Spunti per un possibile percorso/progetto per una città  ambientalmente sostenibile energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve, ovvero verso l’autonomia energetica[1]

La non-sostenibilità  del sistema energetico italiano dipende da quattro cause: la richiesta di energia è eccessiva; le fonti primarie utilizzate sono principalmente non-rinnovabili; gli apparati che trasformano l’energia primaria sono inefficienti; gli utilizzatori finali sprecano la risorsa loro resa disponibile.

Per modificare il sistema è necessario agire contemporaneamente su tutti quattro i livelli, all’interno del proprio sistema energetico locale, acquisendone consapevolezza: l’’aver cura’ ha inizio dall’osservazione e dalla comprensione.

Osservo il mio sistema energetico locale e mi chiedo:
Ho bisogno di tutta l’energia che utilizzo? Posso forse ottenere lo stesso risultato e mantenere condizioni di benessere utilizzando meno energia?

Sono consapevole di quanta parte dell’energia che utilizzo discende da fonti rinnovabili? Rendo massimo l’utilizzo di queste fonti?

Sono efficienti gli apparecchi che trasformano l’energia che utilizzo? (fondamentale qui è osservare anzitutto l’efficienza dell’involucro abitativo e dei veicoli utilizzati: in Italia questi sono i due grandi consumatori di energia degli individui. Ambedue caratterizzati da un’efficienza in genere ridicolmente bassa)

Utilizzo con attenzione l’energia? Non la spreco? (L’energia costa agli individui costa all’ambiente. Sempre. Utilizzarla quando è necessario è accettabile, ma buttare via energia inutilmente è un crimine. Economico ed ecologico.)

Queste domande andrebbero fatte sia dagli utilizzatori individuali (i singoli cittadini) che dagli utilizzatori collettivi (sia pubblici che privati) di energia, perché ciascuno si possa fare una auto-diagnosi del proprio ‘sistema energetico locale’ in modo da poter elaborare azioni concrete per la sua modifica. E’ necessario infatti che gli utenti finali di energia diventino consumatori attivi e consapevoli, capaci di indirizzare bene sia l’impostazione della struttura che la gestione del loro sistema energetico.

Un effetto importante dell’avvio di una gestione consapevole e condivisa del proprio sistema energetico locale, è che questa azione diventa una azione collettiva per salvaguardare un bene collettivo ed ambientale: è una azione perciò non finalizzata al bene individuale, ma al bene comune. Rispetto all’egocentrismo che caratterizza il nostro attuale essere (a-)sociale, questa azione ha una valenza ‘rivoluzionaria’ sorprendente. La rivoluzione oggi si può fare se si riesce a rifiutare un modo di essere nella società  che sacrifica tanti valori positivi e tanti benesseri potenziali del nostro essere comunità  umana, proponendoci continuamente un sistema di vita centrato in modo unidimensionale sulla nostra individualità  egoistica.

I target approvati all’unanimità  dai 27 Paesi dell’UE nel marzo 2007 prevedono, entro il 2020, una riduzione del 20% di emissioni di gas nocivi rispetto ai livelli del 1990, un aumento del 20% di consumi da energie rinnovabili e un incremento del 20% dell’efficienza energetica.

Tenendo conto quindi che gli Enti locali sono chiamati ad un ulteriore impegno sulla materia, si rende indispensabile prevedere che questi obiettivi vengano assunti ed applicati, da subito e non entro il 2020, in tutte le aree di espansione, recupero, riqualificazione urbana e per tutti gli edifici pubblici in proprietà  di nuova costruzione, nonché per quelli esistenti sui quali siano previsti interventi di carattere strutturale o di manutenzione straordinaria di un certo rilievo.

Mediamente per scaldare le case in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano o 200 kWh a metro quadro all’anno. In Alto Adige, in Germania o in altri posti non si permette di costruire case che consumino più di 7 litri di gasolio, 7 metri cubi di metano o 70 kWh al metro quadro all’anno. Questo cosa vuol dire? Che una casa mal costruita oltre a disperde i due terzi dell’energia fa anche crescere il Pil (prodotto interno lordo) più di una ben costruita che consuma un terzo rispetto all’altra. Quindi, il cambiamento si attua costruendo case che consumano 7 litri o ristrutturando le case esistenti affinché da 20 scendano a un consumo di 7. In questo modo, oltre a risparmiare energia, si ha una minore crescita del prodotto interno lordo perché diminuisce la produzione e il consumo di una merce (cioè i 13 litri di gasolio su 20) che non è un bene, perché non serve a scaldare la casa ma si disperde visto che la casa è mal costruita. Noi siamo in un sistema che misura il benessere sulla crescita del consumo di merci, senza andare ad analizzare se queste merci sono effettivamente dei beni o meno. Allora diciamo che la prima cosa da fare è diminuire la produzione e il consumo delle merci che non sono anche beni.

Se non si affronta questo primo passaggio le fonti rinnovabili danno dei contributi molto modesti e non ripagano i loro costi; solo dopo averlo affrontato diventano interessanti. Noi abbiamo una situazione in cui, nel riscaldamento degli edifici, nella produzione termoelettrica, nei trasporti, si sprecano i due terzi dell’energia. La prima cosa da fare è ridurre gli sprechi perché un sistema che spreca i due terzi dell’energia è come un secchio bucato: se ho un secchio bucato la prima cosa di cui devo preoccuparmi non è di cambiare la fonte (il rubinetto) con cui lo riempio ma di tappare i buchi.

Le decisioni su come vogliamo vivere nel mondo di domani devono risultare da un processo più trasparente e democratico possibile sulla base di informazioni adeguate e comprensibili. Questo vale a maggior ragione se si vuole cercare di realizzare uno scenario come quello dell’autonomia energetica che presuppone una volontà  comune, risultato di un processo partecipativo in un territorio a misura d’uomo.

