Benessere ed equità : indagini locali sui bilanci delle famiglie. Che cosa stiamo imparando dall’esperienza modenese

indagini campionare sulla situazione economica delle famiglie Negli ultimi anni si è difuso, nella ricerca economica e sociologica, l’interesse per analisi fondate su microdati, siano essi riferiti a individui, famiglie o imprese. La situazione relativamente favorevole di produzione d’indagini sulla condizione economica delle famiglie, di fonte Banca d’Italia e Istat 1, ha consentito un allargamento delle conoscenze sulle caratteristiche e sui comportamenti delle famiglie e del mercato del lavoro. Tuttavia, a causa dell’insufficiente grado di copertura campionaria delle indagini nazionali, le domande a cui un ricercatore vuole dare una risposta non sempre trovano nei dati a disposizione una sufficiente base informativa, in particolare quando il focus dell’indagine si sposta su una dimensione territoriale più limitata. Una possibile via per porre rimedio alla difficoltà  di impiegare indagini nazionali per analisi locali è di ricorrere a processi sofisticati, ma indiretti, come le tecniche di pooling e di matching di più indagini, ma con risultati spesso fragili. Una seconda strada è quella di produrre indagini ad hoc, con obiettivi specifici e ad un livello territoriale più ristretto (regione, provincia, comune). Negli anni più recenti questa seconda via è stata percorsa da alcune amministrazioni e da alcuni gruppi di ricercatori 2, che hanno condotto indagini su ambiti territoriali delimitati e accomunate dalla caratteristica di rilevare, accanto ad altri aspetti, anche la condizione economica degli intervistati. Si tratta d’indagini nate con finalità  e in momenti diversi, e non coordinate tra loro, anche se sono state avviate alcune iniziative volte ad armonizzare le principali informazioni di natura economica in esse contenute 3. Il punto di forza delle indagini campionarie è di ofrire una ricca messe di informazioni che possono essere elaborate per afrontare numerose questioni di rilevo per l’analisi e il disegno delle politiche locali. Tali indagini consentono infatti di estrapolare informazioni su base micro, che possono essere intrecciate tra loro, e dunque di definire, a secondo dell’obiettivo dell’analisi, i profili rilevanti di individui e famiglie che si voglio esaminare. Inoltre, disponendo di microdati, è possibile costruire modelli di microsimulazione “tax-benefit” per stimare gli effetti distributivi di politiche fiscali e di trasferimento (Baldini e Toso, 2004; Toso 1996). Indagini locali Nel panorama di indagini locali, l’indagine sulle condizioni economiche e sociali delle famiglie della provincia di Modena (ICESmo), merita di essere ricordata perché presenta l’importante caratteristica di raccogliere le informazioni su reddito e patrimonio ricorrendo alle stesse domande dell’indagine sui bilanci della famiglie italiane della Banca d’Italia, e quindi permette una piena comparabilità  con i corrispondenti aggregati nazionali. Da pochi mesi si è conclusa le seconda indagine modenese (ICESmo2). La prima è stata realizzata con riferimento all’anno 2002 e i risultati sono stati pubblicati nel volume La ricchezza dell’equità  (Baldini, Bosi e Silvestri, 2004). Si tratta di un’indagine particolarmente ricca di informazioni: oltre alle caratteristiche economiche e sociali, rileva infatti numerose dimensioni delle condizioni di vita di individui e famiglie, che spaziano dai consumi di tipo culturale, alle condizioni di salute, agli spostamenti sul territorio, alle condizioni abitative, al fabbisogno di cura (per i due segmenti più rilevanti per le politiche locali: anziani e bambini), sino ad indagare dimensioni più personali, quali la soddisfazione per alcune dimensioni della propria vita, la rilevanza percepita di alcuni problemi tipici della vita comunitaria, il numero di figli desiderati. ICESmo2 presenta inoltre, rispetto alla prima edizione, un allargamento della struttura campionaria, che consente di fornire informazioni statisticamente significative, oltre che per l’insieme della provincia e per il comune capoluogo, per due unioni di comuni: l’Unione Terre di Castelli (Vignola) e l’Associazione dei comuni modenesi del distretto ceramico (Sassuolo). Se volgiamo lo sguardo ai risultati delle nostre ricerche, due ci sembrano gli elementi di maggior rilievo, in termini conoscitivi, che emergono dalle indagini locali sulla distribuzione dei redditi. Il primo è che diversi territori (provinciali o regionali), non solo presentano caratteri enormemente diformi da quelli medi nazionali, sicché è possibile parlare di “sistemi di welfare” locali connotati da tratti ampiamente diformi da quelli del sistema nazionale 4, ma che aspetti particolari, quali la povertà  e la popolazione a rischio di emarginazione, possono presentare profili assai diversi tra le stesse aree, anche quando si tratta di territori ad elevato sviluppo. A questo proposito si veda il lavoro di Benassi e Colombini (2007) che, ricorrendo all’archivio Disrel, mette a confronto le caratteristiche della distribuzione del reddito e della povertà  a Modena, Trento, Milano, Brescia, Toscana e Italia. Il secondo è che, anche all’interno di aree relativamente omogenee, come lo è la provincia di Modena (che si contraddistingue per elevato reddito, ridotta diseguaglianza e bassi tassi di povertà ), possono emergere rilevanti diferenze per partizioni sub provinciali. Alcune di queste diferenze sono attese, come è tipicamente quella tra il comune capoluogo e il resto della provincia; altre meno, come mostra l’analisi per zone condotta sulla provincia di Modena (Baldini e Silvestri, 2008). La possibilità  di intrecciare le condizioni economiche e sociali dei singoli individui con le caratteristiche dei territori in cui questi vivono (abitano, studiano, lavorano, costruiscono relazioni, ecc.) apre, dal punto di vista metodologico, una nuova frontiera di ricerca e di applicazioni di strumenti di policy. Le potenzialità  dei singoli (le capabilities, per usare l’espressione di Sen) contano soprattutto in relazione al loro spazio vitale: i territori dunque contano sia perché il benessere o la povertà  delle persone sono rilevanti in relazione alla comunità  di riferimento sia perché i territori, e le loro strutture di governo, sono titolari e attori di un insieme rilevante di politiche, la cui efficacia dipende significativamente dal contesto in cui sono inserite. L’alternativa ad un approccio integrato individui-territorio è di considerare esclusivamente le caratteristiche degli individui, a prescindere dal luogo in cui vivono (questo è tipicamente il limite delle analisi distributive che si riferiscono ad un insieme di dati nazionali o sovranazionali), oppure di considerare esclusivamente le caratteristiche delle diverse aree geografiche, a prescindere da quelle personali di chi in quelle aree vive (questo è tipicamente il limite degli approcci costruiti a partire da macro informazioni articolate per aree o regioni). ICESmo2: qualche applicazione Le diferenze infra-provinciali hanno conseguenze non marginali nel disegno delle politiche pubbliche. Consideriamo, a titolo esemplificativo, il tasso di povertà  per alcune aree della provincia di Modena oggetto di sovra campionamento nell’indagine ICESmo2 (figura 1).

