Un’idea di sviluppo locale: la Pennavaire

Nella seconda metà  degli anni Novanta le Province di Savona e Cuneo avviarono un progetto di sviluppo locale rivolto ad una valle marginale del territorio delle Alpi Liguri: la valle Pennavaire, una piccola valle laterale rispetto alla valle Neva. La valle, pur essendo rivolta verso il versante ligure, ha una divisione amministrativa abbastanza complessa poiché il territorio è diviso fra quattro Comuni (Caprauna, Alto in provincia di Cuneo; Nasino e Castelbianco in provincia di Savona), tre Comunità  montane, tre Province (Imperia, Savona e Cuneo) e due regioni (Liguria e Piemonte).

Il territorio presenta peraltro caratteristiche naturali di estrema importanza in un contesto di popolamento ridotto e in costante declino (almeno nella parte più alta della valle).

L’ intervento puntava alla definizione di un quadro operativo strategico, che potesse invertire la tendenza allo spopolamento innestando un ciclo virtuoso, basato sull’accertamento delle  potenzialità  della valle e sulle relazioni di essa col contesto (e con una domanda estesa, almeno europea).

Per questo il gruppo coordinato da CAIRE come prima operazione ha realizzato:

*    L’individuazione degli strumenti di intervento pianficatorio e programmatorio esistenti sulla valle;

*   La ricognizione dei valori culturali, storici, artistici, naturali e ambientali della valle (che possiede grotte di importanza preistorica, importanti testimonianze di architettura popolare medievale e alcuni siti di importanza comunitaria);

*   L’identificazione dei fattori di rischio sociali (dall’assenza di scuole al progressivo spopolamento, alla riduzione dei servizi per i cittadini) e fattori di rischio naturali (frane, fenomeni di dissesto legati all’abbandono delle coltivazioni e del bosco);

*   L’individuazione di un comune quadro dei bisogni a cui dare una risposta diretta o indiretta (ad esempio tramite azioni che possano favorire processi di apertura di nuove attività  di servizio, commerciali e/o produttive).

La costruzione del quadro di riferimento avviene tramite appositi strumenti, tra cui:

*   Supporto scientifico (l’attività  sulla Pennavaire ha richiesto la collaborazione di antropologi legati all’Università  di Genova e studiosi di preistoria e storia medievale dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri che ha in gestione il Museo Archeologico del Finale e il sistema dei Civici Musei di Albenga);

*   Studi preparatori affidati all’Istituto Internazionale di Studi Liguri (preistoria e monumenti ) e all’ex Disciproco (analisi dei valori demo-etno-antropologici) allo scopo di fornire una visione scientifica del territorio ma anche di fornire utili strumenti di facile lettura a tutti coloro che si fossero avvicinati alla valle;

*   Analisi della progettualità  esistente nella e sulla valle ottenuta tramite una lettura degli strumenti urbanistici e di programmazione esistenti;

*   Individuazione, tramite interviste, delle idee degli abitanti e degli attori collettivi operanti in valle o con interessi in essa (amministratori, associazioni culturali, ambientaliste e venatorie, operatori economici).

Da tutto questo materiale è nato un Piano di Sviluppo costruito su meccanismi di acquisizione del consenso tramite l’individuazione di azioni prioritarie e soprattutto la costante verifica (con le autorità  locali, le associazioni portatrici di interessi diffusi,  i singoli operatori economici e i cittadini) dello stato di attuazione e delle priorità  da valorizzare.

In questo contesto emerge quindi un primo elemento da tenere presente nella costruzione di un Piano di Sviluppo Locale: gli abitanti e tutti coloro che possono dare un contributo progettuale e di idee devono essere coinvolti sia nella fase di elaborazione che in quello della verifica della realizzazione degli obiettivi del piano poiché solo così esso può divenire un reale strumento di sviluppo, che consenta di invertire processi di degrado ambientale e di spopolamento.

I Comuni e gli altri enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, sono stati ovviamente coloro che hanno assunto le decisioni finali in merito alle scelte del Piano di Sviluppo e alla concreta individuazione delle azioni realizzabili a breve, medio e lungo termine. Ma poiché molti interventi, specie in aree marginali, si basano spesso su azioni e contributi volontari, diviene quasi giocoforza investire abitanti, associazioni, operatori economici,â¦ di un ruolo decisivo rispetto alle scelte finali e alla loro concreta attuazione.

