Consumo di suolo in provincia di Lecco

Ogni tentativo di analizzare fenomeni come quelli qui considerati, è condizionato dalla scala di lettura e dagli strumenti disponibili pertinenti a quella scala. La presente nota propone un esercizio non facile, di lettura e di valutazione alla scala provinciale, che unisce elementi quantitativi e qualitativi, questi ultimi sviluppati attraverso la scelta di esempi significativi delle diverse situazioni che si intendono illustrare, presentati attraverso elaborazioni cartografiche, ortofoto o immagini satellitari e foto aeree panoramiche, là  dove disponibili.

L’analisi ha potuto avvalersi dei rilevamenti DUSAF21, da poco disponibili, che costituiscono un importante passo avanti nella conoscenza delle trasformazioni del territorio, in quanto presentano dati:

* direttamente riferiti all’uso del suolo;

* aggiornati al 2006;

* confrontabili omogeneamente con gli stessi dati al 1998;

* analizzabili sia statisticamente, sia cartograficamente.

Con l’analisi statistica ragioniamo intorno alle quantità , quindi al tema del consumo di suolo. Con la lettura cartografica ci avviciniamo più direttamente agli aspetti qualitativi e organizzativi dell’insediamento, quindi al tema del paesaggio.

Il consumo di suolo 1998/2006

Per un primo tentativo di bilancio, conviene attenersi a un’analisi aggregata, sia per quanto riguarda le classi d’uso del suolo, sia in termini territoriali.

La classificazione delle coperture del suolo in DUSAF è estremamente articolata.

Raggruppando grossolanamente le voci in tre sole classi – urbanizzato, agricolo, naturale – e aggregando territorialmente per ambiti, si ottengono i valori di stato e di variazione, assoluti e relativi sotto riportati.

Complessivamente, le aree agricole si riducono di 1000 ha nel periodo, che si trasformano per 600 ha in usi urbani e per 400 in aree naturali.

Ovvero: agricolo – 7%, urbanizzato + 6%, naturale + 1%.

Più significativi sono i corrispondenti valori medi annui, riportati sotto.

Prime ipotesi interpretative

Come commentare questi dati? In primo luogo, è interessante notare una significativa differenza tra la Brianza e il resto della provincia. In Brianza, la riduzione di agricolo si traduce interamente in urbano, mentre altrove prevale la retrocessione verso condizioni ‘naturali’. Ovvero: solo in Brianza vale l’equazione che fa corrispondere la perdita di SAU all’espansione urbanistica, mentre altrove il fattore quantitativamente prevalente del ‘degrado’ del paesaggio agrario è l’abbandono, che incide per circa il 60% dell’intera riduzione.

In secondo luogo: ai fini del giudizio sul consumo di suolo, si deve ovviamente tenere conto dell’andamento delle variabili di ‘pressione’, e in particolare della demografia.

Nel periodo considerato, la popolazione della provincia è cresciuta di 20 mila abitanti, passando da 307 a 327 mila unità  (+ 6,5%, pari allo 0,8% su base annua). Disaggregando per ambiti:

Questi dati di domanda possono essere confrontati con i dati di uso del suolo. à significativo il confronto tra l’incremento percentuale dei residenti e della superficie urbanizzata nel periodo considerato.

Con la sola esclusione del Lario orientale, in tutti gli ambiti e nel complesso della provincia l’area urbanizzata cresce meno della popolazione residente. Considerando i valori complessivi, anziché le sole variazioni, si può constatare che la ‘dotazione’ di suolo urbano pro capite resta sostanzialmente invariata (con tendenza a una lievissima riduzione).

L’esito è molto interessante, se confrontato con la tendenza generale, costantemente segnalata dalla letteratura, all’aumento della superficie occupata pro capite. Il dato è ancor più sorprendente se si considera che, anche nel nostro territorio, la domanda di abitazioni è stata ed è significativamente più elevata dell’incremento di popolazione residente, per il noto fenomeno della contrazione delle famiglie.

Tutto bene? Forse no. Valutato criticamente, questo risultato può essere interpretato nei termini seguenti.

La nostra provincia è caratterizzata, nel complesso, dalla prevalenza di insediamenti diffusi a piccoli nuclei. L’incidenza del capoluogo è modesta. Quindi siamo in presenza di un modello insediativo storicamente caratterizzato da valori elevati del consumo di suolo. I modelli insediativi non urbani (sub – peri- ed extraurbani) che nel Milanese e altrove costituiscono una tendenza recente, qui rappresentano la conferma di una realtà  storicamente consolidata. Le nuove urbanizzazioni non modificano sostanzialmente il modello insediativo preesistente, come accade altrove, ma vi si adeguano. Di qui la stabilità  dei dati di consumo di suolo pro capite, che segnala non tanto un consumo basso da parte dei nuovi insediamenti, quanto un consumo elevato da parte di quelli preesistenti. Di qui anche l’appetibilità  residenziale della nostra provincia e il suo ‘successo’ nell’attrarre nuovi residenti dalla conurbazione metropolitana.

