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Spunti per un possibile percorso/progetto per una città  ambientalmente sostenibile energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve, ovvero verso l’autonomia energetica[1]

La non-sostenibilità  del sistema energetico italiano dipende da quattro cause: la richiesta di energia è eccessiva; le fonti primarie utilizzate sono principalmente non-rinnovabili; gli apparati che trasformano l’energia primaria sono inefficienti; gli utilizzatori finali sprecano la risorsa loro resa disponibile.

Per modificare il sistema è necessario agire contemporaneamente su tutti quattro i livelli, all’interno del proprio sistema energetico locale, acquisendone consapevolezza: l’’aver cura’ ha inizio dall’osservazione e dalla comprensione.

Osservo il mio sistema energetico locale e mi chiedo:
Ho bisogno di tutta l’energia che utilizzo? Posso forse ottenere lo stesso risultato e mantenere condizioni di benessere utilizzando meno energia?

Sono consapevole di quanta parte dell’energia che utilizzo discende da fonti rinnovabili? Rendo massimo l’utilizzo di queste fonti?

Sono efficienti gli apparecchi che trasformano l’energia che utilizzo? (fondamentale qui è osservare anzitutto l’efficienza dell’involucro abitativo e dei veicoli utilizzati: in Italia questi sono i due grandi consumatori di energia degli individui. Ambedue caratterizzati da un’efficienza in genere ridicolmente bassa)

Utilizzo con attenzione l’energia? Non la spreco? (L’energia costa agli individui costa all’ambiente. Sempre. Utilizzarla quando è necessario è accettabile, ma buttare via energia inutilmente è un crimine. Economico ed ecologico.)

Queste domande andrebbero fatte sia dagli utilizzatori individuali (i singoli cittadini) che dagli utilizzatori collettivi (sia pubblici che privati) di energia, perché ciascuno si possa fare una auto-diagnosi del proprio ‘sistema energetico locale’ in modo da poter elaborare azioni concrete per la sua modifica. E’ necessario infatti che gli utenti finali di energia diventino consumatori attivi e consapevoli, capaci di indirizzare bene sia l’impostazione della struttura che la gestione del loro sistema energetico.

Un effetto importante dell’avvio di una gestione consapevole e condivisa del proprio sistema energetico locale, è che questa azione diventa una azione collettiva per salvaguardare un bene collettivo ed ambientale: è una azione perciò non finalizzata al bene individuale, ma al bene comune. Rispetto all’egocentrismo che caratterizza il nostro attuale essere (a-)sociale, questa azione ha una valenza ‘rivoluzionaria’ sorprendente. La rivoluzione oggi si può fare se si riesce a rifiutare un modo di essere nella società  che sacrifica tanti valori positivi e tanti benesseri potenziali del nostro essere comunità  umana, proponendoci continuamente un sistema di vita centrato in modo unidimensionale sulla nostra individualità  egoistica.

I target approvati all’unanimità  dai 27 Paesi dell’UE nel marzo 2007 prevedono, entro il 2020, una riduzione del 20% di emissioni di gas nocivi rispetto ai livelli del 1990, un aumento del 20% di consumi da energie rinnovabili e un incremento del 20% dell’efficienza energetica.

Tenendo conto quindi che gli Enti locali sono chiamati ad un ulteriore impegno sulla materia, si rende indispensabile prevedere che questi obiettivi vengano assunti ed applicati, da subito e non entro il 2020, in tutte le aree di espansione, recupero, riqualificazione urbana e per tutti gli edifici pubblici in proprietà  di nuova costruzione, nonché per quelli esistenti sui quali siano previsti interventi di carattere strutturale o di manutenzione straordinaria di un certo rilievo.

Mediamente per scaldare le case in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano o 200 kWh a metro quadro all’anno. In Alto Adige, in Germania o in altri posti non si permette di costruire case che consumino più di 7 litri di gasolio, 7 metri cubi di metano o 70 kWh al metro quadro all’anno. Questo cosa vuol dire? Che una casa mal costruita oltre a disperde i due terzi dell’energia fa anche crescere il Pil (prodotto interno lordo) più di una ben costruita che consuma un terzo rispetto all’altra. Quindi, il cambiamento si attua costruendo case che consumano 7 litri o ristrutturando le case esistenti affinché da 20 scendano a un consumo di 7. In questo modo, oltre a risparmiare energia, si ha una minore crescita del prodotto interno lordo perché diminuisce la produzione e il consumo di una merce (cioè i 13 litri di gasolio su 20) che non è un bene, perché non serve a scaldare la casa ma si disperde visto che la casa è mal costruita. Noi siamo in un sistema che misura il benessere sulla crescita del consumo di merci, senza andare ad analizzare se queste merci sono effettivamente dei beni o meno. Allora diciamo che la prima cosa da fare è diminuire la produzione e il consumo delle merci che non sono anche beni.

Se non si affronta questo primo passaggio le fonti rinnovabili danno dei contributi molto modesti e non ripagano i loro costi; solo dopo averlo affrontato diventano interessanti. Noi abbiamo una situazione in cui, nel riscaldamento degli edifici, nella produzione termoelettrica, nei trasporti, si sprecano i due terzi dell’energia. La prima cosa da fare è ridurre gli sprechi perché un sistema che spreca i due terzi dell’energia è come un secchio bucato: se ho un secchio bucato la prima cosa di cui devo preoccuparmi non è di cambiare la fonte (il rubinetto) con cui lo riempio ma di tappare i buchi.

Le decisioni su come vogliamo vivere nel mondo di domani devono risultare da un processo più trasparente e democratico possibile sulla base di informazioni adeguate e comprensibili. Questo vale a maggior ragione se si vuole cercare di realizzare uno scenario come quello dell’autonomia energetica che presuppone una volontà  comune, risultato di un processo partecipativo in un territorio a misura d’uomo.

Lo scenario dell’autonomia energetica vuole fare un passo deciso verso un futuro con una buona qualità  di vita a un alto livello tecnologico, sfruttando le tecnologie più avanzate a disposizione per trasformare la radiazione solare o direttamente in impianti fotovoltaici e termosolari o indirettamente con il vento e la biomassa in calore ed energia elettrica.

Che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città [2]

Per garantire seriamente il ‘diritto all’acqua’ per le generazioni future sono necessari cambiamenti profondi che abbracciano non solo il modello di gestione dell’acqua potabile â che dovrà  essere rivisto ‘strutturalmente’, indipendentemente dal fatto che il soggetto gestore sia pubblico o privato â ma anche le politiche economiche globali e l’assetto del territorio, sia agricolo che urbano.

à quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi di acqua e valorizzare le fonti alternative: prime fra tutte il risparmio, la raccolta della pioggia e il riuso delle acque usate.

Nel mondo circa il 70% dell’acqua consumata è usata per irrigazione e la domanda irrigua è in crescita (in particolare nei paesi emergenti).

La ‘questione irrigua’, ovvero come ridurre i consumi d’acqua producendo cibo sufficiente per l’umanità  in crescita, è dunque uno dei punti chiave da risolvere per affrontare la crisi idrica, reso ancor più urgente dalla crescente domanda di terra e d’acqua per la produzione di biocombustibili.

Affrontando gli aspetti ‘urbani’ del ciclo dell’acqua, da oltre un decennio risulta sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque delle nostre città  non è sostenibile.

Non è sostenibile il modello ‘urbano’, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico, perchè comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità , produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione e non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle ‘acque di scarico’.

Non è sostenibile il modello ‘domestico’, perchè è basato su una serie di pratiche come minimo rozze, se non completamente illogiche: l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte â l’acqua fornita dall’acquedotto pubblico – , anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e usare l’acqua di pioggia; il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità , per esempio, per scaricare il WC; l’eliminazione di tutti i nostri scarichi attraverso un unico sistema di scarico â siano essi escrementi con una carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto o acqua potabile usata per sciacquare la frutta o per lavare i piatti e i panni.

La sostenibilità  dell’uso dell’acqua è possibile riducendo notevolmente i consumi domestici e l’inquinamento da essi provocato senza rinunciare al livello di comfort cui siamo abituati.

Per farlo però è necessario innescare una piccola rivoluzione culturale, tecnica e normativa.

Culturale, perchè è necessario riesaminare criticamente alcune prassi che consideriamo ovvie solo perchè le applichiamo abitualmente da molti decenni.

Tecnica, perchè per rendere sostenibile la gestione dell’acqua, è necessario introdurre alcune innovazioni nel modo di costruire e gestire le nostre case e le nostre città .

Normativa, perchè per rinnovare il modello di gestione alla scala domestica e alla scala urbana è necessario attivare politiche adeguate. Tali politiche devono essere rivolte sia agli enti coinvolti nella gestione delle acque (gli enti di gestione e le Autorità  d’Ambito che hanno sostituito i Comuni nella rappresentanza dell’interesse collettivo), sia agli utilizzatori finali: le famiglie e le imprese, che possono svolgere e devono svolgere un ruolo essenziale.

Nel modello tipico di gestione dell’acqua in una città , l’acqua viene prelevata da una fonte, che può trovarsi anche molto lontana dalla città ; è trasportata attraverso le grandi adduttrici dei sistemi aquedottistici a serbatoi da cui viene prelevata per gli eventuali trattamenti di potabilizzazione ed immessa nella rete di distribuzione che la porta nelle nostre case.

L’acqua usata lascia le nostre case dagli scarichi e finisce nella rete fognaria (che in genere è mista e raccoglie anche la pioggia); dalla rete fognaria raggiunge un depuratore (quando piove solo in parte, perché una parte dei liquami mischiati alla pioggia sfiorano per non sovraccaricare le fogne e i depuratori).

Nel depuratore l’acqua viene depurata e poi scaricata in un recettore (fiume, lago o mare), mentre i fanghi di depurazione, che contengono sostanza organica e una parte dei nutrienti, vengono inviati a discarica o, quando possibile, riutilizzati o inviati a compostaggio.

Ora, quali sono le variabili che rendono più o meno ‘ambientalmente sostenibile’ questo modello? Innanzitutto la quantità  d’acqua (1) che preleviamo, sottraendola alla circolazione naturale e ad altri possibili usi: meno è, meglio è. Un secondo aspetto non secondario è la distanza tra il prelievo e la restituzione (2): se prendiamo acqua da un fiume alla sorgente e la restituiamo alla foce, sarà  ben peggio che restituirla immediatamente a valle di dove l’abbiamo presa, perché è pur sempre meglio un fiume con acqua inquinata, che un fiume senz’acqua. Naturalmente è importante la qualità  con cui restituiamo l’acqua (3): potremmo dire che migliore è la qualità  degli scarichi, più ‘sostenibile’ è la città  che li genera, ma in realtà  le cose non stanno proprio così. E’ sostenibile una città  i cui scarichi sono compatibili con il corpo idrico che li riceve: se si ha la fortuna di scaricare in un grande fiume che può ricevere lo scarico, diluendolo, senza scadere di qualità  non avrebbe senso spingere inutilmente il processo depurativo: quindi una città  ‘fortunata’ perché ha un recettore con ‘maggiore capacità ’, può essere più sostenibile di un’altra meno fortunata anche se depura meno. Infine, è evidente che è necessario favorire la reimmissione dei nutrienti (azoto e fosforo) nei cicli biogeochimici naturali (4), in particolare restituendoli ai campi coltivati da cui vengono asportati attraverso gli alimenti.