(*) Il tasso di povertà  misura la percentuale di individui sulla popolazione che non superano la soglia di povertà  (la soglia è definita, secondo gli standard internazionali, ponendo la linea della povertà  pari al 60% della mediana dei redditi equivalenti della popolazione modenese). I segmenti verticali indicano l’intervallo di confidenza al 95%. Fonte: Baldini e Silvestri (2008) Questa informazione pone un evidente problema con riferimento a possibili prospettive di armonizzazione dei criteri di definizione della prova dei mezzi nelle politiche sociali (impiegati per diferenziare le tarife o per l’accesso ai servizi): qualora si definisse un’unica soglia provinciale, quel dato ci dice che il carico (o la domanda) potenziale che ci dobbiamo attendere a Sassuolo è circa il doppio di quello che ci dovremmo attendere a Vignola, con evidenti conseguenze sulla distribuzione di risorse necessarie per colmare i bisogni. Per quanto riguarda invece le politiche di housing e le politiche territoriali, argomenti più vicini all’interesse del lettore di questa rivista, la potenzialità  di ICESmo è che consente di intrecciare la condizione economica delle famiglie con altre informazioni anagrafiche (quali l’età , la condizione professionale o l’origine del capofamiglia, o la numerosità  del nucleo) e con la condizione abitativa 5. In questo modo è possibile esaminare fenomeni quali il rischio di povertà  a seconda che le famiglie vivano in afitto o in case in proprietà , oppure l’incidenza dell’afitto (o del mutuo sulla casa) sul reddito per diversi profili di utenza. A titolo esemplificativo si riportano, riprendendoli dai lavori che stiamo svolgendo, alcuni risultati. Dall’indagine emerge con estrema chiarezza che il rischio di povertà  è fortemente correlato con il titolo di godimento dell’abitazione: in media provinciale, a fronte di un tasso di povertà  di circa il 15%, questo balza a oltre il 50% per le famiglie in afitto (ovvero una famiglia su due in afitto è a rischio di povertà ), mentre interessa solamente il 5% di quelle con abitazione in proprietà . Si noti che, anche in questo caso, le diferenze tra diverse zone della provincia non sono marginali.

Risulta inoltre, non solo che la percentuale di persone che vive in afitto diminuisce al crescere dell’età  del capofamiglia (tabella 1), ma che la sua distribuzione varia sensibilmente nelle diverse aree: particolarmente evidente, ad esempio, è la situazione di maggiore difficoltà  della famiglie più giovani nel capoluogo. tab.1 Quota di individui in afitto per età  del capofamiglia (provinia di modena, 2006) – fonte: Baldini Silvestri – 2006

ICESmo2 rileva anche informazione sul valore delle abitazioni e sulla loro dimensione (tabella 2), da cui è possibile ricavare indici di afollamento delle abitazioni (tabella 3), che -di nuovo mostrano un quadro piuttosto articolato a livello provinciale. tab.2 Quota di individui in afitto per età  del capofamiglia (provincia di modena, 2006) – fonte: Baldini Silvestri – 2006 Modena Vignola Sassuolo Provincia Valore di mercato delle abitazioni in proprietà 

tab.3 Quota di individui che vivono in condizioni di sovrafollamento (meno di 25 mq. pro-capite) (provincia di modena, 2006) – fonte: Baldini Silvestri – 2006

Disponendo delle informazioni sulla condizione economica si può inoltre calcolare il peso dell’afitto pagato sul reddito disponibile familiare. La figura 2 ne mostra l’incidenza a seconda del quintile di reddito disponibile. Com’è ovvio, l’incidenza declina all’aumentare dei quintili; meno ovvio è che proprio le famiglie più povere del primo quintile di Vignola mostrino un peso relativamente più elevato (pari al 35%, contro un media provinciale delle altre zone del 25%), il che documenta il fatto che, anche se Vignola ha meno persone a rischio di povertà  e meno famiglie in afitto, queste però sono relativamente più povere che nel resto della provincia e l’onere dell’afitto incide in misura maggiore.

