Verona tra ambizioni metropolitane e microlocalismi

Le elezioni del 27-28 maggio 2007 a Verona hanno visto una vittoria clamorosa del candidato leghista Flavio Tosi presentato dalla coalizione di centro-destra, che prevale ampiamente, ottenendo oltre il 60% dei voti sul sindaco uscente Paolo Zanotto, ricandidato dalla coalizione di centro-sinistra. Sconfitta del sindaco uscente alla fine del primo mandato, vittoria di un candidato leghista dopo una campagna centrata su sicurezza e localismo: al di là  del dato elettorale in senso stretto, questo risultato induce ad una serie di riflessioni non solo locali, che possono interessare i lettori di questa rivista. Verona: cittadina di provincia o potenziale metropoli? Sarà  bene in premessa ricordare alcuni caratteri e problemi di fondo della realtà  urbana veronese. La più recente ricerca comparativa OCSE, la Territorial Review on Italy (2001), mette in evidenza alcuni punti di forza e di debolezza di Verona in confronto con gli altri sistemi territoriali metropolitani italiani. Gli indicatori demografici e occupazionali confermano una posizione di forza di Verona che vede una crescita dell’occupazione e una dinamica demografica positiva, in particolare rispetto a Milano, Torino, Venezia, Genova, Trieste, Bologna, anche rispetto all’impatto dell’immigrazione, dei processi di invecchiamento della popolazione e di riduzione del ruolo e della dimensione della famiglia. La scolarizzazione è aumentata rispetto alla media nazionale, ma rimane indietro rispetto a Milano, Genova e Bologna, confermando che il Nord est ha consumato risorse umane in questi decenni di crescita mantenendo basse le credenziali educative della forza-lavoro. Per quanto riguarda le specializzazioni produttive, Verona si conferma una realtà  manifatturiera forte, anche se con un lieve calo del quoziente di localizzazione manifatturiera, mentre cresce la localizzazione terziaria, confermata dal raddoppio dell’occupazione nel settore. Insisto sulla dimensione propriamente urbana, perchè dal punto di vista territoriale e urbanistico, vale la pena di ricordare che non è mai esistita, nella coscienza dei ceti dirigenti della città , un’identità  regionale profonda e condivisa della quale Verona si sia sentita parte. Il Veneto, infatti, fino al secondo dopoguerra, è esistito come sommatoria di identità  urbane, con una profonda separatezza tra Venezia e la Terraferma, anche e di più con la nascita di Porto Marghera. I “confini” di Verona, come spesso accade, non coincidono con i confini amministrativi (comunali, provinciali, regionali). I sistemi di relazioni economiche e sociali, i percorsi dello sviluppo economico, le traiettorie della vita quotidiana delle persone (nello studio, nel lavoro, nel tempo libero) e alla fine le identità  territoriali poco hanno a che vedere con i confini amministrativi. Verona è sempre stata collegata in modo molto intenso non solo con Trento e l’asse Resia/ Brennero, ma per le attività  agricole e gli scambi commerciali (e familiari) anche con la Bassa e la Pianura e poi via fino alle Marche. Del resto Verona, a diferenza di altre città  venete, ha da sempre un ruolo “metropolitano”, che travalica i confini amministrativi comunali. Da sempre le funzioni urbane sono state concentrate nel comune capoluogo e il territorio circostante e i suoi abitanti hanno guardato alla città  come perno dei propri interessi e aspettative. Da questo punto di vista la fine del ruolo di Verona come città  militare, con il rilascio da parte dei militari di enormi spazi ed edifici di pregio nella città  storica, e la contemporanea disponibilità  alla riconversione di un milione e mezzo di metri quadri, per la ridislocazione da Verona Sud di una serie di insediamenti produttivi e dello scalo ferroviario, apre una serie di possibilità , ma anche lancia una sfida troppo grande per poter essere afrontata in chiave solo cittadina. Verso una scala più ampia di quella puramente comunale/cittadina spingono anche i progetti europei relativi alle grandi infrastrutturazioni dei corridoi del Brennero e del corridoio 5, e le potenzialità  dei flussi turistici dell’area Adige-Garda: Verona, il Garda e il