I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati.

(A. Einstein)

Fine corsa

L’umanità  ha già  raggiunto, da oltre 20 anni, la situazione di ‘insostenibilità ’. Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è overshooting. Siamo in overshooting da 25 anni. E’ una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Cos’è esattamente l’overshooting?

Da qualche anno il Global Footprint Network ha lanciato la segnalazione della Giornata del Sovraconsumo della Terra (Earth Overshoot Day), ovverosia la giornata nella quale l’umanità  ha completamente utilizzato tutte le risorse rinnovabili che la natura ci può fornire nel corso dell’anno. Nel 2008 questa giornata è caduta il 23 settembre. La cosa preoccupante è che l’Earth Overshoot Day ogni anno arriva sempre più presto, a causa della crescita dei consumi umani.

Il primo Earth Overshoot Day fu il 31 dicembre 1986. Dieci anni più tardi, a causa di un consumo annuale maggiore del 15% rispetto alla capacità  di produzione del pianeta, l’Earth Overshoot Day cadeva in novembre. Nel 2008, a più di due decenni dal primo Overshoot la fatidica giornata è caduta il 23 settembre e il nostro livello di sovraconsumo è maggiore del 40% di quanto la Terra riesca a produrre annualmente.

Proprio come ogni azienda, il nostro Pianeta ha un bilancio annuale secondo il quale produce un certo quantitativo di risorse ed è in grado di assorbire un certo quantitativo di rifiuti. Il problema è che la richiesta di risorse e servizi da parte dell’umanità  eccede ogni anno, da metà  degli anni Ottanta, le capacità  della Terra.

Ovverosia l’umanità  è nella condizione di sovraconsumo perchè usa le risorse naturali più velocemente di quanto possano essere rigenerate e immette carbonio nell’atmosfera e altri scarti in natura più velocemente di quanto possano essere riassorbiti.

Da questa data fino alla fine dell’anno noi attingeremo dalle nostre riserve ecologiche, chiedendo in sostanza un prestito al futuro. Questo può andare avanti per un breve periodo, ma fondamentalmente tutto ciò porta ad un accumulo di rifiuti e all’esaurimento delle reali risorse da cui dipende l’economia umana.

Secondo ‘l’impronta ecologica’ stiamo impiegando, a livello globale, la capacità  biologica di 1,4 pianeti, ma ovviamente di pianeti a disposizione ne abbiamo solo uno. Il risultato è che le nostre riserve â come gli alberi e i pesci â continuano ad assottigliarsi e i nostri rifiuti â in primis l’anidride carbonica â continuano ad accumularsi.

L’Overshoot può essere definito ‘il più grande problema che dobbiamo affrontare’. Il sovraccarico ecologico è alla radice di molti dei più urgenti problemi ambientali che dobbiamo fronteggiare oggi: il cambiamento climatico, la diminuzione di biodiversità , la riduzione delle foreste, il collasso della pesca e l’attuale crisi alimentare globale.

Pur essendo ancora poco noti al pubblico, le cause e gli effetti dell’overshoot (il sovraconsumo) sono tanto semplici quanto significativi. In ogni dato anno, se l’umanità  mangia più cibo di quanto ne viene prodotto, abbiamo bisogno di dar fondo alle nostre riserve. Poiché il consumo di risorse dell’umanità  cresce, l’Overshoot Day si avvicina progressivamente all’inizio del calendario.

L’Overshoot Day ci fa capire che il nostro stile di vita attuale sta esaurendo il capitale naturale terrestre, cosa che mina il futuro dell’umanità .

L’Impronta Ecologica

Tutto questo ce lo dice l’impronta ecologica, un indicatore aggregato e sintetico che misura lo stato di pressione umana sui sistemi naturali, ovvero misura la pressione che le nostre attività , il nostro stile di vita, esercitano non solo sull’ambiente che ci circonda, ma sul Pianeta nel suo insieme.

Un indicatore concettualmente semplice, in quanto rappresenta tale pressione con un parametro di facile comprensione qual è il consumo di terra e di natura (e che appunto si misura in ettari). L’impronta ecologica permette di capire perché la ‘crescita economica illimitata’ non è assolutamente realizzabile e quanto il nostro stile di vita sia insostenibile.