fig.3 Incidenza dell’afitto sul reddito per le famiglie in afitto, per quintili di reddito disponibile equivalente e per area (provincia di Modena, 2006)

La tabella 4 riassume la diversa distribuzione di problemi tipici legati all’abitazione, rilevati nell’indagine a seconda dell’origine del capo famiglia. Come si può osservare le famiglie straniere provenienti da paesi ad elevato tasso di emigrazione vivono in abitazioni in cattive condizioni (e con riscaldamento e servizi igienici inadeguati), con una incidenza che è di 4-8 volte superiore a quelle degli “autoctoni”: si tratta di diferenze enormi, che forse sono addirittura sottovalutate dagli stessi intervistati, considerato che altri fenomeni pervasivi, quali la percezione dell’inquinamento o dei rumori del traffico, vengono segnalati con minore frequenza dagli stranieri immigrati rispetto agli altri. tab.4 Problemi relativi all’abitazione per le famiglie straniere provenienti da paesi ad elevata emigrazione e le altre (provincia di Modena, 2006)

Ulteriori sviluppi Un possibile sviluppo delle indagini campionarie locali sul reddito è la loro integrazione con altri archivi. Il Capp, in collaborazione con l’Ufficio statistico del Comune di Modena, ha avviato a livello sperimentale una procedura di imputazione delle informazioni riguardanti la condizione economica rilevate con ICESmo ai dati censuri del 2001. Questa

tecnica consente di stimare, attraverso opportune tecniche statistiche, per ogni famiglia (e ogni persona) del territorio provinciale, il livello del reddito, informazione che può essere trattata congiuntamente con quelle normalmente raccolte con il censimento delle famiglie (Morciano e Silvestri, 2008). Questa tecnica, originariamente impiegata da organizzazioni internazionali per supplire a carenze di basi informative nei paesi in via di sviluppo, è stata impiegata per costruire “mappe di povertà ” (Ballini et al., 2007). Le mappe permettono di descrivere, anche su supporto cartografico, la distribuzione della popolazione, ad esempio a rischio di povertà , con il massimo dettaglio possibile. Le potenzialità , soprattutto sul piano del monitoraggio del territorio, sono di tutto rilievo, ad esempio nella prospettiva di disegnare adeguate politiche per contrastare la formazione di enclave a rischio, in particolare in un contesto di forte aumento della popolazione straniera sul territorio (per inciso la problematica della “segregazione socio-spaziale” può essere rilevante non solo a livello di quartiere, ma all’interno dello stesso edificio o gruppi di edifici prossimi). Il limite più evidente di questa tecnica è che i censimenti vengono effettuati ogni dieci anni e che le informazioni relative sono spesso disponibili con ritardo; disponendo di archivi anagrafici aggiornati su alcune variabili cruciali ai fini dell’imputazione (in particolare, il titolo di studio) è però possibile sviluppare procedure di aggiornamento, quantomeno a livello comunale.

(*) Per famiglie straniere si considerano quelle il cui capofamiglia è nato o ha la cittadinanza di paesi ad elevato tasso di emigrazione e basso reddito, quali tipicamente i paesi dell’area africana, asiatica (ad esclusione di Giappone e Israele), dell’America centro meridionale o dei paesi europei diversi da quelli dell’Unione a 15. Fonte: ICESmo2