Trentino fanno insieme 3,2 milioni di turisti l’anno (come Parigi). Non sempre i ceti dirigenti della città  sembrano consapevoli della sfida e disposti ad assumersene il rischio e la responsabilità . Questa difficoltà  ha molto a che vedere con il sistema della leadership locale, nei diversi ambiti, politico, economico, associativo. Il modello da cui Verona proviene, e al quale guarda ancora con nostalgia è quello di una piccola elite locale molto integrata, sul piano della cultura e dei valori, che ha costruito nel secondo dopoguerra le premesse allo sviluppo attuale. Questo modello ha retto la città  per decenni e si è dissolto bruscamente all’inizio degli anni ’90, senza aver trovato ancora, dopo oltre un decennio, una adeguata sostituzione. Frequentemente viene ripetuta la necessità , unanime, di “fare sistema”, di sviluppare la cooperazione interistituzionale e tra pubblico e privato, e altrettanto frequenti sono le lamentazioni sull’incapacità  del sistema locale di realizzare iniziative significative in questa direzione. Ma quale percezione hanno di queste problematiche i diversi soggetti della città ? La diagnosi della situazione veronese può essere arricchita prendendo in considerazione l’analisi SWOT condotta nella fase di elaborazione del Piano Strategico della Città  nel 2003, con 70 interviste a testimoni privilegiati, in qualche modo l’elite locale. L’analisi metteva in evidenza una forte convergenza di visione tra i diversi attori sullo scenario futuro della città , sui punti di forza e di debolezza, in particolare su quattro punti principali e interconnessi: * Il primo punto, percepito come la maggior forza di Verona, riguarda l’articolazione e il dinamismo dell’economia veronese. Verona non è una città  caratterizzata da una monocultura economica dominante: questo aspetto di varietà  ne garantisce la stabilità  in situazioni di incertezza economica e di crisi settoriali. Insieme al forte dinamismo imprenditoriale, è il primo punto di forza da cui partire. * Questa situazione si deve però leggere insieme al principale punto di debolezza evidenziato dalle interviste: la bassa cooperazione tra gli attori e la difficoltà  a fare sistema, di muoversi in maniera coordinata verso obiettivi comuni e condivisi, con un elite locale che non appare in grado di scegliere questo sentiero cooperativo. * Eppure gli stessi attori individuano nello sviluppo di una città  rete, ovvero nella creazione di collegamenti stabili e di connessione nell’area metropolitana e tra alcune città  con cui Verona è già  in relazione, un’opportunità  fondamentale per il futuro. * A fronte di questa opportunità  la maggiore minaccia appare l’asse possibile tra Venezia, Padova e Treviso. Oltre a questi quattro primi elementi, tra i punti di forza la posizione geografica veronese è confermata come una peculiarità  quasi naturale, anche se si fa notare come questa rendita di posizione è oggi potenzialmente sfidata da alcune innovazioni infrastrutturali che potrebbero far precipitare la città  in un semplice luogo di passaggio. Un altro punto di forza è indubbiamente la presenza di un associazionismo articolato e composito in tutti i settori del sociale, una forte vocazione agro-industriale, un forte sistema bancario e finanziario radicato nel territorio e in forte evoluzione. I punti di debolezza, oltre ai problemi di viabilità  e traffico, sono il livello di progettualità  e innovazione considerato insoddisfacente. Per altro verso, le attese dei cittadini, per come emergono dai risultati dei sondaggi effettuati dal Comune tra il 2004 e il 2005 e dai sondaggi prelettorali realizzati tra fine 2006 e inizio 2007, dimostrano, al solito, una focalizzazione sui problemi più immediati come sicurezza, traffico e mobilità : in assenza di problemi “oggettivamente” gravi (anche a Verona i reati e le denunce sono in calo; la vivibilità  della città  rimane molto più alta di gran parte delle città  di dimensioni analoghe), le preoccupazioni dei veronesi sembrano concentrarsi su quegli aspetti che possono ingenerare insoferenza nella quotidianità : code ai semafori, tempi per parcheggiare, accattonaggio e lavavetri. In sintesi, Verona presenta un