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In Toscana il Piano Paesistico c’è, ma non si vede

Il 16 giugno scorso il Consiglio Regionale della Toscana ha adottato le modifiche al Piano di Indirizzo Territoriale [â¦] che costituiscono implementazione del piano stesso per la disciplina paesistica. Si tratta dell’adeguamento del PIT alla normativa del Codice dei beni culturali e del paesaggio, già  previsto entro un anno dal gennaio 2007 nel Protocollo d’intesa fra Regione e MIBAC, e che arriva dunque con quasi due anni di ritardo. La nuova versione del PIT â chiamiamola Piano Paesistico â è stata presentata, un po’ in sordina, il 30 marzo di quest’anno presso il Consiglio Regionale (assente l’assessore Conti, impegnato a Roma per il ‘piano casa’). Nell’introduzione, il consigliere Erasmo D’Angelis assicurava che il piano ‘sarebbe piaciuto anche al professor Asor Rosa’: e infatti veniva consegnata ai presenti, a titolo di esempio, la scheda relativa alla Val d’Orcia, che non risultava per nulla tenera con la lottizzazione di Monticchiello, pietra dello scandalo (su questo torneremo più avanti). Rispetto al clamore con cui era stato sbandierato a suo tempo il Protocollo fra il ministro Rutelli e il presidente Martini, si può ben dire che tutta la vicenda in corso si stia svolgendo piuttosto alla chetichella.

Il 5 settembre scadevano i termini per la presentazione delle osservazioni, subito dopo un infuocato mese d’agosto che non ha certo favorito la partecipazione e l’esame della normativa: anche perché non è facile orientarsi fra la Disciplina generale del Piano (2A), la Disciplina dei beni paesaggistici (2B), le quattro sezioni delle schede relative a ciascuno dei 38 ambiti nei quali è stato suddiviso il territorio regionale, le poche cartografie allegate1.

La Rete dei comitati per la difesa del territorio, che di recente si è costituita ufficialmente come associazione, non poteva mancare di intervenire: le osservazioni presentate2 avevano lo scopo di verificare il contenuto del Piano, a partire soprattutto dalle singole schede, piuttosto che discutere l’impianto generale della disciplina. Sappiamo bene che questa non è certamente condivisibile: in particolare per il richiamo più volte ripetuto ai soli valori ‘percettivi’ del paesaggio, per la sottovalutazione degli aspetti ambientali e naturalistici, e su questi aspetti si potevano presentare osservazioni, sicuramente pertinenti. Ma va ricordato che già  al momento della stesura originaria del PIT, nella primavera del 2007, erano state presentate da parte di alcuni colleghi3 opportune e puntuali osservazioni generali, relative in particolare ad un impianto legislativo che lascia ai singoli Comuni la facoltà  di rispettare o meno le prescrizioni regionali: e che non vi è stata nessuna risposta adeguata.

Una considerazione generale va comunque fatta, perché è preliminare a qualsiasi analisi. Dalla stessa articolazione degli elaborati di piano si ricava che sono beni paesaggistici le aree che già  erano oggetto di vincolo ex-legge 1497 del 1939 e sottoposte al controllo delle Soprintendenze: le altre no, sono affidate come al solito alle ‘buone pratiche’ dei singoli Comuni. Possibile che si rimanga fermi alla vigente definizione di aree protette, senza alcuna novità ? 4 Eppure la stessa Regione5 aveva a suo tempo promosso una procedura di revisione e ampliamento dei vincoli affidata ad apposite Commissioni provinciali, incaricate di raccogliere le eventuali proposte degli enti e delle Soprintendenze. Le Commissioni sono state istituite all’inizio del 20076, sono state convocate tutte insieme nel marzo successivo, a Firenze, hanno discusso un regolamento e sollecitato una consultazione più ampia, aperta ad associazioni e comitati: forse proprio per prevenire questa eventualità  le Commissioni non sono state mai riunite. I beni paesaggistici sono rimasti quelli che erano, e qualsiasi verifica in proposito è rinviata a dopo il Piano Paesistico, come vedremo.

Per valutare correttamente quanto il Consiglio Regionale ha adottato il 16 giugno, occorre ripartire dal contenuto di una cosidetta Legge di manutenzione dell’ordinamento regionale 2008 (LR 21.11.2008), che fra tante altre cose nella Sezione VIII si occupava delle modifiche alla Legge per il governo del territorio (LR 03.01.2005). Per trovare un riferimento al contenuto del Piano Paesistico, qui denominato Statuto, dobbiamo andare all’art. 40 di questa curiosa leggina. Vi si legge (corsivi miei):

In attuazione dell’articolo 135 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, lo statuto del piano di indirizzo territoriale con valenza di piano paesaggistico riconosce gli aspetti e i caratteri peculiari, nonché le caratteristiche paesaggistiche dell’intero territorio regionale e ne delimitai relativi ambiti. (comma 1)

Ai sensi dell’articolo 143, comma 3, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, lo statuto contiene:

a)   la ricognizione generale dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;

b)   l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, della pianificazione e di difesa del suolo; (comma 4)

Se questa era l’intenzione del legislatore, che seguiva sia pure in ritardo il tanto celebrato Protocollo Rutelli-Martini, va detto che il risultato ci sembra per ora abbastanza modesto. La ricognizione generale dell’intero territorio si limita a una schedatura di ciascuno dei 38 ambiti, all’interno dei quali possono presentarsi o meno i beni paesaggistici già  stabiliti: ma se per questi ultimi la sezione 4 della schede stabilisce specifiche prescrizioni, dopo aver analizzato anche i processi in atto e i conseguenti rischi e fattori di degrado, per tutto il territorio rimanente ci si affida alle sezioni 3 delle schede, una per ciascuno dei 38 ambiti, ovviamente molto più generiche: anche perché in questo caso non è contemplata nessuna analisi dei rischi, ma solo l’indicazione di obiettivi di qualità . Dove è finita ‘l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, della pianificazione e di difesa del suolo’? Non doveva essere estesa a tutto il territorio regionale?

Il vizio di fondo di tutto il Piano mi sembra sia la mancata integrazione fra i beni paesaggistici e l’intero territorio: la divisione fra aree di serie A, tutelate più o meno bene, e aree di serie B, dove la tutela è opzionale. Vale la pena di formulare in proposito un’osservazione in senso tecnico? Sapendo che in ogni caso non c’è nessuna intenzione di modificare di una virgola l’impianto consolidato della disciplina urbanistica regionale, è sembrato più opportuno presentare una lettura del Piano Paesistico (parziale, sicuramente) ad uso del dibattito politico fra Comitati e Associazioni in Toscana e altrove.

Le note che seguono si propongono di mettere alla prova il Piano Paesistico della Toscana, a partire dal confronto fra alcune delle principali emergenze territoriali (già  più volte segnalate dalla Rete dei Comitati per la difesa del territorio) e la relativa disciplina di piano. Ho scelto una ventina di casi di indubbia rilevanza a proposito dei quali ci si aspetta quantomeno una risposta – più o meno efficace, questo resta da vedere – da parte di una disciplina che dichiara di voler tutelare il paesaggio. Si tratta, in qualche caso, di situazioni già  chiuse (risolte nel peggiore dei modi): andremo a vedere se almeno gli estensori delle schede se ne sono accorti, e se ci sono davvero le condizioni perché casi simili non si ripetano più. Altre situazioni sono ancora in discussione e vogliamo capire quali garanzie di tutela offra il Piano Paesistico: di queste, alcune sono localizzate all’interno di aree protette, ai sensi della vecchia legge 1497 del 1939 e quindi considerate beni paesaggistici; altre invece no, per cui andremo a leggere quali obiettivi di qualità  potrebbero eventualmente offrire un appiglio per proporre alternative di tutela paesistica anche in assenza di vincolo. In altri termini, il Piano Paesistico serve a qualcosa?

Cominciamo con i casi in cui le schede, nella sezione 4 dedicata ai beni paesaggistici, citano esplicitamente fra i fattori di rischio dell’assetto paesistico (dei valori storico-culturali, in questi casi) proprio l’emergenza a suo tempo segnalata nella Mappa prodotta dalla Rete7. Di espansioni edilizie ‘critiche’ ne trovo tre: Magliano, Monteroni, Monticchiello. Le prime due sono già  del tutto o quasi  realizzate.

