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Il paesaggio, la memoria, il futuro: le voci divergenti.

E’ esperienza abbastanza frequente quella che constata come molte questioni politiche e progettuali, che hanno per posta la conservazione e la trasformazione dei luoghi e dei paesaggi, assomiglino a delle liti fra gli amanti del silenzio e i cultori del chiasso; liti in cui è impossibile la convivenza nel rispetto reciproco delle rispettive preferenze e dove, di regola, i meno invadenti, meno prepotenti, meno ‘realisti’, soccombono.

La constatazione vale per i destini del paesaggio in generale: ‘Il paesaggio di una nazione è il sedimento visuale e tattile di millenni di storia. Lo guardiamo e introiettiamo con gli occhi, ma il nostro corpo lo assorbe anche mentre percorriamo viali di città , strade di paese e sentieri di colline’(Luciano Gallino, Al di sotto della legge, in ‘Micromega’n. 3,2009, p.169). Che ne è di questa pellicola, resistente e insieme fragilissima? Commenta Gallino: ‘Per un paio di millenni gli abitanti della penisola hanno costruito nell’ insieme un capolavoro dell’umanità  – il paesaggio italiano. Invece da mezzo secolo hanno preso a distruggerlo, grazie appunto all’assenza di leggi che quasi nessuno di loro sembra volere. Di tutti gli articoli della Costituzione, quello che essi sembrano avere collettivamente in maggiore spregio è il nono, secondo comma…’. La spiegazione prossima è il deficit di legalità , ossia il mancato rispetto delle leggi che ci sono e l’ assenza di leggi più adeguate a tutelare e ordinare il territorio. La conclusione suona come una lapide tombale: ‘gli italiani hanno fatto del loro paese il più volgarmente brutto d’Europa’ (ibidem, p.170).

E’pur vero che proprio i momenti di difficoltà  e di crisi fanno risaltare la distanza che separa un volgo disperso, ‘che nome non ha’ e non rilutta nemmeno a mettere in vendi-ta i gioielli di famiglia, e un dèmos responsabi-le, che si vuole capace di custodire e trasmette-re ciò che ha ricevuto, come patrimonio non alienabile da consegnare a custodi successivi. Ma l’interruzione nel senso della continuità  storica ed il suo azzerarsi nell’eterno attimo (o ‘attimino’) della comunicazione, hanno indebolito l’orizzonte di precomprensione, che era assicurato da linguaggi e simboli condivisi. La tradizione viene a ridursi al semplice passaggio di mano in mano di oggetti – materiali e immateriali – che non sono più pienamente compresi nella loro portata simbolica.

Il sostegno al lavoro della tutela istituzionale e sociale ne risulta indebolito, perché ad essa non si può chiedere di rendere nuovamente riconoscibile una trama di valori che hanno perduto evidenza pubblica e legittimità  culturale.

Nel ‘loro’ paesaggio, i gruppi sociali si riconoscevano come appartenenti ad una determinata storia e trovavano il fondamento – simbolico, spaziale, locale – della loro identità . Il paesaggio diventava componente del patrimonio materiale e immateriale, alimentando l’autoriconoscimento di una comunità  sociale e politica. Non a caso, l’articolo 9 della Costituzione italiana associa paesaggio e patrimonio storico e arti-stà­co come elementi di una comune identità  nazionale. E l’unico richiamo costituziona-le ad un ‘sacro dovere’ (la ‘difesa della patria’, di cui all’art. 52) potrebbe oggi assumere nuovi contenuti, che vanno dalla tutela della base fisica (il suolo) a quei tratti di patrimonio, identità , memoria, che fanno la distinzione specifica di una provincia nel mondo globalizzato.

Il paesaggio carnale del mondo esterno per contro si deforma e dilegua, quando il paesaggio umano, morale e sociale, deperisce. L’instaurarsi di una ‘inimicizia crescente’ fra storia e vita cancella la vita da un passato che fu presente, e lo rende definitivamente passato. Allora individui e popoli prendono a vagare disorientati e confusi, come anziani in preda all’Alzheimer:dalla abolizione del passato non può infatti che derivare la distruzione del presente.

