Il corpo e l’anima del Lario. Il lago dei poeti e degli scrittori
‘Monitorare e valutare le trasformazioni del paesaggio’
Affrontiamo qui una problematica che riguarda il paesaggio, che si intende analizzare secondo le componenti anima e corpo, con una visione unitaria necessaria per garantire il rispetto di alcuni principi fondamentali dell’etica, quali la dignità , la libertà , la vita nelle sue diverse forme.
Richiamare l’anima intesa come interiorità , spirito, sensibilità , emozione, espressione dominante di un territorio, come genius loci vuol dire approfondire immediatamente il concetto di paesaggio, da vedere e godere con tutti i sensi e in tutti i sensi.
Il corpo è l’elemento indispensabile, il contenitore che esprime e visualizza il grado della presenza dell’anima cioè dell’uomo in un luogo o in un territorio o in un paesaggio.
Come sostiene Karl Kerenyi nel saggio ‘La Madonna ungherese di Verdasio – Paesaggi dello spirito e paesaggi dell’anima’, la questione dello spirito e del paesaggio e del loro rapporto reciproco è fondamentale ed oggi è più che mai attuale.
Per il grande mitologo ungherese che si stabilì nel 1943 (morì nel 1973) in Ticino (nel locarnese quindi su un lago insubrico come il nostro Lario) paesaggio non è semplice natura bensì natura modificata dall’intervento dell’uomo, anticipando molto tempo prima una definizione della Convenzione europea sul paesaggio (legge in Italia dal 1/9/2006) che designa come Paesaggio ‘una determinata parte del territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni’.
Concretamente, parlando di paesaggio non si può prescindere dal concetto di democrazia partecipata e quindi dell’applicazione della Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni (oggi possibile con il funzionamento dei siti Internet delle Istituzioni), sulla partecipazione del pubblico ai processi decisionali e sull’accesso alla giustizia in materia ambientale.
Il corpo e lo spirito non sono entità separate, ma interagiscono quando si lasciano prendere in modo creativo dalla commozione, o meglio dal trasporto che potremmo chiamare stato d’animo che annulla le distanze e ci avvicina al passato che si annida nel paesaggio.
Per Kerenyi il paesaggio è sintesi fra passato e presente e quindi il paesaggio è nutrimento per lo spirito o meglio è il luogo in cui lo spirito ‘trova se stesso’.
Forse è qui la chiave di lettura di un vagheggiato sogno: la presenza angelica impegnata non a cambiare i luoghi ma le persone, affinché possano sentirsi a casa nella ‘Heimat’ dello spirito ovunque si trovino.
Ecco quindi l’importanza della salvaguardia del paesaggio, che raffigura la natura in modo non solo ‘naturale’, ma anche ‘spirituale’ e che riporta nei secoli testimonianza della storia degli uomini e delle loro vicende umane e culturali.
Come dice Petrarca ‘arte perdomitam naturam’ una natura addomesticata dal lavoro sapiente dell’uomo, che però quando è prepotente e ignorante la violenta.
Entrando più nello specifico del paesaggio del Lario e dei laghi briantei e riprendendo la buona consuetudine di usare la bussola della qualità dei paesaggi storici per individuare ed evidenziare le dominanti culturali, sembra utile ricordare alcuni paesaggi evocati da poeti e da scrittori che hanno frequentato i nostri laghi e ne hanno colto le complesse peculiarità , con la consapevolezza che solo i bambini e i poeti sanno raccogliere la ispirazione lirica della natura, perché il loro mondo non è quello dell’avere ma dell’essere e perché in loro il paesaggio vive ancora.
Cominciando da Plinio il Giovane, ritroviamo alcuni elementi paesaggistici interessanti: questo lago in cui si può pescare, sulle cui sponde si può andare a caccia nei boschi, non è un insieme di luoghi selvaggi, ma alle culture e ai boschetti s’alternano le case rurali e le ville padronali.
Cassiodoro (VI sec.) parla di Como a un tale livello di bellezza da sembrare fondata per il solo godimento; e il lago presentandosi a forma di successive conche decorative, ha un orlo ricamato dal candore spumeggiante del lido; intorno ad esso si raccolgono a formar corona le bellissime vette di alti monti; e le sue rive lussuosamente ornate dallo splendore delle residenze pubbliche, sono cinte, per così dire, da una fascia di selva palladia dal verde perenne (uliveti); al di sopra di questa, vigne frondose s’arrampicano su per il fianco montano e la vetta è decorata da madre natura di ricciuti ciuffi di fitti castagni come di una chioma.
