Declino del modello emiliano di pianificazione

Il ‘modello emiliano’

Nella seconda metà  del XX° l’Emilia Romagna è stata un laboratorio di prima grandezza nel campo del rapporto tra pianificazione territoriale e programmazione economica.

Usiamo ancora quei termini (piano e programma) di antica reminescenza del ‘socialismo in un paese solo’, perché sono stati e sono tuttora le facce della medaglia della governance, che comunque anche oggi incombono nelle politiche di governo di ogni Istituzione Pubblica, soprattutto di quella Regionale. Quella medaglia è stata poi definita ‘modello emiliano’.

Quel modello è stato per quasi tutto questo secondo dopoguerra un riferimento per studiosi, urbanisti, economisti, altre regioni, governi, partiti, pubblici amministratori, anche di avverse fonti politiche. Da cosa era contraddistinto? Da una gestione virtuosa del binomio capitale-lavoro per un verso, e per altro verso dal binomio cittadino-Istituzione.

La questione che si poneva nel secondo dopoguerra in queste terre padane, vivaci ed esuberanti, era, con una vulgata tutta nostra, come conciliare il governo territoriale della qualità  della nostra vita, gestito dalle nuove Istituzioni democratiche (pratica di governance) con il conflitto di classe (capitale/lavoro). In Emilia, come forse nei paesi a gestione social-democratica dell’Europa del nord, questo meccanismo si è contraddistinto per una forte capacità  di ‘composizione’ dei termini suddetti, attraverso l’autorevolezza delle Istituzioni (forme di governo strutturate e stabili, ma anche e soprattutto selezionate e elette democraticamente) e per altro da una altrettanto forte redistribuzione di risorse e di impieghi dall’impresa al sociale. Ciò ha consentito un equilibrio di costi nel sistema industriale, che a sua volta ha prodotto forti strutturazioni locali di tessuti imprenditoriali come i distretti, in quasi tutti i settori, dal tessile al meccanico, dall’agroalimentare al turismo della costa.

In questo ‘stato sociale’ del governo dei due binomi, si sono prodotte grandi opzioni e intuizioni: le prime lungimiranti politiche infrastrutturali degli anni ‘60[1], la realizzazione dei servizi sociali al cittadino (scuole per l’infanzia, sanità , trasporti, ecc.) la forte propensione al governo locale dei sistemi ambientali e della ‘sanità  sociale’ dei centri urbani e del territorio, e così via.

Le politiche del riequilibrio (anni ‘70) hanno in questo senso prodotto trasferimenti di risorse dalle aree forti a quelle deboli nel tentativo di rendere omogeneo (ma anche con pericoli di omologazione) lo sviluppo. Una seconda fase (anni ‘80 e primi ‘90) si è caratterizzata con il cosiddetto Sistema Metropolitano Policentrico. Il tentativo cioè di dare per acquisito un livello comune di sviluppo e dunque la possibilità  per ognuno di qualificarsi in un quadro comune certo, accentuando l’autonomia. Uno per tutti è ancora lo slogan ‘Ferrara città  d’arte’, ovvero ‘Ravenna città -porto’, o ancora ‘Bologna-gate’[2].

Deficit di analisi e di tesi

In tutta questa vicenda, virtuosa e progressiva, si sono comunque registrate diverse deficienze di analisi e di azioni istituzionali, a fronte di processi di sviluppo del sistema dei rapporti di produzione capitalistici dell’area europea, ma anche del pianeta in generale. E’ infatti a partire dai primi anni ‘90, che possiamo datare i primi segnali di questa incompiutezza, nonché una progressiva rinuncia a pensare il futuro in sede locale. Il modello infatti aveva prodotto nuovi terreni di competizione, assolvendo peraltro al compito originario di superare la ricostruzione, di avviare processi di sviluppo ed emancipazione civile e democratica, di realizzare, perché no, la sostanziale piena occupazione e un progressivo benessere di massa. Questa nuova condizione, invidiata (!) da altre realtà  regionali, anche europee, che si affacciavano alla ricerca di copie autenticate da portarsi a casa, non ha trovato una capacità  di altrettanta governace e dunque a partire da quegli anni si è riscontrata una certa divaricazione di trends, di ritmi, di velocità  tra Istituzioni e società  regionale. Potremmo affermare che ancora oggi siamo alla rincorsa dei problemi da risolvere, piuttosto che davanti agli stessi, governandone una ricomposizione progressiva.

In cosa consisteva sostanzialmente, a nostro avviso, la deficienza di analisi e riflessione di quegli anni, e tuttora presente, sempre secondo noi, potremmo sintetizzarlo come segue:

una marcata difficoltà  a decodificare processi di intensificazione e densità  di accentramento insediativo ad esempio della Via Emilia, cioè di uno degli assi principali del sistema europeo della rete;

e ancora, a comprendere quali conseguenze la fenomenologia della saturazione avrebbe comportato (insediativa, industriale, demografica, ambientale, logistica, ecc.): fenomeno che caratterizza fasi del ciclo economico-sociale, in particolare nelle aree più mature del capitalismo avanzato, e dunque in aree molto limitate del mondo (Europa centrale, costa orientale nord-americana, aree puntuali del terzo mondo);

una difficoltà  infine a ricomporre in un quadro unitario realtà  anche positive, che in quegli anni si erano manifestate, animazioni locali che avevano prodotto nuovi protagonismi, pur articolati e tuttavia di una qualche rilevanza ai fini di ragionamenti per il futuro (la Romagna, Ravenna, Ferrara, Piacenza, l’Appennino, ecc.), ma che non hanno appunto trovato adeguati spazi.

Ribaltando la questione, potremmo cioè affermare che non si è adeguatamente inteso con politiche appropriate in sede regionale che:

la Via Emilia non è questione emiliano-romagnola;

la saturazione dei sistemi insediativi presuppone idee di riconversione complessa, dei beni e dei sistemi stessi;

che la saturazione non è fenomeno generale che coinvolge tutti ma esclusivo di aree ben determinate della zona matura dell’Europa soprattutto e che in tale esclusività  (cluster sui generis!) l’Emilia è tutta dentro[3];

che in questo quadro le aree regionali più deboli restano deboli, soprattutto nei momenti di crisi e ancora di più nei ‘passaggi’ di fase del ciclo.

Complessivamente, il ‘modello emiliano’ ha senz’altro prodotto una ricchezza generale, ha ottenuto indubbi successi, senza i quali non sarebbe individuato come ‘modello’. La nostra è una delle regioni d’Europa più forti per PIL, occupazione, civismo e coesione sociale, saldezza e salute del sistema industriale, e perché non dirlo, affermazione di un forte sistema di quelle imprese cooperative che si distinguono anche in fasi espansive e mature del ciclo del capitale, eppure in quelle depressive, prospettando una propria vivacità  a dispetto di ogni retorica sull’argomento[4].

In questo quadro sintetico restano, dalla seconda metà  degli anni ‘90, alcuni problemi sul tappeto emiliano del modello di governance che riteniamo tuttora irrisolti. Vediamo in sintesi quali:

il globale, cioè la dimensione planetaria di ogni risposta che può darsi a ogni problema (immigrazioni, cambio stabile delle moneta, energia, ambiente, trasporti e ICT, TLC, eccâ¦);

la ‘saturità ’, già  detta, del sistema insediativo. Aggiungere non si può più. Dunque non si può crescere, ma bisogna sviluppare conoscenza per qualificare, dunque vi è una forte necessità  di innovazione nelle pratiche di pianificazione dello sviluppo urbano e delle dinamiche di occupazione e uso del territorio regionale;

nuovi livelli istituzionali che si impongono nella gestione, per rendere efficaci le politiche di governo (l’euro, l’UE, l’allargamento, il Mediterraneo, l’est meridionale europeo e il medio-oriente, il dopo-dopo URSS);

il debito pubblico allargato, che non conosce alcun tipo di contrasto strategico, ma solo contingenti provvedimenti. Tale fenomeno anche a livello locale diventerà  uno dei primari elementi di discrimine della capacità  di governo e verso il secondo decennio del XXI°, appare sempre più come ‘la’ questione che può anche incrinare i rapporti democratici di coesione;

i rischi conseguenti di declino. Cioè di progressiva perdita della ricchezza fin qui cumulata, soggetta a consumo per la sopravvivenza, piuttosto che per nuovo sviluppo.

Tutte queste e altre fenomenologie dello sviluppo economico da un lato e sociale dall’altro, rischiano di portare anche il modello emiliano a un livello di stress insopportabile, dunque di prefigurare punti di rottura irreversibili. Il modello tuttavia si è anche realizzato e ha dato i risultati positivi descritti sommariamente, anche in virtù di una notevole capacità  regionale di animazione del rapporto tra programma e piano. Da questo punto di vista l’elemento di forza è stata la corrispondenza, in taluni casi la coincidenza, tra Piano Regionale di Sviluppo (poi PTR) e legge urbanistica, cioè sistema di regole applicative del modello.

Oggi, anticipando qualche osservazione successiva, si può affermare che la Regione Emilia Romagna ha scelto (?) la diversificazione, ovvero il superamento di tale coincidenza tra le buone pratiche di programmazione e le buone pratiche di pianificazione. Altrimenti, diremmo che non è stata in grado di affrontare con sufficiente capacità  le sfide che il modello stesso aveva prodotto per una sua successiva ri-edizione. Tra il dire e il fare si è aperta una diaspora di governance.

Emilia – globale

Nell’impostare un nuovo quadro programmatico, cioè uno scenario condivisibile che offra sia le garanzie di mantenere in essere quel modello, e contemporaneamente impostare soluzioni alte e di spessore adeguato alle nuove questioni sul tappeto, si devono assumere e costruire necessariamente nuovi modelli, abbandonare superati schemi di località  del governo, e così via. E’ della fine del secolo l’approccio al nuovo PTR e il varo della nuova legge urbanistica. Forse un tentativo in tale direzione.

Già  si è detto che a metà  degli anni ‘90, uno schema di PTR che poi non ha riscontrato grandi successi, fu lo slogan di ‘Bologna-gate’. Cioè l’intuizione che si doveva spostare il terreno del governo delle contraddizioni dal locale al globale. Banale, ma vero.

Quell’idea non ebbe tuttavia grande appeal, perché forse metteva in discussione, non il modello in sé, ma il modo di governarlo, ponendo il problema di nuovi orizzonti della stessa pianificazione territoriale e della pratica della programmazione.

Ma quell’idea metteva in crisi anche una pratica politica di lungo corso, incentrata sull’autonomismo locale delle realtà  varie che l’Emilia Romagna si era in qualche modo conquistata con il disegno dei riequilibri territoriali dei sistemi policentrici e così via.

La mancata consapevolezza che ormai non è più possibile una politica locale per il governo regionale si è tuttavia, a nostro avviso, accentuata. In questi ultimi dieci anni, si sono accelerate e aggravate le caratteristiche di questa insufficienza.

Il quadro originario degli indirizzi del PTR, poneva in verità , con una propria autonoma consapevolezza il problema di affrontare questa nuova dimensione: assumere nuove analisi e nuovi schemi, come già  detto, che ormai datano alla metà  degli anni ‘90, elaborati soprattutto da scuole di geografia, di urbanistica e sociologia urbana, piuttosto che da una scuola strettamente definibile di urbanistica classica.

Scuole che hanno trovato sponde nelle analisi e nelle tesi di programmazione dello spazio comune europeo della Commissione, laddove i grandi scenari continentali del futuro prevedono appunto un sistema urbano europeo unico, integrato, solidale e soprattutto soggetto a tecniche di governance molto omologabili. Di qui le politiche di Interreg, Urban, Fondi strutturali, tutto ciò che ne è seguito con l’ultima tornata 2007-2013.

L’analisi dunque non è strettamente intellettuale, ma immediatamente politica. Politica in quanto affonda fin da subito i propri presupposti in azioni e programmi già  in atto che l’UE gestisce e che dunque si riverberano inesorabilmente sul sistema insediativo, sull’apparato industriale, sul sistema formativo, sulle politiche estere e così via, che l’Europa pratica già  oggi per sé e per i suoi paesi membri.

Il PTR nell’originaria versione, tentava di fare di questo scenario la condizione di partenza per formulare una ipotesi concreta di sviluppo locale, mettendosi in rete con l’Euro-scenario.

Si leggeva nei documenti preliminari del PTR (2003)

(â¦)

Per superare tale tendenza e offrire nuove prospettive ai territori periferici altrimenti destinati ad aumentare con l’allargamento dell’UE, è necessaria la creazione di zone dinamiche di integrazione costituite da sistemi regionali di facile accesso internazionale, capaci di mettere in rete città  e zone rurali di varie dimensioni ad esse collegate.

In questa prospettiva di sviluppo equilibrato e sostenibile di comuni e regioni, che pone l’Europa in una posizione di vantaggio rispetto ad altre grandi aree dell’economia mondiale, va collocato il ruolo di Bologna come centro di eccellenza del policentrismo europeo e del sistema regionale, che, nell’insieme, possono costituire una zona dinamica per l’integrazione dell’intera macro regione adriatica, dell’area sud orientale dell’Europa e, in generale, delle aree meridionali del mediterraneo nella prospettiva di sviluppo economico e sociale dello spazio europeo.

(â¦)

La possibilità  che effettivamente Bologna costituisca un nodo riconosciuto del policentrismo europeo e di importanti funzioni globali, è condizionata da un quadro di avvenimenti che comunque incideranno sulle trasformazioni dell’area bolognese e che derivano sia da fattori esterni all’area, difficilmente governabili alla scala locale e regionale, sia dalla capacità  della Regione e dei soggetti istituzionali locali di garantire un tessuto urbano di qualità  elevata, efficiente e coeso.

(â¦)

Rafforzare la capacità  del sistema urbano e territoriale regionale di agire simultaneamente su geografie differenti e su reti di diverso livello, e di elaborare strategie territoriali appropriate e coordinate fra questi livelli. Si tratta di agire: in uno spazio europeo generale di relazioni economiche, tecnologiche, informative a carattere globale; in uno spazio centro-europeo meridionale che si sviluppa per direttrici prioritarie (la direttrice meridionale europea est-ovest Lione-Pianura Padana-Lubiana, la direttrice adriatico-danubiana a nord-est, la direttrice adriatica a sud-est, la direttrice Tirreno-Brennero a nord) e nello spazio padano, nei quali il sistema regionale può svolgere un ruolo di leadership/partnership in ambiti molteplici (industrializzazione di base, infrastrutturazione, cooperazione in campo ambientale); nella euro-regione adriatica, in cui, su un orizzonte a più lungo termine a causa di protratti problemi a carattere politico-diplomatico, è possibile costruire uno spazio di cooperazione ‘naturale’ date le forti interdipendenze a carattere ambientale e trasportistico e le necessità  di integrazione economica e sociale; nello spazio appenninico, attraverso la strutturazione di una ‘politica di massiccio’ che superi una ‘politica di versante’ limitata ai confini amministrativi regionali.

Assumere nell’azione pubblica un’ottica di ottimizzazione dell’uso di risorse scarse, più che di espansione quantitativa. Ciò riguarda: le risorse infrastrutturali attuali (dall’uso delle infrastrutture stradali urbane alla separazione dei flussi di traffico interurbano); le risorse finanziarie energetiche, con riferimento ai loro effetti ambientali; le risorse di suolo; le risorse del patrimonio naturale e culturale.

Realizzare un sistema produttivo regionale integrato, in cui si affermi da un lato una migliore complementarietà  fra i saperi presenti sul territorio e, dall’altro, una migliore distribuzione delle interazioni e della mobilità .

Rafforzare la capacità  di Bologna di costituire un nodo riconoscibile della rete europea delle capitali funzionali, soprattutto nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione Europea che delinea una opportunità  di sviluppo per l’intero sistema regionale se sarà  capace di costituire tutto insieme un riferimento primario per l’integrazione economica e sociale della macro regione adriatica, della parte meridionale dell’Europa orientale e delle aree meridionali del mediterraneo.

(â¦)

Se queste erano le intenzioni, suffragate da una consapevole insufficienza dell’agire regionale e se dunque analisi e tesi erano in qualche modo presenti come tentativo di cercare il nuovo, innovare le pratiche, replicare il modello sulle nuove dinamiche, non si può altrettanto affermare che tali obiettivi abbiano trovato riscontro nei concreti provvedimenti e soprattutto in rinnovate pratiche di governante del PTR edizione 2010[5].

Il varo della legge 20 e le sue recenti correzioni, l’abbandono di uno schema di PTR con l’assunzione di obiettivi molto più limitati e di modesto profilo, nonché l’assenza di uno sforzo di riflessione sulla gestione della nuove pratiche di sviluppo europeo che derivano dal recente Quadro Comunitario e altro ancora, fanno dire che, appunto, tra il dire e il fare si è aperta la diaspora, ma soprattutto, non è scontato il successo delle buone pratiche. Tra il modello storico che pure ha funzionato ma oggi appare superato e la necessità  di governo dei nuovi e più complessi processi non appare cioè scontata la capacità  emiliana di corrispondenza.

In quali concrete condizioni non si è ottemperato al nuovo?

Si potrebbe affermare che la legge urbanistica n. 20 replica un modello tutto interno alla tradizione italiana, senza assumere una visione di assetto regionale. La legge infatti è rivolta a ridefinire le regole edilizie della trasformazione, assumendo un territorio regionale virtuale che non ha riscontri concreti, di vision, di senso di un futuro da immaginare[6].


Critica della ragion urbanistica

Una vera e propria ‘critica della ragion urbanistica’ in questi ultimi dieci anni non è mai venuta nè tanto meno si è affermata, nella cosiddetta cultura della pianificazione, né nella legislazione regionale di nuova generazione, neppure in quella emiliana.

La cosiddetta cultura urbanistica italiana si è infatti lasciata per un verso sopraffare dall’astrattismo di ‘macchine celibi’[7], e peraltro superare nell’analisi concreta di fatti concreti da una elaborazione di economia, sociologia e geografia urbane che proveniva da alcune ‘scuole’ nostrane, di diversa estrazione disciplinare.

Gli urbanisti di un tempo, architetti e gente che aveva a cuore il ‘disegno della città ’, cioè un governabile processo di sviluppo urbano ove il piano è architettura stessa e viceversa, pare non ci siano più. E’ inutile negare.

Una critica politica, da avviare senz’altro, e che deve essere raccolta e approfondita ma che non si vede in questo momento chi possa farla. E’ necessario cominciare a partire dagli ambienti degli operatori concreti del piano. Non vi è Istituto, Partito, Organismo, e nemmeno Scuola, ove ciò oggi sia ritenuto possibile. E’ anche questa una delle questioni che vede oggi dominante una egemonia di (non) senso verso la città , il paesaggio e il territorio.

Per un verso l’economicismo di maniera di questi anni e peraltro la critica all’incombenza della P.A. nei processi di sviluppo (!) del Paese, concorrono ad affermare una tendenziale incuranza dei temi dell’urbanistica. Da parte di forze, che spesso si sono auto-referenziate come attori di progresso, dunque pertinenti per promuovere ‘nuovi modelli di governance’ delle città , si è operata una ormai mostruosa costruzione normativa, accolta in quasi tutte le Regioni, per cui oggi ampi spazi di legittimità  e costituzionali ancora debbono essere colmati nelle stesse leggi, in continuo perfezionamento. Di fronte a questo stato di cose diviene ineludibile mostrare alcuni nervi scoperti delle esperienze regionali in atto, individuando una delle principali contraddizioni nello scarto tra tempo del piano e processo di trasformazione. Questo è uno dei nodi cruciali non solo nella pratica amministrativa di gestione, nell’ambito dunque della operatività  a valle del disegno di piano, ma cruciale anche e soprattutto poiché pone una questione generale di impostazione e per una riscrittura della legge urbanistica regionale (nel nostro caso quella emiliana). La questione è se non sia più congrua una legge che affronta pratiche di pianificazione per problemi e questioni che in ogni regione siano emergenti, e dunque si articoli per progetti piuttosto che per livelli di competenze, di ambito e giurisdizione e di conseguenza per pratiche che omologano territori che omologati non sono.

L’adesione di processi di trasformazione a tempi di governo degli stessi, che il piano dovrebbe garantire è in questo senso ‘il’ problema di oggi e del prossimo futuro, soprattutto in aree del Paese tra le più sviluppate d’Europa e del mondo, ove il tempo non è una variabile indipendente dal processo di sviluppo, ma anzi una sua componente essenziale.

Appare cioè debole, in termini disciplinari e culturali, una legge che replica un modello (del ‘42) ribaltandone le articolazioni e/o inserendovi aggiustaggi che la complicano, ma che in sostanza affronta un territorio virtuale e non reale. Non è riformista questa legge, essa è tutta dentro il modello in essere.

Un modello peraltro semplice, che ha consentito in cinquant’anni un (discreto) governo di processi semplici e proto-capitalistici, nel passaggio del Paese da uno stato agro-industriale a industriale tout-court. Oggi la questione appare molto più complessa.

A dieci anni ormai dal varo definitivo della L.R. 20 dell’Emilia Romagna, gli ‘aggiustaggi’ che la L.R. 6/09 opera appaiono terribilmente insufficienti e dare all’Emilia Romagna un rinnovato primato nelle ‘buone pratiche’ della pianificazione. Ormai quasi tutto il quadro legislativo regionale-locale italiano è più o meno allineato a un superamento del vecchio apparato strumentale di pianificazione e tutto teso a una forte vocazione alle pratiche ‘concertative’ con il privato. Ciò tuttavia non appare sufficiente. Già  la 20 non affrontava i nuovi orizzonti di sviluppo che il contesto europeo tendeva a intravvedere per i propri territori e per le ragioni del proprio sviluppo, di conseguenza auspicando nuove pratiche di governo territoriale(ambiente, saturazioni, processi di declino, diversificazione, immigrazione, debito pubblico, insosteniblità  del welfare, ecc.). Mi si può facilmente obiettare che così si rivendica una sorta di autonomia intellettuale della disciplina e che tale autonomia può avere un riscontro storico di verità  solo tramite la politica. Non nego che prima di immergersi in una verifica di verità , la disciplina debba costituirsi in una sua autonomia. Anzi è proprio ciò che possiamo contestare al varo della 20: l’assenza predominante di caratteri disciplinari urbanistici autonomi, come tecniche di supporto a una politica. La prima questione cioè che appare chiara nella approvazione della 20 è un passaggio da pratiche urbanistiche a pratiche ‘politiche’ nel governo territoriale. Questo fatto ha denotato proprio per l’Emilia (!) l’abbandono di un lavoro di ricerca di nuove tecniche che arricchissero l’urbanistica, intesa come disciplina utile a una politica (e non viceversa), abbracciando invece la politica tout court come tecnica capace di governare il piano (PSC). Fallace salto di presunzione che oggi appare in tutta evidenza. In realtà  la legge, anziché tentare di codificare nuovi ambiti giurisdizionali del governo territoriale, ha tentato di rinnegare il passato (1150/42) e di costituire una frontiera di novità  con nuove articolazioni (PSC, POC, RUE, ecc.). Tuttavia questo fronte ha mostrato le proprie insufficienze ben presto e tuttora le recenti correzioni non le risolvono, ma tentano un riformismo sui generis con una riattribuzione di pesi, per cui il PSC è sì la strategia, ma non ha valore conformativo (!). Questo non-valore la dice lunga sul dietrofront (politico), rimettendo in ballo il valore del POC (il nuovo vero PRG!), dunque ritornando a pratiche più conosciute e, forse, ritenute più utili al negoziato locale corrente.

Non si vuole prendere il toro per le corna!

Bisogna prendere atto di una generale insufficiente riflessione attorno alle nuove necessità  che l’urbanistica deve affrontare, e contemporaneamente del deserto politico che presiede tale insufficienza elaborativa, una volta molto articolata in consultazioni, confronti e ascolti sociali diffusi, prima di divenire atto deliberativo.

Sarebbe infatti utile consegnare alle nuove Amministrazioni Regionali un ruolino di marcia che con riferimento a tale questione si ponga l’obiettivo (politico) di ricostruire un filo diretto tra PTR, legge urbanistica, strumenti di settore, livelli di pianificazione da un lato, grandi questioni locali di piano dall’altro.

La Legislazione Regionale infatti appare quasi applicata a un territorio virtuale, non al territorio hic et nunc. Le questioni di governo dei processi non sono gli stessi per tutte le regioni italiane e tanto meno Europee. Anche con riferimento a tale aspetto, la legge emiliana ad esempio tenta di farsi nazionale, astenendosi da un contesto proprio, ove le questioni hanno una loro contingenza fisico-territoriale non omologabile ad altri pezzi dello stivale e contemporaneamente ambisce lanciare messaggi espliciti di riforma generale della vituperata 1150. Anziché operare su questioni che attengano un uso maturo delle contraddizioni capitalistiche del territorio, per come esse si manifestano nella valle padana, la legge si alza a giudizio generale sui principi e induce una riforma che tuttavia non è applicabile all’intero Paese così come qui si immagina. Anche questo è stato uno dei passi falsi che politicamente hanno impedito probabilmente l’assunzione piena di tale questione (una nuova legge urbanistica nazionale) nei programmi, veri e concreti e nelle relative azioni di governo, da parte della compagine di centro-sinistra. Tanto meno del centro-destra. In questo senso il danno politico è tale per cui il recupero di una cultura progressiva di amministrazione del territorio con rinnovate regole e strumenti appare molto ardua, dopo ben dieci anni di vigenza di tale quadro normativo, nonché delle sue imitazioni locali più o meno riuscite. Si tenga conto infatti che le Regioni Italiane sono state governate dal Centro Sinistra pressoché tutte da oltre un decennio, pur con alterne vicende. Ciò ha aggravato il danno sopra menzionato. Le grandi questioni di come riappropriarsi, ad esempio, della Via Emilia, ovvero la riconversione dei petrolchimici, oppure come affrontare processi di saturazioni urbane e metropolitane di territori come la costa turistica romagnola da Comacchio a Cattolica, la riorganizzazione dei distretti tanto celebrati negli anni ‘70 e ‘80, e via dicendo sono i nodi di cui la legge urbanistica emiliana non può più non farsi carico[8]. Ma è evidente che abbinare urbanistica a formazione dei bilanci locali, ridistribuire gli standards su parte dello stato patrimoniale e dare alla dimensione europea il respiro che le spetta in ogni pratica di governo dello sviluppo (non crescita) urbanistico, attiene i nuovi capisaldi di un ‘fare’ orientato a risolvere concretamente le questioni, piuttosto che ad autoreferenziare il proprio esistere tramite il negoziato POC su regolamenti edilizi, RUE, ecc…. Piuttosto infatti che una legge applicata a un territorio virtuale, l’Emilia e con esse le altre Regioni avrebbero avuto la grande occasione alla fine del XX secolo di immergersi in nuove elaborazioni ed esperienze di governo e pianificazione di questioni mature ed avanzate di tale spessore per questa formazione economico-sociale da poter, esse si, rappresentare ‘il modello’ di nuova generazione. L’urbanistica infatti non solo è norma di conformazione morfologica, ma è anche ‘disegno della città ’, disegno del territorio cioè del paesaggio, del paesaggio agrario, della non-città . Disegno qui non è sfizio dell’architetto, è immaginazione di un futuro dell’organismo urbano. Nel nostro contesto la legge va in altra direzione, tentando di difendere la città  dal suo sviluppo, dalle sue contraddizioni, che sono invece la sua forza e la sua vivacità , ciò che fa vivere la città  stessa. L’aridità  disciplinare e culturale ma anche di analisi storica che tale impianto rappresenta creerà  nuovi impasse di governo del territorio, poiché non è sufficiente il pragmatico concerto politico/istituzionale attorno al PSC a rappresentare volontà  condivise di sviluppo e nuovo benessere. C’è anche bisogno di strumenti che rappresentino tali auspici, di momenti ideali di confronto circa le opzioni programmatiche, che la legge non copre, riducendo appunto l’urbanistica a ciò che sopra ho cercato di descrivere. Ci troveremo infatti presto ad affrontare ancora perfezionamenti delle nostre normative ‘sempre a rincorrere i guai’, piuttosto che a prevenirli.