Inoltre, come gli individui fisici, anche le comunità  sociali vedono, intorno e davanti a sè, con due occhi: l’uno aperto, dalla memoria, al riconoscimento ed alla conservazione del loro passato, l’altro aperto alla vita e all’azione, nella visione di un futuro in cui sia sensato e plausibile incamminarsi.

Mi chiedo dunque se, dietro la debolezza e perfino la mancanza assoluta di norme ben proposte e fatte valere con efficacia, non operi, più in profondità , l’interruzione definitiva di una continuità  storica, che fino a ieri si dava per scontata. Fino a ieri potevamo ‘presupporre’ di avere alle spalle un passato da ereditare e su cui inerpicarci, come i nani sui giganti nella immagine di Bernardo di Chartres rivisitata da Robert Merton. Oggi siamo chiamati ad operare, sotto la nostra intera responsabilità , una selezione critica di quanto il passato lasci, in consegna provvisoria, alla memoria.

La quale memoria procede a sua volta non già  per sereni svolgimenti e chiari percorsi di avanzamento; piuttosto si appoggia, come ha suggerito Benjamin, su momenti sparsi, bagliori intermittenti; si muove entro registri di temporalità  differenti, mai compiute o perfettamente integrate; conosce sopravvivenze, sopravvenienze, ritorni, latenze, cesure. Così la pratica della memoria diventa, da culto di una eredità  pacificamente ammessa, risorsa di una decisione aperta, incerta sul futuro, che assume in sé come costitutiva anche la decisione su un passato.

Dilaga oggi, in realtà , una forma spuria di revivescenza del passato, che si limita al ricorso retorico a qualche ‘radice’. Una scorciatoia derogatoria, e tuttavia comoda, perché

abolisce il compito stesso della selezione e risolve all’apparenza il problema di quale passato vogliamo farci eredi e continuatori. Tuttavia le radici, quand’anche vengano fatte oggetto di compunta devozione o di mera affabulazione, non spiegano né giustificano nulla. Vi sono campi – diceva Paul Hazard del nazionalismo del primo Novecento – di cui si tracciano le difese con tale zelo che non si trova più tempo e modo di coltivarli. Né l’elogio delle radici soppianta il giudizio, sugli esiti a cui esse conducono.

‘Dal frutto infatti si conosce l’albero’ (Matteo 12,33): ‘e sano e vivo è solo l’albero che non ha paura di portare frutti’ (E. Mounier, Che cos’è il personalismo, Torino, 1975, p.38).

Il mainstream corrente è ancora diverso. Si autoesonera da nostalgie e rimpianti, e semplicemente rifiuta di considerare come problema qual si voglia trasformazione del mondo: una realtà  da noi fabbricata o maneggiata, che dia vantaggio, renda utilità , produca benefici economici, non necessita di alcuna altra legittimazione. Se un’opera è vantaggiosa, sarà  già  in sé buona, e a sufficienza bella. Al tribunale dell’utile vengano – semmai – a giustificarsi i valori del patrimonio, storico, artistico, paesistico. Superino l’esame, oppure si acconcino a vita stentata, e perfino, come i Buddha della montagna sgretolata dai Talebani, si rassegnino a scomparire. ‘La perdita di terreni agricoli e di spazi liberi per promuovere edilizia ad ogni costo, case dopo case, quartieri di bruttezza, ghetti condominiali, e traffico d’asfalto senza limiti, è una sconfitta spirituale. Chi non odia la verità  può comprendere’(così un non apocalittico Guido Ceronetti, in ‘La Stampa’ 15.5.2009, p.37).

