Paesaggio? Che io sappia, qua non ce n’è. E’ la risposta che due ricercatrici dell’Università  di Padova hanno ricevuto nel corso di una indagine nella città  difusa veneta.1 Una afermazione che palesa la difficoltà  della nostra società  di riconoscere il paesaggio in chiave di contesto di vita quotidiano. Questo ancorché il paesaggio eserciti un ruolo sociale significativo, tale da influenzare decisioni, comportamenti e aspirazioni sia delle singole persone, sia di comunità . Una difficoltà  che si riscontra, purtroppo, anche nelle istituzioni pubbliche e in particolare in quelle dello Stato che detengono la competenza esclusiva della tutela del paesaggio, ma che la esercitano secondo una concezione passatista e canoni prevalentemente formali, obbligando gli enti locali e le popolazioni al ruolo di spettatori di un paesaggio istituzionalmente definito che in realtà  non esiste. Un paesaggio statico e limitato ad alcuni lembi di territorio che presentano caratteri peculiari (i cosiddetti beni paesaggistici). In definitiva una posizione culturale non dissimile da quella dell’agricoltore veneto secondo il quale il paesaggio forse “ce n’è a Piove di Sacco, dove ci sono i casoni e forse alle Motte”; cioè posti da visitare perché mantengono tratti residui di tipicità . Lo stato di degrado del paesaggio italiano ci evidenzia tuttavia, l’impossibilità  di conservare anche le sole tipicità  se non si governano le trasformazioni del territorio. E’ sempre più evidente infatti l’incapacità  d’inscrivere lo sviluppo, le trasformazioni, il rapido mutamento del territorio in un paesaggio voluto e collettivamente controllato. Ciò produce un’alterazione agli equilibri ed è fonte di crescente malessere sociale per l’influenza diretta che il paesaggio stesso esercita sulle condizioni di vita e, in prospettiva, sul sistema economico che ha sempre più necessità  di rendersi competitivo a scala globale. Nell’era dell’economia della conoscenza e dello sviluppo digitale, tornano a essere fondamentali per la competitività , il paesaggio e il territorio, a condizione però che se ne colgano significati e opportunità  e che la società  nel suo insieme sia messa nelle condizioni di interpretarli come tali. Un processo interpretativo, fino ad oggi, per nulla o scarsamente perseguito dalle politiche territoriali, urbanistiche, oltre che dagli strumenti utilizzati per la gestione del paesaggio, ma assolutamente necessario per mettere in valore nella contemporaneità  la risorsa paesaggistica. Occorre ribadire che il paesaggio (che nella nozione europea 2 è rappresentato dall’intero territorio e ricomprende tutti i tipi di paesaggio) è un prodotto eminentemente culturale, frutto della percezione sociale del territorio. Un supporto fisico, tangibile che possiamo guardare, toccare, misurare e contestualmente un fenomeno interpretativo impalpabile attraverso il quale le singole persone o una collettività  nel suo insieme assegnano significati e valori ad un determinato territorio. La fisionomia e contemporaneamente il pensiero di una persona come efficacemente lo rappresenta il filosofo Claude Rafestin. Un processo relazionale di “appropriazione consapevole” da cui la popolazione è stata fino ad oggi esclusa per l’afermazione di una cultura tradizionalmente elitaria che si è impadronita dell’interpretazione del paesaggio e che ne condiziona tuttora pesantemente l’evoluzione. Conseguentemente, è difusa la convinzione che le trasformazioni che si determinano incessantemente nel territorio siano un fenomeno avulso dalla tutela del paesaggio. Purtroppo per noi, l’esercizio della tutela, non è un problema che si misura con inventari più o meno completi, quantità  di vincoli o piani adeguati ai dettami ministeriali, ma con la capacità  di perseguire l’integrazione, il coordinamento e la finalizzazione di ogni singola azione di trasformazione verso un progetto consapevole e condiviso di paesaggio. Una tutela priva di progetto, e per di più autoreferenziata, si trasforma inevitabilmente nel terreno di scontro per il controllo delle dinamiche territoriali, sociali ed economiche che continuativamente distorcono significati, valori e caratteri del paesaggio. Non basta, dunque, conservare l’aspetto esteriore dei luoghi, restaurare i contenitori storici o riqualificare le città , né controllare la sola trasformazione fisica del territorio per migliorare il paesaggio, perché esso assume valore nel rapporto con la popolazione, in funzione del significato, degli usi e della immagine che questa gli attribuisce. E’ quanto mai urgente intervenire sul modello culturale ed economico della società  fornendo le chiavi interpretative necessarie per una corretta percezione del paesaggio, afnché possano effettivamente afermarsi nuove qualità , nuove identità , nuove appartenenze, nuovi riferimenti, nuove economie; altrimenti non c’è paesaggio! L’opportunità  di mettere in pratica gli orientamenti sopra richiamati è fornita dalla necessità  di adeguare i piani paesaggistici al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Una attività  che deve diventare l’occasione per elaborare una Strategia generale 3 tale da fare assumere al paesaggio il ruolo di orientamento, supporto e monitoraggio della qualità  dell’intero sistema regionale, concependo una gestione marcatamente progettuale che, partendo dall’individuazione delle potenzialità  e dal riconoscimento dei rischi di perdita di valori a livello locale, inneschi processi di invenzione, di identificazione e riqualificazione dei paesaggi in rapporto alla specificità  dei singoli contesti e alle aspirazioni delle diverse comunità  locali. Una strategia che si sviluppa secondo due principali linee di intervento: una rivolta a salvaguardare il paesaggio, in quanto patrimonio collettivo e risorsa per lo sviluppo (la matrice identitaria, il carattere e l’immagine dei territori, le diversità  locali), l’altra tesa a migliorare la qualità  difusa dei paesaggi ordinari, degli ambienti di vita quotidiani, di quelli del lavoro e del tempo libero. Questo approccio, che implica un ribaltamento della logica conservazionista classica, contempla il territorio globalmente inteso, anziché i singoli beni tutelati, e sposta l’attenzione sul complesso tessuto relazionale che ha storicamente legato il patrimonio naturale a quello culturale e che tuttora lega la funzionalità  e la qualità  dei paesaggi all’uso e alla fruibilità  antropica del territorio. In conclusione è assolutamente fondamentale non solo riconoscere, ma anche riconoscersi nel paesaggio, perchè “solo se si raforzerà  il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia le loro identità , sia le diversità  locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale. Tale realizzazione è alla base dello sviluppo sostenibile di qualsiasi territorio, poiché la qualità  del paesaggio costituisce un elemento essenziale per il successo delle iniziative economiche e sociali, siano esse private o pubbliche” (Cep, 2000).

  1. Castiglioni B., Ferrario V., Dove non c’è paesaggio: indagini nella città  difusa veneta e questioni aperte, Riv. Geograf. Ital., 114 (2007), pp.397 – 425.
  2. Convenzione Europea del Paesaggio aperta alla firma dei paesi membri del Consiglio d’Europa a Firenze il 20 ottobre 2000, ratificata dall’Italia con legge n.14 del 2006.
  3. Governo e riqualificazione solidale del territorio. Progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna. Titolo III – BIS”Tutela e valorizzazione del paesaggio.