[1] Tutti ricordiamo lo ‘schema’ territoriale emiliano di progetto, della Consulta Regionale del ‘68.

[2] Cfs ‘La regione globale’, a cura della D.G. 7, giugno 1997 â Regione Emilia Romanga. Si veda anche: Regione Emilia Romagna docup obiettivo 2, 2000/2006.

[3] L’Emilia è tutta dentro questo fenomeno assieme alla Padania, diversamente dal resto del Paese. Cio’ avrebbe dovuto comportare una consapevolezza del ruolo nazionale che l’esperienza di governance locale poteva rappresentare.

[4] Anche a tale riguardo non è stata acquisita una sufficiente capacità  di replica del modello verso altre realtà  pur con le dovute declinazioni. Non a caso le Regioni Padane, in primis Lombardia, possono essere considerate simili in tale lettura.

[5] Si veda il documento: Piano Territoriale Regionale dell’Emilia Romagna. Una regione attraente. L’Emilia Romagna nel mondo che cambia. Del Ass. Reg. n. 276 del 03/02/2010.

[6] manca immagine

Si vedano in questa elaborazione Censis le condizionimegalopolitane della condizione emiliana nella Valle Padana.

[7] Si veda Roberto D’Agostino sul n. 299 di Urbanistica / Informazioni.

[8] Non possono certo essere una successione di POC contigui tra loro a ricollocare la Via Emilia su obiettivi di riconfigurazione !!

L’importanza delle domande e del dialogo nella pianificazione ed in un mondo ora non fatto più esclusivamente e potenzialmente di soli partecipanti relatori.Il ruolo dell’Open Space Technology tra non-Conferenze e partecipazione.

Indice

1. Una lunga introduzione sull’importanza delle domande e del dialogo anche in pianificazione (se ancora non fosse chiaro!)

2. Lo sconvolgimento dei modi canonici di relazionarsi: le Non-Conferenze

3. Quante storie per un caffé: potenzialità  del metodo dell’Open Space Technology (OST)

4. Tra dire e fare: l’OST, la pianificazione ed il partecipare

5. Note, neppure tanto a margine, sull’importanza di un’attenzione metodologica nella pianificazione

 La comunicazione perfetta esiste. Ed è un litigio.

(Stefano Benni)

 

La questione è comunicare, la lingua

che si usa per farlo è irrilevante.

(Aldo Nove)

 

 

A distanza di un anno dalla conclusione della raccolta di saggi Paradise L’OST? questo articolo riprende, a partire ancora una volta dal metodo dell’Open Space Technology, il discorso tra metodi e partecipazione, per sottolineare l’oscillazione nella pianificazione tra presunti ‘poteri forti’ e ‘poteri deboli’, in un mondo dove le asimmetrie si stanno sempre più complicando e smussando, e dove nuovi protagonismi aprono le vicende democratiche ed amministrative ad un dominio pubblico, discusso o partecipato che sia. Un discorso che parla di domande aperte, di un dialogo da attivare e di un’incontenibile emergente coralità , che la pianificazione, volente o nolente, ora non può più evitare.

1. Una lunga introduzione sull’importanza delle domande e del dialogo anche in pianificazione (se ancora non fosse chiaro!)

Meravigliosa modernità ! Con tutte le scoperte tecnologiche e con i vari avanzamenti professionali e disciplinari ancora si riscopre la tradizionale conversazione e la si usa per la risoluzione non tanto di problemi semplici, routinari e quotidiani, quanto di problemi ‘complessi’, in tempi compressi ed in campi dove il suo utilizzo poteva sembrare inadeguato ed inimmaginabile.

Anche la pianificazione si è accorta, a volte, che il suo binomio ‘organizzazione e governo del territorio’ necessitava di una ‘attenzione comunicativa’. Lo indicano, per fare alcuni esempi, le aperture soprattutto dei Programmi complessi, altrimenti noti come Programmi integrati, a partire dagli anni novanta, e la riscoperta ancora precedente della progettazione contrattata, partecipata e negoziata. Anche le teorie e gli autori hanno registrato questi cambiamenti. E. R. Alexander (1986), nella sua carrellata dei ruoli ricoperti dai pianificatori, ci parla dei pianificatori ‘facilitatori’ (pianificatore levatrice di W. C. Baer), che assistono il processo decisionale e lo sviluppo delle politiche, o ancora ci ricorda dell’esistenza di pianificatori che consigliano (pianificatore consigliere di M. F. Krieger), in maniera non generica naturalmente, altrimenti anche un prete o un vicino di casa potrebbe aspirare a ricoprire il ruolo professionale del pianificatore. E non trascura nemmeno di mostrare i pianificatori come interpreti o comunicatori, spostando, come sostengono altri autori, il focus dell’azione di questa figura professionale sul processo di interazione sociale e sulla qualità  delle informazioni da veicolare. Cambiamenti tutti che propongono una nuova definizione delle pratiche della disciplina. «Il processo di pianificazione, allora, è un dialogo che procede all’interno del pubblico partecipante, con l’attiva mediazione del pianificatore, per arrivare ad un consenso sociale su quello che accade e su cosa si può fare per cambiare quello che va male» (Alexander, p. 116).

Visto che occorre una maggiore apertura dei ruoli, una messa in discussione degli operati e dei saperi, una revisione della mission e della legittimità  d’azione, l’incertezza rende necessaria la flessibilità  di questo tecnico. Una flessibilità  che deve esplorare molte questioni. Per questo, in quegli stessi anni, Friedmann (1987) ricordava che le conoscenze teoriche delle discipline, e della disciplina pianificatoria in particolare, sono una ‘conoscenza in discussione’, di cui si deve mettere in evidenza la dinamica e la continua vicinanza alla crisi. Anche la pianificazione e le sue teorie sono divenute così oggetto di argomentazioni e contro-argomentazioni, «anche quando sono le ‘migliori’ teorie disponibili al momento» (Friedmann, p. 81), poiché la conoscenza si lega indissolubilmente a qualche forma di pratica (quindi anche interazione comunicativa) e si qualifica «solo nella misura in cui produce conseguenze sul mondo reale» (Friedmann, p. 82), dando sempre più enfasi alla conoscenza come processo sociale aperto e dinamico. Nessuna teoria e nessuna pratica sono ora invulnerabili e protette dietro alle proprie ed autoreferenziali ‘mura’ disciplinari. Tutta l’azione e l’armamentario delle discipline e delle professioni sono socialmente attaccabili e criticabili. Altri ancora diranno (Schà¶n, 1999) che il professionista dovrà  essere riflessivo per potersi divincolare dalle varie concrete situazioni ed al tempo stesso per recuperare conoscenze utili anche dall’esperienza o dalla riflessione sul suo operato, quale che sia l’esito ottenuto, a supporto, sostegno ed implementazione di quelle che già  possiede per formazione.

Occorre, dunque, un uso consapevole e ‘pesato’ di tutto quanto rientra nel proprio operato, dalle tecniche ai modelli, dalle teorie ai linguaggi. Il potere di ogni disciplina, il suo prestigio e la sua influenza sono ora flessibili ed integrabili, ragionati e negoziati. Non sono più un qualcosa di esclusivo e di indiscusso, a volte quasi occulto, afferente ad una ristretta élite. Le discipline e le professioni, sebbene corporativizzate, sono costrette a scendere allo scoperto e a mostrarsi senza privilegi e difese. Aspetto questo che, forse, potrebbe permettere alle stesse di reinventarsi e di rafforzarsi. Non che questo sia nuovo ed inedito. Molte discipline, nel dopoguerra e per tutti gli anni sessanta, si sono composte tra loro dando luogo a discipline ibride molto feconde e nuove, quali  la psicolinguistica, la geografia ambientale, la matematica sociale, eccâ¦ (Le Goff, 1979). La stessa pianificazione trova in quegli anni nuova linfa dalle scienze regionali[1], pur ricordando che essa stessa già  nacque come la disciplina della complessità , componendo le contese di varie diverse discipline[2] nelle città  industriali del XIX secolo. Esempi tutti a riprova dell’ineliminabilità  del dialogo e del confronto, tanto nella vita degli individui e delle collettività  quanto nelle discipline e nelle professionalità .

Ma, a livello teorico, Friedmann arriva ancora oltre ribadendo l’influenza della Scuola di Francoforte, ed in particolare di Habermas, sulla teoria americana della pianificazione, nello specifico sul filone della mobilitazione sociale. E proprio ad Habermas egli muoverà  delle critiche in un tentato dialogo virtuale. «Nell’universo di Habermas il pensiero critico viene innalzato al di sopra dell’’azioniamo’ (riformismo sociale) e dell’’ortodossia ingentilita in chiave marxiana’ (rivoluzione). Nella sua aspirazione ad una verità  consensuale, la vita della mente viene vista come capace di autogiustificarsi. Ma Habermas manca di chiedersi se una critica sociale realmente significativa possa scindersi da ogni pratica sociale, pur rispondendo implicitamente a una tale domanda [â¦]. Dal punto di vista della pianificazione, la separazione dalla pratica politica non è consentita (Ulrich 1983)» (Friedmann, p. 341).

Non è consentito al pianificatore separare la critica dall’azione. E per far questo occorre che la pianificazione si apra ad una nuova ‘dimensione comunicativa’, che è sia interrogazione critica (‘domande’) sia confronto continuo e costante (‘dialogo’). La pratica comunicativa è sinonimo di interattivo, mette in luce il binomio dialogo-interrogazione delle parti e le varie forme che questo binomio assume dalla semplice comunicazione al discorso, alla chiacchierata, al colloquio, alla intervista, per fare solo alcuni esempi a seconda della intenzionalità  (‘perché il soggetto dice qualcosa’, la finalità  e la funzione), della datità  (‘cosa il soggetto dice’, i contenuti diretti e contingenti), della significatività  (‘come il soggetto dice qualcosa’, gli atteggiamenti ed i significati profondi), della contestualità  (‘dove il soggetto dice qualcosa’, la situazione e il contesto in cui ci si trova) dell’interazione.

E dalla naturale azione umana di porsi o di porre agli altri delle domande, nasce la premessa ed il punto di partenza della nostra conoscenza, della conoscenza di una disciplina per trovare una risposta risolutiva a determinate problematiche. Dove questa risposta, è sempre un’occasione per conoscere e svelare i nessi tra necessità  e bisogni, per attivare argomentazioni e richiedere riflessioni su degli argomenti, per convincere o eliminare anche dubbi, discussioni e contese, componendo il conflitto attraverso e nel mezzo del processo.

In alcuni dialetti del sud, addirittura, l’espressione ‘fare questioni’ indica tanto il discutere quanto il litigare o una interazione conflittuale, rendendo l’apparente non-sense di Benni (‘il litigio come comunicazione perfetta’ della citazione d’apertura) una logica presente e fondante la realtà  seppur paradossale. Una logica necessaria. Litigare tanto con gli altri quanto con noi stessi e con le nostre sicurezze, con i nostri paradigmi, con i vari punti di vista, con i vari interessi in questione ed i linguaggi dei vari attori in gioco per verificare certezze, punti fermi e spostare il confine delle questioni, aprirsi. La soluzione è forse nei margini e nelle loro forzature.

Le domande, ad eccezione delle domande retoriche, che domande non sono, instaurano rapporti conoscitivi, analitici ed esplorativi, ma anche valutativi, di controllo e di giudizio. Instaurano dei rapporti comunicativi ed una richiesta sia di relazione che di contenuto. Richiesta che arriverà  fino alla costruzione stessa di relazioni e di nuovi contenuti necessari. Si pensi ai colloqui di lavoro, a quelli clinici, ma anche agli esami, alle domande per avere qualche licenza o permesso, o alla semplice richiesta d’informazioni di qualsiasi tipo, anche di orientamento o di assoluzione. E questo è ciò che avviene o viene indotto attraverso i metodi e le tecniche della progettazione partecipata.

Anche i dati Istat o altri dati in uso nella pianificazione sono frutto di interrogazioni ed interviste, di richiesta di approfondimento rivolta a persone, fonti, databases, eccâ¦ E questo per voler fare solo pochi e semplici esempi.

Ma quando l’interrogazione non ha un fine unidirezionale e nemmeno un’asimmetria forte, allora l’interrogazione si trasforma in dialogo, in discorso tra due o più parti. Che abbia o meno carattere di costruzione, recitazione o sofisticazione, quello che importa e che ci sia un intervento variamente alternato delle parti interessate. Parti che si mettono a confronto, che mettono in campo le loro risorse e che perseguono un qualche chiarimento, con le altre parti, con se stessi, con i propri significati, con quelli esterni, contestuali, sociali, eccâ¦ Confronto volto alla comprensione e alla reciprocità .

E dalla Grecia antica ad oggi, l’affermarsi della pratica del dialogo continua a necessitare di due precondizioni, una particolare forma sociale della comunità  (polis) e l’esistenza di strutture o luoghi di scambio come la piazza (agorà ) o il convito aristocratico.

Considerato come pratica sociale, modello ideologico o anche forma letteraria (si pensi ai Dialoghi leopardiani), il dialogo appare caratteristico di società  a grande e diffusa facilità  di comunicazione.

Paul Watzlawick e colleghi (1967), inoltre, ci hanno ricordato che comunichiamo sempre e che non si può non comunicare, anche se poco sappiamo dei modi non verbali e del fatto che nella comunicazione veicoliamo oltre ai contenuti anche delle relazioni.

Non si può trascurare nemmeno la ‘svolta linguistica’ di tanta parte della filosofia. Si pensi ancora a Jà¼rgen Habermas, ora ritornato in voga grazie all’ancoraggio teorico della democrazia deliberativa. Il suo paradigma conoscitivo intersoggettivo sembra essere una terza via tra le due polarità  ed opposizioni classiche di soggettività  ed oggettività , avendo evidenziato come la comunicazione sia modello di azione sociale, in uno stato democratico, attraverso la legittimazione e la partecipazione alla vita pubblica, ad esempio. Ed è impensabile, al giorno d’oggi, risolvere questioni complesse al di fuori di contesti integrati e plurali, al di fuori di ‘arene deliberative’ (Bobbio, 2002), ovvero di «ambiti fisicamente individuabili in cui le persone si incontrano direttamente e in cui ciascuna di esse ha piena consapevolezza di partecipare a quello specifico gioco» (Bobbio, p. 3).

Date queste premesse, come può oggi la pianificazione essere solo prassi o metodo? Essa oscilla inesorabilmente ed inevitabilmente tra il dire ed il fare, tra la teoria e la prassi, in modo circolare e continuo.

Per non muoversi alla cieca e per risvegliare un sopito dibattito sulla metodologia, le riflessioni che seguiranno si focalizzeranno su una delle tecniche più usate in questi ultimi anni, su un metodo che lavora su ‘conoscenze in discussione’, facendo ricorso all’espressione usata da Friedmann.

Questo metodo è l’Open Space Technology, uno dei metodi inscrivibili nella famiglia delle Non-Conferenze, Word Cafè compreso, scelto anche perché, oltre alla diffusione, è un metodo che ha alle spalle una filosofia dell’organizzazione sociale molto forte e pervasiva, che poggia saldamente sul ‘potere della conversazione’, ancora troppo poco valorizzato, nonostante la sua irruzione nelle prassi istituzionali e sociali.

Ma procediamo per gradi e prima di parlare dei metodi è bene inquadrare la rispettiva famiglia di appartenenza.

2. Lo sconvolgimento dei modi canonici di relazionarsi: le Non-Conferenze

Una Non-Conferenza non è una conferenza, e come il non-luogo, non è ancora tale anche se potrebbe ben presto diventarlo se si presentassero alcune condizioni. La non-conferenza è una conferenza in potenza, una non-ancora-conferenza, una quasi-conferenza per via del fatto che essa non ha nulla di predeterminato, fissato in precedenza da una ristretta cerchia di organizzatori. L’asimmetria tra partecipanti e relatori diventa in questo caso, e grazie a spinte bottom up, una completa identità . E questo impegno, questa attivazione, questo dinamismo sono evidenti anche nel fatto che la non-conferenza è sempre un happening, un work in progress aperto all’improvvisazione e all’iniziativa dei partecipanti. Elemento caratterizzante la non-conferenza è, dunque, l’interattività  tra relatore e partecipanti. Sono bandite le lezioni ex cattedra. La partecipazione è d’obbligo e per aumentarla sono state anche previste nuove protesi tecnologiche di tipo visuale, che hanno permesso la partecipazione anche mediata, attraverso comunità  virtuali.

Il termine di non-conferenza è di recente introduzione (secondo alcuni del 1998), anche se la pratica della stessa risale ad oltre un ventennio, in parallelo all’introduzione ed invenzione dell’Open Space Technology, delle fan-dom del cinema, della fantascienza, dei fumetti, o di altra moda o fenomeno culturale. La diffusione dei magazine dei fans (le fan-zine) ne è un effetto concreto e di grande notorietà . Sicuramente fu proprio l’invenzione dell’Open Space Technology di H. Owen a dare vigore e fondamento teorico a questa famiglia di pratiche, se non proprio origine. E lasciamo questa affermazione come ipotesi da confermare.

La fortuna delle non-conferenze è, però, alquanto recente, risale al nuovo millennio ed è da attribuirsi soprattutto alla diffusione in ambito telematico e ad opera di blogger ed esperti di linguaggi informatici (XML soprattutto). Le non-conferenze ora possono disporre di innovazioni tecnologiche sempre più evolute e sempre dinamiche, come il caso di Web 2.0 o New Web, con le sue numerosissime e facilitate interazioni utenti-sito. ‘Adunanza generale’ (2006) potrebbe essere una delle ultime concretizzazione della non-conferenza, estesa nel tempo e sulla rete. Ma la non-conferenza ha trovato anche nuovi emuli. Per fare un solo esempio i Foo Camp dell’editore di testi sui software liberi Tim O’Reilly (2003), riunioni periodiche di hackers che favoriscono la socializzazione della conoscenza reciproca e quella della casa editrice, anche se esse purtroppo hanno un’accessibilità  limitata, con barriere all’entrata e su scelta esclusiva (ad invito) top down (da parte di una ristretta cerchia di organizzatori), oltre ad una rigida strutturazione della griglia, dei tempi e degli spazi concessi ai partecipanti-relatori. Anche il mondo dell’università  si sta aprendo a queste novità , ad esempio attraverso il Bar Camp partito parecchi anni fa dall’università  di Stanford di Palo Alto ed arrivato solo ora nelle università  italiane (il recente progetto Bar Camp della LUISS di Roma che ha ricevuto il premio di rappresentanza della presidenza della Camera e del Senato). Il Bar Camp, però, è una variante del Foo Camp, che maggiormente si avvicina alle non-conferenze, grazie anche alla sua caratteristica di accesso libero. Scopriamo, quindi, confini molto labili e necessitanti di opportune analisi, vista anche la loro diffusione in crescente aumento anche in Italia. Ma questi sono dettagli di altre storie.

Quello che ci premeva sottolineare era la diffusione di nuove (e destabilizzanti) pratiche strutturanti le relazioni, delle strutture aperte a contenitore elastico, dove i partecipanti hanno ruoli e partecipazioni attive, dove la libertà  di comportamento raggiunge punte che in passato erano impensabili ed improponibili.

3. Quante storie per un caffè: potenzialità  del metodo dell’Open Space Technology (OST)

Quante storie nascono da un caffè! L’Open Space Technology (d’ora in poi OST) è un groviglio di energie a partire da un’occasione. Nutrendosi della linfa vitale dei coffee break, questo metodo usa delle questioni tematiche problematiche per attivare momenti di auto-organizzazione sociale. Certo è un’auto-organizzazione artificiale, indotta, voluta e progettata da un gruppo di servizio per conto di un committente. Ma è anche un momento esemplare in cui ribadire una consapevolezza, quella delle possibilità  di attivarsi in proprio, con proprie reti e modi, al fine di perseguire uno scopo comune condiviso. Anche se questa frontiera è ancora un far-west, una terra promessa lontana e difficile da raggiungere. Mancano le premesse ed occorrono tempi medio-lunghi di apprendimento e di empowement collettivo. Ma il metodo tende a quella meta, in maniera spesso implicita nelle applicazioni anche se esplicitamente dichiarato dall’ideatore del metodo[3].

Ma procediamo con ordine. Trovato un problema complesso con un acceso conflitto ed un soggetto forte e di riconosciuta, sebbene criticata, autorità  che vuole risolvere questa situazione in qualsiasi modo, affidando tale soluzione ad un soggetto terzo, sussistono alcune delle condizioni per cui si può attivare un OST. Ora occorre che questo soggetto terzo scelga di aprirsi alla partecipazione di nuovi attori, non importa se considerati deboli, impreparati o instabili. Basterà  provvedere ad organizzare un evento che raduni quanti più soggetti (rappresentativi, qualificati, gente comune, ultimi, terzultini, eccâ¦), prestando attenzione alla comunicazione, alla pubblicizzazione dell’incontro, alla esplicitazione delle regole di comportamento, che essendo non standard vanno ricordate e chiarite di volta in volta assieme al modo di utilizzo delle tecnologie impiegate, all’esposizione delle finalità  dell’incontro, alla concretizzazione del codice comportamentale di tutti coloro che sono intervenuti, partecipanti ma anche organizzatori, facilitatori compresi. E sulla base comune di un programma generale e lasco come un canovaccio (Chiunque venga è la persona giusta In qualsiasi momento l’OST cominci, è il momento giustoQuando è finita è finita – l’auto-organizzazione del programma attraverso il Mercato dei temi), della disponibilità  di spazi fisici e temporali da dedicare alle attività  (discussione, pausa, momenti di ristoro, tempi di esecuzioni tecniche, eccâ¦), si può dar spazio alle potenzialità  di un metodo che in definitiva vive dell’amplificazione delle potenzialità  umane, in una ambientazione wiki, ovvero aperta, semplice, informale, libera, con collaborazione reciproca ed intelligenza collettiva veloce, dinamica.

L’OST alimenta e ricerca impegno e motivazione, per trarre forza anche dalla partecipazione quanto più possibile attiva di tutti, facendo ricorso a concessioni accattivanti e sanzionate socialmente, quali la libertà  di poter abbandonare il setting (ovvero, il luogo vincolato da un dato programma), quando non vi è apprendimento o utilità  alcuna, e la possibilità  di arrecare disturbo agli altri (la metafora del bombo). La presa del metodo, peraltro già  molto semplice, diventa ora molto forte, ricordando comportamenti con cui si ha una qualche abituale frequentazione ed ancorandoli alle regole previste dal metodo stesso. E così facendo permette un controllo invisibile ed una garanzia collettiva proprio attraverso, paradossalmente, la grande libertà  e trasparenza, attraverso la creazione di ‘uno straordinario mondo di pari’. E si sottolinea  straordinario, proprio perché nella realtà  le asimmetrie sono il ‘sale’ della vita, l’aspetto ricorrente ed ineliminabile. Una ‘deriva utopica’ che si scontra con l’inevitabilità  del rientro nella vita quotidiana e nelle prassi a fine dell’evento, con l’auto-giustificazione del metodo ed il sottodimensionamento dei risultati raggiunti (Qualsiasi cosa accada è l’unica che poteva accadere!), e così via, lasciando accese delle tensioni per un’alimentazione futura di impegno e motivazione.

E non bisogna dimenticare la presa che ha l’aspetto ludico del lavorare nell’OST, libero, creativo, rilassante, godereccio e giocoso.

Il metodo è un ‘geniale congegno’ che spinge ad un’allocazione ottima delle risorse, a partire da una percezione di ‘ottimo soggettivo’ e per mezzo dei processi conversazionali e delle dinamiche di gruppo spontanee, produttrici di socializzazione di soggetti e contenuti, empowerment individuale e sociale, reti supportive, apprendimento collettivo, esperienza di momenti di auto-organizzazione e di produzione deliberativa, nell’accezione anglosassone di ausilio informativo alle fase decisionale.

Nell’OST i partecipanti sono relatori ed ascoltatori, ‘membri-clienti’ (aderiscono e consumano il processo) e ‘leader associati momentanei’ (gestiscono assieme parti del processo) all’interno dei gruppi di discussione. Inoltre, i gruppi sono dinamici e spontanei, non esistono e non vengono assemblati all’inizio del processo, garantendo forme momentanee di pluriappartenenze. I gruppi, infatti, possono avere vita ridotta al massimo in una sessione o vita prolungata, nel caso in cui i componenti decidano di conquistarsi e/o dedicarsi maggior tempo, sia dentro l’evento che fuori. In un OST la dimensione ed il tempo di vita di un gruppo dipende, appunto, dalla fortuna dei temi e dall’evolversi delle discussioni. Per questo diremo che i partecipanti nell’OST sono contenuto-dipendenti e le dinamiche dei gruppi sono a geometria variabile.