Interazione tra ricercatori e policy maker: la capacità  di sfruttare gli ambiti applicativi e di sollevare questioni rilevanti La collaborazione tra soggetti che producono ricerche e analisi e i policy maker non è una relazione facile e scontata, anche in un mondo ideale, dove l’università  esce dalla sua “torre d’avorio” e i politici sono genuinamente interessati all’uso dei risultati dalla ricerca. Non sempre esiste una tradizione consolidata di lavoro e, vista dalla nostra prospettiva (accademica), non è infrequente che vi siano analisi e strumenti in cerca di domande e di uso. L’esperienza di ICESmo ci ha indotto a innovare anche sotto questo profilo e a intensificare i momenti di “collaborazione” con i policy maker. Dal nostro punto di vista si tratta di un’occasione per mettere a prova la tenuta e l’utilità  sociale del lavoro di ricerca e di raccogliere spunti per perfezionarlo; ciò, naturalmente, nella prospettiva che il miglioramento delle politiche passi innanzitutto per una maggiore comprensione dei fenomeni e in secondo luogo per un miglioramento nel disegno delle politiche. Con questo spirito ICESmo è stata utilizzata per applicazioni di simulazioni sull’impatto distributivo di politiche tarifarie e fiscali a livello locale. Per il Comune di Modena vengono, ad esempio, ripetutamente svolti esercizi di microsimulazione per stimare l’impatto redistributivo di modifiche nelle aliquote Ici, nell’addizionali Irpef o per il ridisegno di tarife (Ato, Tarsu, Nidi) 6. Attualmente è in corso una collaborazione con la Provincia di Modena per delineare il quadro sociale ed economico dei distretti socio sanitari ai fini della programmazione 2009-12. Altri ambiti di rilievo, in cantiere, riguardano la ricerca in campo sanitario, dato che una sezione di ICESmo2 è stata progettata in collaborazione con il CeVEAS (Centro per la Valutazione della Efficacia della Assistenza Sanitaria, che è un Dipartimento della Azienda USL di Modena) e contiene un’interessante sezione sulla condizione di salute degli intervistati. Un altro esempio di collaborazione ha riguardato il comprensorio di Sassuolo, dove, nell’ambito del Piano d’Area nel 2003, è stata replicata l’indagine sulla ricchezza delle famiglie sia nei comuni modenesi sia in quelli reggiani. L’indagine è stata utilizzata per il Piano Sociale di Zona della Associazione dei Comuni, e ha contribuito ad orientarne le politiche. Il principale ostacolo ad una proficua collaborazione tra i ricercatori e i policy maker, oltre alla disponibilità  di basi informative adeguate (le indagini campionarie sono infatti assai costose) e al superamento dell’atteggiamento autoreferenziale dei rispettivi ambiti professionali, è costituito dalla scarsità  di competenze tecniche “intermedie”. Un tipico problema della collaborazione tra università  e politici è che, a fronte di un dato fabbisogno conoscitivo, è necessario rispondere con elaborazioni personalizzate ed interattive, che tengano nel dovuto conto le caratteristiche dello strumento (indagine campionaria e tecniche di elaborazione). Si tratta di un compito ad elevata professionalità , che deve combinare il controllo sullo strumento e l’abilità  di interagire con il “committente”, che solitamente non ha le idee chiare sulle potenzialità  e i limiti delle basi informative. Questo è un compito che raramente i ricercatori universitari riescono a svolgere su scala adeguata, perché è fortemente time consuming e non è sempre coerente con la funzione della ricerca, che è quella di produrre e sperimentare innovazioni. I profili professionali con competenze “intermedie” sono oggi rari e scarsamente presenti all’interno della amministrazioni e, spesso, anche negli enti privati che svolgono in modo professionale consulenza per le amministrazioni. Per cercare di rispondere a questa esigenza il Capp e la Facoltà  di Economia di Modena hanno disegnato una laurea specialistica in Valutazione delle politiche pubbliche e del territorio 7, che, tra i suoi obiettivi formativi, si pone anche quello di preparare (alcuni) laureati con sufcienti competenze nel campo del trattamento dei microdati e della microsimulazione e che, attraverso un corretto approccio metodologico ai temi della valutazione, siano capaci di tradurre le problematiche dei policy maker in domande a cui sia possibile dare risposte. Naturalmente non basta la formazione curriculare per completare il profilo formativo sopra evidenziato; dalla collaborazione tra gruppi di ricerca e le amministrazioni (o le società  di ricerca e consulenza) più sensibili, possono però scaturire occasioni comuni di lavoro, tali da completare la formazione di questo profilo. Si tratta di una scommessa sul futuro, che si fonda su alcuni dei presupposti che sono stati sopra ricordati, ma che, e questa è la nostra impressione, è destinata a produrre risultati importanti sulla qualità  delle politiche pubbliche.

Bibliografia Baldini M., Bosi P. e Silvestri P. (a cura di) (2004), Laricchezzadell’equità .Distribuzionedelredditoecondizioni di vita in un’area a elevato benessere, Il Mulino, Bologna. Baldini M., Bosi P., Guerra M.C. e Silvestri P. (2005), “L’impatto distributivo dei tributi locali : un’applicazione sul comune di Modena”, in Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, n.1 Baldini M., Toso S. (2004), Diseguaglianza, povertà  e politiche pubbliche, Il Mulino, Bologna Baldini M., Silvestri P. (2008), Redditi, diseguaglianza e povertà : un confronto tra alcune aree della provincia di Modena, DEP, Materiali di discussione, n. 574, Cappaper n. 36 (http://www.capp.unimo.it) Ballini F. et al (2007), “Stima della povertà  a livello locale: i casi della regione Toscana e delle province di Modena e Trento”, in Brandolini A. e Saraceno C. (2007)

Brandolini A. e Saraceno C. (a cura di) (2007), Povertà  e benessere. Una geografia della disuguaglianza in Italia, Il Mulino, Bologna. Benassi D. e Colombini S. (2007), “Caratteristiche e distribuzione territoriale della povertà  e della disuguaglianza sulla base dei dati dell’archivio Disrel”, in Brandolini A. e Saraceno C. (2007). Morciano M., Silvestri P. (2008), Integrazionetradaticensuariedatidiindaginisullacondizione economica delle famiglie per la costruzione di mappe della povertà localeedimodellidivalutazionedellepolitichesociali locali, , Cappaper n.37 (http://www.capp.unimo.it/) Toso S. (1996), “Modelli di microsimulazione dinamici e analisi di lungo periodo delle politiche fiscali”, in Muraro G. e Rey M. (a cura di), Ineguaglianza e redistribuzione, F.Angeli, Milano.

