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Senza

Nei giorni scorsi m’è capitato di leggere su un pullman turistico questa scritta, bene in evidenza in bianco sul colore nerofumo della carrozzeria:

PULLMAN

ACQUISTATO

SENZA

CONTRIBUTO

REGIONALE

E’ un modo interessante di rivolgersi ai propri clienti anche potenziali, ai quali in poche parole e poco spazio si dicono diverse cose: l’azienda basta a se stessa; e l’imprenditore anche; entrambi fanno a meno di contributi che creano dipendenza e possono togliere il gusto e la capacità  di fare soldi con il lavoro e l’intelligenza; delle istituzioni pubbliche è meglio fare a meno, di questi tempi. La cosa più interessante forse che imprenditore e azienda rispondono a una domanda inespressa ma latente dei cittadini/consumatori:

l’azienda non sta facendo pagare i suoi servizi due volte, una col contributo e l’altra col biglietto. Il valore civico condiviso da imprenditore e clienti è il rispetto reciproco. Il rispetto reciproco è forse il più forte legame di civiltà . Negli Stati Uniti, terra di libero mercato ma anche di democrazia più robusta e matura di quella media europea, ci si sta accorgendo che i cittadini respingono i governi non quando sono ‘troppo grandi’, ma quando non rispettano la volontà  dei cittadini (George Lakoff, a Berkeley). Ciò vale ancor più in Europa, dove una tradizione un po’ cinica vuole che il popolo accordi al governo non fiducia, ma solo (temporaneo) favore.

Che tra cittadini e governi ci sia fiducia o favore, il rispetto che i cittadini hanno per se stessi e per il loro prossimo è comunque il primo e fondamentale indizio della qualità  di una società  civile e delle sue istituzioni; e questa qualità  ha il grande pregio di poter essere riconosciuta e valutata da ogni persona ‘a casa sua’, nel suo ambiente di vita e lavoro. La democrazia e il mercato nascono dal basso e sono corrotti dall’alto, ma solo se il basso lascia fare o magari partecipa, per viltà  o inciviltà , alle ingiustizie fatte dai forti ai deboli, la più inaccettabile mancanza di rispetto. Per gli altri, ma anche per se stessi, come dimostra l’esperienza, anche se ci vuole tempo prima che la mancanza di rispetto per gli altri lo diventi anche per se stessi. Nel suo diario del 5 maggio 1945, una giovane berlinese paragona il popolo tedesco a un gregge condotto al macello dal suo governo (nazista), che però col tacito consenso dei cittadini aveva già  condotto al macello i malati mentali e poi gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, … .

E’ una questione di stile, nei grandi come nei piccoli fatti della vita. Se un imprenditore o un manager o un lavoratore è nervoso sul lavoro ( sarà  anche in famiglia e con gli amici, se ne ha. La differenza è che se si hanno maggiori responsabilità , si possono fare danni maggiori e più diffusi. E anche lo stile si può riconoscere nei comportamenti ordinari, che sfuggono alle manipolazioni delle scienze cosiddette della comunicazione.

E’ questo il limite, forte e insuperabile, della pure impressionante possibilità  dei media, e più in generale dei comunicatori, di manipolare le voci e le coscienze, di ridurre tutto a propaganda e verosimiglianza. Il reale è ciò che viene percepito, inflazione compresa, ma la realtà  si può sempre riconoscere per quello che è e prima o poi arriva il momento in cui la realtà  si fa percepire per quello che è, e non per ciò che si vorrebbe che fosse. Anche questo è un dato di esperienza. Sempre nei giorni scorsi, in metrò (Milano è una piccola odissea quotidiana), non ho potuto fare a meno di ascoltare la telefonata di una giovane che commentava un corso di formazione: sì, sono andati in formazione e hanno

fatto tutto, ma poi hanno dovuto fare le stesse cose davvero, sul lavoro, e lì era una tutt’altra storia.Stiamo scoprendo una dimensione esclusivamente personale di comunicazione, molto più potente e libera di quella organizzata socialmente, perché non ha bisogno di parole o di azioni particolari per esprimersi, e funziona sempre. Si tratta dello stile, del modo di essere e di comportarsi, frutto di un’educazione che si è o non si è avuta, di una maturità  che si è o non si è raggiunta, di una disciplina e di una intelligenza che si sono o non si sono coltivate, di un’esperienza e di un’attenzione per gli altri e per il mondo che si ha o non si ha. Questa forma di comunicazione è propria di ciascuno di noi e per definizione è trasparente, perché è come lo stare dritti con la schiena: se ci si è abituati si sta, ma se richiede un atto di volontà , ci si ritrova curvi.

Una delle conseguenze inattese dell’ondata di antistatalismo che ha preso piede negli ultimi vent’anni è la svalutazione di tutto ciò che è collettivo, indistinto, uguale per tutti anche se ogni persona è unica. Persino l’esercizio delle armi ’che con la scuola ha costruito i cittadini degli stati nazionali’ è diventato frutto di una scelta, più o meno libera. E la scuola pure.