Vi è un altro aspetto importante della gestione urbana dell’acqua, e riguarda le piogge: la commistione delle acque di pioggia nelle reti fognarie è una delle più importanti criticità  nella gestione delle reti fognarie. Inoltre, indipendentemente da ciò, uno degli impatti ambientali rilevanti dell’urbanizzazione è l’impermeabilizzazione del suolo, che influenza negativamente la risposta idrologica dei bacini, riducendo l’infiltrazione in falda ed aumentando ed accelerando i deflussi superficiali. La città  sostenibile è, dunque, anche quella che riduce al minimo l’impermeabilizzazione del suolo (5) e ne mitiga gli effetti, ‘laminando’ le acque superficiali in occasione delle piogge.

Ecco che, senza volerlo, abbiamo definito cinque ‘criteri di sostenibilità  ambientale’, per la gestione delle acque in ambito urbano.

Dunque nel ‘progettare città  sostenibili’, per quanto riguarda l’acqua, dovremmo puntare a:

– minimizzare i volumi prelevati;

– minimizzare la circolazione ‘artificiale’ dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelevo;

– garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi), commisurata a mantenere in buone condizioni il corpo idrico che riceve gli scarichi;

– permettere il riuso e la corretta reimmissione dei nutrienti nei cicli biogeochimici naturali;

– minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione.

Che si pone come obiettivo rifiuti zero[3]

La grave emergenza rifiuti in Campania è la testimonianza della lontananza del nostro paese dall’Europa e dalle più moderne strategie in tema di politiche ambientali.

Un ampio schieramento imprenditoriale e politico, con altrettanti referenti nel mondo dell’informazione, ha strumentalizzato questa emergenza utilizzandola come grancassa per il sistema di incenerimento (come il migliore degli spot possibili per questi impianti).

Ma la via per la corretta gestione dei rifiuti – meglio materiali post-consumo come sono definiti nella letteratura anglosassone – è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à la scelta rifiuti zero.

Nell’ottica della decrescita la gestione dei rifiuti va finalizzata prioritariamente alla loro riduzione e solo in seconda battuta al riuso e al riciclaggio delle materie prime secondarie di cui sono composti. L’obiettivo di fondo a cui tendere si può riassumere nella formula zero rifiuti. In questo contesto, la raccolta differenziata è l’ultimo degli strumenti organizzativi utilizzabili per recuperarne e riutilizzarne la maggiore quantità  possibile.

Se il paradigma della crescita non viene messo in discussione, la politica dei rifiuti viene impostata principalmente sulla raccolta differenziata di una parte dei materiali dismessi e l’incenerimento del rimanente. Il contesto culturale di riferimento di questa metodologia è l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. In tale contesto si dà  per scontato che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dei rifiuti. Poiché di conseguenza aumentano i loro ingombri fisici e il loro impatto ambientale, si propone di ridurre queste conseguenze collaterali indesiderate riciclandone una parte e spacciando per distruzione dell’altra la sua trasformazione in fumi. Tuttavia, se i rifiuti aumentano, la raccolta differenziata diventa una fatica di Sisifo che non ridimensiona il problema ma si limita a rallentare la velocità  con cui cresce, mentre la liberazione degli spazi fisici che si ottiene con l’incenerimento, oltre a emettere CO2 aumentando l’effetto serra, riempie l’atmosfera di veleni, micro e nano polveri dagli effetti devastanti sulla salute umana e sugli ambienti. Al contempo distrugge materiali riutilizzabili e produce quantità  di energia molto inferiori a quelle che sono state necessarie a produrli. I danni economici che genera sono direttamente proporzionali ai danni ambientali.

E allora ripetiamo che la via per la corretta gestione dei rifiuti è un’altra. Non prevede né inceneritori e nemmeno, se possibile, discariche. à l’obiettivo rifiuti zero.

Per farlo non c’è che da applicare l’approccio comunitario (europeo), da decenni chiaro e mai messo in discussione, che ha come meta finale proprio l’obiettivo rifiuti zero, già  perseguito da avanzatissime città  del pianeta che vengono additate dai più come esempio.

Approccio che prevede i seguenti passaggi/fasi:

a) prevenzione

b) preparazione per il riutilizzo

c) riciclaggio

d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia

e) smaltimento.

1. Prevenzione dei rifiuti

Riduzione all’origine di quantità  e pericolosità  dei rifiuti attraverso la riprogettazione ecologicamente orientata di beni e servizi (tecnologie più pulite, ecodesign, analisi del ciclo di vita delle merci, politiche integrate di prodotto, acquisti verdi).

A questo riguardo è essenziale fare avanzare in fretta il dialogo e l’integrazione tra università , imprese e società  civile per innovare politiche produttive, stili di vita e di consumo. In pratica dobbiamo impegnarci affinchè il nostro design industriale crei prodotti che siano riutilizzabili, riciclabili, compostabili.

2. Riduzione dei rifiuti

Come fare a ridurre i rifiuti? Per esempio, esiste un programma europeo[4] denominato â100 Kg che consiglia una serie di azioni e promozioni di azioni individuali che tutti i nostri enti locali possono applicare per ridurre di 100 Kg all’anno per abitante la produzione di rifiuti/materiali post-consumo.

Compostaggio domestico. Per millenni il genere umano ha praticato il compostaggio domestico. Tutti gli scarti organici del cibo venivano riciclati in giardino, nei campi e negli orti, creando humus. Oggi questa pratica ancora di nicchia, permetterebbe di risparmiare almeno 30 kg di rifiuti pro capite all’anno, può essere incentivata dai Comuni con uno sconto sulla tariffa rifiuti.

Latte alla spina. Un’altra scelta intelligente è l’introduzione del vuoto a rendere sulle bottiglie di plastica o vetro, come accade nel Nord Europa, e incentivare la distribuzione di prodotti alla spina, come il latte e i detersivi.

Acqua del rubinetto. L’Italia ha il triste record mondiale della vendita d’acqua minerale in bottiglia, in maggior parte di plastica, che si traduce in un totale annuo di 12 chili di rifiuti pro capite. L’acqua dei nostri acquedotti è controllata tutti i giorni mentre quella in bottiglia no e in molti casi quella venduta dalle multinazionali è anche meno buona.

I comuni dovrebbero promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto e dare l’esempio negli uffici, nei luoghi di riunione, nelle. scuole, negli asili, negli ospizi.

Pannolini lavabili. I pannolini sono la componente più critica nella gestione dei rifiuti. I pannolini usa e getta di cui ha bisogno un bambino·nei primi tre anni di vita producono 1.000 kg di rifiuti non riciclabili.

3. Recupero e riciclo di materia

La soluzione organizzativa più efficiente per recuperare e riciclare dai rifiuti la maggior quantità  di materie riutilizzabili è la raccolta differenziata ‘porta a porta’, che ovunque raggiunge rapidamente circa il 70% in peso dei rifiuti totali. Suddivisi per tipologie omogenee, i materiali post-consumo possono essere riciclati e riutilizzati.

Questa è la soluzione più interessante non solo termodinamicamente ed ecologicamente, ma anche economicamente perché i costi del riciclaggio delle materie prime secondarie sono inferiori ai costi di produzione delle materie prime vergini. Per una buona riuscita del porta a porta è necessario che si applichi una tariffa puntuale, ovvero sia parametrata sulla quantità  residua dei rifiuti indifferenziati, in modo da premiare i comportamenti virtuosi.

Sempre più città  in Italia e nel mondo applicano questo sistema. Naturalmente la raccolta differenziata spinta mette in discussione gli attuali equilibri di gestione basati sul binomio incenerimento-discarica. Da qui una serie di opposizioni sostenute da tesi pretestuose, del tipo: ‘Il porta a porta non si può fare nella grandi città ’; ‘E’ difficile’; ‘Non conviene riciclare oltre il 60%’ (tesi carissima a tutti i difensori dello smaltimento tramite combustione). Se ne sono sentite e se ne sentono di tutti i colori.

Le esperienze italiane e straniere dimostrano che questo è il metodo più efficace di raccolta. Percentuali altissime di differenziazione si sono avute anche in grandi metropoli come San Francisco (67%) e in città  italiane: 70% a Novara e in quartieri di Reggio-Emilia con altissima densità  d’immigrati. Di grandissimo rilievo il risultato del Consorzio Priula di Treviso che supera il 75% in un’area territoriale dove vivono oltre 220.000 abitanti. Ma anche nella Provincia di Bologna là  dove il porta a porta è stato avviato siamo su queste performance(circa 75%): Monteveglio, Crespellano, Monte San Pietro, Sasso Marconi.

A tal proposito sono interessanti due studi ‘opposti’: uno dell’Ecoistituto di Faenza sulla gestione dei rifiuti urbani in Lombardia e Veneto (autore Natale Belosi, coordinatore del comitato scientifico) e l’altro della Provincia di Bologna (contenuto nel Piano Provinciale di Gestione dei Rifiuti, elaborato da Sintesi, Walter Ganapini e Scuola Agraria del Parco di Monza). Entrambi dimostrano la maggior convenienza della raccolta differenziata domiciliare (‘porta a porta’) rispetto agli altri sistemi. Il ‘porta a porta’ risulta non solo più efficace ma economicamente più conveniente e migliore in termini di riduzione dei gas serra (nonchè, nel primo, anche l’elevato gradimento della popolazione che l’ha ‘sperimentato’).

4. Recupero di energia e smaltimento

E’ il tema più scottante, sul quale le lobby dell’incenerimento hanno costruito nei decenni le loro fortune economiche (grazie al dirottamento dei contributi statali del Cip6 previsti per le fonti rinnovabili). Per l’Unione europea è il recupero della frazione combustibile residua, in sostituzione di combustibili fossili a servizio di processi industriali (per esempio i cementifici), e la produzione di metano dalla digestione anaerobica di reflui organici. Lo smaltimento tramite incenerimento di rifiuti in impianti dedicati come ha stabilito un voto del Parlamento europeo nel 2006, non è quindi ‘recupero di energia’; ma in Italia c’è chi continua a fare finta di nulla.

