La 45ma settimana sociale di Pistoia e Pisa

Dal 18 al 21 ottobre 2007, a cento anni dalla prima, Pistoia e Pisa hanno ospitato la 45ma Settimana Sociale che ha avuto come argomento: “Il bene comune oggi. Un impegno che viene da lontano”. Senza dubbio si é trattato di una tematica di grande interesse e, per molti aspetti, anticonformista, considerato l’egoismo di individui e popoli che caratterizza l’attuale fase storica. Nel messaggio inviato ai partecipanti Benedetto XVI ha afermato che “il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell’intera umanità “. E in un recente intervento ha ricordato come i continui e persistenti conflitti per la supremazia economica e per l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendano sempre più difficile l’impegno di coloro che, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale, aggiungendo: “C’é bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”. Infatti “solo l’adozione di uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, potrà  favorire l’instaurarsi di un ordine di sviluppo giusto e sostenibile” 1. Negli stessi giorni, riferendosi alla situazione italiana il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha sottolineato che la diversità  di opinione non può “bloccare il processo di ricerca del bene comune per inseguire tanti beni particolari, che non aiutano l’Italia a crescere”, ricordando che non per niente la Chiesa italiana ha scelto “di dedicare la recente settimana sociale a una riflessione sul bene comune” 2. Gli spunti di riflessione oferti dalle relazioni, dalla tavola rotonda e dal dibattito sono stati veramente intelligenti, numerosi e stimolanti. Mi limito qui, per ovvie ragioni, a brevi cenni su due relazioni, quella di Stefano Zamagni e quella di Pierpaolo Donati, che ritengo di particolare interesse. Il bene comune nell’era della globalizzazione Stefano Zamagni, ordinario di Economia Politica presso l’Università  di Bologna, richiamata la diferenza esistente tra il bene totale somma di beni individuali e il bene comune, che é qualcosa di indivisibile e quindi può essere realizzato soltanto come accade in un prodotto di fattori in modo unitario, perché non riguarda la persona presa nella sua singolarità , ma in quanto é in relazione con le altre, ha invitato i cattolici a vivere con responsabilità  la propria cittadinanza, evitando di “spegnere lo slancio vitale di cui sarebbero capaci non pochi soggetti, individuali e collettivi, del nostro paese” 3. Partendo da qui ha individuato alcune linee di intervento in ambito socio-economico, raggruppando le proposte attorno a tre parole chiave: persona, democrazia, fraternità . Anzitutto ha notato come la crescente globalizzazione tenda ad indebolire i due pilastri su cui si regge il principio democratico, secondo cui le decisioni politiche influenzanti le persone devono prendere in considerazione le loro esigenze e, in secondo luogo, coloro che sono stati eletti devono essere ritenuti responsabili del loro agire politico, rispondendone ai cittadini. Purtroppo oggi si assiste a quel fenomeno noto come “corto-termismo”, per cui le piattaforme dei partiti politici vengono predisposte “pensando alle elezioni successive e non agli interessi delle generazioni future”. Ma la responsabilità  verso queste ultime é determinante per una politica democratica che non può avere una visione che si ferma alle problematiche del presente. Se poi il fine della politica é il bene comune, l’idea politica più consona a questo indiscutibile obiettivo è quella di politica “come associazione civile”. Ecco diventare determinante la terza parola chiave richiamata, fraternità . Così, “mentre la solidarietà  é il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di divenire uguali, il principio di fraternità  é quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi; consente, cioè, a persone che sono uguali nella loro dignità  e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita o il loro carisma”. Zamagni sostiene pertanto che una società  per essere buona “non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà , perché una società  che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società  dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi”. Se poi si dissolvesse “il principio di gratuità “, si radicherebbe una società  in cui esisterebbe solo il “dare per avere”. Partendo da tali riflessioni Zamagni suggerisce alcune proposte, tra cui quella di “considerare il senso della nozione di capitale sociale come fattore di progresso”. Egli propone di aggiungere ad un capitale sociale di tipo “bonding” e ad uno di tipo “bridging”, un capitale sociale di tipo “linking”, caratterizzato da una “rete di relazioni tra organizzazioni della società  civile (associazioni, fondazioni, Ong, chiese) e istituzioni politicoamministrative (a livello sia centrale che locale) volte alla realizzazione di opere che né la società  civile né la società  politica, da sole, potrebbero attuare”. Nel nostro Paese, secondo Zamagni, esiste un elevato livello di capitale sociale di tipo “bonding”, e un adeguato livello di tipo “bridging” e purtroppo un insufficiente livello di capitale di tipo “linking” che non consente all’Italia di realizzare il suo straordinario potenziale, accrescendo la separazione tra società  civile e società  politica e una difusa sfiducia nelle istituzioni. Tale separatezza Zamagni la riscontra in un modello di welfare non compatibile con le esigenze di sviluppo del Paese, nella mancanza di sinergie tra le Università , le imprese e gli Enti locali e soprattutto nella mancanza di un “ethos” condiviso che impedisce il formarsi di una democrazia partecipativa, in cui la società  politica, civile e commerciale possano arrivare a definire cos’é il bene comune. Concludendo, lo studioso ha sottolineato l’urgenza di recuperare l’”ordine spirituale” per “restituire il principio del bene comune alla sfera pubblica”, al fine di