Lo scenario dell’autonomia energetica vuole fare un passo deciso verso un futuro con una buona qualità  di vita a un alto livello tecnologico, sfruttando le tecnologie più avanzate a disposizione per trasformare la radiazione solare o direttamente in impianti fotovoltaici e termosolari o indirettamente con il vento e la biomassa in calore ed energia elettrica.

Che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città [2]

Per garantire seriamente il ‘diritto all’acqua’ per le generazioni future sono necessari cambiamenti profondi che abbracciano non solo il modello di gestione dell’acqua potabile â che dovrà  essere rivisto ‘strutturalmente’, indipendentemente dal fatto che il soggetto gestore sia pubblico o privato â ma anche le politiche economiche globali e l’assetto del territorio, sia agricolo che urbano.

à quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi di acqua e valorizzare le fonti alternative: prime fra tutte il risparmio, la raccolta della pioggia e il riuso delle acque usate.

Nel mondo circa il 70% dell’acqua consumata è usata per irrigazione e la domanda irrigua è in crescita (in particolare nei paesi emergenti).

La ‘questione irrigua’, ovvero come ridurre i consumi d’acqua producendo cibo sufficiente per l’umanità  in crescita, è dunque uno dei punti chiave da risolvere per affrontare la crisi idrica, reso ancor più urgente dalla crescente domanda di terra e d’acqua per la produzione di biocombustibili.

Affrontando gli aspetti ‘urbani’ del ciclo dell’acqua, da oltre un decennio risulta sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque delle nostre città  non è sostenibile.

Non è sostenibile il modello ‘urbano’, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico, perchè comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità , produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione e non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle ‘acque di scarico’.

Non è sostenibile il modello ‘domestico’, perchè è basato su una serie di pratiche come minimo rozze, se non completamente illogiche: l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte â l’acqua fornita dall’acquedotto pubblico – , anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e usare l’acqua di pioggia; il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità , per esempio, per scaricare il WC; l’eliminazione di tutti i nostri scarichi attraverso un unico sistema di scarico â siano essi escrementi con una carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto o acqua potabile usata per sciacquare la frutta o per lavare i piatti e i panni.

La sostenibilità  dell’uso dell’acqua è possibile riducendo notevolmente i consumi domestici e l’inquinamento da essi provocato senza rinunciare al livello di comfort cui siamo abituati.

Per farlo però è necessario innescare una piccola rivoluzione culturale, tecnica e normativa.

Culturale, perchè è necessario riesaminare criticamente alcune prassi che consideriamo ovvie solo perchè le applichiamo abitualmente da molti decenni.

Tecnica, perchè per rendere sostenibile la gestione dell’acqua, è necessario introdurre alcune innovazioni nel modo di costruire e gestire le nostre case e le nostre città .

Normativa, perchè per rinnovare il modello di gestione alla scala domestica e alla scala urbana è necessario attivare politiche adeguate. Tali politiche devono essere rivolte sia agli enti coinvolti nella gestione delle acque (gli enti di gestione e le Autorità  d’Ambito che hanno sostituito i Comuni nella rappresentanza dell’interesse collettivo), sia agli utilizzatori finali: le famiglie e le imprese, che possono svolgere e devono svolgere un ruolo essenziale.

Nel modello tipico di gestione dell’acqua in una città , l’acqua viene prelevata da una fonte, che può trovarsi anche molto lontana dalla città ; è trasportata attraverso le grandi adduttrici dei sistemi aquedottistici a serbatoi da cui viene prelevata per gli eventuali trattamenti di potabilizzazione ed immessa nella rete di distribuzione che la porta nelle nostre case.

L’acqua usata lascia le nostre case dagli scarichi e finisce nella rete fognaria (che in genere è mista e raccoglie anche la pioggia); dalla rete fognaria raggiunge un depuratore (quando piove solo in parte, perché una parte dei liquami mischiati alla pioggia sfiorano per non sovraccaricare le fogne e i depuratori).

Nel depuratore l’acqua viene depurata e poi scaricata in un recettore (fiume, lago o mare), mentre i fanghi di depurazione, che contengono sostanza organica e una parte dei nutrienti, vengono inviati a discarica o, quando possibile, riutilizzati o inviati a compostaggio.

Ora, quali sono le variabili che rendono più o meno ‘ambientalmente sostenibile’ questo modello? Innanzitutto la quantità  d’acqua (1) che preleviamo, sottraendola alla circolazione naturale e ad altri possibili usi: meno è, meglio è. Un secondo aspetto non secondario è la distanza tra il prelievo e la restituzione (2): se prendiamo acqua da un fiume alla sorgente e la restituiamo alla foce, sarà  ben peggio che restituirla immediatamente a valle di dove l’abbiamo presa, perché è pur sempre meglio un fiume con acqua inquinata, che un fiume senz’acqua. Naturalmente è importante la qualità  con cui restituiamo l’acqua (3): potremmo dire che migliore è la qualità  degli scarichi, più ‘sostenibile’ è la città  che li genera, ma in realtà  le cose non stanno proprio così. E’ sostenibile una città  i cui scarichi sono compatibili con il corpo idrico che li riceve: se si ha la fortuna di scaricare in un grande fiume che può ricevere lo scarico, diluendolo, senza scadere di qualità  non avrebbe senso spingere inutilmente il processo depurativo: quindi una città  ‘fortunata’ perché ha un recettore con ‘maggiore capacità ’, può essere più sostenibile di un’altra meno fortunata anche se depura meno. Infine, è evidente che è necessario favorire la reimmissione dei nutrienti (azoto e fosforo) nei cicli biogeochimici naturali (4), in particolare restituendoli ai campi coltivati da cui vengono asportati attraverso gli alimenti.

