Paralisi
In un recente intervento su questi stessi quaderni1, ho cercato di affrontare una questione che sta ormai divenendo insopportabile per i sistemi locali di governo del territorio e delle loro comunità . Insopportabile è infatti ormai la totale o quasi completa paralisi economica che gli Enti locali si trovano a dover affrontare, in una epoca che sta accelerando vistosamente la necessità di welfare territoriale oltrechè la necessità di affrontare le complessità di una formazione economico-sociale avanzata e matura, ove i rapporti di produzione si sono vieppiù complicati (dal locale al globale) e le forze produttive tendono al cibernetico (!).
La paralisi va accentuandosi e con essa emergono crisi di identità , impotenza generale, vuoti esistenziali delle classi dirigenti locali e non solo di esse. Il fenomeno si osserva in modo epidermico da taluni eventi come il caso rifiuti del napoletano ovvero il no-tav del Piemonte, ovvero ancora in modo più profondo e preoccupante attorno alle incertezze delle politiche di integrazione, per non dire dei balbettii ambientali, anche di parti progressiste e che sembrerebbero virtualmente più sensibili a tali aspetti.
La gestione territoriale dei processi e delle trasformazioni si è così diretta su azioni e pratiche di breve periodo, tese a dare risposte immediate, anche se non convincenti, affinché si possa comunque offrire una soluzione che soprattutto dia autoreferenziabilità al governante e lo legittimi in tale ruolo. E tutto ciò, piuttosto che affrontare pratiche di conciliazione tra le parti in campo, ottimizzando e ammodernando gli strumenti della democrazia partecipativa. Anche per questo aspetto forse si è persa l’occasione di una riflessione sui cosiddetti ‘diritti’, che oggi sconta un ritorno a pulsioni populiste e tendenzialmente autoritarie.
E’ tutta colpa di questa paralisi economica e di questa incapacità di realizzare leve finanziarie locali adeguate alla domanda? Certamente la mancata consapevolezza di una falla così grande nel sistema di governo ha contribuito in modo significativo a dare un colpo forte e dolente a una visione e a un sistema di pratiche di governo, che politiche illuminate degli anni settanta e ottanta avevano in qualche modo comunque impostato. Infatti assistiamo indubbiamente, a questo riguardo, a un processo di deterioramento delle capacità innovative e di progettazione che le classi dirigenti locali hanno in qualche modo mostrato in quei periodi.
E’ anche da cio’ che prendono avvio processi di distrazione di (e della) massa da convinzioni progressive e un tendenziale orientamento verso la ricerca di decisioni purchessiano, verso richieste di pragmatismo e soprattutto di ricerca di soluzioni semplici e positive, che scaccino paure e timori di complessità , paure e timori di regressione, peraltro inevitabili in tale contesto di incapacità .
E’ il ritorno di un certo (e felice?) edonismo che proprio negli anni ottanta cominciò a fare breccia nei rapporti intrinsechi della formazione economico-sociale attuale (?).
E’ anche e soprattutto a tale riguardo che vanno imputate responsabilità politiche non indistinte alla coalizione di centro sinistra che comunque ha governato il Paese negli ultimi anni (1996-2001/2006-2008) e per la quale la riforma della legge urbanistica e un nuovo modello di governo del territorio, dell’ambiente e delle fonti energetiche, nonché delle città , è stato materia completamente assente dai propri programmi. Cio’ ha causato uno scollamento tra processi reali di evoluzione dei sistemi locali e capacità di governo della nuova domanda sociale, inceppando quel rapporto storico tra le forze progressiste e i ceti urbani (cosiddetti).
Nichilismo
Vi è dunque la necessità di sbloccare la paralisi economica in cui la comunità locale e nazionale si ritrova. Questo stato delle cose sta creando diverse situazioni di pericolo, oltrechè inibire una coesione di orizzonti europei, e di obiettivi comuni tra il nostro paese e il resto dell’Unione. Nel citato intervento precedente si cercava di indicare al governo dell’ente locale una via di lavoro per elaborare tecniche di recupero del debito pubblico, e contemporaneamente di smobilizzo di risorse che nel medio/lungo periodo potessero sbloccare la paralisi. Oltrechè approfondire alcuni aspetti tecnici per i quali è possibile ipotizzare un programma di raccordo politico tra bilancio comunale e urbanistica della città , e dunque tra programma di mandato di una amministrazione e effettive politiche realizzative, qui interessa anche evidenziare alcuni fenomeni che negli ultimi vent’anni (?) si sono affermati in quanto pratiche di corrente gestione delle trasformazioni territoriali e urbane, ma anche come rovescio della medaglia della paralisi suddetta.
