Uno”sguardo lungo” alle settimane sociali dei cattolici per la crescita dell’Italia: il contributo di Giovanni Quaglia

Da alcuni decenni a questa parte il concetto e talora lo stesso termine di”bene comune” è andato eclissandosi, tanto nel linguaggio scientifico quanto nel dibattito politico. Nonostante la sua lunga storia (la sua prima formulazione risale almeno ad Aristotele, e dunque data di poco meno di 2500 anni ) questa categoria di pensiero è stata progressivamente eclissata da formule del tipo di “interesse generale” o di “bene pubblico” o di”bene della collettività ” e via dicendo. Era dunque opportuno che la più qualificata espressione del cattolicesimo italiano che guarda alla società , cioè l’istituzione nota come “Settimana sociale dei cattolici Italiani”, dal 1991 impostate e dirette da un apposito Comitato Scientifico e Organizzatore di emanazione della C.E.I. Conferenza Episcopale Italiana, proprio su questo tema incentrasse i suoi lavori nelle sedi di Pistoia e di Pisa (18-21 ottobre 2007), ricordando così in questo modo, ed assai degnamente, il centenario della sua fondazione, avvenuta nel lontano 1907 per impulso di Giuseppe Toniolo, grande figura di economista e teorico della “democrazia cristiana”, promotore di opere sociali e culturali, di cui è in corso il processo di beatificazione da parte della Chiesa Cattolica. E’ proprio in preparazione di quel significativo evento che il Prof. Giovanni Quaglia, uomo di poliedrici interessi e di impegni politico-sociali, docente di Economia all’Università  di Torino, presidente della Provincia di Cuneo dal 1998 al 2004, ha voluto pubblicare con l’Editore Aragno, una saggio di notevole interesse, scorrevole quanto documentato, dal titolo “Le Settimane Sociali ( 1907- 2007 )- Un confronto per la crescita dell’ Italia”. Un lavoro che sicuramente non perde di attualità  ad evento avvenuto, ma serve a stimolare e riproporre una riflessione di fondo come dice Savino Pezzotta nella presentazione “a fronte di questa nuova complessità  sociale, economica, politica e culturale, ha ancora significato parlare di bene comune? Se sì, allora va collocato nella dimensione mondo, e collegato ad una appartenenza che si dilata ed articola, capace di generare nuova solidarietà  che scaturisce dalla consapevolezza dell’appartenenza comune all’umano e all’attenzione premurosa verso ogni vivente e i luoghi che consentono il vivere. Ecco qui il sorgere del primato della persona come elemento attorno al quale fuor ruotare ogni impegno ed agire sociale, politico ed economico”. C’è quindi una sintonia tra questo approccio del fondatore di “Officina 2007 movimento per la buona politica” e la dedica che l’autore fa al suo paese natio: “Alla comunità  di Genola, dove ho compiuto i primi passi di amministratore pubblico e ho imparato il rispetto per ogni persona e per le istituzioni”. Qui c’è tutto il senso di un cristiano che crede e vive profondamente l’impegno politico e sociale! Il volume è arricchito da una solida prefazione, e non di maniera, dello studioso del Movimento Cattolico dell’Università  di Parma, prof. Giorgio Campanini, che ripercorre le grandi stagioni del cammino storico delle Settimane sociali, sui problemi tuttora aperti e sui rischi ma anche sulle opportunità  che può presentare, fare di queste occasioni “un luogo qualificato di espressione e crescita dei fedeli laici” oltre che “un laboratorio cuturale nel quale si comunicano riflessioni ed esperienze, si studiano i problemi emergenti e si individuano nuovi strumenti operativi”. Va forse, ricordato per inciso che nella prima Settimana sociale del 1907, oltre ad afrontare il tema generale “Movimento Cattolico e Azione Sociale”, alcune sessioni di lavoro vennero dedicate ad istruire e preparare professionalmente, anche sul piano tecnico-amministrativo, i dirigenti delle allora cooperative e casse rurali cattoliche, particolarmente avversate dalle componenti massoniche e dalle leghe socialiste. La struttura del libro si articola in tre parti: nella prima si tratta delle Settimane sociali dal 1907 al secondo dopoguerra e in particolare dal 1945 al 1970, mettendone in evidenza i caratteri, quelle a cavallo fra l’epoca liberale ed