consentire “di pensare la carità , e quindi la fraternità , vedendo nell’esercizio del dono gratuito il presupposto indispensabile afnchè Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune”. La valorizzazione della relazionalità  Di altrettanto grande spessore propositivo é stata la relazione di Pierpaolo Donati, sociologo dell’Università  di Bologna. Partendo dalla constatazione che oggi nel nostro Paese lo stato sociale si caratterizza per il fatto che “gli attori politicamente più rilevanti non perseguono il bene comune”, per cui “chi prende il potere nelle istituzioni pubbliche insegue interessi di parte, egoistici o particolaristici”, lo studioso aferma che l’attuale società  “é il prodotto di un certo assetto dello stato che penalizza chi persegue il bene comune, mentre premia chi si preoccupa in modo formalmente lecito del proprio interesse egoistico, per cui si rende necessario gettare le basi per il perseguimento di un nuovo “welfare” che faccia fronte ai bisogni reali della gente, e che persegua un benessere non solamente materiale e individuale, ma soprattutto “relazionale”, nel senso che la felicità  sta nelle relazioni e non negli oggetti – merce” 4. Condizione per un nuovo “welfare” é “una governance ispirata al principio di sussidiarietà “, assunto “come principio architettonico di un nuovo ordine sociale” al fine di configurare una società  alternativa sia a quella liberale” (lib) sia a quella socialista (lab), entrambe intese in senso stretto, sia anche ai loro mix (modello lib-lab). In tal modo si creano le condizioni per uno “stato relazionale”, ovvero di uno stato “che si interfaccia con una società  che non é concepita come mercato di profitto, bensì come economia civile e come welfare civile”. Così, nell’ambito dei bisogni di benessere “emerge la centralità  del nesso tra libertà  e responsabilità  non solo per quanto riguarda il comportamento dei singoli individui, ma anche delle conseguenze dei loro comportamenti nei confronti degli altri”, e si creano le condizioni che favoriscono processi sociali in cui viene data “la centralità  alla persona umana, alle sue relazioni di mondo vitale e alle sue formazioni sociali, quelle che fanno la società  civile”; processi che “portano ad una situazione in cui gli attori interagiscono tra di loro per modificare le strutture sociali (e le stesse istituzioni) in modo da generare concreti beni comuni” ovvero “beni relazionali”, perché possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme da coloro che sono interessati ad essi. In questa tipologia di beni (relazionali) “si guarda al bene delle relazioni prima che a quello degli interessi individuali di gruppo o di categoria”. In tale ottica diventa essenziale il principio di reciprocità  positiva, inteso quale criterio per l’individuazione del bene comune che diviene bene relazionale “in quanto e nella misura in cui può essere generato soltanto assieme, non é escludibile per nessuno che abbia parte, non é frazionabile e non é neppure una somma di beni individuali”. Partendo dalle considerazioni avanzate, Donati pensa ad un modello di “società  della sussidiarietà  solidale” che si raforza con la formazione di uno stato sociale relazionale, nel quale le politiche sociali diventano una funzione “perseguita da una pluralità  di attori, pubblici e privati, combinati e intrecciati (“relazionali”) in vari modi fra loro” e inoltre le stesse politiche sociali, attualmente rette da due pilastri, quello della libertà  (del mercato) e dell’uguaglianza (dello stato redistributore) “debbono istituzionalizzare un terzo pilastro, quello della solidarietà , come polo autonomo, distinto e non derivabile dagli altri due”. Per Donati questa é la frontiera del bene comune che rivaluta il ruolo e la funzione del cittadino e soprattutto richiede un profondo rinnovamento sociale. Molte altre suggestioni sono venute da ulteriori relazioni, interventi e confronti di cui in questa sede non si può dar conto. Sarà  tuttavia interessante analizzare le ricadute sul terreno delle riflessioni e delle iniziative che seguiranno, non solo a livello ecclesiale, ma anche politico. Infatti “il bene comune, in una società  complessa come la nostra é (e non può che essere) frutto della convergenza di realtà  diverse che, non venendo meno alla loro autonomia, ricerchino il reciproco confronto e la vicendevole collaborazione”. L’attenzione a ciò che si sviluppa “dal basso”, perciò la tutela e il potenziamento delle autonomie sociali, è dunque essenziale. Ma tale attenzione deve accompagnarsi al riconoscimento della necessità  della politica quale promotrice di una società  matura nella quale si afermi, in termini sempre più consistenti, un’autentica responsabilità  solidale. Se infatti è vero, da un lato, che la politica deve aprirsi alle esigenze della società  nel suo complesso, non è meno vero, dall’altro, che la società  ha bisogno, per dare operatività  alle istanze di una crescita armonica e globale, di riconoscere la funzione della politica e di riappropriarsene, non sottovalutandola e non delegandola ai soli professionisti, ma considerandola strumento irrinunciabile del suo corretto sviluppo 5.

Benedetto XVI, Discorso in occasione della festività  dell’Epifania, in”L’Osservatore Romano”, 7- 8 gennaio 2008, pag. 8. T. Bertone, La Chiesa speranza per il mondo, intervista in”Famiglia cristiana”, n. 1, 6 gennaio 2008, pag. 21. questa e le citazioni che seguono sono tratte da: S. Zamagni, “Il bene comune nella società  post-moderna. Proposte per l’azione politico-economica”, dattiloscritto, 2007, passim. questa e le citazioni che seguono sono tratte da: P.P. Donati, “Una nuova mappa del bene comune: perché e come dobbiamo rifondare lo Stato sociale”, dattiloscritto, 2007, passim. G. Piana, Postfazione in G. Quaglia, “Le settimane sociali (1907-2007). Un confronto per la crescita dell’Italia”, Nino Aragno Editore, Torino 2007, pp. 169 – 170.

2008-09-03T10:29:37+00:00