Il ruolo dell’Open Space Technology tra non-Conferenze e partecipazione.

L’importanza delle domande e del dialogo nella pianificazione ed in un mondo ora non fatto più esclusivamente e potenzialmente di soli partecipanti relatori.

Indice

1. Una lunga introduzione sull’importanza delle domande e del dialogo anche in pianificazione (se ancora non fosse chiaro!)

2. Lo sconvolgimento dei modi canonici di relazionarsi: le Non-Conferenze

3. Quante storie per un caffé: potenzialità  del metodo dell’Open Space Technology (OST)

4. Tra dire e fare: l’OST, la pianificazione ed il partecipare

5. Note, neppure tanto a margine, sull’importanza di un’attenzione metodologica nella pianificazione

 La comunicazione perfetta esiste. Ed è un litigio.

(Stefano Benni)

La questione è comunicare, la lingua

che si usa per farlo è irrilevante.

(Aldo Nove)

A distanza di un anno dalla conclusione della raccolta di saggi Paradise L’OST? questo articolo riprende, a partire ancora una volta dal metodo dell’Open Space Technology, il discorso tra metodi e partecipazione, per sottolineare l’oscillazione nella pianificazione tra presunti ‘poteri forti’ e ‘poteri deboli’, in un mondo dove le asimmetrie si stanno sempre più complicando e smussando, e dove nuovi protagonismi aprono le vicende democratiche ed amministrative ad un dominio pubblico, discusso o partecipato che sia. Un discorso che parla di domande aperte, di un dialogo da attivare e di un’incontenibile emergente coralità , che la pianificazione, volente o nolente, ora non può più evitare.

1. Una lunga introduzione sull’importanza delle domande e del dialogo anche in pianificazione (se ancora non fosse chiaro!)

Meravigliosa modernità ! Con tutte le scoperte tecnologiche e con i vari avanzamenti professionali e disciplinari ancora si riscopre la tradizionale conversazione e la si usa per la risoluzione non tanto di problemi semplici, routinari e quotidiani, quanto di problemi ‘complessi’, in tempi compressi ed in campi dove il suo utilizzo poteva sembrare inadeguato ed inimmaginabile.

Anche la pianificazione si è accorta, a volte, che il suo binomio ‘organizzazione e governo del territorio’ necessitava di una ‘attenzione comunicativa’. Lo indicano, per fare alcuni esempi, le aperture soprattutto dei Programmi complessi, altrimenti noti come Programmi integrati, a partire dagli anni novanta, e la riscoperta ancora precedente della progettazione contrattata, partecipata e negoziata. Anche le teorie e gli autori hanno registrato questi cambiamenti. E. R. Alexander (1986), nella sua carrellata dei ruoli ricoperti dai pianificatori, ci parla dei pianificatori ‘facilitatori’ (pianificatore levatrice di W. C. Baer), che assistono il processo decisionale e lo sviluppo delle politiche, o ancora ci ricorda dell’esistenza di pianificatori che consigliano (pianificatore consigliere di M. F. Krieger), in maniera non generica naturalmente, altrimenti anche un prete o un vicino di casa potrebbe aspirare a ricoprire il ruolo professionale del pianificatore. E non trascura nemmeno di mostrare i pianificatori come interpreti o comunicatori, spostando, come sostengono altri autori, il focus dell’azione di questa figura professionale sul processo di interazione sociale e sulla qualità  delle informazioni da veicolare. Cambiamenti tutti che propongono una nuova definizione delle pratiche della disciplina. «Il processo di pianificazione, allora, è un dialogo che procede all’interno del pubblico partecipante, con l’attiva mediazione del pianificatore, per arrivare ad un consenso sociale su quello che accade e su cosa si può fare per cambiare quello che va male» (Alexander, p. 116).

Visto che occorre una maggiore apertura dei ruoli, una messa in discussione degli operati e dei saperi, una revisione della mission e della legittimità  d’azione, l’incertezza rende necessaria la flessibilità  di questo tecnico. Una flessibilità  che deve esplorare molte questioni. Per questo, in quegli stessi anni, Friedmann (1987) ricordava che le conoscenze teoriche delle discipline, e della disciplina pianificatoria in particolare, sono una ‘conoscenza in discussione’, di cui si deve mettere in evidenza la dinamica e la continua vicinanza alla crisi. Anche la pianificazione e le sue teorie sono divenute così oggetto di argomentazioni e contro-argomentazioni, «anche quando sono le ‘migliori’ teorie disponibili al momento» (Friedmann, p. 81), poiché la conoscenza si lega indissolubilmente a qualche forma di pratica (quindi anche interazione comunicativa) e si qualifica «solo nella misura in cui produce conseguenze sul mondo reale» (Friedmann, p. 82), dando sempre più enfasi alla conoscenza come processo sociale aperto e dinamico. Nessuna teoria e nessuna pratica sono ora invulnerabili e protette dietro alle proprie ed autoreferenziali ‘mura’ disciplinari. Tutta l’azione e l’armamentario delle discipline e delle professioni sono socialmente attaccabili e criticabili. Altri ancora diranno (Schà¶n, 1999) che il professionista dovrà  essere riflessivo per potersi divincolare dalle varie concrete situazioni ed al tempo stesso per recuperare conoscenze utili anche dall’esperienza o dalla riflessione sul suo operato, quale che sia l’esito ottenuto, a supporto, sostegno ed implementazione di quelle che già  possiede per formazione.