Vi è un altro aspetto importante della gestione urbana dell’acqua, e riguarda le piogge: la commistione delle acque di pioggia nelle reti fognarie è una delle più importanti criticità  nella gestione delle reti fognarie. Inoltre, indipendentemente da ciò, uno degli impatti ambientali rilevanti dell’urbanizzazione è l’impermeabilizzazione del suolo, che influenza negativamente la risposta idrologica dei bacini, riducendo l’infiltrazione in falda ed aumentando ed accelerando i deflussi superficiali. La città  sostenibile è, dunque, anche quella che riduce al minimo l’impermeabilizzazione del suolo (5) e ne mitiga gli effetti, ‘laminando’ le acque superficiali in occasione delle piogge.

Ecco che, senza volerlo, abbiamo definito cinque ‘criteri di sostenibilità  ambientale’, per la gestione delle acque in ambito urbano.

Dunque nel ‘progettare città  sostenibili’, per quanto riguarda l’acqua, dovremmo puntare a:

– minimizzare i volumi prelevati;

– minimizzare la circolazione ‘artificiale’ dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelevo;

– garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi), commisurata a mantenere in buone condizioni il corpo idrico che riceve gli scarichi;

– permettere il riuso e la corretta reimmissione dei nutrienti nei cicli biogeochimici naturali;

– minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione.

Che si pone come obiettivo rifiuti zero[3]

La grave emergenza rifiuti in Campania è la testimonianza della lontananza del nostro paese dall’Europa e dalle più moderne strategie in tema di politiche ambientali.

Un ampio schieramento imprenditoriale e politico, con altrettanti referenti nel mondo dell’informazione, ha strumentalizzato questa emergenza utilizzandola come grancassa per il sistema di incenerimento (come il migliore degli spot possibili per questi impianti).

Ma la via per la corretta gestione dei rifiuti – meglio materiali post-consumo come sono definiti nella letteratura anglosassone – è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à la scelta rifiuti zero.

Nell’ottica della decrescita la gestione dei rifiuti va finalizzata prioritariamente alla loro riduzione e solo in seconda battuta al riuso e al riciclaggio delle materie prime secondarie di cui sono composti. L’obiettivo di fondo a cui tendere si può riassumere nella formula zero rifiuti. In questo contesto, la raccolta differenziata è l’ultimo degli strumenti organizzativi utilizzabili per recuperarne e riutilizzarne la maggiore quantità  possibile.

Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica dei rifiuti viene impostata principalmente sulla raccolta differenziata di una parte dei materiali dismessi e l’incenerimento del rimanente. Il contesto culturale di riferimento di questa metodologia è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In tale contesto si dà  per scontato che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dei rifiuti. Poiché di conseguenza aumentano i loro ingombri fisici e il loro impatto ambientale, si propone di ridurre queste conseguenze collaterali indesiderate riciclandone una parte e spacciando per distruzione dell’altra la sua trasformazione in fumi. Tuttavia, se i rifiuti aumentano, la raccolta differenziata diventa una fatica di Sisifo che non ridimensiona il problema ma si limita a rallentare la velocità  con cui cresce, mentre la liberazione degli spazi fisici che si ottiene con l’incenerimento, oltre a emettere CO2 aumentando l’effetto serra, riempie l’atmosfera di veleni, micro e nano polveri dagli effetti devastanti sulla salute umana e sugli ambienti. Al contempo distrugge materiali riutilizzabili e produce quantità  di energia molto inferiori a quelle che sono state necessarie a produrli. I danni economici che genera sono direttamente proporzionali ai danni ambientali.

E allora ripetiamo che la via per la corretta gestione dei rifiuti è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à l’obiettivo rifiuti zero.

Per farlo non c’è che da applicare l’approccio comunitario (europeo), da decenni chiaro e mai messo in discussione, che ha come meta finale proprio l’obiettivo rifiuti zero, già  perseguito da avanzatissime città  del pianeta che vengono additate dai più come esempio.

Approccio che prevede i seguenti passaggi/fasi:

a) prevenzione

b) preparazione per il riutilizzo

c) riciclaggio

d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia

e) smaltimento.

1. Prevenzione dei rifiuti

Riduzione all’origine di quantità  e pericolosità  dei rifiuti attraverso la riprogettazione ecologicamente orientata di beni e servizi (tecnologie più pulite, ecodesign, analisi del ciclo di vita delle merci, politiche integrate di prodotto, acquisti verdi).

A questo riguardo è essenziale fare avanzare in fretta il dialogo e l’integrazione tra università , imprese e società  civile per innovare politiche produttive, stili di vita e di consumo. In pratica dobbiamo impegnarci affinchè il nostro design industriale crei prodotti che siano riutilizzabili, riciclabili, compostabili.

2. Riduzione dei rifiuti

Come fare a ridurre i rifiuti? Per esempio, esiste un programma europeo[4] denominato â100 Kg che consiglia una serie di azioni e promozioni di azioni individuali che tutti i nostri enti locali possono applicare per ridurre di 100 Kg all’anno per abitante la produzione di rifiuti/materiali post-consumo.

Compostaggio domestico. Per millenni il genere umano ha praticato il compostaggio domestico. Tutti gli scarti organici del cibo venivano riciclati in giardino, nei campi e negli orti, creando humus. Oggi questa pratica ancora di nicchia, permetterebbe di risparmiare almeno 30 kg di rifiuti pro capite all’anno, può essere incentivata dai Comuni con uno sconto sulla tariffa rifiuti.

Latte alla spina. Un’altra scelta intelligente è l’introduzione del vuoto a rendere sulle bottiglie di plastica o vetro, come accade nel Nord Europa, e incentivare la distribuzione di prodotti alla spina, come il latte e i detersivi.

