Consumo di suolo nelle Marche 1954 â 2007

Come altri hanno descritto con efficacia e forse sconforto, ‘siamo diventati in pochi anni un paese di stranieri’, ma non di etnie e provenienze, bensì di ‘estranei’, dopo essere stati per secoli un ‘paese di compaesani’ (Paolo Segatti). ‘Estranei abituati a relazioni senza empatia, (che) frequentano i centri commerciali, non solo per consumare, ma per uscire di casa, per incontrare gente’ (Ilvo Diamanti ).

E’ anche questo l’effetto dei modi con cui negli anni recenti â venti, trenta, quaranta â si è proceduto alla costruzione diffusa del territorio italiano e marchigiano, sulle fasce costiere, nelle testate vallive ed anche in alcune agglomerazioni urbane delle aree interne.

Si è costruito tanto nelle Marche; male o bene per qualità  edilizia, architettonica o urbanistica è questione opinabile nella percezione generale e che qui interessa meno, se non per alcuni rilevanti aspetti di economia delle reti, di inefficienza energetica e di consumo di paesaggi.

I numeri e la geografia sono quelli presentati nell’Atlante n.1 del consumo di suolo nelle Marche, di prossima pubblicazione a cura del Servizio regionale Ambiente e Paesaggio e che sono riferiti non ancora all’intera regione, ma alle cosiddette ‘nuove città ’ (Antonio Calafati). I dati, aggiornati al 2007, verranno estesi quando possibile a tutti i comuni delle Marche â Atlante n.2 – per conoscere meglio questo fenomeno del consumo di suolo, che è finalmente tornato all’attenzione degli studiosi e degli amministratori più attenti, nell’ipotesi che anche i politici vogliano occuparsene come grande e primaria questione nazionale per uno sviluppo ed una coesione sociale nuovi.

Per intanto questo è il primo contributo disciplinare di settore, che si presenta su base cartografica e riferito ad un periodo lungo della storia recente delle Marche, affinché altre discipline possano connetterlo a fenomeni economici, sociali, istituzionali, normativi, culturali, politici e si consolidi quindi una consapevole nuova idea del territorio marchigiano, senza alcuna enfatizzazione degli aspetti negativi, ma senza riduzionismi e semplificazioni ai paesaggi delle cartoline promozionali.

Anche qui riappare la medietà  della nostra regione: l’occupazione, il consumo, la trasformazione dei suoli non urbani non raggiungono le soglie altissime di altre zone d’Italia, ma restano anche certamente lontani dagli obiettivi di incremento medio di quei paesi europei, che stanno cercando di frenare la tendenza, ritenuta generalmente negativa, procedendo a forti politiche pubbliche di riqualificazione dei tessuti urbani e dell’intero sistema di infrastrutturazione territoriale.

E’ accaduto quindi, in circa mezzo secolo nelle aree più dinamiche delle Marche, che il consumo di suolo a fini edilizio-urbani sia aumentato di oltre il 400%, mentre la popolazione di circa il 140%, chiaro indicatore di una divaricazione oltremodo non proporzionale tra le due grandezze.

Poiché è palese che si sono perse la consuetudine e l’attitudine anche disciplinare, a leggere l’insieme delle modifiche dei territori in area vasta, nonostante tentativi di piani regionali e gestione dei piani provinciali â evidentemente poco incisivi se questi sono gli esiti â torna opportuno ricordare le ricadute non positive del fenomeno qui osservato e quantificato.

Mentre la causa prima rinvia all’intreccio di spinte socio-culturali e dei caratteri del mercato immobiliare – ‘l’ossessione della casa singola in proprietà , gli alti costi dell’abitazione nei centri urbani’ (Vittorio Gregotti) dentro una politica economica nazionale, che molto più di altre europee ha affidato all’edilizia un ruolo sovradimensionato â gli effetti negativi dovrebbero essere evidenti, ma così non sembra.

Si aggiungono quindi agli effetti di spaesamento di molti cittadini consapevoli:

* i deficit finanziari dei bilanci comunali, mascherati dalle entrate ICI ed ora alla ricerca di qualche surrogato per reggere ai costi incrementali della permanente manutenzione urbana;

* il perenne inseguimento dei servizi pubblici â trasporti, reti dei servizi idrici, depurativi, energetici, ora quelli informatici, della pubblica illuminazione, del ciclo dei rifiuti, ecc. â alla crescita edilizia diffusa a bassa densità  senza mai poter trovare un punto di economica efficiente integrazione tra spazi spesso ‘rururbani’ e qualità  degli stessi servizi;

* la grande questione dei paesaggi di qualità  medio-alta o di eccellenza, a noi pervenuti dal lavoro umano e dalla storia dei secoli passati, non sempre riconosciuti tali ed ormai spesso isole nel magma edilizio delle conurbazioni costiere e vallive o confinati, ancora vasti ed anche ben difesi, prevalentemente nelle aree interne;

* il tema, da riprendere in un ragionamento sulle nuove trame larghe di territori intercomunali, del ruolo degli ancora preziosissimi mille centri storici delle Marche;

* il tema, poco praticato dalla disciplina urbanistica italiana, degli spazi periurbani; in definitiva di quelle aree più o meno vaste in ordinaria attesa di occupazione edilizia, poco valide sotto il profilo dell’agricoltura tradizionale, ma certamente non ancora città . Utili sarebbero invece in una considerazione ecosistemica del territorio, a maggior ragione in tempi di cambiamenti climatici;

