‘Ogniqualvolta incontriamo sistemi viventi â organismi, parti di organismi o comunità  di organismi â possiamo osservare che i loro componenti sono disposti a mo’ di rete. Ogniqualvolta osserviamo la vita, osserviamo delle reti.’

(Fritjof Capra, La rete della vita, (1996), Bur Scienza, Milano 2005, p. 96)

L’alterazione e la cancellazione di habitat sono parte dei normali processi evolutivi della natura, possono avvenire lentamente, per cause geologiche o climatiche, o essere provocate da eventi catastrofici repentini, come un uragano, un’eruzione vulcanica, un terremotoâ¦ Negli ultimi decenni, a causa del disturbo indotto dalle attività  antropiche sugli ecosistemi naturali e seminaturali, tali processi hanno conosciuto un’accelerazione sconosciuta in altre epoche e rischiano di compromettere seriamente i meccanismi di autoregolazione della natura; meccanismi da cui dipendono in larga misura la stabilità  e la qualità  dell’ambiente, e dove la biodiversità 1 gioca un ruolo fondamentale.

I processi di trasformazione spaziale che caratterizzano l’attuale scenario territoriale (crescita diffusa degli insediamenti, sviluppo delle infrastrutture, trasformazione intensiva degli agroecosistemiâ¦) hanno interposto sistemi di barriere, spesso insormontabili, ai flussi di organismi, energia biologica e materia che si sviluppano tra i vari elementi del paesaggio, e che sono indispensabili per mantenere elevati livelli di biodiversità . Tali processi hanno semplificato drasticamente il mosaico paesistico, attraverso l’isolamento forzato e la riduzione superficiale, fino alla vera e propria scomparsa, di habitat strategici per la funzionalità  ecosistemica e la stabilità  ambientale.

L’alterazione, il degrado e la distruzione degli habitat naturali e seminaturali, la loro frammentazione e il conseguente isolamento, costituiscono, per le ragioni sinteticamente accennate, i nodi centrali delle attuali politiche di conservazione della biodiversità . Il paradigma delle reti ecologiche, alla cui base c’è l’idea di contrastare tali processi promuovendo un’azione che riduca l’isolamento dei frammenti e ricomponga la continuità  ambientale (Malcevschi, Bisogni & Gariboldi, 1996; Bennett, 2004; Jongman & Pungetti, 20042), trasferisce queste tematiche alla pianificazione territoriale.

Proposto dal mondo scientifico attorno agli anni Ottanta del secolo scorso, il concetto di rete ecologica ha trovato piena affermazione nelle politiche dell’Unione Europea, grazie soprattutto alla Direttiva 92/43/CEE ‘Habitat’, che promuove la Rete Natura 2000 quale strumento fondamentale per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie floristiche e faunistiche minacciate o rare a livello comunitario. Natura 2000 è, infatti, il primo tentativo a scala europea di costruire un sistema di gestione della biodiversità  fondato sull’individuazione di aree di pregio funzionalmente collegate tra loro.

In linea con l’orientamento europeo, le reti ecologiche sono oggi riconosciute come veri e propri piani per la conservazione della biodiversità , e si collocano tra i principali obiettivi di numerose regioni, province e comuni.

La Provincia di Reggio Emilia, nell’ambito del nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (Ptcp), redatto ai sensi della l.r. 20/2000 e adottato nel novembre del 2008, ha promosso la realizzazione di una Rete Ecologica Provinciale (Rep), la cui attuazione è strettamente connessa alla previsione delle reti ecologiche comunali (Rec), intese come sue necessarie specificazioni e approfondimenti. Il Ptcp stesso chiede ai comuni di provvedere – in fase di adeguamento dei propri Piani Strutturali Comunali (Psc) – alla redazione di analisi di dettaglio per la definizione delle aree che, in questo disegno, diventano elementi funzionali della rete ecologica a scala locale, e fornisce i riferimenti necessari per la loro progettazione nelle Linee Guida per l’Attuazione della Rep.

Il presente lavoro illustra l’approccio metodologico e i risultati delle analisi ecologiche condotte sul sistema ambientale del Comune di Casalgrande (RE), per la formazione del Quadro Conoscitivo del nuovo Piano Strutturale Comunale. Tali analisi, sposando a pieno l’approccio ecosistemico proposto dal Ptcp, anticipano e danno fondamento scientifico al progetto di rete ecologica comunale attualmente in fase di elaborazione.