Acqua del rubinetto. L’Italia ha il triste record mondiale della vendita d’acqua minerale in bottiglia, in maggior parte di plastica, che si traduce in un totale annuo di 12 chili di rifiuti pro capite. L’acqua dei nostri acquedotti è controllata tutti i giorni mentre quella in bottiglia no e in molti casi quella venduta dalle multinazionali è anche meno buona.

I comuni dovrebbero promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto e dare l’esempio negli uffici, nei luoghi di riunione, nelle. scuole, negli asili, negli ospizi.

Pannolini lavabili. I pannolini sono la componente più critica nella gestione dei rifiuti. I pannolini usa e getta di cui ha bisogno un bambino·nei primi tre anni di vita producono 1.000 kg di rifiuti non riciclabili.

3. Recupero e riciclo di materia

La soluzione organizzativa più efficiente per recuperare e riciclare dai rifiuti la maggior quantità  di materie riutilizzabili è la raccolta differenziata ‘porta a porta’, che ovunque raggiunge rapidamente circa il 70% in peso dei rifiuti totali. Suddivisi per tipologie omogenee, i materiali post-consumo possono essere riciclati e riutilizzati.

Questa è la soluzione più interessante non solo termodinamicamente ed ecologicamente, ma anche economicamente perché i costi del riciclaggio delle materie prime secondarie sono inferiori ai costi di produzione delle materie prime vergini. Per una buona riuscita del porta a porta è necessario che si applichi una tariffa puntuale, ovvero sia parametrata sulla quantità  residua dei rifiuti indifferenziati, in modo da premiare i comportamenti virtuosi.

Sempre più città  in Italia e nel mondo applicano questo sistema. Naturalmente la raccolta differenziata spinta mette in discussione gli attuali equilibri di gestione basati sul binomio incenerimento-discarica. Da qui una serie di opposizioni sostenute da tesi pretestuose, del tipo: ‘Il porta a porta non si può fare nella grandi città ’; ‘E’ difficile’; ‘Non conviene riciclare oltre il 60%’ (tesi carissima a tutti i difensori dello smaltimento tramite combustione). Se ne sono sentite e se ne sentono di tutti i colori.

Le esperienze italiane e straniere dimostrano che questo è il metodo più efficace di raccolta. Percentuali altissime di differenziazione si sono avute anche in grandi metropoli come San Francisco (67%) e in città  italiane: 70% a Novara e in quartieri di Reggio-Emilia con altissima densità  d’immigrati. Di grandissimo rilievo il risultato del Consorzio Priula di Treviso che supera il 75% in un’area territoriale dove vivono oltre 220.000 abitanti. Ma anche nella Provincia di Bologna là  dove il porta a porta è stato avviato siamo su queste performance(circa 75%): Monteveglio, Crespellano, Monte San Pietro, Sasso Marconi.

A tal proposito sono interessanti due studi ‘opposti’: uno dell’Ecoistituto di Faenza sulla gestione dei rifiuti urbani in Lombardia e Veneto (autore Natale Belosi, coordinatore del comitato scientifico) e l’altro della Provincia di Bologna (contenuto nel Piano Provinciale di Gestione dei Rifiuti, elaborato da Sintesi, Walter Ganapini e Scuola Agraria del Parco di Monza). Entrambi dimostrano la maggior convenienza della raccolta differenziata domiciliare (‘porta a porta’) rispetto agli altri sistemi. Il ‘porta a porta’ risulta non solo più efficace ma economicamente più conveniente e migliore in termini di riduzione dei gas serra (nonchè, nel primo, anche l’elevato gradimento della popolazione che l’ha ‘sperimentato’).

4. Recupero di energia e smaltimento

E’ il tema più scottante, sul quale le lobby dell’incenerimento hanno costruito nei decenni le loro fortune economiche (grazie al dirottamento dei contributi statali del Cip6 previsti per le fonti rinnovabili). Per l’Unione europea è il recupero della frazione combustibile residua, in sostituzione di combustibili fossili a servizio di processi industriali (per esempio i cementifici), e la produzione di metano dalla digestione anaerobica di reflui organici. Lo smaltimento tramite incenerimento di rifiuti in impianti dedicati come ha stabilito un voto del Parlamento europeo nel 2006, non è quindi ‘recupero di energia’; ma in Italia c’è chi continua a fare finta di nulla.

Per recuperare energia dai rifiuti la soluzione migliore sono gli impianti di trattamento anaerobico della frazione umida raccolta in modo differenziato (da cui si ricavano biogas e fertilizzanti), mentre per lo smaltimento del residuo è meglio utilizzare impianti di ‘Trattamento meccanico biologico’ (TMB).

L’aut aut tra incenerimento e raccolta differenziata dei rifiuti

Fra le tante storielle che sentiamo raccontare dalla vulgata in materia di incenerimento dei rifiuti e di raccolta differenziata â e posso affermare: raccontate ad acta dai difensori e sostenitori dell’incenerimento â c’è quella che afferma che gli inceneritori non sono in contraddizione con la raccolta differenziata, anzi le due cose possono andare armoniosamente insieme e non sono di nessun ostacolo l’uno per l’altra.

Ma una persona ‘normodotata’, ovvero una persona qualsiasi, capisce velocemente che le due cose non possono stare assieme.

I rifiuti è meglio ridurli alla fonte, producendone meno, e riciclare il più possibile i residui materiali post-consumo. Ma più si riducono e più se ne riciclano, meno materiale ci sarà  per alimentare gli inceneritori, che già  hanno bisogno di sovvenzioni pubbliche per diventare redditizi[5]; figuriamoci se non dovessero nemmeno lavorare a pieno regime rispetto alle loro potenzialità .