* in particolare i problemi del trattamento delle acque reflue, del consumo della risorsa idrica, delle emissioni in atmosfera, dell’uso massiccio dell’auto privata, delle tipologie di raccolta dei rifiuti in contesti di forte diffusione edilizio-urbana non possono raggiungere le economie di scala e gli standards di innovativa efficienza, possibili in contesti a densità  maggiori;

* anche i processi di erosione e di impermeabilizzazione dei suoli, ben segnalati in sede europea, presentano caratteri peculiari nella costruzione della città  diffusa, soprattutto in territori fragili per ragioni geomorfologiche come sono quelli così largamente diffusi nella nostra regione;

* infine, ma tra i principali aspetti da considerare e gestire nelle politiche pubbliche, la necessità  di vasti processi di riqualificazione urbana ed edilizia dei patrimoni esistenti; questione che diventerà  sempre più rilevante man mano che si avvicinano e si dilatano le soglie di criticità  funzionale, costruttiva ed ora energetico-ambientale di quanto costruito soprattutto negli anni sessanta e settanta, ormai sempre più lontana dagli standards minimi richiesti dal mercato. E qui si ritrova anche il tema, inedito per forme e contenuti, di una paradossale nuova questione abitativa in Italia nella società  multietnica e dentro processi demografici nuovi per estensione e caratteristiche socio-culturali.

Numerosi sono quindi gli aspetti, che fanno del consumo di suolo uno dei paradigmi più rilevanti dell’incastro territorio-ambiente-paesaggio-energia, incidendo fortemente sui modi della vita quotidiana di strati ampi della popolazione, scavando percorsi non ottimali nell’economia pubblica e nelle risorse strategiche di una regione. La documentazione del fenomeno in atto dovrebbe richiedere, prima una riflessione consapevole e pubblica soprattutto nelle sedi istituzionali competenti, per la serie numerosa delle politiche attivabili e, al più presto, scelte appunto politiche, che siano incisive ed utili a modificare le tendenze in atto.

Alcuni paesi europei stanno utilizzando anche strumenti legislativi in tal senso, ottenendo qualche successo. Resta centrale lo strumento della pianificazione pubblica delle trasformazioni territoriali, riconoscendo tuttavia prioritaria una necessaria svolta nell’approccio generale, nelle procedure ed anche nella strumentazione disciplinare, ma soprattutto nei ruoli e nei compiti rispettivi della Regione e degli enti locali.

E’ chiarissimo che i fenomeni in atto e gli esiti non positivi, che li connotano, possono essere governati soltanto ad una scala superiore a quella dei confini comunali, non coincidente tuttavia â qui si propone â con quella provinciale, inadatta per tante ragioni e almeno nelle Marche ai necessari cambi di strategia in ampie aree ben individuate. Ritorna il tema dell’area vasta intercomunale, raccogliendo esempi di collaborazione tra Comuni e Province, già  in corso nelle Marche, abbinandovi un ruolo in nessun caso burocratico o autorizzativo della Regione ed un diverso incisivo ruolo delle amministrazioni provinciali.

Due occasioni strumentali si presentano in questa fase nell’attività  politico-amministrativa regionale per definire la nuova cornice qui sommariamente indicata: la revisione del Piano paesistico e soprattutto la modifica della ormai superatissima legge urbanistica regionale, datata 1992.

Il primo strumento deve occuparsi, per indirizzo europeo e norma statale, anche dei paesaggi ordinari, quelli che non costituiscono eccellenza o alto valore storico-culturale; quindi i paesaggi urbani e periurbani, che l’atlante cartografa come FUAs ed anche quelli altrove riconoscibili nel territorio delle Marche. Buona cosa sarebbe allora occuparsene secondo aggregazioni di area vasta, costruendo insieme politiche perequate di trasformazione, con alti tassi di innovazione energetico-ambientale e secondo linee di diffusa riqualificazione urbana.

Il secondo strumento â la legge â dovrebbe rendere operativa, come norma necessaria ed incisiva, la regola della pianificazione strategica e strutturale di livello intercomunale, creando interesse concreto e condiviso tra i Comuni che concertano, la Provincia che fornisce un quadro più ampio di assetti e di reti, la Regione che aggiunge informazioni, indirizzi ed opportunità  per ottenere il miglior risultato possibile.

E’ certo che dopo anni di ripetute ‘liturgie’ sulla centralità  assoluta degli enti locali singoli e non associati nel governo del territorio, di studi importanti e condivisibili sulle dinamiche in area vasta, tuttavia separati da progettazioni urbanistiche anche di elevata qualità , di palese indebolimento dei piani provinciali, di totale assenza della Regione in materia di indirizzi concertati dell’assetto territoriale, di ampia centralità  invece della stessa nelle grandi opere infrastrutturali connesse a trasformazioni territoriali indotte, si tratta ora di costruire un quadro decisamente nuovo di co-pianificazione.

Necessarie, sono quindi, ampie innovazioni anche nella cultura politica, ma non meno necessarie l’attitudine delle culture e degli strumenti disciplinari a calibrare le fasi progressive di una nuova stagione di analisi e di piani, ben diversa soprattutto per tempi e procedure e linguaggi da quella pioneristica dei piani comprensoriali degli anni settanta.

Il bene comune ‘territorio’ come obiettivo strutturale, l’intreccio con la coesione sociale, la qualità  di ambiente ed energia, la tutela dei paesaggi di valore, la costruzione di nuovi paesaggi della vita comunitaria, l’efficienza amministrativa, l’economia di un nuovo sviluppo: elementi forti di una politica pubblica a partire dalla lettura critica del consumo di suolo, in una regione ancora molto ricca di potenzialità  e di valori come le Marche.