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Tra il dire e il fare

C’è ancora ragione per distinguere tra città  e campagna? Il capoluogo e il suo territorio come ricorda Carlo Cattaneo così distinti e così integrati? ‘La città  formò col suo territorio un corpo inseparabile. Per immemorial tradizione, il popolo delle campagne, benchè oggi pervenuto a larga parte della possidenza, prende tuttora il nome della sua città , sino al confine d’altro popolo che prende nome d’altra città ’ (La città  considerata come principio ideale delle istorie italiane, 1858).

Se interroghiamo la domanda sociale che riscopre i prodotti tipici e i mercati del contadino o che invece riporta la sua attenzione ai temi del vicinato, e perché cerca sicurezza e valori comunitari nelle relazioni face-to face, verrebbe proprio da rispondere di sì.

Naturalmente riconoscere che una distinzione densa di significati permane, nonostante l’omologazione sospinta dai processi di integrazione economica e di comunicazione mediatica, pensare che città  e campagna propongano una loro riconoscibile (e distinta) presenza nella società  contemporanea, non riduce l’esigenza di pensarle come realtà  che hanno costantemente bisogno di essere messe in rapporto le une con le altre.

Un rapporto che deve segnare percorsi evolutivi che riducano le differenze di opportunità  e di chances di vita tra ambienti urbani e contesti rurali senza dimenticare le distinzioni che di ciascuno costituiscono le identità . Si deve invece agire per riavvicinare â mantenendole diverse â le realtà  urbane e rurali e per favorirne la rigenerazione come contesti amichevoli e condivisi.

Una città  riproposta come nuovo spazio fertile di una politica (del fare, bene) che sa condividere, comunicare e concertare (polis che accoglie e libera); riconquistata a servire le relazioni quotidiane, con i tempi scanditi da un movimento lento che deve consentire l’incontro tra le persone, e ciò non di meno attrezzata per servire con efficienza la dimensione veloce delle relazioni economiche; un sistema rurale abitato e ricco di servizi ambientali, offerto ai nuovi turismi (che cercano diversità  e autenticità ), in grado di aumentare la sicurezza del sistema territoriale e la sua fruibilità . Una città  e un territorio rurali ricchi di relazioni e integrazioni, nella fruibilità  reciproca dei servizi di diversa natura, nelle connessioni ecologiche preservate, nelle relazioni culturali ricostruite, negli scambi economici resi più equi e più sostenibili.

In Italia, dove il territorio rurale si è trovato troppo spesso ad essere figlio di nessuno e oggetto del desiderio di tutti, si tratta di prendere le contromisure opportune per ridare al rurale il senso e il decoro che gli spetta, regolando in modo diverso i rapporti tra il mondo delle città  e il mondo rurale, perché il Sistema Paese possa essere tale, mostrandosi finalmente (più) equo ed efficiente.

Il Rurale come obiettivo ‘positivo’ e come rappresentazione significativa e convincente è stato nel secondo dopoguerra riproposto sostanzialmente solo a partire dalle politiche comunitarie, incontrando talvolta una declinazione originale nella sensibilità  e nell’immaginario di molti.

Anche per questo forse hanno fatto fatica ad affermarsi forme di coalizione del mondo e dello spazio rurale nella sua interezza, capace di assumere/elaborare modelli di vita e di produzione che propongano di conservare e trasmettere come patrimonio sostanziale i valori identitari del rurale: del cibo, della terra da coltivare e governare e delle opere plurisecolari dell’ingegno. Così come i valori degli avi e dei santi (ma anche dei lari e dei numi) che popolano densamente i luoghi, nella toponomastica come nella nostra memoria.

Oggi che le reti locali stanno giustamente conquistando gli onori della cronaca politica ed istituzionale può porsi legittimamente la prospettiva di una nuova rappresentanzione dello spazio rurale?

Una visione e una politica nazionale del mondo rurale, per comporre una salda alleanza tra tutti i protagonisti della scena rurale, capace di anticipare e condizionare le politiche comunitarie e di iscrivere con forza le proprie istanze (e il proprio protocollo di qualità ) nella azione di governo – nazionale e regionale – del territorio?