Definiamo per comodità tali pratiche ‘nichilismo di città ’, proprio a significare la affermazione diffusa di azioni di negazione consapevole della città a vantaggio di azioni di breve periodo per la soddisfazione di domande contingenti e spontanee, esenti da una visione progressiva di governo dei processi che siano sorretti da obiettivi di qualificazione del tenore e del livello di vita della propria comunità . Come già affermato, siamo in presenza di una paralisi economica delle capacità di governo locale. Tale situazione ha creato per un verso assenza di capacità di risposta di lungo periodo al divenire complesso dei rapporti sociali, e peraltro ha provocato una pratica di breve respiro per offrire comunque soluzioni.
La inadeguatezza del ruolo di governo delle attuali classi dirigenti locali (e nazionali vieppiù), peraltro a tutti evidente, ha creato insofferenza diffusa e ricerca di soluzioni hic et nunc! La paralisi va sbloccata, le risorse devono essere liberate, poiché esse esistono e sono ‘dormienti’, un ruolo programmatico e di respiro va riacquisito nel governo locale e regionale e ovviamente alle scale più ampie. In questa dimensione si indicano come ormai non solo necessarie ma inevitabili alcune riforme e azioni politiche che nuove classi dirigenti prima o poi si intesteranno, con un certo pericolo di accentuato leghismo delle soluzioni.
Una riforma della legge del 42 in tema di pianificazione, una riforma di sistemi locali di governo, una riforma della contabilità generale pubblica2 (degli Enti locali in primo luogo) nuovi sistemi di semplificazione amministrativa, utili a produrre processi più celeri di acquisizione di decisioni e orientamenti e così via. In tutto ciò l’urbanistica, intesa come pratica di progettazione delle trasformazioni fisiche della città e del suo territorio, (intesa cioè come sempre è stato) diviene e riacquista una dimensione disciplinare oltrechè politica di primaria grandezza nella costellazione strumentale del governo locale.
E’ infatti con e attraverso tale disciplina che possiamo tentare di dare una ‘visione di progetto’ alla città e contemporaneamente assumere obiettivi economici e sociali di sviluppo e di realizzazione di risorse. Risorse che rappresentano un valore aggiunto locale, che a sua volta può essere impiegato sia per il recupero del debito pregresso, sia per nuovi investimenti. Per un verso è facile mostrare come il consolidamento e l’abbattimento del debito pregresso liberi progressivamente sempre più risorse e peraltro come tale liberazione generi a sua volta nuovo valore patrimoniale ed economico nel sistema locale, non solo in quello pubblico. Infatti la possibilità di generare risorse può aiutare politiche di contenimento fiscale locale e dunque favorire nuove vivacità economiche dei nostri sistemi insediativi. Il ciclo si avvia virtuosamente, naturalmente in un arco di tempo che non può essere breve, ma di medio e lungo periodo e tuttavia immediatamente misurabile.
Come si evince dalle sommarie e sintetiche tabelle, la paralisi è consistente, il blocco economico che il Paese-Italia sopporta (fino a quando â¦) e supporta con le proprie performances, è non solo rilevante, ma rischia di oltrepassare una boa di non ritorno. Nell’intervento precedente su queste stesse pagine, si è cercato di mostrare come una riclassificazione dei bilanci degli Enti Pubblici Locali e un loro rapportarsi diretto a politiche urbanistiche attive e orientate avrebbe potuto mettere in moto un programma di rientro del debito pregresso.
Qui è forse utile approfondire sia i modi tecnici di tale rapporto sia alcuni elementi che possono svegliare ‘patrimoni dormienti’ e dunque riappropriare l’Ente di sue risorse, di quella che definiamo una propria ricchezza potenziale.