Occorre, dunque, un uso consapevole e ‘pesato’ di tutto quanto rientra nel proprio operato, dalle tecniche ai modelli, dalle teorie ai linguaggi. Il potere di ogni disciplina, il suo prestigio e la sua influenza sono ora flessibili ed integrabili, ragionati e negoziati. Non sono più un qualcosa di esclusivo e di indiscusso, a volte quasi occulto, afferente ad una ristretta élite. Le discipline e le professioni, sebbene corporativizzate, sono costrette a scendere allo scoperto e a mostrarsi senza privilegi e difese. Aspetto questo che, forse, potrebbe permettere alle stesse di reinventarsi e di rafforzarsi. Non che questo sia nuovo ed inedito. Molte discipline, nel dopoguerra e per tutti gli anni sessanta, si sono composte tra loro dando luogo a discipline ibride molto feconde e nuove, quali  la psicolinguistica, la geografia ambientale, la matematica sociale, eccâ¦ (Le Goff, 1979). La stessa pianificazione trova in quegli anni nuova linfa dalle scienze regionali[1], pur ricordando che essa stessa già  nacque come la disciplina della complessità , componendo le contese di varie diverse discipline[2] nelle città  industriali del XIX secolo. Esempi tutti a riprova dell’ineliminabilità  del dialogo e del confronto, tanto nella vita degli individui e delle collettività  quanto nelle discipline e nelle professionalità .

Ma, a livello teorico, Friedmann arriva ancora oltre ribadendo l’influenza della Scuola di Francoforte, ed in particolare di Habermas, sulla teoria americana della pianificazione, nello specifico sul filone della mobilitazione sociale. E proprio ad Habermas egli muoverà  delle critiche in un tentato dialogo virtuale. «Nell’universo di Habermas il pensiero critico viene innalzato al di sopra dell’’azioniamo’ (riformismo sociale) e dell’’ortodossia ingentilita in chiave marxiana’ (rivoluzione). Nella sua aspirazione ad una verità  consensuale, la vita della mente viene vista come capace di autogiustificarsi. Ma Habermas manca di chiedersi se una critica sociale realmente significativa possa scindersi da ogni pratica sociale, pur rispondendo implicitamente a una tale domanda [â¦]. Dal punto di vista della pianificazione, la separazione dalla pratica politica non è consentita (Ulrich 1983)» (Friedmann, p. 341).

Non è consentito al pianificatore separare la critica dall’azione. E per far questo occorre che la pianificazione si apra ad una nuova ‘dimensione comunicativa’, che è sia interrogazione critica (‘domande’) sia confronto continuo e costante (‘dialogo’). La pratica comunicativa è sinonimo di interattivo, mette in luce il binomio dialogo-interrogazione delle parti e le varie forme che questo binomio assume dalla semplice comunicazione al discorso, alla chiacchierata, al colloquio, alla intervista, per fare solo alcuni esempi a seconda della intenzionalità  (‘perché il soggetto dice qualcosa’, la finalità  e la funzione), della datità  (‘cosa il soggetto dice’, i contenuti diretti e contingenti), della significatività  (‘come il soggetto dice qualcosa’, gli atteggiamenti ed i significati profondi), della contestualità  (‘dove il soggetto dice qualcosa’, la situazione e il contesto in cui ci si trova) dell’interazione.

E dalla naturale azione umana di porsi o di porre agli altri delle domande, nasce la premessa ed il punto di partenza della nostra conoscenza, della conoscenza di una disciplina per trovare una risposta risolutiva a determinate problematiche. Dove questa risposta, è sempre un’occasione per conoscere e svelare i nessi tra necessità  e bisogni, per attivare argomentazioni e richiedere riflessioni su degli argomenti, per convincere o eliminare anche dubbi, discussioni e contese, componendo il conflitto attraverso e nel mezzo del processo.