In questo contesto si spiegano infatti alcune azioni previste dal Piano di Sviluppo e da successivi interventi di associazioni e istituti di ricerca nell’ottica di una valorizzazione partecipata del territorio.

Il Piano prevedeva due interventi immediati di rispristino ambientale, che sono stati finanziati direttamente dagli enti locali interessati: il ripristino dell’antica mulattiera Alto-Caprauna (CN) e il recupero delle antiche vie di collegamento fra le frazioni di Nasino (SV).

Alle due opere, realizzate a cavallo fra la fine degli anni Novanta e l’inizio di questo secolo, si è poi associata la nascita di un sistema ambientale diretto dalla Provincia di Savona, che doveva portare alla valorizzazione dell’area dal punto di vista turistico, culturale e naturalistico.

In questi anni si è poi assistito alla crescita di numerose iniziative locali: il presidio Slow Food sulla rapa di Caprauna; la nascita del rifugio escursionistico di Caprauna e delle vie di arrampicata attrezzate a Castelbianco e Caprauna; la mostra permanente sulla preistoria in valle nel museo etnografico  di Caprauna e l’esposizione sulle antiche costruzioni pastorali nell’ex oratorio di Alto ( a cura del LASA – Laboratorio di Antropologia Storica e Sociale delle Alpi  Marittime, diretto dal sottoscritto); la ricca pubblicistica sulla valle (dalla Guida curata da Teleura agli studi pubblicati dal LASA nelle sue collane); la nascita del villaggio telematico, che ha portato al recupero dell’antico borgo di Colletta di Castelbianco (SV); la creazione di progetti legati alla Resistenza e il parziale recupero dei luoghi e degli itinerari legati alla figura del comandante partigiano e medaglia d’oro Felice  Cascione, autore, tra l’ altro, delle parole della canzone partigiana ‘Fischia il Vento’.

Si potrebbero citare molti altri progetti  o realizzazioni concrete ma il punto fondamentale rimane la creazione di un sistema sinergico, che accanto alla nascita di un Piano di Sviluppo Locale, ha visto il diretto coinvolgimento di tutti gli attori interessati nell’elaborazione e nella verifica della sua concreta attuazione.

Vi sono ovviamente degli elementi di criticità . Il principale è costituito dal venir meno dell’entusiasmo iniziale e da una certa inerzia, che prende gli enti e i soggetti coinvolti dopo i primi momenti di entusiasmo.

Ciò che infatti è mancato per la completa realizzazione del progetto della Pennavire è l’identificazione di un ente territoriale, che riuscisse, a nome e per conto anche degli altri, a tenere le fila del progetto e a funzionare da cabina di regia, raccordandosi anche con gli altri enti e con gli attori interessati.

La mancanza di coordinamento si avverte proprio nelle azioni positive sopra citate, che spesso sono state realizzate in un quadro di positiva collaborazione ma mai in un organico coordinamento.

Evidentemente un simile coordinamento deve essere esercitato da un ente sovracomunale poiché i Comuni del luogo sono troppo piccoli e spesso con personale insufficiente per assumere una simile funzione.

Un’idea generale

Il modello della Pennavaire è esportabile? E’ possibile prevedere percorsi partecipativi nella gestione del territorio montano? E’ possibile proporre modelli di sviluppo e di strutture istituzionali, che rispondano alle esigenze del territorio montano, invertendo la tendenza allo spopolamento e all’ abbandono del territorio?

In primo luogo bisogna esaminare la definizione stessa di ‘sviluppo’ poiché da tempo essa è messa in discussione in numerosi contesti per la stretta connessione con la nozione di ‘prodotto interno lordo’ alla cui crescita sono parametrati tutti gli indicatori generali del paese.

E’infatti oggi molto difficile ipotizzare uno sviluppo continuo ed illimitato quando miliardi di persone patiscono la fame e condizioni di vita inumane, quando le risorse naturali si stanno rivelando sempre più deperibili e non rinnovabili e soprattutto quando il pianeta sta dimostrando di non poter più reggere questi meccanismi di crescita continua e sconsiderata.