Certo un OST parte dalla concezione che ogni soggetto ha delle capacità  sociali o che le acquisirà  in corso d’opera, visto che non potrà  disporre di altro che del suo apprendimento e dell’esempio ricevuto dai suoi pari. Il facilitatore non può fare nulla per questi deficit e neanche per i rischi di manipolazione nei e dai gruppi. Se lo farà  dovrà  forzare il metodo. à il gruppo che si auto-gestisce ed auto-controlla. Solo in pochissimi casi una variante italiana ha previsto l’introduzione di soggetti esterni al gruppo, gli ‘angeli’, quale ausilio a volte per l’osservazione a volte per la conduzione a volte per la verbalizzazione dei risultati delle discussioni nei gruppi. Una figura sicuramente generatrice di distorsioni e condizionamenti, anche impliciti. Una versione che snatura il modello, da considerarsi più come un’eccezione che come una regola. Ma una sperimentazione che apre tutto un dibattito sullo studio delle dinamiche dei gruppi, sul problema della manipolazione e sulla possibilità  di coordinare e far convergere queste spinte spontanee verso problematiche care alla pianificazione.

Certo L’OST lascia scoperti alcuni aspetti pratici, che occorre approfondire, uno di questi è il già  citato aspetto delle dinamiche nei gruppi, l’altro è la questione dell’informazione catturata, ovvero cosa e come formalizzare le informazioni prodotte, sia di contenuto che di processo. Un esempio tra tutti è quello delle verbalizzazioni che si trovano nei report, una restituzione troppo sintetica, misera, malleabile e generale della ricchezza di un processo che non ha eguali e che così com’è presenta molti problemi di interpretazione (ermeneutica). Ed è questo un problema aperto, che va ben oltre il metodo in questione e che vede immediate relazioni con i momenti d’apertura partecipativa dei processi della pianificazione ordinaria e complessa.

Momenti che necessitano di un valore aggiunto, di una legittimazione che deve risolvere e comprendere caratteri di rappresentatività  e rappresentanza, fuori dal regno e dall’auto-selezione dei ‘soliti noti’, gli esperti, fanatici ed appassionati che abbiamo visto già  affollare i fandom e le non-conferenze, in genere.

Noi abbiamo a che fare con un metodo e non con un mito. Invece di adorarlo e di seguirlo acriticamente occorre analizzarlo, piegarlo ai diversi bisogni che si pongono ogni volta, alle contingenti necessità  locali, ed in ultima istanza fare in modo che, nel momento in cui diventi prassi consolidata, non sia più oggetto di mercato o di speculazione corporativa ma che assolva utilità  e finalità  pubbliche.

La questione è comunicare (mettere qualcosa in comune), la lingua (il mezzo) che si usa per farlo è irrilevante (parafrasando A. Nove).

4. Tra dire e fare: l’OST, la pianificazione ed il partecipare

Ed ecco che la pianificazione compone in sé critica-analisi ed azione (Friedmann), in un processo che dal dialogo e dall’approfondimento della realtà  ci porta al consenso sociale ed all’azione trasformativa e, si spera, migliorativa (Alexander). Ma per fare questo la pianificazione non deve considerare la partecipazione altro da sé, quasi fosse solo una questione teorica ed oggetto di interesse prettamente accademico, o a volte quasi fosse una spina nel fianco per via del fatto che sembra de-legittimare la democrazia rappresentativa (ed i politici, in genere) o mette a nudo la disciplina pianificatoria stessa, la sua legittimità , i principi e le indiscusse (nel senso che non sono oggetto di discussione e confronto) certezze su cui si basa. Il principio (la partecipazione) e la disciplina (la pianificazione) devono essere considerate inscindibili l’una dall’altra, proprio per il carattere pubblico di entrambi che li vedo uno diritto e l’altro dovere di tutte le parti in gioco, indifferentemente dal ruolo svolto, tecnico, istituzionale, pubblico. Poi si scoprirà  che questa aggiunta a tratti rafforza anche la democrazia rappresentativa. Non considerare questi aspetti più che lavorare ‘tra il dire ed il fare’ inducono o equivalgono a ‘tradire e fare’. A lungo la pianificazione ha tradito la sua mission, si è sottratta alla questione della responsabilità  (e dell’assunzione di ruoli e colpe), pur deprivando i soggetti delle loro capacità  e risorse, oltre che della possibilità  di manifestare i propri bisogni e le proprie esigenze. Il ragionare per fabbisogni è stato un voler imporre a priori ed asetticamente dei bisogni astratti, anche in buona fede. Ora occorre, dunque, chiarire le intenzionalità  e le progettualità , responsabilizzare le varie parti, permettere una visibilità  ed una trasparenza dei processi, monitorare le fasi di avanzamento ed il percorso verso i risultati attesi, contrastare gli effetti ed impatti inattesi e stabilire anche, infine, sanzioni e colpe. Nessuno deve essere escluso da tale sistema. Ad ognuno secondo bisogni, ruoli e responsabilità . Per questo si rende necessario un gioco a carte scoperte e la filosofia dell’OST con la sua esplicitazione e tensione al dialogo, con la sua penetrazione nell’organizzazione sociale ed auto-organizzazione dei ruoli, il controllo reciproco e la motivazione, segna in parte la strada.

5. Note, neppure tanto a margine, sull’importanza di un’attenzione metodologica nella pianificazione

Per evidenziare il forte peso che le discussioni su questioni tecniche e di metodo possono avere su una pratica disciplinare faremo ricorso in modo strumentale ad un esempio in questo periodo spesso portato all’opinione pubblica, quello delle intercettazioni ambientali. Fuori dai contenuti e dal merito delle questioni, in generale da dove origina tutto il dibattito? Dall’uso strumentale che di un metodo (ed alcune tecniche) viene fatto. Da una prassi disciplinare e professionale si è partiti per alimentare un discorso le cui implicazioni sono politiche e che toccano i diritti sociali. Ma non si può mettere in dubbio che un metodo è sempre neutro, è un mezzo e modo per fare qualcosa. Il problema nasce quando lo carichiamo di significati, quando lo pregniamo di finalità . Il fine, se lo vogliamo trovare, è già  nei mezzi. Ed è per questo che la metodologia, in quanto discussione sui metodi, può essere di grande importanza, anche per la pianificazione.

Perché non discutere sulla cassetta di strumenti della disciplina? In questi anni di discussioni metodologiche sull’urbanistica tecnica e sugli strumenti ce ne sono ben poche, forse di più sulle politiche.

Abbiamo timidamente tentato questa strada con la raccolta di saggi sul metodo dell’OST ed è in uscita una seconda raccolta sull’Electronic Town Meeting, per poter aprire il dibattito sui metodi e sulla progettazione partecipata a partire da due metodi limite, al cui interno si apre tutta la vasta gamma delle pratiche che, in questi ultimi decenni, sono state messe in campo nel variegato mondo della partecipazione. Occorre capire quali finalità  muovono gli usi e le declinazioni attuali e locali, come la disciplina risponde e quali gli effetti che si ottengono. E siamo ancora in ambito di strumenti e loro funzionalità , siamo solo in ambito di limitati esempi, anche se concorrono con altre sporadiche azioni a cementare gli inizi. Di questioni ce ne sono ancora tante da indagare ed esaurire. Il monito deve essere più forte ed ossessivo. Conosciamo a fondo gli strumenti che quotidianamente usiamo nella pratica professionale? Siamo attenti agli usi impropri che facciamo? E quali sono stati o sono gli effetti iatrogeni, o più semplicemente i pericoli, che si annidano nelle nostre cure per i mali delle società  e dei territori?

O ancora, impariamo dalle esperienze? Le riviste di settore sono piene delle celebrazioni di piani e programmi realizzati e così poco degli atti d’accusa e delle assunzioni di colpa. E questo non per stigmatizzare nessuno (se sono responsabilità  e c’è un rapporto trasparente ed evidente tra ruoli e responsabilità  non c’è accanimento!), ma per poter apprendere dall’esperienza e dalle contingenti e particolari prassi.

Se parliamo di tecniche e di strumenti, tranne le parentesi non ancora pienamente svelate dei programmi complessi, che pure hanno portato un ampliamento interdisciplinare ed una ventata nuova, le poche riflessioni pseudo-metodologiche si rivolgono ad aspetti economici (perequazione, project financing, marketing territoriale, al massimo bilancio partecipativo) o di valutazione (VIA, VAS, eccâ¦). Interessanti conquiste ma parziali in una società  così liquida e complessa, dove non esistono assi o settori e dove il paradigma sistemico o il principio della sostenibilità  sono predominanti.

Cosa dire, poi, della questione della conoscenza. à trasversale in tutta la prassi pianificatoria ma la teoria l’affronta raramente e solo con alcuni autori (Crosta, 1995; Perrone, 2010). Quale conoscenza veicoliamo nei piani? E come? Da dove provengono le conoscenze che troviamo nelle agende politiche o nei resoconti della disciplina e dei suoi linguaggi? à la stessa conoscenza che nuove le azioni e che struttura i territori? à conoscenza esaustiva, necessaria, condivisa, negoziata, ragionevole e bastevole? Siamo al massimo delle nostre capacità ?

Non dimentichiamo che la pianificazione produce grandi racconti, narrazioni predominanti che fanno norma. Narrazioni al tempo stesso educative ed impositive. Nella loro retorica troviamo analisi sociali ed avanzamenti storico-culturali su questioni e concetti, ma anche metodi ed analisi. Sono parti che stralciate starebbero benissimo in manuali urbanistici, ma anche in saggi sociologici o economici, per fare solo due esempi altri. Quale è il loro effetto, oltre alla loro immediata utilità ? Sono solo giustificazioni e difese dell’operato? Legittimano la disciplina? E così via, in una serie di esempi volti a dare il giusto peso e la giusta importanza alla tensione metodologica anche nella disciplina della pianificazione.

La metodologia permette di unire il dire al fare e di vedere la teoria non più come una chimera, ma come una sfumatura che penetra la prassi con soluzioni di continuità  inimmaginabili.

Bibliografia

Alexander E. R. (1986), Approach to Planning. Introducing Current Planning Theories, concepts and Issues, Gordon and Breach Science Publishers, Lausanne, Switzerland (trad. it. F. D. Moccia, Introduzione alla pianificazione. Teorie, Concetti e Problemi attuali, Clean edizioni, Napoli, 1997).

Baer W. C. (1977), ‘Urban Planners: Doctors or Midwives’, Public Administration Review, n. 36, 6, novembre-dicembre, pp. 671-77.

Bobbio L. (2002), ‘Le arene deliberative’, Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, n. 3, pp. 5-29.

Brown J. e Isaacs D. (2005), The World Café: Shaping Our Futures Through Conversations That Matter, Berett-Koehler, San Francisco.

Crosta P. L. (1995), La politica del piano, Franco Angeli, Milano.

de Luzenberger G. (2010), L’Open Space Technology? Un viaggio!, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Ernesti G. (1988), La costruzione dell’utopia. Architetti e urbanisti nell’Italia fascista, Edizioni del Lavoro, Roma.

Forte M. e de Luzenberger G. (2010), Allestire e gestire un Open Space Technology, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Friedmann J. (1987), Planning in the public domain: from knowledge to action, Princeton University Press, Princeton, N.J. USA (trad. it. introdotta da D. Borri, Pianificazione e dominio pubblico. Dalla conoscenza all’azione, Edizioni Dedalo, Bari, 1993).

Garramone V. (1999), L’Italia e la formazione dell’urbanistica moderna, Relazione dattiloscritta per il corso di Teorie dell’Urbanistica del Prof. G. Ernesti, Venezia.

Garramone V. (2007), L’intervista aperta, le immagini di una città  e la voce degli invisibili che si muovono a Potenza, Consiglio Regionale della Basilicata, Potenza.

Garramone V. (2010), Open Space Technology ed Electronic Town Meeting. Due setting progettati, tra tecnologia impiegata ed inclusività  ricercata, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Garramone V. e Aicardi M. (2010), Paradise l’OST? Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Krieger M. F. (1981), Advice and Planning, Temple University Press, Philadelphia PA.

Le Goff J. (1996), La nuova storia, Mondadori, Milano (trad. dall’originale del 1979). 

Little F. (2010), L’uso dell’Open Space Technology nel Project Cycle Management: la creazione dello spazio per la partecipazione nel management results-based, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Mannarini T. (2009), La cittadinanza attiva. Psicologia sociale della partecipazione pubblica, Il Mulino, Bologna.

Mannarini T. e Fedi A. (2010), Individui e gruppi nei setting partecipativi. Le dinamiche psicologiche negli Open space Technology, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Owen (2010), Open Space Technology: Una valutazione, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Owen, H. (2008), Open Space Technology, istruzioni per l’uso, Geniusloci, Milano,a cura di G. de Luzenberger (ed. originale Owen, H., Open Space Technology. A user’s guide, Berrett Koelher Publisher, San Francisco, prima ed. 1992, seconda 1997, terza 2008).

Paci S. (2010), Benvenuti nello Spazio Aperto di discussione â¦ Riflessioni dall’esperienza, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Panzavolta A. e de Luzenberger G. (2010), Facilitare un Open Space Technology, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Perrone C. (2010), DiverCity. Conoscenza, pianificazione città  delle differenze, Franco Angeli, Milano.

Quarta R. (2010), L’uso della strumentazione audio-visivo nella osservazione e nell’analisi dei piccoli gruppi dell’Open Space Technology, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Rochira A. e Trippetti S. (2010), Open Space Technology e Social Forum. Luoghi e Modi per sperimentare la deliberazione, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Schà¶n D. A. (1999), Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Dedalo editore, Bari.

Sclavi M. (2010), Il maggior numero possibile di voci. Il posto dell’Open Space Technology nei processi partecipativi, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Soncini E. (2010), Non solo un giorno. Prima e dopo l’Open Space Technology, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

Ulrich W. (1983), Critical Heuristics of Social planning: A New Approach to Practical Philosophy, Verlag Paul Haupt, Berna.

Watzlawick P., Beavin J. H. e Jackson D. D. (1967), Pragmatics of Human Communication, W.W. Norton, New York (trad. it. Pragmatica della Comunicazione Umana, 1971, Astrolabio, Roma).

Sitografia

www.loci.it

www.openspaceworld.org

www.scuoladifacilitazione.it


[1] Le scienze regionali si affermano negli anni quaranta del XX sec. in USA, come un corpus interdisciplinare di matrice economica nell’ambito delle scienze sociali. Esse si distinguono subito per il loro taglio interdisciplinare e per il loro approccio analitico ai problemi territoriali, che di volta in volta comprende teorie sulla localizzazione, modellistica spaziale e sistemi informatici territoriali, studi trasportistici, sulle migrazioni, sull’economia spaziale e sul managment territoriale, sullo sviluppo urbano e sull’uso del suolo, analisi ecologiche ed ambientali, analisi delle politiche pubbliche in ambito urbano e rurale, eccâ¦ Una sorta di economia applicata a contesti territoriali ed integrata con contributi di altre discipline di settore. Caposcuola di questa nuova ‘interdisciplina’ è Walter Isard, che pone grande enfasi sugli aspetti di scientificità  e di oggettività  degli studi delle scienze regionali. Lo scopo è quello di dare credibilità  e di estendere le scienze regionali tanto al di fuori degli ambiti dell’economia quando attraverso l’apertura ad altre discipline, ad es. l’antropologia, il diritto, l’ingegneria, le scienze naturali, la sociologia, la psicologia, l’urbanistica, le scienze politiche, la geografia, ecc… Nel decennio successivo, quando gli studi avranno raggiunto una grande mole, nascerà  anche la Regional Science Association (1954), si inaugurerà  il primo dipartimento universitario nell’University of Pennsylvania (1956) e verrà  pubblicato il Journal of Regional sciente (1958).

[2] Per fare solo alcuni esempi, medici igienista contro ingegneri, economisti, cultori d’arte ed architetti; ingegneri contro architetti; architetti integrali contro architetti; municipalità  contro sovrintendenze; funzionari pubblici contro liberi professionisti; eccâ¦ (Ernesti, 1988; Garramone, 1999 e 2007).

[3] Owen stesso afferma che «L’OST fornisce un modo di imparare come gestire effettivamente un mondo auto-organizzato â nella speranza che abbastanza presto â quando ci sentiremo comodamente a casa in questo mondo non sarà  un problema non avere il controllo dell’organizzazione».

Senza

Nei giorni scorsi m’è capitato di leggere su un pullman turistico questa scritta, bene in evidenza in bianco sul colore nerofumo della carrozzeria:

PULLMAN

ACQUISTATO

SENZA

CONTRIBUTO

REGIONALE

E’ un modo interessante di rivolgersi ai propri clienti anche potenziali, ai quali in poche parole e poco spazio si dicono diverse cose: l’azienda basta a se stessa; e l’imprenditore anche; entrambi fanno a meno di contributi che creano dipendenza e possono togliere il gusto e la capacità  di fare soldi con il lavoro e l’intelligenza; delle istituzioni pubbliche è meglio fare a meno, di questi tempi. La cosa più interessante forse che imprenditore e azienda rispondono a una domanda inespressa ma latente dei cittadini/consumatori:

l’azienda non sta facendo pagare i suoi servizi due volte, una col contributo e l’altra col biglietto. Il valore civico condiviso da imprenditore e clienti è il rispetto reciproco. Il rispetto reciproco è forse il più forte legame di civiltà . Negli Stati Uniti, terra di libero mercato ma anche di democrazia più robusta e matura di quella media europea, ci si sta accorgendo che i cittadini respingono i governi non quando sono ‘troppo grandi’, ma quando non rispettano la volontà  dei cittadini (George Lakoff, a Berkeley). Ciò vale ancor più in Europa, dove una tradizione un po’ cinica vuole che il popolo accordi al governo non fiducia, ma solo (temporaneo) favore.

Che tra cittadini e governi ci sia fiducia o favore, il rispetto che i cittadini hanno per se stessi e per il loro prossimo è comunque il primo e fondamentale indizio della qualità  di una società  civile e delle sue istituzioni; e questa qualità  ha il grande pregio di poter essere riconosciuta e valutata da ogni persona ‘a casa sua’, nel suo ambiente di vita e lavoro. La democrazia e il mercato nascono dal basso e sono corrotti dall’alto, ma solo se il basso lascia fare o magari partecipa, per viltà  o inciviltà , alle ingiustizie fatte dai forti ai deboli, la più inaccettabile mancanza di rispetto. Per gli altri, ma anche per se stessi, come dimostra l’esperienza, anche se ci vuole tempo prima che la mancanza di rispetto per gli altri lo diventi anche per se stessi. Nel suo diario del 5 maggio 1945, una giovane berlinese paragona il popolo tedesco a un gregge condotto al macello dal suo governo (nazista), che però col tacito consenso dei cittadini aveva già  condotto al macello i malati mentali e poi gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, … .

E’ una questione di stile, nei grandi come nei piccoli fatti della vita. Se un imprenditore o un manager o un lavoratore è nervoso sul lavoro ( sarà  anche in famiglia e con gli amici, se ne ha. La differenza è che se si hanno maggiori responsabilità , si possono fare danni maggiori e più diffusi. E anche lo stile si può riconoscere nei comportamenti ordinari, che sfuggono alle manipolazioni delle scienze cosiddette della comunicazione.

E’ questo il limite, forte e insuperabile, della pure impressionante possibilità  dei media, e più in generale dei comunicatori, di manipolare le voci e le coscienze, di ridurre tutto a propaganda e verosimiglianza. Il reale è ciò che viene percepito, inflazione compresa, ma la realtà  si può sempre riconoscere per quello che è e prima o poi arriva il momento in cui la realtà  si fa percepire per quello che è, e non per ciò che si vorrebbe che fosse. Anche questo è un dato di esperienza. Sempre nei giorni scorsi, in metrò (Milano è una piccola odissea quotidiana), non ho potuto fare a meno di ascoltare la telefonata di una giovane che commentava un corso di formazione: sì, sono andati in formazione e hanno

fatto tutto, ma poi hanno dovuto fare le stesse cose davvero, sul lavoro, e lì era una tutt’altra storia.Stiamo scoprendo una dimensione esclusivamente personale di comunicazione, molto più potente e libera di quella organizzata socialmente, perché non ha bisogno di parole o di azioni particolari per esprimersi, e funziona sempre. Si tratta dello stile, del modo di essere e di comportarsi, frutto di un’educazione che si è o non si è avuta, di una maturità  che si è o non si è raggiunta, di una disciplina e di una intelligenza che si sono o non si sono coltivate, di un’esperienza e di un’attenzione per gli altri e per il mondo che si ha o non si ha. Questa forma di comunicazione è propria di ciascuno di noi e per definizione è trasparente, perché è come lo stare dritti con la schiena: se ci si è abituati si sta, ma se richiede un atto di volontà , ci si ritrova curvi.

Una delle conseguenze inattese dell’ondata di antistatalismo che ha preso piede negli ultimi vent’anni è la svalutazione di tutto ciò che è collettivo, indistinto, uguale per tutti anche se ogni persona è unica. Persino l’esercizio delle armi ’che con la scuola ha costruito i cittadini degli stati nazionali’ è diventato frutto di una scelta, più o meno libera. E la scuola pure.

In un manifesto pubblicitario una media superiore milanese si presenta come ’la scuola dei vostri desideri’. Al contrario della scritta sul pullman, è un esempio di ambiguità .

Desiderare significa realizzare i propri sogni, facendoli scendere dalle stelle sulla terra.

Personalmente non sceglierei mai una scuola che fa questo tipo di promesse, che trovo un po’ troppo simili a quelle fatte a Pinocchio dal gatto e dalla volpe. Ma qui interessa il tentativo di personalizzare anche un’organizzazione sociale che ha il compito di dare a tutti un bagaglio culturale condiviso, dei riferimenti comuni.

Oggi, quel che rimane di manifestamente collettivo è la propaganda, la scienza della comunicazione artefatta, che vuole produrre un determinato effetto ’una determinata percezione’ a prescindere dalla verità  degli argomenti e dalla liceità  degli effetti. Come per il manifesto pubblicitario della scuola, il risultato è una grande confusione, tanto più se si cerca di capirne il senso comune (per tutti). Questa comunicazione non comunica alcunché e non stabilisce alcun legame: funziona solo se i destinatari la vestono con i loro sogni, o più propriamente con le loro fantasie, in cui finiscono di imbozzolarsi fino a perdere il contatto con la realtà , compresa quella percepita.

Quando le ispirazioni e le aspirazioni sono le proprie fantasticherie e la scuola di stile è la propria vanità , è inevitabile la deriva della comunicazione, specie politica, verso l’avanspettacolo e la balera. Desideri e sogni diventano barzellette. Ma non per tutti, e neppure per la maggioranza. Come per i giovani che si credono formati sin che il lavoro non li mette alla prova, così per la maggioranza (ma, penso, per tutti) la vita non è una storiella. Nonostante le apparenze, non le è neanche la vita condivisa che chiamiamo politica, benché la sua versione propagandistica voglia imporre il suo stile da balera e da avanspettacolo, com’è evidente anche in questi giorni.

Spunti per un possibile percorso/progetto per una città  ambientalmente sostenibile energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve, ovvero verso l’autonomia energetica[1]

La non-sostenibilità  del sistema energetico italiano dipende da quattro cause: la richiesta di energia è eccessiva; le fonti primarie utilizzate sono principalmente non-rinnovabili; gli apparati che trasformano l’energia primaria sono inefficienti; gli utilizzatori finali sprecano la risorsa loro resa disponibile.

Per modificare il sistema è necessario agire contemporaneamente su tutti quattro i livelli, all’interno del proprio sistema energetico locale, acquisendone consapevolezza: l’’aver cura’ ha inizio dall’osservazione e dalla comprensione.

Osservo il mio sistema energetico locale e mi chiedo:
Ho bisogno di tutta l’energia che utilizzo? Posso forse ottenere lo stesso risultato e mantenere condizioni di benessere utilizzando meno energia?

Sono consapevole di quanta parte dell’energia che utilizzo discende da fonti rinnovabili? Rendo massimo l’utilizzo di queste fonti?

Sono efficienti gli apparecchi che trasformano l’energia che utilizzo? (fondamentale qui è osservare anzitutto l’efficienza dell’involucro abitativo e dei veicoli utilizzati: in Italia questi sono i due grandi consumatori di energia degli individui. Ambedue caratterizzati da un’efficienza in genere ridicolmente bassa)

Utilizzo con attenzione l’energia? Non la spreco? (L’energia costa agli individui costa all’ambiente. Sempre. Utilizzarla quando è necessario è accettabile, ma buttare via energia inutilmente è un crimine. Economico ed ecologico.)

Queste domande andrebbero fatte sia dagli utilizzatori individuali (i singoli cittadini) che dagli utilizzatori collettivi (sia pubblici che privati) di energia, perché ciascuno si possa fare una auto-diagnosi del proprio ‘sistema energetico locale’ in modo da poter elaborare azioni concrete per la sua modifica. E’ necessario infatti che gli utenti finali di energia diventino consumatori attivi e consapevoli, capaci di indirizzare bene sia l’impostazione della struttura che la gestione del loro sistema energetico.

Un effetto importante dell’avvio di una gestione consapevole e condivisa del proprio sistema energetico locale, è che questa azione diventa una azione collettiva per salvaguardare un bene collettivo ed ambientale: è una azione perciò non finalizzata al bene individuale, ma al bene comune. Rispetto all’egocentrismo che caratterizza il nostro attuale essere (a-)sociale, questa azione ha una valenza ‘rivoluzionaria’ sorprendente. La rivoluzione oggi si può fare se si riesce a rifiutare un modo di essere nella società  che sacrifica tanti valori positivi e tanti benesseri potenziali del nostro essere comunità  umana, proponendoci continuamente un sistema di vita centrato in modo unidimensionale sulla nostra individualità  egoistica.

I target approvati all’unanimità  dai 27 Paesi dell’UE nel marzo 2007 prevedono, entro il 2020, una riduzione del 20% di emissioni di gas nocivi rispetto ai livelli del 1990, un aumento del 20% di consumi da energie rinnovabili e un incremento del 20% dell’efficienza energetica.

