La caduta del governo Prodi è avvenuta in una delle fasi istituzionali più complesse degli ultimi anni, caratterizzata da riforme incompiute, da riforme sbagliate e da un difuso novitismo per dirla con G. Sartori. Si tratta di una insufficienza istituzionale di cui in parte lo stesso governo è stato un prodotto e una vittima. Per quanto ci riguarda, come urbanisti e in quanto tali implicitamente riformisti, questa insufficienza istituzionale ha prodotto alcuni guai la mancata discussione della legge sul governo del territorio, una mancata ridefinizione delle materie oggi malamente separate e o concorrenti, una sovrapposizione della VAS ed una paventata radicalizzazione del Codice Urbani. I guai degli urbanisti sono strettamente connessi con le altre dimensioni della crisi del paese. Non è una riflessione profonda, e non mi consola che sia qualcun altro a dover rimettere in ordine questo sistema disordinato. Anche il piano fare il piano – è un modo di intervenire in questo processo e di modificarlo in positivo ma questo rimette in discussione la tradizionale relazione gerarchia tra istituzione piano sviluppo, e si può ripartire anche dal piano per la ricostruzione dei rapporti tra istituzioni e per la costruzione di nuove istituzioni. L’insufficienza istituzionale ha infatti determinato una segmentazione decisionale e autoreferenziale, senza controlli e senza “leale collaborazione” tra gli enti. A questo intreccio perverso ha spesso contribuito una proliferazione di leggi regionali, rivendicative di falsi autonomismi e di inutili particolarismi, e spesso anche il piano è portato a sostegno di questa falsa autonomia (dagli ipermercati che rastrellano ICI, ai PRG senza aree di espansione voluti dai leghisti). Sul territorio tutto questo sistema si traduce in accelerazioni furbesche e piccoli ricatti che coincidono con la fine del piano. Insufficienza istituzionale quindi a tutti i livelli ma in parallelo incapacità  di “fare sviluppo”. La crisi del modello di sviluppo all’italiana, quello delle partecipazioni statali e quello della terza Italia, per capirci quello centrale e ridistributivo della DC e quello in “nero”, autarchico ed endogeno, padre dei distretti, si sono dissolti tra il conformismo salvifico dell’euro e le incursioni corsare della finanza e della globalizzazione. In questo scenario il Piano, senza il riferimento ad una positiva evoluzione dei sistemi istituzionali, e senza una difusa condivisione del Modello Sociale Europeo, ha perso ruolo e funzioni, o meglio ne ha assunte di volta in volta alcune, che però non sono parte di un processo organico di riforma, anche se esprimono comunque potenziali innovativi. Per esemplificare, attorno alle due più recenti e significative posizioni culturali e disciplinari la separazione del PRG di tradizione (strutturale/operativo) come superamento della rigidità  vincolistica e della corrispondente ineffettualità  delle previsioni e i Programmi complessi alle diverse scale (Pru Prusst Piattaforme) come superamento della razionalità  unica e comprensiva del Piano si sono articolate altre posizioni minori ed eccentriche, interessate di volta in volta più alla dimensione ambientale o a quella contrattuale – consensuale. Questa evoluzione disciplinare, per altro densa di sperimentazioni e di confronti, è però avvenuta nella generalità  dando per risolta la questione dei sistemi istituzionali e di contro accettando il modello di sviluppo locale proposto da BarcaCiampi come se modello di sviluppo, sistema delle istituzioni e strumenti di piano fossero variabili indipendenti. A questo tentativo ha difettato una interpretazione condivisa della nuova società  italiana e ancor più delle trasformazioni territoriali avvenute e in corso e quindi la capacità  di proporre un progetto di sviluppo consapevole di questi cambiamenti. Non ritengo che si debba necessariamente fare riferimento ad un grande progetto compiuto e trascinante, espresso da una parte politica, fatto di valori condivisi assunti come obiettivi e di regole anch’esse condivise e coerenti ai valori ipotesi tardo illuministica, ma a diverse idee di sviluppo, coerenti al modello sociale europeo e comunque praticabili da una società  che è sostanzialmente immatura per eccesso di