Il presupposto alla base del concetto di impronta ecologica è il seguente: tutti i materiali e l’energia che ogni giorno produciamo, consumiamo e smaltiamo, hanno bisogno di particolari aree produttive che garantiscano l’apporto delle risorse e l’assorbimento degli scarti (rifiuti). L’impronta ecologica ci dice quante di queste aree sono disponibili sul nostro pianeta – o nazione, provincia, comune – (biocapacità ) e quante ne utilizza l’uomo (impronta).

L’impronta ecologica misura (in ettari globali) appunto l’impronta (consumo di risorse e scarti da smaltire) che lasciamo quotidianamente sul pianeta; la biocapacità  rappresenta, invece, la capacità  di un territorio di fornire prodotti utili all’uomo ed assorbire i suoi rifiuti (anch’essa misurata in ettari globali).

Il confronto fra impronta ecologica e biocapacità  fornisce lo stato della situazione di un Paese e della sua popolazione, la sua sostenibilità  (o insostenibilità ) ambientale: se l’impronta ecologica è maggiore della biocapacità  significa che c’è un deficit ovvero che le risorse naturali necessarie per sostenere i nostri consumi, il nostro stile di vita, dobbiamo necessariamente prenderle altrove, sottraendole ad altri Paesi e non rendendole più disponibili alle popolazioni che ci vivono.

L’impronta ecologica media degli abitanti del pianeta Terra è di 2,23 ettari pro-capite a fronte di una biocapacità  media di 1,78 ettari pro-capite: con un deficit quindi di – 0,45 ettari pro-capite.

Questo significa che, se il livello di vita dell’italiano medio venisse esteso a tutti gli abitanti della Terra, occorrerebbe la produttività  di due pianeti Terra e mezzo e questo non è possibile!

Attualmente, l’impronta ecologica dell’umanità  é almeno il 30% più grande della biocapacità  del pianeta. In altre parole c’é bisogno di un anno e tre mesi affinché la Terra rigeneri ciò che usiamo in un singolo anno.

A metà  degli anni ‘70 abbiamo superato, in termini di consumo di natura, la capacità  di carico della Terra! Avendo solo una Terra a disposizione, la nostra vita su questo pianeta è possibile solo grazie all’ingiustizia e allo sfruttamento delle risorse degli altri popoli per mantenere il nostro stile di vita e di consumo.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un ‘picco’, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Questo significa ‘andare oltre un limite’, anche senza volerlo; in primo luogo perché non lo si sa.

Siamo esattamente in una situazione in cui tutti questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell’overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l’overshooting diventi un’idea comunemente accettata. Bisognerà  agire in questi limiti di tempo. Ma è già  evidente oggi che l’attuale architettura istituzionale della politica e dell’economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? E quanti ne hanno la consapevolezza? Un certo numero di specialisti e pochi governanti di questo pianeta.

Cambiamento, transizione, conversione, cambio di paradigma

L’ecologia, tutte le scienze della natura e, oggi, le scienze dei cambiamenti globali, ci dicono chiaramente che esistono limiti ai tassi secondo i quali la popolazione, e quindi i nostri sistemi economici e produttivi, possono impiegare materiali ed energia. E vi sono limiti ai tassi secondo i quali è possibile continuare a emettere scarti e rifiuti senza danneggiare i sistemi naturali e le loro capacità  di assorbimento, rigenerazione e regolazione, nonché gli stessi esseri umani e il nostro sistema economico e produttivo. Dunque è necessario un cambiamento mirato, capace di farci vivere, quanto più possibile, in equilibrio e armonia con il mondo della natura da cui deriviamo e senza il quale, fino a prova contraria, non possiamo vivere. Abbiamo molto più bisogno noi della natura che la natura di noi.

A questo punto spero risulti chiaro come e perché dobbiamo impegnarci tutti noi – ciascuno di noi nei luoghi e nei territori in cui vive – molto più di quanto si sia fatto fino ad oggi, per spostare i nostri consumi (la vera ‘arma’ di cui disponiamo) verso un’economia realmente ‘sostenibile’, rispettosa delle capacità  rigenerative ed assimilative dei sistemi naturali (che ci consentono di vivere) e basata su principi di equità  e solidarietà , che impedisca il prosieguo delle intollerabili iniquità  sociali di cui è purtroppo ricco il mondo odierno.