contesto urbano con grandi potenzialità  e che è toccato da opportunità  rilevantissime; una popolazione abbastanza reclinata su se stessa e forse timorosa di perdere il livello di vita raggiunto da non molti anni; una leadership ambivalente negli orizzonti strategici e nella propensione alla cooperazione e all’assunzione di responsabilità . I risultati elettorali I risultati elettorali vedono, come dicevamo all’inizio, una vittoria del candidato leghista di centrodestra, con oltre il 60% dei voti. Nel Centro destra fa il pieno la Lista civica Tosi sindaco, rimangono stabili AN e Lega, mentre calano vistosamente UDC e soprattutto Forza Italia. Nel Centro sinistra il calo della coalizione penalizza tutte le liste, in particolare quelle non collegate al candidato sindaco, come Rifondazione. Come si arriva a questo esito? Non sembra che i risultati elettorali abbiano una stretta connessione con le policy realizzate a livello locale 1, ma semmai con la caratterizzazione politica complessiva dell’Amministrazione: cerchiamo di spiegarci meglio. L’Amministrazione si è impegnata in un intenso lavoro di progettazione del futuro della città , nel medio-lungo periodo, con un Piano strategico Verona 2020, il Piano di assetto del territorio e la Variante di Verona Sud. Alcuni progetti innovativi vengono avviati a partire da tale pianificazione: il Polo finanziario a Verona Sud, il Progetto Alzheimer, la ristrutturazione di un quartiere storicamente degradato (Borgo Nuovo) ed altri. Maggiore incertezza probabilmente si è manifestata sugli ambiti che richiedono cooperazione interistituzionale e diverse modalità  di governance (gli altri enti locali sono governati da maggioranze diverse politicamente): ad esempio solo nel 2007 prende finalmente avvio la società  per gestire gli interventi di marketing territoriale. La città  “più inquinata d’Italia” avvia il progetto Agenda 21, il Parco dell’Adige e la piantumazione di ampie fasce di terreno comunale. Vengono portati a termine i lavori di restauro di importanti edifici storici e culturali e pianificati gli ordinari lavori di manutenzione di strade ed edifici, con una specifica attenzione alle piste ciclabili. Le attività  e i servizi più tradizionali (in ambito educativo ed assistenziale) vengono consolidati, con un ampliamento dell’utenza, un miglioramento della cooperazione con i soggetti del terzo settore e le istituzioni educative ed una specifica attenzione all’integrazione degli immigrati. Le attività  culturali vedono la ristrutturazione della Biblioteca Civica, la realizzazione di alcuni grandi eventi ed il consolidamento delle tradizionali attività  di spettacolo lirico e teatrale. La modernizzazione della struttura comunale vede segnali molto concreti nella radicale riorganizzazione del front-office con i cittadini e con lo sviluppo di progetti di e-government tra i migliori in Italia. Ritardi ed incertezze invece si sono certamente verificati sulle iniziative inerenti la mobilità  e il traffico e la politica della casa. L’azione amministrativa per altro sembra avere avuto un riscontro positivo nei cittadini, che nei vari sondaggi (anche a poche settimane dalle elezioni) esprimono in ampia maggioranza fiducia e valutazioni positive nei confronti del sindaco uscente (che poi non si trasformano in decisioni di voto). Le valutazioni esterne sembrano pure molto positive: il Censis durante il mandato Zanotto colloca Verona tra le “città  aquila” e l’osservatorio della Bocconi esprime pure valutazioni molto positive. Complessivamente, quindi, una gestione “normale” del comune, eventualmente con alcune rilevanti novità  positive. Il dato elettorale va quindi approfondito e forse i flussi elettorali 2 possono aiutarci a comprendere meglio la dinamica del voto e la divaricazione tra valutazione sulle policy e sull’azione amministrativa e decisioni di voto. I risultati mettono in evidenza una situazione di fluidità  elettorale, nella quale probabilmente non vale più l’idea che c’è uno zoccolo garantito di elettorato rispettivamente per la destra e la sinistra e poi la competizione consiste nell’”acchiappare” l’elettorato moderato. Dall’analisi dei flussi elettorali emerge che