Autarchia generazionale

Esistono molte “quistioni” dei giovani. Due mi sembrano molto importanti [!] 1°) la subordinazione reale dei “giovani” agli “anziani” come generazione [!] 2°) gli anziani dominano di fatto, ma non riescono ad educare i giovani, a prepararli alla successione [!] questa situazione porta ai “quadri chiusi” di carattere feudale-militare, cioè inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.

Antonio Gramsci, Quaderno del carcere

Strano il recente destino del concetto di modernità  e modernizzazione: ad una popolarità  quasi esasperata nel linguaggio quotidiano dei mezzi di comunicazione di massa e nel discorso politico una difusione che nell’attuale dibattito pubblico italiano sembra conferire al concetto di “moderno” e “modernità ” un valore taumaturgico assoluto è andata di pari passo una sorta di “pudore” e di “timidezza” nella riflessione critica del pensiero politico. Ad una grande fortuna nella sociologia e nella scienza politica degli anni Cinquanta e Sessanta, e una sua declinazione storica nel discorso politico, è cioè seguito un lento ma progressivo depotenziamento dell’utilizzo politico della riflessione a tutto tondo sulle trasformazioni della società . E di conseguenza uno svuotamento del concetto stesso. Eventi traumatici e in larga misura inattesi hanno riacceso il dibattito colto sulla modernità  e modernizzazione, soprattutto nelle scienze sociali, recuperando una critica alle trasformazioni del capitalismo (leggasi globalizzazione) e al dispiegarsi di una società  post-industriale che ha come suo perno da un lato il passaggio dall’organizzazione del lavoro di tipo fordista-taylorista a forme automatizzate e flessibili, se non anarchiche, e dall’altro la sedimentazione di un sistema di relazioni economiche e culturali del tutto interdipendenti 1. L’epoca attuale intesa sia come espressione di una modernità  incompiuta o come radicalizzazione della modernità , la “società  del rischio” per dirla con le parole di Ulrich Beck 2, fatica a fare propria una visione di se stessa complessiva e comprensiva. Se da un lato quel particolare processo di trasformazione delle società  europee occidentali che definiamo, nel suo significato storicamente originario, modernizzazione si è ormai, nel xxi secolo, esteso a tutto il mondo “esportando” in tal modo conoscenze, informazioni, tecniche, simboli e immagini tradizionalmente occidentali dall’altro lato, tuttavia, sembra difficoltoso per le nostre società  individuare la priorità  nella corposa tassonomia delle sfide che la “modernità  post-moderna” pone ai sistemi socio-culturali e politici contemporanei. In altre parole, ha ancora senso oggi, nell’Italia post-affluente del 2008, riflettere ed interrogarsi sul concetto di modernità ? Che cosa è la modernità  e quali sono le sue contraddizioni? Quale oggi è la simbiosi fra modernità  e riforme? Quali risposte pretendere ed attendere dalla classe dirigente e dal sistema politico? Questione dei giovani e questione generazionale «La generazione immobile» 3 e il «Paese dove il tempo si è fermato» 4; il «Paese bloccato»5 o «congelato» 6 oppure il «Paese dei giovanivecchi» 7; il paese afetto da un’insanabile «sindrome di Dorian Gray» 8 e la «Repubblica della Terza età » 9. Molti sono stati i modi con cui si è tentato di descrivere la condizione dei giovani italiani e il suo precipitato sull’intero sistema-paese. La sottovalutazione o almeno, nei fatti, il sottoutilizzo delle fasce più giovani della popolazione adulta come classe dirigente in senso lato è ormai un carattere definitivo della società  e della politica italiana. Poche ma allarmanti cifre, fra quelle messe a disposizione dalle previsioni demografiche, sono sufficienti a gettare un’ombra sinistra sul futuro dell’Italia: alle difficoltà  occupazionali e di reddito si associa una spesa sociale poco generosa nei confronti delle nuove generazioni che contribuisce a mantenere inalterato un tasso di natalità  pressoché negativo. Una recente ricerca della Banca d’Italia ha evidenziato, come a fronte di un quadro generale di moderazione salariale, negli ultimi quindici anni le retribuzioni medie nette mensili si siano ridotte maggiormente per i giovani lavoratori e la spesa per i sussidi di disoccupazione sia la più bassa dell’Ue-15 