Un’esperienza di partenariato pubblicoprivato per lo sviluppo locale e la riqualificazione dell’habitat in un quartiere”naturale”

San Salvario è un quartiere centrale di Torino, costruito nella seconda metà  dell’Ottocento e collocato tra la principale stazione ferroviaria, Porta Nuova, e il parco fluviale del Valentino. La sua posizione ne ha fatto la porta d’accesso alla città  per le diverse ondate di immigrati che si sono succedute nella storia, e i suoi edifici sono stati costruiti in modo da ofrire sistemazioni abitative diversificate per status socioeconomico a una popolazione da sempre eterogenea e vivace. Ancora oggi il quartiere è caratterizzato da elevata densità  edilizia e demografica, da grande quantità  di piccole attività  commerciali e imprenditoriali, da vitalità  del tessuto associativo culturale e religioso. San Salvario divenne noto a livello nazionale nel 1995, quando l’allarme del parroco rispetto alle tensioni legate all’immigrazione straniera e all’illegalità  venne enfatizzato dal principale quotidiano torinese. Su questo sfondo va collocata la vicenda dell’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, esperienza avviata nel 1999 come progetto sostenuto dalla Città  di Torino per la riqualificazione del quartiere e costituitasi giuridicamente come Comitato nel 2003. I suoi soci sono 19 soggetti collettivi privati, senza fini di lucro, portatori di interessi e competenze locali (associazioni di cittadini, di commercianti, religiose, di impegno sociale, culturali, ecc.), che hanno deciso di mettersi insieme con l’obiettivo di perseguire il miglioramento della qualità  della vita a San Salvario, intesa da tutti i punti di vista e per tutti i suoi cittadini. Nel corso dei suoi 9 anni di vita, durante i quali il quartiere ha un poco migliorato la sua immagine (da luogo pericoloso e degradato a luogo incasinato ma interessante), l’Agenzia si è occupata un po’ di tutto, dall’accompagnamento agli imprenditori locali che desideravano ottenere finanziamenti al supporto alla progettualità  delle associazioni, dallo studio di fattibilità  di interventi di riqualificazione alla realizzazione di eventi di promozione culturale, dalla gestione di sportelli per la sicurezza e la vivibilità  alla progettazione di una”casa del quartiere”. Nello stesso tempo, l’amministrazione comunale ha realizzato alcuni interventi soprattutto fisici, non concepiti come parte di un disegno unitario, tra i quali il rifacimento (con parcheggio interrato) del mercato rionale, la metropolitana, la messa in rete delle risorse educative. Uno dei temi su cui si è concentrata l’attenzione politica è stato il legame tra degrado fisico degli edifici (molti ancora privi di servizi igienici e di impianti di riscaldamento), degrado sociale (specie nella zona da sempre piຠpovera, in prossimità  della stazione) e insicurezza/illegalità , senza però trovare strumenti efficaci poiché San Salvario è un quartiere “naturale” con naturale mixité sociale, contenente molta edilizia popolare de facto (ritornata utilizzabile e anzi resa redditizia dal push factor dell’immigrazione) e quasi nessuna proprietà  immobiliare pubblica. In questo senso, l’Agenzia realizzò un censimento del degrado edilizio, sulla base del quale la Città  definà­ il perimetro di un’area esentata dal pagamento del canone di occupazione del suolo pubblico per i mezzi e le installazioni di cantiere: una misura interessante per favorire gli interventi edilizi ma non sufficiente a colpire lo sfruttamento dell’habitat insalubre. Per parte sua, l’Agenzia ottenne da una fondazione bancaria un piccolo contributo per sperimentare un programma di riqualificazione di alcuni alloggi degradati: partendo dal presupposto che solo i richiedenti piຠsvantaggiati riescono ad accedere alla casa popolare, pensammo che una misura parziale e compensativa potesse consistere nel migliorare le condizioni di vita di nuclei in graduatoria privi di prospettiva di assegnazione. Il meccanismo prevedeva un contributo a fondo perduto, a favore del proprietario, per l’esecuzione delle opere edilizie necessarie, eventualmente in autocostruzione, in cambio della stabilizzazione dell’inquilino a canone concordato; la misura, oltre ad essere realistica e molto meno costosa della realizzazione di nuovi appartamenti, comportava il vantaggio di mantenere le persone (anziani, stranieri) nel loro tessuto di relazioni sociali, elemento fondamentale della qualità  della loro vita. Questo approccio “leggero” non venne ritenuto interessante dalla Città  che invece, nel frattempo, aveva già  avviato il processo per la realizzazione di Piani di Recupero ai sensi della L. 457/1978: nel 2001 la delibera che definiva il perimetro (l’ipotesi era che la gentrification dei due isolati interessati, magari gestendo l’intervento con un’apposita STU, avrebbe riverberato positivi effetti nella zona circostante); nel 2003 l’incarico alla società  ATC Projet.to di predisporre i Piani di Recupero (cui l’Agenzia fornà­ accompagnamento tecnico e un lavoro di documentazione per dare visibilità  ai bisogni e al disagio degli abitanti, completato nel 2004); nel 2005, adozione e successiva approvazione dei Piani di Recupero (che prevedono interventi di ripristino tipologico, non di risanamento degli alloggi) da parte del Consiglio Comunale, con esplicitazione dell’obiettivo di contrastare l’espulsione dei nuclei familiari meno abbienti e con indicazione dell’Agenzia come soggetto di accompagnamento. Da allora, ci sono stati alcuni interventi di singoli privati (specie in casi di immobili a proprietà  indivisa), ma ancora molto parziali rispetto ai dettati dei Piani. Per questa ragione la Città  intende ora incentivare l’attuazione dei Piani con un programma di contributi la cui erogazione dovrebbe essere regolata da un bando che, oltre a richiedere la regolarità  dei contratti di locazione, preveda premialità  per conseguire quegli effetti sociali che costituiscono il fine ultimo dei PdR come intesi dall’attuale amministrazione. Ci troviamo qui in un campo sperimentale di interpretazione di uno strumento di per sé non certo nuovo, che potrebbe portare anche a una nuova definizione, in un’ottica di sussidiarietà , della partnership tra Città  e Agenzia nell’implementazione di politiche pubbliche. à in gioco il riconoscimento non solo dell’elasticità  operativa (strumentalmente utile), ma anche della possibilità  di innovazione e della progettualità  di cui un soggetto come l’Agenzia è portatrice: la partnership potrebbe migliorarne l’efficacia e legittimarne l’operato. I Piani di Recupero sono una scusa, i loro contenuti urbanistici sono irrilevanti per incidere sulla qualità  della vita degli abitanti piຠpoveri dei due isolati interessati. Il bando per gli incentivi permetterebbe invece di introdurre elementi finalizzati al miglioramento igienico-sanitario e alla riduzione dell’impatto ambientale, nonché di creare le condizioni per attività  di accompagnamento finalizzate al rafforzamento delle relazioni sociali tra i residenti e al miglioramento della sicurezza. Questa torinese sarebbe un’eccezione all’attuale tendenza degli enti locali a intrattenere rapporti privilegiati e garantiti con soggetti terzi solo in apparenza (società  di diritto privato ma facenti parte della galassia del parapubblico: ex municipalizzate, società  di consulenza legate a ex IACP, ecc.), e a riferirsi al terzo settore solo per l’emergenza e sotto il ricatto di una concezione assistenzialistica. Per la ricerca e la sperimentazione, specie in campi pragmatici e poco glamour come la partecipazione e la casa sociale, non c’è piຠalcun interesse, e comunque non ci sono i soldi. à anche per vincere questa condizione generale che ripongo speranze nella partnership finalizzata all’attuazione dei PdR: auspico che possa estendersi a una serie di obiettivi relativi alla qualità  della vita a San Salvario, tra loro integrati: oltre alla casa e alla qualità  dell’abitare, anche la sostenibilità  ambientale, la promozione dell’identità  e dell’immagine del quartiere, l’empowerment e l’integrazione sociale, lo sviluppo culturale ed economico.