La rete ecologica del Ptcp di Reggio Emilia: una rete polivalente

In una prospettiva di sviluppo sostenibile, il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Reggio Emilia ha promosso un modello di rete ecologica multifunzionale e polivalente, capace di rispondere a esigenze multiple e di concorrere in modo sinergico al riequilibrio ecologico e ambientale del territorio reggiano, un territorio sottoposto a rilevanti pressioni antropiche.

Come si deduce dai documenti di Piano, il progressivo degrado del patrimonio naturale e gli scompensi degli ecosistemi su cui poggia il governo del territorio, impongono politiche ed azioni di riqualificazione che non si pongano quale unico obiettivo la conservazione delle valenze naturalistiche ancora presenti, ma viceversa garantiscano, mediante il consolidamento e la realizzazione ex-novo di unità  ecosistemiche stabili, la funzionalità  del sistema ambientale nel suo complesso.

Se la tutela e l’innalzamento dei livelli di biodiversità  costituiscono l’obiettivo centrale della rete, essa dovrà  altresì garantire funzioni vitali quali: la riduzione dei rischi di cambiamenti climatici, il bilanciamento dei microclimi, la salvaguardia idrogeologica, la produzione di energie rinnovabili, la compensazione degli impatti antropici, il controllo degli organismi nocivi ed infestanti, la stabilità  dell’agroecosistema, oltre alla realizzazione di opportunità  per una fruizione qualificata e appagante dell’ambiente di vita della popolazione.

à questo un approccio che emerge chiaramente anche dalle stesse strategie individuate dal Ptcp, quale fondamento per l’attuazione della Rep. Tali strategie prevedono:

*    l’incremento della naturalità  multifunzionale, al fine di garantire il riequilibrio ecosistemico delle zone dove i livelli di artificializzazione risultano eccessivi;

*    il riequilibrio della componente naturale dell’ecosistema, in particolare negli ambiti collinari e montani, dove la ripresa del bosco è avvenuta a scapito di altre categorie ecosistemiche non più in grado di ricostituirsi attraverso processi naturali (praterie, ambienti rupestri);

*    il contenimento del consumo di suoli fertili e di vegetazione, ovvero delle unità  ambientali capaci di funzionare come accumulatori di carbonio (carbon sink) attraverso la presenza di biomasse vegetali e/o di suolo fertile, e di fornire quindi un contributo positivo ai processi di cambiamento climatico globale;

*    il mantenimento o la ricostruzione della connettività  ecologica, per arginare i processi di frammentazione in atto nel territorio e garantire, attraverso la ricomposizione dell’unitarietà  del sistema ambientale complessivo, elevati livelli di biodiversità ;

*    la sostenibilità  nel tempo degli agroecosistemi, per sostenere, attraverso la realizzazione di mosaici agricoli biologicamente complessi e diversificati e la promozione di tecniche ecocompatibili, il ruolo di presidio del territorio che gli agroecosistemi possono potenzialmente svolgere.

Il modello di rete ecologica proposto dal Ptcp implica quindi, in primo luogo, la necessità  di contenere l’alterazione strutturale del mosaico paesistico nel suo complesso, senza focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla realizzazione di nuovi sistemi di connessione ecologica tra lembi residui di territorio naturale. Né tanto meno considera esaustiva la salvaguardia delle aree di più elevato valore ambientale, in virtù della loro integrità  ecologica (le aree protette istituzionalmente riconosciute o i Sic e le Zps della Rete Natura 2000), accettando implicitamente che la maggior parte del territorio – la matrice paesistica – abbia livelli di qualità  bassi o molto bassi.