Se dunque si può sostenere che l’Ente locale è in grado di rigenerare una propria ricchezza da poter mettere a servizio di investimenti istituzionali di cui si deve occupare e che tale rigenerazione può essere propriamente figlia in gran parte di politiche urbanistiche orientate a tale obiettivo, si può altresì affermare che l’urbanistica diviene forma concreta di leva finanziaria ma anche leva essa stessa di politiche di sviluppo progressivo, piuttosto che di azioni economicistiche tout court che come abbiamo accennato all’inizio portano a fenomeni di nichilismo della città , a effetti di disurbanesimo e dunque di dis-connessione sociale e territoriale. Vi è infatti da annotare che anche nella tecnica urbanistica e di pianificazione possiamo elencare, come in economia e in altre discipline, propri elementi fondamentali che aiutano a comporre griglie di valutazione sulla sostenibilità o meno di modelli di esercizio della stessa disciplina. I nostri fondamentali possono essere qui intesi come fattori che determinano i valori territoriali ed economico-sociali di un sistema insediativo per i quali si può operare una ‘due diligence‘ dei connotati insediativi e dunque definire verifiche degli apparati di governance. Il tutto allo scopo di accertarne la corrispondenza a modelli progressivi o meno di azione politica e programmatica.
Le nostre due dilegence del sistema territoriale e/o insediativo dovranno fare i conti con parametri (fondamentali) del tipo di quelli più sotto menzionati.
Nichilismo della città è per noi la pratica diffusa nei recenti anni, secondo cui la pianificazione urbanistica è strumento di espansione dei cespiti economici pubblici che l’Ente locale incamera ai fini di sostegno finanziario del proprio bilancio, in assenza di politiche di struttura che riformino sia la contabilità pubblica sia la gestione del debito pregresso che ormai ha reso evidente la paralisi del Comune. La pratica viene operata e governata con una accelerata e ampia azione di aggiudicazione al mercato immobiliare di suoli di tutti i tipi e generi (agricoli certo, ma anche ambientalmente inidonei, o vincolati, ovvero aree di riserve per grandi infrastrutture, fasce di rispetto, zone sismiche o franose, zone dimesse e utili a scopi pubblici, eccâ¦) per una rigenerazione della ‘cosa’ urbana che urbana non è, mentre annichilisce la città vera, quella non solo storicamente determinata ma anche quella di cui avremmo bisogno e che non viene costruita3. Il fenomeno dunque, sorretto dalla necessità impellenti, hic et nunc, di fare cassa, va producendo effetti collaterali di impoverimento generalizzato degli organismi urbani, anche di quelli più pregiati e dichiarati ⦠‘patrimonio dell’umanità ’. Siamo infatti di fronte a processi di auto annientamento urbano di cui saremo chiamati a rispondere entro pochi decenni, nel momento in cui non vi saranno più margini di rientro dal debito pubblico e il default sarà nelle cose più che negli atti formali. Non è infatti ignoto il fenomeno per cui ad ogni realizzazione di nuova quantità urbana corrisponde un pagamento all’Ente pubblico di una ‘tassa’, gli oneri di urbanizzazione e costruzione. Tali risorse vengono bruciare nella caldaia del debito e peraltro usate per fare fronte a necessità immediate, mentre lo stock di reti e urbanizzazioni, servizi e attrezzature, impegni infrastrutturali e così via aumenta in termini dimensionali con ritmi assolutamente ineguali all’introito di risorse.
Questo patrimonio andrà infatti piano piano aggiunto a quello esistente e farà così parte di quella necessità di manutenzione, ammodernamento e riconversione che ogni materiale del genere comporta, tanto che non solo non vi saranno risorse adeguate a quello scopo, ma non vi saranno risorse neppure per ammortizzarne l’uso sociale, in quanto capitale fisso. Il debito locale aumenta per: gravame di interessi passivi che sommano il capitale, gravame per aumento di capitale da impiegare, gravame per attività correnti a causa dell’espandersi dell’organismo urbano. Le risorse a parità di cespiti diminuiscono vistosamente e soprattutto entro un tempo breve.
La ricchezza delle nazioni (locali)
La questione dunque che qui si vuole evidenziare, pur se per sommi capi e con talune elaborazioni un po’ rozze, ma per l’occasione riteniamo abbastanza eloquenti, è come governare da un lato il debito pubblico locale pregresso e peraltro le nuove necessità di spesa e di investimento che aree complesse e mature, avanzate e dotate di una ricchezza elevata come la nostra (pianura padana) comportano.