Quindi attivarsi per promuovere il cambiamento, diventare promotori della transizione o della conversione ecologica – di cui parlava Alex Langer – dei nostri luoghi di vita (città , villaggi, foreste, isole, campagne), significa catalizzare le tante azioni che abbiamo in essere e che in rete altre realtà  hanno attivato, in un progetto comune di cambiamento, di transizione, un piano d’azione di decrescita energetica e di riduzione dell’impronta ecologica delle comunità  locali.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell’impronta ecologica umana sull’ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà : la sola questione è quando e in che modo.Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: ‘Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno la via d’uscita senza riguardo al benessere dell’Uomo’.

Attività  e insediamenti ambientalmente sostenibili: una introduzione alla città  ‘sostenibile’2

Oggi, l’urbanistica deve occuparsi non solo di aspetti funzionali ed estetici, ma anche di quelli ecologici. Agire ecologicamente vuol dire utilizzare le risorse disponibili con maggiore razionalità  ed economia, nella consapevolezza che esse sono limitate e devono bastare anche per le generazioni future.

I problemi dell’ambiente urbano non sono unicamente problemi di inquinamento, di ambiente edificato, di natura e fauna in città . Sono soprattutto questioni di mancata gestione (ovvero di apertura) dei cicli energetici, idrici, materiali, e della perpetuazione della città  come massimo sistema dissipativo.

Definire oggi una qualche attività  umana ‘sostenibile’ nel lungo periodo è impresa per nulla semplice e forse sarebbe più corretto parlare della necessità  di perseguire uno sviluppo ‘meno insostenibile’ dell’attuale. Una visione di questo tipo non è certo nuova nella nostra cultura. Alcuni pensatori, scienziati ed economisti ne hanno indicato la necessità  già  da tempo.

Per esempio vale la pena ricordare quanto scritto da un famoso scienziato, padre della termodinamica, Rudolf Clasius: ‘in economia vi è una regola generale secondo la quale il consumo di un dato bene in un dato periodo non deve superare la sua produzione nello stesso periodo. Oggi stiamo comportandoci come eredi scialacquatori. Si estrae dal suolo quanto la forza umana e i mezzi tecnici consentono, e quel che viene estratto è consumato come se fosse inesauribile. Quando guardiamo al futuro, ci domandiamo inevitabilmente cosa accadrà  una volta che le riserve di carbone saranno esaurite’.

Queste riflessioni risalgono al 1885, a dimostrazione di come il concetto di sostenibilità  risponda soprattutto al buon senso ed a un minimo di conoscenza su come opera ed evolve la natura.

Nel 1991 il noto bioeconomista Herman Daily ha fissato quattro principi operativi per lo ‘sviluppo sostenibile’, chiarendo meglio i contorni di questo concetto:

* il peso complessivo del nostro impatto sui sistemi naturali deve essere riportato al livello in cui non superi la capacità  di carico della natura;

* il prelievo delle risorse rinnovabili non deve superare la loro velocità  di riproduzione;

* lo scarico di emissioni nell’ambiente non deve superare la capacità  di assorbimento dei recettori;

* il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità  di risorse rinnovabili che, a lungo termine, siano in grado di sostituirle.

Come attuare però la sostenibilità ? Tutte le ricerche più avanzate sull’applicazione concreta delle politiche di sostenibilità  confermano che esse devono essere capaci di rispondere ad un sapiente mix di ‘efficienza e sufficienza’. Ciò significa coniugare politiche che mirano all’ottenimento degli stessi beni e servizi con un impiego inferiore di energia e materie prime, con politiche che mirano all’ottenimento dello stesso livello di benessere con un minor impiego di beni e servizi.

