Crisi occupazionale, ingiustizia sociale e democrazia.
Mi è capitato anche in queste ultime settimane di partecipare nelle più diversi sedi ad incontri dedicati alla crisi finanziaria ed economica e mi è parso di capire, innanzitutto, che gli impatti della prima sulla seconda non si sono ancora trasferiti a pieno. E, d’altronde, frequento, qui a Torino, un numero crescente di persone già fuori dal lavoro o che temono presto di uscirne ed il cui futuro, preparato faticosamente per anni, si è fatto buio in pochi mesi.
In realtà , tutto lascia credere che gli effetti sull’occupazione, già per nulla ‘trascurabili’, si manifesteranno ancora più vistosi in specie nell’ultimo quadrimestre del 2009, con trascinamenti per tutto il 2010. Spesso ho sentito mettere sul banco degli accusati, tra i molti altri (banchieri, manager, controllori, ecc.), gli economisti, colpevoli, questi, di non aver previsto la crisi, pur essendo – si racconta – la stessa prevedibile e di non averne valutato le conseguenze.
Può anche darsi che gli economisti abbiano ‘peccato’ nell’aver tenuto, nella fattispecie, in modesta considerazione le innovazioni degli strumenti e dei mercati finanziari nell’elaborazione di teorie e modelli e che si appassionino poco alle leggi di sviluppo dell’economia, come dire al pensiero economico. Tuttavia, la mia sommessa opinione, forse proprio perché non sono un economista, e mi sarebbe piaciuto diventarlo, è che un economista che è ‘solo’ economista non è un buon economista.
La frase, troppo intelligente per essere mia, devo averla letta da qualche parte ed è attribuita, mi pare, ma non ne sono certo, a J. M. Keynes. Per altro, non è un caso che il Premio Nobel per l’economia sia stato conferito nel 2002 a Daniel Kahneman, che insegna psicologia e affari pubblici e internazionali. Gli economisti avrebbero potuto prevedere meglio la crisi – atteso che il discorso in ordine alle previsioni/predizioni nelle scienze sociali mi pare un po’ più serio di quanto sia stato riportato, almeno, sui giornali non specializzati – se avessero frequentato un po’ di più impiegati, operai e pensionati, vale a dire donne ed uomini feriali, e se, detto in modo un po’ meno demagogico e populistico da uno, come me, che disprezza tanto la demagogia quanto il populismo di ogni colore e crede nel principio della responsabilità e della com-passione, avessero dato maggiore attenzione alla questione sociale che, come ingiustizia sociale, da decenni ormai riguarda anche i Paesi sviluppati, a partire dagli USA.
Proprio con generale riferimento al rapporto crisi-ingiustizia sociale, centrale in questa riflessione, può essere di una qualche utilità svolgere qualche ‘quasi’ personale convinzione sulla crisi, maturata negli incontri di cui ho detto, nonché nella lettura di diversi saggi, convinzione espressa, in sintesi, come segue:
a) la crisi assume connotazione di giudizio severo del sistema economico capitalistico o, se si vuole, del sistema basato sull’economia di mercato, sui diritti di proprietà e sul principio della competizione;
b) la crisi è anche, e prima di tutto, crisi di natura etica e culturale ed attesta che l’economia non può avere un’esistenza possibile separata dai valori;
c) la crisi conferma che in un mondo finito i comportamenti competitivi (in apparenza vincenti nelle fasi espansive) non possono che generare alla lunga sfiducia e condurre a disastri;
d) gli eccessi del ‘guadagno a tutti i costi e concentrato nel breve periodo ‘, anche a costo di produrre denaro a mezzo di denaro e di escludere il lavoro, negano la stessa nozione impresa e di mercato;
e) i fatti, che narrano l’attuale disastro, dimostrano, ancora, il carattere fallace di quell’ideologia, travestita da presunta scientificità , a cui si sono abbeverati operatori di mercato, autorità di governo, agenzie di controllo, nonché quella stessa scuola di pensiero economico, ancora dominante, nota come mainstream economico, che, a partire dall’assunto antropologico dell’homo oeconomicus, un assunto, si badi bene, e non una proposizione verificata, giunge alla conclusione che i mercati sono assetti istituzionali in grado di autoregolarsi e ciò nel duplice senso di assetti capaci di darsi da sé le regole per il proprio funzionamento ed, inoltre, di farle rispettare1;
f) la crisi dovrebbe attribuire ‘definitiva e piena cittadinanza’ nell’ambito del pensiero economico a termini (valori) come bene comune (nozione così diversa da bene totale) solidarietà , reciprocità , felicità , ecc., considerati prerogativa di altre discipline e considerare il benessere una condizione dipendente anche dai beni relazionali2.