Quanto a Magliano in Toscana (GR), si legge nella scheda relativa all’Ambito 25, Colline dell’Albegna, Centro abitato e zone circostanti del comune di Magliano8:

(elementi di valore)

Permanenza del valore urbanistico, storico e monumentale dell’antico centro storico murato di Magliano, che per la sua posizione emergente rispetto al territorio circostante, costituisce un eccezionale belvedere. Inoltre, insieme ai ruderi dell’Abbazia di S.Bruzio, Magliano contribuisce a conferire al paesaggio caratteri di identità  storica.

(elementi di rischio)

Un elemento di degrado è costituito dal recente insediamento ricettivo I Padelletti situato fuori dall’area del presente vincolo, ma visibile da vari punti panoramici all’interno di esso. Detto intervento di vasta estensione non è sufficientemente schermato con piantumazioni arboree che ne mitighino l’impatto.

E in quella relativa alla Grancia di Cuna, in comune di Monteroni d’Arbia (SI), Ambito 33, Crete senesi, Zona intorno al castello di Cuna sita nel comune di Monteroni di Arbia (Siena)9:

(elementi di valore)

La Grancia di Cuna, fattoria fortificata, ed il Molino di Monteroni, anch’esso fortificato, costituiscono gli elementi matrice della struttura insediativa legata all’espansione e alla relativa organizzazione patrimoniale dell’Ospedale della Scala di Siena lungo la via Francigena.

(elementi di rischio)

Le lottizzazioni residenziali delle More, a nord, e gli insediamenti produttivi di Monteroni, a sud, comprimono i confini dell’area di vincolo. Al suo interno l’intervento di riqualificazione ambientale, anche a fini residenziali, dell’impianto produttivo, ex ICAS, altera in maniera definitiva i connotati paesistici tradizionali. Se l’ICAS costituiva già , con la sua presenza, una cesura fra Cuna e l’ordinata scansione fondiaria generata dal sistema di fattoria ed un ostacolo alla buona percezione visiva degli assetti figurativi da questi generati, la riconversione dell’area e della volumetria in destinazione residenziale cancella, sul versante della Cassia, decontestualizzandoli, i precedenti rapporti estetico-percettivi tra sistema insediativo e territorio aperto.

Tutte queste espressioni sono perfettamente condivisibili e dimostrano anche una notevole conoscenza del territorio da parte degli estensori: resta da chiedersi come sia stato possibile nel bel mezzo di zone vincolate, senza nessuna particolare reazione da parte delle rispettive Soprintendenze10, realizzare sotto il naso di tutti, e negli ultimissimi anni, simili ‘elementi di degrado’, per usare un eufemismo! Vediamo a questo punto la scheda relativa a Monticchiello, in comune di Pienza (SI) compresa nell’Ambito 38, Val d’Orcia, Zona di Monticchiello in comune di Pienza11:

La recente lottizzazione edilizia posta lungo l’ultimo tratto del crinale che risale verso Monticchiello, prima che le colture promiscue ne modellino il basamento, interrompe la continuità  del disegno dei suoli e costituisce un elemento di cesura fra queste colture ed i seminativi sottostanti e fra l’antico centro murato e la sua campagna modificando dal punto di vista percettivo gli assetti figurativi che il vincolo vuole tutelare.

Ci si chiede che senso abbia, allora, l’indicazione, fra gli obiettivi per la tutela, di una

Tutela integrale dei terrazzamenti e ciglionamenti a coltura promiscua presenti nel basamento collinare di Monticchiello ed il recupero di quelli abbandonati.

Troppo tardi? Si chiude la stalla quando i buoi sono scappati? Per lo meno la Regione dovrebbe, coerentemente con gli obiettivi espressi nel proprio Piano Paesistico, darsi da fare per impedire il completamento della sciagurata lottizzazione, con le ultime tre ‘palazzine’ a suo tempo bloccate da Rutelli. Proprio nello scorso mese di luglio il Consiglio di Stato, è vero, ha dato ragione all’impresa costruttrice, che aveva fatto ricorso contro l’intervento del Ministero: il vincolo viene confermato, ma non va inteso automaticamente come divieto di costruire. Ci si aspettava che la Regione intervenisse in difesa della tutela paesaggistica: e invece è l’occasione per il ‘garante della comunicazione’, prof. Massimo Morisi, per prendersela con il vincolo, tout-court12.

Nei tre casi citati non c’è dubbio che gli estensori delle schede si siano resi conto della gravità  degli episodi segnalati. Purtroppo in molti altri casi non è così, anche quando si tratta di beni paesaggistici a tutti gli effetti: quando le emergenze sono ancora virtuali, allo stato di progetto, non vengono neppure menzionate. Anche se quei progetti sono ampiamente documentati â e magari contestati â sugli organi di informazione, e perfino quando si tratta di progetti direttamente sostenuti dalla Regione stessa. Ne abbiamo esempi clamorosi.

Prendiamo il caso di Talamone, comune di Orbetello (GR). Qui siamo nell’ambito 24, 25 o 26 (non è chiaro: ma non si sono voluti tracciare limiti troppo rigidi) e di sicuro nell’area protetta Zona sita nel comune di Orbetello, fra i piedi dei monti della Uccellina e il mare compreso il centro urbano di Talamone13. Si raccomanda, per quanto riguarda la fascia costiera, attenzione per la viabilità  storica, per le visuali panoramiche e per il mantenimento del sistema di regimazione idraulica della bonifica: ma si ignora l’esistenza di un progetto di ampliamento del porto che verrebbe ad interessare buona parte della spiaggia fino quasi al Talamonaccio con conseguenze disastrose su tutto l’assetto del bene paesaggistico (a  partire dal sistema idraulico, ovviamente). Di questo progetto si discute ormai da diversi mesi, ma sembra che il mare sia al di fuori del campo di interesse del Piano Paesistico!

Torniamo nell’entroterra. Due esempi di paesaggi collinari di pregio in provincia di Firenze, la valle di Cintoia e la collina di fronte a Reggello.  In questo secondo caso esiste un progetto di lottizzazione che distrugge un pezzo della fascia terrazzata alle pendici del Pratomagno, la collina di Fano: purtroppo questo straordinario valore paesistico non è neppure menzionato nella scheda, che in questo caso è particolarmente scarna, né se ne trova accenno nella sezione 3 relativa al Pratomagno. Figuriamoci se qualcuno si è accorto del rischio di una sconsiderata espansione edilizia.

Nel caso di Cintoia, in comune di Greve in Chianti (FI), è nota a tutti (almeno in Toscana) l’iniziativa del dott. Fresco, ex dirigente FIAT, di riutilizzare le volumetrie esistenti e soprattutto di aggiungerne altre, con l’accortezza di affidare la progettazione di nuove ville di lusso ad alcuni famosissimi ‘archistar’. La scheda (Zona di Mugnana,Valli di Cintola, Dudda, Vicchiomaggio, Sugame, Convertore, Uzzano14) sembra ignorare questo ‘elemento di rischio’: o no? Insospettisce un passaggio che peschiamo fra gli obiettivi per la tutela e la valorizzazione:

Assicurare la qualità  architettonica e paesaggistica dei nuovi insediamenti (definizione di regole progettuali) in rapporto al riconoscimento dei caratteri identitari locali, nonché della dimensione dell’intervento in rapporto alla consistenza dell’insediamento storico esistente.

Si dà  per scontato che ci saranno ‘nuovi insediamenti’? Sarà  solo un problema di qualità  architettonica? Tanto per lasciare aperta la via al progetto Fresco?

Si possono ignorare, o fingere di ignorare, singoli progetti comunali o privati, ma non certo i grandi lavori, almeno quelli previsti nello stesso PIT: eppure è il caso dei lavori autostradali. Cominciamo dal contestatissimo progetto di una grande area di sosta sull’Autosole al Cornocchio, in comune di Barberino di Mugello (FI). Siamo in zona protetta (Fascia di territorio laterale dell’autostrada del Sole sita nel territorio comunale di Calenzano, Barberino di Mugello, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Rignano, Reggello, Incisa Val d’Arno, Bagno a Ripoli, Impruneta, Figline Val d’Arno, Scandicci, Firenze15). Fra gli elementi di valore troviamo che nella parte nord della fascia, cioè in comune di Barberino, per chi viaggia in autostrada

le visuali risultano più libere, con le lavorazioni agricole che si spingono fino ai margini della carreggiata, e permettono di ammirare un paesaggio silvano arricchito da borghi o emergenze o semplici costruzioni rurali, fondamentali per coloro che hanno ‘costruito’ il paesaggio.

