Dal terremoto del paesaggio al paesaggio del terremoto

Le notizie e le immagini del recente terremoto abruzzese ci spingono a vedere i paesaggi del terremoto come il coronamento dei fenomeni metaforicamente sismici che hanno sconvolto e distrutto il paesaggio italiano e che sono ampiamente descritti in questo volume. Ci invitano in sostanza a chiudere il cerchio della tematica paesistica: dal terremoto metaforico del cosiddetto sprawl urbano che continua a disintegrare i paesaggi delle campagne italiane alle distruzioni del centro storico aquilano e dei borghi della montagna abruzzese. Due volti della distruzione â non importa se per somma di corpi estranei o per sottrazione â di un medesimo patrimonio territoriale.

Le linee, le faglie (si direbbe) che connettono paesaggio e terremoto sono sotto gli occhi di tutti e con ancora maggiore evidenza appaiono nella critica congiuntura economica che attraversiamo. Le rovine e i crolli dell’economia internazionale e dei terremoti borsistici â di cui sono pieni i giornali – si riflettono nelle rovine del paesaggio terremotato e si trasmettono insieme alle angosce e traumi di una popolazione spaventata e sradicata dal suo territorio. Naturale che il G8 venga a questo punto a consacrare i limiti e insieme a verificare i vantaggi di una globalizzazione che solo il carattere catastrofico dell’evento terremoto ha permesso di intercettare a livello locale.

Non è la prima volta che ciò accade nella storia di un paese da sempre martoriato dai terremoti. Il pensiero non può non andare al terremoto calabrese del 1783: vera ‘catastrofe da Apocalisse’ con i suoi trentamila morti, i cento e cento villaggi crollati e sepolti sotto intere montagne e colline. In quel caso il terremoto sconvolse non solo gli insediamenti ma anche lo stesso paesaggio naturale e rurale.

In questo scenario il terremoto non è l’unico grande protagonista. Accanto a uomini, donne e fanciulli uccisi o messi in fuga, avanza una figura nuova: il ‘filosofo’, l’analista minuzioso, pronto a ‘discutere di tutto, con una grande fede nella capacità  della umana ragione e nelle possibilità  di persuasione della parola scritta’ (A. Placanica, Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento, Einaudi, Torino 1985). Fin dal Settecento, l’evento catastrofico inserisce la Calabria nella cultura e nel dibattito scientifico internazionale. Come ha ben visto il geografo Gambi, se l’entità  della catastrofe fece al momento piombare la regione ‘in uno stato indescrivibile di anarchia e di inquietudine’ al contempo ‘mise i problemi della regione in pieno rilievo fra i cultori delle disciplina naturalistiche’ non meno che di economisti, giuristi e politici, tanto che è da queste ‘scientifiche e illuministiche iniziative che i problemi della Calabria per la prima volta riecheggiano con autorità  al di fuori di essa’ (L. Gambi, Calabria, Utet, Torino 1965, p. 184).

A questa ‘ragione investigante’ parteciparono geografi fisici e umani e geologi della statura di Hamilton e Dolomieu, ma anche ‘modesti parroci e dottori fisici di un oscuro paesello’ e si aprì, come oggi, un’ampia discussione a proposito della previsione e lettura dei segni premonitori, dei modi della ricostruzione e della prevenzione.

La rivisitazione del passato può dunque insegnare molto su tutti e tre questi punti di vista, che coinvolgono, oltre a politici e amministratori, geografi, geologi, ingegneri, urbanisti, architetti e cultori delle scienze sociali. Lo sanno bene i geologi che negli anni Ottanta hanno promosso, come Istituto Nazionale di Geofisica, un’ampia indagine storica sui terremoti del passato per conoscere meglio non solo l’estensione delle aree sismiche ma anche e soprattutto per capire se l’andamento e la fenomenologia tipica di ogni area possa essere utile anche ai fini della previsione e ovviamente della ricostruzione e prevenzione. La continuità  della memoria storica e il ruolo della geografia storica devono allora essere riattivati e potenziati, a partire dalla scuola di ogni grado, anche quando gli episodi sismici si susseguono a distanza di qualche secolo. Se negli amministratori e nelle popolazioni locali ci fosse stata sensibilità  storica e geografica tutti sarebbero stati più avvertiti nel controllo delle norme sismiche nell’edilizia. Non per caso, se prima del terremoto si arrivò a prorogare i termini d’entrata in vigore delle norme antisismiche e a presentare, a livello nazionale e nell’ambito del Piano casa, provvedimenti di ‘liberalizzazione’ nella gestione e controllo pubblico del territorio e nell’applicazione del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, a terremoto avvenuto, si è capito come sulla applicazione della normativa non si possa più scherzare e soprattutto non si possa più pensare di sacrificare alle ragioni dell’economia la sicurezza, il paesaggio e l’identità  culturale delle popolazioni. La lezione del terremoto, ieri come oggi, qui come altrove, consiste nella consapevolezza della inseparabilità  di questi tre elementi e del loro necessario convergere sulla via di uno sviluppo sostenibile anche in termini economici.

