografico del 1966 rievoca gli incontri e le riunioni cui partecipava, presso case religiose reggiane, nei primi anni di guerra:
“Riunioni preparatorie, razionali per l’azione politica futura; don Cocconcelli, rimpatriato dalla Germania come indesiderabile cappellano del lavoro, ci parlava per la prima volta della resistenza cecoslovacca e dei campi di sterminio. Per queste ragioni credo che ogni giovane cattolico impegnato abbia dovuto in quel periodo porsi concretamente il problema della sua vocazione, e quando la scelta è stata per il matrimonio, anche questo è stato visto più come chiamata che come mancanza di vocazione. Dal punto di vista politico fu chiaro subito che la pace era la scelta cristiana, che razzismo, dittatura, politica coloniale e privazione della libertà  erano l’anticristo. Libertà  vera e non formale, quindi, rifiuto anche di una democrazia liberale, per l’interesse e la conoscenza diretta delle condizioni dei poveri, che avevamo imparato a considerare i figli prediletti della Chiesa.

La consuetudine con gli scarcerati, gli zingari e il sottoproletariato in San Rocco e Santa Teresa e col proletariato operaio negli oratori, faceva maturare in noi il desiderio di un assetto politico democratico”.

2.La guerra

La guerra è una scuola inverante per tutto Osvaldo: il 4 dicembre 1943 chiamato alle armi fugge insieme al fratello Bruno a Palagano di Montefiorino, dove conosce elementi che stanno già  organizzando la futura resistenza. Il 19 gennaio 1944 Osvaldo e Bruno devono abbandonare quel rifugio per un rastrellamento e pochi giorni dopo Bruno si presenta al battaglione lavoratori di Guastalla per ottenere la scarcerazione del padre, arrestato a causa della loro fuga.
Il 20 febbraio Osvaldo viene individuato e arrestato davanti alla Chiesa di don Cocconcelli, dove si era recato per passare alle file partigiane. Viene incarcerato e percosso nel carcere dei Servi, dove rischia molto perché rifiuta l’arruolamento volontario. Irreggimentato nella brigata Monte Rosa, e inviato per l’addestramento in Germania, rimpatriato nel luglio 1944, riesce a farsi trasferire a Fivizzano, donde il 10 dicembre fugge nuovamente per arruolarsi tra i partigiani della terza brigata apuana ed è poi inviato al comando unico di Reggio. Ma il 22 febbraio, mentre cercava di fare con Bruno nuovamente visita ai genitori, è con lui nuovamente catturato in divisa di partigiano e armato. La pattuglia tedesca che li ha sorpresi, li conduce in un luogo poco distante per la fucilazione immediata. Ma il loro contegno dignitoso e forte, di credenti, si impone all’ufficiale tedesco, che soprassiede alla fucilazione e li trasporta a Reggio, nuovamente nel carcere dei Servi, dove resta fino quasi alla vigilia della liberazione.
à conservata una lettera, drammatica e pacificante alla famiglia, dei giorni della prima prigionia:

“In nomine Domini.
Carissimi,
. sono molto su di morale e tutto va bene. Non spaventatevi e mettetevi calmi. Sia fatta la volontà  del Signore. Ho usato fino ad ora la massima sincerità  e sono deciso ad andare fino in fondo.
Non smuovete nessuno e non seccate troppo qui; non abbiate paura di nulla perché il Signore è dalla mia parte; pregate per me, ma chiedete soltanto che sia fatta la sua volontà .
E se potete, mandatemi il Santo Vangelo, le Lettere di San Paolo, un Crocifisso e la corona del Rosario. E anche qualche candela perché siamo senza luce. Non preoccupatevi per il mangiare. Sto bene.
Adesso sono a dormire sulla branda. Se mi volete fare un favore stare calmi e rassegnati. Se il Signore ha permesso questo vuol dire che questa è la sua volontà .”

Della seconda carcerazione parlerà  poi in un articolo scritto nel settimanale “Tempo Nostro” del novembre 1945, intitolato “Carcere”. Descrive il suo ingresso in cella la sera della sua cattura. Ma non parla di sé, bensì degli uomini che vi ha trovato, guardati tutti con appassionata tenerezza. Incomincia così:

“Uomini. Li guardo.
Uomini, uomini che soffrono” (…)
“Lo rivedo entrare in cella (dopo le torture),
portato a spalla da quei due,
quella sera.
Eroi? Non credo.
Uomini, uomini che hanno sofferto”.

Anche qui c’è tutto Osvaldo. Con il suo pudore, con la sua antiretorica, con il suo orrore di ogni enfatizzazione, ma con il suo amore lucido e insieme appassionato per il fratello, per l’uomo.

3.Il dopoguerra

A questo amore tenero e pieno di “compassione”, si aggancia e si spiega il modo con cui Osvaldo si è accostato allo studio universitario e, quindi, all’impegno professionale, soprattutto all’urbanistica. Sin dall’inizio il suo interesse ha avuto come punto centrale l’uomo, nella completezza dei suoi valori e delle. sue condizioni di vita. In uno scritto dei primi anni ‘50, intitolato “Primo progetto urbanistico”, dice fra l’altro che l’urbanistica va considerata “non come un problema a sé, ma uno dei tanti aspetti dell’unico vero problema che è la vita dell’uomo”.
Questa dedizione si sviluppa, si determina, si affina negli ultimi anni universitari a Milano, nell’acceso fervore del Politecnico e continua parallelamente a Reggio nell’impegno nelle organizzazioni cattoliche (Giac, FUCI, Laureati cattolici).
Ma nel già  ricordato appunto autobiografico svolge meditatamente, a proposito della Fuci e dei Laureati cattolici, la tesi: “che fosse estremamente pericoloso un movimento cattolico di élite non legato alla base cattolica”; e ritorna “sulle molte perplessità , nella iscrizione alla DC … accettata come un servizio necessario alla Chiesa in quel momento e non come libera scelta politica.”

L’appunto autobiografico spiega l’itinerario che da un lato gli fa percepire sempre più il rilievo dei “vecchi temi della pace, della carità , dello spirito evangelico” e dall’altra segna il declino delle “speranze più grandi”, cioè di un rinnovamento politico in senso cristiano. Di qui il progressivo disincantamento nei confronti del partito cristiano e la consapevolezza sempre più acuta “negli anni dal ’50 al ’60 della sostanziale differenza fra le due tesi dei cattolici in quel tempo”.
Sino a giungere ad una importante deduzione: “affiorava quindi vivissima la necessità  di un approfondimento del concetto di libertà  di coscienza alle comunità  cristiane conviventi con comunità  non cristiane”.
Va segnalata ancora un’altra considerazione dell’appunto autobiografico sulla necessità  “dell’inserimento profondo nelle comunità  casuali e cioè nella comunità  di lavoro, in quelle territoriali, e nella famiglia. Comunità  cioè non scelte (e quindi rifiuto di movimenti di élite), ma accettate come provvidenziali”.