In alcuni dialetti del sud, addirittura, l’espressione ‘fare questioni’ indica tanto il discutere quanto il litigare o una interazione conflittuale, rendendo l’apparente non-sense di Benni (‘il litigio come comunicazione perfetta’ della citazione d’apertura) una logica presente e fondante la realtà  seppur paradossale. Una logica necessaria. Litigare tanto con gli altri quanto con noi stessi e con le nostre sicurezze, con i nostri paradigmi, con i vari punti di vista, con i vari interessi in questione ed i linguaggi dei vari attori in gioco per verificare certezze, punti fermi e spostare il confine delle questioni, aprirsi. La soluzione è forse nei margini e nelle loro forzature.

Le domande, ad eccezione delle domande retoriche, che domande non sono, instaurano rapporti conoscitivi, analitici ed esplorativi, ma anche valutativi, di controllo e di giudizio. Instaurano dei rapporti comunicativi ed una richiesta sia di relazione che di contenuto. Richiesta che arriverà  fino alla costruzione stessa di relazioni e di nuovi contenuti necessari. Si pensi ai colloqui di lavoro, a quelli clinici, ma anche agli esami, alle domande per avere qualche licenza o permesso, o alla semplice richiesta d’informazioni di qualsiasi tipo, anche di orientamento o di assoluzione. E questo è ciò che avviene o viene indotto attraverso i metodi e le tecniche della progettazione partecipata.

Anche i dati Istat o altri dati in uso nella pianificazione sono frutto di interrogazioni ed interviste, di richiesta di approfondimento rivolta a persone, fonti, databases, eccâ¦ E questo per voler fare solo pochi e semplici esempi.

Ma quando l’interrogazione non ha un fine unidirezionale e nemmeno un’asimmetria forte, allora l’interrogazione si trasforma in dialogo, in discorso tra due o più parti. Che abbia o meno carattere di costruzione, recitazione o sofisticazione, quello che importa e che ci sia un intervento variamente alternato delle parti interessate. Parti che si mettono a confronto, che mettono in campo le loro risorse e che perseguono un qualche chiarimento, con le altre parti, con se stessi, con i propri significati, con quelli esterni, contestuali, sociali, eccâ¦ Confronto volto alla comprensione e alla reciprocità .

E dalla Grecia antica ad oggi, l’affermarsi della pratica del dialogo continua a necessitare di due precondizioni, una particolare forma sociale della comunità  (polis) e l’esistenza di strutture o luoghi di scambio come la piazza (agorà ) o il convito aristocratico.

Considerato come pratica sociale, modello ideologico o anche forma letteraria (si pensi ai Dialoghi leopardiani), il dialogo appare caratteristico di società  a grande e diffusa facilità  di comunicazione.

Paul Watzlawick e colleghi (1967), inoltre, ci hanno ricordato che comunichiamo sempre e che non si può non comunicare, anche se poco sappiamo dei modi non verbali e del fatto che nella comunicazione veicoliamo oltre ai contenuti anche delle relazioni.

Non si può trascurare nemmeno la ‘svolta linguistica’ di tanta parte della filosofia. Si pensi ancora a Jà¼rgen Habermas, ora ritornato in voga grazie all’ancoraggio teorico della democrazia deliberativa. Il suo paradigma conoscitivo intersoggettivo sembra essere una terza via tra le due polarità  ed opposizioni classiche di soggettività  ed oggettività , avendo evidenziato come la comunicazione sia modello di azione sociale, in uno stato democratico, attraverso la legittimazione e la partecipazione alla vita pubblica, ad esempio. Ed è impensabile, al giorno d’oggi, risolvere questioni complesse al di fuori di contesti integrati e plurali, al di fuori di ‘arene deliberative’ (Bobbio, 2002), ovvero di «ambiti fisicamente individuabili in cui le persone si incontrano direttamente e in cui ciascuna di esse ha piena consapevolezza di partecipare a quello specifico gioco» (Bobbio, p. 3).

Date queste premesse, come può oggi la pianificazione essere solo prassi o metodo? Essa oscilla inesorabilmente ed inevitabilmente tra il dire ed il fare, tra la teoria e la prassi, in modo circolare e continuo.

Per non muoversi alla cieca e per risvegliare un sopito dibattito sulla metodologia, le riflessioni che seguiranno si focalizzeranno su una delle tecniche più usate in questi ultimi anni, su un metodo che lavora su ‘conoscenze in discussione’, facendo ricorso all’espressione usata da Friedmann.

Questo metodo è l’Open Space Technology, uno dei metodi inscrivibili nella famiglia delle Non-Conferenze, Word Cafè compreso, scelto anche perché, oltre alla diffusione, è un metodo che ha alle spalle una filosofia dell’organizzazione sociale molto forte e pervasiva, che poggia saldamente sul ‘potere della conversazione’, ancora troppo poco valorizzato, nonostante la sua irruzione nelle prassi istituzionali e sociali.