Come commenta Alberto Grilli nel volume ‘Plinio i suoi luoghi il suo tempo’, rivediamo ‘un ambiente ridente fra l’azzurro del lago, il grigio degli ulivi, il verde scuro dei castagni, con in mezzo la fascia ora verde ora bionda dei coltivi, qua e là le macchie chiare delle ville padronali nascoste si e no nei loro parchi e i rossi tetti delle case rustiche. Oggi i coltivi sono andati in gran parte perduti, ma il paesaggio ha acquistato le linee sottili dei cipressi e lo svettare dei campanili. Eppure se Plinio tornasse a questo suo Lario, in molti suoi tratti, quelli non deturpati dall’edilizia sconciamente fitta, lo riconoscerebbe tale e quale.
Purtroppo dal commento risalente al 1984, molte sponde terrazzate sono state invase a macchia d’olio da anonimi ma ben visibili edifici.
Dal VI secolo, salendo per brevità lungo i secoli, arriviamo al 1858 quando Ippolito Nievo, per ritemprarsi dopo la stesura delle ‘Confessioni d’un Italiano’ si reca a Regoledo ‘sopra deliziose alture fra Bellano e Varenna, il più bel panorama di tutto il territorio, con passeggiate incantevoli, boschi d’ulivi e di castagni, cascate.’
Per giungervi aveva percorso uno scenario descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, poi i paesi del ‘Marco Visconti’ di Tommaso Grossi con Limonta. ‘Questo ramo selvaggio del lago può competere coll’altro più leccato che va a Como per un’infinità di bellezze: meno la vastità somiglia il Garda’. Poi ancora ‘Il lago è così bello, così vario a contemplarlo da queste alture che ci paga di molti incomodi. Avvi una prominenza che prospetta la punta di Bellagio e la biforcazione del lago di Como. Non vidi in vita mia spettacolo più meraviglioso; col sereno, colle nuvole, colla luna, colle piogge è sempre bello incantevole. scommetto che quello è il sito ove S. Pietro consigliava il suo Divin Maestro di piantare i propri padiglioni. Le sponde del lago ti seducono troppo. Quando mi ricordo di Regoledo mi pare che solamente in Paradiso potrei trovare un luogo capace di farmelo dimenticare⦒
Il grande filosofo Romano Guardini, considerato dal cardinal Martini uno dei primi veri ambientalisti, nelle sue ‘Lettere dal Lago di Como’ si sofferma sugli aspetti paesaggistici e sociali del Lario durante le vacanze a Varenna (1923-1925) e così scrive ad un amico: ‘Qui se uno passeggia fra i giardini, sale e scende lungo i pendii delle colline, cammina fra questi muri così numerosi che mi fanno sempre pensare ai Promessi Sposi del Manzoni, costui, dicevo, finisce per porsi in uno stato d’animo singolare. Le cose stanno proprio come te le ho raccontate: tutto è costruito partendo dall’uomo e perciò tutto è assolutamente umano. E tutto trae origine da un’unione con la natura e perciò è così profondamente naturale. Ma questo, appunto, è ciò che va perdendosi’. Dopo quasi un secolo dal passaggio di Ippolito Nievo, Guardini attraversa una piccola frazione sopra Regoledo e scrive ‘se questa borgata dovesse diventare ricca e dovesse capitarle in sorte un sindaco in vena di modernità , questo luogo certamente verrebbe rovinato’. In parte ciò sta per verificarsi.
Il paesaggio dal lago è quanto di più straordinario. Così lo descrive Hermann Hesse nel suo libro Vedere l’Italia al capitolo ‘Passeggiata sul Lago di Como’(Era il 1913, in battello nei pressi di Torno): ‘Anche il paese, piccolo e leggermente acclive, porgeva al lago l’armonico incanto di un suo scorcio: ampi gradini di pietra per fare da approdo e da lavatoio, ai piedi dei quali erano ormeggiate alcune barche, una casa coperta di vegetazione, con portale ad arco e balconcini, una tranquilla piazzetta in pietra chiara con dietro la facciata e il campanile di una bella chiesa e il gradevole muro semicircolare del porto sovrastato da giovani alberi. Era un quadro di così armoniosa perfezione che all’ultimo momento non osai turbarne la grazia.’
Dopo queste citazioni, è essenziale che gli interventi nel paesaggio siano coerenti con il contesto, attraverso variazioni sui temi dominanti, per cui potremmo auspicare che l’architetto emuli per esempio Stravinski quando componeva in chiave moderna ‘un monumento pro Gesualdo da Venosa’ oppure Pulcinella su un tema di Pergolesi, come del resto è avvenuto, per fare un esempio, nei lavori di Gion Caminada (stalle e ‘stiva da mort’ a Vrin e ‘internat’ a Disentis).