Tenendo conto quindi che gli Enti locali sono chiamati ad un ulteriore impegno sulla materia, si rende indispensabile prevedere che questi obiettivi vengano assunti ed applicati, da subito e non entro il 2020, in tutte le aree di espansione, recupero, riqualificazione urbana e per tutti gli edifici pubblici in proprietà  di nuova costruzione, nonché per quelli esistenti sui quali siano previsti interventi di carattere strutturale o di manutenzione straordinaria di un certo rilievo.

Mediamente per scaldare le case in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano o 200 kWh a metro quadro all’anno. In Alto Adige, in Germania o in altri posti non si permette di costruire case che consumino più di 7 litri di gasolio, 7 metri cubi di metano o 70 kWh al metro quadro all’anno. Questo cosa vuol dire? Che una casa mal costruita oltre a disperde i due terzi dell’energia fa anche crescere il Pil (prodotto interno lordo) più di una ben costruita che consuma un terzo rispetto all’altra. Quindi, il cambiamento si attua costruendo case che consumano 7 litri o ristrutturando le case esistenti affinché da 20 scendano a un consumo di 7. In questo modo, oltre a risparmiare energia, si ha una minore crescita del prodotto interno lordo perché diminuisce la produzione e il consumo di una merce (cioè i 13 litri di gasolio su 20) che non è un bene, perché non serve a scaldare la casa ma si disperde visto che la casa è mal costruita. Noi siamo in un sistema che misura il benessere sulla crescita del consumo di merci, senza andare ad analizzare se queste merci sono effettivamente dei beni o meno. Allora diciamo che la prima cosa da fare è diminuire la produzione e il consumo delle merci che non sono anche beni.

Se non si affronta questo primo passaggio le fonti rinnovabili danno dei contributi molto modesti e non ripagano i loro costi; solo dopo averlo affrontato diventano interessanti. Noi abbiamo una situazione in cui, nel riscaldamento degli edifici, nella produzione termoelettrica, nei trasporti, si sprecano i due terzi dell’energia. La prima cosa da fare è ridurre gli sprechi perché un sistema che spreca i due terzi dell’energia è come un secchio bucato: se ho un secchio bucato la prima cosa di cui devo preoccuparmi non è di cambiare la fonte (il rubinetto) con cui lo riempio ma di tappare i buchi.

Le decisioni su come vogliamo vivere nel mondo di domani devono risultare da un processo più trasparente e democratico possibile sulla base di informazioni adeguate e comprensibili. Questo vale a maggior ragione se si vuole cercare di realizzare uno scenario come quello dell’autonomia energetica che presuppone una volontà  comune, risultato di un processo partecipativo in un territorio a misura d’uomo.

Lo scenario dell’autonomia energetica vuole fare un passo deciso verso un futuro con una buona qualità  di vita a un alto livello tecnologico, sfruttando le tecnologie più avanzate a disposizione per trasformare la radiazione solare o direttamente in impianti fotovoltaici e termosolari o indirettamente con il vento e la biomassa in calore ed energia elettrica.

Che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città [2]

Per garantire seriamente il ‘diritto all’acqua’ per le generazioni future sono necessari cambiamenti profondi che abbracciano non solo il modello di gestione dell’acqua potabile â che dovrà  essere rivisto ‘strutturalmente’, indipendentemente dal fatto che il soggetto gestore sia pubblico o privato â ma anche le politiche economiche globali e l’assetto del territorio, sia agricolo che urbano.

à quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi di acqua e valorizzare le fonti alternative: prime fra tutte il risparmio, la raccolta della pioggia e il riuso delle acque usate.

Nel mondo circa il 70% dell’acqua consumata è usata per irrigazione e la domanda irrigua è in crescita (in particolare nei paesi emergenti).

La ‘questione irrigua’, ovvero come ridurre i consumi d’acqua producendo cibo sufficiente per l’umanità  in crescita, è dunque uno dei punti chiave da risolvere per affrontare la crisi idrica, reso ancor più urgente dalla crescente domanda di terra e d’acqua per la produzione di biocombustibili.

Affrontando gli aspetti ‘urbani’ del ciclo dell’acqua, da oltre un decennio risulta sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque delle nostre città  non è sostenibile.

Non è sostenibile il modello ‘urbano’, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico, perchè comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità , produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione e non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle ‘acque di scarico’.

Non è sostenibile il modello ‘domestico’, perchè è basato su una serie di pratiche come minimo rozze, se non completamente illogiche: l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte â l’acqua fornita dall’acquedotto pubblico – , anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e usare l’acqua di pioggia; il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità , per esempio, per scaricare il WC; l’eliminazione di tutti i nostri scarichi attraverso un unico sistema di scarico â siano essi escrementi con una carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto o acqua potabile usata per sciacquare la frutta o per lavare i piatti e i panni.

La sostenibilità  dell’uso dell’acqua è possibile riducendo notevolmente i consumi domestici e l’inquinamento da essi provocato senza rinunciare al livello di comfort cui siamo abituati.

Per farlo però è necessario innescare una piccola rivoluzione culturale, tecnica e normativa.

Culturale, perchè è necessario riesaminare criticamente alcune prassi che consideriamo ovvie solo perchè le applichiamo abitualmente da molti decenni.

Tecnica, perchè per rendere sostenibile la gestione dell’acqua, è necessario introdurre alcune innovazioni nel modo di costruire e gestire le nostre case e le nostre città .

Normativa, perchè per rinnovare il modello di gestione alla scala domestica e alla scala urbana è necessario attivare politiche adeguate. Tali politiche devono essere rivolte sia agli enti coinvolti nella gestione delle acque (gli enti di gestione e le Autorità  d’Ambito che hanno sostituito i Comuni nella rappresentanza dell’interesse collettivo), sia agli utilizzatori finali: le famiglie e le imprese, che possono svolgere e devono svolgere un ruolo essenziale.

Nel modello tipico di gestione dell’acqua in una città , l’acqua viene prelevata da una fonte, che può trovarsi anche molto lontana dalla città ; è trasportata attraverso le grandi adduttrici dei sistemi aquedottistici a serbatoi da cui viene prelevata per gli eventuali trattamenti di potabilizzazione ed immessa nella rete di distribuzione che la porta nelle nostre case.

L’acqua usata lascia le nostre case dagli scarichi e finisce nella rete fognaria (che in genere è mista e raccoglie anche la pioggia); dalla rete fognaria raggiunge un depuratore (quando piove solo in parte, perché una parte dei liquami mischiati alla pioggia sfiorano per non sovraccaricare le fogne e i depuratori).

Nel depuratore l’acqua viene depurata e poi scaricata in un recettore (fiume, lago o mare), mentre i fanghi di depurazione, che contengono sostanza organica e una parte dei nutrienti, vengono inviati a discarica o, quando possibile, riutilizzati o inviati a compostaggio.

Ora, quali sono le variabili che rendono più o meno ‘ambientalmente sostenibile’ questo modello? Innanzitutto la quantità  d’acqua (1) che preleviamo, sottraendola alla circolazione naturale e ad altri possibili usi: meno è, meglio è. Un secondo aspetto non secondario è la distanza tra il prelievo e la restituzione (2): se prendiamo acqua da un fiume alla sorgente e la restituiamo alla foce, sarà  ben peggio che restituirla immediatamente a valle di dove l’abbiamo presa, perché è pur sempre meglio un fiume con acqua inquinata, che un fiume senz’acqua. Naturalmente è importante la qualità  con cui restituiamo l’acqua (3): potremmo dire che migliore è la qualità  degli scarichi, più ‘sostenibile’ è la città  che li genera, ma in realtà  le cose non stanno proprio così. E’ sostenibile una città  i cui scarichi sono compatibili con il corpo idrico che li riceve: se si ha la fortuna di scaricare in un grande fiume che può ricevere lo scarico, diluendolo, senza scadere di qualità  non avrebbe senso spingere inutilmente il processo depurativo: quindi una città  ‘fortunata’ perché ha un recettore con ‘maggiore capacità ’, può essere più sostenibile di un’altra meno fortunata anche se depura meno. Infine, è evidente che è necessario favorire la reimmissione dei nutrienti (azoto e fosforo) nei cicli biogeochimici naturali (4), in particolare restituendoli ai campi coltivati da cui vengono asportati attraverso gli alimenti.

Vi è un altro aspetto importante della gestione urbana dell’acqua, e riguarda le piogge: la commistione delle acque di pioggia nelle reti fognarie è una delle più importanti criticità  nella gestione delle reti fognarie. Inoltre, indipendentemente da ciò, uno degli impatti ambientali rilevanti dell’urbanizzazione è l’impermeabilizzazione del suolo, che influenza negativamente la risposta idrologica dei bacini, riducendo l’infiltrazione in falda ed aumentando ed accelerando i deflussi superficiali. La città  sostenibile è, dunque, anche quella che riduce al minimo l’impermeabilizzazione del suolo (5) e ne mitiga gli effetti, ‘laminando’ le acque superficiali in occasione delle piogge.

Ecco che, senza volerlo, abbiamo definito cinque ‘criteri di sostenibilità  ambientale’, per la gestione delle acque in ambito urbano.

Dunque nel ‘progettare città  sostenibili’, per quanto riguarda l’acqua, dovremmo puntare a:

– minimizzare i volumi prelevati;

– minimizzare la circolazione ‘artificiale’ dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelevo;

– garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi), commisurata a mantenere in buone condizioni il corpo idrico che riceve gli scarichi;

– permettere il riuso e la corretta reimmissione dei nutrienti nei cicli biogeochimici naturali;

– minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione.

Che si pone come obiettivo rifiuti zero[3]

La grave emergenza rifiuti in Campania è la testimonianza della lontananza del nostro paese dall’Europa e dalle più moderne strategie in tema di politiche ambientali.

Un ampio schieramento imprenditoriale e politico, con altrettanti referenti nel mondo dell’informazione, ha strumentalizzato questa emergenza utilizzandola come grancassa per il sistema di incenerimento (come il migliore degli spot possibili per questi impianti).

Ma la via per la corretta gestione dei rifiuti – meglio materiali post-consumo come sono definiti nella letteratura anglosassone – è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à la scelta rifiuti zero.

Nell’ottica della decrescita la gestione dei rifiuti va finalizzata prioritariamente alla loro riduzione e solo in seconda battuta al riuso e al riciclaggio delle materie prime secondarie di cui sono composti. L’obiettivo di fondo a cui tendere si può riassumere nella formula zero rifiuti. In questo contesto, la raccolta differenziata è l’ultimo degli strumenti organizzativi utilizzabili per recuperarne e riutilizzarne la maggiore quantità  possibile.

Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica dei rifiuti viene impostata principalmente sulla raccolta differenziata di una parte dei materiali dismessi e l’incenerimento del rimanente. Il contesto culturale di riferimento di questa metodologia è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In tale contesto si dà  per scontato che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dei rifiuti. Poiché di conseguenza aumentano i loro ingombri fisici e il loro impatto ambientale, si propone di ridurre queste conseguenze collaterali indesiderate riciclandone una parte e spacciando per distruzione dell’altra la sua trasformazione in fumi. Tuttavia, se i rifiuti aumentano, la raccolta differenziata diventa una fatica di Sisifo che non ridimensiona il problema ma si limita a rallentare la velocità  con cui cresce, mentre la liberazione degli spazi fisici che si ottiene con l’incenerimento, oltre a emettere CO2 aumentando l’effetto serra, riempie l’atmosfera di veleni, micro e nano polveri dagli effetti devastanti sulla salute umana e sugli ambienti. Al contempo distrugge materiali riutilizzabili e produce quantità  di energia molto inferiori a quelle che sono state necessarie a produrli. I danni economici che genera sono direttamente proporzionali ai danni ambientali.

E allora ripetiamo che la via per la corretta gestione dei rifiuti è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à l’obiettivo rifiuti zero.

Per farlo non c’è che da applicare l’approccio comunitario (europeo), da decenni chiaro e mai messo in discussione, che ha come meta finale proprio l’obiettivo rifiuti zero, già  perseguito da avanzatissime città  del pianeta che vengono additate dai più come esempio.

Approccio che prevede i seguenti passaggi/fasi:

a) prevenzione

b) preparazione per il riutilizzo

c) riciclaggio

d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia

e) smaltimento.

1. Prevenzione dei rifiuti

Riduzione all’origine di quantità  e pericolosità  dei rifiuti attraverso la riprogettazione ecologicamente orientata di beni e servizi (tecnologie più pulite, ecodesign, analisi del ciclo di vita delle merci, politiche integrate di prodotto, acquisti verdi).

A questo riguardo è essenziale fare avanzare in fretta il dialogo e l’integrazione tra università , imprese e società  civile per innovare politiche produttive, stili di vita e di consumo. In pratica dobbiamo impegnarci affinchè il nostro design industriale crei prodotti che siano riutilizzabili, riciclabili, compostabili.

2. Riduzione dei rifiuti

Come fare a ridurre i rifiuti? Per esempio, esiste un programma europeo[4] denominato â100 Kg che consiglia una serie di azioni e promozioni di azioni individuali che tutti i nostri enti locali possono applicare per ridurre di 100 Kg all’anno per abitante la produzione di rifiuti/materiali post-consumo.

Compostaggio domestico. Per millenni il genere umano ha praticato il compostaggio domestico. Tutti gli scarti organici del cibo venivano riciclati in giardino, nei campi e negli orti, creando humus. Oggi questa pratica ancora di nicchia, permetterebbe di risparmiare almeno 30 kg di rifiuti pro capite all’anno, può essere incentivata dai Comuni con uno sconto sulla tariffa rifiuti.

Latte alla spina. Un’altra scelta intelligente è l’introduzione del vuoto a rendere sulle bottiglie di plastica o vetro, come accade nel Nord Europa, e incentivare la distribuzione di prodotti alla spina, come il latte e i detersivi.

Acqua del rubinetto. L’Italia ha il triste record mondiale della vendita d’acqua minerale in bottiglia, in maggior parte di plastica, che si traduce in un totale annuo di 12 chili di rifiuti pro capite. L’acqua dei nostri acquedotti è controllata tutti i giorni mentre quella in bottiglia no e in molti casi quella venduta dalle multinazionali è anche meno buona.

I comuni dovrebbero promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto e dare l’esempio negli uffici, nei luoghi di riunione, nelle. scuole, negli asili, negli ospizi.

Pannolini lavabili. I pannolini sono la componente più critica nella gestione dei rifiuti. I pannolini usa e getta di cui ha bisogno un bambino·nei primi tre anni di vita producono 1.000 kg di rifiuti non riciclabili.

3. Recupero e riciclo di materia

La soluzione organizzativa più efficiente per recuperare e riciclare dai rifiuti la maggior quantità  di materie riutilizzabili è la raccolta differenziata ‘porta a porta’, che ovunque raggiunge rapidamente circa il 70% in peso dei rifiuti totali. Suddivisi per tipologie omogenee, i materiali post-consumo possono essere riciclati e riutilizzati.

Questa è la soluzione più interessante non solo termodinamicamente ed ecologicamente, ma anche economicamente perché i costi del riciclaggio delle materie prime secondarie sono inferiori ai costi di produzione delle materie prime vergini. Per una buona riuscita del porta a porta è necessario che si applichi una tariffa puntuale, ovvero sia parametrata sulla quantità  residua dei rifiuti indifferenziati, in modo da premiare i comportamenti virtuosi.

Sempre più città  in Italia e nel mondo applicano questo sistema. Naturalmente la raccolta differenziata spinta mette in discussione gli attuali equilibri di gestione basati sul binomio incenerimento-discarica. Da qui una serie di opposizioni sostenute da tesi pretestuose, del tipo: ‘Il porta a porta non si può fare nella grandi città ’; ‘E’ difficile’; ‘Non conviene riciclare oltre il 60%’ (tesi carissima a tutti i difensori dello smaltimento tramite combustione). Se ne sono sentite e se ne sentono di tutti i colori.

Le esperienze italiane e straniere dimostrano che questo è il metodo più efficace di raccolta. Percentuali altissime di differenziazione si sono avute anche in grandi metropoli come San Francisco (67%) e in città  italiane: 70% a Novara e in quartieri di Reggio-Emilia con altissima densità  d’immigrati. Di grandissimo rilievo il risultato del Consorzio Priula di Treviso che supera il 75% in un’area territoriale dove vivono oltre 220.000 abitanti. Ma anche nella Provincia di Bologna là  dove il porta a porta è stato avviato siamo su queste performance(circa 75%): Monteveglio, Crespellano, Monte San Pietro, Sasso Marconi.

A tal proposito sono interessanti due studi ‘opposti’: uno dell’Ecoistituto di Faenza sulla gestione dei rifiuti urbani in Lombardia e Veneto (autore Natale Belosi, coordinatore del comitato scientifico) e l’altro della Provincia di Bologna (contenuto nel Piano Provinciale di Gestione dei Rifiuti, elaborato da Sintesi, Walter Ganapini e Scuola Agraria del Parco di Monza). Entrambi dimostrano la maggior convenienza della raccolta differenziata domiciliare (‘porta a porta’) rispetto agli altri sistemi. Il ‘porta a porta’ risulta non solo più efficace ma economicamente più conveniente e migliore in termini di riduzione dei gas serra (nonchè, nel primo, anche l’elevato gradimento della popolazione che l’ha ‘sperimentato’).

4. Recupero di energia e smaltimento

E’ il tema più scottante, sul quale le lobby dell’incenerimento hanno costruito nei decenni le loro fortune economiche (grazie al dirottamento dei contributi statali del Cip6 previsti per le fonti rinnovabili). Per l’Unione europea è il recupero della frazione combustibile residua, in sostituzione di combustibili fossili a servizio di processi industriali (per esempio i cementifici), e la produzione di metano dalla digestione anaerobica di reflui organici. Lo smaltimento tramite incenerimento di rifiuti in impianti dedicati come ha stabilito un voto del Parlamento europeo nel 2006, non è quindi ‘recupero di energia’; ma in Italia c’è chi continua a fare finta di nulla.

Per recuperare energia dai rifiuti la soluzione migliore sono gli impianti di trattamento anaerobico della frazione umida raccolta in modo differenziato (da cui si ricavano biogas e fertilizzanti), mentre per lo smaltimento del residuo è meglio utilizzare impianti di ‘Trattamento meccanico biologico’ (TMB).

L’aut aut tra incenerimento e raccolta differenziata dei rifiuti

Fra le tante storielle che sentiamo raccontare dalla vulgata in materia di incenerimento dei rifiuti e di raccolta differenziata â e posso affermare: raccontate ad acta dai difensori e sostenitori dell’incenerimento â c’è quella che afferma che gli inceneritori non sono in contraddizione con la raccolta differenziata, anzi le due cose possono andare armoniosamente insieme e non sono di nessun ostacolo l’uno per l’altra.

Ma una persona ‘normodotata’, ovvero una persona qualsiasi, capisce velocemente che le due cose non possono stare assieme.

I rifiuti è meglio ridurli alla fonte, producendone meno, e riciclare il più possibile i residui materiali post-consumo. Ma più si riducono e più se ne riciclano, meno materiale ci sarà  per alimentare gli inceneritori, che già  hanno bisogno di sovvenzioni pubbliche per diventare redditizi[5]; figuriamoci se non dovessero nemmeno lavorare a pieno regime rispetto alle loro potenzialità .

Quindi è lapalissiano che più si riduce e si ricicla e meno gli inceneritori hanno senso di esistere, ma è anche vero il contrario, meno si ricicla e più gli inceneritori hanno rifiuti da bruciare. Gli stregoni della combustione assistita dal denaro dei contribuenti a parole si affannano a sostenere che non è vero, nei fatti fanno di tutto per impedire che la raccolta differenziata superi le percentuali che non consentirebbero di riempire ben bene e costantemente i forni.

Che si muove a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico

La crescita della mobilità  è il principale fattore di incremento delle emissioni climalteranti (gas serra) in Italia, come negli altri paesi sviluppati. Ma soprattutto in Italia – caratterizzata dai più alti tassi di motorizzazione europei, da percorrenze molto elevate, da un eccezionale squilibrio tra mezzi privati e pubblici e tra trasporto su gomma e su ferro o acqua -la conversione dei trasporti è una delle grandi priorità  del paese, sia per la riduzione della CO2 che, più in generale, per la qualità  ambientale e della vita urbana.

A parte l’impellente bisogno di stabilizzare i livelli atmosferici di CO2, ci sono una serie di altre ragioni per spingerci a riorganizzare i sistemi di trasporto: la necessità  di prepararsi al crollo della produzione petrolifera (superamento del Picco del Petrolio), di alleggerire la circolazione automobilistica e di ridurre l’inquinamento atmosferico.

Con la produzione petrolifera mondiale vicino al picco, non ci sarà  petrolio disponibile a un basso costo estrattivo sufficiente ad alimentare l’espansione del parco automobilistico mondiale, e in verità  neanche per permettere il mantenimento del parco attualmente esistente. La crescente preoccupazione relativa ai cambiamenti climatici e il desiderio di ridurre le emissioni di anidride carbonica deve condizionare la politica dei trasporti a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.

Oltre alla volontà  di stabilizzare il clima, gli automobilisti pressoché ovunque stanno affrontano quotidianamente ingorghi stradali; e una congestione del traffico sempre maggiore genera frustrazioni e aumenta i costi aziendali e sociali.

La conversione ambientale del sistema dei trasporti richiede interventi sia sul lato della domanda che sul lato dell’offerta. Le città  italiane sono assediate da milioni di autoveicoli; evidenti sono i problemi dovuti alla congestione, alla progressiva paralisi del traffico, all’inquinamento acustico e dell’aria.

Per affrontare correttamente il tema (problema) della mobilità  occorre tener conto di due considerazioni:

  • la mobilità  è un diritto, o meglio, un bisogno delle persone, e va favorita e resa compatibile con altre esigenze, prime fra tutte quelle ambientali e della salute;
  • dobbiamo renderci conto che non si può continuare a ‘drogare’ la domanda di mobilità  (‘disperdendo’, ad esempio, in maniera irrazionale gli insediamenti urbani, in modo di non riuscire mai di fatto a soddisfarla).

La politica sinora condotta dalle amministrazioni locali ha, purtroppo, continuato a favorire in maniera irresponsabile il consumo di suolo e la dispersione abitativa, rendendo il nostro territorio in una situazione continuamente ‘debitoria’ di grandi infrastrutture: mancano sempre delle strade, bretelle, passanti autostradali, svincoli, gallerie, viadotti, ecc.

Un’altra necessaria proposizione riguarda il raggio della mobilità . La ripartizione degli spostamenti per la lunghezza del percorso vede, nel 2008 (Rapporto Istituto Superiore Formazione e Ricerca per i Trasporti) la quota dei viaggi di prossimità  (entro i 2 km) al 31,4%, seguita da quella di media distanza (tra 11 e 50km) al 23,7%, di corto raggio (tra 3 e 5km) 21,7%, locali (tra 6 e 10km) 20,2% e lunga distanza (oltre i 50 km) al 3,2%. In sostanza il 73,3% degli spostamenti riguarda una distanza inferiore ai 10 km.

Il futuro della mobilità  cittadina si basa su di un mix di ferrovie, autobus, biciclette, spostamenti a piedi e automobili.

I parcheggi e la velocità  dei veicoli limitano gli spazi di vita e di socialità , la crescita dei consumi energetici si accompagna all’aumento dei tempi di spostamento.

Le politiche sui trasporti sono appena sfiorate dalle richieste di limitazione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

La pianificazione delle città  è sempre più al servizio dell’automobile, e le soluzioni più comuni propongono l’acquisto di nuove automobili, nelle intenzioni, “meno inquinanti”. Propongono la costruzione di nuove strade, tangenziali di tangenziali, nuovi parcheggi nel centro delle città .

E’ necessario iniziare un percorso di riconversione dei sistemi di trasporto delle città , per limitare i danni ambientali e sociali causati dall’uso improprio del mezzo privato a motore, fra cui l’elevata incidentalità  che determina gravi rischi per i soggetti più deboli che percorrono le strade (pedoni e ciclisti). Gli interventi di seguito proposti non sono quindi da intendere come singole misure con rapidi e sicuri risultati, ma si propongono come base nei programmi di pianificazione e riqualificazione urbana per raggiungere la sicurezza stradale per tutti, l’autonomia degli utenti deboli della strada, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, la riscoperta della funzione sociale della strada.

Pianificare le città  per un diverso sistema di trasporti, rimettendo in discussione tempi e luoghi della città . Al fine di migliorare la mobilità  e la qualità  della vita urbana un elemento fondamentale è una rigorosa pianificazione degli insediamenti e dei sistemi di trasporti, che riveda lo schema di priorità  utilizzato per l’organizzazione della mobilità  delle città . Occorre in altre parole intervenire su più fronti contemporaneamente, non limitandosi a interventi sui trasporti, ma rimettendo in discussione tempi e luoghi della città .

Ridurre la necessità  di spostamento. Oggi è necessario avere il coraggio di riconoscere che la mobilità  delle nostre città  non è sostenibile perché i suoi costi ambientali e sociali non sono sostenibili. à necessaria la diminuzione dei flussi di trasporto privato, ossia i veicoli in circolazione e i km complessivamente percorsi, per restituire spazi di socialità  e vivibilità , diminuire i consumi energetici e lo spreco di territorio.

Si va a piedi fino dove si può. L ‘uso dei piedi, del camminare come mezzo di spostamento, è il primo e più semplice modo per favorire la riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti. Camminare permette di raggiungere senza sforzo distanze fino a 2 km, ma è necessario rendere il camminare piacevole e non una gimcana continua fra le auto. Ad esempio, è necessario assicurare che il percorso fra eventuali parcheggi di corrispondenza e il centro città  sia il più possibile invitante e non pericoloso.

Quindi si utilizza la bicicletta. In Italia più che in Europa stenta ad affermarsi una cultura che vede nella bicicletta un mezzo di trasporto urbano quotidiano alternativo all’automobile. La bicicletta è ancora associata, in molte parti della società , alla povertà  e alla mancanza dell’automobile. D’altra parte poche sono le città  italiane (Bologna non è sola; anche se in regione ci sono esempi di eccellenza paragonabili a situazioni di Paesi oltralpe) che hanno predisposto un’adeguata rete ciclabile, volta a favorire gli spostamenti in bicicletta, con itinerari dedicati e moderazione del traffico.