Quindi è lapalissiano che più si riduce e si ricicla e meno gli inceneritori hanno senso di esistere, ma è anche vero il contrario, meno si ricicla e più gli inceneritori hanno rifiuti da bruciare. Gli stregoni della combustione assistita dal denaro dei contribuenti a parole si affannano a sostenere che non è vero, nei fatti fanno di tutto per impedire che la raccolta differenziata superi le percentuali che non consentirebbero di riempire ben bene e costantemente i forni.

Che si muove a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico

La crescita della mobilità  è il principale fattore di incremento delle emissioni climalteranti (gas serra) in Italia, come negli altri paesi sviluppati. Ma soprattutto in Italia – caratterizzata dai più alti tassi di motorizzazione europei, da percorrenze molto elevate, da un eccezionale squilibrio tra mezzi privati e pubblici e tra trasporto su gomma e su ferro o acqua -la conversione dei trasporti è una delle grandi priorità  del paese, sia per la riduzione della CO2 che, più in generale, per la qualità  ambientale e della vita urbana.

A parte l’impellente bisogno di stabilizzare i livelli atmosferici di CO2, ci sono una serie di altre ragioni per spingerci a riorganizzare i sistemi di trasporto: la necessità  di prepararsi al crollo della produzione petrolifera (superamento del Picco del Petrolio), di alleggerire la circolazione automobilistica e di ridurre l’inquinamento atmosferico.

Con la produzione petrolifera mondiale vicino al picco, non ci sarà  petrolio disponibile a un basso costo estrattivo sufficiente ad alimentare l’espansione del parco automobilistico mondiale, e in verità  neanche per permettere il mantenimento del parco attualmente esistente. La crescente preoccupazione relativa ai cambiamenti climatici e il desiderio di ridurre le emissioni di anidride carbonica deve condizionare la politica dei trasporti a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.

Oltre alla volontà  di stabilizzare il clima, gli automobilisti pressoché ovunque stanno affrontano quotidianamente ingorghi stradali; e una congestione del traffico sempre maggiore genera frustrazioni e aumenta i costi aziendali e sociali.

La conversione ambientale del sistema dei trasporti richiede interventi sia sul lato della domanda che sul lato dell’offerta. Le città  italiane sono assediate da milioni di autoveicoli; evidenti sono i problemi dovuti alla congestione, alla progressiva paralisi del traffico, all’inquinamento acustico e dell’aria.

Per affrontare correttamente il tema (problema) della mobilità  occorre tener conto di due considerazioni:

  • la mobilità  è un diritto, o meglio, un bisogno delle persone, e va favorita e resa compatibile con altre esigenze, prime fra tutte quelle ambientali e della salute;
  • dobbiamo renderci conto che non si può continuare a ‘drogare’ la domanda di mobilità  (‘disperdendo’, ad esempio, in maniera irrazionale gli insediamenti urbani, in modo di non riuscire mai di fatto a soddisfarla).

La politica sinora condotta dalle amministrazioni locali ha, purtroppo, continuato a favorire in maniera irresponsabile il consumo di suolo e la dispersione abitativa, rendendo il nostro territorio in una situazione continuamente ‘debitoria’ di grandi infrastrutture: mancano sempre delle strade, bretelle, passanti autostradali, svincoli, gallerie, viadotti, ecc.

Un’altra necessaria proposizione riguarda il raggio della mobilità . La ripartizione degli spostamenti per la lunghezza del percorso vede, nel 2008 (Rapporto Istituto Superiore Formazione e Ricerca per i Trasporti) la quota dei viaggi di prossimità  (entro i 2 km) al 31,4%, seguita da quella di media distanza (tra 11 e 50km) al 23,7%, di corto raggio (tra 3 e 5km) 21,7%, locali (tra 6 e 10km) 20,2% e lunga distanza (oltre i 50 km) al 3,2%. In sostanza il 73,3% degli spostamenti riguarda una distanza inferiore ai 10 km.

Il futuro della mobilità  cittadina si basa su di un mix di ferrovie, autobus, biciclette, spostamenti a piedi e automobili.

I parcheggi e la velocità  dei veicoli limitano gli spazi di vita e di socialità , la crescita dei consumi energetici si accompagna all’aumento dei tempi di spostamento.

Le politiche sui trasporti sono appena sfiorate dalle richieste di limitazione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

La pianificazione delle città  è sempre più al servizio dell’automobile, e le soluzioni più comuni propongono l’acquisto di nuove automobili, nelle intenzioni, “meno inquinanti”. Propongono la costruzione di nuove strade, tangenziali di tangenziali, nuovi parcheggi nel centro delle città .

E’ necessario iniziare un percorso di riconversione dei sistemi di trasporto delle città , per limitare i danni ambientali e sociali causati dall’uso improprio del mezzo privato a motore, fra cui l’elevata incidentalità  che determina gravi rischi per i soggetti più deboli che percorrono le strade (pedoni e ciclisti). Gli interventi di seguito proposti non sono quindi da intendere come singole misure con rapidi e sicuri risultati, ma si propongono come base nei programmi di pianificazione e riqualificazione urbana per raggiungere la sicurezza stradale per tutti, l’autonomia degli utenti deboli della strada, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, la riscoperta della funzione sociale della strada.

Pianificare le città  per un diverso sistema di trasporti, rimettendo in discussione tempi e luoghi della città . Al fine di migliorare la mobilità  e la qualità  della vita urbana un elemento fondamentale è una rigorosa pianificazione degli insediamenti e dei sistemi di trasporti, che riveda lo schema di priorità  utilizzato per l’organizzazione della mobilità  delle città . Occorre in altre parole intervenire su più fronti contemporaneamente, non limitandosi a interventi sui trasporti, ma rimettendo in discussione tempi e luoghi della città .

