Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano

Premessa A distanza, ormai, di qualche mese dalla 45a Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Pistoia e Pisa tra il 18 ed il 21 ottobre 2007 ed incentratasultema:Ilbenecomuneoggi:unimpegno che viene da lontano 1, è possibile prospettare una qualche meditata osservazione e valutazione sull’iniziativa, cui hanno partecipato ben oltre 1000 convegnisti, provenienti da 160 diocesi e appartenenti a istituzioni, associazioni e movimenti ecclesiali diversi.2 Era forte l’attesa, non solo nel mondo cattolico, per l’evento, in sé, che celebrava il centenario degli incontri voluti da Giuseppe Toniolo (18451918), ideatore, appunto, delle Settimane sociali e promotore/realizzatore della I edizione 3 e per il tema trattato. Ora, non è mancato chi ha definito la 45 a Settimana sociale un’occasione mancata, un convegno come tanti, piuttosto accademico ed astratto, con scarso spazio per il confronto aperto e senza elaborazione di proposte concrete sull’argomento prescelto. Altri si sono domandati se abbia senso mantenere per il futuro l’attuale impostazione delle Settimane sociali, che certo anche a Pisa e Pistoia ha mostrato evidenti limiti. Pur avendo individuato anche noi non poche criticità  nell’evento di cui trattasi ed auspicando che per il futuro sia cambiata l’impostazione delle Settimane sociali e che queste tornino ad essere come nel passato propositive con indicazioni forti in campo culturale, sociale e politico per il Paese 4, riteniamo che sarebbe un grave errore archiviare, con un colpo di spugna, la 45ª Settimana sociale dei cattolici italiani, per la semplice ragione che il bene comune non è tema come altri e che esso è e resta la questione centrale del nostro tempo, come sottolineato da Papa Benedetto XVI nel suo messaggio a convegnisti. D’altronde, la crisi politico-istituzionale che travaglia da tempo il nostro Paese può essere letta anche come crisi vale a dire, (epoca di) transizione -, della nozione di bene comune, cosa nota e confermata da una pluralità  di segni, nel lessico politico ed economico corrente). Accogliamo, dunque, volentieri le conclusioni Giuseppe La Torre, vicepresidente del Comitato organizzatore, per il quale è necessario che la 45° Settimana sociale non costituisca in ogni caso una parentesi e rappresenti, invece, un impegno ad approfondire i temi della Settimana, declinandoli in opportune iniziative promosse da Chiese locali, associazioni e movimenti cattolici. Ciò premesso, con riferimento alla 45° Settimana sociale daremo conto in sintesi de: * il clima che ha caratterizzato l’evento; * la strutturazione dell’incontro; * il modo con il quale è stato intesa la nozione di bene comune; * i temi afrontati e quelli non afrontati nelle diverse sessioni del Convegno. Ci chiederemo, ancora: * quale la realtà  del nostro Paese sia emersa attraverso il filtro della Settimana sociale; * come valorizzare i contenuti della 45° Settimane sociale accogliendone le sfide, alla luce della piena sintonia di essa con le principali conclusioni del IV Convegno ecclesiale di Verona indicate dalla CEI, con la Nota pastorale del 29.6.2007 5. Ancora in premessa è opportuno sottolineare che nel corso di tutto il Convegno è aleggiato un principio di fondo: il bene comune per eccel6 lenza è costituito per il Popolo di Dio da Gesù Cristo, che è, appunto, il dono di Dio per ciascun 7 uomo e per la famiglia umana tutta intera , Dio che è Bene Uno e Trino, è Comunione di Persone. Non a caso dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (DCS) emerge che la DSC è strumento di un nuovo umanesimo, perché propone, nell’attuale contesto socio-culturale improntato all’individualismo utilitaristico ed immanentistico, un personalismo comunitario e relazionale, aperto alla trascendenza. Il clima del Convegno Nei giorni della Settimana sociale si è respirato un clima di fraternità  e di sororità , non solo come è ovvio nelle celebrazioni eucaristiche e nei momenti di preghiera, ma anche nelle occasioni conviviali e nel corso delle pause dei lavori. Ci si è sentiti, pur provenendo da Diocesi diverse ed appartenendo a realtà  le più diverse, un “pezzo” della Chiesa che è in Italia. In confronto con la 44° Settimana sociale di Bologna, nella quale gli applausi di parte dell’assemblea, ora all’uno ora all’altro relatore, segnalavano un’esplicita divisione dei convegnisti in opposti schieramenti politici, a Pisa e Pistoia la passione e l’appartenenza politico-partitica erano certo presenti, ma sono stati poste in qualche modo in secondo piano rispetto alla volontà  di ascolto e di confronto. Si può avanzare, anzi, l’ipotesi che i laici cristiani presenti alla 45° Settimana sociale abbiano definitivamente metabolizzato il fatto che la cattolicità  italiana sia contrassegnata, pur in quadro unitario di valori di riferimento, da sensibilità  politiche diferenti, cui conseguono scelte politico-partitiche di segno diverso.9 D’altronde “una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi” (così Paolo VI, Octogesima adveniens, 1971) 10. Comune, anche, ci è parsa la valutazione dei convegnisti sulle relazioni (troppe?)11 presentate all’incontro; dette relazioni sono state tutte giudicate di elevato livello, a dimostrazione del valore della cultura italiana di ispirazione cristiana e 12 capaci di cogliere problematiche tra loro complementari, ma in genere, tranne eccezioni, alquanto astratte. A molti è parso discutibile che nella trattazione del bene comune certi temi siano stati trascurati (per tutti si pensi al tema della precarietà  del lavoro, per altro richiamato dal messaggio del Papa ai convegnisti). Ed, ancora, davvero pochi sono stati gli spazi per il dibattito e il confronto. I più avvertiti tra i convegnisti hanno percepito – almeno così ci è parso – che la Settimana sociale di Pisa e Pistoia, come ogni Settimana sociale anche del futuro, non possa che rimandare, in ogni caso, alla responsabilità  del cristiano credente, delle comunità  e dei movimenti ecclesiali, perché in fondo tocca a queste realtà  tradurre nella realtà  quotidiana le indicazioni e le suggestioni emerse nel corso del convegno.

La strutturazione dell’incontro Ciascuna delle sei previste sessioni ha approfondito un tema specifico, grazie ad una nutrita “batteria” di relazioni, tenute da studiosi cattolici in genere docenti universitari e tutti di chiara fama: * “Cento anni di Settimane Sociali”: introduzione; * “Il bene comune nell’era della globalizzazione”; * “Le prospettive della biopolitica”; * “Stato, mercato e terzo settore”; * “Educare e formare”; * “Un futuro per il bene comune”: conclusione.