In base a quanto sostenuto sembra fondamentale e urgente un’evoluzione verso la correlazione (cooperazione), a tutti i livelli, altrimenti ci attendono, forme di imbarbarimento, e il raggiungimento di situazioni di maggiore equità economica e civile. In effetti, gli storici economici e non solo essi riconoscono che ‘la cooperazione ha avuto un ruolo fondamentale nei passati âsuccessi’ delle economie di mercato’, così come gli studiosi dell’economia dello sviluppo hanno accertato che democrazia e eguaglianza sociale sono ‘amiche’ dello sviluppo equilibrato.
Ora, si può trattare dell’ineguaglianza sociale iniziando dall’Italia, Paese caratterizzato, come noto, da una situazione crescente di sperequazione sociale simile a quella dei Paesi latino americani.
Si consideri al riguardo che l’O.C.S.E ha pubblicato ‘il rapporto 2008 sulla tassazione dei salari’ da cui emerge che gli italiani incassano ogni anno uno stipendio tra i più bassi nei Paesi OCSE. Con un salario netto di 21.374 $, l’Italia è al 23° posto della classifica dei 30 Paesi dell’organizzazione di Parigi. Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, USA, Germania e Francia, ma pure in Grecia e Spagna. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia.
E’ calcolato in dollari a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano circa il 17% in meno della media OCSE. E’vero che, secondo l’ISTAT, il reddito medio delle famiglie italiane è in linea con la media europea; tuttavia, se si a-nalizza la distribuzione del reddito risulta che un italia-no su 5 è a rischio di ‘vulnerabi-lità economica’, un dato che ci accomuna a Grecia, Romania, Spagna e Regno Unito e ci diffe-renzia dal Nord Europa, dove me-no forte è la ‘polarizzazione dei redditi’. Ed ancora, l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze di reddito nei paesi (indice pari a 0, massima eguaglianza, indice pari a 1, massima disuguaglianza), già nel 2000 vedeva l’Italia con un valore di 0,33, seguita da pochi paesi con disuguaglianze più alte, tra cui Gran Bretagna, USA e Russia.
L’Italia appare, dunque, un Paese ingiusto, con enormi, irrisolti squilibri personali, settoriali e territoriali3. Nella classifica i Paesi a disuguaglianza sociale minore sono Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia; non a caso, tali Paesi sono anche quelli a più elevato benessere. Essi, infatti, occupano i primi posti della classifica 2008 dei 50 maggiori Paesi per PIL procapite stilata dalla Banca mondiale, con la Norvegia al primo posto e l’Italia al ventesimo.
Tali dati smantellano tesi care a molti conservatori, anche nostrani, secondo cui l’eguaglianza sociale sarebbe nemica dello sviluppo, uno Stato sociale universale è costoso e insopportabile, differenze di guadagno di centinaia di volte tra manager e operai sono giustificate dalla necessità della (maggior) crescita, salari elevati deprimono l’economia4. Dette tesi più che luoghi comuni – essendo noto, al riguardo, come scriveva Flaiano, che i luoghi comuni sono i più frequentati sono autentiche ‘sciocchezze’; invece, è vero che là dove la persona è posta al centro dell’attenzione (passione?) della società e delle istituzioni essa diviene la prima fonte (motore) di sviluppo equilibrato, tecnologico e globale.
Detto diversamente e generalizzando, solo i Paesi più interessati all’eguaglianza di diritti e doveri dei propri cittadini sono Paesi giusti, socialmente coesi, davvero sviluppati e capaci di orientare ad uno sviluppo ambientalmente sostenibile (inteso in senso forte) in un clima di solidarietà e giustizia la comunità mondiale, oltre che se stessi.
E qui si intende la parola sviluppo come parola-valore e non già come parola-valigia, che tutto comprende e che molto nasconde (occulta).
Se, pertanto, è la giustizia a muovere nella democrazia lo sviluppo, c’è da chiedersi, al contrario, per tornare al tema della crisi, se non sia stata la (troppa) ingiustizia sociale la causa remota (prima) della crisi attuale.
In breve, appare, a mio avviso, sempre più chiaro che la causa remota della crisi attuale, nata in USA e propagatasi in tutto il mondo, può essere fondamentalmente fatta risalire al tentativo di una finanza ‘creativa’ e fraudolenta, senza etica e trasparenza, di sostenere la domanda dei ceti medio-bassi, impoveriti da anni di politiche neoliberistiche e di deregulation (alla Bush padre e alla Margaret Thatcher, con maldestri imitatori in molti paesi sviluppati), consentendo loro di sostituire il consumo basato su redditi correnti, ottenuto da lavori assai poco retribuiti, con consumo basato sul debito (da qui, l’uso di carte di credito a rischio di insolvenza e i mutui subprime). Si trattava di un equilibrio artificiale di economia reale sostenuto da finanza, ma del tutto funzionale al sistema economico.