Nell’ultimo capitolo dello ‘State of the World 1998’, dal titolo ‘Costruire una nuova economia’, Lester Brown e Jennifer Mitchell hanno scritto: ‘Gli ecologi sanno da molto tempo che il sistema economico esistente è insostenibile, ma pochi tra gli economisti condividono questa opinione. Quale tipo di sistema sarebbe ecologicamente sostenibile? La risposta è semplice: un sistema le cui strutture rispettino i limiti e la capacità  di carico dei sistemi naturali. Un’economia âsostenibile’ è nutrita da fonti di energia rinnovabili. à un’economia basata sul riuso e sul riciclo. Nella sua struttura imita la natura stessa dove lo scarto di un organismo diventa il sostentamento di un altro… L’economia deve soddisfare i principi dell’ecologia per poter durare nel tempo’. E ancora scrive sempre Lester R. Brown in ‘Ecoeconomy. Una nuova economia per la Terra’: ‘Gli economisti concepiscono l’ambiente come sottoinsieme dell’economia (invece) l’economia è un sottosistema dell’economia terrestre [â¦] La sola formulazione di politica economica che avrà  successo sarà  quella che rispetterà  i principi dell’ecologia.’

Oramai esiste un’ampia letteratura qualificata che dimostra la praticabilità  dello sviluppo ambientalmente sostenibile. Vi sono purtroppo immensi ritardi del mondo politico, economico ed imprenditoriale nel recepirla e metterla in pratica ed è presente inoltre un’informazione ed una conoscenza ancora generica e superficiale da parte dell’opinione pubblica nel suo complesso. A monte di tutto ciò vi sono interessi, resistenze al cambiamento, malafede e ignoranza.

L’umanità  del terzo millennio ha la possibilità  concreta (oltre che l’imperativo morale) di cambiare rotta e avviarsi sulle strade della sostenibilità . Certamente si tratta di un percorso difficile, che richiede un approccio nuovo, dinamico e orientato al futuro.

Lo sviluppo locale autosostenibile

La questione della sostenibilità  dello sviluppoallora, per essere posta correttamente, deve affrontare la trasformazione delle regole genetiche dello sviluppo stesso, trovando una risposta al problema nella proposizione dello sviluppo locale autosostenibile.

All’origine del concetto di sviluppo locale cui, per esempio, la Rete del Nuovo Municipio si riferisce, poniamo soprattutto gli approcci (self-reliance, basic needs, sviluppo autocentrato, ecosviluppo) che hanno insistito sulla valorizzazione delle risorse territoriali e delle identità  locali, considerandoli come atto fondativo di modelli alternativi di sviluppo.

Approcci che hanno di conseguenza modificato profondamente i criteri di valutazione e gli indicatori dello sviluppo stesso (dal PIL a sistemi di parametri qualitativi: bisogni umani fondamentali, democrazia, salute, sicurezza, autogoverno, equilibrio ecologico, identità , spazio collettivo, ecc.).

Nel concetto di autosostenibilità  la RNM (Rete Nuovo Millenio) pone in particolare l’accento sulla ricerca di regole insediative (ambientali, urbanistiche, produttive, economiche, ecc.) che risultino di per se produttive di omeostasi locali e di equilibri di lungo periodo fra insediamento umano e sistemi ambientali.

Il concetto di sviluppo locale autosostenibile richiede una radicale trasformazione di paradigma analitico e progettuale.

Lo sviluppo locale assume i connotati politici della ricerca di stili di sviluppo alternativi ai processi di omologazione e/o di dipendenza indotti dalla globalizzazione, fondativi di un mondo plurale, degerarchizzato, come soluzione strategica all’insostenibilità  (non solo ambientale) dell’attuale modello di sviluppo che destruttura culture, crea polarizzazione sociale ed economica e povertà  su scala mondiale. Il rafforzamento delle società  locali, attraverso il progetto di sviluppo locale autosostenibile, può consentire l’attivazione di strategie ‘lillipuziane’, tessendo reti non gerarchiche, un fitto reticolo in grado di contrastare le grandi reti, fortemente centralizzate, della globalizzazione economica.

Il concetto di autosostenibilità  si fonda sull’assunto che solo una nuova relazione coevolutiva fra abitanti-produttori e territorio sia in grado di determinare equilibri durevoli fra insediamento umano e ambiente, riconnettendo nuovi usi, nuovi saperi, nuove tecnologie alla sapienza ambientale storica.

Pertanto autosostenibilità  e autodeterminazione, sviluppo sostenibile e sviluppo autocentrato, divengono concetti strettamente interdipendenti. Il concetto di autosostenibilità  allude alla necessità  di un profondo ridimensionamento dell’’economico’ che, divenuto dominante, ha destabilizzato i processi di autorganizzazione del sottosistema ‘sociale’ e della natura; nonchè alla necessità  di un contemporaneo sviluppo del ruolo delle istituzioni locali.