L’indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia nasce negli anni sessanta e da allora è stata periodicamente ripetuta. Ha l’obiettivo di raccogliere informazioni sui redditi e i risparmi delle famiglie italiane. L’Istat cura diverse rilevazioni campionarie. Le più importanti, ai fini dell’analisi delle condizioni economiche e sociali delle famiglie, sono l’indagine sui consumi e le indagine Eu-Silc sulle condizioni di vita. Eu-Silc è una nuova indagine, il cui core informativo è incentrato attorno alle tematiche del reddito e dell’esclusione sociale; nata nel 2004, all’interno di un progetto sperimentale a livello europeo, l’edizione italiana ha ampliato la base campionaria con l’obiettivo di assicurare stime afdabili anche a livello regionale. Ormai esistono diverse indagini a carattere locale. Senza pretesa di esaustività  si ricordano, oltre all’indagine modenese, quelle condotte dalle province autonome di Trento e di Bolzano, dal dipartimento di Sociologia di Milano, dalla Regione Toscana, dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, dal Comune di Ferrara, dal Comune di Brescia. Altre sono in fase di esecuzione (Regione Marche). L’indagine sulle condizioni economiche e sociali delle famiglie della provincia di Modena (ICESmo) è realizzata dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche (Capp). Il Capp è un centro interdipartimentale di ricerca, con sede presso il Dipartimento di Economia politica dell’Università  di Modena e Reggio Emilia, il cui principale obiettivo statutario è di svolgere ricerche sulle politiche sociali e fiscali, con particolare attenzione allo studio degli effetti distributivi (si veda il sito http://www.capp.unimo.it/). Il Capp ha organizzato due workshop sulle indagini locali, rispettivamente nel giugno 2005 e nel luglio 2007, con l’obiettivo di valorizzare questo patrimonio conoscitivo. In seguito a questa attività , nell’ambito di un progetto promosso dalla Fondazione Ermanno Gorrieri di Modena e dal Capp, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, è in corso di realizzazione un archivio armonizzato (archivio Disrel), che contiene i dati delle indagini locali sul reddito (si veda il sito http://www.fondazionegorrieri.it/jsps/160/Home.jsp . “Sulla base della nostra ricerca verrebbe infatti da osservare che, così come esistono più modelli di welfare a livello europeo, anche all’interno di un dato modello nazionale, pur se su scala minore, possono esistere molteplici varianti. Per un paese dualistico come l’Italia tale afermazione è forse scontata. Il caso di Modena è tuttavia stimolante, perché rappresenta, all’interno di un modello socio-economico nazionale arretrato, che viene collocato nella poco lusinghiera classe, elaborata da Maurizio Ferrera, del modello mediterraneo, l’innesto di aspetti che fanno quasi pensare a un modello nordico, una sorta di punta avanzata, anche se non unica nel nord del paese, ma comunque peculiare”(Baldini, Bosi e Silvestri, 2004, p. 12). Per un uso delle indicazioni che emergono da indagini locali in ambito di politiche abitative si veda: Caire Urbanistica, Questione abitativa e politiche per la casa, Comune di Reggio Emilia – Assessorato Progetto Casa – lavori pubblici, Febbraio 2008) Per una sintesi di alcune di queste applicazioni si vedano Baldini, Bosi e Silvestri (2004) e Baldini, Bosi, Guerra e Silvestri (2005). Sito VPPT: http://www.economia.unimore.it/sezioni/pag161.aspx?id=373&liv=3&numpag=161