La conservazione – come osserva Luigi Boitani – non può restringere la sua attenzione alle sole aree naturali e alla rete delle loro interconnessioni, ‘â¦ perché la vera sfida si gioca nella matrice nella quale tali aree sono inserite.’3 à questo un modo di vedere che, già  in anni meno recenti, ha avuto importanti precursori in autorevoli figure del panorama scientifico italiano. Nel 1965 Valerio Giacomini, auspicando una ‘naturalità  diffusa’ a tutto il territorio, scriveva: ‘La conservazione della natura concepita in senso unitario non deve limitarsi ad agire nelle riserve o con lo strumento delle riserve. Deve estendersi anche fuori, senza limiti schematici, con una continuità  spaziale ininterrotta. Deve giungere ovunque, fin nel cuore delle città , delle campagne intensamente coltivate, delle località  turistiche di moda.’ 4

Il concetto di rete ecologica polivalente promosso dal Ptcp porta quindi in primo piano la qualità  globale della matrice territoriale, la sua connettività , la sua valenza relazionale, e la sua capacità  di compensazione e miglioramento del sistema ambientale e paesaggistico. Emerge da tale concezione l’esigenza di sviluppare modelli di pianificazione innovativi, che non si basino tanto sull’individuazione di biòtopi5 di qualità  connessi da corridoi verdi omogenei, quanto sulla costruzione di scenari differenziati, calibrati sulla presenza o sul deficit di risorse dei paesaggi (Paolinelli, 2003)6. Scenari che, sfruttando le attitudini dei singoli siti, consentano di contenere e ridurre il degrado e la frammentazione del sistema ambientale, contribuendo efficacemente alla sua riqualificazione diffusa e producendo nuovi equilibri favorevoli alle esigenze di conservazione della biodiversità  e della stabilità  ambientale.

Detto altrimenti, ciò significa perseguire la realizzazione di una rete continua e diffusa di unità  ecosistemiche naturali e antropiche, in grado di svolgere i ruoli funzionali necessari ad un sistema complesso, integrando le esigenze della fauna e della flora con quelle dell’uomo. Un sistema di aree corridoio, eterogenee e polivalenti che, guidato dalle idoneità  potenziali e in atto dell’ambiente, escluda soltanto le aree irrimediabilmente compromesse dal punto di vista biologico. à questa un’interpretazione forte del concetto di rete ecologica, intesa non come un generico insieme di interazioni tra unità  territoriali localizzate, bensì come un insieme di relazioni selettive ed orientate dalle specificità  delle singole componenti ecosistemiche, capaci di strutturare ed irrobustire l’armatura del territorio.

La valutazione del sistema ambientale di Casalgrande: il Grafo ecologico

La pianificazione urbanistica del Comune di Casalgrande ha maturato nell’ultima stagione una nuova e maggiore sensibilità  verso i temi della sostenibilità  ambientale, della riqualificazione diffusa del territorio e della progettazione ecologicamente orientata. Da un lato le sollecitazioni provenienti dalla pianificazione provinciale, dall’altro i bisogni e le attese esplicitati dal corpo sociale della città 7, particolarmente toccato dalle intense dinamiche della crescita urbana dell’ultimo decennio, hanno dato nuova forza a questi temi, trasformandoli in nodi centrali delle politiche di governo del territorio comunale.

In quest’ottica il nuovo Psc di Casalgrande ha attribuito specifico risalto alla valutazione del sistema ambientale del territorio comunale. Tale valutazione muove da un paradigma di analisi di tipo sistemico, entro il quale il paesaggio è concepito come un sistema di unità  spaziali ecologicamente diverse, fra loro interrelate, cioè come un sistema di ecosistemi, o meta-ecosistema (Forman e Godron, 1986; Ingegnoli, 1993)8, caratterizzato da molteplici domini gerarchici di scale spazio-temporali. Questo approccio mira a far emergere sia le relazioni spazio-temporali tra gli elementi del sistema stesso (relazioni da cui può derivare la comprensione dei suoi principi di organizzazione), sia le ricadute che trasformazioni circoscritte a singoli ambiti possono produrre sul sistema complessivo.

In coerenza con questo orientamento, le analisi condotte sul territorio di Casalgrande si sono avvalse di un modello fondato sui principi dell’Ecologia del paesaggio, che consente di ridurre i processi in atto sul territorio, in genere molto complessi e ramificati, ad uno schema funzionale sintetico, attraverso il quale è possibile proporre e verificare ipotesi di lavoro: il Grafo ecologico (Fabbri, 2003, 2007)9.

Tale modello muove dal presupposto che un sistema ambientale possa essere articolato in diversi settori ecologici separati tra loro da barriere, naturali o antropiche, che possono avere diversi gradi di permeabilità , o essere di fatto impermeabili al passaggio di energia e materia.