La nozione di bene comune fatta propria dal Convegno Sottolineato che più volte ed anche in un recente passato le Settimane sociali hanno trattato del bene comune, si può ritenere che il Comitato organizzatore sia voluto tornare sul tema perché il bene comune è categoria da (continuamente) ripensare.13 14 In effetti, “il concetto di bene comune, che ha rivestito in passato nella tradizione socioeconomica e politica dell’Occidente un ruolo centrale le origini vanno fatte risalire al pensiero greco e la sua formulazione precisa a quello medioevale , ha perso progressivamente terreno nella modernità  fino a risultare oggi, per molti aspetti, anacronistico. La crisi di tale concetto, come si è accennato, va ascritta a una pluralità  di “ragioni” riconducibili, in ultima analisi, alla svolta individualistica che ha contrassegnato, fin dalla nascita, la cultura moderna e che si è sempre più accentuata con il trascorrere del tempo”. A determinare la crisi della categoria di bene comune è stato l’abbandono, nella modernità , della concezione “naturalistica” della politica e la sua sostituzione con una concezione “contrattualista”. L’afermarsi, in termini sempre più accentuati, di un’antropologia “individualista”, con la conseguente tendenza a ridurre il diritto a “diritto soggettivo”, ha scardinato alla base la possibilità  di fondare la socialità  (e dunque la politica) su un dato oggettivo attorno al quale convergere. La dimensione sociale da fattore costitutivo dell’essere dell’uomo si riduce a realtà  del tutto accessoria e convenzionale e la società  assume, di conseguenza, i connotati di una struttura esterna con la quale diventa necessario fare i conti al solo scopo di evitare pesanti conflittualità  con inevitabili ricadute negative sulla vita di tutti. 15 Come afermato dallo stesso Documento preparatorio della Settimana, è invalso un “modo comune ma scorretto, di intendere il bene comune come garanzia e condizione del bene privato e quindi come tale perseguibile individualmente”; occorre, perciò, “liberarsi dall’equivoco di intendere il bene comune “solo” come mezzo per il bene proprio, con ciò legittimando una concorrenza generalizzata e ineluttabile, che confermerebbe la comprensione dell’uomo che è homo homini lupus”. Tale concezione individualistica del bene comune induce a considerare i diritti come ricerca di garanzie a tutela dei propri beni misconoscendo la corrispondente esigenza di osservare i doveri sociali e minando alla radice il concetto stesso di persona. Ora, si comprende la ragione per la quale la stessa definizione che il Concilio Vaticano II ha dato di bene comune “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” (Gaudium et spes, n. 26, 1965) nei 40 anni successivi è stata messa in discussione dal prevalere della cultura individualistica neoliberale e si capisce perché il Compendio della dottrina sociale della Chiesa abbia sentito il bisogno di puntualizzare la definizione del Concilio, insistendo sulla necessità  che l’individuo sia considerato non come un essere isolato, ma come soggetto-inrelazione. Il Compendio al n. 164 del Cap. IV, Principi della Dottrina sociale della Chiesa, in effetti, così si esprime: “Dalla dignità , unità  e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività  sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Dunque, per il Compendio, nella persona umana singolarità  e relazionalità  sono inseparabili ed ecco allora giustificata la puntualizzazione sulla nozione di bene comune del Compendio stesso: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale”. Se, dunque, il bene comune è “il bene di tutti e di ciascuno”, allora esso: * deve includere tutti, a partire dagli esclusi e dai più fragili, ed, in particolare, i poveri (solidarietà  sincronica), * deve includere, anche, le future generazioni (solidarietà  diacronica in specie in tema di risorse ambientali). Non è un caso, allora, come diversi relatori, a partire dal prof. Stefano Zamagni, abbiano messo in evidenza le diferenze tra bene comune come prima inteso, bene totale o interesse generale 16 e bene pubblico (in merito vedasi anche il Documento Preparatorio 45° Settimana sociale nn. 17-19). 17 Per Zamagni, il bene comune non è bene totale pensato come somma di beni individuali nella somma gli addendi possono variare per cui la diminuzione del bene-benessere di qualche addendo può essere compensata da maggior bene-benessere di altri addendi ed è, piuttosto, proseguendo nella metafora algebrica, il prodotto di fattori. In altri termini, essendo il bene comune qualcosa di indivisibile solo assieme è possibile conseguirlo, proprio come accade in un prodotto di fattori: l’annullamento di anche uno solo di questi, annulla l’intero prodotto. Nel bene comune il bene che ciascuno trae dal suo uso non è separabile da quello che altri pure da esso traggono. Essendo “comune”, il bene comune non riguarda la persona presa nella sua singolarità , ma in quanto è in relazione con altre persone. Il bene comune è, dunque, il bene della relazione stessa fra persone, tenendo presente che la relazione delle persone è intesa come bene per tutti coloro che vi partecipano.18 Diventa, allora, chiaro, per quanto sostenuto, che l’assunzione dell’interesse generale o bene totale quale criterio di conduzione della politica implica un profondo mutamento delle finalità  che ne orientano il corso: l’impegno non è tanto a promuovere positivamente la crescita di ciascuno e di tutti “quanto, più semplicemente e restrittivamente, a vigilare perché ciascuno rispetti le “regole” che, mediante il consenso, sono state patteggiate e a intervenire solo nel caso in cui il patto viene infranto, con grave danno per gli altri”.