Per recuperare energia dai rifiuti la soluzione migliore sono gli impianti di trattamento anaerobico della frazione umida raccolta in modo differenziato (da cui si ricavano biogas e fertilizzanti), mentre per lo smaltimento del residuo è meglio utilizzare impianti di ‘Trattamento meccanico biologico’ (TMB).

L’aut aut tra incenerimento e raccolta differenziata dei rifiuti

Fra le tante storielle che sentiamo raccontare dalla vulgata in materia di incenerimento dei rifiuti e di raccolta differenziata â e posso affermare: raccontate ad acta dai difensori e sostenitori dell’incenerimento â c’è quella che afferma che gli inceneritori non sono in contraddizione con la raccolta differenziata, anzi le due cose possono andare armoniosamente insieme e non sono di nessun ostacolo l’uno per l’altra.

Ma una persona ‘normodotata’, ovvero una persona qualsiasi, capisce velocemente che le due cose non possono stare assieme.

I rifiuti è meglio ridurli alla fonte, producendone meno, e riciclare il più possibile i residui materiali post-consumo. Ma più si riducono e più se ne riciclano, meno materiale ci sarà  per alimentare gli inceneritori, che già  hanno bisogno di sovvenzioni pubbliche per diventare redditizi[5]; figuriamoci se non dovessero nemmeno lavorare a pieno regime rispetto alle loro potenzialità .

Quindi è lapalissiano che più si riduce e si ricicla e meno gli inceneritori hanno senso di esistere, ma è anche vero il contrario, meno si ricicla e più gli inceneritori hanno rifiuti da bruciare. Gli stregoni della combustione assistita dal denaro dei contribuenti a parole si affannano a sostenere che non è vero, nei fatti fanno di tutto per impedire che la raccolta differenziata superi le percentuali che non consentirebbero di riempire ben bene e costantemente i forni.

Che si muove a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico

La crescita della mobilità  è il principale fattore di incremento delle emissioni climalteranti (gas serra) in Italia, come negli altri paesi sviluppati. Ma soprattutto in Italia – caratterizzata dai più alti tassi di motorizzazione europei, da percorrenze molto elevate, da un eccezionale squilibrio tra mezzi privati e pubblici e tra trasporto su gomma e su ferro o acqua -la conversione dei trasporti è una delle grandi priorità  del paese, sia per la riduzione della CO2 che, più in generale, per la qualità  ambientale e della vita urbana.

A parte l’impellente bisogno di stabilizzare i livelli atmosferici di CO2, ci sono una serie di altre ragioni per spingerci a riorganizzare i sistemi di trasporto: la necessità  di prepararsi al crollo della produzione petrolifera (superamento del Picco del Petrolio), di alleggerire la circolazione automobilistica e di ridurre l’inquinamento atmosferico.

Con la produzione petrolifera mondiale vicino al picco, non ci sarà  petrolio disponibile a un basso costo estrattivo sufficiente ad alimentare l’espansione del parco automobilistico mondiale, e in verità  neanche per permettere il mantenimento del parco attualmente esistente. La crescente preoccupazione relativa ai cambiamenti climatici e il desiderio di ridurre le emissioni di anidride carbonica deve condizionare la politica dei trasporti a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.

Oltre alla volontà  di stabilizzare il clima, gli automobilisti pressoché ovunque stanno affrontano quotidianamente ingorghi stradali; e una congestione del traffico sempre maggiore genera frustrazioni e aumenta i costi aziendali e sociali.

La conversione ambientale del sistema dei trasporti richiede interventi sia sul lato della domanda che sul lato dell’offerta. Le città  italiane sono assediate da milioni di autoveicoli; evidenti sono i problemi dovuti alla congestione, alla progressiva paralisi del traffico, all’inquinamento acustico e dell’aria.

Per affrontare correttamente il tema (problema) della mobilità  occorre tener conto di due considerazioni:

  • la mobilità  è un diritto, o meglio, un bisogno delle persone, e va favorita e resa compatibile con altre esigenze, prime fra tutte quelle ambientali e della salute;
  • dobbiamo renderci conto che non si può continuare a ‘drogare’ la domanda di mobilità  (‘disperdendo’, ad esempio, in maniera irrazionale gli insediamenti urbani, in modo di non riuscire mai di fatto a soddisfarla).

La politica sinora condotta dalle amministrazioni locali ha, purtroppo, continuato a favorire in maniera irresponsabile il consumo di suolo e la dispersione abitativa, rendendo il nostro territorio in una situazione continuamente ‘debitoria’ di grandi infrastrutture: mancano sempre delle strade, bretelle, passanti autostradali, svincoli, gallerie, viadotti, ecc.

Un’altra necessaria proposizione riguarda il raggio della mobilità . La ripartizione degli spostamenti per la lunghezza del percorso vede, nel 2008 (Rapporto Istituto Superiore Formazione e Ricerca per i Trasporti) la quota dei viaggi di prossimità  (entro i 2 km) al 31,4%, seguita da quella di media distanza (tra 11 e 50km) al 23,7%, di corto raggio (tra 3 e 5km) 21,7%, locali (tra 6 e 10km) 20,2% e lunga distanza (oltre i 50 km) al 3,2%. In sostanza il 73,3% degli spostamenti riguarda una distanza inferiore ai 10 km.

Il futuro della mobilità  cittadina si basa su di un mix di ferrovie, autobus, biciclette, spostamenti a piedi e automobili.

I parcheggi e la velocità  dei veicoli limitano gli spazi di vita e di socialità , la crescita dei consumi energetici si accompagna all’aumento dei tempi di spostamento.

Le politiche sui trasporti sono appena sfiorate dalle richieste di limitazione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

La pianificazione delle città  è sempre più al servizio dell’automobile, e le soluzioni più comuni propongono l’acquisto di nuove automobili, nelle intenzioni, “meno inquinanti”. Propongono la costruzione di nuove strade, tangenziali di tangenziali, nuovi parcheggi nel centro delle città .

E’ necessario iniziare un percorso di riconversione dei sistemi di trasporto delle città , per limitare i danni ambientali e sociali causati dall’uso improprio del mezzo privato a motore, fra cui l’elevata incidentalità  che determina gravi rischi per i soggetti più deboli che percorrono le strade (pedoni e ciclisti). Gli interventi di seguito proposti non sono quindi da intendere come singole misure con rapidi e sicuri risultati, ma si propongono come base nei programmi di pianificazione e riqualificazione urbana per raggiungere la sicurezza stradale per tutti, l’autonomia degli utenti deboli della strada, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, la riscoperta della funzione sociale della strada.

Pianificare le città  per un diverso sistema di trasporti, rimettendo in discussione tempi e luoghi della città . Al fine di migliorare la mobilità  e la qualità  della vita urbana un elemento fondamentale è una rigorosa pianificazione degli insediamenti e dei sistemi di trasporti, che riveda lo schema di priorità  utilizzato per l’organizzazione della mobilità  delle città . Occorre in altre parole intervenire su più fronti contemporaneamente, non limitandosi a interventi sui trasporti, ma rimettendo in discussione tempi e luoghi della città .

Ridurre la necessità  di spostamento. Oggi è necessario avere il coraggio di riconoscere che la mobilità  delle nostre città  non è sostenibile perché i suoi costi ambientali e sociali non sono sostenibili. à necessaria la diminuzione dei flussi di trasporto privato, ossia i veicoli in circolazione e i km complessivamente percorsi, per restituire spazi di socialità  e vivibilità , diminuire i consumi energetici e lo spreco di territorio.

Si va a piedi fino dove si può. L ‘uso dei piedi, del camminare come mezzo di spostamento, è il primo e più semplice modo per favorire la riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti. Camminare permette di raggiungere senza sforzo distanze fino a 2 km, ma è necessario rendere il camminare piacevole e non una gimcana continua fra le auto. Ad esempio, è necessario assicurare che il percorso fra eventuali parcheggi di corrispondenza e il centro città  sia il più possibile invitante e non pericoloso.

Quindi si utilizza la bicicletta. In Italia più che in Europa stenta ad affermarsi una cultura che vede nella bicicletta un mezzo di trasporto urbano quotidiano alternativo all’automobile. La bicicletta è ancora associata, in molte parti della società , alla povertà  e alla mancanza dell’automobile. D’altra parte poche sono le città  italiane (Bologna non è sola; anche se in regione ci sono esempi di eccellenza paragonabili a situazioni di Paesi oltralpe) che hanno predisposto un’adeguata rete ciclabile, volta a favorire gli spostamenti in bicicletta, con itinerari dedicati e moderazione del traffico.

Chi non può usare la bicicletta usa i trasporti pubblici. Autobus, tram e metropolitane non possono sostituire interamente l’automobile, ma il trasporto pubblico costituisce un sistema fondamentale per una mobilità  sostenibile nelle aree urbane. E’ necessario però aumentare la convenienza del trasporto pubblico locale (TPL) rispetto al veicolo privato sul piano dei costi, della rapidità  e del comfort, sia potenziando il TPL che penalizzando l’auto. Occorre inoltre che i mezzi pubblici siano il più possibile dotati di motori poco inquinanti.

Dove il trasporto pubblico tradizionale non può arrivare sono da utilizzare sistemi di trasporto a chiamata. Una mobilità  moderna oggi non può prescindere dall’utilizzo di sistemi a chiamata e di condivisione organizzata dei veicoli. Si tratta di un servizio pubblico intermedio tra autobus tradizionale e taxi, con tariffe notevolmente inferiori a quelle del taxi: una flotta di veicoli, che si muove senza orari e percorsi fissi, e nella versione più tecnologica è gestita tramite un software.

Ove possibile si possono anche utilizzare sistemi di trasporto condivisi (car pooling e car-sharing). Un’altra forma utile a diminuire l’impatto ambientale è la condivisione dell’auto, che può avere diverse modalità , tra cui in particolare quella dell’autovettura in multiproprietà , del car sharing (un numero sufficiente di automobili è disponibile in diversi parcheggi in punti strategici della città ; chi è abbonato al servizio può accedere alle vetture – con o senza prenotazione, eventualmente in modo automatizzato tramite ,una carta elettronica – e utilizzarle, lasciandole al termine dell’utilizzo in uno qualunque dei parcheggi attrezzati) e del car pooling (che è la condivisione dell’uso dell’autovettura privata attraverso la creazione di equipaggi che effettuano, del tutto o in parte, gli stessi spostamenti e riguarda soprattutto, ma non solo, i movimenti regolari casa-lavoro). Anche in questi casi, come per i mezzi pubblici,”occorre investire su autoveicoli a basse emissioni inquinanti.