Per fare queste cose ci vuole un impegno su tempi medio-lunghi, sia da parte della società  civile locale (i singoli cittadini, i loro gruppi portatori di interessi, la comunità  intera), che potrebbe conferire competenze e operatività , nonché la necessaria dose di passione quotidiana, sia da parte dell’amministrazione pubblica, che dovrebbe stabilire, col fine dell’interesse generale, un quadro di regole ed erogare le risorse economiche necessarie; mentre la definizione degli obiettivi specifici da perseguire di volta in volta dovrebbe nascere dalla collaborazione tra l’una e l’altra. Logicamente, questo mio contributo esprime un punto di vista locale ed è tutto interno ad una dimensione locale. I problemi possono avere origine macro ma un agente di sviluppo locale riesce a lavorare ed eventualmente a ottenere effetti solo a scala micro. Foto aerea dell’area

Riferimenti bibliografici Enrico Allasino, Luigi Bobbio, Stefano Neri, Crisi urbane: che cosa succede dopo? Le politiche per la gestione della conflittualità  legata ai problemi dell’immigrazione, Torino, IRES Piemonte, 2000. Enrico Allasino, Marinella Belluati, Simone Landini, Tra partecipazione, protesta e antipolitica: i comitati spontanei di Torino, Torino, IRES Piemonte, 2003. Andrea Bocco (curatore), Problematiche e opportunità  di un “quartier latin”. Studio sull’area di San Salvario, Torino, Cicsene, 1996. Andrea Bocco (curatore), Guida al Borgo di San Salvario, Torino, Cicsene, 2001. Andrea Bocco (curatore), Come mantenere in buono stato l’edificio in cui vivi, Torino, Cicsene, 2002. Andrea Bocco, “Sviluppo locale e riqualificazione urbana. Un’esperienza partecipata nel quartiere di San Salvario a Torino”, Controspazio, nuova serie, n° 109, maggio-giugno 2004, p. 14-25. Andrea Bocco, “Supporto tecnico allo sviluppo locale partecipato: una esperienza nel quartiere di San Salvario, Torino”, in: Adriano Paolella, Consuelo Nava (a cura di), Lapartecipazioneorganica.Metodologieprogettualitecnologia ed esperienze, Reggio Calabria, Falzea Editore, 2006, p. 174-180. Andrea Bocco, “San Salvario: il borgo piຠottocentesco di Torino”, in Il Museo della Frutta Francesco Garnier-Valletti, Torino, Città  di Torino / Milano, Officina Libraria, 2007, p. 15-29. Andrea Bocco, “Trasformazioni, reti e politiche pubbliche a San Salvario, Torino”, Archivio di Studi Urbani e Regionali, XXXVIII, 90, 2007, p. 147-152. Michele D’Ottavio, 7° ad est di Greenwich, Torino, Lindau, 1997. don Piero Gallo, Vi racconto San Salvario : una finestra su Torino, Torino, Anteprima, 2004. Alfredo Mela, Luca Davico, Luciana Conforti, La città , una e molte. Torino e le sue dimensioni spaziali, Napoli, Liguori, 2000. Livia Turco, I nuovi italiani : l’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza, Milano. Mondadori, 2006. Riccardo Venturi, Immigrazione. La nuova Italia multietnica, supplemento a Famiglia cristiana, n° 19, 11 maggio 2003.