E qui sta la radice di alcune delle sue intuizioni più innovatrici e più feconde: non solo dal punto di vista strettamente professionale ma anche dal punto di vista più ampiamente culturale, civile, ecclesiale, ossia: l’importanza enorme del territorio e delle comunità  insediate su di esso; la diffidenza verso le aggregazioni e i movimenti verticali; la prevalenza civile dei quartieri nella città ; la prevalenza ecclesiale della parrocchia; la funzione innovante, anche da un punto di vista sociale, di un ristabilimento del diaconato e la sua criteriologia sulla quale i contributi, orali e scritti, di Osvaldo saranno molti e, tutti, di somma importanza.

“Bisogna lottare contro l’autoritarismo e il paternalismo nella Chiesa. L’autoritarismo soffoca la vita, porta ad una disciplina rigida, esteriore, a sistemazioni complicate e moleste. Arresta le legittime iniziative, non sa ascoltare: confonde la durezza con la fermezza, la inflessibilità  con la dignità . Il paternalismo è anch’esso una contraffazione della paternità  …, parla con tono di protezione e non accetta la collaborazione. La vera paternità  del vescovo, per converso, innanzitutto è rispetto del diritto delle anime.”
A.Roncalli (1957)

4.Il matrimonio

E stato non solo la pienezza della sua umanità  ma – ho già  detto – la qualificazione e la illuminazione (retrospettiva su tutto il suo passato e insieme anticipatrice su tutto il suo futuro) della sua personalità  e della sua opera in ogni ambito.
E stata la rivelazione, non solo per gli altri, ma per lui stesso della sua vera vocazione. Mentre accanto a lui c’era più di un sacerdote amico che insisteva nel prospettargli l’eventualità  del sacerdozio, egli senti e dichiarò con ragione che per lui la vera vocazione, in pienezza e non per ripiegamento, era la vocazione sponsale: come testimonianza di un amore perenne, dilatato, oblativo, fecondo, totalmente abbandonato – nella povertà  e senza garanzie – alla indeffettibile misericordia di Dio.

Egli è stato stupendamente fedele e coerente, fino alla fine e fino al massimo, a quello che egli stesso, come abbiamo visto, ha chiamato il “suo voto” dell’Epifania 1956. In particolare credo che si sbaglierebbe totalmente se si attribuisse il numero dei suoi figli (dodici) non dico ad una paternità  irresponsabile, ma anche, per converso, a un suo rigorismo moralistico: tutt’altro.
Era in lui e nella sua sposa la semplice risposta, perfettamente consapevole e responsabile, al dono creatore che si sentivano entrambi infuso dall’Alto.

Ed era anche in Osvaldo una precisa intuizione di una modalità  concreta di esercizio di una sua presenza qualificata nella città  degli uomini, nella polis.

5.Il “Libro Bianco” per le elezioni amministrative di Bologna del 1956

Osvaldo ne fu uno dei principali collaboratori e vi diede – da urbanista – il meglio di sé, nella prospettiva non di una improbabile “conquista” della città , ma di un contributo pensoso e leale alla crescita della vita comune. Fu sua la proposta, prima in Italia, della articolazione della città  in quartieri dotati di una autonomia consistente e strutturati in una armoniosa comunione senza barriere. Per la sua esemplarità  precorritrice (si pensi a più di 30 anni fa) era un atto qualificato, politico, della migliore e più duratura politica.

6.Le due Cooperative

Come furono, allo stesso modo, atti politici le due Cooperative promosse da Osvaldo.
La scelta di esercitare la sua professione di urbanista in una Cooperativa non era del tutto meditata e maturava in un humus favorevole, quello reggiano.
Però quello che fu proprio di Osvaldo, fu che a questa idea fu fedele, come al suo matrimonio, per tutta la vita e che fu da lui realizzata sin dal principio con una totale immersione nell’ambiente di lavoro.
Tanto che l’ing. Valli confessò, sei mesi dopo la morte di Osvaldo, di non aver mai sospettato che egli – oltre il lavoro profuso al tavolo professionale – avesse potuto spendere energie e creatività  cosi rilevanti in altri ambiti, nella famiglia, nei rapporti amicali, nei rapporti associativi, nella parrocchia e nella diocesi.
Inoltre questa idea si collegò al rifiuto di intraprendere o accettare la carriera universitaria, pur avendone le opportunità  concrete e quello straordinario carisma sui giovani che avrebbe fatto di lui un grande maestro nell’Università .
Ma grande maestro fu egualmente nella vita, insegnando soprattutto con il suo esempio: la dura fatica del lavoro, accompagnato dalla rinuncia ad ogni vanità  inessenziale e per contro garantito dal confronto collegiale e dalla verifica comune dello studio e della ricerca.
C’è un altro suo scritto (ancora di poco posteriore al 1950) su “Inserzione del giovane nella vita” in cui dice fra l’altro ai giovani:
“Il rispetto delle vostre persone mi porta a considerare parte della mia e della vostra vita solo ciò che, duramente giorno per giorno, si conquista. E la prima conquista è quella della vostra professione: voi cercherete uno scopo al vostro lavoro e se non lo trovate in Dio il vostro scopo fatalmente diverrà  il denaro. Sarà  prima del denaro, il posto, la posizione, ma raggiunte le mete, rimarrà  soprattutto il denaro. E questo a un certo momento vi dominerà .”
E Osvaldo fu e volle essere sempre un uomo libero, soprattutto dal denaro e questa libertà  gli consentì, oltre che di eccellere nel lavoro professionale, di avere ancora riserve di fecondità  creativa da spendere in modo altrettanto eccellente in altri ambiti.
Era un lavoratore prodigioso. In tutte le ore della giornata aveva i minuti contati. Ma di fronte alle questioni per lui molto importanti non aveva mai fretta: perdeva ore, perdeva giorni, perdeva notti. Quello che non perdeva mai era la coscienza del suo dovere primordiale, di dovere servire, di dovere essere un servitore e un discepolo fedele, e di potere e dovere come tale, dialogare con tutti in uno spirito incomparabilmente largo ed ecumenico.
Niente gli era più estraneo di uno spirito integrista.
La collaborazione profonda che lo legò ad uomini di ispirazioni diverse, ne è la dimostrazione più evidente.
Parallelamente alla Cooperativa Architetti nasceva l’altra Cooperativa, quella edilizia per la costruzione del villaggio della Nebbiara. Anche di questa Osvaldo ha raccontato la nascita, dicendo fra l’altro come la costituzione di un gruppo di case solo per cattolici fosse stata discussa ma quasi subito abbandonata.
Fu anche questo un atto di grande impegno dottrinale, un atto politico, un gesto di creatività  privo di ogni residuo di autosufficienza e di individualismo snobistico o di spirito di ghetto.
Fu un atto di grande lungimiranza, tutto orientato sul futuro, perché Osvaldo pensava prevalentemente all’educazione dei suoi figli e dei figli altrui. Aveva in vista la loro formazione comunitaria.
E mentre dedicherà  a questa quasi tutto il suo tempo libero dal lavoro e inventerà  tante forme di interessamento comune per i ragazzi e per i giovani, porrà  quasi senza saperlo e senza rendersene conto, non solo le basi territoriali e spirituali di una nuova singolare parrocchia, ma potrà  sviluppare intorno ad essa – con enormi sacrifici e a prezzo di grandi amarezze – alcune linee concrete di una ecclesiologia diversa e inabituale.

