Tra il dire e il fare

C’è ancora ragione per distinguere tra città  e campagna? Il capoluogo e il suo territorio come ricorda Carlo Cattaneo così distinti e così integrati? ‘La città  formò col suo territorio un corpo inseparabile. Per immemorial tradizione, il popolo delle campagne, benchè oggi pervenuto a larga parte della possidenza, prende tuttora il nome della sua città , sino al confine d’altro popolo che prende nome d’altra città ’ (La città  considerata come principio ideale delle istorie italiane, 1858).

Se interroghiamo la domanda sociale che riscopre i prodotti tipici e i mercati del contadino o che invece riporta la sua attenzione ai temi del vicinato, e perché cerca sicurezza e valori comunitari nelle relazioni face-to face, verrebbe proprio da rispondere di sì.

Naturalmente riconoscere che una distinzione densa di significati permane, nonostante l’omologazione sospinta dai processi di integrazione economica e di comunicazione mediatica, pensare che città  e campagna propongano una loro riconoscibile (e distinta) presenza nella società  contemporanea, non riduce l’esigenza di pensarle come realtà  che hanno costantemente bisogno di essere messe in rapporto le une con le altre.

Un rapporto che deve segnare percorsi evolutivi che riducano le differenze di opportunità  e di chances di vita tra ambienti urbani e contesti rurali senza dimenticare le distinzioni che di ciascuno costituiscono le identità . Si deve invece agire per riavvicinare â mantenendole diverse â le realtà  urbane e rurali e per favorirne la rigenerazione come contesti amichevoli e condivisi.

Una città  riproposta come nuovo spazio fertile di una politica (del fare, bene) che sa condividere, comunicare e concertare (polis che accoglie e libera); riconquistata a servire le relazioni quotidiane, con i tempi scanditi da un movimento lento che deve consentire l’incontro tra le persone, e ciò non di meno attrezzata per servire con efficienza la dimensione veloce delle relazioni economiche; un sistema rurale abitato e ricco di servizi ambientali, offerto ai nuovi turismi (che cercano diversità  e autenticità ), in grado di aumentare la sicurezza del sistema territoriale e la sua fruibilità . Una città  e un territorio rurali ricchi di relazioni e integrazioni, nella fruibilità  reciproca dei servizi di diversa natura, nelle connessioni ecologiche preservate, nelle relazioni culturali ricostruite, negli scambi economici resi più equi e più sostenibili.

In Italia, dove il territorio rurale si è trovato troppo spesso ad essere figlio di nessuno e oggetto del desiderio di tutti, si tratta di prendere le contromisure opportune per ridare al rurale il senso e il decoro che gli spetta, regolando in modo diverso i rapporti tra il mondo delle città  e il mondo rurale, perché il Sistema Paese possa essere tale, mostrandosi finalmente (più) equo ed efficiente.

Il Rurale come obiettivo ‘positivo’ e come rappresentazione significativa e convincente è stato nel secondo dopoguerra riproposto sostanzialmente solo a partire dalle politiche comunitarie, incontrando talvolta una declinazione originale nella sensibilità  e nell’immaginario di molti.

Anche per questo forse hanno fatto fatica ad affermarsi forme di coalizione del mondo e dello spazio rurale nella sua interezza, capace di assumere/elaborare modelli di vita e di produzione che propongano di conservare e trasmettere come patrimonio sostanziale i valori identitari del rurale: del cibo, della terra da coltivare e governare e delle opere plurisecolari dell’ingegno. Così come i valori degli avi e dei santi (ma anche dei lari e dei numi) che popolano densamente i luoghi, nella toponomastica come nella nostra memoria.

Oggi che le reti locali stanno giustamente conquistando gli onori della cronaca politica ed istituzionale può porsi legittimamente la prospettiva di una nuova rappresentanzione dello spazio rurale?

Una visione e una politica nazionale del mondo rurale, per comporre una salda alleanza tra tutti i protagonisti della scena rurale, capace di anticipare e condizionare le politiche comunitarie e di iscrivere con forza le proprie istanze (e il proprio protocollo di qualità ) nella azione di governo – nazionale e regionale – del territorio?

Una politica che deve assumere come modello di governance quello di reti locali – efficienti – che siano anche laboratori di innovazione per:

*   la promozione di culture agro-alimentari che trovino le ragioni della propria competitività  piuttosto nella coerenza con le culture e i paesaggi nei quali vivono, che non nelle economie di scala degli impianti e delle produzioni industriali;

*    l’affermazione di politiche compensative nuove che regolino realmente lo scambio di risorse e di servizi che il territorio rurale, e montano in particolare, offre costantemente ai sistemi urbani del Paese, dalla manutenzione ambientale alla difesa del suolo, ai servizi alimentari, alla tradizione e cura dell’identità ;

*   la sperimentazione di pratiche amministrative innovative nell’offerta di servizi alle persone e alle imprese che abbiano insieme il tratto amichevole della comunità  locale e la qualità  delle tecnologie e dei saperi più aggiornati, così da diventare un riferimento affidabile di qualsiasi politica di integrazione;

*   lo sviluppo di grandi strategie territoriali (da iscrivere nelle Convenzioni delle Alpi e in quelle degli Appennini, o in progetti di contesti più circoscritti ma sempre orientati a generare valore territoriale) che abbiano nelle politiche di valorizzazione rurale – a partire dai Parchi, dalle loro contrastate esperienze e dalle loro esigenze ‘sistemiche’ – la propria cifra di qualità .