Eppure è proprio lì che si progetta di spianare una vallecola per collocare impianti non proprio coerenti con il paesaggio silvano. Ma il rischio non è questo, secondo gli estensori della scheda: la cosa più grave sono le barriere antirumore (sic!) che interrompono il godimento delle visuali16â¦ Salvo dimenticarsene, delle visuali, quando il panorama viene guastato appena fuori dalla fascia di protezione, come succede nel polo estrattivo della val di Marina, in comune di Calenzano (FI), dove le cave si mangiano la collina di fronte all’A1.

Ma le autostrade in progetto? In tutte le schede non abbiamo trovato neanche un accenno, come se si trattasse di progetti ‘al di sopra di ogni sospetto’, ossia di ogni verifica paesaggistica. Si discute da anni dello sbocco in Valtiberina della cosidetta Autostrada dei due mari. I tracciati proposti possono compromettere in maggiore o minor misura la delicata campagna di Monterchi (AR), che è compresa in un’area protetta (Una parte del territorio comunale di Monterchi in provincia di Arezzo17): ma nella relativa scheda non si accenna a questo rischio non da poco, considerato che un obiettivo di qualità  per l’Ambito 11 (Valtiberina) è così (opportunamente) formulato:

Conservazione del valore storico-culturale dell’area intorno all’abitato di Monterchi caratterizzato da campi chiusi e seminativi arborati nuclei, case sparse e chiese che presentano un rilevante interesse storico e artistico.

Forse le schede potevano ignorare un problema che si trascina da anni ma sul quale è ancora in atto la discussione sulle diverse soluzioni possibili. Non è così nel caso del progetto di Autostrada Tirrenica, parallelo alla nuova Aurelia secondo le intenzioni di SAT, Regione e Metteoli. Ebbene, anche il tracciato della tirrenica intacca abbondantemente ambiti paesistici e aree protette18. Non sarà  facile conciliare un progetto di autostrada, per quanto possa andare in galleria, con le prescrizioni relative all’area protetta dell’entroterra di Orbetello (Zona del sistema montuoso in comune di Orbetello. Ampliamento precedente vincolo in corrispondenza del Voltolcino19): in piena zona archeologica, con la villa di Settefinestre e il resto! E cosa succederà  quando, alla Torba di Capalbio, il tracciato sfiorerà  l’area protetta del lago di Burano? Il Piano Paesistico non ne parla: perché tanto è già  tutto deciso?

Ma passiamo a un altro tipo di emergenze: per esempio l’aggressione al parco di Rimigliano, in comune di San Vincenzo (LI). Qui il vincolo è limitato alla fascia litoranea, dalla spiaggia fino alla strada della Principessa. Del ‘parco’ già  proposto da Insolera negli anni ‘70 non è rimasta traccia, anzi per colmo di ironia la scheda dell’Ambito 23, Val di Cornia, accenna nella sezione 1 (che riporta un ameno quadretto descrittivo) ad un ‘parco naturalistico-balneare di Rimigliano’! La tutela dovrebbe perciò articolarsi fra gli obiettivi di qualità  espressi nella sezione 3 e le prescrizioni della sezione 4, che però riguardano soltanto la fascia costiera.

Cominciando da queste ultime, troviamo che fra le Dinamiche di trasformazione recenti e/o previste viene segnalato un ‘Notevole incremento edilizio legato alla valorizzazione turistica, progressiva scomparsa della duna’, e come strategie per il controllo delle trasformazioni si raccomanda:

* Riqualificazione delle aree insediate esistenti sulla fascia costiera in corrispondenza della Principessa.

* Limitare la nuova edificazione, verificare l’ubicazione e la qualità  architettonica e urbanistica delle nuove previsioni.

* Divieto di realizzazione di edifici in prossimità  della spiaggia.

* Conservazione dei caratteri tipologici degli edifici rurali di impianto storico e delle loro pertinenze.

* Gestione della lecceta con attenzione alla pulizia.

* Regolamentare la fruzione della duna anche attraverso lo studio di percorsi alternativi.

* Mantenimento e gestione della pineta.

Dove ‘limitare’ non significa escludere nuove costruzioni: ma soprattutto si ignora â da parte degli estensori della scheda â che il Comune, nel maggio 2008, ha già  approvato un piano per la ‘valorizzazione’ della fascia a mare di Rimigliano. Il progetto lascia intravedere in modo inequivocabile il destino dell’area, considerata un giardino pubblico o verde attrezzato anziché un parco naturale: con tanto di illuminazione pubblica, docce e servizi igienici, piccoli aumenti volumetrici. Il progetto del Comune è in palese contrasto con le prescrizioni del Piano Paesistico: come andrà  a finire?

Ma ancor più grave è ignorare quanto rischia di succedere nell’entroterra, al di là  della via della Principessa, dove si riversano da anni gli appettiti delle società  immobiliari, con la complicità  del Comune20. Ebbene, di tutto ciò non c’è traccia nella scheda: ci si è perfino dimenticati che Rimigliano era in origine una zona umida, della quale nel piano di Insolera si prevedeva la ricostituzione. Ora le aree umide da tutelare sono soltanto quelle grossetane.

Sempre ai margini di un’area protetta, quella di Coltibuono21 in comune di Gaiole in Chianti (SI), viene segnalata come elemento di degrado la cava di Montegrossi:

La rilevanza paesistica dei tipici rilievi gibbosi del Chianti è compromessa dalla presenza della vasta area estrattiva sottostante la Torre di Montegrossi che sventra completamente il fianco della montagna.

E nella sezione 3 si trova come obiettivo:

3.3         Riqualificazione ambientale e paesaggistica della zona di escavazione e della zona produttiva di Montegrossi.

Il problema sarà  poi quello di intendersi su che cosa sia una riqualificazione ambientale e paesaggistica: non certo quella prevista nel progetto presentato dalla società  Sacci (cementifici), proprietaria della cava, che prevede la riconversione turistica di tutta l’area.

Del resto ci risulta che questo sia l’unico caso in cui si parla di cave, in tutto il materiale del Piano Paesistico: non sono citate quelle della val di Marina a Calenzano, come abbiamo già  visto, non sono citate neppure quelle di Campiglia Marittima (LI), che minacciano il Parco archeominerario di San Silvestro, né quelle in atto sulla Montagnola, in comune di Sovicille (SI), che insistono in una zona protetta (Zona del versante est Montagnola senese in comune di Sovicille22), dove l’unico problema sembra sia l’espansione del bosco e dell’incolto.

Sull’altro versante della Montagnola, in comune di Casole d’Elsa (SI), la relativa scheda 4 (Zona del versante ovest della Montagnola senese in comune di Casole d’Elsa23) è categorica nel denunciare i guasti prodotti dalla politica urbanistica di quel Comune:

Si nota un’intenso sviluppo edilizio intorno a Pieveascola sia di nuova edilizia residenziale sia produttiva. Da registrare gli incrementi volumetrici che segnano la trasformazione degli edifici e degli aggregati colonici in residenze, in seconde case, in agriturismi o R.T.A. La deruralizzazione del patrimonio edilizio presente sul territorio ha favorito la ristrutturazione ‘selvaggia’ delle coloniche e degli annessi come fienili, carraie, porcilaie, ecc.. . Questi edifici, perduto il legame con la funzione per la quale erano stati costruiti ed il legame culturale con l’ambiente circostante, sono stati ristrutturati e frazionati in quartieri fino a trasformare il complesso colonico in un vero e proprio condominio dalle più svariate caratteristiche architettoniche.