il regime fascista (che ne comportò l’interruzione nel 1934) e quelle dalle ripresa nel 1945. Significativo il tema di quest’ultima “Costituzione e Costituente”, che in un certo senso ha posto la basi culturali del formidabile apporto dei cattolici (Dossetti, La Pira, Moro, ecc.) alla Carta Costituzionale del ’48. Nella seconda parte vengono messi in luce i temi delle due assise del 1991 (I cattolici italiani e le nuova giovinezza dell’Europa) e del 1993 (Identità  nazionale, democrazia e bene comune). La terza parte si riferisce invece alle Settimane di Napoli nel 1999 (Quale società  civile per l’Italia di domani?) e di Bologna nel 2004 (La democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri), più vicini nel tempo e che consentono all’autore una ponderata disamina sulle questioni cruciali, quali la capacità  della società  civile “nostrana” di dare impulso alla crescita della democrazia. Tema purtroppo ancora in campo nell’odierna congiuntura politica culturale, laddove si registra sempre minor partecipazione dal basso ed una maggiore autoriferenzialità  nei vertici politicoistituzionali. Il capitolo finale del volume è lasciato ad una postfazione del teologo Giannino Piana, che partendo dalla constatazione che la concezione del bene comune vive momenti di crisi non banali, ascrivibili a “una pluralità  di ragioni, riconducibili in ultima analisi, alla svolta individualistica che ha contrassegnato,fin dalla nascita, la cultura moderna e che si è sempre più accentuata con il trascorrere del tempo”. Tuttavia continua Piana se vogliamo che questo concetto torni ad essere credibile, deve essere ripensata la sua struttura insieme ai suoi contenuti tipici. Una operazione che ha bisogno di un grande lavoro di elaborazione intellettuale. Al riguardo indica due istanze interessanti e significative per avere dei criteri di analisi e di proposta: primo, una più stretta (e feconda) coniugazione fra il “personale” e il “sociale”, se si vuole, una maggiore integrazione fra soggettività  e socialità  ; secondo , ripensare il concetto di bene comune in una prospettiva universalistica. In questo modo il bene comune riacquista una pregnate attualità , anche in funzione della riscoperta (anzitutto etica) della politica come attività  alta e nobile, azione umana sintetica e globale di servizio agli uomini tutti. Una riflessione finale vorrei fare proprio prendendo lo spunto dal lavoro di Quaglia e che riguarda il bene comune come categoria economica e finanziaria, a partire da una lettura della prima enciclica di Papa Benedetto XVI, che fa Luigino Bruni dell’Università  Bicocca. Egli annota come” sul versante pubblico la dimensione dell’amore incondizionale è stata afdata, nella tradizione europea, primariamente allo Stato (il cosiddetto “Welfare State”) e in via sussidiaria alla società  civile (chiese, associazioni, ecc). Lo studioso milanese, che appartiene al gruppo dell “economia civile” con Zamagni ad altri, precisa “Sono convinto che la sfida dell’ oggi, cui invita l’Enciclica Deus Caritas Est, sia riproporre la forma dell’amore agapico (un concetto dell’amore ripreso dalla metodologia delle scienze sociali: eros, philia e agape) da mettere al centro della vita della città  ( polis ): l’umanesimo cristiano non può accettare che la dimensione agapica dell’amore la sua forma originale dell’amore resti confinata nella sola sfera privata o che svolga un ruolo residuale o sussidiario. Una società  post-moderna, fra l’altro, che perdesse il contatto con l’agape nella fera pubblica lo perderebbe presto anche nella sfera privata, poichè nelle società  globalizzate un velo sepraratore che si sta squarciando è proprio quello che delimitava il confine fra pubblico e privato”. E’ in fondo la ripresa di un concetto tanto caro ad un economista italiano, poco conosciuto, dell’ ‘800, Antonio Genovesi, che non parlava più di beni pubblici, per il bene comune, ma dell’ idea agapica di “far felici gli altri”. E’ sicuramente un bel salto rispetto alle concezioni correnti. Soprattutto il “bene” non è dato in riferimento alla materialità  dell’uomo, ma in riferimento alla dimensione, insieme spirituale e fisica, della persona.

2008-09-03T11:45:00+00:00