7.La parrocchia

Per iniziativa di Osvaldo, quando ancora della nuova chiesa non si erano poste le fondamenta e tutt’intorno vi era solo campagna, si incominciò dal 1960 a celebrare la Messa in una villa isolata.
La Parrocchia del Preziosissimo Sangue nasce da quelle Messe e si sviluppa come progressivo impegno soprattutto di un gruppo di laici, animato da Osvaldo, nell’assicurarne non solo il funzionamento esterno, ma anche il profilo spirituale e interiore, cioè in una vera plantatio ecclesiae, in cui il carisma tipico di Osvaldo trova il suo terreno più adatto.
à interessante notare che tutto questo corrisponde via via in sede professionale al periodo sempre più fecondo della attività  e programmazione urbanistica a servizio dei grandi enti pubblici, particolarmente per la pianificazione di alcune città  dell’Emilia, per la pianificazione regionale e comprensoriale, ecc. (di cui diranno altri contributi specifici in questo convegno).
Chi ha potuto dialogare con lui in quegli anni, ha avuto netta l’impressione che ci fosse una interfecondazione tra il suo minuscolo impegno ecclesiale, territoriale e comunitario, nella parrocchia del Preziosissimo Sangue a Reggio, e il suo grande impegno civile per rendere più razionale, più sociale, più morale, più vivibile lo sviluppo nelle grandi aree urbane e comprensoriali.

A me basta semplicemente indicare i titoli di quelle molte attività  svolte da Osvaldo, che si direbbero supererogatorie, ma che tali non erano, come non erano solo ecclesiali, perché realizzavano tutta la sua aspirazione centrale alla pienezza e totalità  dell’uomo.

Andrebbero così annoverate l’erezione canonica della parrocchia, la formazione e l’animazione degli organismi di consultazione; lo sviluppo studiatissimo della liturgia; la elaborazione di un vasto repertorio di canti ottenuti sovrapponendo a musiche, per lo più moderne brani biblici; l’allestimento di molte Sacre Rappresentazioni, anch’esse studiate in modo da facilitare ai ragazzi e ai giovani una più intensa comunione fra di loro insieme l’apprendimento a memoria, facile e spontaneo, di testi della Scrittura.

Così Osvaldo si faceva catecheta e maestro di catechesi e di catechisti, impostando una catechesi anch’essa diversa, con un riferimento sempre fondante alla Bibbia: fondante mai fondamentalista, mai appagato da un letteralismo sterile, sempre alla ricerca di punti concreti e vitali, nei quali la Scrittura dialoga e fruttifica nell’anima del credente.

I bambini del Villaggio Architetti poco dopo la sua costruzione (1960)

La prima Sacra Rappresentazione della parrocchia del Preziosissimo Sangue a Reggio E. (1968)

Osvaldo che aveva esultato per la convocazione del Concilio e ne aveva appassionatamente seguito tutte le fasi e assorbito lo spirito, ne curava in un piccolo lembo di terra reggiana l’effettiva ricezione, per sé, per la sua famiglia, per i suoi fratelli e discepoli nella fede e anche per i molti amici del cuore che potevano non avere la fede, ma che in qualche modo ne sentivano l’influsso o il desiderio.

“Ai vescovi ed ai fedeli dei Paesi al margine del teatro
internazionale Giovanni XXIII parlava di una Chiesa “madre”, secondo
uno stereotipo antico, ma anche di una “Chiesa che è
e vuole essere di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”
G.Alberigo (2000)

“Siamo anche convinti che la progressiva e pericolosa emarginazione di tante comunità  di base che potevano rinnovare dall’interno la Chiesa italiana è dovuta soprattutto al muro che il clero compatto ha posto tra sé e il suo popolo nella miope illusione di difendere privilegi e competenze che il Concilio ha spazzato via. Privilegi e competenze che si sono via via nei secoli accentuate sui presbiteri per la eliminazione successiva dei carismi e delle funzioni proprie ad altre componenti del popolo di
Dio. ”
O.Piacentini (1974)

8.Il diaconato

à dentro questa realtà  parrocchiale che matura il cammino di Osvaldo verso il diaconato, ancora una volta obbedienza a una vocazione e a un tempo espressione di un pensiero, in certo senso, anche politico.
Il diaconato, la cui rinascita in Italia è animata da un sacerdote reggiano, Alberto Altana, amico da sempre di Osvaldo e prete dell’Istituto fondato da don Torreggiani, risultava uno sbocco ovvio dell’attività  parrocchiale cosi descritta nel gennaio 1970: “l’articolazione della parrocchia in comunità  intermedie, l’attività  di promozione liturgica e catechetica e la gestione amministrativa svolta dal Consiglio pastorale, contribuiscono a formare da un lato comunità  intermedie che si configurano di fatto in diaconie, dall’altro a suscitare degli animatori della pastorale, sia all’interno dei gruppi che a servizio di tutta la parrocchia, i quali praticamente esercitano una funzione diaconale. Ci pare che questo modo di inserirsi nella Chiesa locale, fino a ritrovarsi rivestiti delle funzioni diaconali, senza aspettare la consacrazione, sia la via più naturale e meno trionfalista per attuare la ricostituzione del diaconato.”
Subito dopo l’avvio delle discussioni in Italia al riguardo, Osvaldo interviene con grande lucidità  sui pericoli del diaconato e sulle caratteristiche che esso dovrà  avere per evitare ogni deformazione:
“Il ripristino del diaconato in Italia dovrebbe quindi rispondere prima di tutto a queste esigenze (cioè di effettiva comunione fra i membri del popolo cristiano) piuttosto che avviarsi sulla strada di un seminario per diaconi, che correrebbe il rischio di produrre una sottospecie di chierici, cioè di separati. Il diacono permanente, proprio perché esercita i ministeri, non può essere chierico, cioè separato, ma deve il più possibile essere del popolo di Dio, espresso dal popolo di Dio, incarnato nel popolo di Dio.”

In conformità  a questi presupposti, il 14 ottobre 1972, Osvaldo presenta una mozione per la designazione dei candidati al diaconato, attraverso un modo alternativo e cioè la chiamata diretta del Vescovo oppure, come via ordinaria, l’elezione da parte di tutti i membri di una comunità  parrocchiale, secondo il modello della elezione dei primi sette, nel capitolo sesto degli Atti degli Apostoli.
Il successivo 20 maggio la proposta di Osvaldo trova applicazione nella sua elezione da parte della sua parrocchia.
Nel marzo del 1978, col consenso della moglie Liliana, sarà  ordinato diacono.