Riteniamo che un raccordo diretto e non casuale, tra bilancio d’esercizio e strumentazione urbanistica4, possa dare luogo a qualche elemento di riflessione e di novità anche per i comportamenti fin qui assunti da gran parte degli Enti locali a tale riguardo. Ragioni di impellenza, necessità e urgenza spesso hanno infatti indotto i nostri Comuni (ma anche il resto della P.A. allargata) a cercare di ‘fare cassa’ subito. Fare cassa viene solitamente inteso come uso dei margini fiscali che lo Stato Centrale lascia al sistema locale ovvero a smobilizzo di edifici e beni non più ‘funzionali’ all’Ente Pubblico Locale. In taluni casi si procede a dare corso a ‘società patrimoniali’, a STU, e a soggetti simili, tentando di ‘esternalizzare’ debito nuovo da quello pregresso. In tutti questi casi è assente sia una riflessione di ampio respiro sulle politiche necessarie e sui programmi di sviluppo locale, sia una verifica degli strumenti anche innovativi a disposizione, per cui si ‘preferisce non lasciare la strada vecchia per quella nuova’. Siamo qui tuttavia per fare qualche ipotesi in positivo, e non per negare ragioni altrui. Pertanto illustriamo di seguito alcuni schemi di valutazione di merito del rapporto debito/patrimonio/ricchezza potenziale, che possono aiutare a riflessioni più ampie. Gli schemi che riportiamo, sono quadri che suppongono un lavoro da fare. Un lavoro di approfondimento non generico, ma puntuale e assumendo competenze specifiche, utile a orientare le simulazioni che i dati possono consentire.
Il primo schema riguarda una ipotesi di riclassificazione del bilancio dell’Ente Pubblico, secondo schemi civilistici dello stato patrimoniale al 31/12 di ogni esercizio e del relativo conto economico.
Sembra banale, tuttavia nella contabilità del Comune, non appaiono cespiti passivi e attivi che aiutino a capire qual’è il suo stato complessivo. Il bilancio di solito rende conto di come si sono usate le risorse (entrate e uscite) nell’esercizio, senza capire quali effetti hanno prodotto (es.: impieghi in partecipazioni che hanno dato utili, ovvero perdite, impieghi in interessi passivi che sono dedotti da risorse per altri usi, entrate che possono essere previste per taluni esercizi e non per altri, eccâ¦). In particolare nel nostro schema, si evidenziano alcune poste che sarebbero molto interessanti ai fini di un ‘rating‘ del Comune e di una sua ‘spendibilità ’ complessiva: lo stato del patrimonio, i crediti pluriennali sui cui si può contare, la potenzialità di rigenerare demanio pubblico, le partecipazioni. Come è noto alcuni Enti locali vivono di utili distribuiti da partecipate quotate.
Il secondo schema tenta di analizzare quali capacità ha il Comune di rigenerare patrimonio. Ciò avviene principalmente tramite gli strumenti urbanistici, che impongono cessioni gratuite sia di risorse liquide (oneri di urbanizzazione primarie e secondarie)e standards (aree e/o edifici). Le potenzialità di investimento che il PRG comporta sono direttamente proporzionali a tale capacità rigeneratrice.
Il terzo schema tenta di impostare una riflessione sul patrimonio che c’è e su quello che potrà esserci (cfr schema 2 precedente). Nello schema si evidenzia come una riclassificazione del patrimonio può generare risorse potenziali, e dunque qual’è la più attendibile capacità di investimento e di recupero di debito pregresso. Cio’ consente di ipotizzare un ‘piano industriale pluriennale per l’azzeramento del debito’ del Comune, senza leve fiscali. Anzi diminuendo leve man mano diminuisce il debito, che libera risorse da passività diverse. Inoltre lo schema ipotizza un conto di costi e ricavi sul patrimonio, su quello in particolare che difficilmente può essere impiegato per progetti di diversificazione e/o trasformazione (es.: beni ambientali, culturali, eccâ¦).
Il quarto schema allarga il discorso alle pertinenze locali di un patrimonio del sistema pubblico allargato con cui è possibile comporre progetti inter-istituzionali di vasta portata.
