Il ruolo dei territori montani

La politica, quella seria, che è una certa visione della realtà , interpretazione di modelli, identificazione di valori, dovrebbe accompagnare e regolamentare processi economici e sociali che si verificano più o meno spontaneamente nella realtà  del Paese. Così come ci pone il problema di regolamentare quei fenomeni legati alle trasformazioni di una società  che cambia velocemente (dalle coppie di fatto alle situazioni legate all’immigrazione e quindi alla presenza di comunità  multietniche che convivono nello stesso territorio), allo stesso modo la politica dovrebbe fornire risposte adeguate quando è il sistema economico a cambiare.

E invece le distorsioni del vecchio sistema di sviluppo, che la crisi economico-finanziaria esplosa negli ultimi anni ha messo in evidenza, non sono ancora state affrontate e analizzate seriamente. Tantomeno sono stati individuati e applicati nuovi modelli di business. La lentezza dei processi decisionali, il groviglio di interessi, l’autoreferenzialità  delle sedi istituzionali, non consentono un’analisi lucida e un confronto serio nel merito delle questioni, con la conseguenza che si fa fatica a centrare il main stream dell’intero sistema, il motore in grado di rimettere in circolo nuove energie: il territorio.

E’ da qui che parte la sfida per nuovi modelli industriali, sempre più legati alla green economy e a una governance capace di restituire alle comunità  locali il controllo sulle proprie risorse. E’ dal territorio â e soprattutto da quello montano, che copre il 54% della superficie nazionale â che nasce l’opportunità  strategica per il nostro Paese di rivestire un ruolo chiave nell’economia green: acqua, aria, legno, foreste, diventano gli asset fondamentali per costruire un futuro che affermi la capacità  nazionale di autoproduzione energetica sostenibile attraverso i settori dell’idroelettrico, eolico, biomasse e fotovoltaico, sempre più affrancati da onerosi combustibili fossili d’importazione.

E’ sul territorio che insistono i numerosi distretti produttivi che continuano a garantire all’Italia una capacità  competitiva internazionale, dall’agroalimentare di qualità  ai distretti del turismo alpino.

In occasione della Borsa Internazionale del Turismo di Montagna, che a Trento lo scorso settembre ha celebrato la sua decima edizione, Uncem ha presentato un Manifesto sul turismo montano, sottoscritto anche da Reinhold Messner, che illustra i principi per uno sviluppo sostenibile e produttivo del settore ripartendo da una corretta declinazione della sussidiarietà , dalla valorizzazione dell’identità  e dai valori delle comunità  locali.

Il primo punto del Manifesto per lo sviluppo del turismo in montagna è infatti identità  multipla. Per rimarcare un â’meglio’’ che è opportunità  e non vincolo e che non può essere standard. Dentro questo percorso, fondato sulla sussidiarietà , si gioca il ruolo dei territori montani nella green economy. Si tratta di sviluppare, per tutta la montagna italiana, un’azione di marketing differenziale e competitivo. Perchè così come non c’è un solo turismo, non esiste una sola montagna ma geografie e articolazioni di modelli differenti che insistono anche sullo stesso territorio. Anche per questo l’Uncem sta ripensando il proprio ruolo di rappresentanza sindacale, insieme a quello delle Comunità  montane, non più realtà  agganciate a politiche assistenzialiste ma vere e proprie agenzie per lo sviluppo, in grado di attivare economie di scala traducendo sul territorio e sulle comunità  locali le logiche del mercato.

Non si tratta di proclami di principio, ma di vere e proprie sperimentazioni che abbiamo già  avviato sul territorio, da nord a sud. Friuli, Piemonte, e ultima, ma non per ultimo, la Basilicata, dove insieme alla Regione parte il progetto per lo stoccaggio della CO2, la riduzione dei gas serra, le azioni connesse all’utilizzo della biomassa forestale e la valorizzazione del patrimonio boschivo per l’impiego nell’industria del legno.

Azioni peraltro avviate già  da tempo anche attraverso l’intesa con Federlegno-Arredo e Unicredit e che trovano proprio sul territorio lucano il primo campo di applicazione concreta.

Tra le pieghe del territorio risiedono tutti gli elementi per ripartire, e la politica come risponde? Nei ritagli di tempo tra i balletti per le nomine del sistema radiotelevisivo e le questioni legate ai principi morali, elabora provvedimenti per il contenimento della spesa e la semplificazione, in nome di un federalismo di principio del quale non sono ancora chiari i contenuti. L’unica cosa chiara è che bisogna tagliare. Si tagliano le classi scolastiche, e si taglia la democrazia.

Ma la parola federalismo non doveva significare redistribuzione dal centro ai territori?

E allora perché si risanano i debiti delle grandi città  metropolitane e si tagliano le rappresentanze dei piccoli municipi?

Perché ai territori non deve tornare una percentuale di quanto ‘speso’ per far passare le grandi infrastrutture?

Perché acqua e foreste devono essere comprate a cifre irrisorie dai grandi player del mercato?

Sono queste le domande a cui una politica seria dovrebbe fornire risposta.

Questi i temi che dovrebbero essere prioritari per far ripartire la macchina della produttività  restituendo centralità  al territorio e ritagliando un nuovo ruolo per le comunità  locali. Altrimenti il declino del Paese rischia di diventare strutturale, soprattutto nelle regioni più deboli, dove continueranno le politiche della spesa pubblica e degli interventi straordinari.

2011-01-17T12:39:55+00:00