I temi afrontati e quelli non afrontati nelle diverse sessioni del Convegno Per ragioni di spazio è del tutto improponibile un esame dettagliato delle relazioni presentate nelle diverse sessioni, che abbisognano di una lettura diretta. Ci si limita qui a fornire alcune suggestioni che le relazioni stesse hanno suscitato in noi. Nello specifico, la relazione introduttiva di taglio storico afdata al prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità  di Sant’Egidio e docente di Storia Contemporanea all’Università  Roma Tre, ha descritto la Chiesa italiana come soggetto sociale capace di concorrere come nel passato alla definizione del ruolo futuro della nazione. Non si può non convenire sulla tesi dello studioso, che ha inteso correttamente utilizzare le Settimane sociali come osservatorio della storia del cattolicesimo italiano, ancorché sarebbe stato forse necessario nella trattazione dar conto del fatto: * che non tutti gli eventi “ecclesiali” citati sono ascrivibili ad un percorso lineare ed aconflittuale; * che proprio le Settimane sociali dimostrano che le diverse anime del cattolicesimo italiano, e, per dirla schematicamente, l’anima avanzata e l’anima moderata, hanno oggettivamente fornito apporti diversi in ambito culturale e sociale per il bene del Paese.20 Rispetto alle principali relazioni tenute al Convegno ci limitiamo a cogliere gli spunti che ci sono parsi più interessanti, svolgendo qualche osservazione a margine. Così Zamagni, concludendo un’ampia relazione dal titolo Il bene comune nella società  post moderna. Proposte per l’azione politico-economica, che ha riassunto, a nostro avviso, quanto di meglio lo studioso ha finora elaborato in tema di economia e bene comune 21, si è chiesto se ci sia posto per la categoria del bene comune entro il discorso e la pratica dell’economia, in un mondo globalizzato. L’economia è “condannata” ad occuparsi solamente di efficienza, profitto, competitività , sviluppo e, al più, di giustizia distributiva? Per Zamagni il bene comune è sotto attacco da parte sia dei neoliberisti e sia dei neostatalisti. I primi si “accontentano” della filantropia e delle varie pratiche del conservatorismo compassionevole per assicurare un livello minimo di assistenza sociale ai segmenti deboli e emarginati della popolazione, quando il senso del bene comune ci viene dalla considerazione che l’attenzione a chi è portatore di bisogni non ha da essere oggettuale ma personale. L’umiliazione di essere considerati “oggetti” delle attenzioni altrui, sia pure di tipo compassionevole, è il limite grave della concezione liberal-individualista, che non riesce a comprendere il valore della empatia nelle relazioni interpersonali. Anche la logica neostatalista, da parte sua, non coglie del tutto il significato profondo del bene comune, in quanto, insistendo unicamente sul principio di solidarietà , lo Stato si fa carico di assicurare a tutti i cittadini livelli essenziali di assistenza, ma in tal modo esso spiazza il principio di gratuità  negando, al livello della sfera pubblica, ogni spazio all’azione gratuita. Il bene comune, afermando il primato della relazione interpersonale sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell’identità  personale sull’utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano, ivi compresa l’economia e la politica. Il messaggio centrale è, dunque, quello di pensare la carità , e quindi la fraternità , come cifra della condizione umana, vedendo nell’esercizio del dono gratuito il presupposto indispensabile afnché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Dalla relazione di Zamagni tutta tesa a dimostrare il ruolo che il bene comune può avere sull’umanizzazione dell’economia 22 ci si sarebbe attesi qualche maggiore attenzione: * alla tematica delle relazioni internazionali, poiché ormai il bene di tutti si qualifica come il bene di ogni popolo e di tutti i popoli anche di quelli futuri, * al fatto che la globalizzazione appare tutt’altro che sinonimo di ordine mondiale ed anzi si qualifica come nebbia fitta che avvolge le nazioni” (così Papa Benedetto in un intervento del 6 gennaio u.s., nel quale ha altresì sottolineato che l’umanità  è “lacerata” da “spinte di divisione e soprafazione” e “conflitto di egoismi”), tenuto conto che siamo nel 40° anniversario della indimenticabile Enciclica di Paolo VII Populorum Progressio. Inoltre, va messo in rilievo lo scarto tra la visione planetaria imposta dai processi dell’economia globalizzata e la proposta, contenuta nella relazione di Zamagni, di Forum deliberativi, uno strumento di partecipazione efficace solo per decisioni a livello locale.23 Il tema delle prospettive della biopolitica 24 è stato trattato dal prof. Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto all’Università  Tor Vergata di Roma, per il quale la biopolitica è quel paradigma tipicamente moderno che ritiene l’humanitas non un presupposto, ma un prodotto della prassi”. Tra gli esempi di biopolitica, il giurista ha citato “la legalizzazione pressoché planetaria dell’aborto, avvenuta non casualmente in un arco temporale estremamente ridotto e caratterizzato almeno in Occidente dal consolidarsi del modello democratico”: “segno inequivocabile della forza con cui il paradigma biopolitico pretende di gestire la nuda vita, autorizzandone l’esistenza o almeno sindacandone la stessa legittimazione sociale”. Altro esempio plateale è quello del consolidarsi del paradigma biopolitico: “l’alterazione dell’equilibrio alla nascita tra i sessi”, come in India e in Cina. Per il giurista, che vede in atto una guerra epocale “tra biopolitica e famiglia”, è evidente la “pretesa, ormai non più teorica, di negare la diferenza sessuale nel riconoscimento pubblico del matrimonio” o di “favorire pratiche di procreazione che separano coniugazione e procreazione, ad esempio ammettendo le donne sole alla fecondazione assistita o avallando pratiche di afitto dell’utero”. Ora, il paradigma biopolitico per D’Agostino va decostruito prima che giunga alla soglia irreversibile dell’implosione, prima, cioè, che apra le porte all’avvento del post-umano”, attivando “un impegno radicale per la difesa della dimensione privata del bios” e cercando di “ricostruire in chiave positiva una categoria di carattere fondamentale: la categoria della fragilità “. Secondo D’Agostino, l’orizzonte della biopolitica è più ampio di quello della bioetica ed oggi “la pervasività  della biopolitica è inquietante” (si pensi ai temi dell’eutanasia e del testamento biologico, ecc.). Insomma, per lo studioso “il compito che aspetta la nostra generazione è quello di aprire gli occhi sulla realtà  di un potere pervasivo e impersonale che, assimilando corpo biologico e corpo