Il compito che abbiamo davanti, in relazione alle sfide del paesaggio e del progetto dei luoghi, è dunque impegnativo e perfino ‘smisurato’. Non pretende di meno che reimmettere sentimento nella visione e nella frequentazione degli ambienti fisici e degli spazi sociali. E di ricomporre legami – percettivi, estetici, politici, simbolici – che sono stati azzerati dal predominio di una pervicace congruenza tecnologica e funzionale, che ha assunto la produzione del mondo come fine ultimo, ed ha elevato il consumo a diversivo di massa della disperazione.

Fronteggiare il compito richiederebbe, in verità , di ante-vedere (in) quale mondo intendiamo abitare, in modo da non allontanarci troppo da una attesa di felicità . Ma felicità  è parola eccessiva, ingannevole in generale, e non meno se applicata alla vita e ai luoghi. Più consono forse il rimando alla pratica di quelle piccole virtù, che consentono che le grandi diventino possibili. Coltivare piccoli compiuti luoghi del sentimento è una cura, modesta ma efficace, che vale la pena di tentare ovunque possibile.

Il paesaggio, la memoria, il futuro: le voci divergenti.2011-01-17T12:52:02+00:00

Paesaggio rurale, reti locali

Vivo in una microarea rurale, situata al confine fra le province di Torino e di Asti, ed in un contesto collinare, che l’ esclusione dalle vie pesanti del traffico e la separatezza dall’ industrializzazione espansiva torinese hanno preservato dal rischio di perdere tipicità  ambientali e paesaggistiche, che in altre parti del territorio suburbano sono rapidamente scomparse. Il paesaggio rurale che vedo è una trama continua di normale semplicità : vallette, colline basse, corsi d’acqua, una zona densa di boschi, biotopi di flora e fauna locale, una viabilità  non impattante, piccole tracce del lavoro umano del passato, segni del sacro difuso! Nulla di straordinario, molto di irripetibile.

La conservazione di piccoli patrimoni paesaggistici come questo appare un problema etico, culturale e politico, ben prima di quanto non ponga questioni di norme da applicare. Del resto, l’ applicazione intelligente delle norme presuppone una idea univoca ad esse soggiacente, che lo stesso Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è lungi dal proporre con inequivoca chiarezza. Il concetto di paesaggio vi appare infatti assunto secondo una pluralità  di accezioni non perfettamente coincidenti. Descrittivamente, esso indica “parti omogenee di territorio, i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”(art.131). Normativamente, paesaggio è l’ espressione dei valori presenti nei territori, intesi “quali manifestazioni identitarie percepibili”(art.131). E’ un contenitore di beni della scena visibile: cose contraddistinte da “bellezza singolare o non comune”, aree che compongono un caratteristico aspetto,”avente valore estetico e tradizionale”, “bellezze panoramiche considerate come quadri”, punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico, “dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”(artt. 134 136). Ma paesaggio è pure il termine di una pianificazione specifica, ancorché estesa a tutto il territorio regionale, attraverso l’elaborazione di appositi Piani paesaggistici che interagiscono con le scelte della pianificazione territoriale generale. Di qui una prima questione: se il paesaggio sia una “parte estraibile” dal territorio secondo parametri selettivi di qualità , che consentono ad esempio di attribuire la qualifica “di notevole interesse pubblico ai fini paesaggistici” a specifici beni, aree e territori. Non sfugge come l’intento di salvaguardare caratteristiche storiche, culturali, naturali, morfologiche ed estetiche “che abbiano significato o valore identitario del territorio in cui ricadono, o che siano percepite come tali dalle popolazioni”(art.138 del Codice) implica un certo slittamento dalla pretesa oggettività  del bene “in sé” alla discrezionalità  del valore che viene ad esso attribuito e risulta insito nella sua rappresentazione. Ma che accade (seconda questione) quando attraverso il criterio del paesaggio è invece l’intero territorio ad essere considerato sotto una certa angolazione di valore? Non ne deriva una certa tensione fra “beni del paesaggio” e ” paesaggi come beni”, che induce a chiedersi che cosa comporti realmente fare del paesaggio in quanto tale un parametro di riconoscimento, tutela e valorizzazione? Questo per dire che il modo in cui una pianificazione paesaggistica possa concorrere alla normativa regionale sul governo complessivo del territorio lascia aperto un ventaglio di opzioni possibili, in termini più o meno cogenti di vincoli, indirizzi, scelte complessive, interventi rivolti a specifici ambiti e verso unità  locali di limitate dimensioni.