Il fatto che le cose non stiano peggiorando non significa di per sé che la situazione sia buona. Potrebbe significare addirittura il contrario: cioè che fosse già  tanto compromessa da non poter peggiorare con l’introduzione di tipologie urbanistiche estensive. Come sempre, il propendere verso l’interpretazione positiva (la stabilità  dei valori pro capite) o quella negativa (la conferma di modelli insediativi prodighi di spazio) dipende dai punti di vista e dalle impostazioni culturali di ciascuno.

Gli usi urbani in maggiore dettaglio

Al fine di approfondire queste considerazioni, è utile esaminare in maggiore dettaglio le destinazioni funzionali delle aree oggetto di nuova urbanizzazione, quali risultano dalla tabella seguente.

Le nuove aree con funzioni urbane, comprensive di verde e sport, infrastrutture e impianti, ad esclusione del produttivo industriale e commerciale, misurano complessivamente 432 ha, di cui 257 costituiscono il tessuto urbano generico, continuo o discontinuo, con copertura stimata non inferiore al 30%. Non sono comprese le aree edificate con edilizia rada, che comunque non supererebbero i tre ettari in tutto.

A fronte di questa occupazione di aree, secondo i dati Istat, dal 2000 al 2006 sono state realizzate nuove costruzioni residenziali per 5,1 milioni di metri cubi, incrementabili a 5,8 milioni per includere l’intero periodo intercorrente tra i rilevamenti DUSAF 1 e 2.

Si avrebbe quindi una densità  lorda, estesa a tutte le nuove aree urbane, escluso il produttivo, di circa 1,3 mc/mq, che salirebbe a 2,3 mc/mq considerando il solo tessuto urbano propriamente detto. Pur dovendo applicare una certa riduzione per tenere conto del fatto che non tutte le nuove costruzioni ricadono in aree di nuova urbanizzazione, si tratta comunque di valori di densità  medi piuttosto elevati, tali cioè da non configurare un uso sconsiderato del suolo.

Estendendo un analogo ragionamento al produttivo industriale e commerciale, per il quale abbiamo una superficie lorda costruita (SLP) nel periodo di circa 680 mila mq, con riferimento ai 169 ha di terreno occupati, si ottiene un rapporto di copertura di circa 0,40 mq/mq, anche questo discretamente elevato, trattandosi di un valore lordo.

Consumo o spreco? Diverse chiavi di lettura

Considerando analiticamente la nozione di spreco, con riferimento ai fenomeni che qui interessano, se ne possono distinguere diverse fattispecie:

* quantitativa: occupare più spazio del necessario per le funzioni da insediare, ovvero applicare densità  troppo basse;

* qualitativa: impegnare terreni di elevata qualità  agronomica o vitali per il funzionamento di aziende efficienti, quando sarebbero disponibili terreni meno produttivi o meno intensamente utilizzati;

* localizzativa: distribuire le nuove urbanizzazioni in modo frammentario e disordinato, così da coinvolgere anche aree che non sono direttamente occupate dalle nuove espansioni urbane (è il concetto di sprawl) o, ancora, in modo tale che le diverse funzioni si disturbino a vicenda o che si vadano a chiudere i varchi della rete ecologica.

I dati quantitativi sopra illustrati mettono in evidenza un elevato consumo di territorio, legato a ritmi elevati di crescita, ma non consentono, di per sé, di usare con disinvoltura il termine ‘speco di suolo’, nell’accezione quantitativa sopra accennata.

Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, si deve rilevare che le informazioni disponibili (di fonte e di scala regionale) mettono in evidenza la sostanziale uniformità  dei suoli coltivabili per vaste porzioni della nostra provincia, cosicché non sembrano emergere rilevanti problematiche di spreco, intese come scelta inappropriata delle aree da urbanizzare, alla scala del singolo comune. à possibile che più dettagliate analisi agronomiche condotte alla scala locale portino, localmente, a conclusioni diverse.

