Che domande fareste al sindaco di una città ?

1. Premessa breve. Quando, prima delle ferie, il presidente del Notiziario mi ha chiesto: ‘Sei in grado di indicare le domande essenziali da rivolgere a un sindaco (ai sindaci) di una città ?’, dentro di me ho pensato: ‘Eh, che sarà  mai!’ e ho risposto, implicitamente accettando: ‘Figurati. Gli argomenti non mancano.’ Poi mi sono morso la lingua, accidenti alla mia precipitazione. Il compito non è facile, tante e tali sono le variabili di contesto di cui tener conto nell’abbozzare uno schema di conversazione; tanti e tali i compiti di un sindaco, in proporzione ai mezzi di cui dispone; tanti e tali gli specialismi da padroneggiare. Solo l’autodisciplina, per quanto ormai traballante, mi ha aiutato a respingere la tentazione della rinuncia (‘Rinuncia, rinuncia!’ risponde ridendo la guardia kafkiana all’uomo incerto sulla via da seguire[1]). Mi conforta il pensiero che questo approssimativo tentativo possa costituire una base su cui si innestino i contributi migliorativi di altri lettori, che â non importa se mossi da pietà  o da irritazione â vorranno intervenire per irrobustirla e modificarla dove necessario.

2. Lo scopo. Immaginiamo di dover condurre una indagine tra i sindaci delle città  italiane, o di una loro partizione . Anzitutto, indagine su cosa? Senza circoscrivere lo scopo conoscitivo, la formulazione di qualsiasi domanda è impossibile o generica. In prima approssimazione, diciamo che vogliamo conoscere come le amministrazioni stanno attuando in pratica il programma per cui hanno ottenuto il mandato. Naturalmente dovremmo evitare di incartarci sulle questioni budget di breve periodo. E nello stesso tempo dovremmo evitare di sconfinare su orizzonti temporali indefiniti, appropriati per le discussioni sulla natura umana, il bene e il male, ecc. Non ci interessa il taglio politico-celebrativo né quello rendicontativo-contabile, e non per una sottovalutazione di questi scopi conoscitivi: da un lato diamo per scontato che ognuno stia facendo del proprio meglio, e dall’altra sappiamo che esistono già  apposite procedure che forniscono output di questo tipo.

Ma sappiamo anche che i programmi sono generali, e che vanno poi tradotti in progetti: cioè in obiettivi, tempi in cui raggiungerli, risorse dedicate. A noi interessa conoscere â al di la degli slogan â qual è la consapevolezza dei problemi, le priorità  selezionate e l’eventuale scarto tra la percezione dei problemi e l’entità  delle soluzioni in campo. Non quelle auspicabili, ma quelle in atto.

Diciamo allora che vorremo conoscere ampiezza e qualità  delle soluzioni che si stanno approntando su alcuni temi strategici delle città , che definiremo più avanti. E che tale conoscenza potrebbe servirci sia per aiutare a riflettere ogni amministrazione sul come sta effettivamente affrontando i problemi; sia a un confronto proficuo tra amministrazioni; sia a individuare le aree troppo sguarnite dal punto di vista tecnicoâ¦ Il focus è il futuro, ma un futuro prossimo. Non vogliamo cadere nello short-termism , (cosa farai nei primi 100 giorni) ma capire quali sono le priorità  su cui nel medio termine una amministrazione vuole assolutamente vedere dei risultati. Ma anche qui chiariamo: ogni comune produce tutti i giorni dei risultati: assistiti, bambini ai nidi, pratiche svolte, spettacoli organizzati, multe comminate ecc. a noi non interessa il risultato ordinario, routinario, ma un tipo di risultato che configuri un cambiamento, e che indichi quindi non solo la priorità  dell’amministrazione, ma il modo in cui l’affronta e quello che si aspetta di ottenere.

Lo scopo conoscitivo è la conoscenza dei cambiamenti indotti dai progetti comunali sullo stato delle cose ritenuto problematico, e delle innovazioni nelle soluzioni. Per contrasto i problemi che invece non subiranno alcun cambiamento nel medio periodo. Una valutazione in itinere.

La città  è capitale sociale, economico, umano, accumulato in anni storia. Le variazioni possibili sono piccole confrontate con lo stock. à come un software, a cui successivi pacchetti possono

3. Il metodo. à cruciale il taglio metodologico, da cui dipende il montaggio del racconto e la sua confrontabilità . La tecnica più appropriata è forse la rilevazione di case history, in cui per ogni città  andrebbero ricostruite le ragioni di un certo posizionamento e della presenza dei certi problemi e delle premesse culturali e politiche alle soluzioni. à una tecnica molto costosa in termini di tempo, e i risultati âessendo ogni caso una storia a sé â presenterebbero difficoltà  di comparazione. Aggiungiamo allora che abbiamo poche risorse e che siamo costretti a restringere l’ampiezza dell’indagine : indipendentemente da come ciascuno è arrivato al punto in cui si trova, ci interessa sapere come pensa di ‘saltarci fuori’, le priorità  di attacco.

Il modo più economico sarebbe un questionario con domande secche e risposte chiuse a punteggio, da trattare statisticamente. Certamente, chiedendo di assegnare un punteggio a un elenco di temi o di opzioni, otterremmo di poter ordinare le risposte secondo una struttura di preferenze e di far emergere â se le domande sono fatte bene â l’orientamento latente delle priorità  dei sindaci. Il problema è che in questo modo possiamo indagare solo le preferenze ordinabili, o le quantità  di risorse stanziate; ma lo strumento non consente di ragionare sulle soluzioni, che sono un mix di quantità  e strategie, insomma sui processi. Inoltre dovremmo formulare domande ‘chiuse’, nelle quali ogni possibile risposta è già  prevista in una modalità . Non è impossibile, ma le variabili per circostanziare le risposte sono tante che il questionario diventerebbe troppo lungo. E poi ce lo vedete un sindaco che compila il questionario da solo? Bisognerebbe metterlo in un angolino, senza suggeritori.