10. Per non citare, è noto, quanto sia sbilanciata a favore delle generazioni anziane la quota di presenza nei posti dirigenziali, accademici e politici. I giovani, insomma, contano pochissimo (e in essi le giovani donne) 11. Un dato quest’ultimo che comparato alla situazione negli altri paesi europei ha ormai raggiunto livelli parossistici; un tema che è ormai stato così tanto utilizzato e citato dal dibattito pubblico e politico che rischia di suscitare noia, se non una qualche irritazione 12. à dunque la questione dei giovani la principale sfida che la modernità  “post-moderna” pone all’Italia? Esiste ancora nel nostro paese una relazione di causa-effetto fra modernizzazione e nuove generazioni? Da un punto di vista storico è a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta che la “gioventù” cessa di essere una categoria biologica/anagrafica per diventare una categoria sociale e sociologica. Nonché un potente segmento di mercato. La gioventù non è più semplicemente definibile come un momento di transizione all’età  adulta, ma si mostra come una fase della vita distinta dalle altre, capace di produrre un soggetto sociale che mette in scena comportamenti e stili di vita autonomi e chiaramente riconoscibili. La nascita dunque di una cultura giovanile e, soprattutto, sul finire del decennio Sessanta, di un’identità  politica autonoma va ricondotta su questo la storiografia è concorde all’irripetibile sviluppo che l’Occidente capitalistico vive per oltre due decenni. Consumi e ideologia, dunque, sono stati il nucleo propulsivo della questione giovanile che a partire dagli anni del miracolo economico ha fatto la sua comparsa prima in modo discreto e, col tanto (forse troppo?) celebrato ’68, poi in modo violento 13. Non vi è dubbio dunque che a livello antropologico e ad una comprensibile percezione difusa l’essere giovane venga associato ai processi di modernizzazione. Una sorta di legame ancestrale fra modernità  e questione giovanile. L’idea stessa di gioventù, del resto, corre lungo il crinale fra il cambiamento e la continuità . Da un lato è ancora apprendimento e integrazione, ma dall’altro è anticipazione, profezia, futuro, sperimentazione, trasgressione, novità ; e dunque scontro 14. La più recente letteratura demografica e sociologica, tuttavia, fatica a rintracciare i tratti di questo paradigma nella società  italiana contemporanea. Da un lato le ricerche mettono in discussione una visione stereotipata e totalizzante della “gioventù” e ci restituiscono un giovane che nella maggioranza risulta soddisfatto della propria vita e che rinviene soltanto nelle turbolenze adolescenziali i tratti del disagio; una generazione che fatica emotivamente a fare i conti con la complessità  della società  e che continua a delegare ai genitori i quali non va dimenticato sono felicemente e consapevolmente complici una buona fetta delle proprie responsabilità . In questo quadro, va nondimeno sottolineato, l’emancipazione delle ragazze dalla tutela della famiglia è più precoce, conseguenza del persistere di tradizioni legate al ruolo della donna che spinge le ragazze ad autonomizzarsi in tempi più brevi 15. Dall’altro lato e questo è forse il dato culturale più interessante si assiste ad una desemantizzazione della parola giovane, che perde il suo significato di delimitazione di un’età  anagrafica, e diventa quasi uno “stato dell’anima”. I dati sono emblematici: la percezione della vecchiaia si è spostata in avanti e comincerebbe solo dopo gli 80 anni (da notare, quasi in coincidenza con l’aspettativa di vita), mentre il limite per demarcare la giovinezza arriva alla soglia dei 40 anni (per coloro che hanno 45 anni). La gioventù, è stato scritto, oggi appare una foto scattata col grandangolo, che rafgura tutti, facendo coesistere all’interno della medesima “generazione”, quella “dei giovani”, persone di diverse “generazioni” 16. E dunque incapace di fornire spazi per un discorso culturale e politico”vero” per i giovani. Risulta di conseguenza difficile individuare una “questione giovanile” per l’Italia dell’inizio del xxi secolo. Non è, almeno dal nostro punto di vista, il problema dei giovani in quanto tale e come si è manifestato storicamente a rappresentare la nuova declinazione della sfida alla modernità . Con