Ciclicamente, come per le stagioni, nel dibattito culturale e politico riemerge la cosiddetta ‘Questione meridionale’ con temi vecchi e consunti; talvolta con argomenti nuovi, originali, perfino stravaganti.

Nel 2009 il ciclo si è manifestato con le proposte salvifiche del partito e della banca del Sud, della riedizione della Cassa per il Mezzogiorno e quant’altro. Con la Lega che denuncia le troppe risorse nazionali sperperate nel Mezzogiorno e noi meridionali che, risentiti, rintuzziamo la tesi ed innalziamo alto il vessillo del rivendicazionismo.

In questo quadro è impensabile dire qualcosa che non sia stata già  detta e scritta più di una volta da più di un analista. Non avendo titoli e ruoli di alto lignaggio culturale e politico, imprenditoriale e sociale, posso, senza compromettere nulla e nessuno, fare qualche modesta considerazione, maturata non nei templi della scienza o nei palazzi del potere, bensì nel vissuto quotidiano di uomo del Sud piuttosto disincantato.

Partendo innanzitutto da concetti a parer mio scontati:

*  Il Mezzogiorno d’Italia ha, fin qui, avuto risorse ingenti, idonee sicuramente a ridurre, se non ad eliminare, il gap strutturale ed economico con il resto del paese;

*   le classi politiche che si sono succedute alla guida della nazione e dei governi locali sono tutte ugualmente corresponsabili dell’attuale condizione.

Per intercettare e conservare il consenso sono stati usati pressappoco gli stessi metodi, praticati dalle maggioranze e denunciati dalle opposizioni, e rimasti tali anche in caso di alternanza politica.

Le regioni meridionali non hanno sviluppato un progetto strategico idoneo a produrre sviluppo e ricchezza, non per incapacità  e miopia delle classi dirigenti, ma perché la necessità  di alimentare le clientele richiedeva la parcellizzazione delle risorse e la dissoluzione in mille rivoli che sedimentavano la cultura del privilegio, dell’ingiustizia e dell’illegalità .

Con questa filosofia generalizzata e praticata di acquisizione del consenso, al di là  delle roboanti enunciazioni di principi e di valori, assumono ruolo insostituibile le organizzazioni malavitose con ruolo di intermediazione tra le classi politiche e gli elettori. E’ più facile interloquire con pochi capibastone, capaci di garantire l’elezione o la conferma, piuttosto che dover convincere gli elettori uno per uno. Anche perché le disponibilità  sono sempre limitate rispetto alle richieste e con la logica del ‘do ut des’ un filtro si rende insostituibile.

Nonostante i proclami, mi riesce difficile immaginare che al Sud vi sia o vi sia stata una forza politica che non abbia avuto un rapporto, se non di convivenza almeno di contiguità , con personaggi legati in maniera più o meno organica con mafia, camorra, ‘ndrangheta o sacra corona unita.

E’ un’affermazione molto grave, ma sarei intellettualmente poco onesto se non la facessi.

Mi si opporrà  con risentimento e sdegno che i casi conclamati sono riconducibili a singole persone e non alle organizzazioni. E’ vero. Ma quando sono tanti e riguardano tutti i partiti il sospetto diventa legittimo. Le analisi debbono essere necessariamente impietose per avere dignità .

Come potevano crescere le regioni meridionali con un sistema universitario polverizzato, con insediamenti sparsi qua e là , perfino in cittadine di provincia prive di strutture ed infrastrutture viarie, abitative e culturali, senza alcuna strategia scientifica e didattica, unicamente per soddisfare le richieste, appunto clientelari, del potente di turno. E quando cambiava il potente non si eliminava l’istituzione concessa, ma se ne aggiungeva un’altra nel sito indicato dal nuovo potente.

Al Sud è diffuso il fenomeno dei ‘diplomifici’, scuole private che vendono diplomi in cambio di consistenti somme di danaro. Ovviamente con la complicità  interessata delle strutture centrali e periferiche ministeriali e dei commissari d’esame. Si illude, così, la povera gente con pezzi di carta inutili, si impoveriscono le famiglie, si squalifica la cultura e la professionalità  vera. Si sfrutta anche il bisogno giovanile pretendendo dai docenti insegnamento senza retribuzione in cambio della sola attribuzione del punteggio per il servizio prestato.

E la formazione professionale? Anche qui risorse immense bruciate dalle regioni meridionali di destra, di sinistra e di centro, senza una visione organica delle necessità  del mondo del lavoro. Visione organica non necessaria perché non si forma assolutamente nessuno. I fondi vengono appaltati prevalentemente ai sindacati o a pseudo associazioni legate a politici e compari con l’obbligo quasi esclusivo di far lavorare, si fa per dire, cosiddetti formatori e personale amministrativo.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma non posso chiudere senza parlare della sanità .