Il bilancio si riferisce al versante della Montagnola, ma può benissimo estendersi a buona parte del comune. Del resto troviamo esplicitamente citato il caso più eclatante di malaurbanistica casolese, quello della lottizzazione di San Severo, nella scheda relativa a un’altra area protetta, quella che comprende il centro storico di Casole (Zone del centro storico e zone circostanti nel comune di Casole d’Elsa24):

La pressione immobiliare finora registrata nell’area di Colle si è spostata in questi ultimi anni anche verso Casole d’Elsa e, sfruttando valori immobiliari ancora bassi, ha trasformato uno storico plusvalore ambientale in valore aggiunto di rendita posizionale. All’ottima conservazione del centro storico di Casole si contrappongono, così, le nuove espansioni residenziali che danno vita a fenomeni di dispersione lineare lungo i più importanti collegamenti stradali. Inoltre al di fuori del vincolo stesso, sul territorio aperto, si osservano numerose lottizzazioni come quella di San Severo difficilmente giustificabili con un intenso sviluppo economico e demografico dell’area.

In questi ultimi casi si può osservare come la contiguità  fra un’area protetta e una zona di degrado, urbanistico o ambientale, possa in alcuni casi suggerire considerazioni del tutto pertinenti (e condivisibili) sui reali problemi del degrado paesistico. Rimane il fatto che le misure di tutela non sembra possano facilmente operare fuori dai confini del vincolo25.

Se usciamo definitivamente dalle aree comprese nei beni paesaggistici non possiamo che aspettarci ‘obiettivi di qualità ’ piuttosto vaghi. Ma non sempre è così: nell’Ambito delle Crete senesi (33a) la sezione 3 della scheda comincia segnalando che ‘Questo ambito è particolarmente sottoposto a compromissioni del sistema collinare derivate da quattro previsioni di campi da golf eda imponenti volumetrie ricettive e strutture di servizio all’attività  sportiva’. Ci si riferisce evidentemente, anche se per pudore non viene nominato, al caso di Bagnaia, una grande proprietà  della famiglia Monti-Riffeser in comune di Monteroni, Sovicille e Murlo (SI), dove oltre ai campi da golf sono in progetto alberghi e villaggi turistici. Qui anche alcuni degli obiettivi della scheda, nella loro formulazione generica, sono in evidente contrasto con il progetto che si sta realizzando:

23.1     Tutela del mosaico paesaggistico che compone l’ambito della Montagnola e la Val di Merse e assicurarne la percezione.

23.2     Tutela e valorizzazione delle ‘piane storiche’ e del sistema insediativo d’impianto e limitazione la dispersione del sistema insediativo.

Qualche accenno analogo lo troviamo anche nella scheda della Val d’Elsa (Ambito 31), dove si accenna alle ‘profonde compromissioni del sistema paesaggistico collinare (che) possono derivare dalle previsioni di imponenti volumetrie ricettive con annessi campi da golf.’ Non si dice dove: ma l’Ambito 31 comprende il comune di Montaione (FI). Non si vorrà  per caso alludere al noto e discusso progetto di ristrutturazione turistica di Caltelfalfi? Oppure quel progetto, che ha visto i rappresentanti della Regione schierati a fianco della multinazionale tedesca TUI, è esente da qualsiasi valutazione di impatto paesistico?

Qui l’emergenza territoriale viene almeno evocata, anche se non contrastata. Nei casi che di seguito verranno rapidamente segnalati, invece, il problema è semplicemente ignorato. Sempre a Campiglia Marittima (LI), per esempio, è in discussione da anni il progetto di un complesso destinato a Residenza Turistico Alberghiera ai margini del centro storico, a Fonte di Sotto. Fra gli obiettivi della scheda (Ambito 24, val di Cornia) troviamo:

Tutela dei centri antichi e degli aggregati nella loro configurazione storica, estesa all’intorno territoriale ad essi adiacente a salvaguardia della loro integrità  storica e culturale e delle visuali panoramiche da essi offerta.

La tutela è tuttavia demandata alla pianificazione comunale, la quale ‘individua l’intorno territoriale di tutela dell’integrità  dei valori storico culturali dei centri urbani, degli aggregati e dei nuclei insediativi di valore storico o comunque identitario’.

Un progetto analogo in comune di San Giovanni d’Asso (SI) â un ‘centro di benessere’ a Pavicchia in una delle zone più belle (e ignorate) della campagna senese, fra Montisi e il castello di Montelifré â dovrà  in futuro fare i conti con molti degli obiettivi di qualità  paesistica formulati nella scheda (Ambito 33, Crete senesi), che in questo caso vale la pena di citare integralmente:

19.1     Mantenimento delle relazioni storicamente e/o culturalmente consolidate tra insediamenti e gli ambiti di permanenza del paesaggio agrario tradizionale contestualmente alla valorizzazione del patrimonio insediativo.

19.2     Conservazione del sistema insediativo rurale di valore storico e testimoniale e del relativo contesto figurativo (agricolo, ambientale e paesaggistico).

19.3     Conservazione della fitta rete di viabilità  minore, poderale e degli elementi di arredo dei tracciati.

19.4     Conservazione della particolare essenzialità  del paesaggi rurali in perfetta armonia con la ‘nudità  ‘ del contesto.

19.5   Promozione della gestione e manutenzione del paesaggio agrario, quale elemento identitario della collettività , anche attraverso processi partecipativi.

23.1     Conservazione dell’integrità  percettiva degli aggregati, edifici e nuclei rurali di valore storico e testimoniale e degli scenari da essi percepiti nonché delle visuali panoramiche che traguardano tali nuclei lungo i tratti di viabilità  riconosciuti come panoramici.

29.1     Conservazione dell’integrità  percettiva dei centri, nuclei, aggregati storici, edifici specialistici e degli scenari da essi percepiti nonché delle visuali panoramiche che traguardano tali insediamenti lungo i tratti di viabilità  riconosciuti come panoramici.

30.1     Conservazione della percezione visiva dei paesaggi, con particolare riferimento ai valori espressi dai tracciati (compresa anche la viabilità  vicinale) che presentano elevati livelli di armonia e di equilibrio con i contesti circostanti.

Sarà  possibile per il Comune di San Giovanni d’Asso dimostrare che il progetto, che al posto di un capannone distrutto prevede edifici a più piani, parcheggi e piscine, risulta coerente con questi obiettivi?

Non troviamo espressioni altrettanto pertinenti nelle schede che riguardano il Chianti (Ambito 32): e così nulla sembra poter contrastare, o almeno ridimensionare, progetti di notevole impatto paesistico come i Piani attuativi intorno al casello di San Donato della Firenze-Siena, comune di Tavarnelle val di Pesa (FI), dove villette e alberghi crescono come funghi al posto di pollai e capannoni abbandonati, o come il nuovo capannone Laika al Ponterotto, in comune di San Casciano val di Pesa, autorizzato in zona agricola con una procedura ad hoc. Tutti casi di emergenza territoriale dei quali il Piano Paesistico sembra disinteressarsi totalmente, e che quindi potranno ripetersi indisturbati.

Stesso discorso si può fare per l’Ambito del Montalbano (6, lo stesso numero anche l’Ambito di Pistoia), dove a parte un accenno, nella sezione 3, all’importanza naturalistica del crinale del Montalbano, sembra che la sola preoccupazione sia qualla di garantire ‘le visuali’:

La visuale dalla autostrada permette di ammirare la vallata naturale preappeninca sulla quale si stagliano le emergenze architettoniche più importanti del nucleo cittadino, visibili soprattutto dall’autostrada. La visuale verso sud permettte di ammirare il Montalbano e la fascia collinare antistante Serravalle Pistoiese.

Nulla, invece, a proposito del progetto di insediamento turistico alle Rocchine, in comune di Serravalle Pistoiese (PT), proprio sul crinale: ma forse dall’autostrada non sarà  visibile?

Per ultimo citiamo il caso del progetto di un mega-impianto di rottamazione a Ugnano, in comune di Firenze, che va ad occupare quel poco che rimane dello straordinario tessuto suburbano degli orti della piana a sud dell’Arno: si tratta di un angolo di territorio fiorentino ignorato dal vincolo. La scheda dell’Ambito 16, Area fiorentina, nella sezione 3 si limita a rilevare che ci sono sì, dei problemi:

*  Il tracciato autostradale interrompe la continuità  biotica della piana.

*  In generale la crescita del sistema infrastrutturale genera frammentazione, marginalizzazione e degrado degli spazi aperti.

