Fare a pezzi il Parco dello Stelvio per gestirlo meglio?
Il Parco dello Stelvio, il più grande parco nazionale italiano, collocato al centro delle Alpi in un crocevia di storie e culture, ha fin dalla nascita vita difficile, parco di confini (fines) storici e culturali molto forti, e di orizzonti (horizontes). Quell’incrocio di culture e di percorsi di sviluppo diverso è una ricchezza che non può essere piallata da minute normative omologanti. Ma al contempo, la sussistenza e il persistere dell’attributo di ‘Parco Nazionale’, comportano una convergenza tra le componenti geografiche e socio-culturali di una strategia resa unitaria e coerente. Multiculturale…
La legge-quadro nazionale individua nel ‘Piano del Parco’ lo strumento che â pure nella flessibilità della pianificazione – rappresenta questa convergenza di strategia e programmazione, attribuendo l’attività di gestione ai tre Comitati: Lombardia, Alto Adige, Trentino. Il percorso del piano inizia nel 1998 con la pubblicazione del bando. Nel raggruppamento vincitore risulta particolarmente presente una componente altoatesina, realtà questa la più avanzata sul piano della pianificazione. Ma il Parco (tra i primi e i più estesi del Paese) si presenta all’appuntamento del Piano destrutturato, privo persino di una cartografia aerofotogrammetrica unitaria, cosa che non giova alle operazioni ricognitive e progettuali necessarie. Gli elaborati conferiti nel 1999, superando sforzi logistici di questo tipo, suscitano comunque impressioni negative da parte di esponenti degli organi politici e degli uffici. Si invoca il piano ‘perfetto’ contro il piano ‘possibile’. Una bella empasse.
Anche il robusto prodotto di piano costituito dal ‘Rapporto sullo Stelvio’ viene considerato pleonastico dalla maggioranza dei membri del direttivo e gli elaborati del piano sono considerati inadeguati per la loro produzione troppo ‘esterna alla realtà ’ (anzichè considerarle un pregio…).