à necessario un forte processo di decentralizzazione che consenta il rafforzamento di pratiche di cooperazione e di partecipazione, e sviluppi nuove forme di comunità  che garantiscano a loro volta nuovi processi di accumulazione di capitale sociale.

La ricostruzione della comunità  è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile: la comunità  che ‘sostiene se stessa’ fa sì che l’ambiente naturale possa sostenerla nella sua azione; l’azione conservativa (anche di valori ambientali) che non promani dalla fiducia interna e dalla selfâreliance è destinata a creare resistenze e fallimenti.

Il riavvicinamento fra abitanti e produttori fa sì che si renda possibile una riappropriazione diffusa dei saperi ambientali. D’altra parte le tecniche e le procedure per la riconquista del saper costruire e mantenere il territorio sono un momento importante della ricostruzione della municipalità . Il processo può innescarsi favorendo lo sviluppo di attività  microsociali, cooperative, comunitarie, autorganizzate a scala locale, così come incentivando la costruzione di reti locali di attori intorno a progetti di trasformazione.

Un modello di sviluppo locale autosostenibile richiede, da un lato una riappropriazione di saperi e sapienza ambientali diffusi da parte della comunità  insediata, dall’altro la ridefinizione della municipalità  e degli istituti di governo del territorio nella direzione dell’esercizio diretto di questi saperi; finalizzando a questa riappropriazione lo sviluppo e la qualificazione dei poteri dei municipi.

La valorizzazione del patrimonio territoriale come base della produzione della ricchezza, da parte degli abitanti-produttori, richiede che il municipio svolga il ruolo di promotore dello sviluppo nei confronti: a) dell’economia (controllo di coerenza dei settori e delle tipologie produttive da insediare, attivazione di economie ambientali e territoriali, sviluppo di politiche sull’agricoltura e sull’ambiente assunti come servizio pubblico); b) della produzione e gestione dell’energia e dell’acqua; c) della finanza pubblica finalizzata a progetti di trasformazione ecologica.

Neomunicipalismo, nuova democrazia e partecipazione

Un’amministrazione pubblica può attivare processi di partecipazione per molti motivi, ciascuno dei quali importante e legittimo, ma motivi diversi implicano strategie e metodi e strumenti diversi.

Un primo motivo è quello dell’informazione; un secondo motivo è quello della costruzione del consenso; un terzo motivo è quello di fornire ai cittadini e alle loro espressioni organizzate la possibilità  di essere parte del processo di formazione del progetto e di decisione sulle modalità  di realizzazione.

In una democrazia rappresentativa tale motivo non implica in generale una restituzione della ‘delega’ ai cittadini, ma implica che il processo di costruzione delle decisioni tenga esplicitamente in conto in modo programmatico ed esplicito l’opinione espressa dai cittadini e che anche a partire da essa la decisione venga presa. In questo caso si ha una sorta di estensione della rappresentanza che riteniamo essere indispensabile per la costruzione di una visione condivisa.

A differenza delle forme più rigide di concertazione e negoziazione, la partecipazione, e con questo termine mi riferisco ad una grande varietà  di esperienze, è un processo di interazione aperta e imprevedibile, caratterizzato da un tasso più elevato di mobilitazione delle energie e della creatività  sociali.

Il coinvolgimento degli abitanti nella progettazione del territorio pone al centro del dibattito il tema specifico degli strumenti da utilizzare, dei metodi e delle tecniche.

Se si riconosce la valenza progettuale del sapere laico, tradizionalmente escluso come base conoscitiva all’interno dei processi tradizionali e si condivide l’obiettivo di mettere in discussione posizioni consolidate per avviare una ristrutturazione di situazioni problematiche, è utile che le attività  corrispondano ad un processo strutturato, basato sull’uso di metodologie, strumenti raffinati ed atteggiamenti non convenzionali degli esperti (Giusti).

Tale impostazione consente di costruire le situazioni problematiche nel corso dell’azione e il progetto non mantiene una connessione lineare tra fasi conoscitive e decisionali, ma assume una modalità  recursiva, tale da rendere fluido il distinguo tra attività  conoscitive e progettuali. Questo modello produce una modifica nella percezione della realtà  da parte degli abitanti, creando continue nuove visioni di realtà .