politico, toglie al primo la sua identità  e al secondo la sua dignità , e poi di negarsi ad ogni forma di omologazione biopolitica”. Il convegno ha voluto certo sottolineare anche il rischio di una prevaricazione dello Stato che trovi impreparato il mondo cattolico sulla riflessione etica, vista la rapidità  della ricerca scientifica che apre a poteri nuovi e pericolosi di manipolazione e quindi a cambiamenti, impensabili fino a qualche tempo addietro. Il problema, fondamentalmente, è nel rapporto con le scelte politiche e legislative che riguardino i c.d. valori non negoziabili, da afrontare alla luce degli indirizzi del Magistero. In tema, ma con un intendimento più generale, è intervenuto, tra gli altri, il prof. Giorgio Campanini, Professore f. r. di Storia delle dottrine politiche nell’Università  di Parma, che, in un applaudito intervento, ha sottolineato il “pericolo di sovra esporre il Magistero della Chiesa e di chiudere qualsiasi spazio di mediazione, mentre la politica è proprio questo: l’arte della mediazione”. Campanini ha chiesto di “abbandonare la logica del muro contro muro” e ha denunciato il “rischio che l’attenzione della comunità  cristiana concentrata su alcune tematiche quelle eticamente sensibili relative ai c.d. valori non negoziabili 25 porti a non parlare di legalità  e di come costruire il bene comune”. In effetti, secondo Campanini, il bene comune non è costituito da una serie di principi astratti da difendere, ma è un progetto da realizzare. Il prof. Pierpaolo Donati, ordinario di sociologia all’Università  di Bologna, è intervenuto sul tema “Una nuova mappa del bene comune: perché e come dobbiamo rifondare lo Stato sociale”. Per Donati, “il bene comune oggi non coincide più con lo Stato: non è più un bene totale, un monopolio dello Stato, ma un fenomeno che emerge dalle relazioni”; il bene comune é fatto “di attori che si orientano reciprocamente in una relazione da cui dipende il loro bene individuale”. 26 In tale prospettiva, per Donati, “il bene comune non è solo qualcosa che si produce assieme, ma di cui si fruisce assieme: molto più della democrazia di rappresentanza, ma anche qualcosa di più della democrazia rappresentativa”; per questo “il bene comune deve essere costantemente generato e rigenerato attraverso dei processi sociali in cui sia data la centralità  alla persona umana, alle sue relazioni di mondo vitale e alle sue formazioni sociali”, in base ad “un principio di reciprocità  positiva, e non a quello dell’uguaglianza delle opportunità  individuali, che è proprio dell’individualismo”. L’alternativa ai “limiti” e ai “difetti” del modello attuale di Stato sociale italiano consiste, per lo studioso, nell’idea di “una società  della sussidiarietà  solidale”, che non concepisce le politiche sociali “come politiche settoriali e residuali per i poveri e i bisognosi”. Nella misura in cui si riescono a vedere i limiti e i difetti strutturali del modello attuale di Stato sociale italiano, si fa strada l’idea alternativa di una società  della sussidiarietà  solidale. Il nuovo welfare, dunque, non può essere prodotto dai soli individui privati, né solo da uno Stato, all’uopo, più interventista e, neppure, da un mix fra le due vie, ma da un’adeguata relazione sussidiaria fra gli attori in gioco, che si concretizza in una organizzazione sociale plurale e societaria” 27. In sintesi: lo stato sociale relazionale è quello che concepisce il bene comune come un bene che valorizza le relazioni di reciproco arricchimento degli attori liberi e responsabili che fanno il welfare. Esso realizza una “cittadinanza complessa” che opera attraverso la valorizzazione del principio di relazionalità  applicato al campo delle politiche sociali, intese non come politiche settoriali e residuali per i poveri e i bisognosi, ma come una forma generale di azione riflessiva della società  su se stessa, in termini di produzione e distribuzione di tutti i ‘beni’ sociali, senza separare fra loro le condizioni “normali” e le condizioni “particolari”. La relazione del prof. Luigi Alici, ordinario di filosofia morale all’Università  di Macerata e Presidente dell’Azione Cattolica Italiana, intervenuto alla quinta sessione della settimana sociale sul tema “Educhiamo(ci) al bene che forma e che accomuna” è stata ampia ed articolata con un’importante sottolineatura circa l’esistenza “di un singolare gioco delle parti: ad una pubblicizzazione del privato, esibito fino all’indecenza, corrisponde una privatizzazione del pubblico, occultato fino alla clandestinità “. In base a questa prospettiva, “le storie private sono messe in piazza, mentre i poteri invisibili sembrano allontanarsi dalle aule delle istituzioni”. Per Alici, “c’è un’oscenità  esibita con cui ci illudiamo di conquistare visibilità  nello spazio pubblico, ma c’è un’oscenità  non meno grave, fatta di silenzi omertosi, di decisioni prese in conventicole segrete, dove dalle scelte di pochi intimi dipendono lo sviluppo e persino la vita di intere popolazioni”. Di qui la necessità  di contrastare quello che lo studioso ha definito “un agnosticismo antropologico, che respinge nell’anonimato l’intero spazio del convivere”, per cui solo “una cultura e una prassi della partecipazione” possono essere “l’antidoto indispensabile per motivare una forma di reciprocità  aperta, dilatando la rete delle appartenenze e della cittadinanza, dall’ambito primario della famiglia a quello della società  civile, fino a comprendere l’intera famiglia umana”. Con ciò, “senza dimenticare l’enigma inquietante di una fraternità  ferita, ma anche senza rinunciare mai a dilatare instancabilmente le frontiere dell’inclusione, in una sana dialettica di amore e giustizia”. Da questa “doppia cittadinanza”, per i cattolici deriva “un’intera gamma di virtù sociali, dalla sobrietà  dei consumi alla sincerità  del dialogo e alla generosità  della cooperazione”. Alle nuove generazioni, dunque, va trasmesso “l’alfabeto dell’essere e del bene”: a partire dai valori della vita e della pace, “i due pilastri irrinunciabili” per “un habitat educativo degno e accogliente per la persona umana”, da “liberare da ogni interpretazione utilitaristica” o ideologica ed impedendo “a una sana dialettica democratica di soccombere al gioco destabilizzante delle delegittimazioni reciproche”. Più direttamente sul tema dell’educazione, che per Alici è in una situazione di emergenza, lo studioso ha afermato che “i nostri figli non meritano che il debito pubblico che stiamo lasciando loro sia gravato da un debito educativo che nessuno può pagare al nostro posto”. L’esigenza dichiarata è che ogni scuola, statale o non statale, sia in grado di porre l’educazione al bene comune tra i contenuti irrinunciabili di un organico