Si potrebbe ricorrere allora ad una intervista-inchiesta. Non ricorriamo alla qualificazione ‘giornalistica’. Usare questa parola oggi in Italia significa rischiare di essere impallinati sul posto, tanti sono i modi di esercitare la professione, rivoluzionata dai cambiamenti tecnologici nei media, dalla struttura dell’industria editoriale, dalla comunicazione come ramo delle p.r. e del marketing. à giornalista sia il divulgatore alla Piero Angela, sia chi, appena ti capita un incidente in cui tutti i tuoi cari sono morti e tu stesso respiri a fatica, ti sbatte il microfono sotto il naso chiedendoti :’Come si sente?’; o il reggi-microfono che annuendo raccoglie la dichiarazione del ministro o assessore di turno. Meglio parlare di intervista non strutturata, che si avvale di strumenti di tipo ermeneutico per l’analisi delle risposte, alla ricerca della koinè, il tratto comune che lega le varie tappe del discorso, e la realtà  in termini delle scelte e delle motivazioni che guidano il comportamento dei rappresentanti della città .

Certamente il materiale deve consentire confronti e comparazioni, eventualmente integrabili con informazioni oggettive sulla struttura socio economica e sul bilancio comunale, con cui interpretare le risposte soggettive dell’amministratore. L’intervistatore deve conoscere bene la realtà  in cui opera l’intervistato, affinchè la conversazione sia proficua. Altrimenti si finisce appunto per fare i reggi-microfono.

4. I grandi temi: economia, popolazione e welfare, governo dello spazio, risorse. Le città  â qui intese come forme sociali di organizzazione, di qualsiasi dimensione, storicamente determinate â sono sempre più al centro dei forti processi economici e sociali del nostro tempo, ne subiscono le conseguenze e ne guidano, o facilitano, le strategie di uscita. à sempre stato così fin dalla loro formazione; ma ovunque â e soprattutto in Italia â questo periodo si presenta ricco di incertezze, sia nella comprensione della portata dei problemi, sia di conseguenza sulle opzioni relative alle soluzioni possibili. Le tensioni principali si presentano su almeno quattro temi principali, fortemente interconnessi, e esposti non in ordine gerarchico: l’interdipendenza dei fattori che concorrono allo sviluppo è una caratteristica della dimensione territoriale; e in questo campo qualsiasi soluzione settoriale dovrebbe essere sottoposto alla verifica degli impatti e delle sinergie generate.

L’economia, ovvero il modo in cui la comunità  locale provvede al soddisfacimento dei propri bisogni, comprende aspetti quali la ricchezza del mercato locale, in primis il mercato del lavoro; il genius loci, ovvero le specializzazioni messe a punto nello scambio; lo stock di attrezzature accumulate e il loro grado di innovazione. Qui la tensione, il conflitto (trade-off, direbbero gli economisti) è tra grado di apertura dell’economia e posizioni di rendita locali. La popolazione, protagonista e destinataria delle politiche, è soggetta a cambiamenti di struttura (vecchi/giovani); di cultura (autoctoni/immigrati); di comportamenti riproduttivi (voglia di natalità  o di famiglia); di comportamenti sociali (individualismo / prossimità ) e politico-organizzativi (partecipazione / governance); tali cambiamenti modificano i bisogni e la domanda sociale.

Il governo del territorio e dello spazio, dovendo rispondere ai bisogni di residenza, insediamento, mobilità  e accessibilità , ambiente, subisce la tensione tra crescita e sostenibilità ; e soprattutto quella dei confini del piano (unità  di analisi di governo dei fenomeni) sempre meno coincidenti con quelli amministrativi del comune. Infine vi è il vincolo rappresentato dalle risorse per la costruzione della âcittà  pubblica’, che è la prova ineludibile a cui la fattibilità  di ogni soluzione va sottoposta. La bontà  di ogni strategia urbana va misurata sulle risorse finanziarie e temporali; in questo caso la tensione è tra decentramento e accentramento (economie di scala e di scopo) e tra pubblico e privato. Chiariamo meglio per ognuno di questi grandi temi l’arco dei problemi e delle soluzioni. In base a ciò riusciremo allora a circoscrivere le domande â o meglio i grappoli di domande â con cui esplorare il livello delle soluzioni.

Economia

Anche senza considerare la violenta depressione che stiamo attraversando, l’economia italiana è caratterizzata da problemi di scarsa crescita, dovuti alla compresenza di zone di arretratezza e di modernità ; di imprese e servizi innovativi e competitivi, e settori in cui prevale la rendita, o addirittura l’evasione fiscale e la criminalità . I settori a forte rendita spiazzano l’investimento produttivo e concorrono alla bassa produttività  del capitale; allo stesso tempo, una società  poco meritocratica riduce l’incentivo all’investimento in educazione, il che abbassa la produttività  del lavoro. Non parliamo di costo del lavoro, perché questo problema in Italia non esiste, se non come divario tra quanto percepito dal lavoratore e dallo stato.