Per quanto riguarda l’aspetto localizzativo, cioè la conformazione spaziale delle nuove urbanizzazioni, l’esame della cartografia consente alcune considerazioni. Le nuove espansioni residenziali e produttive seguono logiche diverse: più frazionate le prime, ma anche più integrate ai tessuti urbani preesistenti, più accorpate tra loro le seconde e più separate dal contesto. Il fenomeno dello sprawl residenziale è presente in forma particolarmente estesa e pervasiva nella piana di Colico, dove per contro è ben organizzato l’insediamento produttivo.

Tale fenomeno, che investe l’intera fascia intermedia della piana, compromettendo la produttività  di una delle aree agricole più importanti dell’intera provincia, non è determinato dalle sole urbanizzazioni più recenti, ma rappresenta l’esito di un modello insediativo ormai consolidato. Altri esempi significativi di sprawl si rilevano in diversi punti della Valsassina (es. Primaluna, Maggio) e anche in Brianza (es. Sirtori, Airuno), dove tuttavia sono più connessi con morfologie collinari. In generale, questi fenomeni di sprawl non sembrano essere associati a processi sistematici di abbandono delle coltivazioni. Certamente si tratta di situazioni nelle quali l’agricoltura è ridotta ad attività  residuale e non è messa nelle condizioni di aspirare a obiettivi di qualità  né di essere reattiva alle sollecitazioni del mercato.

Il fenomeno che maggiormente caratterizza la Brianza, sotto il profilo delle criticità  localizzative, è la commistione stretta tra residenza e industria. Un fenomeno che non rientra nella categoria dello spreco di suolo (anzi, piuttosto in quella dell’eccessiva concentrazione insediativa), ma che porta con sé rilevanti criticità  e diseconomie esterne. In questo senso si può parlare di ‘spreco’.

Da questo modello insediativo tradizionale ci si sta gradualmente allontanando, con le riconversioni a residenza e servizi di lotti industriali in area urbana e con il decentramento in zona agricole delle nuove aree industriali.

In sintesi, per quanto riguarda il tema consumo/spreco di suolo, sulla base delle analisi condotte si possono trarre le seguenti conclusioni:

Quantità : il consumo di suolo è elevato, ma proporzionale all’aumento di popolazione. I valori pro capite restano invariati, su livelli elevati. Sembra corretto esprimere un giudizio non tanto di spreco di suolo, quanto di utilizzazione tendenzialmente estensiva, secondo modelli insediativi orientati più alla qualità  residenziale che all’uso prudente delle risorse.

Qualità : le poche zone pianeggianti della provincia sono soggette a una forte pressione insediativa, che sottrae terreni agricoli di elevata qualità  sia nella parte settentrionale (Colico, Valsassina) sia in quella meridionale (Oggionese, Meratese). Nel secondo caso il fattore prevalente di pressione è l’espansione industriale, che non trova idonea collocazione altrove.

Disposizione spaziale: si manifestano due forme specifiche di commistione spaziale problematica: lo sprawl residenziale in aree agricole, che interessa porzioni ben individuate del territorio, e la promiscuità  tra residenza industria, che interessa gran parte del territorio brianteo. Quest’ultima è un retaggio del passato, in graduale arretramento nei nuovi piani e nelle nuove urbanizzazioni, che tendono a separare il produttivo dalla residenza. Ovvero: meno promiscuità  funzionale, ottenuta però a scapito di un maggiore consumo di suolo.

Conclusioni

La provincia di Lecco è parte della metropoli lombarda. Un’area nella quale il suolo è scarso e costoso, l’agricoltura storicamente debole, i valori immobiliari elevati, le pressioni insediative forti. Le dinamiche che abbiamo rilevato non configurano una gestione ‘scandalosa’ del territorio, e trattarle in questi termini sarebbe non solo ingiusto, ma poco utile. Passano non attraverso l’abuso, ma attraverso le maglie di una gestione complessivamente attenta.

Insomma, sono le dinamiche di un’area evoluta, nella quale la pianificazione è presente e fa quello che può. E qui sta il problema: ciò che questa pianificazione e questa politica riescono a fare non è poco, ma non è abbastanza rispetto alla sfida della sostenibilità .

E allora si potrà  fare meglio solo se cambieranno le condizioni entro le quali il piano si costruisce e si governa, a incominciare da due questioni a nostro avviso decisive: la dimensione territoriale alla quale vengono prese le decisioni più incisive, che la legge regionale 12/2005 ha saldamente ancorato al livello comunale, qui estremamente frammentato, e che invece deve attestarsi a moduli territoriali nettamente più ampi; il legame pernicioso tra sviluppo edilizio e finanza locale. Poco si potrà  fare senza sciogliere questi nodi.