La funzionalità  del sistema ambientale, ossia la sua capacità  di mantenere una costanza di struttura e di funzionamento, nonostante i disturbi dovuti a interventi di varia origine, è vincolata all’efficienza dei flussi di energia e materia che, attraversando il paesaggio, ne garantiscono la stabilità , e quindi, in ultima analisi, alla disponibilità  di percorsi funzionali a tali flussi (O’Neill, Johanson & King, 1989)10. Percorsi che, viceversa, oggi appaiono sempre più pesantemente compromessi e ridotti dalla progressiva frammentazione ed insularizzazione del paesaggio, dovuta soprattutto alla crescita indiscriminata e spesso autoreferenziale degli insediamenti antropici.

Appare evidente che, per stimare il funzionamento ecologico di un sistema ambientale, è necessario individuare tanto i collegamenti tra i singoli settori dell’organizzazione paesistica, lungo i quali si muovono i flussi di materia ed energia, quanto i punti di sconnessione, le barriere, che si frappongono, quali ostacoli o interruzioni, a tali flussi e determinano il livello di frammentazione11.

Il Grafo ecologico, quantificando e correlando la produzione di energia biologica12 di un sistema ambientale, la sua percentuale di verde ad alta qualità  e la permeabilità  delle sue barriere, consente di analizzare e valutare l’insieme delle aree rurali e naturali come componenti interagenti di un unico sistema, o, detto altrimenti, di una rete ecologica virtuale. Di ogni singolo elemento del sistema ambientale il grafo ‘pesa’ sia il valore intrinseco, sia il valore che tale elemento assume in relazione alle altre componenti del sistema stesso, in termini di potenzialità  di scambio di flussi di energia e materia. In altre parole, il grafo permette di riprodurre con un buon grado di chiarezza e sinteticità , la rete dei flussi energetici che sostengono l’organizzazione paesistica dell’ambito analizzato, evidenziando altresì i principali punti di rottura del sistema ambientale complessivo, dove l’interferenza tra la rete antropica e la matrice naturale appare più critica. Sono questi i punti il cui superamento risulta indispensabile per la realizzazione di un adeguato sistema di connessioni ambientali.

In termini operativi la costruzione del Grafo ecologico ha richiesto, in primo luogo, l’individuazione dei settori ecologici secondo cui articolare il territorio analizzato13. Tali settori sono stati definiti quali micro-mosaici di biòtopi naturali, seminaturali e agricoli, la cui organizzazione è contraddistinta dalla libera circolazione di energia e materia all’interno del perimetro del settore stesso. Ciascun settore è stato definito assumendo quali limiti sia barriere antropiche (infrastrutture lineari e insediamenti urbani a tessuto continuo e discontinuo), sia barriere morfologiche (crinali strutturali, intesi come spartiacque per i flussi di trasporto legati all’acqua).

Per ogni singolo settore, rappresentato graficamente da un nodo, è stata calcolata una serie di indici di controllo14 propri dell’Ecologia del paesaggio, finalizzati a valutare in termini oggettivi la ricchezza energetica del sistema ambientale in relazione alle risorse interne disponibili. L’integrazione di tali indici ha consentito di quantificare, per ogni settore, il livello di metastabilità  (Im), inteso come la capacità  del sistema di ‘reagire’ a eventuali disturbi, mantenendo (sistemi resistenti) o recuperando (sistemi resilienti15) la propria uniformità . La metastabilità  rappresenta la componete statica del sistema, ovvero la quantità  di risorse allocate all’interno del settore. Raggiungere una soglia di metastabilità  significa raggiungere il limite al di là  del quale non è più possibile il mantenimento, di fronte a stress ambientali, delle condizioni di sopravvivenza degli organismi; significa in altre parole cambiare la configurazione paesaggistica in atto. Se tale metamorfosi non è compatibile con un paesaggio di scala maggiore, o non è in grado di incorporare il regime locale di disturbi, ciò può indicare che tutto il sistema è in degrado e vi è la necessità  di un’azione di risanamento.

Nel presente caso, la metastabilità  di ciascun settore è stata calcolata combinando il suo valore di biopotenzialità  territoriale (Btc)16, che ne individua la capacità  latente di autoequilibrio, riassumendone le caratteristiche funzionali (resistenza, stabilità , biomassa, produzione primaria lorda, respirazione), con un parametro K, che ne misura invece le caratteristiche strutturali.