Queste forti tensioni, che la recessione accentuerà , si catalizzano nei territori, nelle città . Diminuisce la presenza delle industrie, a volte di interi settori, che ne caratterizzavano la cultura e il paesaggio, sia per ragioni di obsolescenza tecnica, sia per la rilocalizzazione verso i mercati in crescita. Le imprese fronteggiano opportunità  e minacce dovute all’allargamento dei mercati, al processo tecnologico, al possesso delle informazioni relative ai mercati, ai prodotti, ai processi e alla necessità  di tradurle in innovazioni. Si organizzano e si rafforzano reti di conoscenza, comunità  professionali, catene di fornitura, che sempre meno coincidono coi confini comunali. Schematizzando, si può parlare di due tipi di imprese (sia industria che servizi): quelle che si internazionalizzano vuoi in termini di mercato che come presenza di capitale non famigliare; e quelle che rimangono ‘intrappolate’ nella specializzazione di fase o di dimensione. Specularmente, il mercato del lavoro diventa sempre più segmentato in percorsi professionali interessanti o precari.

Per quanto grande possa essere un comune, quella di una città  è una economia piccola e aperta: una parte molto ampia della sua produzione è esportata fuori del territorio, così come gran parte di ciò che si acquista è prodotto altrove. Le economie urbane non si possono misurare in termini di Pil, né solo dal pur indispensabile successo delle imprese locali. Si dà  per scontato che una tenuta delle imprese abbia effetti positivi su tutta la società  circostante in termini di occupazione, redditi,  benessere, ma in realtà  questa connessione va considerata assieme all’impatto sul territorio, sulla qualità  della vita sociale, sugli aspetti di congestione e di ‘fatica urbana’.

Un comune non può intervenire direttamente sul Pil, ma sui alcuni fattori che concorrono a generarlo. Anzitutto il capitale umano e sociale; l’accessibilità  infrastrutturale; la presenza di servizi efficienti e una buona qualità  della vita. A questo può concorrere sia direttamente con l’investimento, sia mobilitando risorse private. Ma questi fattori richiedono una capacità  di intervento non limitata ai confini comunali, bensì per lo meno ai bacini del mercato del lavoro.

Nel passato le politiche per le aree industriali hanno avuto un impatto determinante sullo sviluppo locale. Oggi la direzione di marcia è largamente segnata. Se, infatti, non si andrà  verso un’espansione, ma verso un mantenimento o un ridimensionamento del peso della manifattura, si pone un problema di riordino e di selezione delle imprese. Il criterio guida non può che essere quello di accompagnare un processo di progressiva diversificazione delle specializzazioni produttive. Dovranno essere privilegiate le imprese ad alto contenuto di conoscenza: quel bacino di imprese che offrono servizi tecnici, spesso piccole, figlie della manifattura e dei processi di automazione industriale che, in modo quasi carsico, è tuttavia cresciuto in misura considerevole soprattutto nel territorio urbano. Dare a queste imprese visibilità  (e dotazioni infrastrutturali adeguate) è oggi una priorità . Si tratta di imprese che operano nell’area informatica, nei settori del controllo dell’automazione industriale e della comunicazione, dell’interfaccia uomo-macchina e macchina-macchina, dell’intelligenza artificiale e della semantica. Esse sono sorte dall’esigenza dell’industria locale di disporre di applicazioni delle tecnologie informatiche; ma alcune di queste, da una iniziale attività  di attuazione di progetti su commessa, sono arrivate a mettere a punto prodotti proprietari originali. In questo campo si cimentano con le rapide innovazioni del settore, che si affermeranno nei prossimi anni: si tratta di innovazioni nella grafica, nella interazione tra macchine, nel riconoscimento biometrico e vocale. Si tratta di attività  economiche che non sono basate su grossi investimenti fisici, ma che richiedono un lungo investimento in know-how, e rispetto al quale il sistema bancario e finanziario non è ancora attrezzato per un ruolo di venture capital.

Popolazione e Welfare

Tre i grandi cambiamenti nella demografia popolazione: bassa natalità , stranieri, anziani, in parte influenzati dai cambiamenti economici (mobilità , flessibilità , precarietà ) e da quelli culturali, cambiano i comportamenti: famiglie più piccole, crescita dei single. Isolamento delle famiglie.

L’incertezza e la precarietà  del lavoro, l’insicurezza del welfare scoraggiano la formazione di coppie stabili e la natalità ; il miglioramento degli standard sanitari e di benessere concorre ad allungare la vita media; nuovi abitanti si insediano â non sono ancora cittadini anche se pagano le tasse â e mi mescolano con gli abitanti presenti. Ciò genera il sorgere di nuovi problemi e bisogni, dalla sicurezza alla fornitura di servizi, dalla prossimità  e mancanza di interazione. Gli stranieri superano il 10% della popolazione, e si avviano a quote del 15-20%. à pensabile che una quota così grande non abbia diritto di parola, pur pagando le tasse e alti affitti? Che il problema sia affrontato solo in termini di sicurezza? La vera sicurezza è non l’impossibile integrazione, ma una interazione regolata.

Gli effetti dell’invecchiamento si faranno sentire soprattutto a partire dal 2020, quando raggiungeranno la vecchiaia le persone nate durante il baby-boom degli anni ‘50 del secolo scorso. Abbiamo quindi davanti circa un decennio per prepararci a questo shock sociale ed economico. Bisogna però attrezzarsi sin d’ora per sapere affrontare una struttura dei consumi dei cittadini che sarà  profondamente modificata. La soluzione non è aumentare le pensioni degli anziani/votanti, ma di creare le condizioni perché l’offerta di beni e servizi sia adatta ad una popolazione anziana. Le politiche di welfare nazionale hanno fallito in questo obiettivo non riuscendo ad affrontare problematiche come la tutela della non autosufficienza, ed hanno scaricato tutto sui comuni. Le funzioni amministrative delegate, senza fissare i livelli minimi delle prestazioni, hanno generato un processo di ‘iperlocalizzazione del sociale’: per cui il comune deve fronteggiare la vasta gamma di disuguaglianze, disagi e conflitti sociali a cui lo stato non riesce a far fronte, dando risposte differenziate sia per via amministrativa sia contrattuale, tramite ricorso a privati del terzo settore. Un esempio per tutti: il mercato (badanti) è arrivato prima del pubblico.