Ma procediamo per gradi e prima di parlare dei metodi è bene inquadrare la rispettiva famiglia di appartenenza.

2. Lo sconvolgimento dei modi canonici di relazionarsi: le Non-Conferenze

Una Non-Conferenza non è una conferenza, e come il non-luogo, non è ancora tale anche se potrebbe ben presto diventarlo se si presentassero alcune condizioni. La non-conferenza è una conferenza in potenza, una non-ancora-conferenza, una quasi-conferenza per via del fatto che essa non ha nulla di predeterminato, fissato in precedenza da una ristretta cerchia di organizzatori. L’asimmetria tra partecipanti e relatori diventa in questo caso, e grazie a spinte bottom up, una completa identità . E questo impegno, questa attivazione, questo dinamismo sono evidenti anche nel fatto che la non-conferenza è sempre un happening, un work in progress aperto all’improvvisazione e all’iniziativa dei partecipanti. Elemento caratterizzante la non-conferenza è, dunque, l’interattività  tra relatore e partecipanti. Sono bandite le lezioni ex cattedra. La partecipazione è d’obbligo e per aumentarla sono state anche previste nuove protesi tecnologiche di tipo visuale, che hanno permesso la partecipazione anche mediata, attraverso comunità  virtuali.

Il termine di non-conferenza è di recente introduzione (secondo alcuni del 1998), anche se la pratica della stessa risale ad oltre un ventennio, in parallelo all’introduzione ed invenzione dell’Open Space Technology, delle fan-dom del cinema, della fantascienza, dei fumetti, o di altra moda o fenomeno culturale. La diffusione dei magazine dei fans (le fan-zine) ne è un effetto concreto e di grande notorietà . Sicuramente fu proprio l’invenzione dell’Open Space Technology di H. Owen a dare vigore e fondamento teorico a questa famiglia di pratiche, se non proprio origine. E lasciamo questa affermazione come ipotesi da confermare.

La fortuna delle non-conferenze è, però, alquanto recente, risale al nuovo millennio ed è da attribuirsi soprattutto alla diffusione in ambito telematico e ad opera di blogger ed esperti di linguaggi informatici (XML soprattutto). Le non-conferenze ora possono disporre di innovazioni tecnologiche sempre più evolute e sempre dinamiche, come il caso di Web 2.0 o New Web, con le sue numerosissime e facilitate interazioni utenti-sito. ‘Adunanza generale’ (2006) potrebbe essere una delle ultime concretizzazione della non-conferenza, estesa nel tempo e sulla rete. Ma la non-conferenza ha trovato anche nuovi emuli. Per fare un solo esempio i Foo Camp dell’editore di testi sui software liberi Tim O’Reilly (2003), riunioni periodiche di hackers che favoriscono la socializzazione della conoscenza reciproca e quella della casa editrice, anche se esse purtroppo hanno un’accessibilità  limitata, con barriere all’entrata e su scelta esclusiva (ad invito) top down (da parte di una ristretta cerchia di organizzatori), oltre ad una rigida strutturazione della griglia, dei tempi e degli spazi concessi ai partecipanti-relatori. Anche il mondo dell’università  si sta aprendo a queste novità , ad esempio attraverso il Bar Camp partito parecchi anni fa dall’università  di Stanford di Palo Alto ed arrivato solo ora nelle università  italiane (il recente progetto Bar Camp della LUISS di Roma che ha ricevuto il premio di rappresentanza della presidenza della Camera e del Senato). Il Bar Camp, però, è una variante del Foo Camp, che maggiormente si avvicina alle non-conferenze, grazie anche alla sua caratteristica di accesso libero. Scopriamo, quindi, confini molto labili e necessitanti di opportune analisi, vista anche la loro diffusione in crescente aumento anche in Italia. Ma questi sono dettagli di altre storie.

Quello che ci premeva sottolineare era la diffusione di nuove (e destabilizzanti) pratiche strutturanti le relazioni, delle strutture aperte a contenitore elastico, dove i partecipanti hanno ruoli e partecipazioni attive, dove la libertà  di comportamento raggiunge punte che in passato erano impensabili ed improponibili.

3. Quante storie per un caffè: potenzialità  del metodo dell’Open Space Technology (OST)

Quante storie nascono da un caffè! L’Open Space Technology (d’ora in poi OST) è un groviglio di energie a partire da un’occasione. Nutrendosi della linfa vitale dei coffee break, questo metodo usa delle questioni tematiche problematiche per attivare momenti di auto-organizzazione sociale. Certo è un’auto-organizzazione artificiale, indotta, voluta e progettata da un gruppo di servizio per conto di un committente. Ma è anche un momento esemplare in cui ribadire una consapevolezza, quella delle possibilità  di attivarsi in proprio, con proprie reti e modi, al fine di perseguire uno scopo comune condiviso. Anche se questa frontiera è ancora un far-west, una terra promessa lontana e difficile da raggiungere. Mancano le premesse ed occorrono tempi medio-lunghi di apprendimento e di empowement collettivo. Ma il metodo tende a quella meta, in maniera spesso implicita nelle applicazioni anche se esplicitamente dichiarato dall’ideatore del metodo[3].