*  Da rilevare la presenza di impianti di incenerimento, smaltimento rifiuti urbani, discariche in vario stato di attività .

*  La realizzazione di discariche e barriere acustiche in rilevati di terra sta modificando la morfologia del paesaggio e le relative condizioni visuali.

E più avanti si osserva che: ‘Testimonianze del sistema insediativo rurale della pianura rimangono in contesti rispetto ai quali risultano ormai del tutto estranee’. Come dire: ormai è tutto degradato, che cosa ci vogliamo fare. Cerchiamo piuttosto di migliorare la godibilità  delle visuali dall’autostradaâ¦

Il bilancio della nostra particolare lettura del Piano Paesistico, in conclusione, è fatto di luci e ombre. Le schede alcune volte mettono a fuoco correttamente proprio alcuni dei problemi che i Comitati e le Associazioni ambientale hanno segnalato, altre volte li ignorano. L’efficacia delle linee strategiche di volta in volta enunciate, nel contesto generale della disciplina urbanistica in Toscana, rimane assai dubbia: ma almeno qualche volta ci si potrà  appellare agli obiettivi che il Piano stesso enuncia. Più che dalla risposta alle osservazioni, ci si possono attendere novità  interessanti se e quando verrà  attivata la procedura per l’estensione del vincolo a nuove aree di pubblico interesse26.

Non sembra, tuttavia, che la stessa Regione sia molto interessata a dare pubblicità  al proprio Piano Paesistico, quasi fosse un adempimento necessario, del quale si sarebbe volentieri fatto a meno. Erano impegni presi con un governo che adesso non c’è più, per venire incontro a un Codice del paesaggio che ha perso per strada i propri promotori.

Dal protocollo Rutelli-Martini siamo passati alle strette di mano e agli abbracci fra Riccardo Conti, assessore al territorio, e Altero Matteoli, ministro delle infrastrutture nonché sindaco di Orbetello. Non sarà  certo il Piano paesistico a condizionare la realizzazione dell’autostrada costiera e dei grandi lavori che fanno gola a destra e a sinistra.

Note

1  La produzione cartografica del PIT è in generale veramente modesta: nonostante la presenza, in Regione, di un efficiente e benemerito servizio cartografico, sembra che nei documenti di piano le carte servano solo per confondere le idee.

2  Ho provveduto personalmente a elaborare un testo che è poi stato accolto come punto di vista della Rete, avendo poche occasioni, alla fine di agosto, per uno scambio di idee, se non con Paolo Baldeschi e Paola Jervis. Il presente intervento riprende quasi tutti i punti che erano oggetto delle osservazioni.

3  Paolo Baldeschi e Alberto Magnaghi, per conto del Dipartimento di pianificazione territoriale, avevano messo in evidenza i punti deboli del PIT.

4  E’ vero che un effetto dell’adeguamentro della legislazione regionale al Codice del paesaggio è stata la reintroduzione dei vincoli ex legge 431 del 1985, la cosidetta Galasso. Per le  aree tutelate per legge ai sensi dell’art. 142 del Codice, cioè le aree della Galasso, valgono tuttavia in generale soltanto le generiche raccomandazioni dell’art. 4 della parte 2B del PIT (Disciplina dei beni paesaggistici), nella nuova versione.

5  Con la LR 29.06.2006, n. 26: dunque in tempi non sospetti, prima di Monticchiello (agosto 2006), per intenderci.

6  Con Decreto del Presidente della Giunta Regionale del 18.01.2007.

7  Cfr: www.toscanainfelix.org.

8  D.M. 07/12/1973, G.U. n. 39 del 1974.

9  D.M.07/01/1966, G.U. n. 34 del 1966.

10 Un argomento contro il ‘centralismo’ del Codice del Paesaggio è quello dell’inefficienza delle Soprintendenze: che queste siano inadeguate è sicuro, ma non è un alibi per giustificare scelte comunali disastrose.

11 D.M. 30/04/1973, G.U. n. 153 del 1973.

12 La Repubblica, 13.07.09: ‘Il governo del territorio vive di sfide. Primo esempio. Il Consiglio di Stato (sentenza 1 luglio 2009 su Monticchiello) ridimensiona in radice le marmoree convinzioni di chi ritiene il paesaggio una sommatoria di valori assoluti da sottrarre al divenire dei processi sociali ed economici. A dimostrazione, peraltro, che la via del «vincolo ministeriale», quando vuole rimuovere il confronto politico e delegittimare pregiudizialmente chi governa il territorio, si espone alle durezze del diritto: c´è sempre un magistrato che non si fa suggestionare dai titoli dei media.’ Così il Morisi.

13 D.M. 25/09/1962, G.U. n. 268 del 1962.

14 D.M. 27/4/1974, G.U. n. 292 del 1974.

15 D.M. 23/06/1967, G.U. n. 182 del 1967.

16 Gli accenni alle visuali dalle autostrade sono una vera chicca del Piano Paesistico: finalmente una Toscana ad uso del turista, a 130 km/h!

17 D.M. 17/10/2005, G.U. 278 del 2005.

18 La Regione ha persino divulgato, in allegato ai quotidiani di qualche mese fa, una mappa auto-elogiativa con il tracciato costiero presentato come ‘un’autostrada nel verde’ (sic!) (naturalmente la questione è ben più seria di quanto possa emergere in queste note).

19 D.M.14/04/1989, G.U. n. 111 del 1989.

20 Per tutte le vicende della val di Cornia si rimanda all’ottimo sito www.comitatopercampiglia.it.

21 D.M. 20.09.75, G.U. n. 6 del 1976.

22 D.M. 05/01/1976, G.U. n. 34 del 1976.

23 D.M. 05/01/1976, G.U. n. 33 del 1976.

24 D.M. 20/2/1972, G.U. n. 81 del 1972.

25 Ma a Casole sono andati ormai ben oltre i limiti delle ‘buone pratiche’ tollerabili dalla stessa Regione: la situazione è stata segnalata dalla Forestale alla Magistratura, che ha messo in moto un procedimento che mette sotto accusa quasi tutti i tecnici e i politici comunali. Ormai si aspetta solo l’esemplare intervento delle ruspe, che potrà  essere seguito in diretta, ci auguriamo, sul sito www.casolenostra.org.

26              Prevista dalla citata leggina per la Manutenzione dell’ordinamento regionale 2008 del novembre 2008, al comma 4, lettera g, fra i contenuti dello statuto:’l’individuazione generale, ai sensi dell’articolo 143, comma 1, lettere d) ed e) del Codice dei beni culturali e del paesaggio, di eventuali categorie di immobili o di aree da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione’.