ciò non si intende di certo sottovalutare le contraddizioni e le difficoltà  con cui le nuove generazioni devono ogni giorno confrontarsi, in misura maggiore se le si compara alla medesime condizioni dei giovani negli altri paesi europei. Se il “precariato” una forma deteriore della parola flessibilità  che si è andato a sedimentare nell’uso della lingua negli ultimi dieci anni non è una condizione statisticamente così difusa, tuttavia, poiché una corretta interpretazione non è fatta soltanto dall’osservazione dei dati quantitativi ma anche, e soprattutto nel caso delle scienze sociali, dal dato qualitativo 17, il precariato è la causa di una difusa insicurezza e dunque è un’indubbia emergenza politica. Le generazioni più anziane i genitori dei giovani di oggi – che abbiano fatto il ’68 o che siano appartenuti alla “maggioranza silenziosa” hanno vissuto in una società  (relativamente) opulenta, dove la pulsione verso un benessere, non importa se dato concreto o mito mobilizzante, era un aspetto del quotidiano. La consapevolezza che l’aspettativa di sviluppo e di progresso sia venuta meno è invece il presupposto per i “giovani di oggi”. Anzi, il pessimismo si è forse trasformato in un atteggiamento culturale difuso, in una «filosofia pubblica» 18. E quindi, dal nostro punto di vista, una “questione generazionale” quella che affligge la modernizzazione italiana. Se possiamo concordare con chi ha denunciato l’insorgenza di un «populismo giovanilistico» 19 e, in parte, col demografo Rosina sulla diagnosi di una «rivoluzione giovanile dissinnescata» 20, tuttavia un importante motivo per non trascurare il dato anagrafico è quello relativo alla capacità  di lettura e di intervento sui cambiamenti in atto che una nuova generazione investita del “potere” di agire porterebbe inevitabilmente con sé. Pena, l’accentuazione di quella che sembra una naturale propensione italiana a difendere un (sempre più esile) benessere acquisito anziché investire nel futuro. Condannata all’”eterna giovinezza” la società  italiana, soprattutto al nord, sembra “vittima” e per l’uso “politicamente scorretto” di questo sostantivo ci assumiamo l’intera responsabilità  di una istituzionalizzazione ed idealizzazione delle generazioni che le stanno ai lati estremi: da un lato il soggetto-anziano, titolare di diritti a volte di privilegi e dall’altro il soggetto-bambino trasfigurato nell’icona del futuro, entrambi target, più virtuali che reali, di politiche sociali a volte inefficaci, a tratti ipocrite, che in un regime di risorse limitate de facto lasciano nel limbo dell’emarginazione un intera fascia di popolazione: i giovani “effettivi” alla ricerca di un’integrazione sociale e di un riconoscimento culturale autonomo. Una generazione schiacciata da un lato dall’epica o dalla litania dell’evento ’68 e dall’altro presto pressata dalle legittime richieste di rappresentanza di giovani più giovani. Un paese che investe principalmente sui vecchi, peraltro senza rendersene completamente conto, è destinato ad intraprendere un faticoso dialogo con la modernità .

  1. Cfr. A. Martinelli, La modernizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2004, 7ed.
  2. Cfr. U. Beck, Risikogesellschaft, Frankfurt, Suhrkamp, 1986; trad. it. La società  del rischio: verso una seconda modernità , Roma, Carocci, 2000.
  3. Cfr. La generazione immobile, in «Il Mulino», 3/2007, p. 463.
  4. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 482-488.
  5. Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, in «Il Mulino», 5/2007, pp. 795-804.
  6. Cfr. E. Galli della Loggia, Addio ai padri, in «Il Corriere della Sera», 2 aprile 2007.
  7. Cfr. M. Livi Bacci, Il Paese dei giovani-vecchi, in «Il Mulino», 3/2005, pp. 409-419.
  8. Cfr. A. Rosina, L’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian Gray, in «Il Mulino», 2/2006, pp. 293-300.
  9. Cfr. G. Violante, La Repubblica della Terza età , in www.lavoce.info.it, 18 maggio 2006.
  10. Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, in «Il Mulino», 1/2008, pp. 57-65.
  11. Cfr. M. Livi Bacci, G. De Santis, Le prerogative perdute dei giovani, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 472-481; T. Boeri, V. Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Milano, A. Mondadori, 2007.