Negli altri casi si usa l’automobile privata, in modo regolamentato. à oramai evidente come il numero di automobili in circolazione sia non più sostenibile per le città  italiane. Non solo è necessario fare in modo che tale numero smetta di crescere, ma sarebbe necessario diminuirlo in modo sensibile. Agire sul lato dell’offerta, continuando ad assicurare strade e parcheggi per le automobili è un suicidio. Ci sarà  sempre bisogno di nuove strade e di nuovi parcheggi. à quindi necessario agire sul lato della domanda. Innanzitutto fermando l’attuale situazione di mobilità  drogata, che da un lato penalizza il trasporto pubblico, dall’altro sovvenziona l’acquisto delle automobili. Senza le sovvenzioni la crisi dell’industria dell’auto sarebbe scoppiata già  da tempo. Ma era una crisi inevitabile, in quanto una mobilità  fondata solo sull’auto non è sostenibile. A poco, del resto, potranno servire ulteriori incentivi, in quanto oggi nelle città  non c’è più spazio fisico per accoglierle.

La bicicletta in ambito urbano va considerata come un mezzo di trasporto vero e proprio: non inquina, non assorda, occupa pochissimo spazio, crea rischi di incidenti molto più limitati rispetto ai veicoli a motore (che invece causano 7.000 morti all’anno in Italia).

Se la bici aiuta le città  e ne migliora la vivibilità , muoversi in bicicletta risulta però difficile e rischioso.

In bici si potrebbe andare ovunque se ci fosse una rete di piste ciclabili e fosse garantito girare in sicurezza. Si potrebbe â¦; ma perché i cittadini siano liberi di scegliere tra i veicoli inquinanti e la bici debbono avere condizioni favorevoli: una rete di piste sicure, in sede propria. Le Amministrazioni locali, provinciale e regionale hanno la responsabilità  di creare tali condizioni attraverso politiche urbanistiche e della mobilità  appropriate. Non si tratta di âinventare la ruota’, basta osservare quanto avviene nei paesi del nord Europa, e di decidere che si tratta di una vera priorità  per ridurre inquinamenti e mortalità  sulle strade ‘senza se e senza ma’.

La bici é il veicolo più debole della strada: se davvero se ne vuole promuovere l’uso,

occorre una rete estesa di piste ciclabili in sede propria, separata sia dai veicoli a motore che dai pedoni.

Raccordare le piste esistenti tra loro in modo da formare una rete, condizione indispensabile per favorire l’uso della bici in città . Dare maggiore attenzione alla sicurezza; le biciclette debbono poter disporre di una sede propria ovunque possibile; nelle altre strade si possono adottare altre soluzioni, ad esempio di traffic calming che riducano le velocità  dei veicoli a motore (un ciclista o pedone investito da un’auto a 30 km/h ha molte più probabilità  di sopravvivere che non a 70km/h); occorrono attraversamenti degli incroci protetti e ben visibili.

L’obbiettivo deve essere la realizzazione di una rete urbana e metropolitana che riconosca effettivamente a chi vuole scegliere questo mezzo il diritto di usarlo in sicurezza: oggi questo diritto viene negato nei fatti! Ed è paradossale che venga scoraggiato e penalizzato proprio il mezzo che meno inquina e meno ingombra!

Che non consuma più suolo per crescere[6]

Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità , ecc.).

Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità  della vita dei cittadini.

La progressione della trasformazione (‘artificializzazione’) è drammatica: ogni giorno in Emilia-Romagna viene consumato l’equivalente di 11 campi di calcio (ogni giorno !!!) Anche la progressione storica più recente del fenomeno è drammatica. A metà  dell’800 le aree urbanizzate della sola pianura erano l’1,5 % del totale. Dopo 100 anni, negli anni ‘50, erano il 2,5 %, per passare al 7,5 % a metà  degli anni settanta e al 13 % (cioè il doppio) venticinque anni dopo, all’inizio del 2000. Un’ accelerazione patologica.

Regione Emilia-Romagna che è al terzo posto in Italia per consumo di territorio, dopo la Liguria e la Calabria e in compagnia della Sicilia: fra il 1990 e il 2005 la percentuale di suoli liberi consumati sul totale della superficie regionale ammonta al 22%.

Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà  a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).

Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività , che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la ‘città  continua’. Dove esistevano paesi, comuni, identità  municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una ‘conurbazione’ ormai completa per molte aree del paese.

Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì!

Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta ‘crescita zero’, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.

Il movimento di opinione per lo ‘STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO’ e i sottoscritti firmatari individuano 6 principali motivi a sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.

Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come ‘moneta corrente’ per i bilanci comunali.

Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.

Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità  (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.

Perché il suolo di una comunità  è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.

Per senso di responsabilità  verso le future generazioni.

Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società .

Pensieri per agire

Per prima cosa occorre dire che questo Movimento non ha (non può avere – data la situazione generale – e non ha la pretesa di avere) nessuna ‘bacchetta magica’ in grado di risolvere tutti i danni già  fatti o in corso di progettazione in ciascun singolo territorio.

Se così fosse, sarebbe troppo facile e verrebbe da domandarsi come mai nessuno ha mai tirato fuori dal cassetto prima questa bacchetta magica.

Viviamo in un sistema fortemente iniquo, che dobbiamo modificare. Questa campagna è appena l’inizio di un lungo periodo di tentativi di cambiamento che dovremo sviluppare con forza e coraggio, tutti assieme.

Per raggiungere IL vero cambiamento, cioè un nuovo modello di Società  ecologicamente sostenibile, è necessario promuovere il cambiamento dei consumi e dei modi di produzione. Nella consapevolezza che la lotta contro la cementificazione è in realtà  una battaglia per un cambiamento di prospettiva che, a partire dal governo del territorio, deve necessariamente investire la cultura, l’economia, la società  e â in definitiva â la politica.

Questa premessa è doverosa per evitare di creare eccessive aspettative, cioè suggerire che ‘qualcuno, da lontano, forse potrebbe risolvere i miei/nostri problemi’.

Non è così: oggi ognuno di noi deve essere in grado di partecipare direttamente e senza deleghe ‘in bianco’ al necessario cambiamento sociale in costruzione.

Quindi pensare ad una campagna nazionale per lo ‘Stop al Consumo di Territorio’ significa innanzitutto voler riunire in una rete forte e a maglie strette tutte le realtà  territoriali, le loro vertenze in atto, l’esigenza di nuove regole condivise. In primo luogo: cambiare le regole generali da cui scaturiscono tutti i singoli problemi locali.

La campagna nazionale non è altro che la summa di queste micro-situazioni territoriali.

A livello nazionale ciò che stiamo sviluppando è far ‘tuonare’ una voce forte che dica: ‘basta con la cementificazione della nostra esistenza’, che solleciti i media e l’opinione pubblica a riconsiderare i principi della crescita e dello sviluppo a tutti i costi. Una battaglia innanzitutto culturale, che apra cuori e cervelli e costringa i poteri a non trovarsi più nella condizione di dover sostenere l’insostenibile â¦

Non sarà  e non è facile. Ma le prospettive ci sono tutte e sta a noi impegnarci a fondo.

E per il successo di queste nostre azioni, sarà  essenziale il rapporto tra campagna nazionale e il nostro gruppo locale. Per questo è fondamentale l’avvio di tanti gruppi militanti sul territorio.

Disseminare l’innovazione. Non meno importante è la diffusione di buone pratiche alternative. Gli esempi raccolti da Marco Boschini sul sito dei Comuni Virtuosi, si aggiungono a quelli segnalati da Eddyburg, nel sito e nelle pubblicazioni No Sprawl, Il mestiere dell’urbanista, La costruzione della città  pubblica. Occorre proseguire in questo paziente lavoro di raccolta affinché l’azione di contrasto si tramuti â nel più breve tempo possibile â in una âdisseminazione’ di iniziative sperimentali, innovative, controcorrente.

Le prime ‘rivendicazioni’ da fare nei nostri territori

Il fatto di aver potuto raccontare una ‘esperienza virtuosa’ in atto all’interno di un Comune italiano con piano regolatore a ‘crescita zero’ (quello di Cassinetta di Lugagnano, provincia di Milano) è stato fondamentale per infondere entusiasmo e testimoniare in concreto che ‘si può fare’: amministrare un municipio con circa 1.800 abitanti senza vivere del ‘ricatto’ derivante dalla moneta corrente rappresentata dagli oneri urbanistici per nuove edificazioni, l’elisir per salvare i disastrati bilanci dei nostri Comuni â¦

Coinvolgere le pubbliche amministrazioni. Dobbiamo quindi partire da qui, in ogni Comune; questo deve essere il nostro primo obiettivo: far sì che il nostro Comune segua la strada di Cassinetta di Lugagnano.

Occorre dunque chiedere a cittadini ed amministrazioni che si apra un dibattito partecipato in questo senso e per farlo noi dobbiamo sollevare la richiesta ufficiale dei cittadini ai loro amministratori – a livello di ciascun Comune italiano â affinché si sospendano i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e si provveda ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività ), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

à possibile pretendere dalle amministrazioni locali impegni concreti su questo fronte.
Se questo accadrà , è del tutto probabile che la politica non possa rimanere indifferente e che â nelle regioni più sensibili e in prospettiva anche a scala nazionale â si possano approvare leggi e strumenti amministrativi indispensabili per assicurare un efficace contrasto al consumo di suolo e una migliore organizzazione degli insediamenti esistenti. In questi giorni, 144 sindaci della Lombardia sono riusciti, con la loro iniziativa, a fermare la progressiva privatizzazione del servizio idrico, ottenendo una significativa modifica della legislazione regionale. Sarà  possibile ottenere successi analoghi anche nella battaglia in difesa del territorio? Ce lo auguriamo.

Come primario obiettivo strategico un’urbanistica della transizione, per affermare un’idea di città  virtuosa, deve proporsi di utilizzare, per la residua domanda insediativa, solo aree irreversibilmente compromesse in passato dall’urbanizzazione, favorendo con opportuni incentivi, anche in questo caso per convergere su obiettivi plurimi, le localizzazioni prossime ai nodi di interscambio del trasporto pubblico.

La dinamica insediativa dell’ultimo mezzo secolo, urbanizzando migliaia di ettari, consumando e spesso sprecando ingenti patrimoni di aree vergini, ha creato un ampio volano di piattaforme edificabili. Le cosiddette aree dismesse o potenzialmente tali.

Nell’era solare l’urbanizzato dismesso ciclicamente deve diventare la sola risorsa disponibile per i nuovi insediamenti. L’eccezionale uso di terreni vergini può essere tollerato solo quando impegni aree marginali a consistenti compendi organici e quando offra controllabili (costi/benefici) contropartite di sostenibilità  ambientale ed efficienza energetica. Questi indirizzi caratterizzano ed evidenziano ulteriormente una chiara idea di città  sulla quale debbono convergere le politiche insediative di tutti i comuni della città  metropolitana.