Assunto, infatti, che ciascun settore è formato da biòtopi diversi (per tipologia, forma e dimensione), diversamente dislocati nello spazio, il valore di metastabilità  deve necessariamente tener conto anche della struttura secondo la quale i biòtopi stessi si organizzano all’interno del settore considerato. A tale proposito, l’Ecologia del paesaggio ha ribadito che per comprendere il funzionamento del paesaggio come organizzazione, non sono sufficienti le informazioni ricavate dallo studio di un singolo elemento, inteso come realtà  a se stante, ma è invece necessario analizzare la reciproca dislocazione degli elementi, quindi la posizione di un biòtopo rispetto all’altro.

Il parametro K è quindi un indicatore strutturale di tipo sintetico, che tiene conto sia della configurazione del settore, della sua maggior o minor compattezza e della maggior o minor permeabilità  del suo perimetro, sia della sua diversità  e del tipo di distribuzione delle macchie interne.

Nel caso specifico, tale parametro è stato calcolato considerando l’indice di evenness (D)17 e lo sviluppo dell’area ecotonale (Ae)18, che complessivamente soppesano la predisposizione al verificarsi di scambi energetici tra le diverse tessere dell’ecomosaico; scambi su cui si regge la stabilità  ecologica del sistema paesistico-ambientale.

Sulla base dei valori di metastabilità  dei singoli settori è stato possibile calcolare un valore medio riepilogativo, che riassume sinteticamente la qualità  ecologica del sistema ambientale analizzato. Tale valore pari a 1,89 [Mcal/mq*anno] conferma l’intrinseca debolezza ecologica dell’ambito territoriale indagato. à un indice caratteristico di sistemi a resistenza medio-bassa, in cui prevalgono biòtopi a scarsa energia propria di mantenimento, la cui efficienza e conservazione dipende dall’apporto di energia sussidiaria19.

I singoli settori sono poi stati messi in relazione reciproca, quantificando la componente dinamica del sistema, cioè il flusso energetico scambiato tra i settori stessi. Si è quindi calcolata la connettività  intesa come la possibilità -probabilità  che ogni settore, tenuto conto del tipo di barriera che lo delimita spazialmente, scambi energia e materia con i settori limitrofi. I legami20, che rappresentano le connessioni tra settori adiacenti, sono simboleggiati graficamente da linee ed archi.

La lettura dell’indice di connettività , pari a 0,33, denota, nell’area di analisi, elevati livelli di frammentazione ambientale. In particolare si registra un forte squilibrio nella distribuzione degli elementi naturali ed antropici. Alla diffusione massiccia ed ubiquitaria di elementi che generano frammentazione si contrappone infatti la presenza ridotta, e concentrata solo in aree circoscritte, di quelli che favoriscono la connessione del sistema.

Considerazioni emergenti per la progettazione della rete ecologica comunale

Dall’analisi condotta mediante il modello descritto, sono scaturite indicazioni strategiche per la progettazione della rete ecologica comunale di Casalgrande.

In primo luogo, il modello ha consentito di evidenziare la natura ecotonale, o di margine, dell’area in esame, inclusiva di due realtà  ecologicamente differenti e fortemente in contrasto, che tendono rapidamente a chiudersi e a diminuire i flussi reciproci d’energia:

*  l’area dei versanti collinari pre-appenninici, dove le porzioni di territorio a naturalità  diffusa risultano ancora consistenti. Qui le colture foraggere, connesse alla produzione del Parmigiano Reggiano, si alternano a tasselli residui di vigneti, in parte ancora organizzati secondo lo schema tipico della piantata padana, e a macchie consistenti di vegetazione boschiva. Il risultato è un paesaggio caratteristico, improntato da un mosaico di tipo naturaliforme;

*  l’area a forte antropizzazione della pianura, connotata da un’alta densità  di urbanizzazione e da importanti realtà  industriali connesse al settore della ceramica, oltre che da un’agricoltura cerealicola intensiva di tipo industriale, organizzata in campi agricoli tecnologici. Qui la diversità  ecologico-paesistica, definita dalla compresenza di elementi del paesaggio il cui metabolismo è regolato da flussi energetici compatibili, è molto ridotta. Ad eccezione dei corridoi fluviali del Secchia e del Torrente Tresinaro, la presenza di macchie di vegetazione di rilevanza paesistica appare del tutto marginale. Si tratta quindi di un sistema paesistico in condizioni di severa criticità  e profonda debolezza ecologica, segnato da un profondo deficit biotico, oltre che da perdita di permanenza storica e di qualità  morfologica.