In Toscana il Piano Paesistico c’è, ma non si vede2011-01-17T12:46:28+00:00

Nella misura in cui? A proposito di Toscana infelix

Fino all’agosto del 2006 sembrava che tutto fosse tranquillo, in Toscana, in materia di urbanistica e di paesaggio. La Regione aveva già  avviato la redazione di un Piano di Indirizzo Territoriale, in attuazione della Legge Regionale n.1 del 2005, che aveva confermato l’impianto già  in atto da dieci anni, cioè dalla precedente Legge Regionale n.5 del 1995. Questa era stata salutata a suo tempo come una legge innovativa, che doveva correggere le rigidezze della vecchia pratica dei Piani Regolatori e del controllo dall’alto sulle iniziative dei Comuni. Anche la cultura urbanistica, compresa quella universitaria, si era allineata con poche eccezioni su un giudizio sostanzialmente entusiastico: subito al lavoro, gli urbanisti, nella gara a chi meglio interpretava che cosa fossero gli “statuti del territorio” o le “invarianti strutturali”, o gli “obiettivi prestazionali”. Insomma, un nuovo lessico (che ha messo in crisi i giuristi, attenti al significato delle parole) a cui doveva corrispondere una rinnovata creatività  progettuale, in uno spirito di piena collaborazione fra i diversi livelli amministrativi e istituzionali. Eppure è bastato un breve articolo sulla pagina culturale di la Repubblica, il 24 agosto del 2006, firmato dall’italianista Alberto Asor Rosa, per scatenare un putiferio e rimettere in discussione proprio la politica urbanistica della Regione Toscana. Il paesaggio toscano è aggredito dal cemento! Come dire: Il re è nudo! Tutti lo sapevano, ma nessuno lo diceva con la chiarezza e l’autorità  del “professore” 1. L’articolo ha effettivamente messo a nudo una realtà  che da allora è sempre più oggetto di dibattito e di scontro politico e culturale. Il caso è assai noto: alle pendici del centro murato di Monticchiello, a pochi chilometri da Pienza, si stava costruendo un complesso di undici villule (in stile rustico), per un totale di 95 appartamenti. Il tutto nel bel mezzo di un’area dichiarata “Patrimonio mondiale dell’Unesco”, la Val d’Orcia, quasi un simbolo della qualità  e della conservazione della campagna toscana. Un’estensione e una volumetria, denunciava Asor Rosa, che superano in blocco le dimensioni dello stesso centro storico nel suo impianto medievale: per una popolazione potenziale pari al doppio di quella esistente, ridotta oggi a poco più di 150 abitanti 2. “Pare a me concludeva Asor Rosa che il caso superi le dimensioni locali e investa responsabilità  più generali”. Eccome! La reazione è stata duplice. Da parte degli amministratori regionali si è subito cercato di minimizzare e circoscrivere il caso. L’assessore al territorio, Riccardo Conti, riconosceva che “il nuovo insediamento di Monticchiello fa schifo” (frase riportata su molti giornali), ma la Regione aveva le mani legate, non poteva mettersi contro l’autonomia comunale, che proprio la legislazione regionale garantisce. Gli amministratori locali (il presidente della Provincia di Siena Ceccherini e il sindaco di Pienza Del Ciondolo) difendevano a spada tratta il progetto, contribuendo anche a montare una campagna di insulti contro il “professore”. Alla fine il presidente della Regione, Claudio Martini, dichiarava: “Noi non condividiamo quell’opera, ma non possiamo farci niente. Possiamo solo raforzare gli strumenti perché in futuro un caso Monticchiello non accada più” 3. Queste reazioni si riassumono in un dato, che è poi la specificità  del caso Monticchiello: quello che viene denunciato non è un abuso, ma è il risultato di un meccanismo legislativo che non impedisce che simili scempi possano avvenire: sotto gli occhi della Soprintendenza, che ha dato il suo regolare nulla-osta. Di qui l’iniziale imbarazzo dei dirigenti regionali, che hanno provato a scaricare sull’organo periferico del Ministero la responsabilità  del caso, ma si sono anche sentiti sotto accusa agli occhi della stampa nazionale. Ma il caso Monticchiello è davvero un’eccezione, un piccolo neo? No, e lo si vede subito. Nel frattempo, infatti, Asor Rosa viene letteralmente sommerso da una valanga di appelli, segnalazioni, denunce di situazioni non molto diverse da quella di Monticchiello, un po’ in tutta la Toscana. Le segnalazioni vengono da Comitati già  costituiti e dalle associazioni ambientaliste “storiche”, Italia Nostra, WWF, FAI, Legambiente. Il tam-tam mediatico fa circolare un messaggio: “vediamoci a Monticchiello il 28 ottobre”. Nei giorni precedenti, a mantenere alta la tensione, Giovanni Valentini elenca, sempre sulle pagine di la Repubblica, tutta una serie di casi che si vanno ad aggiungere, e Vittorio Emiliani coglie in nodo della questione in un articolo dal titolo “Il paesaggio non è del Comune”, nel quale si accenna anche al ruolo perverso del meccanismo della finanza comunale, che finisce per premiare le amministrazioni per i metri cubi che concedono e i relativi oneri che incassano. Riccardo Conti sembra in un primo tempo voler afrontare amichevolmente la questione, e invita Asor Rosa a Capalbio in un pubblico incontro. E’ possibile un dialogo? L’occasione potrebbe essere il convegno di Monticchiello del 28 ottobre. Erano previste una sessantina di persone, ne arrivano oltre trecento, che la sala del “Teatro Povero” non ce la fa ad accogliere. Vengono anche con le auto blu Riccardo Conti, e Francesco Rutelli. Trovano ad accoglierli striscioni, cartelli, volantini e soprattutto un coro di denunce che dimostrano che ormai il coperchio è stato tolto. Sotto accusa sono i Comuni di Fiesole, di Bagno a Ripoli, di San Casciano Val di Pesa, sempre per aggressioni al paesaggio, tanti altri casi sono segnalati nelle province di Siena, di Arezzo, di Grosseto. Dopo dieci anni di “governo del territorio” si ricomincia a parlare di urbanistica. Il ministro Rutelli, intervistato in quella sede, dichiarava che “il Codice dei beni culturali prevede cheogniRegionefacciaipropripianiperilpaesaggio, e che in questa fase vengano interpellate anche le Soprintendenze. Alcune Regioni sono già  in regola, altre no. Quello che noi vorremmo è utilizzare proprio la Toscana come regione pilota di questa ‘collaborazione’. Per poter prevenire le brutture cementizie piuttosto che scoprire che è impossibile abbatterle dopo” 4. Un convegno di Italia Nostra a Firenze, il 6 dicembre (Dopo Monticchiello. Paesaggio toscano da salvare), è ancora l’occasione per un confronto con l’assessore regionale: ma ormai Conti arriva, parla e se ne va, con un tono piuttosto scocciato. In una trasmissione televisiva del TG3 (Ambiente Italia, condotta da Beppe Rovera), il pomeriggio di sabato 17 febbraio, ci ritroviamo tutti insieme a Fiesole per discutere su “che cosa succede in Toscana?”: Conti, i sindaci di Fiesole e di Bagno a Ripoli, alcuni architetti embedded, da una parte; dall’altra i contestatori: il Comitato di Fiesole, io (come geografo) e l’archeologo Riccardo Francovich, Asor Rosa in diretta da Monticchiello, Franco di Pietro da Lugo di Romagna (dove veniva contestata una lottizzazione vicina allo storico canale della Villa). In mezzo, in diretta da Roma, l’arch. Roberto Cecchi del Ministero. I due fronti sono ormai contrapposti e separati (anche fisicamente): se Conti rivendica la linea della Regione “che coniuga tutela e sviluppo”, Asor Rosa risponde che ormai ci dividono due idee fra loro incompatibili di sviluppo della Toscana. I Comitati sostiene Cosimo Mazzoni rappresentano privati cittadini che difendono il patrimonio pubblico, contro le istituzioni che lo vendono ai privati 5. La trasmissione televisiva mostra anche il caso di una città  intera sorta abusivamente nella piana di Caserta, messa sotto sigilli dalla magistratura: al contrario le porcherie contestate in Toscana hanno tutti i crismi delle necessarie autorizzazioni. Ma proprio questo è il punto: sono il risultato della politica urbanistica regionale e dell’incapacità  delle Soprintendenze, non (per ora?) di operazioni camorristiche. Il “caso Fiesole” è l’oggetto di un nuovo incontro, l’11 marzo a San Domenico (Lo sviluppo insostenibile), dove confluiscono tutti i Comitati o i singoli cittadini che denunciano situazioni in-sostenibili, ma anche esperti delle diverse discipline che guardano alla Toscana anche dal punto di vista più generale: cito in particolare l’intervento assai documentato di Luigi Scano (purtroppo fu il suo ultimo) su “La tutela dei beni paesaggisticinelCodiceeneiprovvedimentilegislativi e pianificatori della Regione Toscana”: come per Edoardo Salzano, che ha sempre seguito e dato spazio alla vicenda su Eddyburg, quello della Regione Toscana è più che altro “un piano di chiacchiere”. Anche qui, una partecipazione numerosissima, che prelude alla formazione di una Rete, come aveva anticipato Asor Rosa a conclusione della trasmissione del TG3. Sono invitati ufficialmente anche Martini e Conti, ma nessuno si presenta né manda messaggi 6. La Regione va per la sua strada, le cui tappe sono il Protocollo d’intesa con il Ministero dei beni culturali (23 gennaio 2007), l’adozione del Piano di Indirizzo Territoriale (4 aprile) e la successiva approvazione da parte del Consiglio Regionale (24 luglio). Questi atti dovrebbero non solo rispondere alla pressione dei Comitati (e della stampa locale e nazionale che dà  ampio risalto ad ogni intervento di Asor Rosa, e non solo), ma anche alla Sentenza della Corte Costituzionale n. 182 del 20 aprile 2006, della quale volentieri ci si dimentica 7 perché mette sotto accusa di incostituzionalità  proprio la delega ai Comuni in materia di tutela paesaggistica contenuta nella L.R. 1/05, in contrasto con il Codice del paesaggio. Si organizzano anche alcuni incontri che definirei autoreferenziati, senza interlocutori: magari proprio nei luoghi incriminati, Fiesole 8, Monticchiello. Proprio qui, a Monticchiello, il 29 giugno si assiste ad un nuovo tentativo di mantenere un certo fair play, con l’invito ad Asor Rosa (da solo) per un dialogo diretto con il presidente Martini. Ma la domanda “siete sicuri che un altro caso Monticchiello non potrà  più presentarsi?” rimane senza risposta, al di là  delle promesse di concertazione e di approccio per”filiere”. Si può sostenere che un effetto il movimento dei Comitati l’ha già  raggiunto, sia pure indirettamente: gli amministratori sono sulla difensiva e non perdono occasione per riafermare il proprio impegno per la tutela del paesaggio; mai però che emerga dai documenti di programmazione il benché minimo accenno ai problemi che i Comitati (e la Sentenza della Corte Costituzionale) hanno sollevato. Il bilancio del quadro conoscitivo sul quale si fonda il Piano Territoriale (il “piano di chiacchiere”, secondo Salzano e Scano) è tutto a tinte rosee, con una documentazione cartografica e fotografica 9 a dir poco modesta, degna di un’esercitazione di studenti del secondo anno. Eppure il PIT toscano dovrebbe avere “valenza paesistica”, anche se il Protocollo di un anno fa, molto sbandierato come esempio di collaborazione fra Regione