Una politica che deve assumere come modello di governance quello di reti locali – efficienti – che siano anche laboratori di innovazione per:

*   la promozione di culture agro-alimentari che trovino le ragioni della propria competitività  piuttosto nella coerenza con le culture e i paesaggi nei quali vivono, che non nelle economie di scala degli impianti e delle produzioni industriali;

*    l’affermazione di politiche compensative nuove che regolino realmente lo scambio di risorse e di servizi che il territorio rurale, e montano in particolare, offre costantemente ai sistemi urbani del Paese, dalla manutenzione ambientale alla difesa del suolo, ai servizi alimentari, alla tradizione e cura dell’identità ;

*   la sperimentazione di pratiche amministrative innovative nell’offerta di servizi alle persone e alle imprese che abbiano insieme il tratto amichevole della comunità  locale e la qualità  delle tecnologie e dei saperi più aggiornati, così da diventare un riferimento affidabile di qualsiasi politica di integrazione;

*   lo sviluppo di grandi strategie territoriali (da iscrivere nelle Convenzioni delle Alpi e in quelle degli Appennini, o in progetti di contesti più circoscritti ma sempre orientati a generare valore territoriale) che abbiano nelle politiche di valorizzazione rurale – a partire dai Parchi, dalle loro contrastate esperienze e dalle loro esigenze ‘sistemiche’ – la propria cifra di qualità .

Tutto quanto argomentato porta naturalmente a pensare alla utilità  di una riflessione nazionale sul mondo e sullo spazio rurale che riposizioni le strategie rurali (paesistiche e ambientali, tanto quanto sociali ed economiche) per gli anni a venire, quando delle cento geografie (e delle cento storie) che descrivono quella parte del nostro Paese che sta ‘fuori dalle mura’ delle città , avremo sempre più bisogno.

Uno statuto del mondo rurale (della parte rurale del mondo: il Comune di Roma è anche una grande realtà  rurale) è ormai necessario per proporci in modo credibile e per predisporci in modo sostenibile ai mutamenti dello scenario globale, cui non sfugge ormai neanche il comune più piccolo e più discosto del nostro rurale più profondo: sono convinto che anche Poggiodomo (PG), o Concorforo (VC), o Camposanto (AQ), stanno ricercando, nuovi modi di fare coalizione, nuove forme di rappresentanza e occasioni per dirlo, per comunicare e condividere strategie.

Se la pianificazione del territorio ha ancora un senso (e credo lo abbia), deve introdurre elementi di razionalità  nei processi decisionali e lo può fare se saprà  servire a gestire il cambiamento profondo in corso nel Paese, farlo capire nel modo giusto, e coniugarlo con la cura accorta delle tradizioni ma anche con la sensazione che c’è molto da innovare, qua da noi.

La proposta di agire anche sulla dimensione rurale per generare i processi innovativi necessari al Paese è una delle azioni (tra il dire e il fare) che vengono proposte in questo numero della rivista dalle considerazioni sulla Carta di Asiago: il Notiziario si è sperimentato su questo tema da tempo e ha intenzione di investire ancora, se il tempo gli sarà  amico, e gli amici lo assisteranno, già  a partire dal prossimo numero.

Per una rivista durare nel tempo è già  un bel successo. Per una rivista fatta in casa, come questo Notiziario, arrivare al dodicesimo anno di vita con il tredicesimo numero, lo è ancora di più.

Nel Gennaio del 1997 all’uscita del primo numero del Notiziario che raccontava l’anno di un Archivio nato poco prima e impegnato nella catalogazione dei propri fondi documentari, gli autori non raggiungevano la decina. Oggi, dopo l’esplosione del numero doppio dello scorso anno (90 autori), questo tredicesimo numero supera di molto i cinquanta contributi.

La rivista dell’Archivio che ormai si è sentita adulta al punto di darsi un nome, dove il fare e il dire sono apici di un processo complesso di azione progettuale, ma anche di ricerca e di comunicazione, ha portato la propria attenzione fuori di sé.

Sempre meno bollettino interno e sempre più luogo di confronto di un vasto spettro di opinioni, non filtrato da pregiudizi disciplinari nè ideologici, ma accomunato da una attenzione viva ai problemi del territorio e delle comunità  che lo abitano.

Nei primi sei numeri la rivista si è aperta sempre con il contributo di un geografo: Truffelli, Quaini, Greppi, Turri, Rombai, Dall’Aglio (a cui si aggiungerà  poi Sergio Conti) per testimoniare una opzione convinta in favore di una cultura geografica troppo marginalizzata nella nostra tradizione.