In secondo luogo, la dimensione dei nodi, direttamente proporzionale al valore di metastabilità  dei singoli settori, e lo spessore dei legami, corrispondente all’efficacia delle connessioni, e quindi degli scambi energetici tra settori adiacenti, hanno permesso di individuare con un buon livello di oggettività :

*  le aree di più rilevante valore ecologico che, a prescindere dalla loro tipologia e composizione, devono essere salvaguardate con maggior attenzione;

*  le connessioni più efficienti da non rimuovere con la realizzazione di nuove barriere antropiche, perché essenziali per la stabilità  ecologica del sistema;

*  le aree ecologicamente più compromesse, sia in termini di risorse che di scambi energetici, e quindi strategicamente poco significative all’interno del sistema ambientale. In queste aree dovrebbero essere concentrati gli interventi antropici e le trasformazioni indispensabili per lo sviluppo del sistema economico-produttivo.

La lettura comparata delle tre tipologie di aree sopra evidenziate ha condotto all’individuazione delle principali direttici di connessione ecologica, allo stato di fatto non totalmente compromesse che, in un’ottica sistemica, risultano strategiche e su cui deve pertanto essere focalizzata l’azione progettuale. Tali direttrici sono definite da una sequenza di settori che, per le caratteristiche morfologiche e strutturali del mosaico di biòtopi che li caratterizza e per il grado di connessione reciproca, configurano potenzialmente una rete ecologica diffusa.

L’andamento delle direttrici individuate dovrà  guidare la localizzazione spaziale degli interventi e delle azioni puntuali previste dalle Linee di Attuazione della Rep per la realizzazione della rete ecologica comunale. In altre parole tali direttrici consentiranno di territtorializzare, a livello comunale, le strategie per il riequilibrio ecosistemico individuate dal Ptcp a livello provinciale, correlandole alle tre categorie ecosistemiche (Aree naturali multifunzionali N, Aree antropizzate U, Agroecosistemi A), che il piano stesso definisce come strutturali per l’assetto ecosistemico del territorio.

Il Grafo ecologico ha costituito pertanto uno strumento propedeutico alla costruzione del progetto della Rec maneggevole e di facile lettura, idoneo a promuovere azioni mirate ad una riqualificazione diffusa del territorio che, rifuggendo una distribuzione indifferenziata e spesso dispendiosa degli interventi, consente di integrarli in un’ottica sistemica, capace di cogliere e restituire l’organizzazione stessa del paesaggio e incrementarne sinergie e potenzialità .

In conclusione, si riportano di seguito le indicazioni, finalizzate al progetto della rete ecologica comunale, scaturite dal confronto tra le direttrici di connessione ecologica evidenziate dal modello del grafo e le categorie ecosistemiche strutturali definite dal Ptcp:

Aree naturali multifunzionali (N):

*  individuazione e gerarchizzazione delle aree che possono svolgere un ruolo come capisaldi della rete (nodi e corridoi);

*  individuazione di mosaici naturaliformi, su cui dovrà  essere incentrato il sistema di connessione locale tra le aree della Rete Natura 2000 (in questo caso esterne al comune), le aree protette a livello provinciale, e altre aree di rilevanza naturalistica (parchi provinciali, oasi faunistiche, zone di tutela naturalistica del Ptcp, aree di reperimento);

*  individuazione di unità  ambientali naturali prive di istituti di tutela, complementari alle precedenti (aree boscate, alvei ed ambienti ripari, specchi idrici e zone umide).

Aree antropizzate (U):

*                  individuazione di elementi o di insiemi di elementi che costituiscono fattori prioritari di frammentazione, e più in generale di pressione antropica, sia a livello provinciale (Rep), che a livello comunale (Rec);

*                  individuazione dei varchi potenzialmente minacciati da processi di addensamento edificatorio, il cui mantenimento è di interesse prioritario sia a livello provinciale (Rep), che a livello comunale (Rec);

*                  individuazione di spazi liberi addossati alle principali aree insediate ed infrastrutturate, la cui conservazione risulta strategica per la compensazione della pressione antropica e il miglioramento dell’assetto ecosistemico complessivo;

*                  individuazione di aree dove l’inserimento di nuovi insediamenti o infrastrutture può risultare maggiormente compatibile con le esigenze di stabilità  ecosistemica.