e Ministero (o prima risposta implicita al caso Monticchiello?), precisava che dovevano essere compiuti una serie di adempimenti per adeguarlo al dettato dell’art. 143 del Codice del paesaggio (nel quale si definiscono i contenuti del Piano paesaggistico): entro un anno! L’anno è passato, e non si è visto niente 10. Intanto la contestazione si allarga a macchia d’olio. Oltre ai Comitati originari dell’ottobre 2006, ne spuntano come funghi in ogni parte della regione. Sotto accusa non solo le aggressioni al paesaggio e ai centri storici, ma anche i progetti delle grandi infrastrutture (la TAV, l’autostrada tirrenica), la politica energetica e quella dei rifiuti. Il 25 marzo, a Firenze, si costituisce ufficialmente la Rete dei Comitati toscani per la difesa del territorio, con la partecipazione di oltre settanta comitati. La stampa nazionale (la Repubblica e il Corriere della sera) ne dà  ampio risalto. Viene approvato un “Documento dei dieci punti” che riassume quanto è emerso fino a questo momento e fissa il quadro organizzativo della Rete, che si propone anche come “Osservatorio toscano” permanente, in grado di realizzare un controllo senza smagliature sull’intero territorio, per arrivare a “realizzare una mappa integrale degli scempi, dei disastri, degli ecomostri realizzati in Toscana” e quindi prevenire quelli futuri. Dunque una “grande battaglia culturale”, nella quale ci si dovrebbe confrontare con le “Istituzioni come interlocutori, non come avversari” 11. Ma sarà  possibile? Sempre più spesso i Comitati si trovano di fronte un muro, anche quando presentano, a termini di legge, osservazioni ben motivate agli strumenti urbanistici: che non vengono mai prese in considerazione. L’unica via, in molti casi, è quella giudiziaria: fioccano gli esposti, i ricorsi al TAR e al Presidente della Repubblica, con tutti i rischi che questi comportano (anche finanziari). Sempre più spesso la magistratura interviene anche per proprio conto, magari su segnalazione della Forestale, l’unica istituzione a cui sembra afdato il controllo del territorio: così a Casole d’Elsa (Siena) finiscono sotto sequestro tre cosiddette ristrutturazioni di altrettanti complessi rurali, dove al cambio di destinazione si aggiungono abbondanti volumi: questi sì, abusivi, tanto che finisce sotto inchiesta tutto lo staf tecnico-politico del Comune. Lo stesso succede a Campi Bisenzio, per diformità  fra il Piano Strutturale e il Regolamento Urbanistico: e anche qui non ci sono Comitati all’origine della vicenda. Il tenue filo che ancora sembra tenere aperto un dialogo almeno con il Presidente della Regione, localmente è del tutto spezzato: anche all’interno dello stesso schieramento politico perché la matrice dei Comitati è quasi sempre di sinistra non ci si parla più. La difesa dei Sindaci, quelli “con la quinta elementare” di una volta, quelli “eletti dal popolo” di adesso, si traduce in un rifiuto di qualsiasi apertura da parte del blocco politico-istituzionale. Anche la partecipazione dovrà  essere disciplinata con apposita legge, che la Regione si afretta ad approvare e di cui si sperimentano già  le prime applicazioni, come vedremo. In questo clima si consolidano le strutture della Rete: le assemblee prendono un carattere più strutturato e si svolgono il 7 luglio e il 10 novembre. Dalle due assemblee esce la versione definitiva di un documento che apre la “Vertenza Toscana”, articolato nei punti che riguardano il PIT e il paesaggio, le problematiche energetiche, le grandi infrastrutture, il consumo di suolo, la partecipazione. I Comitati registrati sono diventati oltre 150, comprese le sezioni locali di Italia Nostra e del WWF, e in qualche caso anche di Legambiente. Ma non facciamo del trionfalismo: si tratta certamente di un fermento straordinario, in cui convergono però discorsi ed esigenze anche molto diverse, tutte tenute insieme dal vantaggio (anche mediatico) di poter contare su un coordinamento che è insieme un servizio tecnico e una cassa di risonanza. E’ per questo che molti Comitati nascono proprio perché esiste la Rete, in un processo che potremmo definire autocatalitico. Non è secondario il fatto che i rappresentanti della Rete siano ricevuti dai Ministri 12 Rutelli e Pecoraro Scanio (il 24 luglio), o che lo stesso Martini chieda ad Asor Rosa un colloquio riservato nel quale promette di rispondere adeguatamente ai temi sollevati nella”Vertenza Toscana” 13. L’allargamento della Rete ha certamente comportato anche una diferenziazione delle tematiche che vengono afrontate: dalla tutela del paesaggio, tema originario e costitutivo, si passa alle tematiche ambientali, con la denuncia dei progetti di inceneritori e di impianti per l’energia, a quelle delle infrastrutture, dove i grandi lavori riguardano l’autostrada costiera parallela all’Aurelia, la TAV che dopo i disastri combinati in Mugello dovrebbe attraversare Firenze in sotterranea, fino alle linee della tramvia, sempre a Firenze. Non solo grandi progetti di grandi lavori, ma anche piccoli progetti non meno pericolosi. In molti casi i problemi ambientali si sommano con quelli paesistici e territoriali: così ad Ampugnano, dove la Provincia di Siena ha avanzato in estate l’incauta proposta (sostenuta da una finanziaria franco-tedesca) di ampliare il minuscolo aereoporto esistente per fare concorrenza a Pisa e a Firenze, nella delicatissima pianura fra la Montagnola e la città . Contro questo progetto si sono mobilitati tantissimi cittadini mettendo in serio imbarazzo il Comune interessato (Sovicille) e coinvolgendo la stessa città , dove si è svolta in novembre la prima manifestazione “autonoma” dalle forze politiche. Il bello è che in questo caso la Regione tace, nonostante che il suo PIT, a proposito di aereoporti, non attribuisca ad Ampugnano altro che un ruolo locale. Nascono nuovi Comitati, ma purtroppo anche nuovi episodi di aggressione al paesaggio: sempre durante l’estate si denuncia la trufa delle cosiddette Residenze Turistico-Alberghiere, sotto la cui sigla si nascondono future lottizzazioni residenziali. Così a Campiglia Marittima, a Serravalle Pistoiese, a Grosseto 14. Anche in questi casi andiamo ben oltre la soglia della legalità . Un caso a sé è quello di Castelfalfi, uno straordinario castello feudale fra l’Elsa e l’Egola, in comune di Montaione (Firenze): qui un’impresa tedesca compra l’intera azienda agricola per farne un “resort turistico”, con albergo, campi da golf, residenze nel castello e in “villaggi” in stile (rustico). Per un totale di 200.000 metri cubi, di cui 80.000 di nuova costruzione, secondo il progetto 15. La novità  sta nel processo di partecipazione, promosso dalla stessa Regione tramite il “garante della comunicazione”, prof. Massimo Morisi 16. Il popolo di Montaione è chiamato a pronunciarsi sull’operazione, che promette ovviamente grandi prospettive di occupazione. Una multinazionale si confronta con il popolo! Ma al confronto non dovrebbero partecipare anche gli enti sovraordinati, Provincia e Regione? Non hanno niente da dire? L’esito sono solo alcune raccomandazioni, che dovrebbero “mitigare” l’effetto delle previsioni. Ce n’è abbastanza per fare della Toscana un caso nazionale: certo, non siamo in Calabria, ma neppure in quel paradiso che i nostri politici vorrebbero farci intendere. E sicuramente gli ultimi anni vedono una continua accelerazione del processo di degrado, senza che si intraveda una seria intenzione di invertire la tendenza. Per questo il prossimo convegno che la Rete dei Comitati intende organizzare (nel mese di maggio) avrà  come argomento proprio il caso toscano come emergenza nazionale. Del resto, sono già  avviati contatti con altre situazioni in Umbria, nelle Marche, in Veneto. Da un incontro a San Quirico d’Orcia, il 17 ottobre scorso, allargato a urbanisti e intellettuali di tutta Italia, era uscito un documento dal titolo (un po’ retorico, secondo me) “Salviamo l’Italia”, che proponeva l’estensione del modello della Rete per la difesa dal basso del patrimonio paesistico e culturale. Che cosa hanno in comune tutti i casi dei quali la Rete si fa carico di raccogliere la documentazione 17 e di sostenere il punto di vista dei Comitati? Un primo aspetto riguarda le fonti finanziarie: in quasi tutti i casi si parte da una proposta di investimento, da cui la “valorizzazione” (la parola fa sempre venire i brividi) del patrimonio culturale o ambientale che sia. Interessi privati, quindi, anche nel caso di investimenti pubblici in infrastrutture dove la scelta cade sempre sul progetto più costoso (e rischioso) che ofrirà  maggiori opportunità  di ricadute (di varia natura). Da qui discende un secondo aspetto, che riguarda la stragrande maggioranza dei casi: il progetto contro cui ci si trova a fare i conti non è frutto di una seria e coerente pianificazione, ma nasce occasionalmente in assenza di un quadro previsionale afdabile. Il PIT da questo punto di vista è davvero un piano di chiacchiere: si delega ai Comuni la tutela del paesaggio, si rinviano le scelte energetiche ad un “piano energetico regionale” che ancora non esiste, ma intanto 18 si autorizzano impianti qua e là  , e così per il 19 trattamento dei rifiuti . Quanto agli strumenti urbanistici, niente paura: si può sempre fare una variante ad hoc. Sono i Comuni (salvo per fortuna le dovute eccezioni), più che gli urbanisti, a dare la vera interpretazione della legislazione in materia di “governo del territorio”: adesso possiamo fare quello che ci pare, senza nessun controllo superiore. Così era stata salutata la Legge del 1995, e gli effetti si vedono adesso. Il caso della tranvia a Firenze era alla fine di gennaio il più “caldo”, perché ci era indetto un referendum il 17 febbraio per una moratoria sui progetti delle linee 2 e 3, mentre la linea 1 (Scandicci Santa Maria Novella) dovrebbe essere completata entro l’anno, salvo intoppi. I Comitati fiorentini non sono “contro la tranvia” (come alcuni esponenti della destra che hanno promosso il referendum, e come gli amministratori ci fanno apparire), ma contro il modo in cui è stata progettata finora: con la procedura della “finanza di progetto” si è di fatto delegato alle imprese private il vero e proprio progetto di queste linee, si è persa l’occasione per disegnare il nuovo volto della città , per pianificare l’intera rete del trasporto pubblico in un sistema efficiente. Questa è la logica del “fare”, che piace ai nostri politici, i quali accusano i Comitati della Rete di essere contrari a qualsiasi progetto di modernizzazione e di sviluppo. Ci contrappongono un “ambientalismo del fare” 20: una nuova trovata per giustificare le operazioni immobiliari e gli investimenti in infrastrutture. Nel gergo dei politici, si trova spesso l’espressione “quel che s’ha da fare, si fa” (Conti), oppure con un po’ più di prudenza “nella misura in cui si può fare, si fa” (Morisi). Ma non si può soltanto intervenire a posteriori su decisioni già  prese: non sarà  il caso di rivedere proprio quell’espressione che credevo obsoleta “nella misura in cui”?