La conoscenza diventa allora strumento di trasformazione delle situazioni e svela l’effetto progettuale implicito, modificando la capacità  degli attori di incidere nella realtà .

Città  in transizione, comunità  resilienti

In risposta alla doppia pressione del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici, alcune comunità  pionieristiche del Regno Unito, d’Irlanda e di altre nazioni, stanno attuando un approccio integrato e partecipativo per ridurre il proprio consumo di combustibili fossili e migliorare la propria capacità  di sostenere il fondamentale cambiamento che accompagnerà  il picco del petrolio. Iniziative di transizione verso un futuro a più basso consumo di energia e a un più grande livello di comunità  resiliente, capace cioè di affrontare e superare le due sfide più dure che si presentano all’umanità  all’inizio del 21° secolo (appunto, i cambiamenti climatici indotti dall’effetto serra e il picco del petrolio ma più in generale l’esaurimento delle risorse).

Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità  di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare: una sorta di flessibilità  rispetto alle sollecitazioni.

L’attuale società  industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città  consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità  di merci da una parte all’altra del pianeta.

à facile scorgere l’estrema fragilità  di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà  si paralizza. Questa non è resilienza.

I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità  libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità  (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).

Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità . La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.

Le iniziative di transizioni (attualmente in corso in tante città  nel Regno Unito e altrove nel mondo) rappresentano il modo più promettente di coinvolgere le persone e le comunità  a intraprendere delle azioni ad ampia portata, che sono richieste per mitigare gli effetti del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici.

Inoltre, questi sforzi di cambiamento sono progettati per tradursi in una vita più soddisfacente, socialmente più collegata e più equa.

Il modello di transizione è un insieme di principi e pratiche del mondo reale che sono state costruite nel tempo con la sperimentazione e l’osservazione delle comunità , così da portare avanti e costruire resilienze locali e ridurre la nostra impronta ecologica e le emissioni di carbonio.

Alla base del modello di transizione c’è un riconoscimento dei seguenti fattori:

* i cambiamenti climatici e il picco del petrolio richiedono un’azione urgente;

* la vita con meno energia è inevitabile ed è meglio pianificarla che essere colti di sorpresa;

* la società  industriale ha perso la ‘resilienza’ per essere in grado di far fronte alla crisi energetica dobbiamo agire insieme e dobbiamo agire ora.

Per quanto riguarda l’economia mondiale e gli schemi consumistici all’interno di essa – fino a quando le leggi della fisica si applicano – la crescita infinita all’interno di un sistema finito (come è il pianeta Terra), semplicemente non è possibile. Abbiamo dimostrato fenomenali livelli di ingegno e di intelligenza mentre abbiamo corso lungo la curva dell’energia nel corso degli ultimi 150 anni, e non vi è alcun motivo per cui non siamo in grado di utilizzare al meglio queste qualità  e altre, per negoziare la nostra discesa dal picco della montagna dell’energia. Se programmiamo e agiamo con sufficiente anticipo, e usiamo la nostra creatività  e la cooperazione per liberare l’ingegno all’interno delle nostre comunità  locali, possiamo allora costruire un futuro che potrebbe essere molto più che soddisfacente e arricchente, più collegato e più gentile sulla terra degli stili di vita che abbiamo oggi.

La transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società  industrializzata dall’attuale modello economico, profondamente basato su una vasta disponibilità  di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.

Nascono così le Transition Towns, città  e comunità  che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione. E l’elemento di forza di questo progetto è che è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.

Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà  una grande opportunità  che va colta e valorizzata. Il movimento di transizione è lo strumento per farlo.

Ri-progettare l’economia: dal sistema lineare al sistema ciclico

Ogni azione umana determina un assorbimento/acquisizione di risorse dall’ambiente da una parte e, dall’altra, il rilascio di varie emissioni, quali agenti chimici e/o fisici, sostanze più o meno tossiche, rumori, ecc. L’emissione comporta il rilascio di sostanze nell’ambiente, mentre l’uso di materie prime determina il prelievo di sostanze dall’ambiente. Sia le estrazioni/prelievi che le emissioni sono forme di impatto ambientale.