Agroecosistemi (A):

*                  individuazione di aree agricole dove rafforzare il ruolo di presidio del territorio e dell’ecosistema;

*                  territorializzazione delle risorse del Piano di Sviluppo Rurale e di quelle derivanti da convenzioni tra gli agricoltori e i soggetti amministrativi titolari del programma di rete ecologica.

L’approfondimento di tali indicazioni progettuali consentirà  sia di completare e rafforzare, dove necessario, i principali percorsi di distribuzione dei flussi energetici, ottimizzando la qualità , l’efficacia e l’entità  degli interventi da realizzare, sia di migliorare, di riflesso, la funzionalità  ecosistemica dell’intero sistema ambientale.

Note

1     La biodiversità  è la risorsa fondamentale attraverso cui la natura rinnova costantemente la propria capacità  di adattamento a un ambiente sempre mutevole, e non finalizzato di per sé alla conservazione della vita. Un’elevata diversità  biologica è quindi requisito essenziale per la qualità  dell’ambiente e per la conservazione stessa della vita sul pianeta.

2     Malcevschi S., Bisogni L., Gariboldi A., Reti ecologiche ed interventi di miglioramento ambientale, Il Verde Editoriale, Milano 1996; Bennett G., Integrating biodiversity conservation and sustainable use. Lessons learned from ecological networks, World Conservation Union, Gland, 2004; Jongman R.H.G., Pungetti G., Ecological networks and greenways: concepts, design, implementation, Cambridge University Press, Cambridge, 2004.

3     Boitani L., La tutela e la valorizzazione della biodiversità  terrestre in Italia: appunti per la Rete Ecologica Nazionale, Atti del seminario nazionale Conservazione della natura e sviluppo locale: il sistema delle aree protette e la Rete Ecologica Nazionale, ECOLAVORO99, Legambiente, Ministero dell’Ambiente, Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali, Firenze 14 dicembre 1999.

4     Giacomini V., Significato e funzione dei Parchi Nazionali, in Istituto di tecnica e propaganda agraria (a cura di), I Parchi Nazionali in Italia, REDA, Roma 1965.

5     Per biòtopo si intende la più piccola unità  spaziale che sta alla base dell’organizzazione biologica del territorio (Ingegnoli V., Fondamenti di ecologia del paesaggio, Città Studi, Torino 1993).

6     Paolinelli G., La frammentazione del paesaggio periurbano. Criteri progettuali per la riqualificazione della piana di Firenze, Firenze University Press, Firenze 2003.

7 I bisogni e le attese della cittadinanza sono stati rilevati nell’ambito del Quadro Conoscitivo del Psc mediante un’attenta operazione di ascolto.

8     Forman R.T.T., Godron M., Landscape Ecology, J. Wiley & Sons, New York 1986; Ingegnoli V., op. cit., Torino 1993.

9     Il modello del Grafo ecologico è stato sperimentato per la prima volta nel 1992 nell’ambito di una ricerca sul territorio agrario della Provincia di Torino. Successive applicazioni a scala comunale, per la stesura di alcuni piani regolatori, hanno consentito di affinarne i contenuti e la metodologia operativa. Il modello revisionato è stato applicato, prima a due aree campione della provincia di Torino: il Pinerolese e il Canavese (Ambiente costruito e ambiente naturale nella storia e nella tradizione rurale della provincia di Torino – Ricerca Coldiretti – Dipartimento Interateneo Territorio, Politecnico di Torino, 2003), e solo in seguito su tutto il territorio provinciale (Nuove forme di pianificazione territoriale paesistica, Ricerca universitaria MIUR PRIN, 2004-2005) (Fabbri & Finotto, 2007). La sperimentazione su scale spaziali differenti, che corrispondono a livelli di interesse inseriti sempre entro lo stesso territorio provinciale, ha permesso di validare l’efficacia del modello. (Fabbri P., Paesaggio, pianificazione, sostenibilità , Alinea, Firenze 2003; Fabbri P., Principi ecologici per la progettazione del paesaggio, Franco Angeli, Milano 2007).

10    O’Neill R.W., Johanson A.R., King A.W., A hierarchical framework for the analysis of scale, ‘Landscape Ecology, 3, 1989, pp. 193-205.