Lo stato di salute della Politica Agricola Comunitaria

La revisione di medio termine della PAC del 2003 è stata attuata rapidamente e a partire dal 2007. Nonostante ciò, una nuova fase di revisione si è aperta proprio nel 2007 e dovrà  concludersi nel 2008. Si tratta di una revisione che nell’intenzione della Commissione si limita alla verifica dello “stato di salute” della politica agricola (Health check). Non occorre però dimenticare che alla fine del 2013 tutta la politica comunitaria, e con essa quella agricola, sarà  oggetto di grandi discussioni e ripensamenti quando scadranno gli accordi presi per il periodo finanziario 20072013. La revisione del 2008 è quindi importante perché con essa si avvia la discussione sulla vera e proprio riforma che dovrà  essere messa in piedi dopo il 2013. Il punto di partenza della discussione non può che essere la rilevanza della spesa della PAC e la sua struttura attuale. Nel bilancio del 2007 dell’Unione Europea le spese della politica agricola e per lo sviluppo rurale ammontano a 55 miliardi di euro, pari a oltre il 44% del bilancio complessivo di quasi 124 miliardi dell’Unione. La struttura delle spese per la politica agricola si è modificata profondamente dal 2004 soprattutto per effetto dell’applicazione della riforma di medio termine ed anche per gli effetti dell’allargamento. Nel 2007 le spese per interventi sui mercati si riducono notevolmente, a poco più di 5,7 miliardi, prevalentemente destinati alle produzioni vegetali, mentre aumentano notevolmente gli aiuti diretti agli agricoltori (Premio Unico), che superano i 36 miliardi di euro, di cui oltre 30 miliardi di aiuti diretti disaccoppiati (decoupled), e che quindi vengono erogati indipendentemente da cosa, quanto e se si produce. Restano solo 6 miliardi ancora accoppiati a produzioni specifiche. Le spese per lo sviluppo rurale superano i 12,4 miliardi e arrivano a rappresentare il 22% delle spese totali della PAC. Le proposte messe in campo dalla Commissione (settembre 2007), pur essendo presentate come un semplice tagliando di controllo sullo stato di salute della riforma della PAC (Health Check), si rivelano molto importanti anche in prospettiva di quel radicale cambiamento che ci si aspetta dopo il 2013. In realtà  la discussione ha già  evidenziato la rilevanza di alcuni di questi cambiamenti, a cominciare dalla procedura di “co-decisione” assegnata al Parlamento Europeo, che potrebbe, fra l’altro, ridefinire gli stessi obiettivi della politica contenuti nel vecchio articolo 33 del Trattato di Roma del 1958. Infatti, non è un caso, che le proposte della Commissione si sofermino su cambiamenti rivolti ad una “agricoltura più verde e al servizio della sicurezza alimentare”, che rendano più accettabile e giustificabile il sostegno all’agricoltura come salvaguarda delle risorse naturali e del paesaggio. La produzione di alimenti di qualità , maggiormente rispettosi della natura e capaci di soddisfare le esigenze di sicurezza alimentare (proprietà  igienicosanitarie e disponibilità  di alimenti), diventa uno degli obiettivi principali della politica agricola. Un altro elemento importate riguarda la ricerca di un “finanziamento più trasparente e più equo” della attuale politica agricola. La semplificazione degli aiuti trascina con se il completamento della riforma del 2003, con l’inglobamento di tutti gli aiuti alle aziende agricole nel Premio Unico (disaccoppiato), superando le attuali diferenze di applicazione dei singoli Stati, in cui si attuano diversi gradi di disaccoppiamento. In questa direzione si sono mosse in questi ultimi anni anche la riforma del OCM dello zucchero del 2006 (che ha visto il dimezzamento della produzione di barbabietole e la chiusura della metà  dei 13 zuccherifici presenti in Italia), e del settore dell’ortofrutta nel 2007, mentre sono in discussione quelle del settore vitivinicolo e del tabacco. Resta comunque ancora irrisolto il problema delle “quote latte”, che dovrebbe durare almeno fino al 2014, e degli aiuti al setaside per la non coltivazione della terra. Uno dei temi più scottanti in discussione riguarda però la maggiore equità  che si vuole dare alla politica agricola e in particolare al sostegno agli agricoltori attraverso il Premio Unico. Infatti, come noto, questo premio è stato calcolato sulla base del riferimento storico degli aiuti ricevuti in precedenza dai singoli agricoltori, nel periodo 2001-2003. In questo modo si sono consolidate le posizione di rendita e le perequazioni fra le diverse produzioni e tipologie aziendali. La maggiore equità  nella distribuzione degli aiuti dovrebbe quindi passare attraverso un sistema di “modulazione” che attenui il fatto che circa il 75% degli aiuti va oggi a poco più del 20% dei beneficiari. E’ curioso notare come lo stesso problema sia in discussione, nello stesso momento, anche negli Stati Uniti nel rinnovo del Farm Bill del 2002, dove la sperequazione è ancora più forte a favore degli agricoltori più grandi e efficienti (75% degli aiuti va al 10% delle aziende) e a livello territoriale (50% degli aiuti va a soli otto Stati). La modulazione, soprattutto se resa obbligatoria, può essere attuata con diverse modalità  che vanno dalla fissazione di un tetto massimo al Premio Unico per agricoltore (200-300 mila euro), ad un sistema di riduzione progressivo a partire da una soglia minima. Inoltre, con la modulazione possono essere introdotte delle misure di “regionalizzazione”, per attenuare i vantaggi che nel passato hanno favorito le regioni con maggiori seminativi e agricoltura più produttiva. L’applicazione della modulazione porta con se anche il problema della destinazione dei fondi che vengono per cosi dire “risparmiati”. La discussione prevalente riguarda la destinazione di questo “tesoretto”, come si direbbe in Italia, alla politica di sviluppo rurale, che quindi assumerebbe una maggiore importanza anche finanziaria rispetto al passato. Un problema di rilievo riguarda la sostenibilità  finanziaria delle spese della politica agricola al loro livello attuale, anche se, come abbiamo visto, la loro importanza relativa, si sta progressivamente ridimensionando. Il problema della sostenibilità  finanziaria della PAC si intreccia strettamente con l’altra grande revisione delle politiche comunitarie, che sempre nel 2008 – 2009 riguarderà  il bilancio complessivo dell’Unione (Budget review). In questo ambito si parla già  di un eventuale cofinanziamento nazionale della PAC, come già  avviene con le misure di sviluppo rurale, che sono cofinanziate con fondi regionali o nazionali in misura dal 50 al 70%. Lo spostamento delle risorse dal Primo pilastro (Premio Unico e sostegno di mercato) al secondo Pilastro (misure di sviluppo rurale), evidenziato in precedenza, di fatto rappresenta una tendenza verso un maggior grado di cofinanziamento della PAC. Fra i nuovi strumenti di politica agricola, sull’esempio di analoghe misure introdotte negli USA (pagamenti anti-ciclici), sta afermandosi la necessità  di un Fondo per la Gestione delle crisi di mercato, che attenui gli effetti negativi della forte variabilità  dei redditi in agricoltura. Le finalità  di questo fondo dovrebbero però non limitarsi ai rischi collegati all’andamento dei prezzi, ma includere fondi di mutualista che riguardino particolari filiere produttive o ampie realtà  territoriali o distretti, ma anche disastri naturali. In questi casi naturalmente occorrerà  applicare quel principio di sussidiarietà  (fra interventi europei, nazionali e regionali) molte volte evocato ma quasi mai applicato. Infine, ma non ultimo, il problema della collocazione ed afermazione dell’agricoltura europea nel mondo. Da un lato, c’è il problema dell’afermazione delle produzioni europee come produzioni di qualità , dall’altro, il problema degli accordi internazionali e regionali con gruppi di paesi. L’afermazione di un modello di produzioni di qualità  e con metodi più rispettosi della natura, richiede che queste caratteristiche del modo europeo di produzione vengano tutelate e valorizzate, non solo per il contributo che esse possono dare alla risoluzione di problemi globali come i cambiamenti climatici o l’utilizzazione di risorse in particolare delle acque. Allo stesso tempo, la grande dimensione raggiunta sui mercati mondiali dall’Unione a 27 Paesi, impone una maggiore attenzione agli accordi multilaterali, delle cui difficoltà  parleremo in seguito, ma anche di perseguire accordi regionali con gruppi di paesi, come gli accordi con i paesi tradizionalmente legati all’Unione (ACP Africani, Caraibici e Pacifico) ma anche con 50 paesi più poveri nell’ambito degli accordi EBA (Everything But Arms). La complessità  e vastità  dei problemi sollevati da quello che viene definito un semplice Health Check va ben oltre gli accordi che possono essere definiti entro il 2008, ed investe, come abbiamo detto, molte delle problematiche che andranno afrontate dopo il 2013, quando la revisione della politica agricola sarà  di nuovo ai primi punti dell’agenda dell’Unione Europea. Per giungere preparati a quell’appuntamento occorrerà  prepararsi per tempo, e a mia opinione personale, non è mai troppo tardi. Infatti, occorrerà  afrontare e trovare soluzioni per numerose questioni, molte delle quali sono ancora latenti o rinviate. Tanto per ricordarne alcune, basta pensare al problema degli Organismi Geneticamente Modificati, o a quello relativo all’utilizzazione a fini non agricoli (non solo energetici) dei prodotti o residui della produzione agricola e forestale. Più grandi e rilevanti problemi si afacciano però all’attenzione delle future azioni di politica agricola. Innanzi tutto, occorre prendere consapevolezza che le misure di politica agricola devono perdere il loro carattere strettamente settoriale, per collegarsi sempre più ad interventi che prendano in considerazione sempre di più l’intero sistema alimentare e le sue numerose e diversificate filiere e realtà  territoriali. Le politiche di ricerca, innovazione e formazione devono non solo essere coordinate, ma sviluppate in modo tale da afrontare i numerosi problemi concatenati che vanno dall’azienda alla tavola (from farm to fork) o viceversa (from fork to farm). La difusione attraverso l’unione delle migliori pratiche o forme organizzative di questo famoso triangolo di sviluppo rappresenta una delle sfide a cui deve rispondere lo sviluppo futuro dell’agricoltura europea.