La pluralità  delle accezioni implicate dalla nozione di paesaggio non è priva di dirette ricadute sulla gestione desiderabile delle trasformazioni a livello locale. Quando si afacciano preoccupazioni di salvaguardia di patrimoni paesistici e ambientali “di vita quotidiana”, si trova sempre chi pensa che i poveri conservino il mondo in cui vivono, in quanto non hanno i mezzi economici e tecnici sufficienti per alterarlo a piacere, al

fine di arricchirsi. E chi ritiene che la conservazione meticolosa sia la sindrome snob dei veramente ricchi, i soli che avendo già  tutto possono anche permettersi di ostentare sobrietà . Toccherebbe dunque alle classi intermedie, dei non troppo ricchi e appagati, dei non troppo desolatamente poveri, sobbarcarsi il duro compito di “costruire” il mondo. Nutrendo anche l’aspettativa ritenuta quanto mai legittima di ricevere dalle amministrazioni locali piani, supporti e incentivi, che si collocano entro la retorica della devoluzione, sempre più spinta “verso il basso”, di funzioni e poteri decisionali. Evocare a questo proposito la sussidiarietà  verticale mi pare del tutto improprio. Tale criterio chiede di instaurare un rapporto adeguato fra lo svolgimento di funzioni e la scala a cui esse sono ottimalmente esercitate (che è, o dovrebbe essere, la scala a cui operano l’ente o l’istituzione titolare dell’ esercizio di tali funzioni). Ma se il criterio sussidiario ha a che vedere con la legittimità  della decisione, nulla ancora dice circa la qualità  della decisione stessa, e la sua capacità  di avere visione, e di produrre efficienza ed efficacia nella soluzione di problemi. Ancor meno convincente è la sussidiarietà  verticale e rischia di confondersi pericolosamente con un decentramento “per abbandono”quando non giunga mai ad incontrarsi con l’energia attiva e propositiva espressa da reti associative e volontaristiche, che perseguono beni comuni di qualità  ambientale e paesaggistica generabili localmente. Tali reti associative sono una risorsa della cittadinanza, poiché mostrano, in concreto, la diferenza che intercorre fra l’homo civicus attento ai beni comuni e lo stakeholder mero portatore di interessi; a patto, s’intende, che tali reti, nell’ occuparsi di questioni pubbliche anche in ambiti circoscritti, costruiscano e mantengano un equilibrio vitale fra diritti e doveri, responsabilità  e proposta: “solo in questo modo l’esaltazione delle autonomie locali, il recupero dell’ amor loci non si trasforma in una chiusura all’ interno della propria identità , ma diventa strumento privilegiato per la ricostruzione di una tradizione civica, per la difusione di forme di azione cooperatrice, per l’allargamento del capitale sociale condiviso”( F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari Dedalo 2004). Sussidiarietà  compiuta si potrà  avere, promuovendo connessioni virtuose fra piccole amministrazioni e piccole reti associative civiche, e sviluppando una interdipendenza generatrice di “cura dei luoghi” e “sviluppo del loro statuto”.

