Paesaggio rurale, reti locali

Vivo in una microarea rurale, situata al confine fra le province di Torino e di Asti, ed in un contesto collinare, che l’ esclusione dalle vie pesanti del traffico e la separatezza dall’ industrializzazione espansiva torinese hanno preservato dal rischio di perdere tipicità  ambientali e paesaggistiche, che in altre parti del territorio suburbano sono rapidamente scomparse. Il paesaggio rurale che vedo è una trama continua di normale semplicità : vallette, colline basse, corsi d’acqua, una zona densa di boschi, biotopi di flora e fauna locale, una viabilità  non impattante, piccole tracce del lavoro umano del passato, segni del sacro difuso! Nulla di straordinario, molto di irripetibile.

La conservazione di piccoli patrimoni paesaggistici come questo appare un problema etico, culturale e politico, ben prima di quanto non ponga questioni di norme da applicare. Del resto, l’ applicazione intelligente delle norme presuppone una idea univoca ad esse soggiacente, che lo stesso Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è lungi dal proporre con inequivoca chiarezza. Il concetto di paesaggio vi appare infatti assunto secondo una pluralità  di accezioni non perfettamente coincidenti. Descrittivamente, esso indica “parti omogenee di territorio, i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”(art.131). Normativamente, paesaggio è l’ espressione dei valori presenti nei territori, intesi “quali manifestazioni identitarie percepibili”(art.131). E’ un contenitore di beni della scena visibile: cose contraddistinte da “bellezza singolare o non comune”, aree che compongono un caratteristico aspetto,”avente valore estetico e tradizionale”, “bellezze panoramiche considerate come quadri”, punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico, “dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”(artt. 134 136). Ma paesaggio è pure il termine di una pianificazione specifica, ancorché estesa a tutto il territorio regionale, attraverso l’elaborazione di appositi Piani paesaggistici che interagiscono con le scelte della pianificazione territoriale generale. Di qui una prima questione: se il paesaggio sia una “parte estraibile” dal territorio secondo parametri selettivi di qualità , che consentono ad esempio di attribuire la qualifica “di notevole interesse pubblico ai fini paesaggistici” a specifici beni, aree e territori. Non sfugge come l’intento di salvaguardare caratteristiche storiche, culturali, naturali, morfologiche ed estetiche “che abbiano significato o valore identitario del territorio in cui ricadono, o che siano percepite come tali dalle popolazioni”(art.138 del Codice) implica un certo slittamento dalla pretesa oggettività  del bene “in sé” alla discrezionalità  del valore che viene ad esso attribuito e risulta insito nella sua rappresentazione. Ma che accade (seconda questione) quando attraverso il criterio del paesaggio è invece l’intero territorio ad essere considerato sotto una certa angolazione di valore? Non ne deriva una certa tensione fra “beni del paesaggio” e ” paesaggi come beni”, che induce a chiedersi che cosa comporti realmente fare del paesaggio in quanto tale un parametro di riconoscimento, tutela e valorizzazione? Questo per dire che il modo in cui una pianificazione paesaggistica possa concorrere alla normativa regionale sul governo complessivo del territorio lascia aperto un ventaglio di opzioni possibili, in termini più o meno cogenti di vincoli, indirizzi, scelte complessive, interventi rivolti a specifici ambiti e verso unità  locali di limitate dimensioni.

La pluralità  delle accezioni implicate dalla nozione di paesaggio non è priva di dirette ricadute sulla gestione desiderabile delle trasformazioni a livello locale. Quando si afacciano preoccupazioni di salvaguardia di patrimoni paesistici e ambientali “di vita quotidiana”, si trova sempre chi pensa che i poveri conservino il mondo in cui vivono, in quanto non hanno i mezzi economici e tecnici sufficienti per alterarlo a piacere, al

fine di arricchirsi. E chi ritiene che la conservazione meticolosa sia la sindrome snob dei veramente ricchi, i soli che avendo già  tutto possono anche permettersi di ostentare sobrietà . Toccherebbe dunque alle classi intermedie, dei non troppo ricchi e appagati, dei non troppo desolatamente poveri, sobbarcarsi il duro compito di “costruire” il mondo. Nutrendo anche l’aspettativa ritenuta quanto mai legittima di ricevere dalle amministrazioni locali piani, supporti e incentivi, che si collocano entro la retorica della devoluzione, sempre più spinta “verso il basso”, di funzioni e poteri decisionali. Evocare a questo proposito la sussidiarietà  verticale mi pare del tutto improprio. Tale criterio chiede di instaurare un rapporto adeguato fra lo svolgimento di funzioni e la scala a cui esse sono ottimalmente esercitate (che è, o dovrebbe essere, la scala a cui operano l’ente o l’istituzione titolare dell’ esercizio di tali funzioni). Ma se il criterio sussidiario ha a che vedere con la legittimità  della decisione, nulla ancora dice circa la qualità  della decisione stessa, e la sua capacità  di avere visione, e di produrre efficienza ed efficacia nella soluzione di problemi. Ancor meno convincente è la sussidiarietà  verticale e rischia di confondersi pericolosamente con un decentramento “per abbandono”quando non giunga mai ad incontrarsi con l’energia attiva e propositiva espressa da reti associative e volontaristiche, che perseguono beni comuni di qualità  ambientale e paesaggistica generabili localmente. Tali reti associative sono una risorsa della cittadinanza, poiché mostrano, in concreto, la diferenza che intercorre fra l’homo civicus attento ai beni comuni e lo stakeholder mero portatore di interessi; a patto, s’intende, che tali reti, nell’ occuparsi di questioni pubbliche anche in ambiti circoscritti, costruiscano e mantengano un equilibrio vitale fra diritti e doveri, responsabilità  e proposta: “solo in questo modo l’esaltazione delle autonomie locali, il recupero dell’ amor loci non si trasforma in una chiusura all’ interno della propria identità , ma diventa strumento privilegiato per la ricostruzione di una tradizione civica, per la difusione di forme di azione cooperatrice, per l’allargamento del capitale sociale condiviso”( F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari Dedalo 2004). Sussidiarietà  compiuta si potrà  avere, promuovendo connessioni virtuose fra piccole amministrazioni e piccole reti associative civiche, e sviluppando una interdipendenza generatrice di “cura dei luoghi” e “sviluppo del loro statuto”.