In questo contesto alcuni ricercatori (Latouchè) hanno introdotto il termine ‘decrescita’ per porre l’attenzione su una vita meno legata agli indicatori economici e più attenta delle esigenze degli individui e soprattuto volta a riequibrare le gravi ingiustizie del mondo. Una vita, insomma, meno legata al petrolio e all’automobile ma più attenta alle esigenze dell’ individuo, al suo inserimento nella natura, alla sfera delle esigenze primarie e ad un minore consumo di risorse naturali.

La ‘decrescita’ potrebbe divenire â per paradosso – quindi il modello per costruire uno schema di sviluppo delle aree interne e spopolate dove non si tratta di lavorare su grandi numeri, bensì di favorire un processo di riappropriazione del territorio e di reinsediamento della popolazione, che sia compatibile con le risorse offerte e soprattutto sia volto al risparmio e ad un uso razionale dello spazio.

Questo dato centrale introduce un secondo concetto sullo ‘spazio’. Lo spazio fisico che conosciamo nelle aree interne non è un’area naturale mai attraversata dall’uomo ma è stato modellato attraverso secoli di lavoro e di utilizzo nell’ottica di lasciarlo alle future generazioni.

Spesso infatti si parla dal punto di vista antropologico di ‘spazio /territorio mentale’ per accentuarne il carattere di proiezione esterna della cultura e del sapere delle comunità  residenti.

Su queste basi deve essere introdotto un concetto di sviluppo in stretta connessione con l’ambiente circostante e gli insediamenti, uno sviluppo che premi le risorse locali (utilizzo di biomasse per il riscaldamento, ad esempio) e che punti ad un utilizzo razionale, evitando strutture impattanti e il loro sfruttamento irrazionale.

Fondamentalmente questa idea di sviluppo locale chiama automaticamente alcuni altri dati: strumenti vecchi e nuovi di intervento sulle aree interne; i beni comuni; l’avvio di percorsi partecipativi a confronto dei modelli istituzionali oggi esistenti.

Le aree interne del nostro paese dal dopoguerra hanno conosciuto importanti strumenti di intervento e di legislazione. Qui se ne vogliono accennare tre: la Carta di Chivasso, la Convenzione delle Alpi, il Progetto Appennini.

Il primo documento fu elaborato a Chivasso nel 1943 da numerosi esponenti della Resistenza (Malan, Coisson, Chanoux) e consisteva in una forte rivendicazione di autonomia delle popolazioni alpine che chiedevano uno spazio per decidere liberamente il proprio destino dopo anni di oppressione fascista (diritto a  parlare la propria lingua,  riconsciementodelle diversità  culturali e  dei popoli alpini).

Gli altri due strumenti sono di origine abbastanza recente e riguardano la definizione di politiche adeguate per una visione integrata e sostenibile del territorio. In ambedue i casi si tratta di atti che hanno bisogno di successivi strumenti applicativi anche di carattere finanziario e tale dato frena un po’ la loro portata innovativa.

In particolare la Convenzione delle Alpi costituisce un trattato internazionale già  ratificato da tutte le nazioni alpine, ma a cui manca ( nel caso italiano ad esempio) la ratifica dei protocolli attuativi, per cui ad oggi essa costituisce un’importante dichiarazione di principi e nulla più.

Lo sviluppo delle aree interne è legato poi alle problematiche dei beni comuni. Un’importante corrente di pensiero sostiene oggi l’ esistenza di numerosi beni comuni (biodiversità , acqua, aria, energia, conoscenza,â¦), che non possono essere oggetto di mercato perché corrispondono alle esigenze vitali di tutte le persone e, in quanto tali, devono essere accessibili liberamente da tutti.

A questo dato si associa l’ esigenza di comprendere che i beni comuni sono patrimonio di tutti e non sono inesauribili, per cui le comunità  nazionali e locali devono stabilire dei meccanismi partecipativi per la gestione dei servizi e per concordare percorsi di risparmio e di eventuale risanamento di tali risorse.

Si tratta quindi di introdurre un nuovo meccanismo partecipativo e democratico (democrazia partecipativa) , che introduca forme più avanzate nella consultazione popolare. In alcuni contesti forme innovative sono già  state sperimentate sia sotto il profilo dello sviluppo delle Agende 21 Locali che del bilancio partecipativo.

Bisogna peraltro considerare che i beni comuni introducono due ulteriori elementi: la gestione pubblica e la mondializzazione. Nel primo caso evidentemente una gestione partecipata di un bene implica che esso rimanga in mano pubblica poiché altrimenti esso verrebbe facilmente sottratto alla disponibilità  e alla verifica dei cittadini.

