Il paesaggio del Po o un paesaggio senza Po?
Nello scorso mese di Novembre, a Frassineto Po, è stata inaugurata una struttura espositiva particolare perchè si propone l’obiettivo, indubbiamente ambizioso, di ofrire gli strumenti per una lettura diacronica e multidisciplinare del paesaggio del Po nel tratto fra la confluenza con la Dora Baltea e lo Scrivia. In questo contenitore espositivo, che è stato significativamente chiamato “Centro di interpretazione del paesaggio del Po”, sono confluiti i risultati e le suggestioni di una ricerca multidisciplnare e regressiva che ha fatto emergere dal paesaggio attuale, dominato dalla risaia e comunque da un’agricoltura intensiva e dai resti di un’industrializzazione aggressiva, ma non sempre riuscita, i segni e i caratteri dei paesaggi precedenti e i meccanismi dell’interazione tra uomo e ambiente che li ha prodotti e continuamente trasformati e rimodellati. Al di là dei risultati specifici, il dato che è emerso con maggior forza è che la diferenza fondamentale tra i paesaggi del passato e quelli nati negli ultimi cinquant’anni è la progressiva marginalizzazione e quasi cancellazione del fiume: il fiume non c’è più, non lo si avverte più, la sua presenza è relegata nella memoria delle persone più anziane, nell’attività ricreativa e nella cultura di una fascia ristretta della popolazione. Tutto questo, qui come altrove, è il prodotto delle profonde modificazioni intervenute nell’economia e nella società e del diverso modo di concepire lo spazio e di muoversi al suo interno: i moderni ponti in muratura permettono di attraversare il fiume come se fosse un semplice rigagnolo, le strade e le autostrade, che sono il nuovo elemento portante, corrono lontano dal fiume e anche i segni della sua presenza, come le chiome degli alberi cresciuti lungo le rive o il profilo di un argine, sono nascosti alla vista frettolosa dei viaggiatori da teorie di capannoni e di nuovi edifici. Si vive lungo il fiume senza più accorgersi della sua esistenza, senza più essere in simbiosi con esso. Il fiume però c’è, e non solo perché qualche piena ce lo porta “in casa”, ma perché l’ambiente nel quale viviamo continua ad essere strettamente connesso con il fiume. Il problema è allora quello di recuperare la consapevolezza che, oggi come un tempo, viviamo in un paesaggio che ha nel fiume l’elemento centrale e stabilmente connotativo. Le risaie, ad esempio, sono un portato recente e non è detto che continueranno anche in futuro ad avere la medesima importanza che hanno oggi. Il fiume invece c’è e ci sarà . La risposta a questo problema non può, a nostro avviso, essere quella, che si è sentita più volte riproporre anche nel corso del recente Convegno internazionale sul Po a Piacenza, di concentrasi su interventi di rinaturalizzazione del fiume e delle aree golenali. Indubbiamente restituire le golene al fiume o togliere inutili pennelli o non necessarie difese spondali, spesso realizzate con materiali assolutamente non coerenti con l’ambiente circostante, sono tutti interventi auspicabili e che hanno ricadute positive sulla “salute” complessiva di qualunque corso d’acqua, Po compreso, ma sono interventi che ripropongono il fiume come un elemento isolato, che vive di una vita propria conclusa in se stessa. E’ invece necessario occuparsi non tanto e non solo del fiume, ma di tutto il territorio il cui paesaggio è stato costruito dalla diretta interrelazione tra l’azione dell’uomo e quella del fiume. E’ questo quello che il Parco Regionale del Po, tratto Vercellese-Alessandrino, ci ha chiesto di fare: non limitarci a studiare i problemi legati all’asta del fiume, ma allargare lo sguardo per cercare di capire le dinamiche che si sono sviluppate nel corso del tempo tutt’attorno al Po e che hanno portato alla formazione del paesaggio attuale. Si tratta, per certi versi, di un’operazione estremamente innovativa soprattutto se si pensa alle caratteristiche e finalità dell’attore principale: un parco fluviale e quindi un ente che di norma agisce sull’area di diretta pertinenza del fiume e con un taglio naturalistico ed ecologico. In questo caso il Parco è andato al di là delle competenze specifiche, mettendo assieme un quadro storico-paesaggistico da cui si può partire per proporre progetti di valorizzazione