ridistribuzione e di centralismo paternalista. Penso ad un approccio “debole” ma consapevole delle questioni in gioco nei diversi territori e responsabile delle scelte e in parte questo ha coinciso con il modello di sviluppo locale assunto dalla Nuova programmazione. Dove la “nuova programmazione” ha fallito è stato proprio per l’incapacità  di interpretare lo sviluppo locale in termini territoriali. I Patti territoriali di territoriale hanno avuto ben poco, ma hanno messo in luce che senza territorio non si fa sviluppo, e di questo si è convinta anche la recalcitrante Comunità  europea, che nel suo 3° Rapporto di coesione introduce come novità , la “coesione territoriale”. Il fallimento probabilmente è dipeso da una sfiducia antica e giustificata dei programmatori verso il piano di tradizione, ormai arrivato alla sua eclissi, e al contempo da una idea troppo ottimistica delle capacità  progettuali delle società  locali. Si può dire che il piano, il nuovo piano non sia intervenuto con le sue potenzialità  in questa fase e che neanche il piano di tradizione sia stato utile. Il confronto-scontro tra i riformisti si è incentrato proprio sul tema territorio/sviluppo e sulla sperimentazione di nuovi strumenti. I principali protagonisti sono stati il Dipartimento del territorio presso il MEF, che ha gestito la ridistribuzione dei Fondi strutturali, e la Dicoter presso il MIT che con poche risorse, ma con una tradizione “territoriale” ha messo in campo una notevole capacità  di governance partendo dalle città . Sono state due interpretazioni entrambe riformiste, ma divergenti, dello sviluppo, che anche in relazione alla diferenza delle risorse disponibili, hanno connotato politiche regionali e politiche locali diverse, più ridistributive ma, come è stato autorevolmente sottolineato, senza una visione “territoriale” e “centrale” dello sviluppo le prime, più progettuali, urbane e infrastrutturali, ma consapevoli dei limiti del piano di tradizione e basate su un ampio tentativo di governance territoriale plurilivello le seconde. Questo è avvenuto, in una prima fase, con un’enfasi, forse troppo ottimistica, dello sviluppo locale concertativo e con il depotenziamento dell’Asse città  nei POR, a cui si è risposto con una difusione di Programmi complessi, prima urbani poi di valenza territoriale che hanno tentato la ricomposizione di quadri strategici di assetto. La città  e le politiche urbane negate dalla difusiva Nuova programmazione di Barca sono divenute lo snodo di una nuova urbanistica di cui Fontana può essere considerato il motore. Dall’eclissi della prima stagione dei fondi strutturali si sono così salvate solo le politiche territoriali integrate, di scala sovrallocale. La evoluzione dei Prusst (e dei Programmi “Sistema” e “Porti e Stazioni”), nelle Piattaforme Territoriali, intese non tanto come nodi critici di 2° livello, la cui soluzione appare finanziariamente impraticabile per uno stato esangue, ma come reti potenziali che condividono una strategia spaziale per quel contesto specifico. Noi tutti sappiamo che la politica di piano serve a questo paese e non solo quale fattore aggiunto ai progetti di sviluppo, spesso carichi di innovazione o di entusiasmo, ma privi di coerenza e di compatibilità , incapaci di dialogare con altri progetti e di verificare la propria sostenibilità , quanto per ricostruire una dimensione di condivisione reale. Parlo di condivisione, non nei termini retorici della partecipazione richiesta dalle direttive comunitarie e gestita dai movimenti ambientalisti attraverso la VIA e la VAS, né nei termini derivati con sillogismi azzardati dal successo elettorale (chi ha vinto ha la condivisione su tutto quello che farà ), ma di condivisione costruita attraverso il piano, basata sul confronto tra interessi reali e tra ragionamenti argomentabili. Una condivisione mai totale, fatta di compromessi , di conquiste e di rinunce, in una logica incrementale e perfezionista , una logica riformista. Il piano è, e resta, lo strumento essenziale di questo processo, ma lo è ancora più oggi in assenza di modelli sociali di sviluppo condivisi e di sistemi istituzionali coerenti o coesi anche se non amato e tanto meno praticato dai governi passati ed omesso dai programmi elettorali dei