Ma procediamo con ordine. Trovato un problema complesso con un acceso conflitto ed un soggetto forte e di riconosciuta, sebbene criticata, autorità  che vuole risolvere questa situazione in qualsiasi modo, affidando tale soluzione ad un soggetto terzo, sussistono alcune delle condizioni per cui si può attivare un OST. Ora occorre che questo soggetto terzo scelga di aprirsi alla partecipazione di nuovi attori, non importa se considerati deboli, impreparati o instabili. Basterà  provvedere ad organizzare un evento che raduni quanti più soggetti (rappresentativi, qualificati, gente comune, ultimi, terzultini, eccâ¦), prestando attenzione alla comunicazione, alla pubblicizzazione dell’incontro, alla esplicitazione delle regole di comportamento, che essendo non standard vanno ricordate e chiarite di volta in volta assieme al modo di utilizzo delle tecnologie impiegate, all’esposizione delle finalità  dell’incontro, alla concretizzazione del codice comportamentale di tutti coloro che sono intervenuti, partecipanti ma anche organizzatori, facilitatori compresi. E sulla base comune di un programma generale e lasco come un canovaccio (Chiunque venga è la persona giusta In qualsiasi momento l’OST cominci, è il momento giustoQuando è finita è finita – l’auto-organizzazione del programma attraverso il Mercato dei temi), della disponibilità  di spazi fisici e temporali da dedicare alle attività  (discussione, pausa, momenti di ristoro, tempi di esecuzioni tecniche, eccâ¦), si può dar spazio alle potenzialità  di un metodo che in definitiva vive dell’amplificazione delle potenzialità  umane, in una ambientazione wiki, ovvero aperta, semplice, informale, libera, con collaborazione reciproca ed intelligenza collettiva veloce, dinamica.

L’OST alimenta e ricerca impegno e motivazione, per trarre forza anche dalla partecipazione quanto più possibile attiva di tutti, facendo ricorso a concessioni accattivanti e sanzionate socialmente, quali la libertà  di poter abbandonare il setting (ovvero, il luogo vincolato da un dato programma), quando non vi è apprendimento o utilità  alcuna, e la possibilità  di arrecare disturbo agli altri (la metafora del bombo). La presa del metodo, peraltro già  molto semplice, diventa ora molto forte, ricordando comportamenti con cui si ha una qualche abituale frequentazione ed ancorandoli alle regole previste dal metodo stesso. E così facendo permette un controllo invisibile ed una garanzia collettiva proprio attraverso, paradossalmente, la grande libertà  e trasparenza, attraverso la creazione di ‘uno straordinario mondo di pari’. E si sottolinea  straordinario, proprio perché nella realtà  le asimmetrie sono il ‘sale’ della vita, l’aspetto ricorrente ed ineliminabile. Una ‘deriva utopica’ che si scontra con l’inevitabilità  del rientro nella vita quotidiana e nelle prassi a fine dell’evento, con l’auto-giustificazione del metodo ed il sottodimensionamento dei risultati raggiunti (Qualsiasi cosa accada è l’unica che poteva accadere!), e così via, lasciando accese delle tensioni per un’alimentazione futura di impegno e motivazione.

E non bisogna dimenticare la presa che ha l’aspetto ludico del lavorare nell’OST, libero, creativo, rilassante, godereccio e giocoso.

Il metodo è un ‘geniale congegno’ che spinge ad un’allocazione ottima delle risorse, a partire da una percezione di ‘ottimo soggettivo’ e per mezzo dei processi conversazionali e delle dinamiche di gruppo spontanee, produttrici di socializzazione di soggetti e contenuti, empowerment individuale e sociale, reti supportive, apprendimento collettivo, esperienza di momenti di auto-organizzazione e di produzione deliberativa, nell’accezione anglosassone di ausilio informativo alle fase decisionale.