Un altro sogno potrebbe realizzarsi: come i restauratori con sempre maggior professionalità e rigore filologico si occupano ai nostri giorni del restauro conservativo di quadri e affreschi con interventi che salvano e valorizzano espressioni artistiche, così anche gli architetti potrebbero applicarsi sui laghi in interventi di restauro conservativo del paesaggio nelle sue componenti, unitamente ad adeguamenti funzionali al risparmio energetico, senza ulteriore uso e consumo di suolo, che specialmente lungo le sponde è pesantemente saturo e compromesso.
Un altro obiettivo da perseguire sarebbe quello di unire gli sforzi delle Istituzioni e associazioni della Regio Insubrica, a partire dalla Regione Lombardia e dal Cantone e Repubblica del Ticino, per elaborare e sostenere la richiesta di inserire nel patrimonio mondiale dell’Unesco il sistema dei laghi insubrici, che hanno titoli e qualità meritevoli per tale riconoscimento, se aumenterà l’attenzione per il paesaggio e l’ambiente in generale.
Come dice un proverbio indiano, un sogno rimane tale se è fatto da un solo individuo; se tante persone sognano insieme il medesimo sogno, questo diventa realtà .
E’ evidente come il concetto di valorizzazione, se con il restauro di quadri e affreschi ha un solo significato, in campo edilizio ed urbanistico diventa ambiguo, al punto da diventare lo specchietto per le allodole quando si vuole giustificare trasformazioni pesanti spinte dalla vorace rendita speculativa. Malgrado i proclami per lo sviluppo sostenibile e le svariate leggi per la tutela e protezione delle componenti naturalistiche e paesaggistiche di un territorio, con vincoli che sembrano fatti per essere svincolati o per lasciare via libera ad ogni operazione fuori dalle zone protette, è indispensabile un profondo ripensamento e la volontà di raccogliere il grido di allarme per i pericoli che stanno correndo i nostri laghi.
Il corpo territoriale non sorretto dall’anima rischia di essere continuamente colpito, come efficacemente ha evidenziato il quotidiano ‘La Provincia’ nei suoi servizi ‘Il lago ferito’.
La complessità della materia e la frammentazione delle competenze esigono interventi di tipo legislativo e istituzionale molto coraggiosi per invertire una tendenza che potrebbe portare ad una irreversibile manomissione dello stupendo paesaggio lacuale, vero patrimonio culturale, componente della qualità della vita ed elemento fondamentale per lo sviluppo turistico ecocompatibile.
Sempre ritorna però l’esigenza di un supplemento d’anima per uscire da un circolo vizioso in cui siamo immersi.
Uno nuovo strumento Istituzionale, in applicazione della l.r.22/98 e smi, può aiutare a coniugare la salvaguardia della natura e delle bellezze paesaggistiche con la razionalizzazione ed il contenimento degli interventi sulle aree del demanio lacuale, patrimonio dello Stato ad uso indiscriminato di tutti, per loro natura non usucapibili e non computabili ai fini della dimostrazione del rispetto di standard, è il Consorzio Lario e laghi minori per il demanio della navigazione.
Uno dei suoi compiti più urgenti sarà quello di predisporre insieme alla Province di Como e di Lecco il Piano di Settore del Demanio e della Navigazione, che per l’area lecchese potrà avvalersi dei più puntuali approfondimenti paesaggistici introdotti dal recente adeguamento del P.T.C.P. della Provincia di Lecco dove, in allegato alle Norme di Attuazione ha introdotto gli indirizzi di tutela del paesaggio lariano.
La salvaguardia del paesaggio diventa una scelta etica che solo una democrazia partecipata può garantire attraverso una relazione diretta fra territorio, città e cittadini, come già sosteneva Sofocle nell’Antigone.
Demostene ci ricorda poi: ‘Parlavano i singoli Cittadini ma ascoltando tante voci si sentiva parlare l’anima della città ’: quindi non sono i luoghi da cambiare, ma le persone che abitano un territorio, dove il decisore politico non deve essere un ‘dominus‘, ma il gestore di una città prestata, come dice S. Caterina da Siena nelle Lettere.
Quando poi la partecipazione è in sintonia con l’identità , non sono gli individui che parlano, ma si ode il genius loci e così la Città della Memoria di Fernand Braudel si materializza e vive su quelle onde lunghe dei ricordi che una generazione tramanda ad un’altra. L’anima creatrice diventa così capace di dare sembianza al corpo.