Tutto quanto argomentato porta naturalmente a pensare alla utilità  di una riflessione nazionale sul mondo e sullo spazio rurale che riposizioni le strategie rurali (paesistiche e ambientali, tanto quanto sociali ed economiche) per gli anni a venire, quando delle cento geografie (e delle cento storie) che descrivono quella parte del nostro Paese che sta ‘fuori dalle mura’ delle città , avremo sempre più bisogno.

Uno statuto del mondo rurale (della parte rurale del mondo: il Comune di Roma è anche una grande realtà  rurale) è ormai necessario per proporci in modo credibile e per predisporci in modo sostenibile ai mutamenti dello scenario globale, cui non sfugge ormai neanche il comune più piccolo e più discosto del nostro rurale più profondo: sono convinto che anche Poggiodomo (PG), o Concorforo (VC), o Camposanto (AQ), stanno ricercando, nuovi modi di fare coalizione, nuove forme di rappresentanza e occasioni per dirlo, per comunicare e condividere strategie.

Se la pianificazione del territorio ha ancora un senso (e credo lo abbia), deve introdurre elementi di razionalità  nei processi decisionali e lo può fare se saprà  servire a gestire il cambiamento profondo in corso nel Paese, farlo capire nel modo giusto, e coniugarlo con la cura accorta delle tradizioni ma anche con la sensazione che c’è molto da innovare, qua da noi.

La proposta di agire anche sulla dimensione rurale per generare i processi innovativi necessari al Paese è una delle azioni (tra il dire e il fare) che vengono proposte in questo numero della rivista dalle considerazioni sulla Carta di Asiago: il Notiziario si è sperimentato su questo tema da tempo e ha intenzione di investire ancora, se il tempo gli sarà  amico, e gli amici lo assisteranno, già  a partire dal prossimo numero.

Per una rivista durare nel tempo è già  un bel successo. Per una rivista fatta in casa, come questo Notiziario, arrivare al dodicesimo anno di vita con il tredicesimo numero, lo è ancora di più.

Nel Gennaio del 1997 all’uscita del primo numero del Notiziario che raccontava l’anno di un Archivio nato poco prima e impegnato nella catalogazione dei propri fondi documentari, gli autori non raggiungevano la decina. Oggi, dopo l’esplosione del numero doppio dello scorso anno (90 autori), questo tredicesimo numero supera di molto i cinquanta contributi.

La rivista dell’Archivio che ormai si è sentita adulta al punto di darsi un nome, dove il fare e il dire sono apici di un processo complesso di azione progettuale, ma anche di ricerca e di comunicazione, ha portato la propria attenzione fuori di sé.

Sempre meno bollettino interno e sempre più luogo di confronto di un vasto spettro di opinioni, non filtrato da pregiudizi disciplinari nè ideologici, ma accomunato da una attenzione viva ai problemi del territorio e delle comunità  che lo abitano.

Nei primi sei numeri la rivista si è aperta sempre con il contributo di un geografo: Truffelli, Quaini, Greppi, Turri, Rombai, Dall’Aglio (a cui si aggiungerà  poi Sergio Conti) per testimoniare una opzione convinta in favore di una cultura geografica troppo marginalizzata nella nostra tradizione.

Dal settimo numero (era il 2004) compaiono le rubriche che, con qualche progressivo adattamento, danno ancora oggi il segno delle aree di attenzione della rivista.

Con la nuova rubrica il Sud che ti aspetti la rivista, di esperienza quasi nordista, si è aperta poi alle voci del sud (Vincenzo Linarelli tra i primi e ora, semiserio, Aurelio Tommasetti) per raccontare i problemi che ha e per estrarre le pratiche migliori, contribuendo a rappresentare la percezione di sè delle culture meridionali (e nel contempo di quelle italiane), messe alla prova.

Contributi più corposi, al di fuori delle rubriche, sono stati talvolta ospitati in apertura sotto la voce studi e ricerche.

E’ così che accade anche in questo tredicesimo numero, dove il tema di approfondimento è quello della creatività . Creatività  e sostenibilità , crescita delle conoscenze e delle opportunità  a scegliere il futuro, processo etico, valorizzazione strategica delle differenze che – ben intese – segnano positivamente l’Italia.

Abbiamo chiesto lumi creativi a Luigi Bistagnino e a Medardo Chiapponi, abbiamo intervistato con Gigi Spina (temprato dal difficile decorso del Distretto Culturale Biellese) Michelangelo Pistoletto e la risposta sta bene al passo con le sfide della crescita sostenibile (o della decrescita felice?) che la rivista cerca di intercettare: tra partecipazione, agende strategiche e distretti, economia verde.

E una urbanistica da usare finalmente per vivere meglio; dire per fare, fare per dire, nel Paese con la cammicia…

2011-01-14T12:04:02+00:00