progetto formativo, tessuto di elaborazione culturale e di passione civile. L’impianto della relazione di Alici ha consentito ad alcuni convegnisti di intervenire evidenziando opportunamente la necessità  di inserire nel progetto educativo i capitoli dell’educazione alla pace, al lavoro ed alla democrazia, avendo come sfondo la Costituzione repubblicana, da intendere essa stessa come icona del bene comune, qui ed oggi, in Italia. La sessione conclusiva che ha trattato del futuro del bene comune è stata aperta da una relazione di Mons. Aldo Giordano, segretario del Consiglio delle conferenze episcopali europee, che ha trattato del tema “Bene comune ed Europa”, declinandolo secondo tre parole chiave: Europa, giustizia e cristianesimo 28; le altre relazioni incentrate sulla legalità  (Anzani), sulla cooperazione bancaria (Azzi), sul diritto internazionale (Saulle) e sull’agenda sociopolitica non sono parse andare al di là  di un’apprezzabile esposizione di punti, su cui sarebbe stato molto importante intessere un dibattito per meglio capire cosa “tornare a fare” in diocesi, in parrocchia o nei movimenti, ma il convegno era ormai alla fine. Le ragioni evocabili per spiegare tale situazione sono: * l’individualismo (l’”altro” è visto come nemico o concorrente ovvero come colui con cui instaurare più che altro rapporti d’uso), * la cultura dei diritti soggettivi in aggiunta alle potenzialità  tecnico-scientifiche, * la crisi della laicità  dello stato, * lo spostamento dell’asse della questione sociale dalla giustizia socio-economica alle questioni etiche inerenti alla vita umana, * il prevalere di una logica (ethos) comune per la quale ciò che è tecnicamente possibile lo Stato deve permetterlo e ciò che corrisponde alle preferenze e ai gusti dell’individuo la legge non deve impedirlo (insomma, vietato vietare), il che rileva mancanza di punti di riferimento e”tirannia del relativismo”. In tale situazione, in cui emerge una nuova questione antropologica e cioè una questione dell’uomo e della verità  su di lui ai giorni d’oggi caratterizzati dallo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche e dalla ragione pubblica incentrata su una “laicità  della modernità “, con una visione assoluta delle capacità  della ragione ed un nuovo rapporto tra questione antropo30 logica e bene comune , il bene comune è ancora demandato alla responsabilità  dello Stato, toccando allo Stato garantire servizi necessari di Welfare e equità  sociale. Lo Stato, tuttavia, non solo non ce la fa per inefficienze amministrative, per problemi di bilancio, ecc., ma in realtà  questa la valutazione oferta dalla 45° Settimana sociale – non ce la può fare ad appianare tutte le situazioni di povertà , di ingiustizie e di disuguaglianze e se interviene lo fa in prevalenza postfactum. Di conseguenza si avverte: difuso malessere, esperienza del peggio e “disagio di civiltà . Il nostro Paese è attraversato, come e più di altri Paesi avanzati, da una serie di cambiamenti che spaesano: globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazioni, concorrenza da Paesi emergenti, questione migratoria e conflitti identitari, questione ambientale. Insomma, l’Italia appare un Paese “spaesato”, percorso da “passioni tristi”, senza memoria del passato, timoroso del futuro, “schiacciato sul presente”: si spegne entusiasmo, crescono atteggiamenti di antipolitica e senso di impotenza e delusione, c’è frammentazione, c’è nichilismo non tanto teorico, ma pratico, si avverte svalutazione delle sinergie dei e tra i soggetti sociali e svalutazione del “bene sociale” rispetto al mercato-politico.31 In effetti, la politica non appare supportata da una cultura etico-sociale condivisa, sofre di leaderismo e populismo, si intreccia con l’economico in modo spesso non trasparente, da priorità  al “corto termismo” (vincere le elezioni â¦), rivela mancanza di senso dello stato (e continuità  delle istituzioni), risulta incapace di attuare vere riforme. Per uscire dalla crisi delle nostre società  e dell’Italia in particolare occorre superare: * la concezione liberal-individualista e mercatistica della vita, * la concezione tradizionale dell’economia, * la concezione statocentrica, andando verso una società  “solidale-sussidiaria”, costituita, cioè, da reti di relazioni tra protagonisti della società  civile e tra soggetti e istituzioni politico-amministrative, per realizzare “opere” che da sole (società  + istituzioni) non potrebbero attuare (sussidiarietà  solidale). Ciò obbliga a ritenere centrali i pilastri del bene comune come bene relazionale e cioè: la dignità  della persona, la solidarietà  e la sussidiarietà , richiedendo nuovi riferimenti culturali. Quanto afermato delinea il passaggio dal Welfare State (Stato del benessere, dalla culla alla bara â¦), al Welfare Society (società  del benessere) che riconosce le agenzie di servizio che nascono dentro la società  in un quadro di programmazione amministrativa, il pluralismoprotagonismo dei soggetti sociali, come prima agenzia sociale la famiglia nella sua funzione sociale. Ora, a nostro parere, nella costruzione intellettuale della società  del benessere oferta dal convegno, ci è parso che il ruolo dello Stato sia stato in parte sottovalutato, forse al di là  delle intenzioni degli stessi relatori. In effetti, come sostenuto, per esempio, nelle conclusioni della Settimana sociale del 1968, il bene comune non “potrebbe essere raggiunto dalla sola attività  spontanea di singoli, di gruppi, di istituzioni minori, ma si realizza necessariamente mediante l’apporto insostituibile dei poteri pubblici nella loro primaria funzione di impulso e coordinamento e nella loro eventuale opera di integrazione”. In effetti, è compito dello Stato quello di fondare una legislazione che dia spazio e riconoscimento all’azione ricca e multiforme della società  civile ed, inoltre, lo Stato resta il responsabile ultimo del diritto di cittadinanza di ciascuno nei suoi bisogni là  dove la società  civile non sa o non può raggiungerlo. Nel delineato contesto della realtà  del nostro Paese quale il ruolo del cattolici? Una consapevolezza è aleggiata nel corso del convegno e non poteva essere diversamente: esiste un merito storico culturale-politico dei cattolici in Italia che va evidenziato. Nel passato e in diferenti condizioni rispetto ad oggi l’apporto dei cattolici è stato essenziale per la vita del Paese. Anche per il futuro l’Italia non potrà  fare a meno né dovrà  prescindere da tale apporto, ma i cattolici devono voler dare tale apporto e devono darlo in modo qualificato e senza chiusure. Per altro, viviamo in una Società  estremamente tollerante e, tuttavia, monta “in Italia un anticlericalismo che non c’era dieci anni fa”, che “si