Le politiche per l’afermazione di una significativa caratteristica distintiva dell’agricoltura europea nel panorama mondiale, deve fare riferimento al contributo rilevante che l’agricoltura può dare ai problemi della nutrizione, della dieta, della salute e della qualità  della vita che interessano quotidianamente i cittadini europei. Infatti, è sempre più evidente e riconosciuto il contributo significativo dell’alimentazione nella prevenzione di alcune importanti malattie e disfunzioni e nel migliorare i fabbisogni nutrizionali della popolazione. L’estensione della politica agricola ai problemi alimentari diventa quindi sempre più una necessaria per afermare lo stesso modello europeo di produzioni sicure e di qualità , maggiormente rispettose delle risorse naturali. Infatti, basta ricordare che se non si afermano politiche di educazione alimentare, il riconoscimento della qualità , della tipicità , dei modi di produzione non sarà  più percepito dai futuri consumatori, che già  oggi fanno fatica a conoscere la stagionalità  delle produzioni e ancora di più le caratteristiche dei prodotti tipici. Afrontare tematiche così complesse, come quelle brevemente accennate in precedenza, richiede l’avvio di sempre più attente e dettagliate analisi di “visione” strategiche sui cambiamenti che interesseranno i problemi strutturali dell’agricoltura e dell’alimentazione dei paesi europei nei prossimi decenni. A questi studi ed analisi va dedicato una attenzione maggiore non solo da parte delle Istituzioni Europee, Nazionali e Regionali, ma andranno coinvolti e resi consapevoli anche tutti gli attori e protagonisti interessati al sistema agroalimentare europeo.