Tale equilibrio ha retto per qualche tempo ma era destinato, come tutte le bolle e le balle (menzogne), inevitabilmente a terminare, a scoppiare, con una rovinosa rottura e con devastanti domino. Se c’è, dunque, qualcosa che tale sciagurata crisi dimostra è il fatto che un mondo nel quale le diseguaglianze sono così acute non è sostenibile, non ha semplicemente futuro e va in crisi, prima o poi. I guai dell’economia reale, ma anche quelli finanziari, dipendono dall’eccessiva sperequazione di reddito e ricchezza e di potere.
C’è quindi un problema a livello macro (globale) e micro (di impresa) di democrazia ed in effetti, una società non può vivere se solo un parte di essa, quella politico-istituzionale, è democratica, con tutte le fatiche e le contraddizioni possibili, e la parte restante, quella economica, democratica non è, nonostante la presenza non irrilevante di cooperazione e terzo settore. Ed, allora, ci si potrebbe chiedere, si da vera democrazia dove l’ingiustizia è tollerata, non rimossa e (quasi) giustificata, dove al massimo qualcosa cade (arriva) ai più poveri per sgocciolamento? Venendo all’Italia, realtà che ci interessa più da vicino e Paese in cui la diseguaglianza sociale, come osservato, è ampia, dove la mobilità sociale è quasi assente, dove le politiche di inclusione sono insufficienti, dove i migranti, che sono persone, sono respinti prima di essere arrivati, dove la legge vale solo e sempre per gli altri ma mai o quasi mai per noi, dove si approvano leggi (normative) ad personam e ad vacanzam, dove la verità è quella che si dice sul momento o è confermata da sondaggi e votazioni, che ne è della democrazia sostanziale e non solo di quella procedurale, che di par suo non se la passa molto bene? La democrazia – ha scritto il costituzionalista ed ex presidente della Consulta G. Zagrebelsky â ‘non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni. Non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso.
La più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle’. L’art. 1 della Costituzione definisce ‘L’Italia una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’. L’art. 3, da parte sua, precisa, che ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. à compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’.
Con la deriva culturale degli ultimi anni l’articolo 1 è stato di fatto cambiato in un altro articolo: ‘l’Italia è una Repubblica fondata sul consumo’, oppure ‘sulla massimizzazione del profitto’.
Come rileva L. Becchetti ne ‘Il primato della costituzione sul riduzionismo economicista’5 gli studi sulla felicità suggeriscono che la prima versione, quella autentica, è la migliore. Il lavoro è una questione assai importante per la nostra realizzazione di vita (vedi articolo 3), ben più di quella di aumentare il nostro benessere di consumatori. Ricerche consolidate, aggiunge l’economista – un economista non standard? – sul rapporto tra inflazione e disoccupazione dimostrano che, in termini di felicità , su campioni amplissimi della popolazione un aumento percentuale di un punto di disoccupazione pesa tre volte di più rispetto all’aumento di un punto di inflazione.
Ciò deriva dalla considerazione quasi banale che realizzazione nel lavoro, qualità di vita e di relazioni sono elementi sostanziali della persona, mentre le dimensioni di consumatore ed azionista sono tutto sommato elementi accidentali quando non si scende al di sotto di una soglia troppo bassa di reddito.
Chi scrive non dimentica il paradosso di Easterlin, e concorda sul fato che i consumi siano essenziali per far funzionare l’economia ma questo non vuol dire che il benessere del consumatore possa essere in cima alla scala dei valori. Molte cose vengono prima. Lo stesso citato articolo 3 della Costituzione â verrebbe voglia di dire ‘Dio ce l’ha data e guai a chi ce la tocca’ – parla dell’impegno a rimuovere tutti gli ostacoli, sociali ed economici che si frappongono alla piena realizzazione della persona. Siamo molto vicini ai concetti di bene comune della Dottrina sociale della Chiesa e a quello di crescita delle capabilities di Amarthya Sen.
Per concludere, istituti internazionali, autorità di governo, tra cui quelle italiane, economisti e imprenditori affermano che il periodo peggiore della crisi, prima finanziaria e poi economica e sociale, sarebbe passato. Si coglie nelle affermazioni di costoro una giustificata ansia, in quanto si tratta in effetti di non far soffrire ancora di più le persone ed in specie i poveri del I, del II e del III mondo, come si diceva fino a qualche tempo fa. Si avverte la fretta che dopo la tempesta (perfetta) torni presto la quiete, ma la fretta inquina il tempo, è cattiva consigliera e non consente di farci le domande giuste, di andare alla radice dei problemi.