Però poco dopo, Osvaldo lancia un’altra iniziativa, tipicamente sua: sempre con attenzione all’uomo, al suo habitat, alla comunità  territoriale, si preoccupa della comunione e della collaborazione fra parrocchie vicine.
In uno scambio fecondo di carismi e di aiuti, per provvedere alle parrocchie ancora senza diaconi, si procede al sorteggio di due fra i diaconi ordinati per la sua parrocchia.
Osvaldo viene sorteggiato e quindi destinato ad un’altra parrocchia priva del blocco di ceti medio-alti che connotava ormai l’area della precedente parrocchia.

“Per esercitare con efficacia la sua missione evangelizzatrice e fermentatrice, la Chiesa è chiamata a rendere visibile l’amore del Signore che opera in essa. Sono da valorizzare perciò quei segni attraverso i quali la Chiesa, per dono dello Spirito Santo, manifesta la presenza dell’amore del Signore e quindi trasmette ai cristiani la grazia di essere efficaci annunciatori di questo amore e operare nella società  come fermento di amore. Da questi segni (ad esempio delle “Case della Carità ” o “di accoglienza”) scaturisce per tutti i cristiani una grazia per vivere coerentemente il servizio, la povertà , la condivisione di vita con i più poveri come incarnazione salvifica.”
O.Piacentini (1982)

Nella nuova parrocchia, S.Giuseppe, egli sposerà  – letteralmente, questo termine è sempre
valido per tutta la vita di Osvaldo – le fasce più povere e più emarginate della popolazione, costituita soprattutto da sottoproletariato trasferito dai quartieri demoliti della città , e da immigrati delle regioni meridionali d’Italia e dell’Africa settentrionale.
Osvaldo sarà  ancora una volta fedele a quanto egli stesso aveva scritto alcuni anni prima a proposito dell’interessamento ai poveri:
“poveri non astratti o inventati per sostenere le nostre opere, ma quei poveri che avrete sempre con voi, quelli che appartengono alla comunità , quelli che non scegliamo noi per elezione ma che Gesù ci fa incontrare per santificarci sul nostro lavoro, nel luogo dove abitiamo, nella nostra comunità  territoriale”.
E mi pare bellissimo che fra le tante iniziative da lui prese per questi poveri, Osvaldo abbia ritenuto suo compito costante quello della catechesi prematrimoniale alle giovani coppie, trasferendo in esse, con sapienza commossa, tutta la sua esperienza nuziale.
Non è possibile seguire l’itinerario e gli ulteriori sviluppi del pensiero e dell’azione di Osvaldo diacono, negli ultimi sei-sette anni della sua vita. Il suo contributo, a un tempo ecclesiale e civile, è documentato da alcuni dei suoi scritti più organici e impegnativi: come quello meno recente “Vita di fede e impegno politico”, che risente delle discussioni accese in Italia (con ripercussioni tese anche nella Chiesa reggiana e nella parrocchia di Osvaldo) conseguenti al referendum sul divorzio; o gli scritti degli anni ‘80, occasionati soprattutto dal lungo e complesso svolgimento del Sinodo diocesano di Reggio, “Mentalità  del mondo e vita evangelica” e l’altro sul tema “Lavoro, regno di Dio, evangelizzazione” (quest’ultimo con una lunga e profonda analisi del mutamento delle risorse di lavoro in Italia).
A proposito di questi scritti, dei quali non posso riferire le tesi fondamentali, mi permetterò forse di dare un suggerimento alla presidenza e agli organizzatori di questo convegno.
Ma non posso non accennare a due passaggi dell’ultimo scritto sul lavoro.
Osvaldo muove da una revisione del lavoro in termini globali: “la prima e fondamentale obbedienza e mortificazione per un cristiano è certamente il suo lavoro tanto più vero quanto più sottoposto a disciplina” e perciò: “fondamentalmente la Chiesa ed ogni suo membro devono riflettere sulla propria obbedienza al Vangelo del lavoro, se il proprio lavoro è secondo l’esempio di Gesù e la parola sua e degli Apostoli”.

E correlativamente la sua concezione della evangelizzazione, a proposito della quale Osvaldo si pronuncia in modo non meno duro contro “la concezione dell’evangelizzazione che la restringe ad attività  specifiche al tempo libero. Essa può essere esplicitata in attività  specifiche […] soltanto se c’è stato un impegno sul senso del nostro lavoro e sul problema della nostra amorosa convivenza con coloro che assieme a noi quotidianamente lavorano”.
Mi sia consentito di dire che ancora una volta qui appare in pienezza l’unità  di tutta la personalità  e dell’opera e della vita di Osvaldo.

9.Amorosa convivenza

In Osvaldo è impossibile distinguere fasi, stadi, impegni.
E’ impossibile soprattutto distinguere una parte laica e una parte ecclesiale: l’architetto e il credente o il diacono. Egli è stato, in tutto, entrambe le cose ad un tempo, unificate da un unico trasporto di amore per tutti e per tutto.
Nelle ultime settimane della sua malattia implacabile, in mezzo a crisi di soffocamento quasi continue che facevano temere spesso la fine, egli trovò ancora il modo di dettare una lettera per una ragazza di colore della sua parrocchia, che aveva perduto poche ore prima un fratello in un incidente:

“Carissima Adia,
ho saputo poche ore fa dai ragazzi che tornavano da Messa la notizia della disgrazia che avete subito.
Ti dirò che ho pensato subito a tua madre, che con il suo coraggio e la sua determinazione ha tanto fatto per voi, portandovi a vivere qui a Reggio e cercando di darvi istruzione e cultura simile a quella del paese che vi ha accolto.
Vorrei quindi che prima di tutto le mie condoglianze fossero rivolte a tua madre e alla tua cara nonna, che come sai mi è molto simpatica perché mi ricorda la nonna di Timoteo, amico di S. Paolo, che assieme alla sua mamma avevano allevato i figli nella fede in Cristo Gesù.
Come sai sono qui ricoverato in ospedale ammalato abbastanza gravemente e sto dettando questa lettera a mia figlia Anna che te la consegnerà .
Volevo però consolarti ricordandoti che, per i cristiani, i morti sono coloro che riposano, i dormienti, aspettando la risurrezione; la risurrezione che ci è stata promessa appunto con la venuta di Gesù. Tu che canti in chiesa la Sequenza di Pasqua ricordi a tutti, cantando, quello che oggi può consolare nella speranza te stessa: Il Signore del/a vita era morto, ora il Signore è vivo e trionfa.”

Così Osvaldo si è avvicinato giorno per giorno alla sua morte: con il solito pudore non parlandone, ma lucidamente ritornando nelle due ultime settimane nella sua casa, nella sua famiglia, circondato dai suoi figli e dai suoi amici e dai suoi poveri, partecipando alle liturgie animate dai suoi canti, vivendo così la morte, tanto dolorosa e faticosa, in modo comunitario: vivendo la stessa morte in una “amorosa convivenza”.