Né mi pare, ma potrei sbagliarmi per ignoranza, che sul piano normativo esista qualche norma urbanistica regionale, a parte le rituali esortazioni, che aiuti a difendere efficacemente i suoli ‘naturali’ dalla ‘artificializzazione’ a fini edificatori.

Il consumo di suoli naturali si cela sotto le più ‘elementari e legittime esigenze’ perché culturalmente considerato inevitabile conseguenza di ogni attività  umana sul territorio.

Non ci si è mai posti, scientificamente, l’obbiettivo di trasformare il territorio escludendo o anche solo minimizzando l’uso del suolo naturale. Una risorsa non riproducibile artificialmente, mentre lo è perfino il danaro.

Nemmeno per le grandi infrastrutture, che seppelliscono letteralmente, sotto asfalto e cemento, centinaia di ettari di terreni naturali.


[1] da: ‘I guardiani della luce’ di Ferruccio Jarach; intervista a Maurizio Pallante sul portale QualEnergia; ‘Verso l’autonomia energetica’ dell’Agenzia Fiera delle Utopie Concrete

[2] da ‘Nuvole e sciacquoni’ di Giulio Conte

[3] da: ‘Un programma politico per la decrescita’ del Movimento per la Decrescita Felice; strategia Rifiuti Zero

[4] Lanciato da ACR+, l’Associazione delle città  e regioni per il riciclaggio e il management sostenibile

[5] Incentivi rappresentati dai cosiddetti CIP6, ovvero si tratta di un incentivo statale, preso direttamente dalle nostre bollette, che dovrebbe finanziare l’energia prodotta da fonti rinnovabili e che per anni, anomalia tutta italiana, è andato a finanziare invece l’energia prodotta dagli inceneritori e dagli scarti della produzione petrolifera. Miliardi di euro che sono stati indebitamente sottratti allo sviluppo delle energie pulite, grazie all’introduzione nel decreto legislativodi una subdola parolina: ‘assimilate’; tra le quali rientravano appunto inceneritori e porcherie di cui sopra.

[6] dall’esperienza di Cassinetta di Lugagnano (MI) e dal movimento STOP al consumo di territorio

Spunti per un possibile percorso/progetto per una città  ambientalmente sostenibile energeticamente efficiente e che si produce da se l’energia che gli serve, ovvero verso l’autonomia energetica[1]2011-07-28T16:30:53+00:00

Condizioni e requisiti della città  sostenibile

I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati.

(A. Einstein)

Fine corsa

L’umanità  ha già  raggiunto, da oltre 20 anni, la situazione di ‘insostenibilità ’. Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è overshooting. Siamo in overshooting da 25 anni. E’ una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Cos’è esattamente l’overshooting?

Da qualche anno il Global Footprint Network ha lanciato la segnalazione della Giornata del Sovraconsumo della Terra (Earth Overshoot Day), ovverosia la giornata nella quale l’umanità  ha completamente utilizzato tutte le risorse rinnovabili che la natura ci può fornire nel corso dell’anno. Nel 2008 questa giornata è caduta il 23 settembre. La cosa preoccupante è che l’Earth Overshoot Day ogni anno arriva sempre più presto, a causa della crescita dei consumi umani.

Il primo Earth Overshoot Day fu il 31 dicembre 1986. Dieci anni più tardi, a causa di un consumo annuale maggiore del 15% rispetto alla capacità  di produzione del pianeta, l’Earth Overshoot Day cadeva in novembre. Nel 2008, a più di due decenni dal primo Overshoot la fatidica giornata è caduta il 23 settembre e il nostro livello di sovraconsumo è maggiore del 40% di quanto la Terra riesca a produrre annualmente.

Proprio come ogni azienda, il nostro Pianeta ha un bilancio annuale secondo il quale produce un certo quantitativo di risorse ed è in grado di assorbire un certo quantitativo di rifiuti. Il problema è che la richiesta di risorse e servizi da parte dell’umanità  eccede ogni anno, da metà  degli anni Ottanta, le capacità  della Terra.

Ovverosia l’umanità  è nella condizione di sovraconsumo perchè usa le risorse naturali più velocemente di quanto possano essere rigenerate e immette carbonio nell’atmosfera e altri scarti in natura più velocemente di quanto possano essere riassorbiti.

Da questa data fino alla fine dell’anno noi attingeremo dalle nostre riserve ecologiche, chiedendo in sostanza un prestito al futuro. Questo può andare avanti per un breve periodo, ma fondamentalmente tutto ciò porta ad un accumulo di rifiuti e all’esaurimento delle reali risorse da cui dipende l’economia umana.

Secondo ‘l’impronta ecologica’ stiamo impiegando, a livello globale, la capacità  biologica di 1,4 pianeti, ma ovviamente di pianeti a disposizione ne abbiamo solo uno. Il risultato è che le nostre riserve â come gli alberi e i pesci â continuano ad assottigliarsi e i nostri rifiuti â in primis l’anidride carbonica â continuano ad accumularsi.

L’Overshoot può essere definito ‘il più grande problema che dobbiamo affrontare’. Il sovraccarico ecologico è alla radice di molti dei più urgenti problemi ambientali che dobbiamo fronteggiare oggi: il cambiamento climatico, la diminuzione di biodiversità , la riduzione delle foreste, il collasso della pesca e l’attuale crisi alimentare globale.

Pur essendo ancora poco noti al pubblico, le cause e gli effetti dell’overshoot (il sovraconsumo) sono tanto semplici quanto significativi. In ogni dato anno, se l’umanità  mangia più cibo di quanto ne viene prodotto, abbiamo bisogno di dar fondo alle nostre riserve. Poiché il consumo di risorse dell’umanità  cresce, l’Overshoot Day si avvicina progressivamente all’inizio del calendario.

L’Overshoot Day ci fa capire che il nostro stile di vita attuale sta esaurendo il capitale naturale terrestre, cosa che mina il futuro dell’umanità .

L’Impronta Ecologica

Tutto questo ce lo dice l’impronta ecologica, un indicatore aggregato e sintetico che misura lo stato di pressione umana sui sistemi naturali, ovvero misura la pressione che le nostre attività , il nostro stile di vita, esercitano non solo sull’ambiente che ci circonda, ma sul Pianeta nel suo insieme.

Un indicatore concettualmente semplice, in quanto rappresenta tale pressione con un parametro di facile comprensione qual è il consumo di terra e di natura (e che appunto si misura in ettari). L’impronta ecologica permette di capire perché la ‘crescita economica illimitata’ non è assolutamente realizzabile e quanto il nostro stile di vita sia insostenibile.

Il presupposto alla base del concetto di impronta ecologica è il seguente: tutti i materiali e l’energia che ogni giorno produciamo, consumiamo e smaltiamo, hanno bisogno di particolari aree produttive che garantiscano l’apporto delle risorse e l’assorbimento degli scarti (rifiuti). L’impronta ecologica ci dice quante di queste aree sono disponibili sul nostro pianeta – o nazione, provincia, comune – (biocapacità ) e quante ne utilizza l’uomo (impronta).

L’impronta ecologica misura (in ettari globali) appunto l’impronta (consumo di risorse e scarti da smaltire) che lasciamo quotidianamente sul pianeta; la biocapacità  rappresenta, invece, la capacità  di un territorio di fornire prodotti utili all’uomo ed assorbire i suoi rifiuti (anch’essa misurata in ettari globali).

Il confronto fra impronta ecologica e biocapacità  fornisce lo stato della situazione di un Paese e della sua popolazione, la sua sostenibilità  (o insostenibilità ) ambientale: se l’impronta ecologica è maggiore della biocapacità  significa che c’è un deficit ovvero che le risorse naturali necessarie per sostenere i nostri consumi, il nostro stile di vita, dobbiamo necessariamente prenderle altrove, sottraendole ad altri Paesi e non rendendole più disponibili alle popolazioni che ci vivono.

L’impronta ecologica media degli abitanti del pianeta Terra è di 2,23 ettari pro-capite a fronte di una biocapacità  media di 1,78 ettari pro-capite: con un deficit quindi di – 0,45 ettari pro-capite.

Questo significa che, se il livello di vita dell’italiano medio venisse esteso a tutti gli abitanti della Terra, occorrerebbe la produttività  di due pianeti Terra e mezzo e questo non è possibile!

Attualmente, l’impronta ecologica dell’umanità  é almeno il 30% più grande della biocapacità  del pianeta. In altre parole c’é bisogno di un anno e tre mesi affinché la Terra rigeneri ciò che usiamo in un singolo anno.

A metà  degli anni ‘70 abbiamo superato, in termini di consumo di natura, la capacità  di carico della Terra! Avendo solo una Terra a disposizione, la nostra vita su questo pianeta è possibile solo grazie all’ingiustizia e allo sfruttamento delle risorse degli altri popoli per mantenere il nostro stile di vita e di consumo.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un ‘picco’, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Questo significa ‘andare oltre un limite’, anche senza volerlo; in primo luogo perché non lo si sa.

Siamo esattamente in una situazione in cui tutti questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell’overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l’overshooting diventi un’idea comunemente accettata. Bisognerà  agire in questi limiti di tempo. Ma è già  evidente oggi che l’attuale architettura istituzionale della politica e dell’economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? E quanti ne hanno la consapevolezza? Un certo numero di specialisti e pochi governanti di questo pianeta.

Cambiamento, transizione, conversione, cambio di paradigma

L’ecologia, tutte le scienze della natura e, oggi, le scienze dei cambiamenti globali, ci dicono chiaramente che esistono limiti ai tassi secondo i quali la popolazione, e quindi i nostri sistemi economici e produttivi, possono impiegare materiali ed energia. E vi sono limiti ai tassi secondo i quali è possibile continuare a emettere scarti e rifiuti senza danneggiare i sistemi naturali e le loro capacità  di assorbimento, rigenerazione e regolazione, nonché gli stessi esseri umani e il nostro sistema economico e produttivo. Dunque è necessario un cambiamento mirato, capace di farci vivere, quanto più possibile, in equilibrio e armonia con il mondo della natura da cui deriviamo e senza il quale, fino a prova contraria, non possiamo vivere. Abbiamo molto più bisogno noi della natura che la natura di noi.

A questo punto spero risulti chiaro come e perché dobbiamo impegnarci tutti noi – ciascuno di noi nei luoghi e nei territori in cui vive – molto più di quanto si sia fatto fino ad oggi, per spostare i nostri consumi (la vera ‘arma’ di cui disponiamo) verso un’economia realmente ‘sostenibile’, rispettosa delle capacità  rigenerative ed assimilative dei sistemi naturali (che ci consentono di vivere) e basata su principi di equità  e solidarietà , che impedisca il prosieguo delle intollerabili iniquità  sociali di cui è purtroppo ricco il mondo odierno.