Tutto questo oggi l’Unesco lo chiama patrimonio culturale immateriale, cioè quel sistema sedimentato di valori su cui si basa una comunità che rischia di perdersi quando si spezza il filo dei ricordi.
A quel punto la città si virtualizza e diventa come Raissa, una delle città invisibili di Italo Calvino: la città e la sua immagine riflessa nell’acqua si odiano: quanti paesi del lago specchiandovisi non ne provano vergogna?
Un altro libro di riflessione sul legame spezzato fra la società umana e il territorio è ‘L’ombra del paesaggio, orizzonte di un’utopia conviviale’ di Massimo Quaini, ambientato in Liguria, dove la natura bifronte fra terra e mare è simile all’ambiente lariano; qui però lo scenario è ancor più sconvolgente e vulnerabile perché al residente o al frequentatore di questi posti è dato di osservare da centro lago una visuale di coste per un arco di 360 gradi.
Questo luogo, che meglio possiamo definire bioterritorio, diventa il palcoscenico del nostro spettacolo e il protagonista è l’uomo, nelle sue molteplici attività dai primordi della storia ai nostri giorni. E proprio nel paesaggio, nei suoi multiformi aspetti, individuiamo il punto dove possiamo imbatterci nel genius loci del quale il serio studioso di urbanistica richiede la partecipazione e la sapienza per ricucire o restaurare aree degradate a causa dell’insensibilità di taluni amministratori, operatori e cittadini, e al quale si ispira l’esperto e sensibile architetto con la collaborazione di cultori di cose locali quando deve proporre un intervento.
Miglior distillato della secolare esperienza, saggezza, cultura dell’uomo in un determinato contesto, il genius loci abita e opera dove l’uomo ha rispettato la natura e le armonie del Creato.
Non tutti lo conoscono o lo percepiscono perché per mettersi sulla sua lunghezza d’onda è obbligatorio stare in ascolto, meditare, studiare, riflettere, lasciarsi trasportare dall’onda magica che sgorga e si propaga dall’ambiente, dai profumi delle stagioni, dai suoni della natura, dagli incanti delle opere d’arte e dai frutti dell’ingegnoso lavoro umano: perciò il genius loci si manifesta in tonalità e intensità diverse da luogo a luogo, da periodo a periodo e rappresenta esso stesso la sintesi di fatiche creative, diventando fecondatore di nuove potenzialità .
In un certo senso assume le personalità positive delle passate generazioni e quindi segnala la presenza benefica e rassicurante di coloro che hanno segnato con la loro passata o recente esistenza un determinato luogo. La simbiosi fra esperienze, saperi, culture, luoghi, lavoro, genera il paesaggio, dove il genius loci gioisce ad ogni azione coerente e si rattrista al punto di disperdersi quando il nostro operare diviene nefasto. Per questo una bella località rende felici i suoi estimatori e rispettosi i fruitori, mentre la frequentazione del brutto abbruttisce. Forse in questa dinamica si può trovare una chiave di lettura del fiorire ed esplodere in talune aree geografiche (come nella cosiddetta ‘regione dei laghi’ che noi chiamiamo ‘insubrica’) e in determinati periodi storici delle espressioni più alte in campo artistico e costruttivo.
La presenza e la forza del genius loci dipendono da svariate condizioni, a loro volta influenzate dal comportamento personale degli abitanti o frequentatori di un certo bioterritorio.
Un esempio può forse chiarirne il concetto: chiamiamo ‘laghée’ colui o colei che nell’area lariana ne ha assunto tutte le influenza, conoscenze, esperienze e si esprime con il modo di vivere, pensare, confrontarsi con il costruito, plasmato e sedimentato nel tempo, in questo irripetibile paesaggio di acque permeate di montagne, dove tradizioni, espressioni artistiche (dal romanico, al barocco, al razionalismo per non citarne altri) formano una trama eccezionale.
‘Laghé‘ si diventa e quindi può esserlo sia chi vi è nato e vissuto, sia chi vi approda e recepisce i richiami di questo straordinario genius loci.
Sul versante della creatività , l’influenza positiva del genius loci, che poi si riflette nel paesaggio, si può individuare nella pratica di talune professioni.