  12. In un’intervista al settimanale «Gente» nell’agosto 2007 il Ministro degli esteri dimissionario Massimo D’Alema afermava che i giovani dovrebbero «farsi avanti e combattere per il loro futuro» come aveva fatto la sua generazione, quella del ‘68. Un topos, quello della comparazione “dispregiativa” con la generazione delle lotte studentesche, tanto sterile quanto storicamente inconsistente che tuttavia ha suscitato un non indiferente seguito. Altrettanto inefficacie, ci pare, la “mitizzazione” dell’evento ’68 che individua nella pura emulazione la panacea a tutte le difficoltà  dei giovani contemporanei. Cfr. D’Alema e i giovani e la nostalgia del ‘68, in «Il Corriere della Sera», 8 agosto 2008.
  13. Cfr. A. Marwick, The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy, and the United States, c.1958-c.1974, Oxford, Oxford University Press, 1998; Il seconlo dei giovani. Le nuove generazioni e la storia del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, A. Varni, Roma, Donzelli, 2004; L. Gorgolini, Un mondo di giovani. Culture e consumi dopo il 1950, in Identikit del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, Roma, Donzelli, 2004.
  14. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 482.
  15. Cfr. Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, a cura di C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Bologna, Il Mulino, 2007.
  16. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 487.
  17. Cfr. A. Frenda, Precariato: una percezione, in www.lavoce.info.it, 11 dicembre 2007; N. Forlani, M. Sorcioni, Giovani precari? Il lavoro dei giovani tra percezione e realtà , Milano, Denaro Libri, 2008.
  18. Cfr. A. Cavalli, Giovani non portagonisti, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 464-471.
  19. In un’intervista al «Corriere della sera» Giuliano Amato ha avvertito del rischio di esagerazione nel sottolineare lo scarso peso dei giovani nel nuovo partito democratico, mentre più netta è stata la posizione di Sartori il quale ha afermato che quella che conta è «l’età  del cervello». Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, cit., p. 796.
  20. Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, cit.

Cosa significa dirsi moderni oggi

Dopo l’11 settembre 2001 la modernità  del XXI secolo con le sue contraddizioni, si può misurare e cogliere dal rapporto inversamente proporzionale tra sicurezza e libertà . All’indomani dell’attentato alle torri gemelle in Occidente é stata avanzata una domanda di intervento regolativo in senso nettamente restrittivo. Domanda che si riflette sulle classiche funzioni di cui lo Stato si fa carico, di controllo e polizia 1. Con l’11 settembre la periferia o le molte periferie del pianeta si sono poste al centro frammentando il nostro sistema di valori. L’11 settembre ha dimostrato che essere moderni ai tempi nostri non significa essere più liberi. Il progresso, legato con un filo sottile al concetto di modernità , come ieri ha dimostrato che la difusione dei beni di consumo nella società  di massa non era in grado di sconfiggere la povertà  nel mondo, oggi non risolve il dilemma “libertà  o sicurezza”. Qui le teorie politiche si sprecano. Dalla prospettiva della democrazia cosmpolitica di Held si arriva ai foschi scenari di Huntigton dello scontro delle civiltà  2. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia analizzare, sia filosofica, antropologica, sociologica o teorico-politica, il rapporto sicurezza e libertà  non può esser pensato come un che di statico, ma soltanto come un rapporto dialettico in continua evoluzione e pertanto spesso contradditorio. Ai due lati vi sono due polarità , la Jihad e il McWorld, ovvero, il fondamentalismo e il neoliberismo (che avendo vinto sul comunismo oggi rappresenta l’Occidente). Nel mezzo si colloca il dibattito sul multiculturalismo con tutte le sue sfumature nel tentativo di dialogare con i due estremi. E ai margini, correnti e teorie la cui storia con quella dei due apici ha poco a che vedere. Quello che è avvenuto in televisione l’11 settembre ha ridefinito in via teorica e pratica il concetto della cittadinanza correlandolo con il rapporto libertà -sicurezza. Dall’11 settembre in avanti il violento riemergere del dilemma “libertà  o sicurezza” ha contaminato inevitabilmente altre sfere, tra le quali quelle di cittadinanza e democrazia. Ambiti che necessitano oggi di una nuova formula, di una