Quindi attivarsi per promuovere il cambiamento, diventare promotori della transizione o della conversione ecologica – di cui parlava Alex Langer – dei nostri luoghi di vita (città , villaggi, foreste, isole, campagne), significa catalizzare le tante azioni che abbiamo in essere e che in rete altre realtà  hanno attivato, in un progetto comune di cambiamento, di transizione, un piano d’azione di decrescita energetica e di riduzione dell’impronta ecologica delle comunità  locali.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell’impronta ecologica umana sull’ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà : la sola questione è quando e in che modo.Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: ‘Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno la via d’uscita senza riguardo al benessere dell’Uomo’.

Attività  e insediamenti ambientalmente sostenibili: una introduzione alla città  ‘sostenibile’2

Oggi, l’urbanistica deve occuparsi non solo di aspetti funzionali ed estetici, ma anche di quelli ecologici. Agire ecologicamente vuol dire utilizzare le risorse disponibili con maggiore razionalità  ed economia, nella consapevolezza che esse sono limitate e devono bastare anche per le generazioni future.

I problemi dell’ambiente urbano non sono unicamente problemi di inquinamento, di ambiente edificato, di natura e fauna in città . Sono soprattutto questioni di mancata gestione (ovvero di apertura) dei cicli energetici, idrici, materiali, e della perpetuazione della città  come massimo sistema dissipativo.

Definire oggi una qualche attività  umana ‘sostenibile’ nel lungo periodo è impresa per nulla semplice e forse sarebbe più corretto parlare della necessità  di perseguire uno sviluppo ‘meno insostenibile’ dell’attuale. Una visione di questo tipo non è certo nuova nella nostra cultura. Alcuni pensatori, scienziati ed economisti ne hanno indicato la necessità  già  da tempo.

Per esempio vale la pena ricordare quanto scritto da un famoso scienziato, padre della termodinamica, Rudolf Clasius: ‘in economia vi è una regola generale secondo la quale il consumo di un dato bene in un dato periodo non deve superare la sua produzione nello stesso periodo. Oggi stiamo comportandoci come eredi scialacquatori. Si estrae dal suolo quanto la forza umana e i mezzi tecnici consentono, e quel che viene estratto è consumato come se fosse inesauribile. Quando guardiamo al futuro, ci domandiamo inevitabilmente cosa accadrà  una volta che le riserve di carbone saranno esaurite’.

Queste riflessioni risalgono al 1885, a dimostrazione di come il concetto di sostenibilità  risponda soprattutto al buon senso ed a un minimo di conoscenza su come opera ed evolve la natura.

Nel 1991 il noto bioeconomista Herman Daily ha fissato quattro principi operativi per lo ‘sviluppo sostenibile’, chiarendo meglio i contorni di questo concetto:

* il peso complessivo del nostro impatto sui sistemi naturali deve essere riportato al livello in cui non superi la capacità  di carico della natura;

* il prelievo delle risorse rinnovabili non deve superare la loro velocità  di riproduzione;

* lo scarico di emissioni nell’ambiente non deve superare la capacità  di assorbimento dei recettori;

* il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità  di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di sostituirle.

Come attuare però la sostenibilità ? Tutte le ricerche più avanzate sull’applicazione concreta delle politiche di sostenibilità  confermano che esse devono essere capaci di rispondere ad un sapiente mix di ‘efficienza e sufficienza’. Ciò significa coniugare politiche che mirano all’ottenimento degli stessi beni e servizi con un impiego inferiore di energia e materie prime, con politiche che mirano all’ottenimento dello stesso livello di benessere con un minor impiego di beni e servizi.

Nell’ultimo capitolo dello ‘State of the World 1998’, dal titolo ‘Costruire una nuova economia’, Lester Brown e Jennifer Mitchell hanno scritto: ‘Gli ecologi sanno da molto tempo che il sistema economico esistente è insostenibile, ma pochi tra gli economisti condividono questa opinione. Quale tipo di sistema sarebbe ecologicamente sostenibile? La risposta è semplice: un sistema le cui strutture rispettino i limiti e la capacità  di carico dei sistemi naturali. Un’economia âsostenibile’ è nutrita da fonti di energia rinnovabili. à un’economia basata sul riuso e sul riciclo. Nella sua struttura imita la natura stessa dove lo scarto di un organismo diventa il sostentamento di un altro… L’economia deve soddisfare i principi dell’ecologia per poter durare nel tempo’. E ancora scrive sempre Lester R. Brown in ‘Ecoeconomy. Una nuova economia per la Terra’: ‘Gli economisti concepiscono l’ambiente come sottoinsieme dell’economia (invece) l’economia è un sottosistema dell’economia terrestre [â¦] La sola formulazione di politica economica che avrà  successo sarà  quella che rispetterà  i principi dell’ecologia.’

Oramai esiste un’ampia letteratura qualificata che dimostra la praticabilità  dello sviluppo ambientalmente sostenibile. Vi sono purtroppo immensi ritardi del mondo politico, economico ed imprenditoriale nel recepirla e metterla in pratica ed è presente inoltre un’informazione ed una conoscenza ancora generica e superficiale da parte dell’opinione pubblica nel suo complesso. A monte di tutto ciò vi sono interessi, resistenze al cambiamento, malafede e ignoranza.

L’umanità  del terzo millennio ha la possibilità  concreta (oltre che l’imperativo morale) di cambiare rotta e avviarsi sulle strade della sostenibilità . Certamente si tratta di un percorso difficile, che richiede un approccio nuovo, dinamico e orientato al futuro.

Lo sviluppo locale autosostenibile

La questione della sostenibilità  dello sviluppoallora, per essere posta correttamente, deve affrontare la trasformazione delle regole genetiche dello sviluppo stesso, trovando una risposta al problema nella proposizione dello sviluppo locale autosostenibile.

All’origine del concetto di sviluppo locale cui, per esempio, la Rete del Nuovo Municipio si riferisce, poniamo soprattutto gli approcci (self-reliance, basic needs, sviluppo autocentrato, ecosviluppo) che hanno insistito sulla valorizzazione delle risorse territoriali e delle identità  locali, considerandoli come atto fondativo di modelli alternativi di sviluppo.

Approcci che hanno di conseguenza modificato profondamente i criteri di valutazione e gli indicatori dello sviluppo stesso (dal PIL a sistemi di parametri qualitativi: bisogni umani fondamentali, democrazia, salute, sicurezza, autogoverno, equilibrio ecologico, identità , spazio collettivo, ecc.).

Nel concetto di autosostenibilità  la RNM (Rete Nuovo Millenio) pone in particolare l’accento sulla ricerca di regole insediative (ambientali, urbanistiche, produttive, economiche, ecc.) che risultino di per se produttive di omeostasi locali e di equilibri di lungo periodo fra insediamento umano e sistemi ambientali.

Il concetto di sviluppo locale autosostenibile richiede una radicale trasformazione di paradigma analitico e progettuale.

Lo sviluppo locale assume i connotati politici della ricerca di stili di sviluppo alternativi ai processi di omologazione e/o di dipendenza indotti dalla globalizzazione, fondativi di un mondo plurale, degerarchizzato, come soluzione strategica all’insostenibilità  (non solo ambientale) dell’attuale modello di sviluppo che destruttura culture, crea polarizzazione sociale ed economica e povertà  su scala mondiale. Il rafforzamento delle società  locali, attraverso il progetto di sviluppo locale autosostenibile, può consentire l’attivazione di strategie ‘lillipuziane’, tessendo reti non gerarchiche, un fitto reticolo in grado di contrastare le grandi reti, fortemente centralizzate, della globalizzazione economica.

Il concetto di autosostenibilità  si fonda sull’assunto che solo una nuova relazione coevolutiva fra abitanti-produttori e territorio sia in grado di determinare equilibri durevoli fra insediamento umano e ambiente, riconnettendo nuovi usi, nuovi saperi, nuove tecnologie alla sapienza ambientale storica.

Pertanto autosostenibilità  e autodeterminazione, sviluppo sostenibile e sviluppo autocentrato, divengono concetti strettamente interdipendenti. Il concetto di autosostenibilità  allude alla necessità  di un profondo ridimensionamento dell’’economico’ che, divenuto dominante, ha destabilizzato i processi di autorganizzazione del sottosistema ‘sociale’ e della natura; nonchè alla necessità  di un contemporaneo sviluppo del ruolo delle istituzioni locali.

à necessario un forte processo di decentralizzazione che consenta il rafforzamento di pratiche di cooperazione e di partecipazione, e sviluppi nuove forme di comunità  che garantiscano a loro volta nuovi processi di accumulazione di capitale sociale.

La ricostruzione della comunità  è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile: la comunità  che ‘sostiene se stessa’ fa sì che l’ambiente naturale possa sostenerla nella sua azione; l’azione conservativa (anche di valori ambientali) che non promani dalla fiducia interna e dalla selfâreliance è destinata a creare resistenze e fallimenti.

Il riavvicinamento fra abitanti e produttori fa sì che si renda possibile una riappropriazione diffusa dei saperi ambientali. D’altra parte le tecniche e le procedure per la riconquista del saper costruire e mantenere il territorio sono un momento importante della ricostruzione della municipalità . Il processo può innescarsi favorendo lo sviluppo di attività  microsociali, cooperative, comunitarie, autorganizzate a scala locale, così come incentivando la costruzione di reti locali di attori intorno a progetti di trasformazione.

Un modello di sviluppo locale autosostenibile richiede, da un lato una riappropriazione di saperi e sapienza ambientali diffusi da parte della comunità  insediata, dall’altro la ridefinizione della municipalità  e degli istituti di governo del territorio nella direzione dell’esercizio diretto di questi saperi; finalizzando a questa riappropriazione lo sviluppo e la qualificazione dei poteri dei municipi.

La valorizzazione del patrimonio territoriale come base della produzione della ricchezza, da parte degli abitanti-produttori, richiede che il municipio svolga il ruolo di promotore dello sviluppo nei confronti: a) dell’economia (controllo di coerenza dei settori e delle tipologie produttive da insediare, attivazione di economie ambientali e territoriali, sviluppo di politiche sull’agricoltura e sull’ambiente assunti come servizio pubblico); b) della produzione e gestione dell’energia e dell’acqua; c) della finanza pubblica finalizzata a progetti di trasformazione ecologica.

Neomunicipalismo, nuova democrazia e partecipazione

Un’amministrazione pubblica può attivare processi di partecipazione per molti motivi, ciascuno dei quali importante e legittimo, ma motivi diversi implicano strategie e metodi e strumenti diversi.

Un primo motivo è quello dell’informazione; un secondo motivo è quello della costruzione del consenso; un terzo motivo è quello di fornire ai cittadini e alle loro espressioni organizzate la possibilità  di essere parte del processo di formazione del progetto e di decisione sulle modalità  di realizzazione.