Le aree rurali di collina sono un campo ideale, per sperimentare dei progetti locali attenti alla salvaguardia dei valori e capaci di esaltare le proprietà  distintive dei luoghi. La collina, a diferenza della pianura urbanizzata, non è sede di un forte potere politico ed amministrativo. A diferenza della costa ingolfata, non attira speculazione commerciale e traffico intenso in entrata e in transito. Si apre alle ibridazioni e alle varietà . La costituzione di una Nuova società  rurale di collina richiederà  di mantenere una forte interconnessione fra tutti gli elementi e le funzioni (lavorare, abitare, accogliere, fruire delle qualità  naturali e culturali ecc.) del luogo entro un progetto locale che riconosce i valori ambientali, sa innestarvi delle attività  umane coerenti, produzioni sostenibili, una residenzialità  ben sorretta da servizi difusi per il benessere e la qualità  di vita di persone e comunità . Nell’orizzonte di una Nuova società  rurale, la salvaguardia dei valori paesaggistici è un requisito essenziale e comporta l’adozione ed il rispetto di elementari regole di intelligenza pianificatoria:

  • tenere fuori dei flussi di attraversamento nodale le forme storiche degli insediamenti;
  • evitare di fondere in agglomerati indistinti i nuclei densi e le case sparse e mantenere anche alle frazioni la loro riconoscibilità ;
  • impedire il riempimento additivo della fascia collinare, e la saturazione della distanza che separa i nuclei storici alla sommità  e le vie di scorrimento veloce a fondo valle;
  • insediare le vie del traffico nodale sul basso, previa valutazione adeguata dei flussi esistenti e delle potenziali mobilità , e del risparmio di spazio consentito da più efficienti e veloci reti telematiche;
  • potenziare i supporti fisici delle reti telematiche in parola, e renderle di accesso culturale e sociale amichevole e difuso, anche a correzione del digital divide intergenerazionale;
  • contenere l’impatto ambientale delle infrastrutture più invasive con tutte le opportune scelte di mitigazione e compensazione;
  • favorire un criterio generale di complementarietà  ed oscillazione fra “vuoti” e “pieni”, linee e isole, nodi e flussi, in un quadro dal forte significato tassonomico riconoscibile.

Sembra implicito che ciò comporti una più elevata e governata interdipendenza fra zone abitate, campagne coltivate e naturalità  fruibile, perseguendo l’obiettivo di avere più natura e più qualità  ambientale nell’ urbano, più qualità  sociale e maggiore dotazione culturale nel rurale. Non vanno tuttavia in tale direzione, e appaiono perciò destinati ad intrinseca contraddittorietà , quei programmi detti di “sviluppo locale” peraltro ampiamente perseguiti negli ultimi tempi che pretendono di realizzare obiettivi fra loro sostanzialmente incoerenti: costruire aree industriali, dispositivi di supporto alle attività  agroalimentari, capannoni di stoccaggio e lavorazione, infrastrutturazioni di viabilità  pesante, ma avere anche negli stessi luoghi, con gli stessi piani, talora con gli stessi finanziamenti produzioni di agricoltura biologica tipica e di nicchia, turismo di alta qualità , beni culturali e ambientali ripristinati e fruibili, riuso di centri storici per nuova residenzialità  e accoglienza. Programmi che sovente si esauriscono con i finanziamenti che li hanno alimentati, lasciando dietro di sé più dissipazione di risorse che capitale sociale sviluppato ed autosostenibile. Per concludere con una immagine. Non sembra dubbio che gli amanti del silenzio ed i cultori del chiasso non possono convivere, gli uni accanto agli altri, nel rispetto delle loro specifiche preferenze. Poiché alla fine il gioco è a somma zero, i meno invadenti finiranno per soccombere. Allo stesso modo, si può dire che un impatto da crescita sregolata, non governata secondo una visione di coerenza e sostenibilità , va a danno della base fisica che regge i valori territoriali, attenta alle loro qualità  microsistemiche, e finisce per produrre l’effetto Chronos: il territorio che “mangia se stesso”, perde valori autentici ed espelle deiezioni e degradi. Di questi esiti perversi la qualità  delle forme percettive, e la bellezza dei luoghi, saranno le prime e silenziose vittime.

2008-09-04T11:19:41+00:00