In realtà  sappiamo ancora poco dell’impatto di questi cambiamenti sul modo in cui le persone abitano, sui problemi reali che queste affrontano quotidianamente nello svolgere le diverse attività  che le impegnano. Si richiede uno sforzo per comprendere i bisogni, le aspirazioni di queste nuove forme di associazione umana, interpretare i vincoli e le opportunità  imposte agli individui dallo sviluppo della città  e del territorio; saper leggere quello che le persone fanno diventa indispensabile per far emergere una delle principali funzioni della città , ovvero la città  come luogo d’incontro. In base alle esperienze delle città  europee che hanno già  affrontato problemi di questo tipo, vanno evitati nuovi ghetti, rendendo difficile il diritto di vivere la città  all’estraneo, a chi ha scarse risorse economiche o relazionali.

Sappiamo comunque che la povertà  relativa riguarda nelle nostre zone il 15% della popolazione; che le distanze tra primi e ultimi si allungano; che in questa fascia sono maggiormente coinvolte le famiglie giovani con figli, le famiglie operaie, gli immigrati. Questi figure hanno in maggioranza una caratteristica in comune: vivono in affitto. L’offerta di locazioni proporzionate al reddito di chi vive in questa fascia di reddito (parliamo di 400 euro al mese) è la principale politica che si può predisporre, allineandoci ai migliori paesi europei: si tratta di una politica che potremmo definire multitasking: contrasto alla povertà , maggiore mobilità , sostegno alle giovani famiglie. Many birds with a stone.

Infine, se si riconosce che tra welfare state e sviluppo economico vi può essere una relazione virtuosa, ciò implica che gli enti locali possono contribuire significativamente alla crescita della loro area anche semplicemente concentrandosi sulle aree in cui già  sono attivamente impegnati: asili nido e materne, anziani e non autosufficienti, immigrati.

Governo del territorio

I confini della città , di chi entra e chi esce, dell’estensione delle attività  economiche, non sono definiti. C’è un problema di scala a cui affrontare i fenomeni, che sempre più travalicano i confini amministrativi del comune. I confini della città  sono mobili, incerti, in divenire. L’organizzazione delle imprese tramite l’organizzazione snella, i contratti flessibili di lavoro e lo sprawl residenziale e insediativo, dovuto anche ai costi elevati della residenza nei centri urbani maggiori, ha aumentato la mobilità  a livello di sistema locale mercato del lavoro. Invece i servizi e piani vengono fatti a livello comunale, con costi enormi di coordinamento tra istituzioni ed assenza di economie di scala. A questo punto anche il diritto dei cittadini di riconoscersi nella istituzione comunale è svuotato dal fatto che essa è sempre più ‘sportello’ per raccogliere esigenze che invece dovranno essere affrontate e mediate con lunghe processioni politiche, sindacali e imprenditoriali (i famosi ‘tavoli’) in provincia, in regione, con lo stato.

La dispersione degli insediamenti connota negativamente la provincia italiana, in cui una massa confusa di costruzioni ha invaso la pianura, la pedemontana e i fondovalle. La congestione dipende da tre elementi: la crescita dello spostamento di merci dovuto alla organizzazione produttiva just-in-time e dell’outsourcing; la dispersione degli insediamenti residenziali e produttivi, che comporta l’allungamento del raggio di mobilità  e il moltiplicarsi degli spostamenti non solo per lavoro, ma per raggiungere qualsiasi servizio: ospedale, scuola, piscina, cinema, relazioni amicali e parentali; la debolezza di alternative di trasporto al mezzo privato, che aumenta al crescere dello sprawl. La conseguenza della congestione è l’aumento dei costi di spostamento; l’inquinamento; la pressione della rendita urbana sui salari; la modifica del paesaggio storico in direzione di paesaggi caotici E’ inevitabile la presenza di un grande flusso giornaliero di lavoratori tra i numerosi nuclei urbani, con costi rilevanti in termini di tempo perduto negli spostamenti, inquinamento, riduzione della qualità  generale della vita. Nelle città  e nella corona di comuni intorno, provincie e associazioni di comuni possono promuovere forme di pianificazione coordinata e di gestione condivisa degli spazi pubblici e dei beni comuni, orientando la loro azione lungo una direzione evocata a parole (il concetto di rete è tra i più usati e abusati nella pianificazione) ma ancora largamente inesplorata nelle pratiche.

Ma anche all’interno delle città  i processi tratteggiati generano dei ‘vuoti urbani’ (fabbriche, dismesse, vecchie caserme o ospedali) e la necessità  di riqualificazione di quartieri. Qui il problema è la mancanza di fondi che blocca la realizzazione delle infrastrutture e porta alla scadenza dei vincoli espropriativi nelle aree destinate a standard. Le poche risorse, unite alla difficoltà  di una lettura dei fenomeni, indeboliscono lo strumento della pianificazione, e si finisce per agire con varianti o riqualificazioni parziali. La trasformazione della città  si spezza in una serie di piccoli interventi, inducendo i privati a realizzare le opere a standard tramite premialità  negli indici di edificazione. Le contropartite pubbliche dell’urbanistica ‘caso per caso’ sono scarse o di difficile valutazione. I progetti di valorizzazione immobiliare non sono certo un male in sè, anzi; ma devono realizzarsi all’interno di un disegno unitario di obiettivi rispondenti alle necessità , tenendo conto di tutti i possibili effetti.