Ridurre la necessità  di spostamento. Oggi è necessario avere il coraggio di riconoscere che la mobilità  delle nostre città  non è sostenibile perché i suoi costi ambientali e sociali non sono sostenibili. à necessaria la diminuzione dei flussi di trasporto privato, ossia i veicoli in circolazione e i km complessivamente percorsi, per restituire spazi di socialità  e vivibilità , diminuire i consumi energetici e lo spreco di territorio.

Si va a piedi fino dove si può. L ‘uso dei piedi, del camminare come mezzo di spostamento, è il primo e più semplice modo per favorire la riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti. Camminare permette di raggiungere senza sforzo distanze fino a 2 km, ma è necessario rendere il camminare piacevole e non una gimcana continua fra le auto. Ad esempio, è necessario assicurare che il percorso fra eventuali parcheggi di corrispondenza e il centro città  sia il più possibile invitante e non pericoloso.

Quindi si utilizza la bicicletta. In Italia più che in Europa stenta ad affermarsi una cultura che vede nella bicicletta un mezzo di trasporto urbano quotidiano alternativo all’automobile. La bicicletta è ancora associata, in molte parti della società , alla povertà  e alla mancanza dell’automobile. D’altra parte poche sono le città  italiane (Bologna non è sola; anche se in regione ci sono esempi di eccellenza paragonabili a situazioni di Paesi oltralpe) che hanno predisposto un’adeguata rete ciclabile, volta a favorire gli spostamenti in bicicletta, con itinerari dedicati e moderazione del traffico.

Chi non può usare la bicicletta usa i trasporti pubblici. Autobus, tram e metropolitane non possono sostituire interamente l’automobile, ma il trasporto pubblico costituisce un sistema fondamentale per una mobilità  sostenibile nelle aree urbane. E’ necessario però aumentare la convenienza del trasporto pubblico locale (TPL) rispetto al veicolo privato sul piano dei costi, della rapidità  e del comfort, sia potenziando il TPL che penalizzando l’auto. Occorre inoltre che i mezzi pubblici siano il più possibile dotati di motori poco inquinanti.

Dove il trasporto pubblico tradizionale non può arrivare sono da utilizzare sistemi di trasporto a chiamata. Una mobilità  moderna oggi non può prescindere dall’utilizzo di sistemi a chiamata e di condivisione organizzata dei veicoli. Si tratta di un servizio pubblico intermedio tra autobus tradizionale e taxi, con tariffe notevolmente inferiori a quelle del taxi: una flotta di veicoli, che si muove senza orari e percorsi fissi, e nella versione più tecnologica è gestita tramite un software.

Ove possibile si possono anche utilizzare sistemi di trasporto condivisi (car pooling e car-sharing). Un’altra forma utile a diminuire l’impatto ambientale è la condivisione dell’auto, che può avere diverse modalità , tra cui in particolare quella dell’autovettura in multiproprietà , del car sharing (un numero sufficiente di automobili è disponibile in diversi parcheggi in punti strategici della città ; chi è abbonato al servizio può accedere alle vetture – con o senza prenotazione, eventualmente in modo automatizzato tramite ,una carta elettronica – e utilizzarle, lasciandole al termine dell’utilizzo in uno qualunque dei parcheggi attrezzati) e del car pooling (che è la condivisione dell’uso dell’autovettura privata attraverso la creazione di equipaggi che effettuano, del tutto o in parte, gli stessi spostamenti e riguarda soprattutto, ma non solo, i movimenti regolari casa-lavoro). Anche in questi casi, come per i mezzi pubblici,”occorre investire su autoveicoli a basse emissioni inquinanti.

Negli altri casi si usa l’automobile privata, in modo regolamentato. à oramai evidente come il numero di automobili in circolazione sia non più sostenibile per le città  italiane. Non solo è necessario fare in modo che tale numero smetta di crescere, ma sarebbe necessario diminuirlo in modo sensibile. Agire sul lato dell’offerta, continuando ad assicurare strade e parcheggi per le automobili è un suicidio. Ci sarà  sempre bisogno di nuove strade e di nuovi parcheggi. à quindi necessario agire sul lato della domanda. Innanzitutto fermando l’attuale situazione di mobilità  drogata, che da un lato penalizza il trasporto pubblico, dall’altro sovvenziona l’acquisto delle automobili. Senza le sovvenzioni la crisi dell’industria dell’auto sarebbe scoppiata già  da tempo. Ma era una crisi inevitabile, in quanto una mobilità  fondata solo sull’auto non è sostenibile. A poco, del resto, potranno servire ulteriori incentivi, in quanto oggi nelle città  non c’è più spazio fisico per accoglierle.

La bicicletta in ambito urbano va considerata come un mezzo di trasporto vero e proprio: non inquina, non assorda, occupa pochissimo spazio, crea rischi di incidenti molto più limitati rispetto ai veicoli a motore (che invece causano 7.000 morti all’anno in Italia).

Se la bici aiuta le città  e ne migliora la vivibilità , muoversi in bicicletta risulta però difficile e rischioso.

In bici si potrebbe andare ovunque se ci fosse una rete di piste ciclabili e fosse garantito girare in sicurezza. Si potrebbe â¦; ma perché i cittadini siano liberi di scegliere tra i veicoli inquinanti e la bici debbono avere condizioni favorevoli: una rete di piste sicure, in sede propria. Le Amministrazioni locali, provinciale e regionale hanno la responsabilità  di creare tali condizioni attraverso politiche urbanistiche e della mobilità  appropriate. Non si tratta di âinventare la ruota’, basta osservare quanto avviene nei paesi del nord Europa, e di decidere che si tratta di una vera priorità  per ridurre inquinamenti e mortalità  sulle strade ‘senza se e senza ma’.