Dal settimo numero (era il 2004) compaiono le rubriche che, con qualche progressivo adattamento, danno ancora oggi il segno delle aree di attenzione della rivista.

Con la nuova rubrica il Sud che ti aspetti la rivista, di esperienza quasi nordista, si è aperta poi alle voci del sud (Vincenzo Linarelli tra i primi e ora, semiserio, Aurelio Tommasetti) per raccontare i problemi che ha e per estrarre le pratiche migliori, contribuendo a rappresentare la percezione di sè delle culture meridionali (e nel contempo di quelle italiane), messe alla prova.

Contributi più corposi, al di fuori delle rubriche, sono stati talvolta ospitati in apertura sotto la voce studi e ricerche.

E’ così che accade anche in questo tredicesimo numero, dove il tema di approfondimento è quello della creatività . Creatività  e sostenibilità , crescita delle conoscenze e delle opportunità  a scegliere il futuro, processo etico, valorizzazione strategica delle differenze che – ben intese – segnano positivamente l’Italia.

Abbiamo chiesto lumi creativi a Luigi Bistagnino e a Medardo Chiapponi, abbiamo intervistato con Gigi Spina (temprato dal difficile decorso del Distretto Culturale Biellese) Michelangelo Pistoletto e la risposta sta bene al passo con le sfide della crescita sostenibile (o della decrescita felice?) che la rivista cerca di intercettare: tra partecipazione, agende strategiche e distretti, economia verde.

E una urbanistica da usare finalmente per vivere meglio; dire per fare, fare per dire, nel Paese con la cammicia…

Tra il dire e il fare2011-01-14T12:04:02+00:00

Una è la Città  Metropolitana

Bologna “patinata e rimessa a nuovo”dal nuovo corso urbanistico, guelfa sempre e ora anche un po’gabellina:

una  è ! la Città  Metropolitana (e una anche la moschea”Al Cahab”);

due  sono le logge;

tre  sono (se ne sono rimasti!) gli Spiriti Animali;

quattro i Santuari;

cinque (almeno) le tecnologie di trasporto;

sei (vedi i sacri testi) le fasi storiche;

sette (nonostante tutto, come i gatti) le vite;

otto i municipi (sette, più uno per i terzo – mondiali”senza terra”);

nove i cantieri partecipati;

dieci i comitati accreditati;

undici  gli alloggi sociali perequati dal PSC;

dodici ! le Tue Bologne litigiose e di nuovo”alla Guazza”;

tredici (tutti tranne uno…) i Celestini sedati, assunti in cielo e tolti “dalla Piazza”.

Una è la Città  Metropolitana2008-09-04T11:29:48+00:00

Operativi e tempestivi: i problemi di un piano che vuole essere autorevole

Intervista di Ugo Baldini e Giampiero Lupatelli (BL) a Franco Stringa (FS)

