Far conto sulle Province o liquidarle?

Il 13 marzo si è celebrato a Palazzo Madama, con la partecipazione del Presidente del Senato Franco Marini, il centenario dell’UPI, Unione delle Province Italiane. Sono intervenuti oltre allo stesso Marini, il presidente emerito della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti, il professor Vincenzo Cerulli Irelli, Giuliano Amato nella sua qualità  di Ministro dell’Interno e Fabio Melilli, Presidente della Provincia di Rieti e dell’UPI. Cosa è stato detto? Ovviamente che le Province vanno salvaguardate dalla furia di chi vorrebbe abolirle. La notizia, dunque, non è questa: che senso avrebbe avuto una celebrazione in Senato se l’occasione si fosse risolta nell’annuncio di un proposito diverso da quello della difesa della ragion d’essere delle Province? Meritevole di nota risulta il modo con il quale sia Marini che Amato hanno difeso la causa delle Province: senza retorica e con qualche riferimento a problemi veri.

Leggiamo alcuni passi dell’intervento di Franco Marini.

“La nascita di nuove Province … è da stigmatizzare e da respingere con decisione. Al contrario, invece, sonoconvintocheleProvince,tuttequellechehanno realmenteun’identità storicaelocale,debbanoessere mantenute e valorizzate… Le Province possono davvero diventare interlocutori principali delle Regioni e dei Comuni per la programmazione, il coordinamento, l’organizzazione di reti di servizi e di funzioni che, per loro natura, richiedono ambiti e assetti sovracomunali. Un ruolo, cioè, di governo di sistemi territoriali complessi e di ampie dimensioni a cui afdare il governo di comunità  locali ampie e, al contempo, il compito di sviluppare sistemi infrastrutturaliperpromuoverecrescitaebenessere.

Il pilastro del nuovo disegno organizzativo dovrà  seguire una logica di vera semplificazione e di efficienza istituzionale ed amministrativa. Alcuni punti mi sembrano essenziali:

  • abolire le Province lì dove sono previste le Città  metropolitane;
  • la semplificazione dei tanti uffici periferici dello Stato deve seguire parametri di efficienzae non la mera distribuzione provinciale;
  • bisogna sfoltire drasticamente la pletora dei vari enti interme di settori tali che oggi si frappongono in modo disorganico fra Province e Comuni;
  • bisogna favorire, con incentivazioni efficaci, le Unioni fra piccoli Comuni;
  • si deve procedere ad una compiuta definizione e razionalizzazione delle funzioni provinciali e comunali secondo i principi di sussidiarietà , di adeguatezza e di diferenziazione”.