Questo intervento di Giuseppe Dossetti è stato presentato il 2 dicembre 1988 al Convegno su O. Piacentini organizzato dalla sezione regionale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU).

E’ stato pubblicato in O.Piacentini, “Senza stancarsi mai – scritti di un cittadino diacono”, edizioni Diabasis, 1999, Reggio Emilia.

 

“Conquistarlo [il mondo] significa, pel cristianesimo, penetrarlo dall’interno, operare in esso come il lievito nella pasta: rispettando la pasta, operando delle integrazioni, delle purificazioni, delle elevazioni: non veni solvere, sed adimplere. Il mondo che si schiera davanti alla chiesa non è un “nemico” da abbattere, è un “amico” da amare, un “malato” da guarire: amare il mondo, rispettare il mondo, redimere il mondo perché in esso si articola il corpo di Cristo.”
G.La Pira (1947)

LA COOPERATIVA E LA CITTA’

di FRANCO VALLI

La Cooperativa Architetti ed Ingegneri è il tema che mi è stato proposto e che volentieri ho accettato perché sono consapevole che in essa Osvaldo ha manifestato tanta parte della sua personalità , del suo impegno, dei suoi ideali.
La prima considerazione che voglio fare è sulla nascita della cooperativa, nascita certamente legata alla città .
Solo a Reggio una esperienza del genere poteva nascere e consolidarsi.
Era il 1947 e fu solo 25 anni dopo, negli anni 70,che in Italia, in diversa situazione storica, si formarono altri gruppi simili.
Bisogna considerare che, cinquanta anni fa, l’idea di ricercare sinergie nella collaborazione intellettuale, nella interprofessionalità  , nelle specializzazioni era assolutamente rivoluzionaria.

“Mi piace quella stimolante combinazione fra lavorare insieme e vivere insieme che il cinema offre. E’ anche per questo che mi ritengo un neorealista.
Ogni ricerca che un uomo svolge su se stesso, sui suoi rapporti con gli altri e sul mistero della vita e’ una ricerca spirituale e – nel senso vero del termine – religiosa. Suppongo sia questa la mia filosofia.
Faccio i film nello stesso modo con cui parlo alla gente, si tratti di un amico, di una ragazza, di un prete o di chiunque altro.
Nel cinema, come nella vita, bisogna tener conto delle esperienze che la vita ci offre, di quelle che si applicano a noi e agli altri.”
Federico Fellini (1961)

Inoltre l’attuazione di questa idea era anche vagamente illegale.

Infatti, dopo la fine della guerra, era rimasta in vigore la legislazione che regolava gli studi professionali associati, emanata nel 1939 per impedire ai professionisti ebrei di lavorare associandosi anonimamente con altri.
Questa legge è ancora in vigore oggi e, solo dieci anni fa, nell’aprile del 1990, il Consiglio di Stato ne ha reso inattuale l’articolo più vergognoso.

Comunque il problema della interprofessiomalità  nelle società  professionali non è ancora stato risolto. Qualche passo per dare alle attività  professionali un assetto legislativo più moderno e congruo con quello vigente negli altri paesi europei era stato fatto ai tempi del governo Prodi ma, dopo la caduta dello stesso governo, tutto è stato di nuovo accantonato.

Non erano poche quindi le difficoltà  che allora ci potevamo aspettare.
Tuttavia, a Reggio, lo statuto della Cooperativa e le sue successive varianti sono sempre stati regolarmente omologati dal Tribunale che ne ha sempre vidimato tutti i bilanci annuali .
A Reggio avevamo anche altri vantaggi. Reggio era una piccola città  e, prima del periodo fascista, aveva avuto una grande tradizione di democrazia diretta e di associazionismo nel campo del lavoro.
La guerra aveva contribuito a maturare una naturale opposizione a qualsiasi vincolo antidemocratico ed a ricercare aperture culturali fuori dai confini del paese.
Le piccole dimensioni della città  facilitavano i rapporti; i giovani nati nell’intervallo di un lustro avevano molte probabilità  di avere o di avere avuto un qualche rapporto per ragioni di studio, di associazionismo, di sport.

Per meglio comprendere l’ambiente, l’humus cittadino, in cui è nata la Cooperativa architetti, aggiungerò a quanto si dice nel libro che presentiamo sulla giovinezza di Osvaldo qualche notizia su di me e sui giovani che poi la hanno formata (i loro nomi sono riportati nel libro di Osvaldo), sul loro ambiente e sui loro rapporti.

Per tutto il periodo del ginnasio e del liceo sono stato compagno di classe dell’amato fratello di Osvaldo, Bruno che, a volte, mi parlava di lui e della sua attività .
Eugenio Salvarani era compagno di classe di mio fratello Romolo.
Athos Porta, tramite una appassionata insegnante del tempo, aveva avuto, fin dalle elementari, occasioni di incontro e di studio con mio fratello e con me.
Certamente Antonio Pastorini, Aldo Ligabue e Athos Porta hanno avuto rapporti di studio con Osvaldo durante il periodo di comune frequenza delle scuole superiori.

Per Ligabue, Pastorini, Porta, provenienti da famiglie di artigiani, commercianti, agricoltori, tutte di consolidato orientamento socialista, le scelte ideologiche sono state certamente semplici e naturali.
Osvaldo, educato in un clima familiare ostile al fascismo, era man mano maturato con esperienze che, in momenti e circostanze diverse, lo portavano a privilegiare l’impegno diretto a favore dell’uomo, in aiuto e a servizio di chi ne avesse più bisogno.
Sia la mia famiglia che quella di Eugenio Salvarani facevano parte della borghesia professionale della città ; avevano tendenze fondamentalmente liberali, ma ben scarsa palese opposizione verso l’illiberale regime del tempo.
D’altra parte, nella mia famiglia, vigeva un ambiente particolarmente aperto da un punto di vista culturale. La mia libera formazione avvenne con pochi maestri, qualche amico appassionato lettore di libri proibiti, qualche raro ed intelligente professore di liceo che, pur con la prudenza necessaria, ci spinse a guardare la storia con occhi più critici. Voglio ricordare la professoressa Costa con cui anche Osvaldo ha avuto successivamente consuetudine e rapporti di stima ed amicizia.
Nel 1943, a 19 anni, al compimento del mio processo formativo erano presenti in me molta confusione, un generico senso di ribellione verso i costumi del tempo, un certo anarchismo ma nessun vero legame o contatto con le opposizioni organizzate che, poco dopo, daranno vita alla Resistenza.
Dopo l’8 settembre 1943, dopo una serie di vicende in molti casi simili anche se meno drammatiche di quelle vissute da Osvaldo e ricordate nel libro, al mio ritorno dalla Germania a fine estate del 1944, la mia situazione comporterà  la ricerca di soluzioni individuali ai miei problemi, utilizzando vari espedienti (licenze, ospedali, nascondigli). Di questa scelta, di non aver saputo trovare l’occasione, l’idea, la voglia di aderire in modo diretto ed attivo alla lotta per la libertà , mi sono sempre vergognato un poco.