U. Baldini e G. Lupatelli Nel panorama delle grandi città  della regione, Ravenna è tra quelle che si è spinta più avanti nel complesso cammino che la Legge Regionale 20 del 2000 ha disegnato per i nuovi strumenti urbanistici: da questo osservatorio privilegiato quale è la valutazione che ti è possibile avanzare sull’efficacia della legge e sui suoi problemi? F.Stringa Il tema centrale per valutare l’impatto della legge 20 sulla attività  di pianificazione è quello dei tempi troppo lunghi di formazione del piano: a Ravenna abbiamo discusso in consiglio comunale il primo documento di indirizzi nel novembre 2001 (si noti un documento non previsto dalla L.R. 20 ma necessario per coinvolgere il Consiglio comunale all’inizio del processo, prima dello stesso documento preliminare del PSC) e non abbiamo ancora concluso l’intero processo. Il Documento preliminare del PSC è stato approvato in Giunta a febbraio 2003 e subito si è aperta la Conferenza di Pianificazione che si è chiusa a maggio; a luglio 2003 Consiglio comunale e Consiglio provinciale hanno deliberato l’Accordo di pianificazione. Tempi rapidi conseguenti ad una prassi consolidata di collaborazione fra i vari Enti e ad un clima politico positivo e non litigioso. Il Documento preliminare aveva una struttura lontana dal PRG tradizionale senza cartografia: individuava criticità , obiettivi e azioni e definiva la “forma piano” articolando il territorio in Spazi e Sistemi (Spazio naturalistico, spazio rurale, spazio Portuale, Spazio urbano e tre Sistemi trasversali: paesaggistico-ambientale, della mobilità , delle dotazioni); è un vero e proprio documento strategico. Poi abbiamo prodotto una bozza di PSC nell’ottobre 2004 (il cd ” PSC comunicazione”) con cartografia sovrapposta di PRG 93 e PSC e a fianco le due bandelle che richiamavano obiettivi e azioni del documento Preliminare e le riferivano nello spazio. Su questo documento si è promossa una attività  di confronto e concertazione con tutti gli attori che ha portato all’adozione del PSC nel giugno 2005 e alla sua approvazione nel febbraio 2007. Oggi stiamo adottando il RUE, presentato nell’ottobre 2007, e stiamo formando il 1° POC (abbiamo pubblicato uno specifico bando). Ma tornando ai tempi, si può dire con certezza che sono troppo lunghi, tempi imposti da procedure ripetitive, da un modello troppo rigido, ma soprattutto da una cultura urbanistica e politica che non ha la cultura del tempo, della necessità  di dare risposte in tempi certi. BL Se tornassi indietro cosa cambieresti nell’esperienza di formazione del PSC, in quali trappole cercheresti di non cadere? FS spesso mi chiedo se abbiamo sbagliato qualcosa e ovviamente sarà  così. Un piano è come una suonata d’Orchestra, se suona male la colpa è del direttore? di qualche orchestrale fuori tempo? dello spartito? Io non lo so. So solo che è più difficile operare quando le leggi, pur ben confezionate e “avanzate”, si propongono come “modelli”, modelli che bisogna poi seguire, come è nel nostro caso con “il modello INU prendere o lasciare”, sposato troppo acriticamente dalla L.R. 20 e neppure rivisto oggi alla luce delle esperienze reali con la nuova proposta di legge. Nel percorso di attuazione della 20 Ravenna ha vantaggi e svantaggi specifici: ha una lunga e consolidata esperienza di pianificazione (un piano ogni dieci anni dal 1973) proprio per questo non aveva particolari pressioni a fare in fretta (il PRG 93 permetteva ancora una buona gestione dei processi e forse anche questa situazione più rilassata ha contribuito ad allungare i tempi), una cultura difusa del piano come processo e quindi poche spinte a “varianti e variatine”, un territorio vasto e complesso che permetteva da un lato una pianificazione di area vasta all’interno di una realtà  comunale, ma nello stesso tempo estremamente ricco di problematiche e impegnativo per la grande varietà  di temi e luoghi. BL In generale come funziona il rapporto con la classe politica? FS Quando ti muovi nei comuni e nelle reti locali c’è sempre il problema di avere a che fare con Sindaci e Amministrazioni più o meno consapevoli, ma c’è anche la realtà  di un modello di pianificazione imposto dalla Legge che non tiene conto delle diversità  di situazione tra dimensioni diverse, contesti diversi e ruoli diversi e per questo a volte non capito, non accettato. Inoltre non è maturata la cultura dei diversi ruoli fra Consiglio comunale, Giunta e dirigenza, con invasioni di campo che non aiutano la chiarezza del processo, la sua durata e la sua efficacia. Per esempio abbiamo appena pubblicato il bando per la formazione del POC con una determina del Dirigente, in quanto basato sugli indirizzi già  definiti dal PSC, tuttavia sono stato criticato per questo. Ma, torno a dire, tutto questo dipende dal fatto che è carente la cultura delle competenze, della divisione dei ruoli e dopo il periodo della Bassanini si sta registrando un ritorno indietro specie nei piccoli comuni. Infine una partecipazione più spesso promossa per una ricerca di consenso e troppo condizionata dalle mediazioni, dalle pressioni corporative e quindi caratterizzate più dalla lunghezza dei tempi che dalla efficacia del confronto. BL Arrivati, come tu sei arrivato, quasi in fondo all’esperienza del nuovo sistema “in tre atti” di pianificazione, come valuti il modello della 20 pensando ad una situazione matura, ormai giunta a regime, quali sono gli elementi di razionalità  che propone e quali invece