La maggiore velocità  di cambiamento della società  richiede un coinvolgimento dei cittadini per la condivisione degli interventi e dei loro esiti. La recente e meritata fortuna di temi quali la governance si è tradotta in un rapporto privilegiato con gli attori più ‘strutturati’, talvolta a scapito della partecipazione dal basso al processo decisionale pubblico. Entrambe queste modalità  di partecipazione sono importanti e tra esse deve esistere equilibrio.

Si ripropone in questo ambito come risolvere il problema dell’affitto, che è un problema sociale, ma la cui soluzione dipende da come si governa l’offerta abitativa. Oggi le politiche della casa sono tutte orientate alla proprietà . Ma la crescita enorme delle abitazioni (2,5 milioni negli ultimi 10 anni secondo Istat, il 40% dei 3 miliardi di mc costruiti) non ha comportato un migliore accesso all’affitto, il cui livello dipende dal valore dell’abitazione. Con questi livelli di affitto la rata del mutuo è sempre vantaggiosa. Mancano abitazioni in affitto a prezzi parametrati al reddito medio di una famiglia di lavoratori. In questa direzione, sono utili le riserve di legge che alcune regioni pongono sul nuovo costruito; sia proposte fiscali come la non cumulabilità  dell’affitto con il reddito. Ma il punto chiave non è che mancano le case in affitto, bensì che mancano offerte di affitto a medie europee (350-450 euro) contro l’attuale media di mercato di 700-800 euro. Questa sarebbe una politica davvero efficace su tanti fronti: anzitutto la mobilità  del lavoro; quindi la povertà , considerando che il 70% sotto la linea della povertà  è in affitto; gli stranieri e la mixitè; il contrasto del ‘nero’, le convivenze , i giovani studenti o che desiderano autonomia; gli anziani. Si può ritenere una offerta minima quella tesa a coprire un fabbisogno di almeno il 2-3% delle famiglie. Le recenti proposte in questa direzione sono due: quella di Assoimmobiliare, ripresa da un disegno di legge Barbolini et al, per 1 milione di appartamenti usando le aree a standard, con un affitto medio di 800 euro ad appartamento di 80mq; quella dell’intervento di fondazioni bancarie e CDP per la costituzione di SGR, a cui i comuni possono partecipare. In questo campo sono urgenti soluzioni, anche usando la leva perequativa, che per avere successo richiedono però un concorso di strumenti, per non replicare la debolezza dell’ERP: terreni, leva finanziaria, individuazione precisa dell’utenza e delle modalità  di gestione, imprenditori e manager specializzati nella gestione. Insomma, ci vuole una cultura: la sola dimensione immobiliare, certo necessaria, in questo campo è sufficiente per il successo della politica.

Risorse

Alla crescita di complessità  dei problemi ha fatto fronte sul piano istituzionale la crescita di responsabilità  a livello locale. Il rafforzamento dei poteri del sindaco è generalmente ritenuto abbastanza efficace, al di là  di luci e ombre. Se non altro il numero di crisi politiche e conseguenti paralisi comunali è drasticamente diminuito. Tutto bene quindi?

Ma all’aumento delle responsabilità  non corrisponde un aumento delle risorse e dell’autonomia, né della ottimizzazione della scala a cui affrontare i problemi. In attesa di capire come il disegno federalista si articolerà  , cioè come si distribuiranno le deleghe funzionali e le relative risorse, sappiamo che da questo fronte per almeno dieci anni non verranno soluzioni. Nel frattempo che fare? Il venir meno delle ideologie e dei partiti tradizionali ad esse legati, la riduzione della rappresentanza sindacale imprenditoriale e religiosa, genera una domanda sociale difficile da intercettare e governare.

Dal punto di vista finanziario, l’equilibrio dei comuni è problematico, e caratterizzato dal taglio Ici e addizionali, dal crescente uso degli oneri urbanizzazione per spesa corrente; in alcuni casi dal ricorso ai derivati con gravi perdite. Il livello dei servizi è messo in discussione, dato che i costi del personale crescono annualmente del 4-5% e quelli dei materiali (utenze, forniture assicurazioni ecc) del 2-3%. Le entrate rimangono sostanzialmente ferme o calano.

In secondo luogo non sempre si è consapevoli delle grandi differenze tra comuni. I fattori strutturali che differenziano tra i comuni e che si traducono in differenze strutturali dei bilanci sono in primo luogo l’agglomerazione, in secondo luogo la dimensione, in terzo luogo l’attività  commerciale e turistica. Questi primi tre sono molto forti. Seguono quindi la specializzazione industriale e la marginalità /distanza da poli di servizio e produttivi. Emergono cinque gruppi stabili: le città , i distretti produttivi, i poli turistici, la montagna, i comuni decentrati, ognuno con una grande rigidità  e inerzia dei bilanci da un  anno all’altro.

L’analisi molto accurata condotta dal CAPP su sette anni dei comuni dell’ER â una regione rappresentativa della variazione medi nazionale – mette in luce che popolazione e pil regionale sono cresciuti di 6 punti, mentre entrate e spese sono calati di 10. In questo hanno contribuito anche le esternalizzazioni settore ambiente rifiuti, ma non certo in questa dimensione.