Un giovane muratore sta costruendo un muro in pietra a vista: sassi informi e insignificanti per l’inesperto, sotto i colpi decisi del suo martello diventano perfetti incastri per una ‘volta’, con un risultato che richiama le opere dei ‘magistri comacini’. Nessuna scuola gli ha insegnato e trasmesso tale abilità : solo l’essenza del genius loci tramandata di padre in figlio e l’osservazione del paesaggio con i suoi monumenti hanno sortito tale alta professionalità e capacità artistica.
Recentemente a Dosso del Lario un giovane muratore chiamato per un lavoro ‘normale’, si sarebbe reso disponibile solo se la costruzione fosse stata di sasso a vista.
Purtroppo oggi il genius loci sembra in cassa integrazione se si osservano da vicino le sponde dei laghi, vera essenza e caratterizzazione del paesaggio insubrico, che presentano compromissioni iniziate in epoca recente in concomitanza con la diffusione della motorizzazione e del turismo speculativo e che non sembrano invertire di tendenza.
Il detto popolare ‘vendere l’anima al diavolo’ si concretizza ogni volta che la sfrenata seduzione speculativa paralizza la mente (anima), permettendo insensati interventi che recano gravi offese al corpo (paesaggio) e alla sedimentata identità culturale, magari anche con il concorso di chi si proclama difensore delle tradizioni e delle peculiarità locali.
Salvaguardare il paesaggio è un dovere civico non solo perché è un valore tutelato dalla Costituzione (vera simbiosi di corpo e anima), ma anche per il benessere dei cittadini che vivendo in un territorio incantevole ne possono trarre benefici spirituali e materiali.
Anche sotto questo aspetto il nesso inscindibile fra anima e corpo appare in modo inequivocabile, se pensiamo quanto invece il brutto abbruttisca gli animi.
Nella relazione rispettosa con il territorio si realizza la pienezza del rapporto a tre livelli fra natura, relazioni sociali e interiorità soggettiva: nel Preambolo della Convenzione europea sul paesaggio si constata che il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa favorevole all’attività economica e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro, e si è persuasi che il paesaggio rappresenta un elemento chiave del benessere individuale e sociale, e che la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione comportano diritti e responsabilità per ciascun individuo.
Quando i giovani, per effetto della globalizzazione e della rincorsa all’effimero non sanno più leggere il proprio territorio, allora non riescono più a ritrovare se stessi, la propria identità , le ragioni per difendere le bellezze in cui vivono o per impedire le nefandezze.
Spaesamento e disagio esistenziale si manifestano a livello di paesaggio: in queste situazioni l’anima ha perso il suo rapporto benefico con il corpo e viceversa.
Se si perde l’identità personale e quella collettiva, fondata sulla solidarietà e sul godimento delle bellezze del territorio, anche la realtà che ci circonda ne risulta influenzata negativamente perché è la risultante di interazioni materiali e simboliche fra ambiente naturale e ambiente sociale. E’ importante quindi abbandonare la teoria romantica del paesaggio, assumendo la concezione del paesaggio come spazio dell’abitare, nostro e degli altri e luogo dell’identità , come suggerisce Luisa Bonesio nel volume ‘Paesaggio, identità e comunità fra locale e globale’, ricordandoci anche alcuni passi della Convenzione europea del paesaggio dove si dice: ‘Se si rafforzerà il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia la loro identità che le diversità locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale.’
Nel condividere altre indicazioni di Luisa Bonesio, sembra interessante riproporne qui alcune considerazioni, a conclusione di questa riflessione sul rapporto fra corpo e anima nel paesaggio.
‘Il primo requisito per mantenere la peculiarità formale, identitaria e culturale di un paesaggio è quello di non imporre sul luogo logiche economiche esogene ed estranee, modelli e ritmi di sviluppo che non tengano conto delle peculiarità locali’.
‘Quando interventi inopportuni, disordinati, dissonanti vengono attuati sul territorio, esso finisce in una progressiva illeggibilità e disorganizzazione, che si trasforma in impossibilità di riconoscimento da parte della comunità , con effetti di ulteriore degrado, incuria, vandalismo, ma anche disgregazione e malessere sociale. Gran parte della responsabilità del degrado o della distruzione irreversibile delle identità territoriali ricade sull’ideologia dell’indiscutibile primato di una economia incurante e miope degli effetti a lungo termine⦒
Come chiusura, un passo della Convenzione europea del paesaggio che è anche un programma di azione:‘ Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di subire i loro paesaggi, quale risultato di evoluzioni tecniche ed economiche decise senza di loro. Il paesaggio è una questione che interessa tutti i cittadini e deve venire trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale.’
Ognuno quindi deve fare la propria parte, secondo i rispettivi ruoli e responsabilità .