La bici é il veicolo più debole della strada: se davvero se ne vuole promuovere l’uso,

occorre una rete estesa di piste ciclabili in sede propria, separata sia dai veicoli a motore che dai pedoni.

Raccordare le piste esistenti tra loro in modo da formare una rete, condizione indispensabile per favorire l’uso della bici in città . Dare maggiore attenzione alla sicurezza; le biciclette debbono poter disporre di una sede propria ovunque possibile; nelle altre strade si possono adottare altre soluzioni, ad esempio di traffic calming che riducano le velocità  dei veicoli a motore (un ciclista o pedone investito da un’auto a 30 km/h ha molte più probabilità  di sopravvivere che non a 70km/h); occorrono attraversamenti degli incroci protetti e ben visibili.

L’obbiettivo deve essere la realizzazione di una rete urbana e metropolitana che riconosca effettivamente a chi vuole scegliere questo mezzo il diritto di usarlo in sicurezza: oggi questo diritto viene negato nei fatti! Ed è paradossale che venga scoraggiato e penalizzato proprio il mezzo che meno inquina e meno ingombra!

Che non consuma più suolo per crescere[6]

Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità , ecc.).

Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità  della vita dei cittadini.

La progressione della trasformazione (‘artificializzazione’) è drammatica: ogni giorno in Emilia-Romagna viene consumato l’equivalente di 11 campi di calcio (ogni giorno !!!) Anche la progressione storica più recente del fenomeno è drammatica. A metà  dell’800 le aree urbanizzate della sola pianura erano l’1,5 % del totale. Dopo 100 anni, negli anni ‘50, erano il 2,5 %, per passare al 7,5 % a metà  degli anni settanta e al 13 % (cioè il doppio) venticinque anni dopo, all’inizio del 2000. Un’ accelerazione patologica.

Regione Emilia-Romagna che è al terzo posto in Italia per consumo di territorio, dopo la Liguria e la Calabria e in compagnia della Sicilia: fra il 1990 e il 2005 la percentuale di suoli liberi consumati sul totale della superficie regionale ammonta al 22%.

Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà  a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).

Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività , che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la ‘città  continua’. Dove esistevano paesi, comuni, identità  municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una ‘conurbazione’ ormai completa per molte aree del paese.

Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì!

Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta ‘crescita zero’, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.

Il movimento di opinione per lo ‘STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO’ e i sottoscritti firmatari individuano 6 principali motivi a sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.

Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come ‘moneta corrente’ per i bilanci comunali.

Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.

Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità  (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.

Perché il suolo di una comunità  è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.

Per senso di responsabilità  verso le future generazioni.

Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società .

Pensieri per agire

Per prima cosa occorre dire che questo Movimento non ha (non può avere – data la situazione generale – e non ha la pretesa di avere) nessuna ‘bacchetta magica’ in grado di risolvere tutti i danni già  fatti o in corso di progettazione in ciascun singolo territorio.

Se così fosse, sarebbe troppo facile e verrebbe da domandarsi come mai nessuno ha mai tirato fuori dal cassetto prima questa bacchetta magica.

Viviamo in un sistema fortemente iniquo, che dobbiamo modificare. Questa campagna è appena l’inizio di un lungo periodo di tentativi di cambiamento che dovremo sviluppare con forza e coraggio, tutti assieme.

Per raggiungere IL vero cambiamento, cioè un nuovo modello di Società  ecologicamente sostenibile, è necessario promuovere il cambiamento dei consumi e dei modi di produzione. Nella consapevolezza che la lotta contro la cementificazione è in realtà  una battaglia per un cambiamento di prospettiva che, a partire dal governo del territorio, deve necessariamente investire la cultura, l’economia, la società  e â in definitiva â la politica.

Questa premessa è doverosa per evitare di creare eccessive aspettative, cioè suggerire che ‘qualcuno, da lontano, forse potrebbe risolvere i miei/nostri problemi’.

Non è così: oggi ognuno di noi deve essere in grado di partecipare direttamente e senza deleghe ‘in bianco’ al necessario cambiamento sociale in costruzione.

Quindi pensare ad una campagna nazionale per lo ‘Stop al Consumo di Territorio’ significa innanzitutto voler riunire in una rete forte e a maglie strette tutte le realtà  territoriali, le loro vertenze in atto, l’esigenza di nuove regole condivise. In primo luogo: cambiare le regole generali da cui scaturiscono tutti i singoli problemi locali.

La campagna nazionale non è altro che la summa di queste micro-situazioni territoriali.

A livello nazionale ciò che stiamo sviluppando è far ‘tuonare’ una voce forte che dica: ‘basta con la cementificazione della nostra esistenza’, che solleciti i media e l’opinione pubblica a riconsiderare i principi della crescita e dello sviluppo a tutti i costi. Una battaglia innanzitutto culturale, che apra cuori e cervelli e costringa i poteri a non trovarsi più nella condizione di dover sostenere l’insostenibile â¦

Non sarà  e non è facile. Ma le prospettive ci sono tutte e sta a noi impegnarci a fondo.

E per il successo di queste nostre azioni, sarà  essenziale il rapporto tra campagna nazionale e il nostro gruppo locale. Per questo è fondamentale l’avvio di tanti gruppi militanti sul territorio.

Disseminare l’innovazione. Non meno importante è la diffusione di buone pratiche alternative. Gli esempi raccolti da Marco Boschini sul sito dei Comuni Virtuosi, si aggiungono a quelli segnalati da Eddyburg, nel sito e nelle pubblicazioni No Sprawl, Il mestiere dell’urbanista, La costruzione della città  pubblica. Occorre proseguire in questo paziente lavoro di raccolta affinché l’azione di contrasto si tramuti â nel più breve tempo possibile â in una âdisseminazione’ di iniziative sperimentali, innovative, controcorrente.