Il quinto schema, ancora con riferimento alla previsioni del PRG, cioè alla definizione di politiche di sviluppo che il Comune ha assunto, tenta di affiancare il privato (o altro pubblico) intendendo questo come partner di un programma di investimenti. Cio’ consentirebbe di verificare un ulteriore fattore-veicolo di generazione di ricchezza locale disponibile, o comunque potenziale.
Il sesto schema infine si sofferma su un altro capitolo che appare ancora sottostimato nelle valutazioni patrimoniali della dote di ricchezza detenuta dal Comune: le reti. Reti costruite e gestite nel corso di almeno 30/40 anni, oggi spesso in parte conferite in ex Municipalizzate o in società di scopo, il cui conto economico non è più a disposizione del proprietario originale.
Note
1 Notiziario Archivio O. Piacentini, n° 11,12 dell’Aprile 2008
2 Si veda a questo proposito il volume ed. Il Mulino, 2007 AA.VV. Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica.
3 Ugo Baldini e Patrizia Chirico.
Concentrazione e rarefazione insediativi, tra regolazione urbanistica e manutenzione ambientale in Emilia Romagna e nelle Regioni padane: fare meglio con meno (suolo).
Per un territorio, come quello della Valle Padana, dove, in termini di acqua e di suolo, si concentra gran parte della risorsa strategica del Paese e dove è presente un apparato economico-produttivo e una struttura urbana tanto estesi e consolidati da qualificare quest’area come uno degli aggregati ‘megalopolitani’ di maggior rilievo nel panorama continentale e globale, il consumo di suolo emerge come tema centrale e come indicatore sensibile della salute urbanistica dei territori, come misura empirica del contributo che la pianificazione urbanistica riesce a dare ai problemi di recupero di efficienza del Paese, in una fase che registra un preoccupante declino della attenzione dedicata dalla politica ai temi del governo urbanistico del territorio e, corrispondentemente, una riduzione sensibile delle risorse ad esso destinate.
4 Si veda il recente dispositivo della L. 06.08.2008, n. 133 art. 58.
5 La tabella tenta di descrivere quale potrebbe essere il potenziale di nuovo capitale fisso e nuova liquidità che il PRG vigente produrrà per i prossimi 10 anni per il Comune. Un Comune, ad esempio, che abbia stabilmente 30.000 abitanti e vede incrementare con il suo PRG la capacità residenziale di altri 5.000 abitanti potrebbe calcolare che acquisirà standards in aree per almeno 30 mq x 5.000 = mq 150.000 cioè a dire 15 ha. Qualora questi terreni fossero accorpati e dunque costituissero un ‘bene’ a tutti gli effetti valorizzabile, il Comune potrebbe ipotizzarvi un programma di impiego, naturalmente fatte salve le compensazioni di standards nell’ambito comunale. Il nostro terreno dunque, acquisito per diritto urbanistico a costo zero, ha valore catastale se mantenuto a verde pubblico, ha valore edificabile se riclassificato per alloggi pubblici, ha valore di libero mercato se riclassificato cedibile o impiegabile per programmi non vincolati a logiche pubbliche. Vi è a questo proposito da dire che molti comuni emiliani hanno standards urbanistici in esubero rispetto agli abitanti insediati reali (e anche per quelli turistici si presentano fenomeni analoghi). Ciò è dovuto a politiche di lungo corso che ormai da tre/quattro decenni si sono realizzate con costanza. Le nuove ipotesi di sviluppo urbanistico, possono dunque anche contemplare una riclassificazione di tali esuberi, rendendoli disponibili a manovre di bilancio per una loro valorizzazione più congrua ai tempi. Azioni di valorizzazione che produrranno comunque altri standards e dunque una ri-generazione ulteriore di patrimonio.
6 La classifica catastale di beni immobili, conosciuta e censita, può consentire verifiche di opportunità (es.: trasferimento da agricolo a urbano) e congruità con lo stato effettivo degli usi e/o delle classifiche urbanistiche.
7 Il valore di mercato è ovviamente oscillante e opinabile. Tuttavia una ri-classifica periodica con stima giurata consente di valutare una prima differenza di ‘messa a cespite’ su patrimoni che ad esempio non sono altrimenti ‘commercializzabili’ (es.: vecchia scuola di frazione, ovvero edificio specializzato come ‘sostegno idraulico’ o casermette su canale consorziale, ovvero altro simile).