Chi non può usare la bicicletta usa i trasporti pubblici. Autobus, tram e metropolitane non possono sostituire interamente l’automobile, ma il trasporto pubblico costituisce un sistema fondamentale per una mobilità  sostenibile nelle aree urbane. E’ necessario però aumentare la convenienza del trasporto pubblico locale (TPL) rispetto al veicolo privato sul piano dei costi, della rapidità  e del comfort, sia potenziando il TPL che penalizzando l’auto. Occorre inoltre che i mezzi pubblici siano il più possibile dotati di motori poco inquinanti.

Dove il trasporto pubblico tradizionale non può arrivare sono da utilizzare sistemi di trasporto a chiamata. Una mobilità  moderna oggi non può prescindere dall’utilizzo di sistemi a chiamata e di condivisione organizzata dei veicoli. Si tratta di un servizio pubblico intermedio tra autobus tradizionale e taxi, con tariffe notevolmente inferiori a quelle del taxi: una flotta di veicoli, che si muove senza orari e percorsi fissi, e nella versione più tecnologica è gestita tramite un software.

Ove possibile si possono anche utilizzare sistemi di trasporto condivisi (car pooling e car-sharing). Un’altra forma utile a diminuire l’impatto ambientale è la condivisione dell’auto, che può avere diverse modalità , tra cui in particolare quella dell’autovettura in multiproprietà , del car sharing (un numero sufficiente di automobili è disponibile in diversi parcheggi in punti strategici della città ; chi è abbonato al servizio può accedere alle vetture – con o senza prenotazione, eventualmente in modo automatizzato tramite ,una carta elettronica – e utilizzarle, lasciandole al termine dell’utilizzo in uno qualunque dei parcheggi attrezzati) e del car pooling (che è la condivisione dell’uso dell’autovettura privata attraverso la creazione di equipaggi che effettuano, del tutto o in parte, gli stessi spostamenti e riguarda soprattutto, ma non solo, i movimenti regolari casa-lavoro). Anche in questi casi, come per i mezzi pubblici,”occorre investire su autoveicoli a basse emissioni inquinanti.

Negli altri casi si usa l’automobile privata, in modo regolamentato. à oramai evidente come il numero di automobili in circolazione sia non più sostenibile per le città  italiane. Non solo è necessario fare in modo che tale numero smetta di crescere, ma sarebbe necessario diminuirlo in modo sensibile. Agire sul lato dell’offerta, continuando ad assicurare strade e parcheggi per le automobili è un suicidio. Ci sarà  sempre bisogno di nuove strade e di nuovi parcheggi. à quindi necessario agire sul lato della domanda. Innanzitutto fermando l’attuale situazione di mobilità  drogata, che da un lato penalizza il trasporto pubblico, dall’altro sovvenziona l’acquisto delle automobili. Senza le sovvenzioni la crisi dell’industria dell’auto sarebbe scoppiata già  da tempo. Ma era una crisi inevitabile, in quanto una mobilità  fondata solo sull’auto non è sostenibile. A poco, del resto, potranno servire ulteriori incentivi, in quanto oggi nelle città  non c’è più spazio fisico per accoglierle.

La bicicletta in ambito urbano va considerata come un mezzo di trasporto vero e proprio: non inquina, non assorda, occupa pochissimo spazio, crea rischi di incidenti molto più limitati rispetto ai veicoli a motore (che invece causano 7.000 morti all’anno in Italia).

Se la bici aiuta le città  e ne migliora la vivibilità , muoversi in bicicletta risulta però difficile e rischioso.

In bici si potrebbe andare ovunque se ci fosse una rete di piste ciclabili e fosse garantito girare in sicurezza. Si potrebbe â¦; ma perché i cittadini siano liberi di scegliere tra i veicoli inquinanti e la bici debbono avere condizioni favorevoli: una rete di piste sicure, in sede propria. Le Amministrazioni locali, provinciale e regionale hanno la responsabilità  di creare tali condizioni attraverso politiche urbanistiche e della mobilità  appropriate. Non si tratta di âinventare la ruota’, basta osservare quanto avviene nei paesi del nord Europa, e di decidere che si tratta di una vera priorità  per ridurre inquinamenti e mortalità  sulle strade ‘senza se e senza ma’.

La bici é il veicolo più debole della strada: se davvero se ne vuole promuovere l’uso,

occorre una rete estesa di piste ciclabili in sede propria, separata sia dai veicoli a motore che dai pedoni.

Raccordare le piste esistenti tra loro in modo da formare una rete, condizione indispensabile per favorire l’uso della bici in città . Dare maggiore attenzione alla sicurezza; le biciclette debbono poter disporre di una sede propria ovunque possibile; nelle altre strade si possono adottare altre soluzioni, ad esempio di traffic calming che riducano le velocità  dei veicoli a motore (un ciclista o pedone investito da un’auto a 30 km/h ha molte più probabilità  di sopravvivere che non a 70km/h); occorrono attraversamenti degli incroci protetti e ben visibili.

L’obbiettivo deve essere la realizzazione di una rete urbana e metropolitana che riconosca effettivamente a chi vuole scegliere questo mezzo il diritto di usarlo in sicurezza: oggi questo diritto viene negato nei fatti! Ed è paradossale che venga scoraggiato e penalizzato proprio il mezzo che meno inquina e meno ingombra!

Che non consuma più suolo per crescere[6]

Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità , ecc.).

Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità  della vita dei cittadini.

La progressione della trasformazione (‘artificializzazione’) è drammatica: ogni giorno in Emilia-Romagna viene consumato l’equivalente di 11 campi di calcio (ogni giorno !!!) Anche la progressione storica più recente del fenomeno è drammatica. A metà  dell’800 le aree urbanizzate della sola pianura erano l’1,5 % del totale. Dopo 100 anni, negli anni ‘50, erano il 2,5 %, per passare al 7,5 % a metà  degli anni settanta e al 13 % (cioè il doppio) venticinque anni dopo, all’inizio del 2000. Un’ accelerazione patologica.

Regione Emilia-Romagna che è al terzo posto in Italia per consumo di territorio, dopo la Liguria e la Calabria e in compagnia della Sicilia: fra il 1990 e il 2005 la percentuale di suoli liberi consumati sul totale della superficie regionale ammonta al 22%.

Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà  a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).

Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività , che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la ‘città  continua’. Dove esistevano paesi, comuni, identità  municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una ‘conurbazione’ ormai completa per molte aree del paese.

Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì!

Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta ‘crescita zero’, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.

Il movimento di opinione per lo ‘STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO’ e i sottoscritti firmatari individuano 6 principali motivi a sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.

Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come ‘moneta corrente’ per i bilanci comunali.

Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.

Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità  (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.

Perché il suolo di una comunità  è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.

Per senso di responsabilità  verso le future generazioni.

Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società .

Pensieri per agire

Per prima cosa occorre dire che questo Movimento non ha (non può avere – data la situazione generale – e non ha la pretesa di avere) nessuna ‘bacchetta magica’ in grado di risolvere tutti i danni già  fatti o in corso di progettazione in ciascun singolo territorio.

Se così fosse, sarebbe troppo facile e verrebbe da domandarsi come mai nessuno ha mai tirato fuori dal cassetto prima questa bacchetta magica.

Viviamo in un sistema fortemente iniquo, che dobbiamo modificare. Questa campagna è appena l’inizio di un lungo periodo di tentativi di cambiamento che dovremo sviluppare con forza e coraggio, tutti assieme.

Per raggiungere IL vero cambiamento, cioè un nuovo modello di Società  ecologicamente sostenibile, è necessario promuovere il cambiamento dei consumi e dei modi di produzione. Nella consapevolezza che la lotta contro la cementificazione è in realtà  una battaglia per un cambiamento di prospettiva che, a partire dal governo del territorio, deve necessariamente investire la cultura, l’economia, la società  e â in definitiva â la politica.

Questa premessa è doverosa per evitare di creare eccessive aspettative, cioè suggerire che ‘qualcuno, da lontano, forse potrebbe risolvere i miei/nostri problemi’.

Non è così: oggi ognuno di noi deve essere in grado di partecipare direttamente e senza deleghe ‘in bianco’ al necessario cambiamento sociale in costruzione.

Quindi pensare ad una campagna nazionale per lo ‘Stop al Consumo di Territorio’ significa innanzitutto voler riunire in una rete forte e a maglie strette tutte le realtà  territoriali, le loro vertenze in atto, l’esigenza di nuove regole condivise. In primo luogo: cambiare le regole generali da cui scaturiscono tutti i singoli problemi locali.

La campagna nazionale non è altro che la summa di queste micro-situazioni territoriali.

A livello nazionale ciò che stiamo sviluppando è far ‘tuonare’ una voce forte che dica: ‘basta con la cementificazione della nostra esistenza’, che solleciti i media e l’opinione pubblica a riconsiderare i principi della crescita e dello sviluppo a tutti i costi. Una battaglia innanzitutto culturale, che apra cuori e cervelli e costringa i poteri a non trovarsi più nella condizione di dover sostenere l’insostenibile â¦

Non sarà  e non è facile. Ma le prospettive ci sono tutte e sta a noi impegnarci a fondo.

E per il successo di queste nostre azioni, sarà  essenziale il rapporto tra campagna nazionale e il nostro gruppo locale. Per questo è fondamentale l’avvio di tanti gruppi militanti sul territorio.

Disseminare l’innovazione. Non meno importante è la diffusione di buone pratiche alternative. Gli esempi raccolti da Marco Boschini sul sito dei Comuni Virtuosi, si aggiungono a quelli segnalati da Eddyburg, nel sito e nelle pubblicazioni No Sprawl, Il mestiere dell’urbanista, La costruzione della città  pubblica. Occorre proseguire in questo paziente lavoro di raccolta affinché l’azione di contrasto si tramuti â nel più breve tempo possibile â in una âdisseminazione’ di iniziative sperimentali, innovative, controcorrente.

Le prime ‘rivendicazioni’ da fare nei nostri territori

Il fatto di aver potuto raccontare una ‘esperienza virtuosa’ in atto all’interno di un Comune italiano con piano regolatore a ‘crescita zero’ (quello di Cassinetta di Lugagnano, provincia di Milano) è stato fondamentale per infondere entusiasmo e testimoniare in concreto che ‘si può fare’: amministrare un municipio con circa 1.800 abitanti senza vivere del ‘ricatto’ derivante dalla moneta corrente rappresentata dagli oneri urbanistici per nuove edificazioni, l’elisir per salvare i disastrati bilanci dei nostri Comuni â¦

Coinvolgere le pubbliche amministrazioni. Dobbiamo quindi partire da qui, in ogni Comune; questo deve essere il nostro primo obiettivo: far sì che il nostro Comune segua la strada di Cassinetta di Lugagnano.

Occorre dunque chiedere a cittadini ed amministrazioni che si apra un dibattito partecipato in questo senso e per farlo noi dobbiamo sollevare la richiesta ufficiale dei cittadini ai loro amministratori – a livello di ciascun Comune italiano â affinché si sospendano i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e si provveda ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività ), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

à possibile pretendere dalle amministrazioni locali impegni concreti su questo fronte.
Se questo accadrà , è del tutto probabile che la politica non possa rimanere indifferente e che â nelle regioni più sensibili e in prospettiva anche a scala nazionale â si possano approvare leggi e strumenti amministrativi indispensabili per assicurare un efficace contrasto al consumo di suolo e una migliore organizzazione degli insediamenti esistenti. In questi giorni, 144 sindaci della Lombardia sono riusciti, con la loro iniziativa, a fermare la progressiva privatizzazione del servizio idrico, ottenendo una significativa modifica della legislazione regionale. Sarà  possibile ottenere successi analoghi anche nella battaglia in difesa del territorio? Ce lo auguriamo.

Come primario obiettivo strategico un’urbanistica della transizione, per affermare un’idea di città  virtuosa, deve proporsi di utilizzare, per la residua domanda insediativa, solo aree irreversibilmente compromesse in passato dall’urbanizzazione, favorendo con opportuni incentivi, anche in questo caso per convergere su obiettivi plurimi, le localizzazioni prossime ai nodi di interscambio del trasporto pubblico.

La dinamica insediativa dell’ultimo mezzo secolo, urbanizzando migliaia di ettari, consumando e spesso sprecando ingenti patrimoni di aree vergini, ha creato un ampio volano di piattaforme edificabili. Le cosiddette aree dismesse o potenzialmente tali.

Nell’era solare l’urbanizzato dismesso ciclicamente deve diventare la sola risorsa disponibile per i nuovi insediamenti. L’eccezionale uso di terreni vergini può essere tollerato solo quando impegni aree marginali a consistenti compendi organici e quando offra controllabili (costi/benefici) contropartite di sostenibilità  ambientale ed efficienza energetica. Questi indirizzi caratterizzano ed evidenziano ulteriormente una chiara idea di città  sulla quale debbono convergere le politiche insediative di tutti i comuni della città  metropolitana.

Né mi pare, ma potrei sbagliarmi per ignoranza, che sul piano normativo esista qualche norma urbanistica regionale, a parte le rituali esortazioni, che aiuti a difendere efficacemente i suoli ‘naturali’ dalla ‘artificializzazione’ a fini edificatori.

Il consumo di suoli naturali si cela sotto le più ‘elementari e legittime esigenze’ perché culturalmente considerato inevitabile conseguenza di ogni attività  umana sul territorio.

Non ci si è mai posti, scientificamente, l’obbiettivo di trasformare il territorio escludendo o anche solo minimizzando l’uso del suolo naturale. Una risorsa non riproducibile artificialmente, mentre lo è perfino il danaro.

Nemmeno per le grandi infrastrutture, che seppelliscono letteralmente, sotto asfalto e cemento, centinaia di ettari di terreni naturali.


[1] da: ‘I guardiani della luce’ di Ferruccio Jarach; intervista a Maurizio Pallante sul portale QualEnergia; ‘Verso l’autonomia energetica’ dell’Agenzia Fiera delle Utopie Concrete

[2] da ‘Nuvole e sciacquoni’ di Giulio Conte

[3] da: ‘Un programma politico per la decrescita’ del Movimento per la Decrescita Felice; strategia Rifiuti Zero

[4] Lanciato da ACR+, l’Associazione delle città  e regioni per il riciclaggio e il management sostenibile

[5] Incentivi rappresentati dai cosiddetti CIP6, ovvero si tratta di un incentivo statale, preso direttamente dalle nostre bollette, che dovrebbe finanziare l’energia prodotta da fonti rinnovabili e che per anni, anomalia tutta italiana, è andato a finanziare invece l’energia prodotta dagli inceneritori e dagli scarti della produzione petrolifera. Miliardi di euro che sono stati indebitamente sottratti allo sviluppo delle energie pulite, grazie all’introduzione nel decreto legislativodi una subdola parolina: ‘assimilate’; tra le quali rientravano appunto inceneritori e porcherie di cui sopra.

[6] dall’esperienza di Cassinetta di Lugagnano (MI) e dal movimento STOP al consumo di territorio

Un lungo passato per un futuro immediato

Il Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità  della Regione Piemonte, si pone l’obiettivo di garantire la salvaguardia delle aree naturali presenti sul territorio regionale e la tutela della biodiversità  nel rispetto delle convenzioni internazionali e delle normative europee.

Le radici sono profonde e le scadenze ormai imminenti. A Rio de Janeiro nel 1992 è stata predisposta la Convenzione sulla biodiversità  (Global Biodiversity Strategy) che impegna le Nazioni di tutto il mondo affinché la strategia di intervento riguardi l’intero pianeta, in quanto coinvolto nel proprio insieme in questi mutamenti non controllabili esclusivamente a livello locale.

I Capi di Governo si sono impegnati a ‘raggiungere entro il 2010 una riduzione significativa dell’attuale tasso di perdita della biodiversità ’. Tale bilancio sarà  presentato al World Summit sullo Sviluppo Sostenibile Countdown 2010, con lo scopo verificare in che modo tutti i Governi, ad ogni livello, abbiano assunto le misure necessarie per bloccare il processo di depauperamento risorse primarie.

l’Italia ha ratificato la Convenzione sulla Biodiversità  con la legge 124/1994. La Regione Piemonte nel giugno 2009, varando il Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità , oltre ad adeguarsi a quanto richiesto dalle normative comunitarie conferma la spiccata sensibilità  ambientale da sempre dimostrata nel panorama legislativo regionale italiano.

Il Piemonte, annovera un ampio patrimonio paesaggistico e naturalistico, che racchiude 63 aree protette per una superficie di 160.000 ettari pari al 7% del territorio regionale, comprendente 274 Comuni piemontesi che grazie al nuovo Testo unico oggi saranno direttamente coinvolti all’interno di una pianificazione partecipata nella diretta gestione dei territori di pregio ambientale.

Il sistema delle aree protette piemontesi nasce alla metà  degli anni Settanta, grazie al Testo unico si procede ad una sostanziale riforma del sistema normativo dando una spinta propulsiva alla politica della tutele delle aree protette, attraverso una sua revisione completa che giuridicamente sancisce il sistema della rete ecologica.

Sintetizzato per azioni nei suoi ‘paesaggi ecologici caratterizzanti’, il Testo unico presenta elementi distintivi ed innovativi, quali:

a. la realizzazione della rete ecologica attraverso l’integrazione e la regolamentazione dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e delle ZPS (Zone di Protezione Speciale), che sono complementari e differenti rispetto al precedente sistema delle aree naturali protette, attuando così le direttive comunitarie “Habitat” e “Uccelli”. All’interno della realizzazione della rete ecologica è immaginata l’articolazione delle maglie delle aree contigue interconnesse ai corridoi ecologici, quest’ultimi per la prima volta con dignità  giuridico-progettuale (articolo 6)[1];

b. il coordinamento con le politiche urbanistiche e territoriali ed il coinvolgimento diretto delle Province, dei Comuni e delle Comunità  Montane quali soggetti primari e abilitati per la identificazione e gestione, (articolo 1 comma d)[2];

c. la ridefinizione del sistema delle aree protette è previsto un raggruppamento di enti per la gestione delle aree esistenti, sulla base di ambiti omogenei per circoscrizione geografica e peculiarità  comuni, quali il sistema delle Alpi Cozie, del Po e dei i Sacri Monti. L’evidenza della maggiore funzionalità  organizzativa è dimostrata dal valore aggiunto alla già  nota singolarità  dei Sacri Monti, come insieme testimoniale di luoghi della memoria religiosa, artistica e architettonica. Avere un unico ente di gestione significa intensificare la loro competitività  e rappresentativa mondiale, evidenziata dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale da parte dell’UNESCO;

d. la promozione dei parchi interregionali, mediante collaborazioni interregionali, consolidando un’esperienza saltuaria, ma già  da tempo praticata in alcune realtà  regionali su iniziativa spontanea;

e. uno strumento legislativo unico per l’ampliamento della rete e per la semplificazione della procedura legislativa attraverso l’abrogazione di circa 150 decreti istitutivi, che faciliti e coordini l’intero sistema naturale istituito ed istituendo.

Il Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità  dà  consapevolezza al valore appartenente della diversità  biologica e alle relative componenti ecologiche, rafforzando una sempre maggiore comprensione del sistema ambientale nella sua interezza, in grado di afferrarne sia gli aspetti strutturali-naturali, sia quelli politico-funzionali, da cui far derivare le attività  di conservazione ed uso sostenibile del patrimonio naturale, tenendo conto sia dello stato degli ecosistemi e delle loro variazioni, sia delle politiche, dei piani e dei programmi settoriali e intersettoriali che governano il processo di gestione territoriale.


[1] Articolo 6.

(Aree contigue)

1. La Regione, d’intesa con i soggetti gestori delle aree protette, con deliberazione del Consiglio regionale su proposta della Giunta regionale, delimita aree contigue finalizzate a garantire una adeguata tutela ambientale ai confini delle aree protette medesime e per le quali predispone idonei piani e programmi, da redigere d’intesa con gli Enti locali interessati e con i soggetti gestori, per la gestione della caccia e della pesca, delle attività  estrattive e per la tutela dell’ambiente.

2. All’interno delle aree contigue, ai sensi dell’articolo 32, comma 3, della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette) la Regione può disciplinare l’esercizio della caccia sotto forma di caccia controllata, riservata ai soli residenti dei Comuni dell’area protetta e dell’area contigua.

[2] Articolo 1.

(Principi generali e ambito di applicazione)

1. La Regione riconosce l’importanza prioritaria dell’ambiente naturale in quanto valore universale attuale e per le generazioni future e definisce con la presente legge le modalità  per la conservazione della biodiversità  e per la gestione di territori tutelati a norma di legge o con provvedimento amministrativo facenti parte della Rete Ecologica Regionale.

2. La Regione garantisce la partecipazione attiva delle comunità  locali ai processi di pianificazione e di gestione sostenibile delle aree protette e ne valuta le proposte, le istanze e le progettualità  in rapporto alla finalità  generale di cui al comma 1.

3. In attuazione dei principi indicati ai commi 1 e 2 il presente testo unico:

a) istituisce la Rete Ecologica Regionale;

b) istituisce la Carta della Natura regionale;

c) individua il sistema regionale delle aree protette istituendo e classificando le diverse aree in relazione alle differenti tipologie e finalità  di tutela;

d) individua le modalità  di gestione delle aree di cui alla lettera c) trasferendo le competenze gestionali di talune di esse alle Province e ai Comuni;

e) delega la gestione delle aree incluse nella rete Natura 2000 ad Enti territoriali e ad Enti strumentali;

f) determina le risorse finanziarie necessarie per l’attuazione delle previsioni normative stabilite nella presente legge e le modalità  di trasferimento ai soggetti gestori.

Che domande fareste al sindaco di una città ?

1. Premessa breve. Quando, prima delle ferie, il presidente del Notiziario mi ha chiesto: ‘Sei in grado di indicare le domande essenziali da rivolgere a un sindaco (ai sindaci) di una città ?’, dentro di me ho pensato: ‘Eh, che sarà  mai!’ e ho risposto, implicitamente accettando: ‘Figurati. Gli argomenti non mancano.’ Poi mi sono morso la lingua, accidenti alla mia precipitazione. Il compito non è facile, tante e tali sono le variabili di contesto di cui tener conto nell’abbozzare uno schema di conversazione; tanti e tali i compiti di un sindaco, in proporzione ai mezzi di cui dispone; tanti e tali gli specialismi da padroneggiare. Solo l’autodisciplina, per quanto ormai traballante, mi ha aiutato a respingere la tentazione della rinuncia (‘Rinuncia, rinuncia!’ risponde ridendo la guardia kafkiana all’uomo incerto sulla via da seguire[1]). Mi conforta il pensiero che questo approssimativo tentativo possa costituire una base su cui si innestino i contributi migliorativi di altri lettori, che â non importa se mossi da pietà  o da irritazione â vorranno intervenire per irrobustirla e modificarla dove necessario.

2. Lo scopo. Immaginiamo di dover condurre una indagine tra i sindaci delle città  italiane, o di una loro partizione . Anzitutto, indagine su cosa? Senza circoscrivere lo scopo conoscitivo, la formulazione di qualsiasi domanda è impossibile o generica. In prima approssimazione, diciamo che vogliamo conoscere come le amministrazioni stanno attuando in pratica il programma per cui hanno ottenuto il mandato. Naturalmente dovremmo evitare di incartarci sulle questioni budget di breve periodo. E nello stesso tempo dovremmo evitare di sconfinare su orizzonti temporali indefiniti, appropriati per le discussioni sulla natura umana, il bene e il male, ecc. Non ci interessa il taglio politico-celebrativo né quello rendicontativo-contabile, e non per una sottovalutazione di questi scopi conoscitivi: da un lato diamo per scontato che ognuno stia facendo del proprio meglio, e dall’altra sappiamo che esistono già  apposite procedure che forniscono output di questo tipo.

Ma sappiamo anche che i programmi sono generali, e che vanno poi tradotti in progetti: cioè in obiettivi, tempi in cui raggiungerli, risorse dedicate. A noi interessa conoscere â al di la degli slogan â qual è la consapevolezza dei problemi, le priorità  selezionate e l’eventuale scarto tra la percezione dei problemi e l’entità  delle soluzioni in campo. Non quelle auspicabili, ma quelle in atto.

Diciamo allora che vorremo conoscere ampiezza e qualità  delle soluzioni che si stanno approntando su alcuni temi strategici delle città , che definiremo più avanti. E che tale conoscenza potrebbe servirci sia per aiutare a riflettere ogni amministrazione sul come sta effettivamente affrontando i problemi; sia a un confronto proficuo tra amministrazioni; sia a individuare le aree troppo sguarnite dal punto di vista tecnicoâ¦ Il focus è il futuro, ma un futuro prossimo. Non vogliamo cadere nello short-termism , (cosa farai nei primi 100 giorni) ma capire quali sono le priorità  su cui nel medio termine una amministrazione vuole assolutamente vedere dei risultati. Ma anche qui chiariamo: ogni comune produce tutti i giorni dei risultati: assistiti, bambini ai nidi, pratiche svolte, spettacoli organizzati, multe comminate ecc. a noi non interessa il risultato ordinario, routinario, ma un tipo di risultato che configuri un cambiamento, e che indichi quindi non solo la priorità  dell’amministrazione, ma il modo in cui l’affronta e quello che si aspetta di ottenere.

Lo scopo conoscitivo è la conoscenza dei cambiamenti indotti dai progetti comunali sullo stato delle cose ritenuto problematico, e delle innovazioni nelle soluzioni. Per contrasto i problemi che invece non subiranno alcun cambiamento nel medio periodo. Una valutazione in itinere.

La città  è capitale sociale, economico, umano, accumulato in anni storia. Le variazioni possibili sono piccole confrontate con lo stock. à come un software, a cui successivi pacchetti possono

3. Il metodo. à cruciale il taglio metodologico, da cui dipende il montaggio del racconto e la sua confrontabilità . La tecnica più appropriata è forse la rilevazione di case history, in cui per ogni città  andrebbero ricostruite le ragioni di un certo posizionamento e della presenza dei certi problemi e delle premesse culturali e politiche alle soluzioni. à una tecnica molto costosa in termini di tempo, e i risultati âessendo ogni caso una storia a sé â presenterebbero difficoltà  di comparazione. Aggiungiamo allora che abbiamo poche risorse e che siamo costretti a restringere l’ampiezza dell’indagine : indipendentemente da come ciascuno è arrivato al punto in cui si trova, ci interessa sapere come pensa di ‘saltarci fuori’, le priorità  di attacco.