In una democrazia rappresentativa tale motivo non implica in generale una restituzione della ‘delega’ ai cittadini, ma implica che il processo di costruzione delle decisioni tenga esplicitamente in conto in modo programmatico ed esplicito l’opinione espressa dai cittadini e che anche a partire da essa la decisione venga presa. In questo caso si ha una sorta di estensione della rappresentanza che riteniamo essere indispensabile per la costruzione di una visione condivisa.

A differenza delle forme più rigide di concertazione e negoziazione, la partecipazione, e con questo termine mi riferisco ad una grande varietà  di esperienze, è un processo di interazione aperta e imprevedibile, caratterizzato da un tasso più elevato di mobilitazione delle energie e della creatività  sociali.

Il coinvolgimento degli abitanti nella progettazione del territorio pone al centro del dibattito il tema specifico degli strumenti da utilizzare, dei metodi e delle tecniche.

Se si riconosce la valenza progettuale del sapere laico, tradizionalmente escluso come base conoscitiva all’interno dei processi tradizionali e si condivide l’obiettivo di mettere in discussione posizioni consolidate per avviare una ristrutturazione di situazioni problematiche, è utile che le attività  corrispondano ad un processo strutturato, basato sull’uso di metodologie, strumenti raffinati ed atteggiamenti non convenzionali degli esperti (Giusti).

Tale impostazione consente di costruire le situazioni problematiche nel corso dell’azione e il progetto non mantiene una connessione lineare tra fasi conoscitive e decisionali, ma assume una modalità  recursiva, tale da rendere fluido il distinguo tra attività  conoscitive e progettuali. Questo modello produce una modifica nella percezione della realtà  da parte degli abitanti, creando continue nuove visioni di realtà .

La conoscenza diventa allora strumento di trasformazione delle situazioni e svela l’effetto progettuale implicito, modificando la capacità  degli attori di incidere nella realtà .

Città  in transizione, comunità  resilienti

In risposta alla doppia pressione del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici, alcune comunità  pionieristiche del Regno Unito, d’Irlanda e di altre nazioni, stanno attuando un approccio integrato e partecipativo per ridurre il proprio consumo di combustibili fossili e migliorare la propria capacità  di sostenere il fondamentale cambiamento che accompagnerà  il picco del petrolio. Iniziative di transizione verso un futuro a più basso consumo di energia e a un più grande livello di comunità  resiliente, capace cioè di affrontare e superare le due sfide più dure che si presentano all’umanità  all’inizio del 21° secolo (appunto, i cambiamenti climatici indotti dall’effetto serra e il picco del petrolio ma più in generale l’esaurimento delle risorse).

Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità  di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare: una sorta di flessibilità  rispetto alle sollecitazioni.

L’attuale società  industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città  consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità  di merci da una parte all’altra del pianeta.

à facile scorgere l’estrema fragilità  di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà  si paralizza. Questa non è resilienza.

I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità  libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità  (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).

Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità . La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.

Le iniziative di transizioni (attualmente in corso in tante città  nel Regno Unito e altrove nel mondo) rappresentano il modo più promettente di coinvolgere le persone e le comunità  a intraprendere delle azioni ad ampia portata, che sono richieste per mitigare gli effetti del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici.

Inoltre, questi sforzi di cambiamento sono progettati per tradursi in una vita più soddisfacente, socialmente più collegata e più equa.

Il modello di transizione è un insieme di principi e pratiche del mondo reale che sono state costruite nel tempo con la sperimentazione e l’osservazione delle comunità , così da portare avanti e costruire resilienze locali e ridurre la nostra impronta ecologica e le emissioni di carbonio.

Alla base del modello di transizione c’è un riconoscimento dei seguenti fattori:

* i cambiamenti climatici e il picco del petrolio richiedono un’azione urgente;

* la vita con meno energia è inevitabile ed è meglio pianificarla che essere colti di sorpresa;

* la società  industriale ha perso la ‘resilienza’ per essere in grado di far fronte alla crisi energetica dobbiamo agire insieme e dobbiamo agire ora.

Per quanto riguarda l’economia mondiale e gli schemi consumistici all’interno di essa – fino a quando le leggi della fisica si applicano – la crescita infinita all’interno di un sistema finito (come è il pianeta Terra), semplicemente non è possibile. Abbiamo dimostrato fenomenali livelli di ingegno e di intelligenza mentre abbiamo corso lungo la curva dell’energia nel corso degli ultimi 150 anni, e non vi è alcun motivo per cui non siamo in grado di utilizzare al meglio queste qualità  e altre, per negoziare la nostra discesa dal picco della montagna dell’energia. Se programmiamo e agiamo con sufficiente anticipo, e usiamo la nostra creatività  e la cooperazione per liberare l’ingegno all’interno delle nostre comunità  locali, possiamo allora costruire un futuro che potrebbe essere molto più che soddisfacente e arricchente, più collegato e più gentile sulla terra degli stili di vita che abbiamo oggi.

La transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società  industrializzata dall’attuale modello economico, profondamente basato su una vasta disponibilità  di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.

Nascono così le Transition Towns, città  e comunità  che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione. E l’elemento di forza di questo progetto è che è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.

Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà  una grande opportunità  che va colta e valorizzata. Il movimento di transizione è lo strumento per farlo.

Ri-progettare l’economia: dal sistema lineare al sistema ciclico

Ogni azione umana determina un assorbimento/acquisizione di risorse dall’ambiente da una parte e, dall’altra, il rilascio di varie emissioni, quali agenti chimici e/o fisici, sostanze più o meno tossiche, rumori, ecc. L’emissione comporta il rilascio di sostanze nell’ambiente, mentre l’uso di materie prime determina il prelievo di sostanze dall’ambiente. Sia le estrazioni/prelievi che le emissioni sono forme di impatto ambientale.

Ogni forma di impatto ha quindi alla base lo scambio di sostanze nell’ambiente e il sistema di produzione e consumo. Questo sistema, come insieme di azioni umane nel suo complesso, ha determinato impatti che non sono assorbibili dagli ecosistemi e che compromettono l’equilibrio e la sopravvivenza della flora e della fauna e finanche dell’uomo.

Scrive Barry Commoner nel suo famoso libro ‘Il cerchio da chiudere’(1986): ‘Gli esseri umani hanno spezzato il cerchio della vita, spinti non da necessità  biologiche ma da una organizzazione sociale che hanno progettato per conquistare la natura [â¦] Una volta ancora, per sopravvivere, dobbiamo chiudere il cerchio.’

Bisogna allora definire una strada verso la sostenibilità  ambientale (ecologica). E i percorsi praticabili, che possono essere diversi, devono tutti partire dal presupposto che, affinché le attività  umane possano continuare indefinitivamente e senza perdita di qualità  ambientale, è necessario che la loro impronta sugli ecosistemi sia tendente a zero. E quindi che sia tendente a zero (ovvero che sia sostenibile nel senso definito da Herman Daly) ogni attività  di prelievo che porti ad impoverirli, ed ogni attività  di re-immissione che tenda ad accumulare sostanze con caratteristiche e concentrazioni diverse da quelle iniziali.

In sostanza è il ‘concetto di ciclo chiuso’ che va riconosciuto e metabolizzato in ogni azione antropica. Un concetto che nasce come metafora del tentativo di creare analogie e corrispondenze tra sistema produttivo della natura, caratterizzato da interdipendenza e reciprocità  di tutti i rapporti vitali a tutti i livelli dell’ecosistema, e l’ecosistema umano.

Il ciclo produttivo della natura vivente è chiuso dal momento che i rifiuti vengono ritrasformati in sostanza assimilabili dai produttori primari e rimessi in ciclo; tutti gli organismi naturali ingeriscono, trasformano ed espellono materia per ottenere l’energia e la biomassa necessarie alla sopravvivenza e alla riproduzione.

Il richiamo alle economie a ciclo chiuso diventa quindi una scelta strategica per ri-progettare le cose, i sistemi, gli spazi e i tempi dell’economia di oggi.

Purtroppo ancora oggi tale trasformazione appare lontana nonostante che si manifestino sotto gli occhi di tutti i fenomeni di cambiamento ambientale globale in atto dovuti al nostro scriteriato modello di sviluppo.

In sostanza, una città  sostenibile è una città :

* energeticamente efficiente: gli obiettivi dell’Unione Europea ‘20 – 20 – 20 entro il 2020’ vanno adottati da subito per essere in linea fra 11 anni con gli altri Paesi europei (alcuni dei quali addirittura rilanciano con obiettivi di riduzione per gli anni successivi del 80%, come per esempio la Gran Bretagna, che prevede entro il 2016 tutte le nuove abitazioni, e il 2019 per i centri commerciali, a Zero Carbon);

* che si produce da se l’energia che le serve: una città  solare che ci porta verso l’autonomia energetica;

* che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città  (recupera e usa le acque piovane e riduce l’impermeabilità  del territorio);

* che si pone come obiettivo rifiuti zero;

* che si muove a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico;

* che non consuma più suolo per crescere.

[Alla prossima puntata la declinazione di questi punti]

Note

1 Alex Langer, ‘La conversione ecologica potrà  affermarsi soltanto se apparirà  socialmente desiderabile’, 1994

2 In questo testo il termine ‘sostenibile’ è molto utilizzato e non sempre in una accezione condivisibile da chi sostiene la necessità  di una decrescita conviviale; per questo è sempre virgolettato. à chiaramente una scelta dell’autore in quanto nell’immaginario collettivo, istituzionale, tecnico, politico, â¦, è ancora ampiamente (e spesso inutilmente) utilizzato (e abusato). Per qualunque osservazione e/o chiarimento sul tema reputo che il riferimento bibliografico ottimale sia (ad esempio, per citarne uno) ‘Come sopravvivere allo sviluppo’ di Serge Latouche (Bollati Boringhieri, 2005).

Condizioni e requisiti della città  sostenibile2011-01-17T12:24:28+00:00

Ma le biomasse sono davvero una fonte energetica e rinnovabile?