I sentieri dell’urbanistica sociale che non conosciamo più

Per intenderci Il problema della casa torna alla ribalta, dopo anni di disinteresse, denunciando una crisi profonda sia nell’ambito del mercato (a una produzione dilagante che scuote l’assetto del territorio corrispondono paradossalmente prezzi in salita delle vendite e degli afitti), sia relativamente ai vecchi parametri di fabbisogno e ai modelli di intervento impostisi nell’housing sociale dal secondo dopoguerra in poi: lo stesso recupero dei quartieri di edilizia “popolare”, appartenenti a una stagione indubbiamente felice di politica della casa, oltre che qualitativamente difficile, sembra potere giocare oggi un ruolo quantitativamente marginale. Reggio nell’Emilia è fra le città  italiane e del Settentrione del paese che registrano scompensi particolarmente acuti nell’uso e nella domanda di abitazioni, a causa di un mutamento strutturale nella sua popolazione, non creato soltanto dall’immigrazione: l’indagine si sposta verso la sfera antropologico-culturale sullo sfondo del declino (“La fine dello Stato” non è il titolo dell’ultimo e sagacissimo libro di Hobsbawn?) dei compiti dell’operatore pubblico. Orizzonte problematico, incombente un po’ dappertutto, e meritevole di qualche chiarimento soprattutto dal primo punto di vista. La “città -concetto”, messa in campo da Michel de Certeau poco meno di vent’anni fa e che continua a influenzare, pur in mezzo a crescenti contraddizioni, le politiche locali e il mercato immobiliare, si regge su uno “spazio assoluto” del quale è protagonista l’”osservatore unico” di matrice rinascimentale; spazio scosso ai giorni nostri da un cimento di cui l’economia informale, che invade parti consistenti dello spazio pubblico, piuttosto che la cosiddetta “arte di strada” forniscono probabilmente e soltanto i primi sintomi. La ricerca di de Certeau è singolare per i campi che esplora fin dagli anni settanta del secolo scorso e, tuttavia, non estranea alla tendenza, emersa nel decennio precedente attraverso la neoavanguardia americana, tramite la creazione permanente e il rifiuto dell’interpretazione “professionale” dell’arte come, supporrei, di ogni altra attività  dell’ingegno: ha il merito di allargare il quadro, parlando di una “invenzione del quotidiano” da parte dell’uomo comune che non disconosce soltanto il modello della città  borghese, ultimo e consunto prodotto dello “spazio assoluto”, ma scrive di fatto un testo di cui non può essere conscio né che può tanto meno leggere. L’organizzazione dell’urbanità  abbandona un disegno consapevole e si dipana in episodiche modifiche dello spazio che restano “altro” rispetto alle rappresentazioni correnti della “città -concetto”: il gesto del “camminare” e la sua variabilità , indotta da ostacoli che obbligano a deviazioni, provocano scelte che li fa “essere” oltre che “apparire”, mettendo in gioco una gamma di opzioni irriducibili a una traccia grafica. L’”invenzione del quotidiano” sfugge alle rappresentazioni totalizzanti dello “spazio assoluto” come agli schemi del funzionalismo, ancora più care agli urbanisti, e rinvia a pratiche e modi di fare antropologici, poetici e mitici in dipendenza opaca dalla città  abitata; correlati a una “città  transumante e metaforica”, esemplarmente espressa dalla mobilità  dell’uomo metropolitano e nella “testualità ” sprigionata dalla sua esperienza quotidiana, invadono quella pianificata, regolata e leggibile convenzionalmente. De Certeau fa intravvedere una “omologìa” tra le figure verbali e quelle dei percorsi pedonali: il gesto del “camminare” non è estraneo all’ordine spaziale (non ha luogo altrove), ma non gli è neppure conforme (non ne trae la propria identità ). Lo “spazio agito” di de Certeau, come quello “conteso” di Saskia Sassen nella città  globale dove il conflitto si accende fra lo spazio centrale del potere economico e della residenza facoltosa e le aree di degrado occupate dai prestatori di lavoro povero chiamato a servirli, hanno disegnato da tempo una situazione che scuote in primis il modo rigido e statico degli urbanisti di rappresentare città  e territorio, ma, e soprattutto, che chiede loro e probabilmente a tutti di rinnovare la visione dell’una e dell’altro. E’ ancora de Certeau a illuminare il contrasto fra saperi istituzionali e vita quotidiana che si manifesta nello “spazio agito”: accanto al mutamento generato dai fenomeni più noti (rivoluzione cibernetica, globalizzazione e, aggiungerei, informatica) ci si imbatte in risorse e si scatenano soggetti sfuggenti alla sovranità  del moderno, tali da porre in risalto come l’impoverimento dei valori simbolici, operato sul territorio dalla riduzione funzionale dell’urbanistica, concorra alla criticità  delle nostre strutture spaziali. Il nuovo orizzonte problematico non è soltanto frutto del declino tecnico della nostra disciplina , né della contestazione fatta dell’esito dirigistico della pianificazione, tramite per esempio il capovolgimento del rapporto piano/governo e la supremazia accordata al progetto sul piano, ma anche da una compromissione del suolo che non cambierebbe di molto le cose, qualora sul territorio continuassimo a frantumarvi e a eliminarvi tracce, residui, rovine e gli usi o, comunque, i “nuclei” della territorialità  più aperti alla simbolizzazione. I luoghi di questo nuovo o diverso “discorso” sono sfuggiti e resteranno sfuggenti alla “sistematicità  urbanistica”, proprio e in quanto ne alterino “l’identità  funzionalista”, ma e soprattutto perché provocano nel luogo, convenzionalmente rappresentato e progettato, una erosione ovvero, come scrive de Certeau in anticipo su Augé, un “non luogo che vi scava la legge dell’altro”. Se nel simbolo è riconoscibile alla luce della stessa ermeneutica cui il nostro autore si ispira un segno pluristratificato e una possibilità  di senso non riducibile alle astrazioni della “sistematicità  urbanistica”, non diventa pressante un disegno di pianificazione e progettazione orientato simbolicamente?La ricerca “Questione abitativa e politiche per la casa”, predisposta dalla Cooperativa Ingegneri e Architetti di Reggio Emilia, vuole cogliere spunti e prospettive di un “laboratorio” animato da tre esigenze ben presenti nella situazione reggiana. PRIMA ESIGENZA E’ necessario alleggerire la pressione esercitata da un numero sempre maggiore di famiglie che, per vari motivi, non possono sostenere i costi dell’abitare; agendo sul mercato dell’afitto con il sostegno diretto (fondo sociale per l’afitto) e indiretto (strumenti di garanzia), ma soprattutto intraprendendo azioni volte ad ampliare quello non regolato da criteri speculativi. Occorre promuovere la partecipazione di nuovi operatori istituzionali per la messa a punto e la difusione di un “altro” housing sociale concepito alla luce di un welfare aggiornato. SECONDA ESIGENZA E’indispensabile studiare e valutare questi nuovi indirizzi così come sono venuti aforando negli altri Paesi dell’Europa avanzata e tornerebbe utile indagarli non soltanto nelle loro sperimentazioni recenti, ma lungo una vicenda che li anticipa, soprattutto negli USA, attraverso una serie di contraddizioni e conflitti, vivaci fin dagli anni venti del secolo scorso, atti a mettere in risalto (ancora Hobsbawn) il conflitto cittadinoconsumatore innescato dalla privatizzazione dei servizi oramai intrinseca alla crisi del vecchio welfare. TERZA ESIGENZA E’, da ultimo, impellente afancare a un rinnovamento degli strumenti e delle modalità  operative la ricerca di coordinamento e di confronto dei e fra i vari attori; migliorare l’osservazione e la diagnosi dei fenomeni in atto; favorire la promozione ed integrazione transdisciplinare; trasformare, infine, le caratteristiche del progetto edilizio e di quello urbanistico.