Zanotto ha “preso” 4500 voti da UDC e AN, ma Tosi ben 11.000 dall’elettorato dell’Unione 2006 (in particolare da Rifondazione e Italia dei valori, ma anche Ulivo). Altri 10000 elettori 2006 dell’Unione si sono rifugiati nel non-voto, assieme a circa 9000 del centro destra (soprattutto di Forza Italia). In altre parole, lo schieramento che sosteneva Zanotto non è stato in grado, se non in minima parte, di intercettare il voto di quanti (più di trentamila elettori di CS e di CD) erano disponibili ed effettivamente hanno optato per un voto ad uno schieramento diverso dalle elezioni precedenti. Alcune ipotesi esplicative Certamente a Verona l’idea di avere un consenso garantito dalla buona azione di governo si è dimostrata infondata: la valutazione positiva non si è trasformata in scelta di voto. L’Amministrazione uscente riteneva che le “opere” avrebbero creato un consenso sufficiente, ma ci voleva anche la “fede”, e forse questa non è stata esplicitata e condivisa con la città . Sicuramente ha pesato il clima politico nazionale, sfavorevole allo schieramento dell’Amministrazione uscente (ancora una volta i sondaggi lo confermano), ma questo spiega solo una piccola parte del risultato. In realtà  la coalizione ha dimostrato in primo luogo di avere un radicamento sociale molto scarso. Colpisce il numero molto basso di preferenze ottenute nella maggioranza dei casi dai candidati delle liste collegate a Zanotto, confrontandole con quelle ottenute dai candidati delle liste di centrodestra. E’ noto che la preferenza significa molte cose, non necessariamente commendevoli; tuttavia è indubbio che il Centro destra è stato “in campagna” da anni, mentre l’accusa all’Amministrazione uscente di essere stata un po’ chiusa nel “palazzo” forse qualche fondamento ce l’ha. Questo rilievo generale va collegato ad un altro fatto fondamentale: la vittoria elettorale del 2002 era il risultato di un’alleanza del Centro sinistra con un pezzo della destra. Autosufficiente in Consiglio, il CS si è illuso di poter essere autosufficiente anche elettoralmente, mentre la Lista civica Zanotto Sindaco diventava sempre di più una lista locale di centro sinistra, piuttosto che il veicolo per traghettare a favore di Zanotto il voto politicamente di Centro destra. Probabilmente vi sono stati anche errori o sottovalutazioni nella campagna elettorale. Era prevedibile che la questione “sicurezza” sarebbe stata al centro dell’attenzione e invece non è stata messa in campo per tempo qualche iniziativa, anche puramente simbolica, sulla sicurezza. E’ stato lasciato al Centro destra il monopolio della scena della campagna elettorale fino a maggio, permettendo a Tosi di fare campagna sostanzialmente indisturbato, senza sfruttare la situazione di divisione del Centro destra per esplicitare proposte e realizzazioni, convincere e mobilitare l’elettorato di Centro sinistra. Ma tutto questo probabilmente non completa il quadro delle ipotesi esplicative. Qualcuno ha parlato di obiettivi troppo alti e lontani dell’Amministrazione Zanotto: ad alcuni esponenti politici locali è venuto il dubbio che siano state dedicate troppe energie alle tematiche “alte”, al governo della città  (Piano Strategico, PAT, Verona Sud), rispetto ai “veri problemi quotidiani della gente”. Alcuni politologi parlano di “populismo governante”, come forma necessaria della democrazia nella fase attuale: alludono, credo, alla necessità  di coniugare la capacità  di governo, di elaborazione e implementazione delle politiche, con il messaggio di identificazione con i problemi dei cittadini (magari senza afrontarli o risolverli effettivamente, poichè o sono irrisolvibili, come il traffico, o sono in una certa misura immaginari, come la sicurezza). I limiti della democrazia rappresentativa sono noti e a Verona sono stati vissuti in cinque anni di ostruzionismo allo stato puro in Consiglio comunale. Non necessariamente l’”avvicinamento della politica ai cittadini” deve avvenire “abbassando” il livello e la portata dei problemi afrontati, bensì afancando ai canali e alle istituzioni rappresentative forme di partecipazione “reale” e effettivamente deliberativa. Considerazioni conclusive In buona