8 Il ruolo urbanistico dell’area o dell’immobile consente di capire quale valorizzazione e quale potenza commerciale il bene può esprimere. Ad esempio aree dimesse da riconvertire a terziario ovvero a edilizia pubblica o ancora aree da bonificare o no e così via.
9 La stima di valorizzazione può essere una simulazione finale di valore ricavabile da azioni di trasformazione (in cui bisogna comprendere naturalmente i costi di trasformazione). In questo senso si può immaginare che: un terreno di Ha 1 oggi agricolo con classifica edificabile per terziario o ricettivo abbia valore:
catastale 10, urbanistico 25, di mercato 50, dunque deducendo i costi di valorizzazione (es.: 10) il valore effettivo che potremmo imputare al nostro ettaro è 40, con differenza 30 sul valore oggi a bilancio.
10 Concessioni diverse possono intendersi:
* tributi per parcheggi o soste o passi carrai;
* esazione di tikets per parcheggi o soste o passi carrai;
* concessioni temporanee di aree e/o edifici per usi vari;
* altro simile.
Per rendite finanziarie si potrebbero intendere riparto di utili da partecipazioni su società pubbliche o miste (es.: distribuzione utili da una S.T.U., ovvero da una ex municipalizzata per usi di spazi e/o immobili pubblici).
11 Anche con una certa leggerezza di intenti, ci siamo disposti a una qualche interpretazione utile ai ragionamenti qui esposti, da offrire come ulteriore gruppo di temi da approfondire.
I. Finanza sofisticata: Si parla ormai spesso di ‘prodotti finanziari’ offerti dal mercato alla sfera pubblica. La recente rivisitazione del cosiddetto Codice degli Appalti ha ulteriormente affinato alcuni di questi prodotti e le relative procedure. Noi le citiamo solamente. Decreto legislativo n. 113, 31/07/07: Ulteriori disposizioni correttive e integrative del D.Lgs. 12/04/2006 n. 163, recante il Codice degli Contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture a norma dell’articolo 25, comma 1, della L: n. 62, 18/04/05. Per il cosiddetto project financing si vedano il Capo III artt. 152 fino al 160. Per la concessione si veda il Capo II, artt. 142 fino al 151. Per i fondi di investimento immobiliare si veda l’art. 19 del Codice degli Appalti citato, comma d) e l’art. 3, che definisce le amministrazione aggiudicatici. Da tali definizioni appare non compreso il fondo da cui potrebbe dedursi che è escluso dell’applicazione del Codice degli Appalti.
II. Patrimonio pubblico: Il Patrimonio pubblico, in particolare quello del Comune, agli effetti dei ragionamenti qui esposti, è dato da:
* il programma di legislatura della Amministrazione;
* azioni e programmi di coesione locale;
* elenco dei progetti;
* risorse e quadro dei beni disponibili.
Quanto al programma di legislatura, si deve rimarcare il suo ‘valore di impianto’ della capacità di prospettare scenari e obiettivi alla comunità locale (oppure no!). Questa attrattività del programma e basilare ai fini di un coinvolgimento di stakeholders in una azione corale di sviluppo locale. Le azioni e programmi di coesione sono di riflesso i modi concreti con cui si ritiene di realizzare i progetti. Si pensi ai NO-TAV per un verso ovvero al sistema RSU Campano, come deficit di democrazia e coesione, ovvero alla variante di valico dell’Appennino tosco-emiliano sull’A1, come esempio di azioni di concertazione. L’elenco dei progetti è dunque non un ‘libro dei sogni’ ma diviene il puntuale articolarsi di un programma di legislatura coeso e attrattivo e dunque capace di acquisire partnership (ppp, pf, eccâ¦). La sistematica definizione della consistenza delle risorse disponibili e delle risorse consentirà di attivare le azioni utili al programma e dunque anche di dimensionare la capacità di impiego potenziale.
III. Concertazione: La concertazione è qui intesa come in parte sopra si è esposto. Si vuole tuttavia evidenziare la necessità per cui azioni concertative abbiano obiettivi di attrazione dall’esterno di investimenti privati e pubblici. Tale capacità è data soprattutto da una ‘politica estera’ del Comune.