i rimedi alle sue criticità  che si possono mettere in campo, nei tempi brevi e nei tempi lunghi? FS Con il PSC abbiamo definito cosa va al RUE (intervento diretto) e cosa al POC (strumenti attuativi) ma con i necessari margini di flessibilità  che consentano anche escursioni del POC nel territorio del RUE e rinvii dal RUE al POC. Chi dice che si può risparmiare tempo facendo PSC, POC e RUE contemporaneamente non tiene conto delle risorse finanziarie e umane che servono per questo sforzo e poi, davvero il POC lo possiamo fare su un PSC solo adottato? E questo senza parlare della interpretazione iniziale che voleva il RUE come un regolamento, addirittura senza cartografia! Che bisogno c’era allora di riportare ad unità  la parte urbanistica e quella edilizia, oppure che senso ha che il PSC comprenda la disciplina difusa. Il RUE di Ravenna è dotato di una cartografia complessiva nella quale sono già  previsti gli ambiti del POC, già  definiti dal PSC, (il POC sarà  a schede). Si deve cercare di rendere più flessibile l’articolazione dei piani più che sposare la tesi dei due o tre livelli. Quanto ai rimedi, innanzitutto occorre introdurre più flessibilità  nel PSC; quanto alle criticità  c’è da chiarire il ruolo del livello di pianificazione sovracomunale, c’è da scongiurare il rischio di un sovrafollamento disciplinare (a partire dagli schemi strutturali strategici, dai temi del paesaggio come autonomi o sovraordinati) che propone ogni nuovo approccio come portatore di una visione e di una sintesi generale centrata su se stesso: ma solo il piano urbanistico deve fare sintesi delle varie tematiche ed essere quadro di riferimento comune per gli approfondimenti settoriali. Da ultimo c’è il tema su cui si è molto dibattuto, forse anche in modo un po’ stucchevole sul carattere conformativo o meno del PSC: per me, se è ovvio che il PSC non è conformativo per i diritti edificatori (non si approvano PUA e non si rilasciano permessi di costruire con il PSC) lo è certo per tutto il resto, perché lo è per valori fondiari, per la individuazione degli ambiti comunque sia fatta o raccontata, lo è per il territorio. Esiste una conformazione progressiva che va ricercata, disciplinata, così come vi deve essere una concertazione progressiva, che partendo dal PSC mantenga tale concertazione all’interno del processo di piano e non assuma invece un ruolo derogatorio. BL Ma forse, per parlare di questi altri aspetti, non si dovrebbe usare il termine conformativo, ma orientativo, organizzativo, strategicoâ¦ FS Ma anche al limite operativo! Il PSC può essere operativo in alcune sue scelte strategiche e urgenti di interesse generale. Gianluigi Nigro dice che, dopo un Documento Preliminare consistente, strategico, partecipato ed oggetto di Accordo di pianificazione (un documento del tipo di quello da noi predisposto), il PSC potrebbe avere anche contenuto regolamentare delle componenti strutturali del territorio, fino ad assorbire il RUE (modello umbro); ma questo comporterebbe la gestione di osservazioni su questioni molto minute, ancorché riferite a componenti strutturali del territorio, che sembrano dover essere estranee al PSC. Resta il fatto che “il modello a tre stadi” è compreso a fatica dalla gente anche dove la cultura urbanistica difusa è elevata come qua, ma anche dagli stessi politici e tecnici. Se ho un approccio operativo, se penso alla necessità  dell’efficacia del piano, di essere credibile e autorevole, devo preoccuparmi dei tempi di attuazione delle scelte, non solo delle scelte. Debbo poter far “coincidere” PSC e POC per esempio per quelle opere o per quegli accordi di cui all’art. 18 che hanno un rilievo strategico e sono maturi per partire subito, poi di POC ne posso fare più d’uno e non solo ogni cinque anni. Nei confronti dei portatori di interessi noi a Ravenna siamo da sempre autorevoli per la storia e la continuità  di pianificazione che abbiamo. Cominciamo però a non esserlo più, perché non sappiamo indicare e rispettare i tempi di formazione del Piano. Il fattore tempo (che è anche un fattore economico) fa perdere autorevolezza al Piano se diventa una variabile incontrollata o incontrollabile. Abbiamo fatto un grande sforzo per chiudere gli Accordi coi privati prima del POC perché è nel PSC che il Comune ha più potere negoziale, è nel PSC che il Comune li deve proporre, nel processo di piano e in una logica di concertazione progressiva (gli accordi sono su tre livelli: PSC, POC e PUA e formulati dopo aver approvato da parte del Consiglio Comunale un Accordo tipo). Ciò garantisce al Comune il ruolo di decisore e al piano un ruolo guida. Il processo concertativo lo devi realizzare partendo dal PSC, che per questo può poter avere parti operative: posso far partire un PUA a PSC adottato e approvarlo immediatamente dopo a PSC approvato, allorché costituisce anche POC. BL Ma così mi pare che tu stia prefigurando un masterplan piuttosto che un piano conformativo, una esigenza di selezionare operatività  strategica piuttosto che distribuire facoltà  e diritti. O no? FS In parte si, operatività  strategica che non nega la conformazione pregressiva di cui dicevo. Per precisare meglio il discorso di prima dico che solo facendo leva su un forte potere negoziale dell’Amministrazione abbiamo potuto ottenere 200 Euro/mq. di oneri aggiuntivi rispetto ai 74 Euro/mq di oneri di U1 e U2 per tutti gli ambiti a programmazione unitaria individuati dal PSC, il che porterà  per i 28 