sostanza l’Amministrazione uscente, sulla base delle analisi e diagnosi brevemente sintetizzate all’inizio di questo contributo, aveva concentrato il proprio lavoro sul progetto di governo dello sviluppo della città , caratterizzando su questi contenuti il proprio mandato. Non si è resa conto, o non ha valutato a sufficienza, di avere contro quella che Ricolfi 3 chiama la “società  del rischio” (piccoli imprenditori e commercianti, professional ecc.), per ragioni nazionali e per caratteri culturali locali. Nel contempo non ha parlato a sufficienza (lo dicono i dati di flusso elettorale) alla “società  dei garantiti” (lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, pensionati ecc.), che in parte sta diventando o teme di diventare la “società  dell’insicurezza”. Una parte di questa società  è stata indotta a pensare dai numerosi “imprenditori della paura” (politici o giornalisti che siano), presenti anche in città , che il futuro possa essere messo in discussione solo o prevalentemente dagli immigrati e dai lavavetri. A fronte di reati in diminuzione, a Verona continuano ad aumentare le richieste di intervento delle forze dell’ordine e le chiamate al 113: il Questore, in una recente intervista ad un quotidiano locale, dice che i veronesi “hanno sete di sicurezza”. Evidentemente la paura come risorsa chiave di imprenditoria politica, che ha caratterizzato gli ultimi dodici mesi della vita politica locale, genera i suoi effetti perversi. D’altra parte la società  dell’insicurezza è spaventata e anche infastidita dagli obiettivi “alti”, che possono generare cambiamenti e che raramente producono vantaggi immediati per i suoi membri. E a fronte dell’imprenditoria politica della paura, lo schieramento di Centro sinistra non è riuscito a mettere in campo risorse di consenso altrettanto efficaci. Rimane il problema del rapporto tra governo e consenso, che potremmo declinare in questo modo. A Verona non è stato rieletto l’Assessore che ha portato in porto il Piano di Assetto del Territorio (ex PRG), indispensabile per governare lo sviluppo della città , atteso da quattro mandati e sostanzialmente confermato, malgrado la durissima opposizione a suo tempo esercitata, dall’Amministrazione entrante: per quale ragione un politico che desideri continuare la sua carriera deve dedicare energie a questioni rilevanti per la città , che, se gestite correttamente, assicurano uno scarso ritorno elettorale? E torniamo quindi al titolo di questo contributo: Verona è spinta dai processi reali e dalle opportunità  interne ed esterne a diventare una metropoli europea di medio rango, anche collegandosi con Trento, Brescia, Vicenza, Mantova. L’amministrazione uscente lancia il progetto Rete di città , licenzia il Piano di assetto del Territorio, promuove il Piano strategico Verona 2020. Ma vince le elezioni il candidato che promette di fare gli interessi dei veronesi doc, inseguendo tutte le istanze microlocalistiche. Sarà  quindi molto interessante seguire gli sviluppi futuri delle politiche locali e capire in quale direzione evolverà  il sistema della governance locale. Non sempre l’azione del governo locale, nelle esperienze europee 4, focalizza l’agenda politica sul sostegno alla produzione di beni per la competitività  del territorio, come nelle esperienze dei piani strategici delle città  (Barcellona, Bilbao, Lille, Glasgow, Manchester, Francoforte e altre), per concentrare invece l’attenzione sull’amministrazione “burocratica” del territorio (Brema, Utrecht, Montpellier, Heidelberg). In questo caso la produzione di beni collettivi per la competitività  è lasciata al mercato e all’intervento dei soggetti privati, ma a Verona la scarsa propensione degli attori economici locali a reinvestire sul capitale sociale collettivo rende difcili le previsioni sul futuro.

Si veda Comune di Verona, Bilancio di mandato 2002-2007, Verona, 2007. Elaborazione dati, Tolomeo studi e ricerche. Ricolfi L., Le tre società , Milano, Guerini, 2007. Burroni, L., Modelli di governance nelle città  europee, in Carbognin M., Turri E., Varanini G., Una rete di città . Verona e l’area metropolitana Adige-Garda, Verona, Cierre, 2004.

2008-09-03T12:11:45+00:00