Nell’OST i partecipanti sono relatori ed ascoltatori, ‘membri-clienti’ (aderiscono e consumano il processo) e ‘leader associati momentanei’ (gestiscono assieme parti del processo) all’interno dei gruppi di discussione. Inoltre, i gruppi sono dinamici e spontanei, non esistono e non vengono assemblati all’inizio del processo, garantendo forme momentanee di pluriappartenenze. I gruppi, infatti, possono avere vita ridotta al massimo in una sessione o vita prolungata, nel caso in cui i componenti decidano di conquistarsi e/o dedicarsi maggior tempo, sia dentro l’evento che fuori. In un OST la dimensione ed il tempo di vita di un gruppo dipende, appunto, dalla fortuna dei temi e dall’evolversi delle discussioni. Per questo diremo che i partecipanti nell’OST sono contenuto-dipendenti e le dinamiche dei gruppi sono a geometria variabile.

Certo un OST parte dalla concezione che ogni soggetto ha delle capacità  sociali o che le acquisirà  in corso d’opera, visto che non potrà  disporre di altro che del suo apprendimento e dell’esempio ricevuto dai suoi pari. Il facilitatore non può fare nulla per questi deficit e neanche per i rischi di manipolazione nei e dai gruppi. Se lo farà  dovrà  forzare il metodo. à il gruppo che si auto-gestisce ed auto-controlla. Solo in pochissimi casi una variante italiana ha previsto l’introduzione di soggetti esterni al gruppo, gli ‘angeli’, quale ausilio a volte per l’osservazione a volte per la conduzione a volte per la verbalizzazione dei risultati delle discussioni nei gruppi. Una figura sicuramente generatrice di distorsioni e condizionamenti, anche impliciti. Una versione che snatura il modello, da considerarsi più come un’eccezione che come una regola. Ma una sperimentazione che apre tutto un dibattito sullo studio delle dinamiche dei gruppi, sul problema della manipolazione e sulla possibilità  di coordinare e far convergere queste spinte spontanee verso problematiche care alla pianificazione.

Certo L’OST lascia scoperti alcuni aspetti pratici, che occorre approfondire, uno di questi è il già  citato aspetto delle dinamiche nei gruppi, l’altro è la questione dell’informazione catturata, ovvero cosa e come formalizzare le informazioni prodotte, sia di contenuto che di processo. Un esempio tra tutti è quello delle verbalizzazioni che si trovano nei report, una restituzione troppo sintetica, misera, malleabile e generale della ricchezza di un processo che non ha eguali e che così com’è presenta molti problemi di interpretazione (ermeneutica). Ed è questo un problema aperto, che va ben oltre il metodo in questione e che vede immediate relazioni con i momenti d’apertura partecipativa dei processi della pianificazione ordinaria e complessa.

Momenti che necessitano di un valore aggiunto, di una legittimazione che deve risolvere e comprendere caratteri di rappresentatività  e rappresentanza, fuori dal regno e dall’auto-selezione dei ‘soliti noti’, gli esperti, fanatici ed appassionati che abbiamo visto già  affollare i fandom e le non-conferenze, in genere.

Noi abbiamo a che fare con un metodo e non con un mito. Invece di adorarlo e di seguirlo acriticamente occorre analizzarlo, piegarlo ai diversi bisogni che si pongono ogni volta, alle contingenti necessità  locali, ed in ultima istanza fare in modo che, nel momento in cui diventi prassi consolidata, non sia più oggetto di mercato o di speculazione corporativa ma che assolva utilità  e finalità  pubbliche.

La questione è comunicare (mettere qualcosa in comune), la lingua (il mezzo) che si usa per farlo è irrilevante (parafrasando A. Nove).

4. Tra dire e fare: l’OST, la pianificazione ed il partecipare

Ed ecco che la pianificazione compone in sé critica-analisi ed azione (Friedmann), in un processo che dal dialogo e dall’approfondimento della realtà  ci porta al consenso sociale ed all’azione trasformativa e, si spera, migliorativa (Alexander). Ma per fare questo la pianificazione non deve considerare la partecipazione altro da sé, quasi fosse solo una questione teorica ed oggetto di interesse prettamente accademico, o a volte quasi fosse una spina nel fianco per via del fatto che sembra de-legittimare la democrazia rappresentativa (ed i politici, in genere) o mette a nudo la disciplina pianificatoria stessa, la sua legittimità , i principi e le indiscusse (nel senso che non sono oggetto di discussione e confronto) certezze su cui si basa. Il principio (la partecipazione) e la disciplina (la pianificazione) devono essere considerate inscindibili l’una dall’altra, proprio per il carattere pubblico di entrambi che li vedo uno diritto e l’altro dovere di tutte le parti in gioco, indifferentemente dal ruolo svolto, tecnico, istituzionale, pubblico. Poi si scoprirà  che questa aggiunta a tratti rafforza anche la democrazia rappresentativa. Non considerare questi aspetti più che lavorare ‘tra il dire ed il fare’ inducono o equivalgono a ‘tradire e fare’. A lungo la pianificazione ha tradito la sua mission, si è sottratta alla questione della responsabilità  (e dell’assunzione di ruoli e colpe), pur deprivando i soggetti delle loro capacità  e risorse, oltre che della possibilità  di manifestare i propri bisogni e le proprie esigenze. Il ragionare per fabbisogni è stato un voler imporre a priori ed asetticamente dei bisogni astratti, anche in buona fede. Ora occorre, dunque, chiarire le intenzionalità  e le progettualità , responsabilizzare le varie parti, permettere una visibilità  ed una trasparenza dei processi, monitorare le fasi di avanzamento ed il percorso verso i risultati attesi, contrastare gli effetti ed impatti inattesi e stabilire anche, infine, sanzioni e colpe. Nessuno deve essere escluso da tale sistema. Ad ognuno secondo bisogni, ruoli e responsabilità . Per questo si rende necessario un gioco a carte scoperte e la filosofia dell’OST con la sua esplicitazione e tensione al dialogo, con la sua penetrazione nell’organizzazione sociale ed auto-organizzazione dei ruoli, il controllo reciproco e la motivazione, segna in parte la strada.