territoriale che recuperino il ruolo centrale del fiume. Dalla lettura integrata è così emerso come tutta l’organizzazione del popolamento e le infrastrutture territoriali abbiano sempre avuto come elemento portante il Po, anche quando vediamo gli insediamenti o l’antico asse stradale romano andare a collocarsi sul ripiano pleistocenico o comunque su quello dell’Olocene più antico. Nonostante, infatti, che questi ripiani siano alti rispetto all’area di diretta pertinenza del fiume, la presenza del Po la si avverte nel fatto che gli abitati, sia quelli romani che delle età successive, e la strada che da Pavia per Lomello raggiungeva e raggiunge Torino, tendono ad avvicinarsi il più possibile all’orlo della scarpata scolpita dal Po, quando, addirittura, non vanno a collocarsi proprio in corrispondenza di essa, come avviene, ad esempio, per le abbazie di Breme e di Acqualonga, che, nella pianura a valle della confluenza con il Sesia, sono gli organismi che rimettono a coltura il territorio dopo l’abbandono tardo-antico. Il rapporto uomo/fiume esce poi con estrema chiarezza se si considera l’ubicazione dei due centri più importanti di tutto questo settore: Casale Monferrato e Valenza. Casale sorge là dove le colline del Monferrato si interrompono per lasciare il posto alla pianura e dove, per motivi di carattere tettonico, la zona all’interno della quale il Po si è sempre spostato, è più ridotta. Lo stesso avviene più a valle, nella zona di Valenza. Qui il Po, ingrossato dal Sesia, modifica il proprio alveo descrivendo meandri più ampi, costruendo isole e correndo complessivamente più sinuoso, nonché allargando la propria fascia di meandreggiamento. In corrispondenza di Valenza, tuttavia, questa fascia si restringe per poi allargarsi di colpo, giungendo a raddoppiare la propria ampiezza. E’ dunque evidente come Casale e Valenza siano entrambe collocate là dove è più agevole attraversare la zona di diretta pertinenza del Po e dove quindi passavano le principali bretelle che in età romana, ma anche nelle epoche successive, univano la strada che correva a nord del Po a quella che da Piacenza va a Torino, passando a sud del fiume e della colline del Monferrato. Non è quindi casuale che Casale e Valenza siano i due centri più importanti anche in età romana, ma lo stesso ruolo che Casale ha avuto in età moderna va appunto messa in relazione con la sua funzione di controllo di uno dei guadi, se non del guado più importante. Lo dimostra la posizione del castello, costruito a ridosso del fiume tra le ultime colline e la pianura e, più complessivamente, il disegno urbano di Casale caratterizzato dall’asse sudnord, cioè quello che porta al Po, che lambisce il nucleo circolare medievale. Ancor più evidente è il legame tra il fiume e la presenza dell’uomo nella bassa Lomellina. Qui non solo torna la corrispondenza dei centri più importanti con i punti di attraversamento del Po o con l’orlo delle scarpate che dominano il ripiano più basso, ma l’estensione della fascia di meandreggiamento del Po ha fatto sì che le variazioni di corso del fiume abbiano portato alla scomparsa o allo spostamento di diversi centri abitati, ad esempio quello di Sparvara, abbandonata dopo l’alluvione del 1716, e determinato la fortuna di alcune famiglie come quella dei Conti di Guazzora che nel XIII secolo basarono la propria ricchezza sullo sfruttamento delle alluvioni del Po. Essi ottennero infatti che le alluvioni di Po, Tanaro e Scrivia non si dovessero aggregare ai fondi sulla cui fronte si venissero a formare, ma fossero devoluti interamente alla loro famiglia. Una lettura che non si limiti ai caratteri attuali del paesaggio restituisce dunque una centralità del fiume che, per quanto non più avvertita, rimane anche oggi. Qualunque progetto di valorizzazione territoriale non può quindi prescindere da tale centralità , una centralità che però non può né deve essere intesa come una riproposizione del fiume quale un ecosistema autonomo e chiuso, ma come un elemento di un ecosistema più ampio e complesso. Questa visione deve ispirare anche gli interventi di “ingegneria fluviale” se non si vuole arrivare ad un fiume ridotto sempre più ad un canale di servizio e ad un paesaggio che, rifiutandolo e marginalizzandolo, finisce per negare se stesso.