A parità  di condizioni tra i comuni â cioè tenendo conto delle differenti condizioni di dimensione, superficie, densità , reddito, occupazione, altitudine, vocazione turistica, stranieri, invecchiamento, nonché della spesa storica significativamente diversa tra province â si scopre che in proporzione al crescere della popolazione la spesa diminuisce del 10%; cresce al crescere del reddito; cresce al crescere dell’attività  edilizia: ogni 10 euro di oneri di urbanizzazione, 4 si trasformano in spesa corrente. Inoltre i comuni ad alta e media densità  spendono il 15-20% in meno di quelli a bassa densità  (economie di scala); ecc. Insomma, provando a misurare in termini di federalismo finanziario la distanza tra comuni di entrate e spese standard (quindi a parità  di fattori strutturali, geografici, sociali, reddito), si vede che il circa il 50% degli enti è abbastanza vicino (+/- 5%) al valore normale, mentre il 25% è al di sopra di quanto spetterebbe (sovradotato) e il 25% è sottodotato. Questo dato di fatto è uno sprone a fare delle scelte, selezionando le cose più importanti da fare, e evitando i la polverizzazione dei fronti di impegno.

Inoltre l’analisi dei dati del catasto (in provincia di Modena anni 2001-2006) mostra che alcuni comuni hanno incrementato l’offerta di residenza edilizia indipendentemente dalla domanda di famiglie insediate. Che le rendite catastali (imponibile Ici) aumentano del 2,5% annuo, mentre il valore degli immobili, e il conseguente livello affitti, (OMI compravendite, quindi più basso di quello di mercato) negli stessi anni è cresciuto del 4% annuo. Se si tiene conto che la rendita cresce grazie al contributo delle attività  industriali (le stime sono puntuali), il cui valore è invece molto più basso per residenze (le stime sono in base a tabelle con saggi di fruttuosità  per immobili tipo), si comprende come vi sia un drenaggio di valore a spese del lavoro e del fisco e a favore della rendita. In molti comuni addirittura la rendita media catastale diminuisce, per l’effetto marginale più basso delle residenze (di solito in periferia, sprawl) rispetto agli edifici industriali.

Per inciso, le differenze di gettito tra i comuni (e l’incidenza per i cittadini) devono tener conto della densità  e centralità , cioè vicinanza a centri di rango superiore; e della pressione insediativa, cioè l’incidenza dello stock edilizio industriale e commerciale.

In sostanza la rendita catastale media di un comune aumenta al crescere della quantità  di edifici, ma non è influenzata da variazioni di valore (le tabelle tipo sono del 1989). La rendita diminuisce al crescere della popolazione (effetto sprawl?), al crescere dell’altitudine e della presenza di anziani. Aumenta nelle aree con elevata occupazione, saldo migratorio, ricchezza, e densità  (fattori che hanno a che fare con lo sviluppo economico e la presenza di attività  industriali).

I valori degli immobili sono direttamente collegati alla spesa pubblica per servizi, agli oneri di urbanizzazione, al reddito, inversamente alla crescita popolazione (sprawl), e allo scarso sviluppo economico (pochi attivi). Quindi anche tenendo presente che il rapporto tra valori di mercato e compravendite è in media di 2:1, si ha conferma della correlazione esistente tra crescita del valore immobile e spesa pubblica. E del fatto che questo nemmeno minimamente si traduce in un aumento delle entrate.

La finanza locale va quindi ristrutturata in due direzioni: riequilibrio tra sovradotati e sottodotati, in base alle condizioni oggettive del comune, e parità  di prestazioni essenziali di servizio; in secondo luogo, una più equa e trasparente tassazione della rendita fondiaria e edilizia.

5. Le domande . di fronte a questi temi, caratterizzati da una forte interdipendenza, la domanda singola rischia di essere selettiva e limitativa. Occorre predisporre un set di domande, sia per disporre della flessibilità  necessaria ad adattarsi all’interlocutore e alla situazione specifica. Occorre inoltre, come specificato al paragrafo 3, di adattare le domande alle risposte: approfondendo o chiarendo quando è il caso, lasciando perdere altrimenti.

Economia

1.             In cosa è diversa la sua città  dalle altre medie città  europee? In cosa vuole che sia diversa nel futuro?

1.1.   Quali le linee guida per rafforzare l’offerta insediativa del territorio?

1.2.   Quali obiettivi e quali progetti chiave? Quanto investe e quanto tempo pensa di impiegare per realizzarli?

1.3.   ha in corso iniziative per favorire l’addensamento di nuove imprese nel campo delle attività  ad alto contenuto di conoscenza? Come stanno andando le inizative in corso (nuovi poli direzionali, poli tecnologici, sinergie con università )

1.4.   mobilità  e infrastutture: la rete della viabilità  è sovraccarica, ed è auspicabile un’organizzazione dei flussi di traffico per ridurre la congestione e aumentare le velocità  medie di percorrenza; un miglioramento nell’accessibilità  ai nodi di interscambio merci e persone; una razionalizzazione della segnaletica. quali iniziative?

1.5.   qualità  della vita è attrattiva per risorse qualificate. Lotta al rumore e inquinamento (motorini, traffico pesante), alla bruttezza del paesaggio (fiumi usati come spazi su cui realizzare infrastrutture e non come corridoi ecologici)? Come e quali risultati attesi?

1.6.   Recupero efficienza energetico è una vera leva economica, tra l’altro disponibile subito, più che la costruzione di nuove centrali o i carburanti alternativi. Come pensa di incentivarla e con quali obiettivi? Come va l’attuazione del piano energetico comunale? Ci sono obiettivi del tipo: meno 20% di consumo in città  in tre anni? Standard di produzione edilizia nei regolamenti.

1.7.   Vi sono problemi di sovrapposizione/competizione con i centri vicini (fiere, areoporti, direzionalità , leisure e parchi, università ,â¦)? Sono risolti a suo avviso dalla pianificazione regionale? Come fissa le priorità ? Vi sono iniziative non sostenibili economicamente (fiere ecc) e non strategiche per il territorio?