trasforma anche in un anticristianesimo” 32, per cui le posizioni cattoliche non sono tanto bandite dallo spazio pubblico quanto aspramente criticate, spesso aggettivate come oscurantiste, medioevali, fino a ritenere incompatibili fede e ragione. L’opinione di chi scrive è che la condizione di minorità  dei cristiani sia una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà  e per amore e che i cattolici debbano dire “no” al vittimismo e “no” a sola rivendicazione dell’identità  cristiana (che è da vivere secondo una fede credibile). Ai cristiani è chiesto un “Sì” a uno stile di ascolto con credenti e non credenti, nella consapevolezza che senza ascolto non c’è comunicazione e non c’è comunione (e che, ancora prima, la fede deriva dall’ascolto). Quanto, poi, in generale ai cattolici italiani e specificamente a quelli più impegnati e formati, riteniamo che essi non abbiano alcuna volontà  di abdicare ai diritti e alle responsabilità  derivanti dalla cittadinanza. In effetti, come ribadito da Papa Benedetto al IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona dell’ottobre 2006, l’assunzione di responsabilità  civili e politiche da parte dei cristiani laici è carità  di “alto profilo” 33. Come valorizzare i contenuti della 45° Settimane sociale? In parte lo abbiamo scritto all’inizio. Atteso che le riflessioni della 45° Settimana sociale sono indirizzate all’attenzione di tutta l’opinione pubblica del nostro Paese, non v’è dubbio che in prima istanza la Settimana ha inteso porre una sfida alla Chiesa che è in Italia ed ai fedeli laici in particolare: la svolta educativa. Ne aveva parlato fin all’inizio dei lavori del convegno il Presidente della CEI, Mons. A. Bagnasco, per il quale c’è bisogno di “una forte proposta educativa in grado di introdurre alla vita e alla realtà  intera, capace di giudizio, di proposte alte, di impegno concreto e continuo, cordialmente aperta al bene di tutti e di ciascuno a prezzo di interessi individuali o particolari, a prezzo del proprio personale sacrificio”. In effetti, dalla svolta educativa come cristiani non possiamo prescindere, considerato la nostra impreparazione davanti a situazioni inedite in cui ci troviamo a operare e a scegliere. Se, come abbiamo cercato di sostenere, il bene comune è la questione centrale del nostro tempo e se dalla 45° Settimana sociale emerge forte la necessità  di un rilancio del momento educativoformativo per i laici cristiani 34 da incentrare sul bene comune, ne discende la piena sintonia della Settimana sociale con una delle principali conclusioni del IV Convegno ecclesiale di Verona indicate dalla CEI, con la Nota Pastorale del 29 giugno 2007, che traducono in pratica lo “spirito di Verona”: il “grande “sì” della fede”, la “carità  culturale”, la”carità  sociale e politica”. Certamente, la 45° Settimana sociale ha richiamato l’attenzione dei cristiani a situazioni inedite, che richiedono, tra l’altro, un ripensamento della nozione di laicità  non più come opposizione tra ambiti separati, ma come collaborazione tra ambiti distinti, nello sforzo di realizzare al meglio il bene comune possibile in una data situazione. Questa sfida interpella tutti, credenti e non credenti, nella ricerca di un ethos comune che consenta di fare unità  nel rispetto delle diversità . Tuttavia, la sfida della laicità  fa problema soprattutto ai cattolici (si pensi al citato tema dei c.d. valori non negoziabili). Il fedele laico rileva all’uopo il Compendio della dottrina sociale della Chiesa – “è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. […] la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli” (n. 568). Ciò non toglie ovviamente che i cattolici, mentre si sforzano di ispirare il loro impegno ai valori assoluti nel pieno rispetto delle regole democratiche e della laicità  della politica, nello stesso tempo testimonino sempre con la parola e con l’esempio, in privato e in pubblico, la concezione cristiana della vita, fiduciosi nella capacità  profetica del Vangelo di conquistare il consenso libero delle coscienze e delle intelligenze.35 A ben vedere, il mondo cattolico italiano sarà  capace di far fronte a queste sfide solo se Comunità  Parrocchiali, movimenti e associazioni cattolici assumeranno l’ordinarietà  dello spendersi per il bene comune come la cifra più caratteristica dell’impegno dei laici per l’edificazione di una città  a misura d’uomo. Occorre, allora, che si coltivino momenti e spazi di incontro e di riflessione in cui soprattutto i fedeli laici siano formati alla cittadinanza attiva, al dialogo e alla corresponsabilità , per contribuire all’edificazione di una convivenza umana ispirata ai valori dell’uguaglianza e della solidarietà . Appare, dunque, importante che i cattolici italiani siano fieri di un’iniziativa, qual è stata la 45° Settimana sociale, che in modo coraggioso e controcorrente ha messo a calendario il tema del bene comune in epoca di individualismo, di neo-liberismo selvaggio, di volontà  di potere e potenza che si sta facendo sempre più insidiosa. In effetti, se non ora quando? Quanto, poi, al futuro delle Settimane sociali appare necessario dare un ruolo chiaro a tali incontri, pensando ad iniziative magari a scadenza annuale, capaci di indicazioni propositive per la società  italiana su tematiche specifiche del campo sociale e politico e, dunque, con un target preciso di riferimento. Ad un anno esatto dal IV Convegno ecclesiale di Verona dell’ottobre 2006,”Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”. in dettaglio, hanno partecipato al Convegno, come delegati, circa 1165 persone di cui 688 provenienti dalle Diocesi e 477 dalle Associazioni operanti in Italia, 65 vescovi, 160 diocesi rappresentate (a Bologna erano 117), 200 giornalisti accreditati, 180 volontari coinvolti tra Pistoia e Pisa, 12 membri del Comitato scientifico e organizzatore, 32 relatori nelle 6 sessioni di lavoro previste. Giuseppe Toniolo nato a Treviso nel 1845 e laureato in diritto all’Università  di Padova, fu docente di Economia politica dal 1873 presso questa università ; successivamente fu professore ordinario a Pisa. Toniolo fu leader dei cattolici sociali italiani a cavallo tra ‘800 e ‘900 ed a buon ragione può essere giudicato un grande testimone sociale del nostro tempo. Uomo di “azione cattolica”, era animato dalla speranza di una società  cristianamente ispirata, un’intuizione che trovò il clima adatto nel papato di Leone XIII, della cui Enciclica, Rerum novarum, divenne apostolo. Toniolo morì il 7.10.1918. Paolo VI il 14.6.1971 chiuse l’esame della sua vita col decreto di eroicità  delle virtù, che lo rende venerabile. Può essere di un qualche interesse indicare per titoli i contenuti delle Settimane sociali, nei diversi