In un ricordo di Eugenio Salvarani, che, durante gli ultimi anni, dalle iniziali posizioni dell’associazionismo cattolico si era avvicinato man mano al partito socialista, l’ on. Felisetti ha detto che questo era avvenuto “per una scelta laico-culturale di libertà  che non conteneva abiure, ma soltanto ricerca di spazio” e ne ricordava ” la profonda convinzione nelle sue idee e il dubbio sistematico che lo portava alla necessità  della permanente verifica del confronto.”
Ad Eugenio ero legato da un’antica amicizia, e condivido pienamente il giudizio che di lui ha dato l’on. Felisetti anche se ritengo si debba aggiungere l’inquietudine caratteristica di Eugenio, la necessità  di coltivare sempre nuove idee, nuove sollecitazioni, il desiderio frequente di cambiare, di affrontare nuovi problemi.

Per quanto ne so io, l’idea dello studio tecnico associato, della interprofessionalità , è stata di Eugenio. Eugenio era un fertile produttore di idee, idee che con l’analisi e la discussione comune si arricchivano di altri significati che ognuno dei partecipanti proponeva secondo il proprio modo di sentire.
à stato Eugenio a mettere in contatto me, studente di ingegneria arrivato a Milano nel 1946, con il gruppo reggiano degli studenti di architettura.
Furono Salvarani e Ligabue a prendere i primi contatti con il Movimento Cooperativo a Reggio Emilia

Le vicende e i rapporti vissuti a Milano negli anni del dopoguerra, l’appassionata influenza dell’architetto Franco Marescotti che, assieme all’on. Ivano Curti di Reggio, può considerarsi uno dei padri della Cooperativa, l’impegno di alcuni degli studenti reggiani per una analisi sulle abitazioni e sulle condizioni sociali della città  di Reggio (studio presentato al Convegno di urbanistica alla VIII° Triennale ed, in parte, riportato nel libro che oggi viene presentato), ma soprattutto la convinzione, man mano maturata, che tutte le problematiche legate alla progettazione architettonica dovessero avere un significato etico, un obiettivo anche sociale, furono le occasioni, i motivi che fecero maturare in giovani con orientamenti politici e culturali diversi l’idea, la speranza, di trovare nel lavoro comune la ragione dello stare assieme, il motivo per contenere i naturali impulsi egoistici, la consapevolezza delle maggiori potenzialità  che il lavoro comune poteva offrire.

Come ricordava il prof. Giovanni Crocioni ,durante la giornata di studio tenuta in ricordo di Osvaldo nell’ottobre 1989, e come ancora hanno richiamato sia Crocioni che Pastorini nella pubblicazione a ricordo di Eugenio Salvarani nel maggio 1993, sulla decisione di formare una cooperativa di tecnici ha certamente influito la città  di Reggio, città  dove “l’etica del lavoro rappresentava un valore socialmente diffuso, quasi una sorte di senso comune”, e dove ,nell’immediato dopoguerra era un “clima politico-sociale pieno di tensione e di interesse e un clima culturale non banale ed impegnato e presente sui grandi temi della ricostruzione”.

Alla fine del 1949, con la laurea di Osvaldo e la mia, poteva iniziare la vera attività  professionale.

Osvaldo, all’inizio particolarmente interessato al problema della abitazione, alle caratteristiche che la stessa doveva avere come rifugio familiare e come cellula di una più ampia unità  di vicinato, tese, fin dai primi anni, ad allargare il campo della ricerca.

Di Salvarani ho già  richiamata la viva intelligenza che si esplicava nel lavoro di gruppo e l’inquietudine che lo portò molto presto a ritenere inappagante il solo risultato professionale e a ricercare nell’impegno politico attivo e nel legame con l’Università  una più significativa affermazione personale.
Pastorini, che con la passione e l’attivo interesse per le arti figurative poteva essere considerato il più artista del gruppo, era dotato di una naturale simpatia e di vivace spirito critico sempre alleggerito da una vena di umorismo.
Di Ligabue voglio ricordare l’appassionata partecipazione, la fedeltà  fino ad oggi alle idee iniziali, la tranquilla serietà , la determinazione, la capacità  di portare a fondo studi complessi, qualità  tutte che, negli anni seguenti, l’hanno portato ad assumere la responsabilità  di alcune delle più note ed importanti opere della Cooperativa e ad occuparsi, per anni, con notevole riscontro in campo nazionale, di progetti e di studi sulla edilizia scolastica e sui procedimenti di prefabbricazione.
Silvano Gasparini, di qualche anno più giovane, legato ad Osvaldo per la comune frequentazione del gruppo di S.Teresa, aveva marcate capacità  come architetto, come inventore di spazi, ed era stato da Osvaldo introdotto nel gruppo fin dagli anni della università .

Athos Porta, lasciati gli sudi di architettura per passare ad economia, mantenne per lungo tempo, come studioso di economia, rapporti con la cooperativa.
Durante il 1950 si univano al gruppo Antonio Rossi, pure cattolico, tecnico da tempo esperto di cantieri e di lavori di notevole impegno e dimensioni ed Ennio Barbieri (non Enrico ,come si dice nel libro), che nel gruppo rappresenta un caso particolare.
Studente di architettura a Firenze e non a Milano, di orientamento prettamente liberale , gelosissimo di questa scelta di libertà  che spesso riteneva messa in pericolo dalle pubbliche prese di posizione del gruppo, ma che, condividendone i fini professionali e l’approccio alla attività  di progetto, ha dato, per anni, con grande generosità , una intensa partecipazione al lavoro del gruppo sacrificando a questo obiettivo la conclusione dei suoi studi.

In altra occasione ho definito i primi anni di lavoro in cooperativa come “il periodo eroico”. Non è un modo di dire, è stata una realtà .
La struttura aziendale ed amministrativa era pressochè inesistente, i mezzi economici scarsissimi, non c’erano collaboratori e dipendenti e tutto lo sforzo era affidato al volontarismo ed all’entusiasmo dei soci.
Lavoro durissimo, gomito a gomito, discussione e confronto continuo su ogni fase del progetto, studio a gruppi di soluzioni alternative da sottoporre al giudizio collettivo, notti e notti passate a lavorare, partecipazione a concorsi che richiedevano grandissimi sforzi di lavoro ed impiego di risorse economiche difficilmente reperibili, lotte a volte molto dure per fare affermare il gruppo come tale.

In cooperativa tutto avveniva praticamente senza retribuire i soci. Il lavoro era compensato ad ore in modo uguale per tutti; il compenso orario teorico era dello stesso ordine di quello degli operai edili, ed infine, siccome i soldi disponibili erano pochissimi, il compenso veniva solo in parte pagato a chi ne aveva maggiore necessità  ed allegramente accreditato per il resto in attesa di tempi migliori.

Dopo cinque anni di questo regime la Cooperativa per le opere che era riuscita a proporre e a realizzare era nota in tutta Italia.