Ogni forma di impatto ha quindi alla base lo scambio di sostanze nell’ambiente e il sistema di produzione e consumo. Questo sistema, come insieme di azioni umane nel suo complesso, ha determinato impatti che non sono assorbibili dagli ecosistemi e che compromettono l’equilibrio e la sopravvivenza della flora e della fauna e finanche dell’uomo.

Scrive Barry Commoner nel suo famoso libro ‘Il cerchio da chiudere’(1986): ‘Gli esseri umani hanno spezzato il cerchio della vita, spinti non da necessità  biologiche ma da una organizzazione sociale che hanno progettato per conquistare la natura [â¦] Una volta ancora, per sopravvivere, dobbiamo chiudere il cerchio.’

Bisogna allora definire una strada verso la sostenibilità  ambientale (ecologica). E i percorsi praticabili, che possono essere diversi, devono tutti partire dal presupposto che, affinché le attività  umane possano continuare indefinitivamente e senza perdita di qualità  ambientale, è necessario che la loro impronta sugli ecosistemi sia tendente a zero. E quindi che sia tendente a zero (ovvero che sia sostenibile nel senso definito da Herman Daly) ogni attività  di prelievo che porti ad impoverirli, ed ogni attività  di re-immissione che tenda ad accumulare sostanze con caratteristiche e concentrazioni diverse da quelle iniziali.

In sostanza è il ‘concetto di ciclo chiuso’ che va riconosciuto e metabolizzato in ogni azione antropica. Un concetto che nasce come metafora del tentativo di creare analogie e corrispondenze tra sistema produttivo della natura, caratterizzato da interdipendenza e reciprocità  di tutti i rapporti vitali a tutti i livelli dell’ecosistema, e l’ecosistema umano.

Il ciclo produttivo della natura vivente è chiuso dal momento che i rifiuti vengono ritrasformati in sostanza assimilabili dai produttori primari e rimessi in ciclo; tutti gli organismi naturali ingeriscono, trasformano ed espellono materia per ottenere l’energia e la biomassa necessarie alla sopravvivenza e alla riproduzione.

Il richiamo alle economie a ciclo chiuso diventa quindi una scelta strategica per ri-progettare le cose, i sistemi, gli spazi e i tempi dell’economia di oggi.

Purtroppo ancora oggi tale trasformazione appare lontana nonostante che si manifestino sotto gli occhi di tutti i fenomeni di cambiamento ambientale globale in atto dovuti al nostro scriteriato modello di sviluppo.

In sostanza, una città  sostenibile è una città :

* energeticamente efficiente: gli obiettivi dell’Unione Europea ‘20 – 20 – 20 entro il 2020’ vanno adottati da subito per essere in linea fra 11 anni con gli altri Paesi europei (alcuni dei quali addirittura rilanciano con obiettivi di riduzione per gli anni successivi del 80%, come per esempio la Gran Bretagna, che prevede entro il 2016 tutte le nuove abitazioni, e il 2019 per i centri commerciali, a Zero Carbon);

* che si produce da se l’energia che le serve: una città  solare che ci porta verso l’autonomia energetica;

* che chiude il ciclo dell’acqua nelle case e nella città  (recupera e usa le acque piovane e riduce l’impermeabilità  del territorio);

* che si pone come obiettivo rifiuti zero;

* che si muove a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico;

* che non consuma più suolo per crescere.

[Alla prossima puntata la declinazione di questi punti]

Note

1 Alex Langer, ‘La conversione ecologica potrà  affermarsi soltanto se apparirà  socialmente desiderabile’, 1994

2 In questo testo il termine ‘sostenibile’ è molto utilizzato e non sempre in una accezione condivisibile da chi sostiene la necessità  di una decrescita conviviale; per questo è sempre virgolettato. à chiaramente una scelta dell’autore in quanto nell’immaginario collettivo, istituzionale, tecnico, politico, â¦, è ancora ampiamente (e spesso inutilmente) utilizzato (e abusato). Per qualunque osservazione e/o chiarimento sul tema reputo che il riferimento bibliografico ottimale sia (ad esempio, per citarne uno) ‘Come sopravvivere allo sviluppo’ di Serge Latouche (Bollati Boringhieri, 2005).