Popolazione e welfare

2.             Oggi più del 10% della popolazione residente è straniera: se continua così, tra 15 anni il 20-25 della popolazione sarà  straniera.

2.1.   à un fenomeno da arrestare , da accompagnare o da incentivare? Vantaggi: tenuta del mercato lavoro, contenimento costo lavoro, apertura e società  multietnica.

2.2.   è un problema di sicurezza? Quanto spende per la sicurezza? Si agisce sulla percezione (con vigili, polizia, ronde) tamponando forse effetti ma quali sono le cause? Come si agisce sulle cause?

2.3.   à una opportunità ? Quanto spende per l’integrazione? cosa fa e quanto spende per accelerare l’integrazione e rendere gli stranieri che lavorano cittadini a tutti gli effetti? le politiche di integrazione a favore degli immigrati e dei loro figli, per fare un altro esempio, non solo diminuiscono le diseguaglianze, ma migliorano la qualità  di un segmento sempre più importante della forza lavoro.

2.4.   anziani, non autosufficienti. quanti sono gli assistiti, percentuale sulla popolazione sopra i 70 anni. A quanti pensa di estendere l’assistenza nei prossimi anni.

2.5.   quali le modalità  di assistenza: strutture permanenti; centri diurni; assitenza domiciliare; case attrezzate con servizi; forme di sollievo alle famiglie.

2.6.   come pensa di regolarizzare il mercato delle assistenti sociali?

2.7.   quale l’integrazione tra pubblico e privato; ruolo terzo settore; volontariato.

2.8.   Una società  che invecchia impone una ricomposizione della struttura dei consumi. Una scelta su cui è opportuno riflettere riguarda l’edilizia.  Meglio costruire case per anziani (con le caratteristiche che abbiamo ricordato) o case per i giovani? Costruire alloggi per gli anziani comporta non solo alleggerire i costi futuri della non autosufficienza, ma consente il trasferimento, la cessione, di abitazioni che non sono più idonee per le loro esigenze. Lo stock immobiliare che si libera potrebbe costituire offerta aggiuntiva per le nuove famiglie (questo peraltro accelera il ricambio generazionale nei quartieri attutendo l’effetto non sempre gradevole dell’invecchiamento di quartieri che avviene per blocchi). Parallelamente la vendita dei vecchi alloggi per acquistare i più ridotti alloggi consentirebbe di liberare una parte del patrimonio degli anziani per finanziare i necessari servizi di assistenza. Si tratta di un modo ‘pulito’ (di mercato) di trasferire risorse risparmiate al mantenimento dei non autosufficienti, evitando la rincorsa (al reddito o patrimonio atteso) degli obbligati al mantenimentoâ¦ per il pagamento delle rette.

2.9.   la politica più importante di welfare è quella per la casa in affitto a prezzi non superiori al 30% del reddito famigliare. Essa raggiunge più obiettivi contemporaneamente: lotta alla povertà , inclusione, flessibilità ,del mercato del lavoro, spazi per il terzo settore, mixitè e socializzazione. Stante la mancanza di fondi per incremento ERP, e le ancora timide iniziative di canoni convenzionati, cosa pensa di fare? Che iniziative sta prendendo per l’housing sociale?

2.10.                   Crescente isolamento delle famiglie: come estendere le occasioni di contatto? Servizi di sollievo per chi ha carichi familiari pesanti, centri diurni. Cosa fa per facilitare e aumentare il ruolo del volontariato, le occasioni di incontro e l’associazionismo? Quanto spende? Quanti sono i coinvolti?

Governo del territorio

3.             Una delle leve più importanti per la qualità  della vita e la crescita dell’economia è il governo del territorio. Cruciale è il calcolo del fabbisogno. Non si decide quante nuove aree si devono urbanizzare se non si è fatto un ragionamento e un calcolo sulle reali necessità  di nuovi spazi per la residenza, le industrie, la distribuzione. à importante capire l’uso degli strumenti attuativi che individuano il fabbisogno: vecchio piano o nuovo piano; programmi di intervento o peep, ecc.

3.1.   quanti abitanti e quante case ogni anno. Quanti in aree nuove (mq) e quanti con riuso di aree esistenti.

3.2.   quanto produttivo e commerciale (mq e mc), in nuove aree o con edifici da riqualificare.

3.3.   Il campo degli spazi pubblici è importante per aumentare la qualità  urbana e del vivere. Quante aree a standard non sono utilizzate? Come si pensa di utilizzarle? Quanti sono gli spazi vincolati e a rischio di scadenza dei termini di esproprio?

3.4.   Di quali beni comuni ha bisogno la sua città  (rotatorie, svincoli, parcheggi : ma le piazze?)? Quanto occorre per attrezzarli, tempi e risorse? Come pensa di trovare le risorse: alienazioni o debito?

3.5.   la modalità  prevalente di mitigazione della rendita fondiaria ed edilizia nei piani attuativi, oltre l’esproprio: 80-20; 70-30 o altro? Realizzazione di opere imposte al privato? Se si adottano modalità  perequative o compensative, con quali indici di edificabilità .

3.6.   mobilità , trasporti, sprawl: non inseguire con nuove strade la dispersione degli insediamenti, non basteranno mai; invece la qualità  della vita che rende un’area attrattiva per competenze qualificate, dipende dalla realizzazione di economie urbane e sinergie tra i diversi comuni. Tali sinergie diventano economie di scala che abbassano fortemente i costi dei servizi di abitazione, di trasporto, di allacciamento alle reti. La diminuzione dei costi del servizio abitativo e di economie nei trasporti e nelle reti si traduce in economie esterne, cioè in un beneficio diretto per le imprese e per i lavoratori, riducendo la pressione dal lato dei costi. Può farci un esempio di quali e quante economie si prefiggere di raggiungere in questo modo assieme ai suoi colleghi?

