Mai come in questo momento il ragionamento urbanistico costituisce la cartina di tornasole del nostro pensiero sulla città , dandoci l’occasione per evidenziare sia la direzione complessiva, sia le criticità del percorso seguito sin qui, e per porci alcune domande ancora in attesa di risposta.
Negli anni che abbiamo alle spalle, la precedente Amministrazione del Comune di Parma ha condotto una riflessione sulle scelte strategiche per lo sviluppo della città , sfociata nel 2005 nella stesura di un Piano Strutturale Comunale.
à stato il punto di arrivo di un percorso amministrativo e politico decennale, nel quale è confluita un’idea di città maturata cogliendo, volta per volta, le potenzialità di un contesto grazie al quale l’Amministrazione ha usufruito di ingenti finanziamenti straordinari e dell’utilizzo di strumenti innovativi e flessibili di trasformazione urbana.
Questa forte progettualità è il risultato di vari elementi di diversa natura, tra cui:
* Una stagione di rinnovato protagonismo degli enti locali e di personalizzazione del ruolo dei Sindaci, inaugurato dall’elezione diretta.
* Il forte ritardo infrastrutturale e la sensazione di immobilismo in cui versava la città .
* Il civismo come cifra del progetto politico che esaltava e incoraggiava la città nella sua ambizione ad un ruolo preminente e il perseguimento di una qualità della vita sempre maggiore.
* La logica degli stanziamenti straordinari e delle opere pubbliche finanziate attraverso extra oneri, che ha innescato un circolo di progettualità e finanziamenti che si è autoalimentata nel tempo.
Da una parte, in anni di progressiva diminuzione delle entrate proprie e di riduzione dei trasferimenti statali, in attesa di una riforma federale che non arrivava mai, una delle priorità delle Amministrazioni è stata il reperimento di risorse che garantissero almeno il mantenimento degli standard di qualità dei servizi, senza dover pagare il costo, politicamente fatale, dell’aumento delle tariffe o delle imposte.
Dall’altra parte, la salutare apertura al concetto di competizione, essenziale per dare una scossa al sistema Italia, si è irradiata sul modo di vedere le città , che cominciano a essere guardate come soggetti antagonisti sul terreno dell’attrazione delle risorse.
Si sviluppa dunque, un concetto di marketing territoriale che spinge gli amministratori a competere nell’attrazione di iniziative economiche, inserite all’interno dei grandi corridoi della mobilità che stanno ridisegnando la presenza umana sul territorio.
E intorno a queste dinamiche si sviluppa una narrazione politica e valoriale basata su alcuni assiomi impliciti:
1) Si deve crescere per non decrescere. Oggi città medie come la nostra non sono più in grado di mantenere il livello di servizi e qualità della vita che hanno raggiunto, senza puntare su un rilancio dello sviluppo economico.
2) Non vogliamo crescere in quantità , per non snaturare l’identità della città , il suo equilibrio di vivibilità , la sua tipicità socio-culturale. Per crescere in qualità e non in quantità , dobbiamo aumentare il livello di ‘afferenza‘ della città , cioè il numero di persone che utilizzano i nostri servizi. Dobbiamo puntare ad una città più accessibile e attrattiva, se vogliamo mantenere in vita, senza ridurne la qualità , quelle realtà culturali ed economiche che ci contraddistinguono.
3) Possiamo aumentare l’afferenza della città se puntiamo sulle funzioni alte, come la ricerca nel campo dell’agroalimentare, la logistica di nuova generazione, un nuovo sistema di mobilità pubblica, un’offerta culturale di eccellenza o un sistema di welfare che bilanci gli squilibri socio-demografici in atto; funzioni che possono aiutarci a terziarizzare il manifatturiero, a produrre servizi innovativi e a puntare sui segmenti alti dell’economia della conoscenza, cioè quei fattori capaci di attrarre generatori di ricchezza materiale e immateriale, capitale umano qualificato e nuovi investitori.
Questo il paradigma. Ambizioso. Forse esagerato, perché intanto il federalismo fiscale non arriva, e i decreti attuativi tarderanno ancora anni. La depauperazione dell’autonomia fiscale degli enti locali è nel frattempo proseguita, arrivando addirittura a privare i Comuni dell’unica imposta diretta loro assegnata, l’ICI. Le finanze dello Stato versano in condizioni gravi, e sopperiscono con trasferimenti tardivi e incerti. La stagione dei finanziamenti straordinari è tramontata.
Infine arriva la crisi, che non è solo economica e finanziaria, ma è la crisi di un modello di sviluppo, messo in discussione non tanto nei suoi aspetti più immediati, che presto o tardi verranno riassorbiti, ma nella sua componente più profonda, quella di un’idea di sviluppo che si basa su richieste di spesa e di investimenti presenti, ma il cui costo, in termini economici, politici e sociali, è lasciato tutto in conto a soggetti futuri.
à sbagliato, dunque, pensare che il rientro alla normalità possa significare la ripresa di certi ritmi e di certi meccanismi di spesa, che infatti in quegli anni venivano alimentati con modalità e con quantità di natura straordinaria.
Arriviamo ad oggi, al bivio. Possiamo confermare quel modello di sviluppo? à un modello sostenibile oggi? La città che compete, che si vende e cerca di conquistare acquirenti, è capace di fare comunità , socialità e integrazione, di innescare alleanze e trovare soluzioni comuni, soluzioni a somma positiva tra istituzioni, soggetti, interessi diversi al suo interno, e all’esterno obiettivi convergenti tra città diverse? Se dobbiamo modificarlo, in cosa e perché? Nuove domande a cui non bastano più le vecchie risposte. E che preludono ad altre ancora, di portata anche maggiore. Che città vogliamo essere? Che società vogliamo essere? Che benessere vogliamo perseguire?
La nuova stagione urbanistica sarà il laboratorio da cui necessariamente scaturiranno queste risposte.