La città  pubblica è un valore di riferimento che rischia di divenire residuale: lo spazio pubblico è relegato a merce di scambio nelle trattative con gli operatori  privati,  perdendo così il suo valore d’uso collettivo. Anzi lo spazio pubblico da collettivo diviene connettivo di attività  individuali per le quali il cittadino è preso in considerazione solo in quanto utente.

Quando come esito della negoziazione si ottiene dal privato investitore un contributo alla città  pubblica, è il privato che ne determina la morfologia, deformata il più delle volte da una visione mercantile che plasma la sfera pubblica della città .

Ma la città  è contemporaneamente urbs, civitas, polis: la città  come struttura fisica, la città  come società , la città  come governo (politica) come scrive Eddy Salzano. Perciò gli spazi pubblici sono tali non solo in quanto fisicamente presenti all’interno della città , ma anche in quanto agiti dai cittadini e governati dal pubblico. ‘La piazza, l’asilo nido e la scuola, la biblioteca e il parco fanno parte dello stesso universo del diritto di sciopero e di quello di riunione’. (E. Salzano 22/05/09).

Non serve tuttavia lamentare la progressiva  privatizzazione degli spazi pubblici tradizionali, poiché è il risultato di una effettiva perdita di attrazione della polis, sostituita dal primato del privato, dal prevalere dell’interesse individuale.

Di questa impostazione ‘culturale’ è certamente un frutto maturo la politica di incentivi e deregulation proposta con il cosiddetto ‘piano casa’ del governo a cui nessuno, neppure le regioni governate dal centro-sinistra, ha potuto opporre un rifiuto netto, ben sapendo quanto ha fatto breccia, nell’immaginario collettivo degli italiani, il sogno di poter sopraelevare, aggiungere, magari solo trasformare il terrazzino in veranda e acquisire così quei pochi metri quadri che rappresentano un piccolo sfogo all’ esercizio individuale dello ius aedificandi. Ebbene è quest’idea che nega alla base la possibilità  stessa di costruire la città  pubblica insieme alle case e ad essa non basta contrapporre la certezza degli standard urbanistici, garanzia di un livello minimo di aree da utilizzare per le attrezzature e i servizi pubblici: certo il livello minimo va mantenuto, ma non è mai stato garanzia di un risultato di qualità  degli spazi pubblici.

Al contrario le ‘prestazioni’ oggetto di negoziazione con i privati, se non si limitano a predeterminare in astratto il punto di equilibrio economico-finanziario (oggetto dell’accordo) ma si traducono in requisiti di qualità  da soddisfare nel progetto urbano, possono declinare quegli standard in qualcosa di significativamente più orientato alle esigenze effettive degli abitanti e al ‘genius loci‘ di cui il progetto di suolo dovrebbe essere interprete.

Ora è chiaro che siamo tutti piuttosto delusi dalla ‘prestazione’ complessiva che le negoziazioni urbanistiche hanno prodotto sul territorio, ma probabilmente è il metodo che va corretto e ripensato, più e prima del contenuto di quelle negoziazioni. In altri termini occorre regolamentare gli accordi dal punto di vista procedimentale, ancorandoli alla  necessaria individuazione degli obiettivi di interesse pubblico da raggiungere nel contesto (ambito) urbano in cui si realizzano

Nel passaggio dagli accordi ai piani attuativi si perde oggi quasi sempre la possibilità  per le pubbliche amministrazioni di esercitare il ruolo di regia complessiva delle trasformazioni e di garante dei diritti dei cittadini. Ciò dipende da una certa immaturità  dell’amministrazione pubblica a misurarsi con la pratica dell’urbanistica consensuale con procedure concorsuali.

L’urbanistica consensuale (per usare una definizione di Paolo Urbani) non ha ancora trovato un punto di equilibrio fra rigidità  del vecchio PRG e deregulation: nel mercato delle negoziazioni urbanistiche non c’è concorrenza. Per stringere accordi pubblico-privato occorre che il pubblico abbia regolamentato la partita e sappia su quale risultato puntare. Invece quello che succede di norma è che sia il privato a portare una proposta al comune, chiedendo di variare il piano per consentire un intervento remunerativo del suo investimento e offrendo una contropartita. Così il comune può solo rilanciare (se ne ha la capacità ) sull’entità  della contropartita o ribassare sulle richiesta di edificabilità  del privato.

Seguendo questa strada si perdono di vista due obiettivi:

*    il criterio di priorità  degli interventi, dal punto di vista della valutazione dell’interesse pubblico;

*    la qualità  del progetto come frutto di una selezione concorsuale tra più proposte concorrenti.