Giuliano Amato, invece, è stato ancor più “severo” e diretto. “La Provincia deve dimostrare di saper gestire la titolarità  delle sue funzioni perchè in democrazia non è consentito a nessuna funzione di rimanere “presunta”, scritta solo sulla carta; una realtà  che si giustifica con una funzione deve dimostrare di svolgerlaquestafunzione,diversamente vienemeno la sua legittimazione ad esistere….. NonstorimproverandoinmodospecificoleProvince, mi riferisco ad una condizione generale… Per avere un’idea, basta leggere le ordinanze della protezione civile e qui Amato si è riferito al ruolo degli enti locali nella gestione della crisi rifiuti in Campania -sembrachetuttosisiafermatolasciando ogni decisione al commissario straordinario e al presidente del Consiglio…. Nessun Comune vuole discariche per il Comune vicino. La Provincia deve rappresentareunavisioned’insiemeenonilmegafono di questo o quel Comune… Proprio l’assunzione di responsabilità  e di decisioni talvolta impopolari tra i sindaci, può dimostrare la necessità  dell’istituzione Provincia. ….. C’è, infine, una dimensione minima 77 poteri forti, poteri deboli al di sotto della quale la Provincia è inutile …. se la Provincia risulta più minuscola degli enti intermedi diareavastachedovrebbeassorbire,aquelpuntonon è più in grado di far pesare le sue ragioni. Ciascuno – ha avvertito ancora Amato – può essere autore del suo decadimento”. I due interventi, certamente “amichevoli” nei confronti del sistema delle Province, non si mostrano comunque “rassicuranti” nei loro confronti. Ambedue, infatti, sottolineano la irrinunciabilità  e l’urgenza di alcune riforme radicali. Amato si spinge oltre e richiama all’ordine le Province: o fate quello che ci si aspetta che voi facciate o vi seppellirete da sole! Già , ma cosa devono fare le Province? Se il dibattito sul ruolo delle Province si svolgesse non più o non solo sulla base di “categorie a priori e generali” ma procedesse a partire da un’analisi dalle funzioni effettivamente svolte tra quelle attribuite alle Province (politiche del lavoro, formazione professionale, ambiente, istruzione, viabilità , assistenza ai piccoli Comuni, etc..); se quest’analisi cercasse di rendicontare costi e benefici dell’azione amministrativa svolta dalla Province; se si misurasse anche il “gradiente” politico di questa azione e, cioè, la componente delle scelte amministrative non riconducibile a sole variabili tecniche, ma a vere e proprie scelte politiche; se si facesse questo, se l’UPI fosse, oltre che il sindacato delle Province anche la vetrina di quello che effettivamente le Province fanno (o non fanno), ecco che il dibattito sarebbe avviato su un terreno meno ideologico e pregiudiziale. E più praticabile per una difesa della causa delle Province. Un esempio di quello che sono e potrebbero essere le Province è oferto da un processo amministrativo in atto: la costituzione dei CST, Centri di Servizio Territoriali, cioè a dire forme associative intercomunali di “area vasta” (almeno 100.000 abitanti) finalizzate alla gestione delle tecnologie informatiche e dei sistemi informativi per i Comuni di piccole e medie dimensioni. L’intervento è coordinato dalle Regioni e, a livello di governo, dal CNIPA, Centro nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione. Anche in questo caso si è corso il rischio di favorire la costituzione di nuove forme di aggregazioni intercomunali intermedi “a prescindere” dall’esistenza della Provincia. Il CNIPA, tuttavia, dopo una incertezza iniziale, ha decisamente mostrato di vedere con favore un ruolo rilevante delle Province. E i fatti gli han dato ragione, almeno sino ad ora: in molti caso, la Provincia si è rivelata il “contenitore” verso il quale i piccoli Comuni sono naturalmente confluiti per consolidare e dare una forma sostenibile alla loro volontà  di aggregarsi.

Il progetto CST, infatti, si è da subito rivelato come troppo impegnativo per poter essere sostenuto dalla sola volontà  associativa di Enti caratterizzati da piccole dimensioni, dalle capacità  organizzative troppo limitate, e dall’oggettiva difficoltà  nella “tessitura” di relazioni interistituzionali (non dobbiamo dimenticare che le Unioni dei Comuni, l’espressione di punta dell’associazionismo volontario tra piccoli Comuni, riescono a raggiungere una dimensione demografica media di 14.000 abitanti!). Il grafico che precede illustra il livello di partecipazione delle Province all’iniziativa CST, pur senza fornire indicazioni in ordine alla “qualità ” della partecipazione e al “valore aggiunto” che le Province ipotizzano di apportare. Altro dato meritevole di analisi riguarda le risposte date da 1414 Comuni, di piccole e medie dimensioni, distribuiti sull’intero territorio nazionale e coinvolti nella realizzazione dei CST, alla domanda:” Con quale Ente sono state avviate collaborazioni per conseguire obiettivi di innovazione tecnologica e organizzativa?” Le risposte sintetizzate nel successivo grafico forniscono un’idea sul “posizionamento” delle Province sull’intera scena nazionale rispetto agli altri partners dei piccoli Comuni. Il consenso (mediamente buono) dato alle Province è il risultato di una media alimentata da un consenso molto alto in alcune regioni, ed un consenso inferiore, a volte sensibilmente inferiore, in altre regioni. Possiamo così concludere: le Province sono una realtà  caratterizzate, forse, da efficienza e credibilità  variabili. Ripensare e riqualificare il ruolo delle Province significa ripensarne il ruolo all’interno di molti contesti regionali. Questa partita non è alla portata delle singole Province “deboli”, anche perché non di rado la debolezza delle Province si aggiunge e completa, per così dire, la debolezza delle Regioni di referimento. Bisogna, dunque, uscire dalle generalizzazioni e afrontare il problema della diversità  di “senso” tra le singole Province.

2008-09-03T10:33:02+00:00