  1. Al quale personalmente sono legato da profonda amicizia da almeno nove lustri, cioè dal tempo dei Quaderni Rossi.
  2. Si dice: per dare nuova vita al paese: ma a chi sono destinate quelle “unità  abitative”, ossia appartamenti in piccoli condomini? Turisti? Stranieri? Non certo ai monticchiellesi, a 4.000 euro al mq.
  3. Il Tirreno, 5.09.2006.
  4. la Repubblica, 1.11.2006.
  5. E’ proprio il caso di Fiesole, dove si concedono a un’impresa (farmaceutica, ma anche immobiliare) ben 28 appartamenti sopra un’area archeologica in pieno centro.
  6. Fa capolino il presidente del Consiglio Regionale, Riccardo Nencini, poi scappa anche lui).
  7. E’oggetto dell’analisi di Scano nell’intervento a San Domenico, ma non viene mai citata negli atti in questione.
  8. Scomodando anche Piero Fassino, allora segretario dei DS.
  9. Pomposamente intitolata”Atlante dei paesaggi toscani”.
  10. Personalmente sono stato nominato dalla Regione (bontà  loro, a tutti gli altri colleghi che si occupano di paesaggio non è capitata una simile fortuna) in una delle commissioni provinciali incaricate di fare il punto sulla disciplina paesistica: la quale non è mai stata convocata!
  11. E’ il titolo di un articolo di Asor Rosa su la Repubblica del 23 marzo. “Sarebbe auspicabile – troviamo nell’articolo – che avvenisse anche il contrario. Nella mia esperienza personale questo purtroppo non è accaduto. E’ bastato scrivere un articoletto, moderato nelle argomentazioni e nei toni, per scatenare un putiferio”.
  12. O ex-Ministri? Mentre scrivo il governo Prodi è caduto.
  13. Era poco prima di Natale: ma a tutt’oggi non lo ha ancora fatto.
  14. Il Comune di Grosseto in un recente convegno (19 gennaio) ha afrontato gli aspetti giuridici e fiscali di queste operazioni, che hanno portato anche ai primi sequestri dopo l’intervento della magistratura.
  15. 140.000 secondo Italia Nostra: i dati presentati in elegante brochure non sono afatto chiari, neppure sul numero di posti letto, vicini comunque a quota 1500.
  16. Sociologo, autore di un articolo dal titolo “La memoria ha bisogno del mercato”, sulle pagine toscane di la Repubblica (11.06.2007), dove si riformula la tesi del coniugare tutela e sviluppo, cara a Conti:”sviluppo”si identifica ora esplicitamente con mercato.
  17. Che confluisce in una “Mappa delle emergenze” che sto costruento, e che fra poco sarà  messa in rete: www.Toscanainfelix. org.
  18. E’ il caso degli impianti eolici, la cui localizzazione è frutto di una contrattazione diretta fra Comuni interessati e imprese costruttrici (multinazionali).
  19. E adesso c’è anche il ricatto: non vorrete mica fare la fine della Campania? E allora avanti, con gli inceneritori (pardon, termovalorizzatori).
  20. Questo il titolo di un convegno del novello Partito Democratico promosso a Firenze domenica 27 gennaio, con tanto di Walter Veltroni, Ségolène Royale, Joschka Fischer. Ma si parla ormai soltanto di elezioni
Nella misura in cui? A proposito di Toscana infelix2008-09-03T11:31:22+00:00
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