Accordi conclusi un introito di fatto di oltre 84 milioni di Euro, recuperando concretamente al pubblico parte della valorizzazione fondiaria. Solo facendo leva su detto potere negoziale abbiamo potuto introdurre le previsioni per l’ERP che, come detto nella nuova finanziaria, abbiamo inteso come previsioni aggiuntive e non “sottrattive” del carico urbanistico assegnato dal PSC. E’ in relazione a ciò che abbiamo definito meccanismi perequativi per tutti gli ambiti di trasformazione e indici edificatori composti fra quota assegnata alla proprietà , diritti edificatori da ospitare e derivati da aree pubbliche da cedere gratuitamente al Comune, e quote di ERP. Per queste innovazioni il Prof. Graziosi ci ha attaccato (e con noi Modena) su una rivista giuridica rifacendosi al vecchio armamentario della legge del 1942 e dal DM del 1968, ma in realtà  noi non abbiamo contenzioso sugli Accordi di cui all’art. 18; abbiamo 7 ricorsi al TAR e tutti su aspetti marginali. Se rendi più efficiente il processo con una buona pratica concertativa riduci di fatto il contenzioso, certo che la legislazione va adeguata, altrimenti rischi, in tal senso la finanziaria ha aiutato. Aiuterebbero quindi più chiare disposizioni legislative nazionali e regionali. Ed è proprio per arrivare a questo risultato di efficacia attraverso la concertazione che abbiamo come ho già  detto presentato fin dall’agosto 2003 all’inizio della formazione del PSC, il Bando per promuovere gli Accordi ex art. 18, sulla base dei criteri definiti nel Documento Preliminare del PSC. BL Quale giudizio dai sulla gestione dei bandi? FS Certamente positivo. Nell’Ottobre 2003 abbiamo avuto 136 risposte in seguito al bando (erano contributi collaborativi alla formazione del Piano a cui non eravamo tenuti a dare risposta immediata): da queste domande sono nati 10 dei 28 accordi che abbiamo inserito nel PSC, più altri 10 che però sono entrati nel PSC in forma totalmente modificata rispetto alla domanda che era stata presentata; per i restanti casi, invece, l’accordo è nato su diretta e originale iniziativa del Comune. Tutti comunque definiti preventivamente dalla Bozza di PSC dell’ottobre 2004. Infatti i tavoli di concertazione coi privati sono stati tutti aperti successivamente e contestualmente fra il novembre 2004 e maggio 2005, alla luce delle schede tecniche già  definite dal PSC stesso. BL Nella nostra esperienza di costruzione del Piano viene ad assumere un ruolo sempre più centrale il momento della valutazione e il percorso della VASâ¦ FS Una valutazione efficace dovrebbe partire da una adeguata individuazione del suo oggetto: sulle trasformazioni rilevanti dovresti selezionare pochi ma precisi e significativi indicatori, altrimenti il rischio è che si debba fare gli stessi studi per l’ampliamento della casa del contadino come per una lottizzazioneâ¦ Dovremmo unificare tutte le procedure di gestione dei vincoli (individuare metologie valutative che possano divenire comuni per i vari e troppi soggetti competenti) e specializzare opportunamente su questo ruolo di identificazione e certificazione il PTCP. BL Come valuti il tema delle relazioni istituzionali nel sistema di pianificazione disegnato dalla 20? FS Il tema della sussidiarietà  è afermato con forza al primo articolo della legge ma poi troppe volte contraddetto a partire dal secondo. Una tendenza centralistica degli enti sovraordinati che a volte fa venire il sospetto e non solo di una scarsa fiducia nella capacità  di pianificazione e gestione dei Comuni; occorre una partecipazione collaborativa e non sostitutiva di questi enti soprattutto nelle realtà  più deboli e frammentate. Inoltre come ho già  detto non si può pensare che il modello a tre livelli possa essere il vestito giusto per tutte le realtà . Occorre veramente definire meccanismi di reale flessibilità  e sussidiarietà , rischiando e puntando sulla responsabilizzazione di tutti i soggetti, anche i più piccoli, solo così forse semplificazione delle procedure e non solo, e tempi “brevi” saranno possibili. Tu gestisci il Piano ma altri gestiscono altri piani e altri vincoli: tutti i pareri esterni dovrebbero essere pareri consultivi, oggi troppi hanno diritto di veto. Questa è utopia nella frammentazione istituzionale e di poteri che c’è in Italia o è una scommessa possibile? Nella sostanza il tema, come ho detto non è forse molto rilevante per il Comune di Ravenna (66.000 kmq) che è già  area vasta e non ha grossi problemi di intercomunalità . E’ anche l’esigenza di arrivare alla formazione di uno schema strategico in tempi brevi, il che è essenziale per i Comuni (vedi Bologna) che si devono confrontare con un’area vasta, con una città  reale che è notevolmente più grande del comune stesso, lo è meno per noi. Qui forse sarò accusato di essere autarchico, che Ravenna, come dice Campos, fa un po’ quello che gli pare, è un caso a parte. Forse però bisogna confrontarsi anche con i casi a parte. BL Allora per la serie istruzioni per l’uso (in attesa delle integrazioni doverose di Maurizio Sani nel momento del trapasso delle responsabilità ) prova a dire quali sono in sintesi i punti del processo di piano che ritieni critici per un miglioramento del rendimento della L.R. 20. FS Mi sembra di averli già  detti e non solo da oggi: la sua rigidità , il suo derivare più da un “modello” che dalle esperienze reali.. In questi casi però o è colpa di chi non si spiega, o di chi non capisce o fa finta di non capire.