Si ha voglia, da parte di tanti, di cambiar pagina, senza aver fatto tutti i conti di diversa natura ed a diverso livello che la crisi impone. E, d’altronde, se uscire dalla crisi significherà per i privilegiati del I mondo ritornare ciascuno a rincorrere la propria, individuale felicità , fatta solo di benessere economico, tradizionalmente inteso, forse poco dopo ci ritroveremmo punto e a capo. I poveri, ne possiamo essere certi, saranno diventati più poveri e i ricchi saranno forse diventati nuovamente ricchi, ma non saranno diventati più felici. E’ poi, come si fa ad essere davvero felici in mezzo agli infelici, presenti o del futuro. E’ necessario che tutti compiano un’operazione verità dall’ONU, dalla Banca Mondiale alla più piccola impresa, da Obama a chi scrive queste modeste righe. La crisi anzi le quattro gravi crisi che stiamo vivendo (crisi finanziaria, economica, ambientale e delle relazioni umane), sono dovute a mio avviso – lo si è accennato in precedenza -, appunto, al riduzionismo antropologico e cioè al fatto di aver pensato all’uomo come homo oeconomicus e non come persona. Trattasi, di un errore antropologico, dovuto al modo con il quale l’uomo ha guardato dentro se stesso, al rapporto con gli altri e con il creato.
L’errore antropologico è, a sua volta, per chi crede, un errore teologico. La 59° Assemblea permanente dei Vescovi italiani, tenutasi a fine maggio, pare aver aperto una nuova stagione di impegno della Chiesa che è in Italia a favore di quanti vivono sulla propria pelle una crisi economica senza precedenti.
A chi scrive ciò è parso esito dell’opera di discernimento che i nostri Pastori hanno compiuto alla ricerca della Volontà (Parola) del Signore vivente qui e ora, nella complessa, inedita situazione che individualmente e socialmente ci è dato da vivere. E’ stato un messaggio forte quello con il quale Mons. Bagnasco, Presidente della CEI, ha voluto invitare le comunità cristiane ed i singoli credenti a riscoprire in termini nuovi la questione sociale, con una presenza attiva e propositiva che ha sempre fatto parte della storia delle comunità cristiane italiane e che oggi è sollecitata da nuove sfide. Un messaggio ‘utile’, forse, a tutto il Paese.
PS. Forse potrebbe essere di una qualche utilità metterci in un altro angolo di visuale del fenomeno ‘crisi’, ponendoci alcune domande (cfr., tra l’altro, il Convegno-laboratorio intitolato ‘Ben-essere: come misurarlo in modo nuovo?’, promosso a marzo 2009 dalla Pastorale per gli Stili di Vita insieme ad altri uffici del Patriarcato di Venezia): c’è una differenza tra una crisi che insegna e una crisi che distrugge? E se una differenza esiste non è forse quella che passa tra ciò che si conta e ciò che si racconta, tra il comprare e il condividere, tra la ricchezza e la dignità delle persone? E’ credibile proseguire a usare il PIL procapite come indicatore di benessere delle persone, salvo angosciarci per una sua riduzione di qualche punto percentuale, come se tutto si fosse fermato? La crisi epocale non ci ‘quasi obbliga’ a cercare un benessere nuovo, cioè altro, il che sembra una contraddizione in termini, dato che è abituale pensare alla/alle crisi come fonte di malessere e non di benessere, ma è proprio così? E, allora, è opportuno porsi un’altra domanda cruciale: la crisi attuale non è forse un’occasione ‘provvidenziale’ per iniziare ad abbandonare, per primi noi occidentali, il modello di sviluppo attuale, per darci nuovi stili di vita in grado di cambiare la vita quotidiana e di poter influire sui cambiamenti strutturali relativamente alla realtà politica, sociale ed economica?
Note
1 Con quanto scritto si è inteso riprodurre, certo approssimativamente e forse erroneamente, il pensiero del Prof. S. Zamagni espresso in molte sue pubblicazioni.
2 Su bene comune e beni relazionali si vedano, tra gli altri, Bruni. L., L’economia, la felicità e gli altri, un’indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, 2004, e Zamagni S., L’ economia del bene comune, Città Nuova, Roma, 2007.
3 Sono passati tanti lustri dalla ‘Nota Aggiuntiva’ presentata nel 1962 alla Camera da Ugo L Malfa in cui trovavano accoglienza la trattazione di detti squilibri e la proposta di terapie essenziali per garantire uno sviluppo bilanciato del nostro paese. Un severo monito inascoltato!
4 Cfr. Cacace N.(2008), Un Paese ingiusto, diseguaglianza sociale, L’Unità – 16 ottobre 2008
5 Da http://www.benecomune.net 19/11/2008