Il modo più economico sarebbe un questionario con domande secche e risposte chiuse a punteggio, da trattare statisticamente. Certamente, chiedendo di assegnare un punteggio a un elenco di temi o di opzioni, otterremmo di poter ordinare le risposte secondo una struttura di preferenze e di far emergere â se le domande sono fatte bene â l’orientamento latente delle priorità  dei sindaci. Il problema è che in questo modo possiamo indagare solo le preferenze ordinabili, o le quantità  di risorse stanziate; ma lo strumento non consente di ragionare sulle soluzioni, che sono un mix di quantità  e strategie, insomma sui processi. Inoltre dovremmo formulare domande ‘chiuse’, nelle quali ogni possibile risposta è già  prevista in una modalità . Non è impossibile, ma le variabili per circostanziare le risposte sono tante che il questionario diventerebbe troppo lungo. E poi ce lo vedete un sindaco che compila il questionario da solo? Bisognerebbe metterlo in un angolino, senza suggeritori.

Si potrebbe ricorrere allora ad una intervista-inchiesta. Non ricorriamo alla qualificazione ‘giornalistica’. Usare questa parola oggi in Italia significa rischiare di essere impallinati sul posto, tanti sono i modi di esercitare la professione, rivoluzionata dai cambiamenti tecnologici nei media, dalla struttura dell’industria editoriale, dalla comunicazione come ramo delle p.r. e del marketing. à giornalista sia il divulgatore alla Piero Angela, sia chi, appena ti capita un incidente in cui tutti i tuoi cari sono morti e tu stesso respiri a fatica, ti sbatte il microfono sotto il naso chiedendoti :’Come si sente?’; o il reggi-microfono che annuendo raccoglie la dichiarazione del ministro o assessore di turno. Meglio parlare di intervista non strutturata, che si avvale di strumenti di tipo ermeneutico per l’analisi delle risposte, alla ricerca della koinè, il tratto comune che lega le varie tappe del discorso, e la realtà  in termini delle scelte e delle motivazioni che guidano il comportamento dei rappresentanti della città .

Certamente il materiale deve consentire confronti e comparazioni, eventualmente integrabili con informazioni oggettive sulla struttura socio economica e sul bilancio comunale, con cui interpretare le risposte soggettive dell’amministratore. L’intervistatore deve conoscere bene la realtà  in cui opera l’intervistato, affinchè la conversazione sia proficua. Altrimenti si finisce appunto per fare i reggi-microfono.

4. I grandi temi: economia, popolazione e welfare, governo dello spazio, risorse. Le città  â qui intese come forme sociali di organizzazione, di qualsiasi dimensione, storicamente determinate â sono sempre più al centro dei forti processi economici e sociali del nostro tempo, ne subiscono le conseguenze e ne guidano, o facilitano, le strategie di uscita. à sempre stato così fin dalla loro formazione; ma ovunque â e soprattutto in Italia â questo periodo si presenta ricco di incertezze, sia nella comprensione della portata dei problemi, sia di conseguenza sulle opzioni relative alle soluzioni possibili. Le tensioni principali si presentano su almeno quattro temi principali, fortemente interconnessi, e esposti non in ordine gerarchico: l’interdipendenza dei fattori che concorrono allo sviluppo è una caratteristica della dimensione territoriale; e in questo campo qualsiasi soluzione settoriale dovrebbe essere sottoposto alla verifica degli impatti e delle sinergie generate.

L’economia, ovvero il modo in cui la comunità  locale provvede al soddisfacimento dei propri bisogni, comprende aspetti quali la ricchezza del mercato locale, in primis il mercato del lavoro; il genius loci, ovvero le specializzazioni messe a punto nello scambio; lo stock di attrezzature accumulate e il loro grado di innovazione. Qui la tensione, il conflitto (trade-off, direbbero gli economisti) è tra grado di apertura dell’economia e posizioni di rendita locali. La popolazione, protagonista e destinataria delle politiche, è soggetta a cambiamenti di struttura (vecchi/giovani); di cultura (autoctoni/immigrati); di comportamenti riproduttivi (voglia di natalità  o di famiglia); di comportamenti sociali (individualismo / prossimità ) e politico-organizzativi (partecipazione / governance); tali cambiamenti modificano i bisogni e la domanda sociale.

Il governo del territorio e dello spazio, dovendo rispondere ai bisogni di residenza, insediamento, mobilità  e accessibilità , ambiente, subisce la tensione tra crescita e sostenibilità ; e soprattutto quella dei confini del piano (unità  di analisi di governo dei fenomeni) sempre meno coincidenti con quelli amministrativi del comune. Infine vi è il vincolo rappresentato dalle risorse per la costruzione della âcittà  pubblica’, che è la prova ineludibile a cui la fattibilità  di ogni soluzione va sottoposta. La bontà  di ogni strategia urbana va misurata sulle risorse finanziarie e temporali; in questo caso la tensione è tra decentramento e accentramento (economie di scala e di scopo) e tra pubblico e privato. Chiariamo meglio per ognuno di questi grandi temi l’arco dei problemi e delle soluzioni. In base a ciò riusciremo allora a circoscrivere le domande â o meglio i grappoli di domande â con cui esplorare il livello delle soluzioni.

Economia

Anche senza considerare la violenta depressione che stiamo attraversando, l’economia italiana è caratterizzata da problemi di scarsa crescita, dovuti alla compresenza di zone di arretratezza e di modernità ; di imprese e servizi innovativi e competitivi, e settori in cui prevale la rendita, o addirittura l’evasione fiscale e la criminalità . I settori a forte rendita spiazzano l’investimento produttivo e concorrono alla bassa produttività  del capitale; allo stesso tempo, una società  poco meritocratica riduce l’incentivo all’investimento in educazione, il che abbassa la produttività  del lavoro. Non parliamo di costo del lavoro, perché questo problema in Italia non esiste, se non come divario tra quanto percepito dal lavoratore e dallo stato.

Queste forti tensioni, che la recessione accentuerà , si catalizzano nei territori, nelle città . Diminuisce la presenza delle industrie, a volte di interi settori, che ne caratterizzavano la cultura e il paesaggio, sia per ragioni di obsolescenza tecnica, sia per la rilocalizzazione verso i mercati in crescita. Le imprese fronteggiano opportunità  e minacce dovute all’allargamento dei mercati, al processo tecnologico, al possesso delle informazioni relative ai mercati, ai prodotti, ai processi e alla necessità  di tradurle in innovazioni. Si organizzano e si rafforzano reti di conoscenza, comunità  professionali, catene di fornitura, che sempre meno coincidono coi confini comunali. Schematizzando, si può parlare di due tipi di imprese (sia industria che servizi): quelle che si internazionalizzano vuoi in termini di mercato che come presenza di capitale non famigliare; e quelle che rimangono ‘intrappolate’ nella specializzazione di fase o di dimensione. Specularmente, il mercato del lavoro diventa sempre più segmentato in percorsi professionali interessanti o precari.

Per quanto grande possa essere un comune, quella di una città  è una economia piccola e aperta: una parte molto ampia della sua produzione è esportata fuori del territorio, così come gran parte di ciò che si acquista è prodotto altrove. Le economie urbane non si possono misurare in termini di Pil, né solo dal pur indispensabile successo delle imprese locali. Si dà  per scontato che una tenuta delle imprese abbia effetti positivi su tutta la società  circostante in termini di occupazione, redditi,  benessere, ma in realtà  questa connessione va considerata assieme all’impatto sul territorio, sulla qualità  della vita sociale, sugli aspetti di congestione e di ‘fatica urbana’.

Un comune non può intervenire direttamente sul Pil, ma sui alcuni fattori che concorrono a generarlo. Anzitutto il capitale umano e sociale; l’accessibilità  infrastrutturale; la presenza di servizi efficienti e una buona qualità  della vita. A questo può concorrere sia direttamente con l’investimento, sia mobilitando risorse private. Ma questi fattori richiedono una capacità  di intervento non limitata ai confini comunali, bensì per lo meno ai bacini del mercato del lavoro.

Nel passato le politiche per le aree industriali hanno avuto un impatto determinante sullo sviluppo locale. Oggi la direzione di marcia è largamente segnata. Se, infatti, non si andrà  verso un’espansione, ma verso un mantenimento o un ridimensionamento del peso della manifattura, si pone un problema di riordino e di selezione delle imprese. Il criterio guida non può che essere quello di accompagnare un processo di progressiva diversificazione delle specializzazioni produttive. Dovranno essere privilegiate le imprese ad alto contenuto di conoscenza: quel bacino di imprese che offrono servizi tecnici, spesso piccole, figlie della manifattura e dei processi di automazione industriale che, in modo quasi carsico, è tuttavia cresciuto in misura considerevole soprattutto nel territorio urbano. Dare a queste imprese visibilità  (e dotazioni infrastrutturali adeguate) è oggi una priorità . Si tratta di imprese che operano nell’area informatica, nei settori del controllo dell’automazione industriale e della comunicazione, dell’interfaccia uomo-macchina e macchina-macchina, dell’intelligenza artificiale e della semantica. Esse sono sorte dall’esigenza dell’industria locale di disporre di applicazioni delle tecnologie informatiche; ma alcune di queste, da una iniziale attività  di attuazione di progetti su commessa, sono arrivate a mettere a punto prodotti proprietari originali. In questo campo si cimentano con le rapide innovazioni del settore, che si affermeranno nei prossimi anni: si tratta di innovazioni nella grafica, nella interazione tra macchine, nel riconoscimento biometrico e vocale. Si tratta di attività  economiche che non sono basate su grossi investimenti fisici, ma che richiedono un lungo investimento in know-how, e rispetto al quale il sistema bancario e finanziario non è ancora attrezzato per un ruolo di venture capital.

Popolazione e Welfare

Tre i grandi cambiamenti nella demografia popolazione: bassa natalità , stranieri, anziani, in parte influenzati dai cambiamenti economici (mobilità , flessibilità , precarietà ) e da quelli culturali, cambiano i comportamenti: famiglie più piccole, crescita dei single. Isolamento delle famiglie.

L’incertezza e la precarietà  del lavoro, l’insicurezza del welfare scoraggiano la formazione di coppie stabili e la natalità ; il miglioramento degli standard sanitari e di benessere concorre ad allungare la vita media; nuovi abitanti si insediano â non sono ancora cittadini anche se pagano le tasse â e mi mescolano con gli abitanti presenti. Ciò genera il sorgere di nuovi problemi e bisogni, dalla sicurezza alla fornitura di servizi, dalla prossimità  e mancanza di interazione. Gli stranieri superano il 10% della popolazione, e si avviano a quote del 15-20%. à pensabile che una quota così grande non abbia diritto di parola, pur pagando le tasse e alti affitti? Che il problema sia affrontato solo in termini di sicurezza? La vera sicurezza è non l’impossibile integrazione, ma una interazione regolata.

Gli effetti dell’invecchiamento si faranno sentire soprattutto a partire dal 2020, quando raggiungeranno la vecchiaia le persone nate durante il baby-boom degli anni ‘50 del secolo scorso. Abbiamo quindi davanti circa un decennio per prepararci a questo shock sociale ed economico. Bisogna però attrezzarsi sin d’ora per sapere affrontare una struttura dei consumi dei cittadini che sarà  profondamente modificata. La soluzione non è aumentare le pensioni degli anziani/votanti, ma di creare le condizioni perché l’offerta di beni e servizi sia adatta ad una popolazione anziana. Le politiche di welfare nazionale hanno fallito in questo obiettivo non riuscendo ad affrontare problematiche come la tutela della non autosufficienza, ed hanno scaricato tutto sui comuni. Le funzioni amministrative delegate, senza fissare i livelli minimi delle prestazioni, hanno generato un processo di ‘iperlocalizzazione del sociale’: per cui il comune deve fronteggiare la vasta gamma di disuguaglianze, disagi e conflitti sociali a cui lo stato non riesce a far fronte, dando risposte differenziate sia per via amministrativa sia contrattuale, tramite ricorso a privati del terzo settore. Un esempio per tutti: il mercato (badanti) è arrivato prima del pubblico.

In realtà  sappiamo ancora poco dell’impatto di questi cambiamenti sul modo in cui le persone abitano, sui problemi reali che queste affrontano quotidianamente nello svolgere le diverse attività  che le impegnano. Si richiede uno sforzo per comprendere i bisogni, le aspirazioni di queste nuove forme di associazione umana, interpretare i vincoli e le opportunità  imposte agli individui dallo sviluppo della città  e del territorio; saper leggere quello che le persone fanno diventa indispensabile per far emergere una delle principali funzioni della città , ovvero la città  come luogo d’incontro. In base alle esperienze delle città  europee che hanno già  affrontato problemi di questo tipo, vanno evitati nuovi ghetti, rendendo difficile il diritto di vivere la città  all’estraneo, a chi ha scarse risorse economiche o relazionali.

Sappiamo comunque che la povertà  relativa riguarda nelle nostre zone il 15% della popolazione; che le distanze tra primi e ultimi si allungano; che in questa fascia sono maggiormente coinvolte le famiglie giovani con figli, le famiglie operaie, gli immigrati. Questi figure hanno in maggioranza una caratteristica in comune: vivono in affitto. L’offerta di locazioni proporzionate al reddito di chi vive in questa fascia di reddito (parliamo di 400 euro al mese) è la principale politica che si può predisporre, allineandoci ai migliori paesi europei: si tratta di una politica che potremmo definire multitasking: contrasto alla povertà , maggiore mobilità , sostegno alle giovani famiglie. Many birds with a stone.

Infine, se si riconosce che tra welfare state e sviluppo economico vi può essere una relazione virtuosa, ciò implica che gli enti locali possono contribuire significativamente alla crescita della loro area anche semplicemente concentrandosi sulle aree in cui già  sono attivamente impegnati: asili nido e materne, anziani e non autosufficienti, immigrati.

Governo del territorio

I confini della città , di chi entra e chi esce, dell’estensione delle attività  economiche, non sono definiti. C’è un problema di scala a cui affrontare i fenomeni, che sempre più travalicano i confini amministrativi del comune. I confini della città  sono mobili, incerti, in divenire. L’organizzazione delle imprese tramite l’organizzazione snella, i contratti flessibili di lavoro e lo sprawl residenziale e insediativo, dovuto anche ai costi elevati della residenza nei centri urbani maggiori, ha aumentato la mobilità  a livello di sistema locale mercato del lavoro. Invece i servizi e piani vengono fatti a livello comunale, con costi enormi di coordinamento tra istituzioni ed assenza di economie di scala. A questo punto anche il diritto dei cittadini di riconoscersi nella istituzione comunale è svuotato dal fatto che essa è sempre più ‘sportello’ per raccogliere esigenze che invece dovranno essere affrontate e mediate con lunghe processioni politiche, sindacali e imprenditoriali (i famosi ‘tavoli’) in provincia, in regione, con lo stato.

La dispersione degli insediamenti connota negativamente la provincia italiana, in cui una massa confusa di costruzioni ha invaso la pianura, la pedemontana e i fondovalle. La congestione dipende da tre elementi: la crescita dello spostamento di merci dovuto alla organizzazione produttiva just-in-time e dell’outsourcing; la dispersione degli insediamenti residenziali e produttivi, che comporta l’allungamento del raggio di mobilità  e il moltiplicarsi degli spostamenti non solo per lavoro, ma per raggiungere qualsiasi servizio: ospedale, scuola, piscina, cinema, relazioni amicali e parentali; la debolezza di alternative di trasporto al mezzo privato, che aumenta al crescere dello sprawl. La conseguenza della congestione è l’aumento dei costi di spostamento; l’inquinamento; la pressione della rendita urbana sui salari; la modifica del paesaggio storico in direzione di paesaggi caotici E’ inevitabile la presenza di un grande flusso giornaliero di lavoratori tra i numerosi nuclei urbani, con costi rilevanti in termini di tempo perduto negli spostamenti, inquinamento, riduzione della qualità  generale della vita. Nelle città  e nella corona di comuni intorno, provincie e associazioni di comuni possono promuovere forme di pianificazione coordinata e di gestione condivisa degli spazi pubblici e dei beni comuni, orientando la loro azione lungo una direzione evocata a parole (il concetto di rete è tra i più usati e abusati nella pianificazione) ma ancora largamente inesplorata nelle pratiche.

Ma anche all’interno delle città  i processi tratteggiati generano dei ‘vuoti urbani’ (fabbriche, dismesse, vecchie caserme o ospedali) e la necessità  di riqualificazione di quartieri. Qui il problema è la mancanza di fondi che blocca la realizzazione delle infrastrutture e porta alla scadenza dei vincoli espropriativi nelle aree destinate a standard. Le poche risorse, unite alla difficoltà  di una lettura dei fenomeni, indeboliscono lo strumento della pianificazione, e si finisce per agire con varianti o riqualificazioni parziali. La trasformazione della città  si spezza in una serie di piccoli interventi, inducendo i privati a realizzare le opere a standard tramite premialità  negli indici di edificazione. Le contropartite pubbliche dell’urbanistica ‘caso per caso’ sono scarse o di difficile valutazione. I progetti di valorizzazione immobiliare non sono certo un male in sè, anzi; ma devono realizzarsi all’interno di un disegno unitario di obiettivi rispondenti alle necessità , tenendo conto di tutti i possibili effetti.

La maggiore velocità  di cambiamento della società  richiede un coinvolgimento dei cittadini per la condivisione degli interventi e dei loro esiti. La recente e meritata fortuna di temi quali la governance si è tradotta in un rapporto privilegiato con gli attori più ‘strutturati’, talvolta a scapito della partecipazione dal basso al processo decisionale pubblico. Entrambe queste modalità  di partecipazione sono importanti e tra esse deve esistere equilibrio.

Si ripropone in questo ambito come risolvere il problema dell’affitto, che è un problema sociale, ma la cui soluzione dipende da come si governa l’offerta abitativa. Oggi le politiche della casa sono tutte orientate alla proprietà . Ma la crescita enorme delle abitazioni (2,5 milioni negli ultimi 10 anni secondo Istat, il 40% dei 3 miliardi di mc costruiti) non ha comportato un migliore accesso all’affitto, il cui livello dipende dal valore dell’abitazione. Con questi livelli di affitto la rata del mutuo è sempre vantaggiosa. Mancano abitazioni in affitto a prezzi parametrati al reddito medio di una famiglia di lavoratori. In questa direzione, sono utili le riserve di legge che alcune regioni pongono sul nuovo costruito; sia proposte fiscali come la non cumulabilità  dell’affitto con il reddito. Ma il punto chiave non è che mancano le case in affitto, bensì che mancano offerte di affitto a medie europee (350-450 euro) contro l’attuale media di mercato di 700-800 euro. Questa sarebbe una politica davvero efficace su tanti fronti: anzitutto la mobilità  del lavoro; quindi la povertà , considerando che il 70% sotto la linea della povertà  è in affitto; gli stranieri e la mixitè; il contrasto del ‘nero’, le convivenze , i giovani studenti o che desiderano autonomia; gli anziani. Si può ritenere una offerta minima quella tesa a coprire un fabbisogno di almeno il 2-3% delle famiglie. Le recenti proposte in questa direzione sono due: quella di Assoimmobiliare, ripresa da un disegno di legge Barbolini et al, per 1 milione di appartamenti usando le aree a standard, con un affitto medio di 800 euro ad appartamento di 80mq; quella dell’intervento di fondazioni bancarie e CDP per la costituzione di SGR, a cui i comuni possono partecipare. In questo campo sono urgenti soluzioni, anche usando la leva perequativa, che per avere successo richiedono però un concorso di strumenti, per non replicare la debolezza dell’ERP: terreni, leva finanziaria, individuazione precisa dell’utenza e delle modalità  di gestione, imprenditori e manager specializzati nella gestione. Insomma, ci vuole una cultura: la sola dimensione immobiliare, certo necessaria, in questo campo è sufficiente per il successo della politica.

Risorse

Alla crescita di complessità  dei problemi ha fatto fronte sul piano istituzionale la crescita di responsabilità  a livello locale. Il rafforzamento dei poteri del sindaco è generalmente ritenuto abbastanza efficace, al di là  di luci e ombre. Se non altro il numero di crisi politiche e conseguenti paralisi comunali è drasticamente diminuito. Tutto bene quindi?

Ma all’aumento delle responsabilità  non corrisponde un aumento delle risorse e dell’autonomia, né della ottimizzazione della scala a cui affrontare i problemi. In attesa di capire come il disegno federalista si articolerà  , cioè come si distribuiranno le deleghe funzionali e le relative risorse, sappiamo che da questo fronte per almeno dieci anni non verranno soluzioni. Nel frattempo che fare? Il venir meno delle ideologie e dei partiti tradizionali ad esse legati, la riduzione della rappresentanza sindacale imprenditoriale e religiosa, genera una domanda sociale difficile da intercettare e governare.

Dal punto di vista finanziario, l’equilibrio dei comuni è problematico, e caratterizzato dal taglio Ici e addizionali, dal crescente uso degli oneri urbanizzazione per spesa corrente; in alcuni casi dal ricorso ai derivati con gravi perdite. Il livello dei servizi è messo in discussione, dato che i costi del personale crescono annualmente del 4-5% e quelli dei materiali (utenze, forniture assicurazioni ecc) del 2-3%. Le entrate rimangono sostanzialmente ferme o calano.

In secondo luogo non sempre si è consapevoli delle grandi differenze tra comuni. I fattori strutturali che differenziano tra i comuni e che si traducono in differenze strutturali dei bilanci sono in primo luogo l’agglomerazione, in secondo luogo la dimensione, in terzo luogo l’attività  commerciale e turistica. Questi primi tre sono molto forti. Seguono quindi la specializzazione industriale e la marginalità /distanza da poli di servizio e produttivi. Emergono cinque gruppi stabili: le città , i distretti produttivi, i poli turistici, la montagna, i comuni decentrati, ognuno con una grande rigidità  e inerzia dei bilanci da un  anno all’altro.

L’analisi molto accurata condotta dal CAPP su sette anni dei comuni dell’ER â una regione rappresentativa della variazione medi nazionale – mette in luce che popolazione e pil regionale sono cresciuti di 6 punti, mentre entrate e spese sono calati di 10. In questo hanno contribuito anche le esternalizzazioni settore ambiente rifiuti, ma non certo in questa dimensione.

A parità  di condizioni tra i comuni â cioè tenendo conto delle differenti condizioni di dimensione, superficie, densità , reddito, occupazione, altitudine, vocazione turistica, stranieri, invecchiamento, nonché della spesa storica significativamente diversa tra province â si scopre che in proporzione al crescere della popolazione la spesa diminuisce del 10%; cresce al crescere del reddito; cresce al crescere dell’attività  edilizia: ogni 10 euro di oneri di urbanizzazione, 4 si trasformano in spesa corrente. Inoltre i comuni ad alta e media densità  spendono il 15-20% in meno di quelli a bassa densità  (economie di scala); ecc. Insomma, provando a misurare in termini di federalismo finanziario la distanza tra comuni di entrate e spese standard (quindi a parità  di fattori strutturali, geografici, sociali, reddito), si vede che il circa il 50% degli enti è abbastanza vicino (+/- 5%) al valore normale, mentre il 25% è al di sopra di quanto spetterebbe (sovradotato) e il 25% è sottodotato. Questo dato di fatto è uno sprone a fare delle scelte, selezionando le cose più importanti da fare, e evitando i la polverizzazione dei fronti di impegno.

Inoltre l’analisi dei dati del catasto (in provincia di Modena anni 2001-2006) mostra che alcuni comuni hanno incrementato l’offerta di residenza edilizia indipendentemente dalla domanda di famiglie insediate. Che le rendite catastali (imponibile Ici) aumentano del 2,5% annuo, mentre il valore degli immobili, e il conseguente livello affitti, (OMI compravendite, quindi più basso di quello di mercato) negli stessi anni è cresciuto del 4% annuo. Se si tiene conto che la rendita cresce grazie al contributo delle attività  industriali (le stime sono puntuali), il cui valore è invece molto più basso per residenze (le stime sono in base a tabelle con saggi di fruttuosità  per immobili tipo), si comprende come vi sia un drenaggio di valore a spese del lavoro e del fisco e a favore della rendita. In molti comuni addirittura la rendita media catastale diminuisce, per l’effetto marginale più basso delle residenze (di solito in periferia, sprawl) rispetto agli edifici industriali.

Per inciso, le differenze di gettito tra i comuni (e l’incidenza per i cittadini) devono tener conto della densità  e centralità , cioè vicinanza a centri di rango superiore; e della pressione insediativa, cioè l’incidenza dello stock edilizio industriale e commerciale.

In sostanza la rendita catastale media di un comune aumenta al crescere della quantità  di edifici, ma non è influenzata da variazioni di valore (le tabelle tipo sono del 1989). La rendita diminuisce al crescere della popolazione (effetto sprawl?), al crescere dell’altitudine e della presenza di anziani. Aumenta nelle aree con elevata occupazione, saldo migratorio, ricchezza, e densità  (fattori che hanno a che fare con lo sviluppo economico e la presenza di attività  industriali).

I valori degli immobili sono direttamente collegati alla spesa pubblica per servizi, agli oneri di urbanizzazione, al reddito, inversamente alla crescita popolazione (sprawl), e allo scarso sviluppo economico (pochi attivi). Quindi anche tenendo presente che il rapporto tra valori di mercato e compravendite è in media di 2:1, si ha conferma della correlazione esistente tra crescita del valore immobile e spesa pubblica. E del fatto che questo nemmeno minimamente si traduce in un aumento delle entrate.

La finanza locale va quindi ristrutturata in due direzioni: riequilibrio tra sovradotati e sottodotati, in base alle condizioni oggettive del comune, e parità  di prestazioni essenziali di servizio; in secondo luogo, una più equa e trasparente tassazione della rendita fondiaria e edilizia.

5. Le domande . di fronte a questi temi, caratterizzati da una forte interdipendenza, la domanda singola rischia di essere selettiva e limitativa. Occorre predisporre un set di domande, sia per disporre della flessibilità  necessaria ad adattarsi all’interlocutore e alla situazione specifica. Occorre inoltre, come specificato al paragrafo 3, di adattare le domande alle risposte: approfondendo o chiarendo quando è il caso, lasciando perdere altrimenti.

Economia

1.             In cosa è diversa la sua città  dalle altre medie città  europee? In cosa vuole che sia diversa nel futuro?