nuovi partiti. Ma quale piano? Pongo alcune questioni partendo dai piani che facciamo, dalle leggi che si sono e senza ambizioni di novitismo. Ho già  anticipato alcune forme di piano ricorrenti: * il piano come messa in coerenza degli assetti derivanti dai diversi progetti di sviluppo di volta in volta conflittuali e/o cooperanti. * il piano come esito di strategie ad alto contenuto ambientale (in senso lato qualità  della vitapaesaggio). In entrambi i casi si tratta di una dimensione del piano che in questi anni ha trovato molteplici forme di sperimentazione che si sono progressivamente aggregate nella difusione di linguaggi e di contenuti “strutturali” (nelle leggi e nei piani). Nella definizione di strutturale convivono diverse culture e tradizioni, da quella ambientalista che sulle invarianti strutturali costruisce l’intero piano (Gambino), a quella tardo riformista che ha proposto di risolvere le contraddizioni del PRG di tradizione separando le componenti strutturali necessarie alle politiche pubbliche necessarie alle politiche pubbliche senza che le stesse “conformino” i diritti proprietari (Campos Venuti). La coincidenza tra le due interpretazioni, santificata nella legge toscana, ha spesso prodotto piani molto descrittivi e poco previsivi, pesanti nella ricognizione e nell’ampliamento dei vincoli morfologici, leggeri nelle nuove previsioni . In Toscana questa interpretazione ha del resto corrisposto alla produzione di molti strutturali e di pochi operativi. Ma ritorna anche il problema del rapporto (coerenza-conformità ) tra strutturale e operativo e con esso quelli delle varianti, e del controllo, della natura non conformativa delle proprietà , etc. perché è nella dimensione operativa che la retorica dello strutturale deve trovare la sua verifica . Ritorna allora la questione dei suoli con tutti i suoi problemi e su di essa le strategie dello sviluppo devono comunque fondare le proprie regole. Pianificazione strutturale pianificazione strategica La tendenza a reinterpretare lo strutturale in una dimensione strategica (i piani strategici delle città  prima ed ora dei Territori-snodo e delle Piattaforme), al di là  delle noiose distinzioni semantiche e delle inutili primogeniture procedurali (prima l’uno o l’altro) costituisce indubbiamente una delle questioni intorno alla quale verificare l’utilità  del nuovo piano. A questa dimensione occorrono però strumenti valutativi di maggiore validità  e al contempo di più ampia praticabilità . Detto nei termini delle politiche pubbliche neocontrattuali, occorrono impianti di conoscenza condivisi (su basi appunto neocontrattuali) per valutare le compatibilità  degli assetti proposti. Si tratta di Quadri conoscitivi condivisi, aggiornabili, parametrizzabili, ai quali collegare indicatori di natura ambientale ma anche paesaggistico territoriale. Capisco di toccare un tasto delicato, quello della Valutazione e degli indicatori, in genere rifiutati dalla cultura del progetto e in parte da quella del piano, ma le valutazioni che accompagnano le scelte devono necessariamente riferirsi ad un conferimento di senso (e di valore) che la società  locale deve condividere rispetto al territorio, al paesaggio e all’ambiente . Questo deve avvenire su basi di regole “stabilite prima” e da soggetti terzi, politiche appunto neocontrattuali, pur nella consapevolezza dei loro limiti e della loro relatività  (spaziale e temporale), questa dimensione limitata ne costituisce per altro verso la forza in quanto ne comporta un progressivo perfezionamento proprio attraverso una ciclicità  degli attori e dei loro ruoli. Il piano si libera del problema giustificativo (sempre un po’ ambiguo far tornare i conti e ipocrita tanto sappiamo che le cose stanno diversamente) e le società  locali si caricano di responsabilità  relativamente al senso e al valore dei luoghi. Solo allora la dimensione strategica della pianificazione e la sua connotazione strutturale fatta di coerenze di assetti spaziali, trovano una verifica di compatibilità  rispetto alle ragioni del Territorio – Ambiente – Paesaggio. Il piano dell’armatura urbana La stessa caratterizzazione neo-contrattuale investe le politiche pubbliche “urbane” o per meglio dire quelle delle Armature Urbane e territoriali. Uso