Le biomasse utilizzabili a fini energetici (come biocarburanti, biocombustibili per la produzione di energia elettrica, biogas dalla digestione) per essere considerate fonti energetiche rinnovabili (FER), a diferenza delle altre FER (eolico, solare, idroelettrico, ecc.) che lo sono di per se (per natura), devono soddisfare determinate caratteristiche di ecosostenibilità  nella loro produzione e utilizzo. Le filiere agroenergetiche da promuovere in quanto, oltre che rinnovabili, siano anche ecosostenibili devono essere corte (nello spazio) e brevi (nel tempo), devono garantire un bilancio energetico positivo e una produzione complessiva di CO negativo o nullo, non 2 devono prescindere dal contributo che le buone pratiche agricole possono dare alla fissazione al suolo del carbonio, alla lotta alla desertificazione e all’erosione, al processo di graduale sostituzione dei concimi chimici e al miglioramento della qualità  dei suoli, mediante, ad esempio, l’uso in agricoltura di ammendanti prodotti dal compostaggio delle biomasse ad elevata umidità . Ma non essendoci al momento regolamentazione normativa da assumere a riferimento, che ne stabiliscano obbligatoriamente queste caratteristiche, si pone, per chi si trova a programmare o a valutare e approvare determinati progetti che prevedono il loro sfruttamento, il problema di come considerare questi criteri di ecosostenibilità . Criteri che rappresentano, come già  detto, una sorta di spartiacque per la classificabilità  delle biomasse fra le FER.

Le biomasse sono da considerarsi una fonte rinnovabile? E come incidono sui cambiamenti climatici (produzione di CO )? 2 Le biomasse vanno considerate rinnovabili se quanto viene sottratto all’ambiente naturale o agricolo corrisponde a quanto nuovamente sarà  riprodotto: in un anno è possibile togliere all’ambiente tanti quintali di biomassa, quanti in quell’anno l’ambiente riprodurrà  o naturalmente o artificialmente (coltivazioni agricole dedicate o riforestazione). Per il bilancio della CO teoricamente, se tanti 2 sono i quintali che si bruciano quanti quelli che si riproducono annualmente, la CO prodotta dalla 2 combustione sarà  circa uguale a quella inglobata dalle piante, grazie alla fotosintesi. Tuttavia, se consideriamo che le coltivazioni (erbacee o arboree) richiedono l’impiego di fertilizzanti chimici di sintesi e fitofarmaci, oltre a macchine agricole, pompe per l’irrigazione e trasporto dei prodotti, ciò significa che sono necessarie grandi quantità  di energia di origine fossile che produce CO . Pertanto il bilancio non è più in equilibrio, 2 perché vi è una produzione netta di CO a causa 2 dell’impiego di energia fossile, non rinnovabile: le biomasse utilizzabili devono dunque essere o naturali o prodotte biologicamente o “secondo natura”. L’industrializzazione dell’agricoltura ha aumentato in media di 50 volte il flusso di energia rispetto all’agricoltura tradizionale. Pertanto, per esempio, il sistema agricolo statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo o, se si vuole, utilizza più energia fossile di quella che deriva dalla radiazione solare. Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, va detto che servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato. Bilancio energetico positivo e produzione di CO negativa 2 L’utilizzo a fini energetici delle biomasse è consentito a condizione che siano rispettati i criteri di efficienza energetica. Bisogna calcolare in modo completo il contributo delle diverse fonti di energia che concorrono al processo produttivo (input), dalla coltivazione al consumo finale (ad esempio carburanti per trasporti, fertilizzanti, energia elettrica, manodopera â¦) e la quantità  di energia che se ne ricava (output). Il valore positivo del rapporto output/input si ha quando l’energia solare immagazzinata e poi liberata (output) è maggiore di quella proveniente da fonti non rinnovabili utilizzata lungo tutto il processo produttivo (input). Se il saldo energetico è positivo dovrebbe essere pari o negativo quello della produzione di CO ; ma qui entra in gioco 2 la variabile tempo. L’anidride carbonica fissata nei combustibili fossili in processi durati milioni di anni, viene liberata in atmosfera nello spazio brevissimo della combustione degli stessi. à questo che ne provoca l’accumulo in atmosfera e causa l’effetto serra. La CO prodotta nella 2 conversione di biomasse viene utilizzata nel processo di fotosintesi per la produzione di nuova biomassa e non contribuisce agli effetti negativi sul clima. à chiaro però che la conversione della biomassa in energia deve essere compatibile con i ritmi naturali, e il tempo dalla coltivazione al consumo finale deve essere il più breve possibile: ad esempio un conto è produrre biodisel o bioetanolo proveniente da una coltura che ha bisogno di soli pochi mesi di coltivazione, tutt’altro conto è trasformare foreste centenarie quindi con cento anni di CO 2 fissata in legna da ardere. Di qui il concetto di ciclo breve nel tempo.

Ciclo corto (nello spazio) e breve Nell’ambito delle fonti energetiche rinnovabili derivate da processi produttivi agricoli è necessario fare una precisa distinzione fra le produzioni espressione dei filiere produttive locali e le produzioni energetiche rinnovabili con biomasse o concentrati di esse con provenienza estera. Pur essendo ambedue no fossil e quindi con emissioni di CO pari a zero non si può ricono2 scere agli impianti bioenergetici che si approvvigionano all’estero la stessa valenza ambientale delle produzioni locali. E questo per due motivi: il primo, di carattere strettamente ambientale, è che i già  risicati margini del bilancio energetico vengono fortemente ridotti o azzerati con i trasporti; il secondo, non meno importante, è di carattere etico: questi processi intensificano la rapina delle risorse agricole del sud del mondo e sottraggono alle produzioni alimentari enormi quantità  di terreno in aree dove fame e sottonutrizione sono ancora presenti. Circoscrivere il raggio in cui reperire la biomassa necessaria all’alimentazione dell’impianto, ha lo scopo di rendere la biomassa a tutti gli effetti una fonte energetica rinnovabile e sostenibile. E’ di facile comprensione infatti, che il beneficio dovuto al bilancio nullo di emissioni di CO del2 la biomassa ad uso energetico può essere vanificato dall’apporto delle emissioni di CO genera2 te dal trasporto della biomassa fino all’impianto, in maniera più o meno significativa a seconda della distanza di origine delle biomasse medesime e del combustibile usato per il trasporto.

Le garanzie tra gli attori della filiera Le filiere agroenergetiche devono fondarsi sulla figura dell’agricoltore che non può essere solo un attore tra i tanti, e cioè l’anello iniziale (e debole) della lunga catena che porterà  alla produzione di energia, ma deve essere un protagonista di tutta la filiera, anche sotto il punto di vista dei redditi garantiti dalla riconversione energetica delle sue colture. Le colture bioenergetiche non hanno un mercato difuso in grado di sostenere iniziative imprenditoriali slegate da un preciso e organizzato processo e flusso di filiera. Come tutte le colture destinate alla trasformazione industriale devono essere contrattualizzate con appositi accordi interprofessionali. In particolare gli impianti di combustione devono essere vincolati ad un preciso e dimostrabile accordo di filiera locale con i produttori. Senza di ciò la nascita di un impianto di generazione o di cogenerazione finirà  per essere utilizzato per bruciare biomasse prodotta altrove, vanificando tutti i benefici ambientali in termini di emissioni complessive di gas di serra derivanti dal loro uso energetico. Va infine esclusa categoricamente l’ipotesi di utilizzare gli impianti a biomasse per bruciare anche i rifiuti di matrice organica, molto più utili per la produzione di compost per l’agricoltura per compensare la tendenza alla desertificazione dei suoli.

Faccio ora un esempio sul calcolo delle superfici occorrenti per il mantenimento di un impianto a biogas (al momento la modalità  di utilizzo della biomassa probabilmente più efficiente e meno impattante) da 1,4 MW, e conseguentemente sulla necessità  di “bacinizzare” il territorio al fine di prevedere una giusta quantità  di impianti sostenibili dal territorio stesso. Atteso che la produzione di biomassa complessiva, necessaria per alimentare in un anno tale impianto è pari a 30.000 ton. di insilati di cereali, si ritiene che per quanto riguarda la produzione di insilati di mais si dovrebbe calcolare la resa unitaria non tanto sui 690 q.li ad ettaro, ottenibili solo con il ricorso alla pratica irrigua così come proposto dal richiedente, ma in coltura asciutta. Questo in quanto da un punto di vista della sostenibilità  ambientale la produzione di energia da fonti rinnovabili deve essere perseguita utilizzando o i sottoprodotti/ scarti delle produzioni agricole o nel caso di coltivazioni dedicate, apportando i minori “inputs” energetici possibili. Pertanto calcolando una produzione media di 550 q.li/ha di insilati in coltura asciutta il fabbisogno complessivo di terreni per garantire le 30.000 ton necessarie all’anno sono stimabili in 545 ettari anziché i 430 ettari come indicato in alcuni casi pratici. Inoltre, dovendo l’azienda che intende realizzare l’impianto garantire almeno il 50,1% di produzione propria, la superficie minima che annualmente tale azienda dovrà  investire, per ottenere la materia prima occorrente, non potrà  essere inferiore a 275 ettari. Superficie questa che dovrà  inoltre essere accompagnata da un minimo di rotazione dei terreni al fine di evitare problemi di natura agronomica (stanchezza dei terreni, rese, apporti di inputs chimici ecc.); la rotazione dovrà  essere effettuata alternando la stessa coltura sullo stesso terreno ogni tre anni e questo pertanto comporta la disponibilità , sempre in capo all’azienda stessa di una superficie di almeno 825 ettari. A questo si aggiungono le necessarie considerazioni in merito all’area di reperimento delle biomasse, ipotizzando che essa non possa essere superiore ad una superficie di raggio 25Km circa (vedi alcuni piani energetici provinciali che hanno trattato la materia) al fine di garantire il principio delle filiere corte nello spazio. à evidente quindi come non sia possibile pensare di localizzare ovunque sul territorio impianti energetici a biomassa a prescindere dalla effettiva disponibilità  in loco della biomassa stessa. Sui territori agiscono contemporaneamente diverse competenze che non dialogano assolutamente fra di loro: accordi nazionali che riguardano il futuro degli ex zuccherifici, piani energetici regionali con previsioni, p.e. quello della Regione Emilia-Romagna, di impianti a biomassa da 300 MW, competenze provinciali per impianti di taglia inferiore: nessuno che si occupi di valutare la disponibilità  effettiva della biomassa tenendo conto anche della necessità  di garantire coltivazioni per l’alimentazione. Conseguentemente non è possibile, per tutte le argomentazioni fin qui svolte circa la sostenibilità  ambientale, localizzare comunque impianti alimentati da biomassa proveniente da altri Paesi: insilato di mais dall’Argentina o olio di palma dal Madagascar o da altrove. In conclusione, lo sviluppo di filiere agricole non food a fini energetici, deve attuarsi attraverso la messa a punto di un sistema normativo regolamentare nazionale e/o regionale che assicuri che le produzioni agricole portino reali benefici al bilancio energetico ed ambientale complessivo, mirando ad una effettiva riduzione di CO , salvaguardando specie ed habitat 2 dalle minacce rappresentate dalla possibile introduzione di colture transgeniche e, ultimo ma non ultimo, la sovranità  alimentare delle popolazioni locali.

Ma le biomasse sono davvero una fonte energetica e rinnovabile?2008-09-03T17:28:19+00:00
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