Le prime ‘rivendicazioni’ da fare nei nostri territori

Il fatto di aver potuto raccontare una ‘esperienza virtuosa’ in atto all’interno di un Comune italiano con piano regolatore a ‘crescita zero’ (quello di Cassinetta di Lugagnano, provincia di Milano) è stato fondamentale per infondere entusiasmo e testimoniare in concreto che ‘si può fare’: amministrare un municipio con circa 1.800 abitanti senza vivere del ‘ricatto’ derivante dalla moneta corrente rappresentata dagli oneri urbanistici per nuove edificazioni, l’elisir per salvare i disastrati bilanci dei nostri Comuni â¦

Coinvolgere le pubbliche amministrazioni. Dobbiamo quindi partire da qui, in ogni Comune; questo deve essere il nostro primo obiettivo: far sì che il nostro Comune segua la strada di Cassinetta di Lugagnano.

Occorre dunque chiedere a cittadini ed amministrazioni che si apra un dibattito partecipato in questo senso e per farlo noi dobbiamo sollevare la richiesta ufficiale dei cittadini ai loro amministratori – a livello di ciascun Comune italiano â affinché si sospendano i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e si provveda ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività ), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

à possibile pretendere dalle amministrazioni locali impegni concreti su questo fronte.
Se questo accadrà , è del tutto probabile che la politica non possa rimanere indifferente e che â nelle regioni più sensibili e in prospettiva anche a scala nazionale â si possano approvare leggi e strumenti amministrativi indispensabili per assicurare un efficace contrasto al consumo di suolo e una migliore organizzazione degli insediamenti esistenti. In questi giorni, 144 sindaci della Lombardia sono riusciti, con la loro iniziativa, a fermare la progressiva privatizzazione del servizio idrico, ottenendo una significativa modifica della legislazione regionale. Sarà  possibile ottenere successi analoghi anche nella battaglia in difesa del territorio? Ce lo auguriamo.

Come primario obiettivo strategico un’urbanistica della transizione, per affermare un’idea di città  virtuosa, deve proporsi di utilizzare, per la residua domanda insediativa, solo aree irreversibilmente compromesse in passato dall’urbanizzazione, favorendo con opportuni incentivi, anche in questo caso per convergere su obiettivi plurimi, le localizzazioni prossime ai nodi di interscambio del trasporto pubblico.

La dinamica insediativa dell’ultimo mezzo secolo, urbanizzando migliaia di ettari, consumando e spesso sprecando ingenti patrimoni di aree vergini, ha creato un ampio volano di piattaforme edificabili. Le cosiddette aree dismesse o potenzialmente tali.

Nell’era solare l’urbanizzato dismesso ciclicamente deve diventare la sola risorsa disponibile per i nuovi insediamenti. L’eccezionale uso di terreni vergini può essere tollerato solo quando impegni aree marginali a consistenti compendi organici e quando offra controllabili (costi/benefici) contropartite di sostenibilità  ambientale ed efficienza energetica. Questi indirizzi caratterizzano ed evidenziano ulteriormente una chiara idea di città  sulla quale debbono convergere le politiche insediative di tutti i comuni della città  metropolitana.

Né mi pare, ma potrei sbagliarmi per ignoranza, che sul piano normativo esista qualche norma urbanistica regionale, a parte le rituali esortazioni, che aiuti a difendere efficacemente i suoli ‘naturali’ dalla ‘artificializzazione’ a fini edificatori.

Il consumo di suoli naturali si cela sotto le più ‘elementari e legittime esigenze’ perché culturalmente considerato inevitabile conseguenza di ogni attività  umana sul territorio.

Non ci si è mai posti, scientificamente, l’obbiettivo di trasformare il territorio escludendo o anche solo minimizzando l’uso del suolo naturale. Una risorsa non riproducibile artificialmente, mentre lo è perfino il danaro.

Nemmeno per le grandi infrastrutture, che seppelliscono letteralmente, sotto asfalto e cemento, centinaia di ettari di terreni naturali.


[1] da: ‘I guardiani della luce’ di Ferruccio Jarach; intervista a Maurizio Pallante sul portale QualEnergia; ‘Verso l’autonomia energetica’ dell’Agenzia Fiera delle Utopie Concrete

[2] da ‘Nuvole e sciacquoni’ di Giulio Conte

[3] da: ‘Un programma politico per la decrescita’ del Movimento per la Decrescita Felice; strategia Rifiuti Zero

[4] Lanciato da ACR+, l’Associazione delle città  e regioni per il riciclaggio e il management sostenibile

[5] Incentivi rappresentati dai cosiddetti CIP6, ovvero si tratta di un incentivo statale, preso direttamente dalle nostre bollette, che dovrebbe finanziare l’energia prodotta da fonti rinnovabili e che per anni, anomalia tutta italiana, è andato a finanziare invece l’energia prodotta dagli inceneritori e dagli scarti della produzione petrolifera. Miliardi di euro che sono stati indebitamente sottratti allo sviluppo delle energie pulite, grazie all’introduzione nel decreto legislativodi una subdola parolina: ‘assimilate’; tra le quali rientravano appunto inceneritori e porcherie di cui sopra.

[6] dall’esperienza di Cassinetta di Lugagnano (MI) e dal movimento STOP al consumo di territorio

By | 2011-07-28T16:30:53+00:00 luglio 28th, 2011|NOTIZIARIO 2011, Uncategorized|Commenti disabilitati su Spunti per un possibile percorso/progetto per una città  ambientalmente sostenibile energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve, ovvero verso l’autonomia energetica[1]

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