Come corollario a questi aspetti aggiungo la mancanza non tanto della ‘trasparenza’ della negoziazione che ormai avviene alla luce del sole, suffragata da motivazioni che allargano sempre più il concetto di interesse pubblico, quanto la carenza di partecipazione alle scelte. Infatti anche nei casi in cui viene sbandierato il ricorso a forme di consultazione popolare, si assiste ad una sorta di rappresentazione formale della partecipazione  democratica che consiste in una ricerca del consenso a posteriori su progetti già  deliberati.

Tutta un’altra cosa dal perseguire un confronto concorrenziale tra diverse proposte di trasformazione presentate da operatori diversi, in gara fra loro, sulle medesime aree selezionate dal Comune in funzione di una effettiva volontà  di ottenere un miglioramento dei parametri di qualità  urbana di ambiti che l’amministrazione stessa ha individuato come prioritari per un piano strategico di riqualificazione.

Questo è il senso delle ‘procedure concorsuali e partecipative’ della L. 19/98, che  sono state fortemente ridefinite nella legge  di riforma recentemente approvata dall’Assemblea regionale, dal titolo ‘Governo e riqualificazione solidale del territorio’.

Quello che occorre migliorare è essenzialmente il procedimento di individuazione degli ambiti e degli obiettivi di riqualificazione da parte del Comune, che deve diventare un attore molto più responsabile delle trasformazioni urbane, conservando la regia pubblica di tutta l’operazione: innanzi tutto individuando ambiti selezionati per la loro capacità  di innescare un effetto significativo delle trasformazioni che si rifletta in un aumento diffuso della qualità  urbana percepibile da una comunità  di cittadini.

A questi cittadini l’amministrazione deve rispondere e quindi, nel perimetrare quegli ambiti, deve coinvolgerli in un procedimento di partecipazione strutturato in modo da ricondurre ogni momento decisionale ad un confronto concorrenziale tra le diverse opzioni, che consenta di giungere ad un progetto urbano costruito dal basso, partendo dai fabbisogni rilevati mediante un documento condiviso di analisi e prospettive strategiche di qualità  urbana.

E’ in gioco la possibilità  di rinnovare efficacemente le nostre aree urbane, utilizzando le opportunità  poste dagli interventi di trasformazione, per rigenerare insieme al patrimonio edilizio esistente anche gli spazi e le funzioni della città  pubblica, arricchendoli di nuove occasioni di socialità .

Post scriptum

In un recente viaggio studio in Finlandia ho potuto misurare la distanza che passa tra le nostre città  (e le nostre periferie anche recenti) con il livello qualitativo medio dell’edilizia scandinava, così fortemente caratterizzata da quartieri ricchi di verde e di spazi pubblici ben pianificati.

Certo un elemento determinante è rappresentato dal diverso regime dei suoli: in una città  come Helsinki la municipalità  possiede l’80 % delle aree fabbricabili e può pianificare lo sviluppo urbano mettendo in concorrenza gli investitori privati che ne chiedono la disponibilità .

Un altro fattore di successo sta nella diffusione dei concorsi di progettazione, non solo per le opere pubbliche più rilevanti, ma anche per l’edilizia abitativa. Infatti in molti casi il comune mette a concorso i lotti edificabili: acquisisce il diritto di costruzione chi presenta il progetto più convincente per la propria abitazione.

Un altro dato per noi straordinario è la percentuale di edilizia sociale programmata: il 50% della superficie edificabile di ogni nuovo quartiere residenziale. Ad Helsinki si raggiungono punte del 56% con il risultato che la copertura della domanda di abitazioni in affitto arriva a soddisfare la classe media, con evidenti effetti di coesione sociale, anche perché non vi è alcuna differenza qualitativa tra case in affitto a canone sociale e case in proprietà : sono mischiate in ogni quartiere e condividono spazi comuni e servizi, a cominciare dagli asili di vicinato, diffusi ovunque ed aperti a tutti i bambini dai quattro mesi ai sei anni.

Ma forse la lezione più importante che ci viene dai paesi nordici è la coerenza con cui la classe politica (senza distinzioni ideologiche) persegue ed attua la pianificazione strategica. La greater Helsinki è una città  â regione policentrica programmata per contrastare lo sprawl urbano e concentrare lo sviluppo lungo direttrici prestabilite, a cominciare dal recupero delle aree portuali. Ogni nuovo insediamento si svilupperà  su aree dismesse (come Arabiaranta, realizzata sul sedime della fabbrica delle ceramiche Arabia Finland) con un rapporto di sostenibilità  tra abitazioni e posti di lavoro e uno stretto collegamento con i poli di interscambio del trasporto pubblico.