IV. Valorizzazioni patrimoniali: Abbiamo usato questi termini con disinvoltura. Valorizzare un bene vuole significare molte cose, soprattutto nella sfera pubblica. Non necessariamente significa ‘guadagnarci sopra’. Tuttavia anche questo. E su ciò è necessario soffermarsi. Il Comune spesso dispone di svariati tipi di beni, e ne accumula ulteriori come già esposto. E’ dunque necessario progettare un sistema di azioni che valorizzino oggettivamente i beni con usi e destinazioni efficaci, ai fini del loro ruolo pubblico. Laddove cio’ non è, è possibile ritenere che ‘progettando’ programmi di trasformazione, e, perché no, realizzando tali programmi, si possa acquisire una plusvalenza utile a nuove opportunità per l’Ente locale. A tale riguardo si deve aprire una riflessione che ogni realtà locale specificherà con propri connotati, attorno ai modi di intraprendere azioni di realizzazione di valorizzazioni patrimoniali. Indichiamo qui le principali azioni. Una prima è il conferimento dei beni (ad esempio le reti) in ex Municipalizzate o simili, come HERA, AEM, ovvero di risorse in società (AEROPORTO, FIERA, eccâ¦). Altra opportunità è la costituzione con altri Enti di Fondi di Investimento Immobiliare (ovvero di SIIQ). A tale riguardo va detto che tutte le Comunità locali dovrebbero attivare strumenti di questo tipo, in grado di raccogliere anche risparmio privato e dunque di essere uno di quegli strumenti utili al programma di legislatura come sopra si è cercato di mostrare. Altre forme di valorizzazione sono direttamente legate al PSC, cioè alle politiche urbanistiche e ai programmi integrati di trasformazione e sviluppo di parti di città , cioè ad attività immobiliari tout court.
12 Si può ritenere che il Comune intenda realizzare i progetti del PRG (PSC, oggi) con i Privati o Altri Enti Pubblici. E’ quindi necessario capire se ciò può essere immaginato tramite la costituzione di soggetti attuatori autonomi e di scopo il cui capitale netto sia formato da conferimenti dei ‘soci’, e che poi tale soggetto operi mettendo a valore il suo capitale, aumentando le capacità liquide di mobilitare risorse per realizzare quel progetto.
13 Solitamente la strumentazione urbanistica del Comune indica i grandi progetti strategici che l’Amministrazione intende realizzare. Esempio classico sono la circonvallazione, la nuova area artigianale, il nuovo porto turistico, la fiera, il nuovo quartiere residenziale pubblico, eccâ¦
14 Il valore dell’investimento potenziale che il soggetto autonomo può immaginare consente di verificare non solo la differenza tra un patrimonio oggi non utilizzato adeguatamente e una sua rivalutazione dovuta a una diversa collocazione, ma anche eventuali ‘utili’ che il soggetto potrà distribuire ai suoi soci, tra cui appunto annoveriamo il Comune. Utili sia economici, sia sociali !
15 Anche le reti sono un bene valorizzabile e dunque da inserire in un ipotetico piano di aggressione del debito pubblico locale. In particolare si può affermare che gran parte delle reti sono beni già ammortizzati, e comunque in grado di auto/finanziarsi. Inoltre poiché le previsioni del PRG solitamente inducono nuove porzioni di città a rinnovarsi e ad estendersi, le reti vengono immediatamente ad essere il primo bene realizzato dal ‘lottizzante’ e ceduto gratuitamente al Comune. Il Comune dunque ri-genera un patrimonio a costo zero in questo caso. Se si paragona questo fenomeno alle grandi reti (es.: telefonia) ove si discute di separare rete da servizio, è evidente come nel nostro caso il Comune si doti di un bene che può ‘affittare’ o ulteriormente collocare sul mercato finanziario, il cui costo è pari a zero e soprattutto si auto-genera, in parte anche con interventi sulla manutenzione. Ancora una volta si mostra come gli indirizzi del PRG siano potenziali fattori di esaltazione o recupero del debito e dunque incidano sulla fisionomia del bilancio comunale, riclassificandone la manovra in senso positivo/negativo.