Alcuni dei soci fondatori della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia nel 1955:
Da sinistra: A.Pastorini, E.Salvarani, A.Rossi, O.Piacentini, A.Ligabue, S.Gasparini, F.Valli.
Sono assenti E.Barbieri e A.Porta.

à della fine di questo periodo un particolare rapporto con la città : una lunga inchiesta , certamente promossa da Osvaldo in accordo con Don Altana, al Villaggio Catellani. L’inchiesta si riprometteva di conoscere ed analizzare le condizioni abitative e le conseguenze socio-economiche derivate dal trasferimento coatto di un gruppo di cittadini del centro storico, avvenuto una quindicina di anni prima. L’inchiesta impegnò per diversi mesi tutta la cooperativa, si svolse in stretto contatto ed in collaborazione con gli abitanti che vi parteciparono con grande passione ed, alla fine, riuscì ad interessare il potere politico.
I problemi interni derivanti dal contrasto fra il risultato professionale e quello economico, la necessità  di arrivare ad una organizzazione aziendale che desse maggiori garanzie di stabilità  rispetto al volontarismo e soprattutto il contrastante atteggiamento nei rapporti con le istituzioni: l’università , la politica, l’impresa, portarono alla prima scissione del gruppo originario. Nel 1956 Salvarani e Pastorini uscirono dalla cooperativa.

Nonostante la prima dolorosa crisi, che poneva fine alla società  basata sulle speranze e sui rapporti di amicizia giovanili, l’attività  in cooperativa è continuata intensa ed, attorno al 1960, l’acquisizione e il buon risultato di alcuni importanti lavori in Italia e all’estero, consentirono di raggiungere la definitiva affermazione professionale ed un sufficiente assetto aziendale.

à del 1961 il premio INARCH per l’unità  di abitazione Nebbiara e pure nel 1961 è stato assegnato alla Cooperativa il premio della Provincia di Reggio Emilia per le arti figurative e per l’architettura per l’anno 1960.

Dal 1960 ad oggi l’attività  della Cooperativa Architetti è stata molto intensa.
Nell’ambito della progettazione edilizia l’attenzione è stata sempre rivolta essenzialmente agli edifici di interesse pubblico (scuole, ospedali, uffici, mercati, quartieri per la residenza) sia in Italia che all’ estero, agli edifici per l’industria, alla progettazione di opere infrastrutturali, alla programmazione operativa dei lavori.

In questi anni si sono alternati in cooperativa decine di nuovi soci e di collaboratori.
Fra tutti loro e per tutti voglio salutare e ringraziare Paolo Voltolini, da sempre amico carissimo, uomo ricco di straordinaria umanità  e simpatia, che nel 1960, dopo dieci anni di lavoro alle “REGGIANE” come ingegnere industriale, è entrato in Cooperativa e vi ha operato costantemente fino al settembre dell’anno scorso, da quando lotta con coraggio con una dura malattia.
Nei primi anni ‘60, in campo nazionale, il nascente interesse politico-culturale per l’attività  urbanistica e, in campo locale, la nuova consapevolezza della fondamentale importanza della pianificazione urbanistica nella amministrazione della città , portarono all’interno della cooperativa alla decisione di costituire un settore operativo che se ne occupasse con continuità  e col necessario approfondimento.
Di questo settore per quasi 25 anni Osvaldo è stato il responsabile e l’elemento propulsore.
Una sessantina di piani regolatori, a volte in collaborazione con altri professionisti, fra cui quelli delle città  di Reggio, Modena, Parma, Rimini; piani di sviluppo di Comunità  montane, piani comprensoriali in Emilia-Romagna, Marche, Veneto, Lombardia, Piemonte, piani territoriali a scala regionale o nazionale , piani per la viabilità  e i trasporti, progetti di ricerca su normative, metodologie, studi ed analisi sulla popolazione e sui riflessi che le variazioni comportavano per il territorio.
Tutto questo è stato prodotto sotto la guida appassionata di Osvaldo e va a merito del suo ingegno e della sua attività , ma, certamente, è stato possibile perché svolto all’interno della cooperativa

Al proposito Crocioni, dopo aver parlato del “sistema cooperativa” ha detto giustamente: “aspetto essenziale della esperienza di Piacentini è la sua collocazione nella Cooperativa, in una struttura cioè non solo capace di assicurare strumenti e apparati utili ad offrire un prodotto, spesso collocato al di fuori dei canoni correnti delle competenze professionali tradizionali, ma anche in grado di rappresentare un piccolo vero e proprio sistema aziendale, di cui entrano a far parte, nel gioco dei costi e ricavi, le voci proprie di una unità  produttiva complessa: la promozione, l’immagine e il marchio, un’offerta diversificata in termini di marketing, oltre naturalmente ad un quadro di attività  professionali più o meno remunerative, riportate però in equilibrio nel bilancio economico complessivo della struttura”.
Anche Campos Venuti nelle conclusioni alla giornata di studio del 2 dicembre 1988 a Bologna ricordava la funzione quasi di “surroga” dell’ente pubblico assunta necessariamente dalla Cooperativa dicendo: “Alla carenza di finanziamenti Osvaldo suppliva sempre a spese della Cooperativa che così ha impegnato il suo lavoro largamente oltre i limiti previsti dagli ordinamenti e dalla stessa etica professionale. Il modo di Piacentini nella cooperativa ha fatto sì che questa diventasse spesso una istituzione essa stessa, si assumesse cioè un ruolo sociale a vantaggio della comunità .”

Questo è quanto hanno detto due urbanisti, docenti universitari, che sapevano bene quanto fosse difficile riuscire a fare urbanistica applicata senza avere alle spalle una cattedra, una organizzazione amministrativa o culturale che, per sue risorse, potesse assorbire le naturali lunghissime procedure di consenso e di approvazione, la variabilità  degli indirizzi politici, i molti ostacoli per arrivare alla conclusione di un qualsiasi incarico.

Per 25 anni Osvaldo oltre che il propulsore degli studi e delle ricerche, certamente sempre con l’ottica personale di rendere “un servizio”, è stato anche l’intelligente ambasciatore della Cooperativa presso decine di Amministrazioni pubbliche ad ogni livello.

I più fertili ed intensi contatti con la città  ed il suo territorio sono stati, fin dai primi anni 60, i molti studi fatti per la Provincia di Reggio Emilia, e poi, in particolare, dal 1962 al 1974 lo stretto rapporto con l’Amministrazione comunale per la redazione del piano PEEP e del PRG durante lo studio, l’adozione, l’approvazione dei piani e nei primi anni della loro attuazione.