5. Note, neppure tanto a margine, sull’importanza di un’attenzione metodologica nella pianificazione

Per evidenziare il forte peso che le discussioni su questioni tecniche e di metodo possono avere su una pratica disciplinare faremo ricorso in modo strumentale ad un esempio in questo periodo spesso portato all’opinione pubblica, quello delle intercettazioni ambientali. Fuori dai contenuti e dal merito delle questioni, in generale da dove origina tutto il dibattito? Dall’uso strumentale che di un metodo (ed alcune tecniche) viene fatto. Da una prassi disciplinare e professionale si è partiti per alimentare un discorso le cui implicazioni sono politiche e che toccano i diritti sociali. Ma non si può mettere in dubbio che un metodo è sempre neutro, è un mezzo e modo per fare qualcosa. Il problema nasce quando lo carichiamo di significati, quando lo pregniamo di finalità . Il fine, se lo vogliamo trovare, è già  nei mezzi. Ed è per questo che la metodologia, in quanto discussione sui metodi, può essere di grande importanza, anche per la pianificazione.

Perché non discutere sulla cassetta di strumenti della disciplina? In questi anni di discussioni metodologiche sull’urbanistica tecnica e sugli strumenti ce ne sono ben poche, forse di più sulle politiche.

Abbiamo timidamente tentato questa strada con la raccolta di saggi sul metodo dell’OST ed è in uscita una seconda raccolta sull’Electronic Town Meeting, per poter aprire il dibattito sui metodi e sulla progettazione partecipata a partire da due metodi limite, al cui interno si apre tutta la vasta gamma delle pratiche che, in questi ultimi decenni, sono state messe in campo nel variegato mondo della partecipazione. Occorre capire quali finalità  muovono gli usi e le declinazioni attuali e locali, come la disciplina risponde e quali gli effetti che si ottengono. E siamo ancora in ambito di strumenti e loro funzionalità , siamo solo in ambito di limitati esempi, anche se concorrono con altre sporadiche azioni a cementare gli inizi. Di questioni ce ne sono ancora tante da indagare ed esaurire. Il monito deve essere più forte ed ossessivo. Conosciamo a fondo gli strumenti che quotidianamente usiamo nella pratica professionale? Siamo attenti agli usi impropri che facciamo? E quali sono stati o sono gli effetti iatrogeni, o più semplicemente i pericoli, che si annidano nelle nostre cure per i mali delle società  e dei territori?

O ancora, impariamo dalle esperienze? Le riviste di settore sono piene delle celebrazioni di piani e programmi realizzati e così poco degli atti d’accusa e delle assunzioni di colpa. E questo non per stigmatizzare nessuno (se sono responsabilità  e c’è un rapporto trasparente ed evidente tra ruoli e responsabilità  non c’è accanimento!), ma per poter apprendere dall’esperienza e dalle contingenti e particolari prassi.

Se parliamo di tecniche e di strumenti, tranne le parentesi non ancora pienamente svelate dei programmi complessi, che pure hanno portato un ampliamento interdisciplinare ed una ventata nuova, le poche riflessioni pseudo-metodologiche si rivolgono ad aspetti economici (perequazione, project financing, marketing territoriale, al massimo bilancio partecipativo) o di valutazione (VIA, VAS, eccâ¦). Interessanti conquiste ma parziali in una società  così liquida e complessa, dove non esistono assi o settori e dove il paradigma sistemico o il principio della sostenibilità  sono predominanti.