1.1.   Quali le linee guida per rafforzare l’offerta insediativa del territorio?

1.2.   Quali obiettivi e quali progetti chiave? Quanto investe e quanto tempo pensa di impiegare per realizzarli?

1.3.   ha in corso iniziative per favorire l’addensamento di nuove imprese nel campo delle attività  ad alto contenuto di conoscenza? Come stanno andando le inizative in corso (nuovi poli direzionali, poli tecnologici, sinergie con università )

1.4.   mobilità  e infrastutture: la rete della viabilità  è sovraccarica, ed è auspicabile un’organizzazione dei flussi di traffico per ridurre la congestione e aumentare le velocità  medie di percorrenza; un miglioramento nell’accessibilità  ai nodi di interscambio merci e persone; una razionalizzazione della segnaletica. quali iniziative?

1.5.   qualità  della vita è attrattiva per risorse qualificate. Lotta al rumore e inquinamento (motorini, traffico pesante), alla bruttezza del paesaggio (fiumi usati come spazi su cui realizzare infrastrutture e non come corridoi ecologici)? Come e quali risultati attesi?

1.6.   Recupero efficienza energetico è una vera leva economica, tra l’altro disponibile subito, più che la costruzione di nuove centrali o i carburanti alternativi. Come pensa di incentivarla e con quali obiettivi? Come va l’attuazione del piano energetico comunale? Ci sono obiettivi del tipo: meno 20% di consumo in città  in tre anni? Standard di produzione edilizia nei regolamenti.

1.7.   Vi sono problemi di sovrapposizione/competizione con i centri vicini (fiere, areoporti, direzionalità , leisure e parchi, università ,â¦)? Sono risolti a suo avviso dalla pianificazione regionale? Come fissa le priorità ? Vi sono iniziative non sostenibili economicamente (fiere ecc) e non strategiche per il territorio?

Popolazione e welfare

2.             Oggi più del 10% della popolazione residente è straniera: se continua così, tra 15 anni il 20-25 della popolazione sarà  straniera.

2.1.   à un fenomeno da arrestare , da accompagnare o da incentivare? Vantaggi: tenuta del mercato lavoro, contenimento costo lavoro, apertura e società  multietnica.

2.2.   è un problema di sicurezza? Quanto spende per la sicurezza? Si agisce sulla percezione (con vigili, polizia, ronde) tamponando forse effetti ma quali sono le cause? Come si agisce sulle cause?

2.3.   à una opportunità ? Quanto spende per l’integrazione? cosa fa e quanto spende per accelerare l’integrazione e rendere gli stranieri che lavorano cittadini a tutti gli effetti? le politiche di integrazione a favore degli immigrati e dei loro figli, per fare un altro esempio, non solo diminuiscono le diseguaglianze, ma migliorano la qualità  di un segmento sempre più importante della forza lavoro.

2.4.   anziani, non autosufficienti. quanti sono gli assistiti, percentuale sulla popolazione sopra i 70 anni. A quanti pensa di estendere l’assistenza nei prossimi anni.

2.5.   quali le modalità  di assistenza: strutture permanenti; centri diurni; assitenza domiciliare; case attrezzate con servizi; forme di sollievo alle famiglie.

2.6.   come pensa di regolarizzare il mercato delle assistenti sociali?

2.7.   quale l’integrazione tra pubblico e privato; ruolo terzo settore; volontariato.

2.8.   Una società  che invecchia impone una ricomposizione della struttura dei consumi. Una scelta su cui è opportuno riflettere riguarda l’edilizia.  Meglio costruire case per anziani (con le caratteristiche che abbiamo ricordato) o case per i giovani? Costruire alloggi per gli anziani comporta non solo alleggerire i costi futuri della non autosufficienza, ma consente il trasferimento, la cessione, di abitazioni che non sono più idonee per le loro esigenze. Lo stock immobiliare che si libera potrebbe costituire offerta aggiuntiva per le nuove famiglie (questo peraltro accelera il ricambio generazionale nei quartieri attutendo l’effetto non sempre gradevole dell’invecchiamento di quartieri che avviene per blocchi). Parallelamente la vendita dei vecchi alloggi per acquistare i più ridotti alloggi consentirebbe di liberare una parte del patrimonio degli anziani per finanziare i necessari servizi di assistenza. Si tratta di un modo ‘pulito’ (di mercato) di trasferire risorse risparmiate al mantenimento dei non autosufficienti, evitando la rincorsa (al reddito o patrimonio atteso) degli obbligati al mantenimentoâ¦ per il pagamento delle rette.

2.9.   la politica più importante di welfare è quella per la casa in affitto a prezzi non superiori al 30% del reddito famigliare. Essa raggiunge più obiettivi contemporaneamente: lotta alla povertà , inclusione, flessibilità ,del mercato del lavoro, spazi per il terzo settore, mixitè e socializzazione. Stante la mancanza di fondi per incremento ERP, e le ancora timide iniziative di canoni convenzionati, cosa pensa di fare? Che iniziative sta prendendo per l’housing sociale?

2.10.                   Crescente isolamento delle famiglie: come estendere le occasioni di contatto? Servizi di sollievo per chi ha carichi familiari pesanti, centri diurni. Cosa fa per facilitare e aumentare il ruolo del volontariato, le occasioni di incontro e l’associazionismo? Quanto spende? Quanti sono i coinvolti?

Governo del territorio

3.             Una delle leve più importanti per la qualità  della vita e la crescita dell’economia è il governo del territorio. Cruciale è il calcolo del fabbisogno. Non si decide quante nuove aree si devono urbanizzare se non si è fatto un ragionamento e un calcolo sulle reali necessità  di nuovi spazi per la residenza, le industrie, la distribuzione. à importante capire l’uso degli strumenti attuativi che individuano il fabbisogno: vecchio piano o nuovo piano; programmi di intervento o peep, ecc.

3.1.   quanti abitanti e quante case ogni anno. Quanti in aree nuove (mq) e quanti con riuso di aree esistenti.

3.2.   quanto produttivo e commerciale (mq e mc), in nuove aree o con edifici da riqualificare.

3.3.   Il campo degli spazi pubblici è importante per aumentare la qualità  urbana e del vivere. Quante aree a standard non sono utilizzate? Come si pensa di utilizzarle? Quanti sono gli spazi vincolati e a rischio di scadenza dei termini di esproprio?

3.4.   Di quali beni comuni ha bisogno la sua città  (rotatorie, svincoli, parcheggi : ma le piazze?)? Quanto occorre per attrezzarli, tempi e risorse? Come pensa di trovare le risorse: alienazioni o debito?

3.5.   la modalità  prevalente di mitigazione della rendita fondiaria ed edilizia nei piani attuativi, oltre l’esproprio: 80-20; 70-30 o altro? Realizzazione di opere imposte al privato? Se si adottano modalità  perequative o compensative, con quali indici di edificabilità .

3.6.   mobilità , trasporti, sprawl: non inseguire con nuove strade la dispersione degli insediamenti, non basteranno mai; invece la qualità  della vita che rende un’area attrattiva per competenze qualificate, dipende dalla realizzazione di economie urbane e sinergie tra i diversi comuni. Tali sinergie diventano economie di scala che abbassano fortemente i costi dei servizi di abitazione, di trasporto, di allacciamento alle reti. La diminuzione dei costi del servizio abitativo e di economie nei trasporti e nelle reti si traduce in economie esterne, cioè in un beneficio diretto per le imprese e per i lavoratori, riducendo la pressione dal lato dei costi. Può farci un esempio di quali e quante economie si prefiggere di raggiungere in questo modo assieme ai suoi colleghi?

3.7.   La perequazione territoriale tra comuni che concentrano insediamenti produttivi e comuni con prevalenza di insediamenti residenziali, ripartendo in modo equo il rapporto tra spese/entrate tra ‘fortunati’ e ‘sfortunati’. La polarità  su area vasta degli insediamenti produttivi-terziari, consente soluzioni innovative nei servizi logistici ed energetici; razionalità  delle reti commerciali di distribuzione senza rincorrere le singole esigenze di valorizzazione dei terreni, ma privilegiando il riuso e la riqualificazione; rafforzare i poli urbani per ottenere maggiori economie urbane, i cui risparmi si possono investire in ulteriori miglioramenti dell’accessibilità , dell’aumento della sicurezza attraverso l’inclusione e la socialità .

3.8.   trasformazione immobiliare. Che percentuale usa degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente? Non ritiene di impoverire il patrimonio della città  bruciando risorse necessarie per attrezzature pubbliche e qualità  della vita?

3.9.   casa e piccolo commercio, un solo problema: Affitto (vedi punto 2.9). Quanto.

Risorse

4.             La produttività  organizzativa della macchina comunale. Che fine hanno fatto anni di studi sugli orari della città ? Potrebbe citare qualche esempio di riorganizzazione per favorire l’accesso dei cittadini? Quale l’impatto dello sportello unico per le imprese?

4.1.   comune imprenditore. Cederebbe la quota delle società  (utilities) a privati, ora che il loro possesso non consente premi per il controllo data la dimensione? Ritiene utile continuare a spendere soldi per sostenere le fiere locali? Le società  della formazione che fine hanno fatto e faranno. comunicazione (uffici stampa) e/o valutazione degli effetti politiche?

4.2.   qual è la sua preoccupazione principale? Qual è il progetto a cui tiene maggiormente?

4.3.   federalismo e interdipendenza con gli altri comuni: come intende concretamente perseguire e sfruttare le economie di scala anche nei servizi?

5. Conclusione provvisoria.

Uno schema di questo tipo va accuratamente preparato, dando il tempo all’interlocutore di raccogliere le risposte alla parte tecnica, che è dirimente ai fini di ricostruire un senso. La questione cruciale è il modo di porgere le domande e il modo di rispondere alle domande, per capirci qualcosa. Tra chi chiede e chi risponde dovrebbe scattare un feeling, basato sull’onesto desiderio di mettere in luce il realismo degli obiettivi la consapevolezza dei mezzi a disposizione i risultati quantitativi attesi. Intervistatore e intervistato dovrebbero essere concordemente preoccupati di misurare il grado di ‘tuning’ tra problemi e programmi.

Lo spirito del ricercatore non può essere aggressivo (adesso ti faccio vedere io..vediamo se rispondi a questo). Piuttosto quello di capire, di comparare, di rilevare debolezze non per dar giudizi ma per aiutare a riflettere, e quindi per fare un servizio. Anche perché oggi l’incertezza, la mancanza di punti di riferimento, la lucidità  di affrontare i problemi nuovi, non sono una prerogative solo dei politici. Su questi temi urbanisti, economisti, sociologi, ecc sono attraversati dagli stessi dubbi e alla ricerca le soluzioni. Certo però se si dovesse finire nella solita raccolta di buone intenzioni (wishful thinking) , che sfociano in compitini ginnasiali tipo ‘il nostro impegno quotidiano è di migliorare la qualità  della vita dei cittadini attraverso risorse pubblico private ma tramite la partecipazione democratica riscoprendo le tradizioni e aumentando il reddito la sicurezza il verde ma anche le strade ecc’, tanto sarebbe meglio andare a spasso.

Chi fa le domande deve essere preparato, in modo da aiutare l’interlocutore nello stare al punto.

Lo scopo è concorrere a ridurre la complessità  âdata dalla varietà  delle situazioni e delle esperienze in corso- alle opzioni fondamentali riconoscibili,ad una loro modellizzazione. Che consenta di riprodurre una mappa in scala (e non grande come tutto il mondo, come la mappa di Borges; che certo sarebbe la più precisa, ma presenterebbe qualche difficoltà  nella consultazione).

Come detto all’inizio, la struttura delle domande risente dell’esperienza parziale di chi scrive, il quale ha chiaramente in testa i problemi del centro-nord. Una estensione al sud richiederebbe una specificazione in parte differente del rapporto economia e territorio. Inoltre è difficile essere esperti di tutti i problemi: il lettore attento troverà  che alcune domande sono ben formulate, altre generiche, altre incomprensibili. Altre mancanti. Per questo sarebbe interessante che altri tentassero di compiere lo stesso esercizio, ma a modo loro; o che intervenissero direttamente sullo schema, suggerendo, modificando, integrando. Anche se questo articolo sfrutta un espediente retorico , nel senso che una inchiesta del genere non si farà  mai, dato che nessuno è così pazzo da finanziarla, lo sforzo collettivo di fare domande azzeccate è già  un modo per iniziare a costruire le risposte.


[1] Kafka, F., Racconti. Mondadori, I Meridiani. 1970, p.507. Al contrario, proprio esplorando i confini dell’incomunicabile assurdo, Kafka ci sprona a non rinunciare a cercare, soprattutto quando ci smarriamo e siamo scoraggiati per lo scarso aiuto del prossimo, cosa che capita spesso.

Pensare nella territorialità , abitare nel paesaggio: introduzione alla Geostoria

La storia comincia rasoterra

Michel de Certeau, raccontando della sua risalita in cima al World Trade Center, fornisce un’indicazione di metodo in margine al modo in cui è possibile guardare il mondo. C’è lo sguardo che, ponendosi al di sopra delle cose, pretende il colpo d’occhio; viene privilegiato dal cartografo e dal pianificatore. Ma c’è un altro tipo di sguardo, il quale dall’alto scende verso il basso per mescolarsi alla vita che circola. E questi è lo ‘sguardo rasoterra’.

La polarità  così proposta è netta. Il primo è uno sguardo di tipo ordinativo. De Certeau, dall’alto di questo grattacielo che si staglia come una prua fantasmagorica sull’isola urbana di Manhattan, si pone nella posizione di uno spettatore esterno. L’occhio indaga la skyline della Grande Mela e cerca di catturarne il disegno. Scendere a terra significa riporre l’occhio ‘tra le cose’ del mondo, mescolarlo agli altri sensi, cercare anzi un comune sentire. Una volta in basso, De Certeau prenderà  a camminare: che a pensarci bene è il primo gesto di affrancamento dell’uomo, evoluto in bipede, dal regno animale.

Quella dello studioso e gesuita francese è una scrittura di evocazioni e funziona al pari di una parabola. Potremmo anche darvi un titolo: ‘il viandante e il grattacielo’. La storia narrata suggerisce una morale. Quando ci pone in guardia sulla dissoluzione contemporanea della città -concetto â immaginata dai geofilosofi, disegnata dai cartografi e pianificata dagli urbanisti â lo fa per mettere alla berlina il primato moderno del voyeur.

Colto da questo punto di vista, L’invenzione del quotidiano è un libro apologetico: contro l’egemonia dell’occhio, mette in campo la facoltà  del camminare. Non è però questione di semplice podismo. La metafora peripatetica vale come pratica di una nuova sintassi spaziale. Sono le pratiche urbane a imprimere una forma alla città , e i mille modi in cui la si percorre o vi si sosta ce la restituiscono quale piace a De Certeau: uno spazio aperto e cangiante di cittadinanza, dove mettere radici significa innanzitutto dare nomi e abitare reti sociali. Ovvero generare luoghi, perché â come si annota in un’osservazione bruciante – ‘il memorabile è ciò che può essere sognato del luogo’.

Prendiamo un altro passo: ‘analizzare le pratiche minute, singolari e plurali, che un sistema urbanistico doveva gestire o sopprimere e che invece sopravvivono al suo deperimento’. Si tratta di una vera e propria indicazione di lavoro. A difendere le culture del ‘luogo’ per riprendersi – si badi bene: fuori da ogni tentazione egemonica – non tanto la città  quanto, per ciascuno che si è fatto ‘cittadino’, le proprie pratiche di città .

La storia ha cambiato di luoghi

Daniel Fabre, etnologo del tempo presente, ha ricordato come non fosse per nulla facile, fino a qualche anno fa, svolgere un’indagine etnografica tra i ‘residenti’ di casa propria. L’obiezione più ricorrente che gli veniva frapposta, e la si può comprendere, era: ‘Non siamo dei selvaggi!’.

D’altronde con questo atteggiamento di scetticismo si è dovuta confrontare, in ogni continente, l’intera disciplina etnoantropologica. Ve ne sono le ragioni. Giudicare come ‘esotico’ l’altro da sé significa, in verità , soffermarsi sulla diversità  senza arrivare a riconoscere il valore dell’alterità . Nelle parole che Fabre sceglie per introdurre il volume Une histoire à  soi (curato con Alban Bensa), si può allora cogliere il valore di una riflessione autocritica che appare tuttora significativa ed è estensibile alle discipline storiche.

Ciò che non funziona, avvicinandosi ad una cultura ‘etnica’ o comunque ‘locale’, è la postura ‘esterna’. Quando l’etnologia francese decise di volgere il proprio sguardo entro i confini nazionali, si trovò di fronte a un problema troppo frequentemente inevaso nel corso delle precedenti campagne di indagine rivolte alle culture ‘tribali’ extracontinentali. E quel problema era il confronto con la parola altrui. Una parola che non viaggiava ‘libera’ nella trasmissione orale tra individui ma si presentava come sedimento culturale profondamente, e localmente, strutturato. In realtà , diciamolo ancora una volta, la parola sempre sedimenta cultura; ma l’etnocentrismo – da qualunque etnia provenga, non soltanto di conio europeo e coloniale â se lo dimentica volentieri. Questo atteggiamento andrà  in crisi â ci ricorda Fabre â una volta entrati in contatto con la Francia rurale profonda. La quale, pur ritrovandosi assimilata sotto l’egida di ‘provincia’, mostra in realtà  un’articolazione interna e si struttura in culture locali tra loro differenziate.

Dove e come si esprime quell’articolazione culturale? Innanzitutto, fenomeno ben noto ai dialettologi, nella creazione di un idioma capace di veicolare, attraverso l’invenzione di specifici lemmi e modi di dire, le abitudini distinte di un mondo popolare. Non v’è oggi linguista, credo, che neghi a qualsivoglia dialetto di essere valorizzato in qualità  di lingua dell’autonomia; dove l’aggettivo culturale fa rima con territoriale, ovvero con l’esistenza, duratura nel tempo, di un mondo locale. Nel dialetto – la considerazione interessa questo nostro sguardo geostorico – si trova precisamente cristallizzata una sintassi storica locale. Che cosa si cerca, infatti, nelle lingue locali? I segni di riconoscimento di una ‘tradizione’ passata. Dove e come si manifesta tale compenetrazione tra modi di vita locali e loro espressività ? Nella creazione di un corpus narrativo, sia in forma orale (i racconti della genesi cui diamo nome di leggende), sia in forma scritta (dando origine alla storia locale).

Su quest’ultimo aspetto, di confronto con il sedimento storico locale preesistente, si concentra la riflessione di marca francese sopra richiamata. All’origine – Fabre lo ricorda con una certa dose di ironia â fu per necessità . Le incomprensioni degli ‘indigeni’ vennero aggirate presentandosi in quanto storici. Il lasciapassare non era evidentemente lo statuto dello storico, quanto l’approccio in veste di studioso del passato; il solo sapere, sottolinea l’etnologo, che possa venire associato, popolarmente, ad uno ‘studio meticoloso e gratuito di una società  locale’. D’altra parte, la metodologia etnoantropologica presentava un vantaggio sulla storiografia: si occupava meno degli archivi e più delle persone.

L’aneddoto si conclude, anzi, nel segno di una rinnovata alleanza tra intellettuali e popolo. Se la storia ‘vive anche nella memoria di ciascuno’, l’etnografo rispettoso e paziente può osservare – evocando il passato – a proprio piacimento il presente… D’altra parte il popolo (ovvero la società  locale) ne ricaverebbe una consapevolezza non meno importante per la sua esistenza ontologica: che in ogni società  locale, pur storicamente improntata ad una forte coesione comunitaria, possano coesistere soggetti differenti, diversamente (su di un altro verso) orientati.

L’antropologo Luc Faraldi, intervenendo nel medesimo volume, ci ricorda che sussiste però un problema di reputazione: mentre ci si autorappresenta, si viene rappresentati. E porta l’esempio della stigmatizzazione occorsa al quartiere banlieusard di Franc-Moisin, spesso e volentieri identificato dall’esterno come luogo emblematico del ‘malessere urbano’. Eppure, come ci mostra l’attento lavoro sul terreno condotto da Faraldi, si tratta di un vero luogo; dove abitano storie che si inscrivono, per dirla con Franà§ois Hartog, in ‘regimi di storicità ’ differenziati.

Si dà , allora, una storia degli abitanti che è distinta da quella delle istituzioni ed è ancora diversa da quella degli specialisti a vario titolo chiamati ad occuparsi di questo spazio. Sono rappresentazioni che insistono sul medesimo luogo ma non ne restituiscono una visione univoca; e però, così confliggendo e relazionandosi in forma pubblica, contribuiscono a disegnarne un’identità  plurale.

Da tale disamina, Faraldi trae una conclusione molto significativa per le ricadute che presenta sul piano culturale non meno che su quello politico: la produzione della ‘storia locale’ sarebbe già , contro ogni facile pretesa di rappresentazione monocromatica, un luogo di pluralità . Certo, si tratta di inscrivere tale riflessione entro un percorso esplicito di riconoscimento culturale; anche battendosi, quando necessario, contro la prassi infestante del linguaggio stereotipato e della stigmatizzazione mediatica. Perché il corollario di tale riflessione investe, a pieno titolo, il diritto primario di ogni soggetto sociale a prendersi cura della propria memoria storica, non meno che a rispettare le altrui memorie.

In ciò, la storia ‘ha cambiato di luoghi’, conquistando l’ambito locale alla piena dignità  di oggetto storiografico. Secondo l’espressione suggerita dagli etnologi del tempo presente, è venuto il tempo di ‘produrre una storia a sé’. Con l’esperienza che mi proviene da un ventennale lavoro con le fonti orali, aggiungerei: ‘che si autorappresenta nel confronto con la storia altrui’.

La storia cammina tra le culture

Fernand Braudel, per coniare il proprio concetto di ‘civiltà ’, ha avuto bisogno di raccontare il Mediterraneo. Ha dovuto cioè immaginare uno spazio geografico. Si tratta di un’operazione storiografica che muta radicalmente la rappresentazione storica del mondo: i ‘fatti’ non vengono ordinati verticalmente in serie cronologiche temporali, bensì disposti comparativamente in una relazione spaziale. Il primato dell’’evento’ (histoire-bataille) lascia il posto allo studio delle ‘strutture’ (economiche, sociali, mentali).

Si può ben dire che, senza l’apporto della scienza geografica, non vi sarebbe stata la rivoluzione storiografica intrapresa dalle ‘Annales’ tra le due guerre mondiali. In quel prestito interdisciplinare va rintracciata l’origine della geostoria. La quale, peraltro, ha focalizzato una certa direzione dello sguardo senza mai guadagnarsi lo statuto di una disciplina a se stante. Ciononostante, la geostoria ha continuato a camminare nel tempo e nello spazio, generando presso alcuni studiosi illuminati (voglio qui ricordare Lucio Gambi) sempre nuovi intrecci pluridisciplinari.

Si pensi, ancora, alla creazione del Laboratorio di didattica della storia nell’ambito della rete nazionale degli Istituti per la storia della Resistenza. Da quell’esperienza â e qui si dà  finalmente modo di riconoscere l’importanza del prestito â abbiamo preso il titolo per il progetto che dal 2003 guida i nostri passi geostorici. ‘Educa il Luogo’ ci è piaciuto perché, nella sua formulazione ambigua, non catechizza in un gesto ordinativo ma suggerisce una prassi educativa. Ma chi educa chi? Estromesse le risposte disciplinari, l’atto di significazione pedagogica si darà , geostoricamente, nel contesto di una relazione che vive uno spazio a noi storicamente presente.

La referenza ad un quadro spazio-temporale ‘presente’ è fondamentale per comprendere il portato della riflessione sull’identità  ‘appaesante’ del luogo. Quando Nadia Baiesi e Gian Domenico Cova ne scrivono, alla metà  degli anni ‘90, era in pieno fervore il dibattito politico-culturale sui ‘luoghi di memoria’ connessi alla geografia della seconda guerra mondiale e alla memoria della Shoah. Proviamo a immaginare la congiuntura storica: si era dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi a ‘socialismo reale’, nel dramma di una Yugoslavia in decomposizione e preda di feroci furori etnici. Mille interrogativi scuotevano la geopolitica europea, a partire dal rapporto tra democrazia e guerra ‘giusta’, per come si era fissato all’indomani del movimento resistenziale contro il nazifascismo.

Perciò, là  dove la figura memoriale di riferimento era stata il monumento, si prende a parlare di ‘luogo’ e di ‘paesaggio’. Si tratta di un passaggio cruciale e provo a chiarirlo. Il segno monumentale, come mostra l’imponente produzione collegata alle guerre, viene abitualmente impresso per via politico-istituzionale al fine di connotare ideologicamente un dato territorio. Gli studiosi di etnografia civile, non a caso, si soffermano sulla relazione – storicamente intelligibile – tra ‘quadri sociali della memoria’ (per citare un classico in materia, Maurice Halbwachs) e iconografia monumentale. La sostituzione della coppia monumento/territorio con una nuova, imperniata sulla coppia luogo/paesaggio, registra non la semplice esigenza di aggiornamento linguistico bensì di una rifondazione semantica della sintassi memoriale. Anzi, la differenza passa proprio sul crinale tra storia e memoria. Dalla prima si pretende, in quanto impietosamente percepita come espressione derivata dalla politica, un passo indietro; mentre si chiede alla seconda di farsi voce o, meglio, per riprendere una parola-chiave di questi anni, ‘testimonianza’ del passato.

Dal punto di vista pedagogico, il passaggio è ugualmente netto: l’attitudine a ricordare viene tolta dal campo prefigurato del ‘dovere di memoria’ per essere inscritta in una grammatica della coesione sociale fondata sulla ‘scelta’ della memoria a cui appartenere. Una virata di 180 gradi che trova diretta corrispondenza, in Italia, nel fiorire degli studi interculturali. Segno comune a questa stagione è la declinazione ‘plurale’ di categorie connotative dell’identità  prima coniate al singolare: oltre a cultura, memoria, comunità , appartenenza ma anche le coppie pace/guerra, maschile/femminile.

La necessità  di leggere in modo più differenziato i comportamenti soggettivi e le mentalità  che vi presiedono coincide con la percezione di un mutamento su larga scala nello stato delle relazioni sociali. Pensiamo a come cambia il quadro geopolitico globale nel corso degli anni ‘90: l’Europa matura, pur tra mille spinte contraddittorie, il proprio progetto di ‘unione’ allargata a Est; l’Italia, tradizionale paese di emigrazione, registra il suo primo processo immigratorio dell’età  moderna. Non vi è da stupirsi che tali sommovimenti abbiano generato sentimenti diffusi, insieme anche confusi, di spaesamento.