Sempre sul rapporto fra la Cooperativa e la città  voglio riportare alcune osservazioni di due qualificati architetti.
Nel settembre del 1961 Carlo Lucci, scrivendo sull’organo ufficiale degli Ordini degli ingegneri ed architetti, in un lungo articolo sulla città  di Reggio faceva notare la felice opportunità  data alla città  dalla contemporanea presenza di un gruppo strutturato e forte come la Cooperativa e di alcuni altri qualificati studi professionali. La reciproca vigile osservazione, favorita dalle dimensioni della città , e l’influenza che potevano esercitare su tutti gli operatori del settore fanno sì “che tutti si sentono spinti in funzione delle loro capacità  e possibilità  a seguire un generale indirizzo e si sentono in vario grado impegnati nella responsabilità  di qualificarlo”.
A più di 30 anni di distanza, nell’aprile del 1994, Giorgio Trebbi, presentando su “L’architettura” una serie di opere recenti della Cooperativa, scrive :”Questa coerenza fra espressività  formale e mezzi disponibili per conseguirla, sapientemente (e artigianalmente) amministrata produce qualità . Una qualità  che concorreranno a diffonderla gli avvicendamenti fra soci, estendendola anche attraverso altri recapiti professionali, ad una dimensione urbana. In tal senso Reggio Emilia è stata ed è una città  laboratorio”.

Negli anni dal 1975 al 1985 gli interessi di Osvaldo e della sezione urbanistica della cooperativa si erano spostati agli studi sul territorio come “risorsa finita”, alla pianificazione territoriale a scala allargata, ai piani di sviluppo, ai grandi piani di infrastrutture.
L’ultimo progetto di questo tipo che ha dato ad Osvaldo grande soddisfazione è stato nel 1983-1984 il concorso internazionale per la ristrutturazione del nodo ferroviario bolognese e per la costruzione della nuova stazione ferroviaria di Bologna. Al concorso internazionale parteciparono circa 800 tecnici raggruppati incirca 110 gruppi, provenienti da tutti i paesi d’Europa.
Il gruppo guidato da Osvaldo, costituito da tecnici della cooperativa e da alcuni professionisti esterni, fu incluso fra i cinque progetti vincitori ed ammesso al concorso di 2°grado.
Poco dopo la morte di Osvaldo alcune delle idee su cui era basato lo schema urbanistico presentato col progetto sembrava andassero in porto. Rivolgendomi idealmente a lui scrivevo: “Vedremo cosa succederà  nei prossimi anni. Se tutti siamo destinati a portare alla meta il nostro mattoncino, certamente quello che hai lasciato tu è stato abbastanza grosso. à un peccato morire. Aumentano enormemente gli amici e le idee per cui hai lottato quasi quasi sembra vadano avanti da sole. Sarebbe bello esserci.”
L’emozione mi faceva essere troppo ottimista. Del concorso di secondo grado negli ultimi quindici anni nessuno ha più parlato; l’incarico del progetto della stazione è stato dato all’architetto spagnolo Bofil; tutto si è di nuovo arenato in lotte di interesse e di potere.
Si vede che alcuni dei mattoncini che abbiamo cercato di portare al traguardo erano di ghiaccio e, con i tempi che corrono, si sono rapidamente dissolti. Questo sarebbe molto dispiaciuto ad Osvaldo.

Nella foto i soci della Coop. Architetti e Ingegneri di Reggio nel 1982.
Da sinistra: F.Valli, A. Ligabue, N.Ferrari, O.Piacentini, A.Barchi, P.Voltolini, A.Rossi,

G.Lupatelli, E.Grasselli, M.Biagini, E.Guareschi, F.La Vecchia, D.Bonezzi, U.Baldini, R.BevivinoOrmai sono passati quindici anni dalla sua morte, un periodo molto lungo; tante cose sono passate e tante sono cambiate e per uno, come me, convinto che dopo la morte non ci sia assolutamente più nulla se non il riposo e l’oblio, alla partecipazione commossa per la perdita di un amico, di un compagno di tanti momenti, si sostituirebbe il desiderio di razionalizzare, di capire. D’altra parte un vecchio razionalista , come mi sono sempre ritenuto, un poco deluso da questi ultimi tempi, ha imparato ad essere sconfitto anche se continua a ritenere che queste sconfitte non siano una buona ragione per cambiare. Come Margherita Yourcenar, nelle “Memorie di Adriano” fa dire al vecchio imperatore “Sono giunto a quella età  in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata”.
Sono sempre stato convinto ed ancora lo sono che lavorare, essere in Cooperativa ha concesso a me, ad Osvaldo, a quelli che vi hanno partecipato di essere più liberi, di svolgere la professione, il mestiere che avevamo scelto, in modo più libero ed efficace. Recentemente, in occasione della celebrazione dei cinquanta anni di laurea, ho detto che sono orgoglioso di aver operato perché la Cooperativa potesse essere e perché ancora oggi, dopo dieci anni da quando non ne faccio più parte, sia vitale, agisca in tutta Italia e, nei due settori in cui attualmente è distinta (Urbanistica e Progettazione), dia lavoro ad una cinquantina di tecnici.
Sono assolutamente certo che queste osservazioni sarebbero condivise da Osvaldo.
Sconfitto quindi, ma fortunato.

Ed ora , scusandomi per aver troppo approfittato della vostra pazienza, voglio concludere.

Ho letto il nuovo libro con gli scritti di Osvaldo e dai suoi scritti ho imparato ancora meglio a conoscerlo e capirlo. Per tanti anni sono stato suo amico, ho ammirato la sua determinazione, la capacità  di essere uno stimolo, una guida per quanti con lui collaboravano, ne ho apprezzato l’impegno sul lavoro “senza stancarsi mai”, parole che sono state giustamente scelte come titolo del libro; in molti casi ho fatto quanto potevo per dare una mano a quanto si proponeva di ottenere, ho sempre apprezzata la sua coerenza, la fedeltà  “sponsale”, come ricorda don Dossetti, all’idea di partecipazione iniziale, gli ho voluto bene e adesso, dopo tanti anni, mi piacerebbe lasciarlo riposare in pace, nel cuore di quelli che lo hanno amato.

Tratto dagli ATTI del Convegno di presentazione dell’Antologia degli scritti di Osvaldo Piacentini
“Senza stancarsi mai – scritti di un cittadino diacono” svoltosi a Reggio Emilia il giorno 8 aprile 2000.

“La forma cooperativa, tradizionalmente caratteristica della provincia di Reggio Emilia, offriva in tal senso maggiori e più sperimentate possibilità : ampia collaborazione, integrazione ed organizzazione del lavoro, compartecipazione di tutti alle responsabilità  collettive della società , concezione del lavoro come prodotto collettivo e non come opera individuale.
A questa nuova forma di lavoro veniva allora dai più attribuito un valore puramente polemico (…)
L’iniziativa non era nata in realtà  da una intenzione polemica, bensì dalla profonda convinzione che alla base della professione c’è un mestiere che si può apprendere, comunicare, discutere, organizzare.
Non solo: il diverso orientamento ideologico dei soci poteva esso pure constribuire al formarsi di una convivenza estremamente sollecitante dal punto di vista etico e di costume.”
Cooperativa Architetti e Ingegneri di RE, “Trentacinque anni di attività “, Presentazione (1984)