Cosa dire, poi, della questione della conoscenza. à trasversale in tutta la prassi pianificatoria ma la teoria l’affronta raramente e solo con alcuni autori (Crosta, 1995; Perrone, 2010). Quale conoscenza veicoliamo nei piani? E come? Da dove provengono le conoscenze che troviamo nelle agende politiche o nei resoconti della disciplina e dei suoi linguaggi? à la stessa conoscenza che nuove le azioni e che struttura i territori? à conoscenza esaustiva, necessaria, condivisa, negoziata, ragionevole e bastevole? Siamo al massimo delle nostre capacità ?

Non dimentichiamo che la pianificazione produce grandi racconti, narrazioni predominanti che fanno norma. Narrazioni al tempo stesso educative ed impositive. Nella loro retorica troviamo analisi sociali ed avanzamenti storico-culturali su questioni e concetti, ma anche metodi ed analisi. Sono parti che stralciate starebbero benissimo in manuali urbanistici, ma anche in saggi sociologici o economici, per fare solo due esempi altri. Quale è il loro effetto, oltre alla loro immediata utilità ? Sono solo giustificazioni e difese dell’operato? Legittimano la disciplina? E così via, in una serie di esempi volti a dare il giusto peso e la giusta importanza alla tensione metodologica anche nella disciplina della pianificazione.

La metodologia permette di unire il dire al fare e di vedere la teoria non più come una chimera, ma come una sfumatura che penetra la prassi con soluzioni di continuità  inimmaginabili.

Bibliografia

Alexander E. R. (1986), Approach to Planning. Introducing Current Planning Theories, concepts and Issues, Gordon and Breach Science Publishers, Lausanne, Switzerland (trad. it. F. D. Moccia, Introduzione alla pianificazione. Teorie, Concetti e Problemi attuali, Clean edizioni, Napoli, 1997).

Baer W. C. (1977), ‘Urban Planners: Doctors or Midwives’, Public Administration Review, n. 36, 6, novembre-dicembre, pp. 671-77.

Bobbio L. (2002), ‘Le arene deliberative’, Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, n. 3, pp. 5-29.

Brown J. e Isaacs D. (2005), The World Café: Shaping Our Futures Through Conversations That Matter, Berett-Koehler, San Francisco.

Crosta P. L. (1995), La politica del piano, Franco Angeli, Milano.

de Luzenberger G. (2010), L’Open Space Technology? Un viaggio!, in Garramone V. e Aicardi M., Paradise l’OST. Spunti per l’uso e l’analisi dell’Open Space Technology, Franco Angeli, Milano.

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Sitografia

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[1] Le scienze regionali si affermano negli anni quaranta del XX sec. in USA, come un corpus interdisciplinare di matrice economica nell’ambito delle scienze sociali. Esse si distinguono subito per il loro taglio interdisciplinare e per il loro approccio analitico ai problemi territoriali, che di volta in volta comprende teorie sulla localizzazione, modellistica spaziale e sistemi informatici territoriali, studi trasportistici, sulle migrazioni, sull’economia spaziale e sul managment territoriale, sullo sviluppo urbano e sull’uso del suolo, analisi ecologiche ed ambientali, analisi delle politiche pubbliche in ambito urbano e rurale, eccâ¦ Una sorta di economia applicata a contesti territoriali ed integrata con contributi di altre discipline di settore. Caposcuola di questa nuova ‘interdisciplina’ è Walter Isard, che pone grande enfasi sugli aspetti di scientificità  e di oggettività  degli studi delle scienze regionali. Lo scopo è quello di dare credibilità  e di estendere le scienze regionali tanto al di fuori degli ambiti dell’economia quando attraverso l’apertura ad altre discipline, ad es. l’antropologia, il diritto, l’ingegneria, le scienze naturali, la sociologia, la psicologia, l’urbanistica, le scienze politiche, la geografia, ecc… Nel decennio successivo, quando gli studi avranno raggiunto una grande mole, nascerà  anche la Regional Science Association (1954), si inaugurerà  il primo dipartimento universitario nell’University of Pennsylvania (1956) e verrà  pubblicato il Journal of Regional sciente (1958).

[2] Per fare solo alcuni esempi, medici igienista contro ingegneri, economisti, cultori d’arte ed architetti; ingegneri contro architetti; architetti integrali contro architetti; municipalità  contro sovrintendenze; funzionari pubblici contro liberi professionisti; eccâ¦ (Ernesti, 1988; Garramone, 1999 e 2007).

[3] Owen stesso afferma che «L’OST fornisce un modo di imparare come gestire effettivamente un mondo auto-organizzato â nella speranza che abbastanza presto â quando ci sentiremo comodamente a casa in questo mondo non sarà  un problema non avere il controllo dell’organizzazione».

By | 2017-11-08T10:00:04+00:00 luglio 28th, 2011|NOTIZIARIO 2011, Uncategorized|0 Comments

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