L’accento posto sulla trasformazione sociale si ritrova, esplicitamente, nella definizione di Intercultura che ne diede Ezio Compagnoni nel 2003, all’avvio del primo corso di formazione dedicato da Prometeo alla geostoria. In buona sostanza, ricordava il pedagogista, si comincia a parlare di intercultura quando le categorie interpretative tradizionali denunciano la propria cecità  di fronte a fenomeni nuovi. La forza di questo approccio sta precisamente nella capacità  â alla lettera â di porsi ‘tra’ le culture per consentire un dialogo all’insegna della reciprocità . Non a caso si parla, per l’intercultura, di ‘buone’ prassi da applicarsi al campo delle relazioni identitarie e della risoluzione nonviolenta dei conflitti. Un terzo e non meno rilevante campo di applicazione – come mostra la formazione interculturale sostenuta nell’ultimo quinquiennio da Prometeo in rete con il Laboratorio Geostorico Tempo Presente â investe il ‘lavoro della memoria’, ovvero il piano dell’analisi territoriale. 

La storia nella geostoria

Di geostoria se ne parla, nella scuola, da una ventina d’anni. Da quando cioè si è fatta più acuta la percezione di una duplice inadeguatezza della disciplina storiografica, prima a leggere la realtà  circostante e poi a tradurla in conoscenza.

Si pensi alle reazioni innescate dalla caduta del ‘Muro di Berlino’, nell’autunno 1989. Da un lato vi fu evidente tutta l’incapacità  del sapere storico a pre-vedere l’evento, il quale âpur presentandosi, con il senno di poi, così maturo â colse d’improvviso i più attenti osservatori. Le considerazioni piovute successivamente, attorno alla ‘fine della storia’, ci restituiscono il senso di quello smarrimento al di là  delle ragioni congiunturali di marketing di chi le pronunciò per primo (Francis Fukuyama, ricordiamolo). Non erano d’altronde osservazioni che arrivavano a freddo. La crisi dello storicismo, ovvero della possibilità  di comprendere il divenire storico entro un ordine narrativo lineare, era fatto conclamato ben prima dell’89. Solo che lì l’evento fu talmente eclatante da renderlo immediatamente comprensibile a tutti. Di fronte all’enormità  dell’89, cui seguì peraltro il ‘91 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci si sarebbe aspettati dalla storia – e dai suoi primi esegeti, gli storici â un sapere orientativo che non si è dato.

Questo senso di frustrazione proviene, non è ovvio il ricordarlo, dalla retorica della historia magistra vitae. Chiunque, credo, ne ha inteso almeno una volta l’adagio: ‘studiare il passato per comprendere il futuro’. Solo che non c’è nulla di verosimile, in tale affermazione. Si tratta di una credenza, la quale si ispira ad una necessità  primaria dell’uomo, per l’appunto a pre-vedere il domani.

Prendendo a prestito un’espressione attuale, l’investimento sulla conoscenza storica ha servito a migliorare la nostra percezione di sicurezza e, fino al 1989, abbiamo fatto mostra di credervi. Dopo è rimasta la retorica ma, come dimostrano l’andamento al ribasso del mercato culturale e una certa disaffezione degli studenti nei corsi di studio, sulla storia si è investito sempre di meno. La storia conserva i suoi cultori, certamente, ma appare ai più â e per primi agli epigoni della politica â un esercizio retorico del sapere, forse talvolta affascinante, sostanzialmente poco utile ad orientarsi nel tempo presente.

Queste non sono riflessioni amare dettate dalla congiuntura, sono lucide considerazioni attuali. Tra il 1990 e il 1991, quando mi occupai insieme a qualche altro compagno di viaggio di far ripartire la didattica della storia negli istituti storici reggiani, gli interrogativi capitali erano già  belle squadernati. Ebbi modo di sottolinearlo, a più riprese: serve una storiografia che sappia confrontarsi con il sentimento del tempo. Ma in quel tornante prevalsero altri accenti. E si misero così in fila domande angosciate, volte a scongiurare il ‘presentismo’ (la prevalenza del sincronico sul diacronico) e a esorcizzare ritualmente le nuove generazioni (ci si domandava: ‘di chi sono figli questi giovani?).

Vediamo che cosa è poi accaduto. Gli operatori della storia, storiografi e insegnanti, nel frattempo sono rimasti più soli, vorrei dire più socialmente soli. Salvo tuffarsi, ed è stato un movimento a suo modo popolare, nella memoria. Devo dire, in questo, ristabilendo a suo modo un certo ordine apparente. Ci sono gli storici che fanno la storia sempreverde delle ‘cose notevoli’ – historia res gestae â usando le periodizzazioni come mannaie per stabilire, senza mai interrogare il senso di quell’operazione storiografica, dove cominci un regime e ne finisca l’altro. Man mano che si avvicina al campo della memoria, la presenza degli storici si assottiglia, sino a ridursi ai minimi termini nella variegata e crescente compagnia che ricorre alla memoria come fonte primaria per leggere il mondo. Ma una cosa è ‘dar voce’ alla testimonianza, come fa molto bene il ‘teatro civile’, altro è interrogare il testimone come fonte storiografica.

Accade allora che, nonostante la presenza di un corposo movimento di oral history, non sia realmente cresciuta tra gli storici la consapevolezza metodologica attorno al binomio storia-memoria (su che cosa significhi fare storia ‘con’ la memoria). A tutt’oggi, la storia appartiene al mondo dei libri o dei commenti giornalistici a carattere storico-politico; mentre la memoria viene documentata e agita piuttosto con la strumentazione multimediale propria del teatro, del cinema, di internet. Di modo che in un caso, mettendo in fila biblioteche, si continua ad esercitare una sorta di diritto-dovere d’influenza nei confronti dei destini storici dell’umanità ; mentre nel secondo, dando spazio alla narratività , la preoccupazione soverchia è quella di operare un’operazione di riconoscimento della soggettività .

Non sono considerazioni nuove, basti pensare a ciò che scrisse Wievorka definendo questa (riferendosi alla produzione memorialistica sulla Shoah) come l’era del ‘testimone’. Se però pensiamo che in Italia vi era stato, sin dagli anni ‘50, un movimento di critica nei confronti della ‘grande’ storia – con il movimento di studi sul movimento operaio raccolto attorno a Gianni Bosio ma anche nei primissimi passi mossi dalla scuola storica di studi agrari di Bologna -, gli esiti attuali di tale separazione politico-disciplinare paiono davvero poco esaltanti. Il mio parere è che alla Storia con la maiuscola non si possa rispondere con la rappresentazione ugualmente maggiore di una Memoria ‘autenticamente’, ma anche laconicamente, ‘esemplare’. Forse è venuto il momento di provare a ripensare ad una storia ‘con’ la memoria, di praticare cioè una storiografia che sappia ‘trattare’ scientificamente i materiali esperienziali.

Riflettiamo su questo fatto. L’atto del ricordare non avviene nell’etere delle nostre pulsioni; per fissarsi in reperto di memoria ha bisogno di riconoscersi come atto sociale, quindi di ‘abitare’ un tempo e uno spazio che si rendano riconoscibili al soggetto rammemorante. In tal senso, rammemorare è un’esperienza allocativa: non si dà  memoria senza luogo. Al punto che un intero movimento di pensiero ha rovesciato la proposizione nel suo contrario: non si dà  luogo senza memoria, pertanto in mancanza di un profilo identitario e memoriale riconoscibile ci troveremmo di fronte a un ‘non luogo’.

Gli storici hanno fatto la loro parte, praticando a man bassa la nozione di lieu de mémoire. Voglio dire, come capita a tutti i movimenti fortunati, anche creando una certa confusione di piani. Se l’antropologo Marc Augé indaga nel ‘luogo’ le referenze proprie ad una quotidianità  sociale, lo storico Pierre Nora nei suoi ‘luoghi di memoria’ ha inteso scolpire i tratti identitari della Nazione. Un’operazione che, in Italia, Mario Isnenghi ha ripreso prestando maggiore attenzione nei confronti della società  civile ma sostanzialmente riconoscendo al criterio ‘topologico’ la medesima valenza euristica.

L’impressione è dunque quella di una storiografia contemporanea in cerca di un nuovo o più adeguato registro narrativo. Ciononostante, i debiti disciplinari faticano ad essere riconosciuti e rielaborati sotto il profilo metodologico. Se guardiamo al tributo della geografia, ad esempio, troviamo che avviene secondo due opposte modalità  d’uso. Partiamo dal favore che, anche in un più largo pubblico, arride alla geopolitica. Siamo di fronte a un riorientamento della storiografia politica nei confronti del ‘territorio’, ora assunto sempre più diffusamente come chiave di volta per leggere i processi della globalizzazione.

Si tratta di una categoria utilissima ma, vorrei dire, niente affatto neutrale; senza un adeguato trattamento metodologico seguirà  prima o poi il destino di un’altra categoria che sembrava sempiterna e oggi (ingiustamente) depotenziata come quella di ‘classe’. Perciò mi sono permesso di apporre in calce a questa introduzione l’indicazione a ‘pensare nella territorialità ’: non saprei utilizzare la categoria del territorio se non arrivandoci dalla network analysis, imparando dunque a osservare e a stare ‘nelle’ reti sociali. Le quali, giusta la riflessione di un antropologo della globalizzazione come Arjun Appadurai, attengono oggi ad una dimensione della località  che ha mutato di paradigma. In un mondo ‘radicalmente delocalizzato’, secondo Appadurai, la località  ha meno a che fare con lo spazio e più con il legame culturale: è una ‘translocalità ’, la cui dimensione generativa complessa investe la relazione comunitaria sotto due piani, le comunità  effettive (ristretto al neighborhood, il vicinato) e quelle ‘immaginarie’. Ma sono proprio quei legami, all’apparenza deterritorializzati, a produrre quella che Clifford Geertz chiama ‘conoscenza locale’, un patrimonio sociale indispensabile per regolare tra le culture e le generazioni i modi della trasmissione culturale e della riproduzione sociale.

Riconoscere e descrivere i diversi modi di esistenza delle conoscenze locali lo definirei senz’altro un esercizio geostorico, il solo capace di depotenziare la matrice totalitaria (giuste le osservazioni filologiche del geografo Franco Farinelli, sul ‘terrore’ che genera il territorio) insita nell’etimo territorio. Fare geostoria, piuttosto che geopolitica, significa infatti inscrivere e circoscrivere il soggetto entro i modi e le pratiche dell’abitare. Si tratta di maneggiare, come pratica abitativa e non come concetto appropriativo. In questo scarto ontologico si era posto, già  una ventina di anni fa, un antropologo di frontiera come Franco La Cecla. Ma il nodo, mi pare, rimane tuttora quello di acquisire un’opzione di metodo per tradurla nella pienezza di un’autonoma rappresentazione che sappia collocarsi non sopra ma tra le cose del mondo. Perciò, sino alla noia, mi perito di ribadire che si abita ‘nel’ territorio come si sta nelle reti sociali: preposizione che, mentre articola una precisa postura interculturale, fonda il diritto soggettivo a scegliersi i propri luoghi di appaesamento transculturale.

Farinelli, a questo proposito, contrappone a territorio un secondo concetto-chiave della geografia, quello di paesaggio. Si tratta di un prestito fondamentale, ancora poco riconosciuto dalle altre discipline. Se il territorio viene pensato a partire dai confini, nel paesaggio origina la ‘veduta’: la quale, come ci viene spiegato dal geografo e filosofo, significa due cose insieme, quello che si vede e quello che si pensa. L’osservatore, in altri termini, è anche il primo attore del quadro geostorico nel quale decide â tramite il proprio esercizio osservante â di farsi parte costitutiva. La qualità  di quello sguardo sta proprio nella condivisione, così come accade quando ci si propone di circoscrivere un sito determinato come luogo di memoria. Nella ventura di varcarne le soglie spazio-temporali, vi si cammina dentro. Il luogo di memoria è tale perché produce, in tal senso, un’esperienza distinta; al tempo stesso, non vorrei cadere nella reificazione acritica e astorica che se ne compie di sovente. Una cosa è predisporsi all’esperienza che ci restituisce come ‘autentico’ il luogo di memoria: quello stato di straniamento mistico confessato da Mircea Eliade di fronte alla figura della ‘rovina’ (che il tempo abita mentre abbandona). Altro è lasciarsi irraggiare dalla luce di un luogo elevato – paradossalmente, se la qualità  primaria che pretendiamo di riconoscervi è la trascendenza – a soggetto ordinante.

In realtà , la maggiore fascinazione di un sito è quella di lasciarsi permeare dalle memorie diverse; le quali, mentre osservano e interrogano, stratificano e contribuiscono al suo riconoscimento in termini memoriali. Che sono cioè, in quanto tali, sempre a noi presenti anche quando si rappresentano in forme desuete. Lo studioso delle culture Jerome Bruner connette, in modo reciso, l’atto creativo di ogni cultura all’opportunità  di tradursi in narrazione soggettiva: ‘senza la capacità  di raccontare storie su noi stessi non esisterebbe una cosa come l’identità ’.

Pensare in termini geostorici significa, a mio avviso, predisporsi a riconoscere e a interpretare la declinazione – unitaria per tempo e luogo – che si produce in ogni storia cui diamo l’opportunità  esperienziale di farsi rinarrare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota bibliografica

 

Anderson, Benedict   Comunità  immaginate, ManifestoLibri, Roma, 1996

Appadurai, Arjun  La produzione della località , in Modernità  in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione, Meltemi, Roma, 2001

Augé, Marc  Non Luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità , àleuthera,2000

Baiesi, Nadia â Cova, Gian Domenico, Educa il luogo, in Matta, Tristano (a cura di) Un percorso di memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Electa, Milano, 1996

Bateson, Gregory  Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977

Bloch, Marc  Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1950

Bonini, Gabriella â Canovi, Antonio (a cura di), Narrazioni intorno a Filippo Re. Ritratto poliedrico di uno scrittore scienziato, Diabasis, Reggio Emilia, 2006

Bosio, Gianni L’intellettuale rovesciato, Milano, Ed. Bella Ciao, 1975

Braudel, Fernand  Civiltà  materiale, economia e capitalismo: sec. XV-XVIII, Einaudi, Torino, 1982-83

Brunello, Piero  Lettera a Erodoto in “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, n. 4, primavera 1996

Bruner, Jerome La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, Laterza, Roma-Bari, 2002

Canovi, Antonio  Il territorio e i suoi segni. Memoria di tre recenti esperienze condotte tra riflessione culturale e concrete proposte di ricerca storica, ‘Ricerche Storiche’, A. XXVI, n. 70, ottobre 1992

Canovi, Antonio â Schiatti, Mariarita (a cura di) Educarsi alla pace. Materiali di aggiornamento didattico, Centro stampa comunale, Reggio Emilia, 1993

Canovi, Antonio  Il territorio abitato dalla memoria. Una proposta didattica per le scuole dell’obbligo, ‘Ricerche Storiche’, A. XXX, n. 79, luglio 1996

Canovi, Antonio â Marianella Casali   Abitare la città . Archivi e ricerche per la storia dell’oggi, Quaderno a schede, Istoreco, III Circoscrizione, Comune di Reggio Emilia, 1998-1999

Canovi, Antonio (a cura di), A Nord della città . Una storia di acque nella Reggio Emilia che cambia Diabasis, Reggio Emilia, 2007

De Certeau, Michel  L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma, 2001 [Gallimard, 1990]

De Smedt, Marc  L’esprit des lieux, in L’esprit des haut lieux. 80 sites de France, « Question de », Albin Michel, n. 65, 1986

Eliade, Mircea   Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino, 1993

Fabre, Daniel   L’histoire a changé de lieux, in Bensa, Alban â Fabre, Daniel (a cura di), Une histoire à  soi. Figurations du passé et localités, Editions de la Maison des sciences de l’homme, Paris, 2001

Faraldi, Luc  L’abbé et le bidonville, in Alban bensa, Daniel Fabre (a cura di), Une histoire à  soi. Figurations du passé et localités, Editions de la Maison des sciences de l’homme, Paris, 2001

Farinelli, Franco  Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino, 2003

Gambi, Lucio   Le regioni italiane come problema storico, ‘Quaderni storici’, n. 34, gennaio-aprile 1977

Geertz, Clifford  Conoscenza locale: fatto e diritto in prospettiva comparata, in Antropologia interpretativa, Il Mulino, Bologna, 1988

Habermas, Jà¼rgen – Taylor, Charles Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998

Halbwachs, Maurice  La memoria collettiva, Unicopli, Milano, 1987 (Puf, 1950)

Hartog, Franà§ois   Regimi di storicità . Presentismo e esperienza del tempo, Sellerio, Palermo, 2007

Isnenghi, Mario  I luoghi della memoria, Laterza, Bari, 1997-1998

La Cecla, Franco  Perdersi. L’uomo senza ambiente, Laterza, Bari, 1988

Nora, Pierre  Les Lieux de mémoire (dir.), Gallimard, Pars -1984-1992

Pes, Luca  Post Scriptum, in “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, n. 4, primavera 1996

Wievorka, Annette  L’era del testimone, Cortina, Milano, 1999

Zangheri, Renato  (a cura di) Le campagne emiliane nell’epoca moderna. Saggi e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1957

Una breve nota sugli aspetti politici del consumo di suolo

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, il consumo del suolo (per usi residenziali e non) ha subito un forte incremento dovuto a una serie di fattori che meritano, non solo sotto l’aspetto puramente disciplinare, alcune riflessioni.

E’ da sottolineare, innanzitutto, che i soli valori numerici del fenomeno sono poco rappresentativi dell’insieme del problema o per lo meno consentono una lettura parziale che non è in grado di coglierne il significato politico e, conseguentemente, il vero nodo da affrontare per ridurre gli effetti negativi del fenomeno stesso.

Vi è da rimarcare, in prima istanza, come la disciplina urbanistica â quella che regola e governa la trasformazione dei suoli â sia in grado di incidere per una misura parziale rispetto all’effettivo consumo di suolo nel nostro paese. Infatti una quota importante â e percentualmente consistente â del suolo consumato è dovuta all’infrastrutturazione del territorio o a consumi che non determinano la realizzazione di volumi edilizi. Questa prima constatazione determina la necessità  di affrontare il problema con il necessario coordinamento tra i diversi strumenti di formazione delle decisioni (le azioni di governance multilivello, che comportano la realizzazione di quadri di pianificazione fortemente coordinati, devono essere superiori alle pressioni localistiche in atto) in modo da poter comprendere che il territorio â che mal sopporta la fredda divisione operata attraverso i confini amministrativi â è un unico elemento che, in questo caso, subisce un consistente e non regolato utilizzo del suolo.

Le constatazioni svolte ci consentono di rivolgerci alcune prime domande. Innanzitutto è possibile, solo attraverso il controllo degli strumenti urbanistici, ridurre il consumo del suolo? Ed ancora, può un piano che presenta una validità  temporale sempre più ridotta incidere su politiche a lungo termine come quella del consumo del suolo? Ed infine, può uno strumento che governa una parzialità  dei problemi essere in grado di consolidare politiche generalizzate all’insieme dell’uso e della trasformazione dei suoli?

Una risposta complessiva non è semplice, ma forse è possibile tracciare qualche percorso in grado di aiutare le politiche di contenimento (e in futuro di annullamento) del consumo di suolo.

I piani di livello locale, ed è questa la prima sensazione, non paiono più in grado di controllare, a pieno titolo, le trasformazioni del suolo se non a condizione di essere in grado di incidere su una molteplicità  di fattori che solo in parte sono di natura urbanistica e quindi governati dall’autorità  amministrativa competente.

Ma se il problema sul fronte prettamente urbanistico è relativamente semplice (e forse la pianificazione territoriale di area vasta o per lo meno quella intercomunale possono, in qualche maniera, affrontare è risolvere sul piano prettamente normativo) quello relativo al modello di sviluppo che sottende il consumo di suolo e quello riguardante gli aspetti finanziari del problema non presentano soluzioni semplici e rapidamente raggiungibili.

In prima istanza la pianificazione urbanistica, soprattutto quella a livello locale, deve incominciare a pensare che lo sviluppo (economico e sociale) del proprio territorio possa avvenire anche senza il necessario bisogno di un’ulteriore crescita dei consumi (di suolo, ma non solo), ma possa avvenire anche all’interno dello spazio già  utilizzato generando modelli di sviluppo diversi dagli attuali. Non necessariamente si tratta di perseguire modelli di decrescita, ma modelli che partendo dalla necessità  del raggiungimento degli obiettivi posti siano in grado di confrontarsi con le risorse a disposizione e con queste costruire programmi limitati (nel senso che giocano all’interno dei limiti definiti dalle risorse esistenti) per l’organizzazione dello spazio.

Questa visione dello strumento di piano, basato sul riconoscimento dei limiti e della loro non superabilità , è più complessa a un livello amministrativo ‘di dettaglio’: più il piano lavoro su un territorio ridotto, più avrà  difficoltà  a interpretare gli obiettivi di sviluppo senza crescita che, invece, dovrebbero trovare più facile soluzione in un territorio ampio e con minore conflittualità  (soprattutto sotto l’aspetto delle politiche localizzative).

L’autonomia del singolo comune sul territorio di propria competenza comporta, oggettivamente, il moltiplicarsi della ricerca e della conseguente soluzione per le diverse ‘occasioni localizzative’ per un sempre maggior numero di attività  che, nella maggior parte dei casi, consumano molto suolo e producono effetti ridotti sotto l’aspetto economico e dell’occupazione.

A questo elemento abbastanza generalizzato di modalità  di pianificare il territorio, a livello comunale, si è aggiunto un forte cambiamento degli aspetti relativi alla finanza locale.

Nel momento in cui sono state modificate le modalità  di erogazione e di acquisizione di risorse della finanza locale un numero consistenti di comuni ha creduto di poter ‘far cassa’ con il proprio strumento urbanistico. Anzi, in molti casi, solo il ‘soldo urbanistico’ è stato il mezzo per produrre entrate che, seppure il fenomeno non è del tutto generalizzabile, ha permesso di realizzare, o gestire, una serie di attività  che hanno poco o nulla a che fare con il governo del territorio. Le entrate nelle casse comunali del soldo urbanistico (prime tra tutte l’ICI) ha consentito, dunque, di garantire l’ordinaria gestione comunale anche il soddisfacimento delle spese ordinarie (a partire dalle spese del personale e della gestione dei servizi) finalità  difficilmente riconoscibile nella corretta lettura delle norme finanziarie.

In questo modo le previsioni urbanistiche (che allo stato attuale determinano automaticamente il pagamento dell’ICI sull’edificabilità  delle aree) costituiscono una consistente percentuale delle entrate dei comuni. Prendendo in considerazione tutte le entrate ‘urbanistiche’ (oltre all’ICI, gli oneri di urbanizzazione e il costo di costruzione) si può facilmente intuire come uno strumento costruito sul consumo del suolo consenta un livello di entrate di molto superiore a un piano fondato sulla riduzione del trend di consumo.

La situazione descritta non può che generare una corsa dei singoli piani –  anche al fine di far cassa e di consentire la prosecuzione delle attività  ordinarie dell’amministrazione â all’incremento delle aree edificabili nelle proprie previsione. Tutto ciò anche nella consapevolezza, a volte neanche tanto celata, che le previsioni indicate poche volte saranno complessivamente raggiunte.

Piani, dunque, che affrontano il problema dello sviluppo in forme scorrette in quanto non sorrette da previsioni giustificate.

Il problema del contenimento dell’uso del suolo deve conseguentemente essere affrontato, partendo dalla sua componente culturale, sotto una molteplicità  di punti di vista, che possono essere così sintetizzati:

– necessità  di individuare strumenti sovra locali (di area vasta o per lo meno intercomunali) per affrontare in modo corretto la quantificazione delle necessità  dello sviluppo;

– bisogno di coordinare (attraverso azioni di governance multilivello) le azioni dei diversi decisori (pubblici e privati) al fine di costruire azioni di uso e di trasformazione del territorio non conflittuali e coerenti con il contesto nel quale si opera;

– riordino delle attuali normative in materia di finanza locale per consentire una ‘indifferenza localizzativa’ rispetto alle scelte effettuate e le risorse di bilancio, con il loro conseguente utilizzo ordinario;

– opportunità  di definire un modello capace di produrre sviluppo che non sia basato sul consumo, ma consapevole delle risorse disponibili (in prima istanza quelle ambientali e paesaggistiche) e dei limiti che queste impongono;

– favorire il superamento dei localismi amministrativi per costruire strumenti in grado di percepire i fenomeni in gioco senza doversi fermare a ristretti confini amministrativi.

In sintesi si può affermare che il problema del consumo di suolo deve poter essere risolto attraverso una forte azione di politica territoriale che, partendo dal livello nazionale (con una sempre più urgente e inderogabile riforma per l’effettivo governo del territorio), modifichi atteggiamenti e bisogni locali a favore di un modello di sviluppo più attento alle risorse e capace di perseguire obiettivi condivisi dalle popolazioni e che non contrastino il mantenimento e il miglioramento delle risorse in gioco.

In un contesto generale, come quello delineato, occorre però avviare â in forma abbastanza accelerata (il rischio opposto è che si giunga a punti di non ritorno, rispetto alle politiche urbane in atto, difficilmente modificabili) â qualche politica che, in attesa delle riforma di lungo periodo, sia in grado di imprimere qualche prima modifica dei comportamenti di uso del suolo. Azioni necessarie che si devono incentrare non su politiche coercitive (di tipo contenimento quantificato del consumo), ma cercare di favorire azioni virtuose (con la riduzione o l’annullamento di oneri fiscali derivanti) penalizzando le azioni che perseguono le modalità  negative del corrente utilizzo del suolo: politiche queste, però, che devono essere attivata dalle autorità  locali (meglio se supportate da azioni legislative nazionali, come sta già  succedendo in altri paesi della comunità  europea) fiscalizzando al massimo i comportanti ritenuti negativi e premiando, con azioni di defiscalizzazione, le azioni virtuose.

Tutto ciò in attesa che l’avvio delle necessarie azioni di lungo periodo â forse le uniche in grado di produrre effetti positivi – determini primi e significativi risultati.