Peggio dell’università . Ospedali dappertutto, ovviamente senza una seria programmazione, differenzazione e specializzazione. Tutti ospedali generali, quasi tutti mediocri se non pessimi. Dai direttori generali agli inservienti, quasi tutti scelti dalla politica con criteri di dubbia meritocrazia.

Strutture private e liberi professionisti che costruiscono autentiche fortune economiche e professionali sulla malasanità  pubblica. Sono gli stessi che, utilizzando il potere conquistato, assurgono a ruoli politici e dai quali si pretenderebbe la riforma moralizzatrice del servizio sanitario. Non mi è difficile immaginare le accuse di qualunquismo a questa spietata analisi e le dotte citazioni dei casi di eccellenza in tutti i settori esaminati.

Non li escludo e molti sono anche di mia personale conoscenza. Ma un qualsiasi servizio si giudica per il livello medio e non per i casi di eccellenza o di inefficienza, auspicabili i primi ed inevitabili i secondi.

Le conseguenze?

Al Sud vi sono 60 imprese ogni 1000 abitanti, nel resto del paese 87. Al Sud la dimensione media delle imprese è di 2,8 addetti, al Centro-nord 4,7. L’occupazione nelle microimprese del Mezzogiorno è quattro volte quella delle grandi imprese (40% contro 11%). La propensione all’export del Mezzogiorno è sensibilmente inferiore a quella nazionale (9,5% rispetto al 21%) ed a quella del Centro-nord (24,4%) e risulta inferiore anche a quella di tutti i paesi di nuova adesione e dei paesi Euromed, ad esclusione di Egitto e Libano.

Il Sud è in ritardo su innovazione e ricerca, non è attrezzato per ottimizzare spesa e investimenti.

Il Sud non riesce a spendere i fondi comunitari.

SVIMEZ ha presentato il ‘Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2009’. Vi è scritto che l’esodo dal Sud verso le regioni più ricche del Nord è inarrestabile. L’Italia, unica in Europa, si presenta come un paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarli con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni.

E allora? I rimedi? Le proposte?

Riconosco che non è facile.

Ma se le forze politiche nazionali, le loro strutture territoriali, le associazioni imprenditoriali, le organizzazioni sindacali, la Chiesa, il mondo accademico, le rappresentanze delle libere professioni credono davvero nelle cose che dichiarano nei convegni, nei seminari, nei dibattiti, nelle conferenze, nei congressi, nei comizi e nelle sedi istituzionali stringano un patto.

Sottoscrivano un codice di comportamento condiviso con il quale s’impegnano a osservare alcune regole, le stesse per quando si governa o si pratica l’opposizione. Poche regole, semplici, comprensibili a tutti, improntante al buon senso.

Si fissino, senza possibilità  di deroga, le condizioni per istituire una sede universitaria o un ospedale.

Si decida di allontanare dal sistema associativo, qualunque esso sia, e dalle funzioni pubbliche le persone indagate per reati ben individuati. Sappiamo tutti della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, ma i tempi della giustizia sono biblici. L’attesa consente di fare ulteriori danni e, soprattutto, genera sfiducia nel cittadino. A giudizio concluso si innalzino agli onori dei civici altari gli assolti e vengano risarciti di tutto, anche con incarichi di prestigio e con indennità  adeguate.

Si modifichi il sistema elettorale restituendo sovranità  agli elettori ed ai territori. Non è con l’abolizione della preferenza che si elimina il voto di scambio, ma con il buongoverno. E’ inconcepibile e mortificante affidare la nomina del Parlamento a pochi oligarchi che possono parimenti, e forse più agevolmente, trattare con poteri illegali.

Si proceda ad una più equa distribuzione della popolazione sul territorio attraverso la delocalizzazione in aree periferiche di tutto ciò che non ha esigenza di ubicazione in zone metropolitane o, comunque, a forte congestione urbanistica.

Si intervenga celermente per la copertura di tutto il territorio con la banda larga che consente il collegamento rapido con il mondo dall’acrocoro di una montagna. Si soddisfano così le esigenze d’informazione e di lavoro telematico che favoriscono l’insediamento familiare ed imprenditoriale in aree montane, interne e svantaggiate.

Più breve è la filiera cittadino â potere meno si sente l’esigenza dell’intermediazione clientelare.

Fino ad oggi siamo andati avanti con una sequela infinita di operazioni gattopardesche con le quali abbiamo cambiato in continuazione tutto affinché nulla cambiasse.

Se vogliamo un Mezzogiorno più vicino al resto d’Italia ed all’Europa, più protagonista nel Mediterraneo, più competitivo nel mercato globale, dobbiamo avviare un’autentica rivoluzione culturale e valoriale in una visione rigorosamente nazionale.

E’ difficile, visionaria, forse impossibile. Ma non vedo all’orizzonte altre soluzioni praticabili.

Dobbiamo volerla noi, dobbiamo realizzarla noi.

Come diceva Pasolini, la cultura non si porta, è nei luoghi.