La lezione della storia può infondere coraggio anche nelle scelte della politica. Se confrontiamo le scelte del governo borbonico a favore delle popolazioni calabresi alla fine del Settecento con quelle che il governo italiano sta approntando, non sembra che il paragone metta in buona luce la nostra epoca. Oggi si dice che si provvederà  senza innescare meccanismi fiscali di redistribuzione dei redditi. Allora, invece, si misero in atto processi che, sommandosi a quelli successivi alla conquista napoleonica, ebbero conseguenze sociali profonde. La corte borbonica intervenne infatti con «la istituzione di una speciale ‘Cassa’ (detta ‘sacra’ perché formata con la requisizione di beni e rendite della chiesa romana, che aveva in proprietà  un sesto per lo meno della Calabria meridionale) a cui assegnò il compito di dividere equamente fra i coltivatori non proprietari i beni incamerati e di giungere a una migliore ripartizione dei gravami fiscaliâ¦ e di iniziare a mettere in opera quei lavori di utilità  comune (strade, ponti, ecc.) che erano stati invano caldeggiati da una cinquantina di anni in qua» (L. Gambi, op. cit, p. 186-7). Quella sì che fu una ‘svolta epocale’. Su un altro aspetto, nel quale oggi ci riteniamo maestri, possiamo utilmente confrontare il nostro tempo con quello dei nostri antenati: la ricognizione, documentazione e comunicazione dei ‘paesaggi’ della catastrofe Un magnifico atlante di 70 tavole, più una grande carta geografica, correda l’Istoria de’ fenomeni del tremuoto promossa dalla Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli e già  pubblicata nell’anno seguente all’evento. Nelle tavole ‘paesaggio, rovine, uomini sono dramatis personae‘ allo stesso titolo. Uomini, donne, fanciulli e gli stessi ‘filosofi’ vengono ritratti nelle splendide vedute e si fondono in un paesaggio che pur nella malinconica contemplazione delle rovine, non li sovrasta né li esautora mai del tutto. La pittura racconta questa muta partecipazione al dramma e alla vita inserendo l’elemento umano come referente primario nella dialettica tra paesaggio e rovina, mentre sono scrittori, filosofi e scienziati viaggiatori nel corso delle loro peregrinazioni ‘letterarie’ nei luoghi del disastro a dar voce alle popolazioni locali.

Ai giornalisti, che in queste settimane hanno fatto i loro reportage e svolto le loro inchieste e denunce, forse farà  piacere sapere che, esercitando uno sguardo non molto dissimile dal loro, anche Goethe guardando la famosa Palazzata di Messina ebbe a scrivere parole come queste: ‘Nulla di più lugubre all’occhio della cosiddetta Palazzataâ¦ Erano tutti grandi edifici di pietra, a quattro piani: molte facciate sono rimaste intatte fino al cornicione del tetto, altre sono crollate fino al terzo, secondo o primo piano, talché quell’antica, sontuosa sfilata appare oggi un seguito orripilante di schianti e di foracchiature, col cielo azzurro che occhieggia da quasi ogni finestra. All’interno i singoli appartamenti sono tutti sprofondati. Come si sia prodotto un così singolare fenomeno si spiega col fatto che, volendo emulare lo sfarzo della grandiosa compagine architettonica iniziata dai ricchi, i vicini meno abbienti avevano nascosto le loro vecchie case, fatte di ciottoli grossi e piccoli impastati con molta calce, dietro facciate costruite in pietra da taglio. Questa accozzaglia, di per se stessa poco solida, sotto l’azione della terribile scossa, non poteva che sconnettersi, sbriciolarsi e infine crollareâ¦’.

Morale della storia: dal confronto con il passato, a salvarsi non sono né gli scienziati né i privati e tanto meno i costruttori, ma solo il governo borbonico nella sua opera di ricostruzione!

2011-01-17T12:49:59+00:00