Nel secondo caso bisogna considerare che la gestione di una risorsa in forma pubblica e partecipata non vuole dire ‘nazionalizzare’ la risorsa e precluderla a chi viene da fuori. Anzi nella logica che ha ispirato la fondazione del ‘contratto mondiale sull’acqua’ ed il suo fondatore (Riccardo Putrella) la gestione di un bene comune deve essere orientata a un’ottica mondiale e solidale con chi quel bene non lo possiede o ha scarse possibilità  di accesso ad esso.

Tornando ai nostri piccoli Comuni e allo sviluppo locale bisogna ancora accennare al modello istituzionale, che presiede alle scelte sui territori montani. La riforma del titolo quinto della Costituzione ha inciso sulle competenze degli enti locali italiani, individuando talvolta in modo un po’ confuso un modello di federalismo solidale.

Oggi esistono tre livelli di governo di area vasta: Stato, Regione e Provincia. Sul piano più strettamente locale si possono individuare: Comunità  Montane e Comuni.

Richiamando quanto già  detto, uno dei principali problemi nell’attuazione del Piano di Valorizzazione della Pennavaire era stata l’assenza di un soggetto attuatore e animatore del progetto dopo la fase di gestione dei primi finanziamenti. La dimensione limitata e la scarsità  di risorse dei Comuni rispetto a un territorio spesso molto vasto da governare implica infatti difficoltà  spesso insuperabili per molti enti locali.

Questo si riflette in un quadro normativo spesso contradditorio. Da un lato Comuni sempre più caricati di competenze; gestioni associate qualche volta imposte obbligatoriamente dalla legge (acqua e rifiuti ad esempio) e talvolta lasciate all’autonoma determinazione degli enti locali, che spesso identificano nello strumento convenzionale o nella Comunità  Montana la soluzione per affidare pratiche o problematiche complesse;. Dall’altro Comunità  Montane rimesse in discussione quasi ad ogni finanziaria senza che si capisca se debbano trasformarsi in unioni di comuni o cos’altro.

La Regione Liguria, dopo aver cercato nel 1994 di favorire le fusioni fra Comuni, è caduta in una totale inerzia e pare forse superarla solo ora con la nuova giunta di centrosinistra da poco insediatasi.

In questo contesto occorre inserire alcuni punti di possibile riforma:

*    I processi aggregativi dei Comuni devono rimanere volontari. Ai cittadini dei Comuni deve essere ben chiaro cosa significa favorire l’aggregazione di due enti locali e le ragioni di tale scelta;

*    La scelta di favorire soluzioni intermedie come le Unioni comunali deve essere perseguita fino in fondo poiché permette di razionalizzare spese e personale ma anche di creare enti in grado di governare su area vasta, la base territoriale su cui bisogna operare in ragione delle forti interdipendenze che oggi si creano in ogni territorio. Da qui emerge la necessità  di agire  in primo luogo in Regione Liguria per una profonda trasformazione delle Comunità  montane in Unioni comunali su base volontaria con annessi trasferimenti di risorse e compiti innovativi;

*    Avvio di un percorso partecipativo di tipo nuovo.

Se si pensa che l’avvio di una Unione comunale può per certi versi ‘spogliare’ un Comune e il cittadino della propria identità , attivare un percorso partecipativo come quello della valle Pennavaire potrebbe mutare le cose.

Evidentemente la nascita dell’Unione comunale o la trasformazione in essa di una Comunità  Montana non vuole dire ‘chiudere un Comune’ ma creare un soggetto che permetta di offrire migliori servizi ai cittadini e, mantenendo aperta la sede comunale, possa offrire magari strumenti innovativi, razionalizzando le risorse e i mezzi.

In secondo luogo affiancare all’Unione comunale la nascita di un Piano di Sviluppo o meglio Strategico e Operativo come quello della Pennavaire vuole dire identificare i rischi e le potenzialità  di un territorio, ma soprattutto chiamare tutti gli attori operanti su di esso a partecipare alla creazione e all’attuazione di uno strumento di programmazione, che può essere gestito solo da un soggetto di dimensione maggiore di quello di un piccolo Comune montano.

Questa è quindi un’idea per favorire percorsi associativi e partecipati fra i piccoli Comuni delle aree montane.

2011-01-14T17:16:07+00:00