3.7.   La perequazione territoriale tra comuni che concentrano insediamenti produttivi e comuni con prevalenza di insediamenti residenziali, ripartendo in modo equo il rapporto tra spese/entrate tra ‘fortunati’ e ‘sfortunati’. La polarità  su area vasta degli insediamenti produttivi-terziari, consente soluzioni innovative nei servizi logistici ed energetici; razionalità  delle reti commerciali di distribuzione senza rincorrere le singole esigenze di valorizzazione dei terreni, ma privilegiando il riuso e la riqualificazione; rafforzare i poli urbani per ottenere maggiori economie urbane, i cui risparmi si possono investire in ulteriori miglioramenti dell’accessibilità , dell’aumento della sicurezza attraverso l’inclusione e la socialità .

3.8.   trasformazione immobiliare. Che percentuale usa degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente? Non ritiene di impoverire il patrimonio della città  bruciando risorse necessarie per attrezzature pubbliche e qualità  della vita?

3.9.   casa e piccolo commercio, un solo problema: Affitto (vedi punto 2.9). Quanto.

Risorse

4.             La produttività  organizzativa della macchina comunale. Che fine hanno fatto anni di studi sugli orari della città ? Potrebbe citare qualche esempio di riorganizzazione per favorire l’accesso dei cittadini? Quale l’impatto dello sportello unico per le imprese?

4.1.   comune imprenditore. Cederebbe la quota delle società  (utilities) a privati, ora che il loro possesso non consente premi per il controllo data la dimensione? Ritiene utile continuare a spendere soldi per sostenere le fiere locali? Le società  della formazione che fine hanno fatto e faranno. comunicazione (uffici stampa) e/o valutazione degli effetti politiche?

4.2.   qual è la sua preoccupazione principale? Qual è il progetto a cui tiene maggiormente?

4.3.   federalismo e interdipendenza con gli altri comuni: come intende concretamente perseguire e sfruttare le economie di scala anche nei servizi?

5. Conclusione provvisoria.

Uno schema di questo tipo va accuratamente preparato, dando il tempo all’interlocutore di raccogliere le risposte alla parte tecnica, che è dirimente ai fini di ricostruire un senso. La questione cruciale è il modo di porgere le domande e il modo di rispondere alle domande, per capirci qualcosa. Tra chi chiede e chi risponde dovrebbe scattare un feeling, basato sull’onesto desiderio di mettere in luce il realismo degli obiettivi la consapevolezza dei mezzi a disposizione i risultati quantitativi attesi. Intervistatore e intervistato dovrebbero essere concordemente preoccupati di misurare il grado di ‘tuning’ tra problemi e programmi.

Lo spirito del ricercatore non può essere aggressivo (adesso ti faccio vedere io..vediamo se rispondi a questo). Piuttosto quello di capire, di comparare, di rilevare debolezze non per dar giudizi ma per aiutare a riflettere, e quindi per fare un servizio. Anche perché oggi l’incertezza, la mancanza di punti di riferimento, la lucidità  di affrontare i problemi nuovi, non sono una prerogative solo dei politici. Su questi temi urbanisti, economisti, sociologi, ecc sono attraversati dagli stessi dubbi e alla ricerca le soluzioni. Certo però se si dovesse finire nella solita raccolta di buone intenzioni (wishful thinking) , che sfociano in compitini ginnasiali tipo ‘il nostro impegno quotidiano è di migliorare la qualità  della vita dei cittadini attraverso risorse pubblico private ma tramite la partecipazione democratica riscoprendo le tradizioni e aumentando il reddito la sicurezza il verde ma anche le strade ecc’, tanto sarebbe meglio andare a spasso.

Chi fa le domande deve essere preparato, in modo da aiutare l’interlocutore nello stare al punto.

Lo scopo è concorrere a ridurre la complessità  âdata dalla varietà  delle situazioni e delle esperienze in corso- alle opzioni fondamentali riconoscibili,ad una loro modellizzazione. Che consenta di riprodurre una mappa in scala (e non grande come tutto il mondo, come la mappa di Borges; che certo sarebbe la più precisa, ma presenterebbe qualche difficoltà  nella consultazione).

Come detto all’inizio, la struttura delle domande risente dell’esperienza parziale di chi scrive, il quale ha chiaramente in testa i problemi del centro-nord. Una estensione al sud richiederebbe una specificazione in parte differente del rapporto economia e territorio. Inoltre è difficile essere esperti di tutti i problemi: il lettore attento troverà  che alcune domande sono ben formulate, altre generiche, altre incomprensibili. Altre mancanti. Per questo sarebbe interessante che altri tentassero di compiere lo stesso esercizio, ma a modo loro; o che intervenissero direttamente sullo schema, suggerendo, modificando, integrando. Anche se questo articolo sfrutta un espediente retorico , nel senso che una inchiesta del genere non si farà  mai, dato che nessuno è così pazzo da finanziarla, lo sforzo collettivo di fare domande azzeccate è già  un modo per iniziare a costruire le risposte.


[1] Kafka, F., Racconti. Mondadori, I Meridiani. 1970, p.507. Al contrario, proprio esplorando i confini dell’incomunicabile assurdo, Kafka ci sprona a non rinunciare a cercare, soprattutto quando ci smarriamo e siamo scoraggiati per lo scarso aiuto del prossimo, cosa che capita spesso.