periodi della loro”vita”: * 1907-13: si privilegiano temi di”alfabetizzazione sociale”e”diritto di cittadinanza”. * 1913-20: sospensione. * 1921-35: le Settimane sono momento di “preparazione al post-fascismo” e “diferenziazione da esso” (lo stato secondo la concezione cristiana, l’autorità  sociale nella dottrina cattolica, la famiglia e l’educazione cristiana). * 1935-45: sospensione. * 1945-70: temi legati a ricostruzione economica, ritorno a sistema democratico pluralista, industrializzazione e modernizzazione del Paese (si pensi, tra le altre, alla Settimana sociale del 1945 tenutasi a Firenze ’45 su Costituzione e costituente e che fornì un contributo decisivo per l’elaborazione della Costituzione repubblicana del 1948). * 1970-91: sospensione “mentre continua a svilupparsi l’impegno politico dei cattolici italiani” (così il documento preparatorio), ma forse anche perché fu un periodo drammi e lacerazioni nel mondo cattolico italiano (la scelta socialista delle ACLI; le esperienze delle comunità  di base, la scelta religiosa dell’AC, ma anche le prospettive aperte dal Convegno di Roma su “Evangelizzazione e promozione umana”). * ripresa dal 1991, sotto l’impulso determinante di Giovanni Paolo II che a Loreto impegna la Chiesa sulla cultura della presenza (più che non della mediazione) e che indica la Chiesa come forza sociale trainante (la Chiesa fu impegnata ad esercitare”un ruolo-guida e un’efficacia trainante”ed a svolgere una funzione pubblica. Come sottolineato in Bartolomeo Sorge S.I., La Settimana Sociale e lo «spirito di Verona»,Aggiornamenti Sociali, n. 12 dicembre 2007. Non si dimentichi che l’aggettivo”comune”etimologicamente significa con dono (da latino cum munus). Gesù Cristo, con il linguaggio del IV Convegno ecclesiale di Verona del 2006, è il grande Sì di Dio all’umanità . Un simile personalismo rende fautori i cristiani di una morale sociale che, sul fondamento di Dio redentore, irrobustisce la stessa laicità  dello Stato, sollecita a superare il progetto della modernità , che intendeva fondare la morale pubblica muovendo dall’assunto etsi Deus non daretur e che nel tempo si è dimostrato causa della senescenza degli ethos dei popoli, del loro disperato nichilismo (cfr. Don Mario Toso, Rettore della Università  Pontificia Salesiana, 2006). Possiamo afermare in ogni caso che nel laicato cristiano italiano convivano due anime, una che fa propria la svolta culturale identitaria e l’altra più impegnata nel sociale, a più stretto contatto con i problemi quotidiani delle persone, che fa fatica a entrare in questo orizzonte C’è indubbiamente anche una diversità  di metodo e di idea di mediazione (Così, per esempio, F. Garelli, 2007, a commento della 45° Settimana sociale). Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi quanti siano i laici cattolici che effettuano le loro scelte politiche confrontando i programmi ed azioni dei partiti con gli orientamenti della Dottrina sociale della Chiesa. Forse, purtroppo, pochi. E ciò non è davvero cosa buona, in quanto il laico cristiano non dovrebbe mai dimenticare di poter trovare nella Dottrina sociale della Chiesa i principi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire per promuovere un umanesimo integrale e solidale. Né egli può ignorare, come prospetta, invece, il Compendio della DSC, che l’insegnamento e la difusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Sarebbe stato preferibile che ogni sessione del Convegno fosse stata caratterizzata da una sola relazione magari con interventi di contorno di natura più specialistica. La scelta “meticolosa” dei relatori da un lato è stata garanzia di competenza, dall’altro di rappresentatività  delle varie sensibilità  presenti nel mondo cattolico italiano. Chiarire il concetto di bene comune è stata giudicata come la questione centrale del nostro tempo. Infatti, nella società  pluralistica e frammentata di oggi, imparare a vivere uniti nel rispetto delle diversità  è condizione imprescindibile per costruire la pace e una convivenza civile giusta e fraterna. Nel mondo globalizzato si tratta ormai di acquisire una più adeguata comprensione del concetto di bene comune a livello nazionale e internazionale, come evidenzia Benedetto XVI nel suo messaggio alla Settimana sociale: “Ancor più oggi in tempo di globalizzazione, il bene comune va pertanto considerato e promosso anche nel contesto delle relazioni internazionali e appare chiaro che, proprio per il fondamento sociale dell’esistenza umana, il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell’intera umanità “. Esemplarmente Padre B. Sorge (op. cit.) aferma: “Le difficoltà  derivano dal fatto che il concetto di bene comune è composito: accanto a una dimensione etica, comporta sempre una dimensione storica. Ciò significa che, mutando il contesto storico, occorre ripensare la stessa categoria di bene comune. Quanto riportato nel testo esprime in sintesi la tesi sostenuta dal teologo G. Piana in un intervento al Seminario organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Sociale e il lavoro di Torino in data 24.3.2007. Quando alla categoria di bene comune si sostituisce quella di “interesse generale” si produce un sostanziale mutamento di orizzonte, in quanto ha luogo il passaggio dalla sfera oggettiva (e universale) a quella soggettiva (e individuale); e, nel contempo, dalla definizione dei diritti originari fondati sulla natura (diritti che esigono un’assoluta salvaguardia in ragione della dignità  della persona) alla messa in atto di una procedura che consenta di identificare, attraverso la mediazione degli interessi dei singoli, una piattaforma di norme condivise attorno alle quali convergere (cfr. G. Piana, op. cit.). L’economia contemporanea distingue, come noto, i beni essenzialmente in pubblici e privati. I beni privati sono beni perfettamente escludibili (nei confronti di altri consumatori) e rivali nel consumo (se qualcuno consuma quello stesso bene con me, la mia utilità  diminuisce). I beni pubblici, invece, sono beni che non possiedono queste due caratteristiche: non sono tendenzialmente né escludibili né, soprattutto, rivali nel consumo. Sulla nozione di beni relazionali sia consentito rinviare ai numerosi lavori di L. Bruni, P. Paolo Donati e S. Zamagni, tutti relatori alla 45° Settimana sociale. Sinteticamente si potrebbe afermare, con la filosofa Martha Nussbaum, citata in I beni relazionali. Una nuova categoria nel discorso economico, di Luigino Bruni, che ” il bene relazionale è un bene dove la relazione è il bene, una relazione che non è un incontro di interessi ma un incontro di gratuità . Il bene relazionale richiede, quindi, nei produttori-consumatori del bene, motivazioni intrinseche nei confronti di quel