Operativi e tempestivi: i problemi di un piano che vuole essere autorevole2008-09-03T16:17:21+00:00

Sulla nota questione dell’efficienza e della efficacia nel contributo dell’urbanistica alle politiche pubbliche

[L’efficacia è: riesci a portare via i rifiuti dalle strade di Napoli? L’efficienza è:perché devispendere in ogni caso quanto spende l’intera Spagna per farlo?]

Nell’ultimo Notiziario, proponendoci di aiutare le maestre calabresi della “cammicia”, dicevamo che avremmo dovuto tra le tante cose “chiedere all’urbanistica di preoccuparsi che gli esiti della valorizzazione generata nelle trasformazioni urbane e territoriali vengano per una parte non marginale sottratti alla rendita fondiaria …; vengano sottratti e reinvestiti per rendere più vivibile, più funzionale e più solidale la città  pubblica, così da fare apprezzare ai vecchi e ai nuovi abitanti, nel secolo delle migrazioni, il senso della “cittadinanza” comunque la si pronunci”. Ponevamo così, alla disciplina e ai suoi cultori, problemi di efficacia, di efficienza e di equità , problemi centrali per un Paese come il nostro, per la sua cultura civica non meno che per quella di impresa, un Paese che deve
recuperare in produttività , prudenza concorde e qualità  operativa, per essere credibile a sé e agli altri.

[Per quello che vale, il tasso di crescita del nostro PIL reale è un terzo di quello del PIL potenziale che è la metà  del tasso di crescita del PIL deglialtri:campioni della decrescita infelice?]

Il tema dell’efficienza (il rapporto tra mezzi impiegati e i risultati raggiunti) è cruciale per il sistema paese in tutti i suoi aspetti, ora come mai prima.

E l’urbanistica, l’amministrazione del territorio, le politiche di sviluppo che determinano o richiedono la mobilitazione delle risorse fisiche e la costituzione di nuovi diritti su di esse, è al centro di una lunga discussione degli addetti ai lavori e di preoccupazioni crescenti da parte di coloro che dall’urbanistica si aspettano risposte sensibili alle esigenze del vivere, del comunicare,del produrre, aperte alle istanze di solidarietà  intergenerazionale.

Sulla nota questione dell’efficienza e della efficacia nel contributo dell’urbanistica alle politiche pubbliche2008-09-01T17:38:04+00:00
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