In un manifesto pubblicitario una media superiore milanese si presenta come ’la scuola dei vostri desideri’. Al contrario della scritta sul pullman, è un esempio di ambiguità .

Desiderare significa realizzare i propri sogni, facendoli scendere dalle stelle sulla terra.

Personalmente non sceglierei mai una scuola che fa questo tipo di promesse, che trovo un po’ troppo simili a quelle fatte a Pinocchio dal gatto e dalla volpe. Ma qui interessa il tentativo di personalizzare anche un’organizzazione sociale che ha il compito di dare a tutti un bagaglio culturale condiviso, dei riferimenti comuni.

Oggi, quel che rimane di manifestamente collettivo è la propaganda, la scienza della comunicazione artefatta, che vuole produrre un determinato effetto ’una determinata percezione’ a prescindere dalla verità  degli argomenti e dalla liceità  degli effetti. Come per il manifesto pubblicitario della scuola, il risultato è una grande confusione, tanto più se si cerca di capirne il senso comune (per tutti). Questa comunicazione non comunica alcunché e non stabilisce alcun legame: funziona solo se i destinatari la vestono con i loro sogni, o più propriamente con le loro fantasie, in cui finiscono di imbozzolarsi fino a perdere il contatto con la realtà , compresa quella percepita.

Quando le ispirazioni e le aspirazioni sono le proprie fantasticherie e la scuola di stile è la propria vanità , è inevitabile la deriva della comunicazione, specie politica, verso l’avanspettacolo e la balera. Desideri e sogni diventano barzellette. Ma non per tutti, e neppure per la maggioranza. Come per i giovani che si credono formati sin che il lavoro non li mette alla prova, così per la maggioranza (ma, penso, per tutti) la vita non è una storiella. Nonostante le apparenze, non le è neanche la vita condivisa che chiamiamo politica, benché la sua versione propagandistica voglia imporre il suo stile da balera e da avanspettacolo, com’è evidente anche in questi giorni.