11     La possibilità  di scambio energetico tra i diversi biòtopi naturali, seminaturali ed agricoli, sarebbe totale se non fosse ostacolata all’interno del mosaico paesistico da una serie di barriere, antropiche in primo luogo, ma anche, se pur con un maggiore livello di permeabilità , da barriere naturali (crinali, corsi d’acqua privi di vegetazione ripariale, …).

12     L’energia biologica è correlata al tipo di vegetazione presente (Odum, 1973) e, pertanto, produzione di energia e qualità  del verde sono delle variabili caratterizzanti il sistema ambientale da trattarsi contestualmente.

13    In relazione al quadro gerarchico caratteristico degli studi ambientali, si è scelto di superare la delimitazione amministrativa del territorio comunale (livello di interesse), per inquadrarlo in un contesto più ampio (livello superiore), definito secondo considerazioni di ordine morfologico. E’ stato così possibile leggere il territorio in base alla sua struttura ecologica, assumendo l’area indagata come proiezione spaziale di un determinato sistema di relazioni funzionali e strutturali.

14     Gli indici di controllo adottati sono: la biopotenzialità  territoriale (Btc), l’indice di evenness (D), e l’area ecotonale (Ae).

15     La resistenza è la capacità  di un sistema di assorbire un disturbo senza modificarsi. La resilienza è invece l’abilità  del sistema di tornare allo stato nominale dopo il disturbo.

16      La Btc (Ingegnoli, 1980, 1993, 1997, 2002) è una funzione di stato che misura la capacità  latente di auto-equilibrio di un sistema paesistico in funzione del metabolismo degli ecosistemi presenti in un territorio.

17      L’indice di evenness (D) valuta la diversità  di un mosaico paesistico, intesa come ricchezza dei tipi di elementi del paesaggio (biòtopi) che lo caratterizzano. Tale grandezza è ricavata rapportando la diversità  reale del mosaico, calcolata mediante la formula di Shannon, a quella massima teorica.

18     L’area ecotonale rappresenta il margine (ecotone) che separa biòtopi naturali e seminaturali attraverso il quale fluisce l’energia. Lo sviluppo di tale margine favorisce gli scambi energetici su cui si fonda la stabilità  di un sistema ambientale.

19     L’apparato paesistico che maggiormente influenza il valore della metastabilità  è quello Produttivo primario; circa il 52% della superficie totale dell’ambito di analisi è infatti coperta da aree agricole a carattere intensivo. Seguono l’apparato Sussidiario (costituito dalle aree industriali, dagli impianti per la produzione energetica, dalle aree estrattive e dalle infrastrutture territoriali e di grande mobilità ) e l’apparato Abitativo (costituito da elementi con funzione insediativa, residenziale e di servizio) che complessivamente investono circa il 26% dell’area di indagine. Più ridotto risulta invece l’apparato Stabilizzante, formato da elementi ad alta metastabilità , cui spettano funzioni regolatrici e protettive. Il valore riepilogativo dell’indice di metastabilità  denota infatti una presenza di aree naturali qualitativamente poco efficace e quantitativamente insufficiente (circa il 15% della superficie totale dell’ecomosaico), quindi inadeguata ad assorbire e compensare il deficit energetico imposto dal metabolismo degli apparati dell’habitat umano. Se ci si sofferma poi, sulla distribuzione spaziale degli elementi si nota inoltre, come la matrice boschiva, concentrata prevalentemente a ridosso delle pendici collinari, sia completamente sconnessa, in direzione est-ovst, per la presenza pressoché ininterrotta dell’apparato Sussidiario e di quello Abitativo. In sintesi si può concludere che, allo stato attuale, i tre sistemi matrice su cui si regge l’organizzazione funzionale del territorio – le aree naturali, le aree agricole a conduzione intensiva e l’urbanizzato (abitativo e sussidiario) – non hanno più rapporti energetici mutualistici diretti.

20     Il modello adottato è un grafo planare ‘pesato’. Ciò significa che tanto il valore dei nodi, quanto quello dei legami è stato quantificato numericamente. In particolare, il valore dei legami è stato calcolato tenendo conto del contenuto energetico dei settori tra cui avviene lo scambio (definito dal loro valore di metastabilità ), del loro perimetro di contatto e del livello di permeabilità  delle barriere che li separano.