particolare rapporto. Inserire i beni relazionali nelle analisi economiche produce importanti effetti in ambiti cruciali per la nostra qualità  della vita: dalla misurazione della ricchezza nazionale, a quella della felicità , nel benessere soggettivo nei luoghi di lavoro, alla architettura delle città , tutti argomenti suscettibili di approfondimento”. G. Piana, op. cit. In tale contesto ha detto bene, in un suo intervento al Convegno, l’ex-Presidente nazionale delle ACLI, D. Rosati, sulla necessità  di una “educazione alla storia”non come complemento ma come premessa di ogni itinerario di ricerca. Cfr. Stefano Zamagni, L’economia del bene comune, Città  Nuova, 2007. In merito, la Pastorale sociale e del lavoro del Piemonte con la Facoltà  teologica dell’Italia settentrionale ha organizzato a Torino tra l’ottobre del 2006 e la primavera del 2007 un Corso di formazione sul tema analizzato sul versante dello sviluppo sostenibile. Così il Papa: “I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”. Di famiglia si è parlato molto nella Settimana sociale, per le attese e i bisogni che essa manifesta. La famiglia non era un argomento all’ordine del giorno eppure la sua centralità  è emersa sin dall’inizio, dimostrando che la nostra società  ha bisogno del protagonismo della famiglia e delle organizzazioni intermedie. Il legame tra famiglia e bene comune è diventato così una chiave di lettura importante di tutto il Convegno. Nel suo messaggio Papa Benedetto XVI è intervenuto, in particolare, su famiglia, giovani e lavoro. Un limite alla trattazione del tema “bene comune” intravisto anche da don Fabio Corazzina, coordinatore di Pax Christi, per il quale “afermare che ci sono valori non negoziabili senza dire quali siano i percorsi per raggiungerli può essere pericoloso. Senza contare che ci sono argomenti, come quello della guerra e delle armi, che vengono rimossi”. La relazionalità  che connota la cittadinanza complessa opera a tutti i livelli territoriali e in ogni settore di intervento, come cittadinanza che deve essere “estesa” a tutti i potenziali attori (non beneficiari passivi, ma soggetti attivi che la scelgono e la attuano) e deve essere resa”profonda”, cioè concreta e situata: questa è la nuova frontiera del bene comune. Le modalità  relazionali modificano in maniera sostanziale le caratteristiche gerarchiche, burocratiche, assistenziali, disciplinari, “lavoristiche” (cioè strettamente dipendenti dal mercato del lavoro), che sono state tipiche del welfare state tradizionale del Novecento e oggi vengono riproposte, in varie versioni, dall’assetto lib-lab. “Il bene comune dell’Europa riguarda tutto il mondo”, ha precisato mons. Giordano, ricordando altresì che “parlare di confini significa pensare l’Europa non come fortezza, ma in supporto con gli altri continenti”. Ringraziamo per quanto contenuto nel presente paragrafo Don Sabino Frigato, docente di Teologia morale e Consigliere ecclesiastico della Federazione Regionale della Coldiretti del Piemonte. Circa il rapporto tra nuova questione antropologica e bene comune, possiamo osservare, con Crepaldi (cfr. Crepaldi, 2007), che senza recuperare in modo pieno la dimensione dell’indisponibile quanto non è a disposizione dell’uomo e costituisce quindi l’orizzonte di senso e il limite di quanto è a disposizione – nessuna altra dimensione della vita sociale sarà  posta al riparo dal primo che vorrà  accaparrarsela. Tutto ciò ha costi sociali molto alti ed impedisce la convergenza su valori comuni, disarticola i contesti sociali in tanti percorsi contrapposti, mette in crisi lo Stato di diritto, ferisce mortalmente la giustizia, smorza la sensibilità  etica, fa sorgere conflitti laceranti. Come si vede, la questione antropologica non è una questione bioetica ma riguarda l’intera questione sociale. Fin dalla Rerum novarum, la questione sociale è stata intesa dalla Chiesa come il problema dei poveri. Ebbene, tutti gli uomini sono poveri quando la stessa natura umana è messa in pericolo. Dalla 45° Settimana sociale emergono analisi che ricordano il rapporto Censis 2007 per il quale la realtà  sociale diventa ogni giorno una poltiglia di massa; impastata di pulsioni, emozioni, esperienze e, di conseguenza, particolarmente indiferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa. Una realtà  sociale che inclina pericolosamente verso una progressiva esperienza del peggio a) nella politica come nella violenza extra ed intrafamiliare; b) nella micro-criminalità  urbana come in quella organizzata; c) nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, d) nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, e) nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità  dei programmi televisivi. Cfr. E, Bianchi, Pochi ma buoni, Rocca n. 2 del 15.1.2008 (da Adista). Il Papa, nel suo messaggio ai convegnisti ha riproposto la distinzione dell’enciclica Deus caritas est, in vista del contributo concreto della Chiesa e dei cattolici alla ri-costituzionalizzazione dello Stato democratico in Italia: “In questo, il compito della Chiesa è mediato, in quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali”. Nello stesso tempo, però, accanto al contributo “mediato”, specifico della Gerarchia, è compito dei fedeli laici operare “immediatamente” per un giusto ordine nella società : “Come cittadini dello Stato tocca ad essi partecipare in prima persona alla vita pubblica e, nel rispetto delle legittime autonomie, cooperare a configurare rettamente la vita sociale, insieme con tutti gli altri cittadini, secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonoma responsabilità “. Un’educazione-formazione che essendo ispirata alla fede è come questa performativa. Ha scritto Papa Benedetto XVI nell’Enciclica Spes salvi che “il messaggio cristiano” non è solo “informativo, e cioè “una comunicazione di cose che si possono sperare”, ma che è anche”performativo”, vale a dire”una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”. Monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa, nell’omelia del giorno di chiusura, ha detto ai delegati: “à inutile aflare le armi, mostrare i denti; bisogna, nell’umiltà  e nella semplicità , trovare la forza dell’annuncio cristiano che passa attraverso l’essenzialità  di chi si pone dalla parte dei poveri. Se ci mettiamo in questa prospettiva, allora davvero possiamo costruire una società  che non è alternativa, ma una società  dove il Vangelo diventa fermento per dare voce a chi non ha voce, o a chi è costretto a stare zitto perché non trova spazi per parlare”. Quelle di Monsignor Plotti sono state parole che certamente molti dei convegnisti hanno portato volentieri a casa e forse le stanno ancora meditando.

2008-09-03T10:46:35+00:00