Senza2011-07-28T16:42:21+00:00

Non mi sento rappresentato, non lo sono e va bene così

Il mondo del lavoro, con le sue professionalità , organizzazioni e abitudini talvolta tanto forti da sembrare leggi, è stato rivoluzionato nel volgere di una generazione dall’informatica e dalle sue applicazioni, così come lo è stata la nostra vita quotidiana, non solo di lavoro. Un esempio: la posta, che più delle armi è stata per secoli una prerogativa della sovranità  dello stato, oggi è un pc, un elettrodomestico. Nel mondo del lavoro, la rivoluzione informatica ha accompagnato, incentivandone fortemente lo sviluppo, quella dei servizi. La banca è stata la più rapida, se non la prima, ad appropriarsi delle nuove tecnologie dell’informazione, rese dapprima attraenti e poi insostituibili per gli incrementi di produttività  e di precisione che esse rendono possibili, aprendo orizzonti nuovi e vasti di inediti servizi e processi. Sotto il profilo organizzativo, ciò ha comportato la sparizione di un middle management imponente e fondamentale, un tempo insostituibile anello intelligente di una catena di comando che, dall’alto verso il basso e viceversa, funzionava mediante la delega. Un buon capo sapeva delegare i dipendenti, anche nel senso di scegliere bene le persone cui afdare, in modo parcellizzato, le operazioni previste dal mansionario; e un buon esecutore sapeva quand’era il caso di fermarsi e chiedere istruzioni al capo, di solito a fronte di eventi non previsti nelle procedure. Oggi un buon capo sa scegliere bene i suoi collaboratori e dare loro una chiara visione degli obiettivi e delle attese, nonché gli strumenti per gestire in autonomia le loro responsabilità , ivi comprese procedure molto flessibili e progettate anche per l’imprevisto (anzi, soprattutto a questo fine, perché ciò che è previsto è anche automatizzato e non ha bisogno di uno specifico intervento umano). In breve, oggi sarebbe non impensabile, bensì semplicemente impossibile una marcia dei quadri come quella dei quarantamila alla FIAT di Torino, ma in compenso anche la classe operaia non esiste più. Ciò non significa che non esistano più l’industria, il lavoro, i livelli di potere e responsabilità , i conflitti e così via; si manifestano però in modi diversi, molto diversi. Poiché, fortunatamente, le tecnologie dipendono dalla nostra voglia e capacità  di usarle più di quanto noi dipendiamo da esse, l’impatto sulla politica del nuovo modo di lavorare e vivere è filtrato dalle nostre aspettative, più ancora che dai nostri interessi, spesso mal tutelati dall’inerzia delle nostre abitudini, soprattutto mentali. La democrazia è palesemente un valore determinante in un mondo incerto e insicuro, tale perché tecnicamente in grado di autodistruggersi (con le armi nucleari e chimiche), e più banalmente di farsi molto male (con la spazzatura, per dirne una). Ma le forme in cui la democrazia si esprime possono cambiare, e in effetti stanno mutando, sia pure in modo pragmatico e senza un progetto preciso, com’è forse inevitabile trattandosi di politica. Si sta riducendo sempre più l’importanza della delega, proprio come nelle organizzazioni produttive, e di conseguenza si stanno trasformando (si dovrebbero trasformare) i ruoli nella politica e nella pubblica amministrazione, anche se le loro denominazioni non cambiano. Ad esempio, discutere se un eletto ha un vincolo di mandato oppure no è una delicata questione etica, giuridica e politica, ma i fatti rendono evidente che su tutto prevale la responsabilità  personale di chi assume una responsabilità  politica o amministrativa, nel senso che a contare è il contributo dato personalmente alla realizzazione del bene comune (di quella minima o significativa porzione di bene comune che può dipendere da una singola persona). à poi una questione di buon senso argomentare che, in un mondo tanto complesso qual è quello della politica e dei beni pubblici, la lealtà  dei comportamenti e la tenacia dei valori sono a loro volta beni primari per ottenere dei risultati (il che, per inciso, ci aiuta a capire perché la politica e la pubblica amministrazione siano particolarmente inefficaci in Italia, dove si è inventato il trasformismo, termine sempre citato in italiano perché all’estero non esiste il suo corrispondente). Come si era già  intuito quarant’anni fa, nel funzionamento della democrazia oggi conta più la partecipazione della rappresentanza, ma non nel senso di dar luogo a un onnicomprensivo referendum che coinvolge tutti in tutte le scelte, bensì nel senso che, come nel mondo del lavoro, la scelta della persona che va a ricoprire un determinato ruolo politico o amministrativo è il momento della verità : se si sbaglia questa scelta, i guai vengono di conseguenza. Si può sempre sbagliare, naturalmente, ma l’importante è poter correggere i propri errori, non rieleggendo più il politico (ed è quindi allarmante, non solo scandaloso, che con l’ultima riforma elettorale si sia sottratta ai cittadini la facoltà , già  tanto ridotta, di scegliere tra diversi candidati) o esigendo provvedimenti nei confronti dei funzionari incompetenti (una facoltà  che ancora non ci è data, come cittadini, anche se forse la sola soluzione consiste nell’inventarci noi gli strumenti, ad esempio organizzandoci in pubblica opinione caso per caso). Ecco perché un bene pubblico primario per il benessere della nostra vita personale e della nostra convivenza consiste in una corretta, tempestiva ed esauriente informazione, che è cosa molto diversa dalla comunicazione (l’opposto, anzi, quando quest’ultima diventa disinformazione, come in questi anni è avvenuto clamorosamente e fin troppo spesso, non solo né soprattutto in Italia). Ed ecco perché, paradossalmente, oggi l’informazione migliore è quella del passa-parola, con Internet e, a livello locale, direttamente: è tempestiva, difficilmente manipolabile e immediatamente verificabile in base alla conoscenza e stima personale che abbiamo di chi ce la fornisce. Questa è la formula concreta, semplice e potente della partecipazione politica e civica, anche se ancora troppo poco difusa rispetto all’inveterata tendenza a rivolgersi al “proprio” deputato o amministratore, e soprattutto rispetto all’ignavia di chi continua a ripetersi, a danno suo e nostro, che tanto sono tutti uguali (non è vero, neppure per gli amministratori di condominio). La crescente importanza della partecipazione, rispetto alla rappresentanza, nella vita politica e pubblica aiuta a comprendere meglio la funzione delle sempre più numerose e difuse fondazioni, la vera via alla privatizzazione di molte funzioni pubbliche, intesa come riavvicinamento di tali funzioni ai cittadini e non come loro sottrazione alla sfera del bene comune. Diversamente dagli enti pubblici, le fondazioni non possono reggersi finanziariamente attraverso l’imposizione fiscale: debbono avere dei finanziatori, ai quali dimostrano ciò che fanno per mantenere la loro fiducia e poter continuare a lavorare. La mia speranza è che in futuro sempre più numerose e significative siano le fondazioni che si prendono cura dei nostri interessi comuni grazie al nostro volontario e ampio sostegno anche finanziario. A proposito di ambiente, paesaggio e territorio, sembrerebbe ad esempio molto importante una fondazione che si prenda cura di quel che (non) accade lungo il corso del Po, anche per responsabilità  di politici e amministratori. Sia pure in scala minore del Danubio, cui Claudio Magris ha dedicato un libro pieno d’afetto, il Po collega una molteplicità  di culture che hanno superato la prova del tempo eppure hanno ancora molto da imparare le une dalle altre, nella condivisione del fondamentale bene in comune costituito dal fiume. La democrazia, come pure l’efficienza e l’efficacia degli apparati pubblici, dipendono da noi molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, o consapevoli. La democrazia, l’efficienza e l’efficacia dei beni pubblici sono un prodotto culturale, come la professionalità  e l’innovazione. Esistono solo se si imparano, con la peculiarità  che le si imparano insieme e che esistono solo quando se ne prende coscienza. Dato che siamo caduti in uno degli “arretramenti che per Marc Bloch sono una categoria chiave del mondo occidentale, diamoci subito da fare per avere una nuova legge elettorale che ci consenta di eleggere il parlamento, invece di subirne uno taroccato pieno di fiduciari nominati.

Non mi sento rappresentato, non lo sono e va bene così2008-09-03T10:03:24+00:00