Le aree rurali di collina sono un campo ideale, per sperimentare dei progetti locali attenti alla salvaguardia dei valori e capaci di esaltare le proprietà  distintive dei luoghi. La collina, a diferenza della pianura urbanizzata, non è sede di un forte potere politico ed amministrativo. A diferenza della costa ingolfata, non attira speculazione commerciale e traffico intenso in entrata e in transito. Si apre alle ibridazioni e alle varietà . La costituzione di una Nuova società  rurale di collina richiederà  di mantenere una forte interconnessione fra tutti gli elementi e le funzioni (lavorare, abitare, accogliere, fruire delle qualità  naturali e culturali ecc.) del luogo entro un progetto locale che riconosce i valori ambientali, sa innestarvi delle attività  umane coerenti, produzioni sostenibili, una residenzialità  ben sorretta da servizi difusi per il benessere e la qualità  di vita di persone e comunità . Nell’orizzonte di una Nuova società  rurale, la salvaguardia dei valori paesaggistici è un requisito essenziale e comporta l’adozione ed il rispetto di elementari regole di intelligenza pianificatoria:

  • tenere fuori dei flussi di attraversamento nodale le forme storiche degli insediamenti;
  • evitare di fondere in agglomerati indistinti i nuclei densi e le case sparse e mantenere anche alle frazioni la loro riconoscibilità ;
  • impedire il riempimento additivo della fascia collinare, e la saturazione della distanza che separa i nuclei storici alla sommità  e le vie di scorrimento veloce a fondo valle;
  • insediare le vie del traffico nodale sul basso, previa valutazione adeguata dei flussi esistenti e delle potenziali mobilità , e del risparmio di spazio consentito da più efficienti e veloci reti telematiche;
  • potenziare i supporti fisici delle reti telematiche in parola, e renderle di accesso culturale e sociale amichevole e difuso, anche a correzione del digital divide intergenerazionale;
  • contenere l’impatto ambientale delle infrastrutture più invasive con tutte le opportune scelte di mitigazione e compensazione;
  • favorire un criterio generale di complementarietà  ed oscillazione fra “vuoti” e “pieni”, linee e isole, nodi e flussi, in un quadro dal forte significato tassonomico riconoscibile.

Sembra implicito che ciò comporti una più elevata e governata interdipendenza fra zone abitate, campagne coltivate e naturalità  fruibile, perseguendo l’obiettivo di avere più natura e più qualità  ambientale nell’ urbano, più qualità  sociale e maggiore dotazione culturale nel rurale. Non vanno tuttavia in tale direzione, e appaiono perciò destinati ad intrinseca contraddittorietà , quei programmi detti di “sviluppo locale” peraltro ampiamente perseguiti negli ultimi tempi che pretendono di realizzare obiettivi fra loro sostanzialmente incoerenti: costruire aree industriali, dispositivi di supporto alle attività  agroalimentari, capannoni di stoccaggio e lavorazione, infrastrutturazioni di viabilità  pesante, ma avere anche negli stessi luoghi, con gli stessi piani, talora con gli stessi finanziamenti produzioni di agricoltura biologica tipica e di nicchia, turismo di alta qualità , beni culturali e ambientali ripristinati e fruibili, riuso di centri storici per nuova residenzialità  e accoglienza. Programmi che sovente si esauriscono con i finanziamenti che li hanno alimentati, lasciando dietro di sé più dissipazione di risorse che capitale sociale sviluppato ed autosostenibile. Per concludere con una immagine. Non sembra dubbio che gli amanti del silenzio ed i cultori del chiasso non possono convivere, gli uni accanto agli altri, nel rispetto delle loro specifiche preferenze. Poiché alla fine il gioco è a somma zero, i meno invadenti finiranno per soccombere. Allo stesso modo, si può dire che un impatto da crescita sregolata, non governata secondo una visione di coerenza e sostenibilità , va a danno della base fisica che regge i valori territoriali, attenta alle loro qualità  microsistemiche, e finisce per produrre l’effetto Chronos: il territorio che “mangia se stesso”, perde valori autentici ed espelle deiezioni e degradi. Di questi esiti perversi la qualità  delle forme percettive, e la bellezza dei luoghi, saranno le prime e silenziose vittime.

Paesaggio rurale, reti locali2008-09-04T11:19:41+00:00
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