volutamente questa definizione molto criticata dagli amici afezionati agli standards proprio perché mi interessa superare una concezione urbanocentrica del governo del territorio. Se si accetta la questione della metropolizzazione che interessa intere aree del paese, così come l’ha posta F.Oliva, nel suo documento per il prossimo congresso e non ci si afda alle sole soluzioni “progettuali” insite nella definizione disciplinare del “Progetto di territorio” o alle “Agende” senza progetto, si può ripartire dall’urbanistica della terra, quella che tratta i rapporti tra strade e valori dei suoli, quelle dei confini, dei modi d’uso e dei modi di intervento, dei regimi proprietari. Si tratta di cose a noi ben note, ma che in questi anni abbiamo trattato con difficoltà  tra l’impraticabilità  dell’esproprio e le difficoltà  della perequazione spesso sostenuta solo dall’inventiva dei professionisti, memori di inutile battaglie ideologiche e preoccupati di invadenti neo capitalismi. Trattare quest’urbanistica comporta, per dirla con Mazza, che anche prima ho richiamato senza citarlo, la assunzione di una logica “repubblicana” nel senso di porre il piano come la dimensione responsabile della parte pubblica della città , della parte esistente e del suo progetto, in relazione all’uso che ne fanno i cittadini e gli utenti. Anche questa natura “pubblica” dal piano è stata oggetto di scontro e di battaglie inutili tra riformisti e massimalisti (esistono ancora). Non è da riafermare la prevalente natura pubblica della pianificazione quanto piuttosto la responsabilità  pubblica nel definire, nel realizzare e nel gestire la parte della città  necessaria alla concretizzazione dei diritti minimi di cittadinanza (abitazione, mobilità , accessibilità , sicurezza, salute, etc.) Diviene allora essenziale fornire parametri certi ai nuovi e incerti processi di interazione pubblico-privato. Un mondo nuovo per gli urbanisti, anche questo fatto di quantità  misurabili ma anche di prestazioni difficili da misurare. Si può pensare quindi a due sfere di operatività  per il nuovo piano, una quella della compatibilità  delle trasformazioni rispetto al territoriopaesaggio-ambiente, così come li interpretano le società  locali in base ad un approccio cognitivo condiviso. L’altra quella della definizione delle Armature (urbane e territoriali) quali supporti dei progetti di sviluppo ma ancor prima come tessuto connettivo dei diritti minimi di cittadinanza. Il nuovo piano può riarticolare le sue potenzialità  intorno a questi due temi e questo non tanto per la loro natura “urbanistica” fatta di tradizioni disciplinari solide (fabbisogni standard welfare riformismo) e di concretezza amministrativa quanto per una più profonda necessità  rifondativa che l’attività  di piano deve avere rispetto all’insufficienza istituzionale. Le Istituzioni cambiano e non solo nelle forme né per un’auto rigenerazione ma in questo processo interagiscono fattori culturali economici sociali . Il nuovo piano va riguardato in questa prospettiva. Emergono allora le questioni “etiche” nel senso che presuppongono una concezione dei rapporti tra urbanistica e società  basata su attribuzione di senso e di valore. * la fondazione di impianti conoscitivi condivisi (per la valutazione e per la pianificazione) non interni al progetto (al piano); * la dimensione strutturale quale esito dell’interazione esplicita tra diversi progetti di sviluppo, interazione nella quale il pubblico non ha funzioni dirigistiche ma regolatrici (teoria del benessere); * il progetto dell’Armatura urbana come oggetto principale della pianificazione, intesa come equa distribuzione dei diritti minimi (teoria della giustizia) ma anche come elemento regolativo dei rapporti pubblico privato (perequazione) e organizzativo della morfologia dei sistemi insediativi; * la costruzione di nuove istituzioni più aderenti ad una società  liquida e ad un territorio metropolizzato. Gran parte di questi temi eccetto l’ultimo sono trattati nelle L.R. innovative, ma in modo parziale, disarticolato e a volte contraddittorio, è compito della disciplina non tanto ricostituire una dimensione unitaria e ordinata quanto quello di verificare la reale “utilità ” del nuovo piano e la sua”eticità “.