nuova interpretazione, di un nuovo lessico adatto al mutamento dei tempi. La scelta di indagare il concetto di cittadinanza nasce da diverse ragioni. In primo luogo, chi scrive é convinto che cittadinanza sia ancora oggi un’idea strategica capace di illustrare, attraverso i suoi mutamenti, i progressi compiuti da una società . Secondo, la letteratura anglossassone indica come la nozione di cittadinanza sia stata assunta a categoria centrale di una concezione della democrazia, fedele ai principi della tradizione liberal-democratica 3. La cittadinanza ci permette in terzo luogo di connettere il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche a quello della qualità  della vita pubblica, come suggeriscono i moderni indicatori sociali, volti a misurare il benessere nelle società . La ricerca sulla qualità  della vita é cresciuta parallelamente alla disponibilità  di statistiche e dati sociali. Tra i fattori più studiati dal cosiddetto movimento degli indicatori sociali vi é quello della cittadinanza e di come essa viene concessa. Essa reclama, infatti, alla luce dei sempre più numerosi conflitti etnici, un costante monitoraggio 4. La nozione di cittadinanza connette poi i problemi di identità  collettiva in un contesto di recupero dei valori delle minoranze etniche. La cittadinanza, privilegiando il duplice punto di vista della titolarità  di diritti (entitlement) e della loro fruibilità  effettiva, consente anche di analizzare il sistema Stato dal basso verso l’alto (bottom up). Infine, essa focalizza la tensione fra tutela dei diritti soggettivi garantiti dallo Stato ai cittadini e il carattere tendenzialmente universale di questi diritti sullo sfondo di un processo di globalizzazione oggi esitente che fa dipendere sempre più la godibilità  effettiva di questi diritti soggettivi dalla possibilità  reale di una loro tutela internazionale. In questa ampia e variegata cornice, qui sommariamente accennata, cercheremo di rispondere ad un quesito chiamato ad animare il progetto politico delle future società . Quanto la nozione di cittadinanza può essere ancora presentata come un’idea strategica in continua espansione. E se tale espansione o integrazione sia indice o meno di progresso e di modernità . Detto in altri termini, colui che integra incarna l’uomo moderno? Uno dei risultati più efficaci dello Stato-Nazione storico é di avere inculcato nella cultura corrente, nel linguaggio pubblico e nel gergo burocratico l’equivalenza tra cittadinanza e nazionalità . Pare del tutto spontaneo infatti chiedere ad uno straniero a quale nazionalità  appartenga ovvero quale cittadinanza possieda 5. Due fenomeni nuovi ci impongono tuttavia un distinguo tra il concetto di cittadinanza e quello di nazionalità . Uno (di cui non ci occupiamo in questa sede) dettato dalla futura cittadinanza europea, cittadinanza metafisica almeno fino a quando persisterà  la mancanza di una reale volontà  politica da parte degli stati membri di costruire un soggetto politico nuovo che vada oltre a meri interessi economici. Un secondo fenomeno é invece dettato dalla presenza di immigrati che godono o aspirano a godere di alcuni diritti civili, sociali e persino politici pur mantenendo una nazionalità  straniera 6. Che impatto ha dunque l’immigrazione sul concetto occidentale di cittadinanza? Di fronte all’immigrazione, il concetto di integrazione politica si sintetizza nel problema della cittadinanza. Che cosa significa, infatti, integrare politicamente? Chi deve essere integrato politicamente? Quando un soggetto straniero deve essere integrato politicamente? Il sociologo Roger Nisbet ha rilevato due tradizioni di cittadinanza che nel processo multiculturale in atto sono venute a sovrapporsi l’una all’altra. Una prima, occidentale, una seconda asiatica. Nella prima si osserva un processo storico di cittadinizzazione (citizenization) dell’individuo come soggetto politico che sta direttamente di fronte allo Stato, senza la presenza di corpi intermedi, se si vuole questo processo é il frutto della Rivoluzione francese che poneva il nulla tra lo Stato e il cittadino. Nella seconda invece, con riferimento alla Cina e all’India, l’individuo è primariamente legato alla famiglia, al clan, al villaggio, alla corporazione, alla casta tanto che tra la singola persona e lo Stato ovvero l’ordine politico preposto non ci sono rapporti diretti e di interazione. La vita degli individui viene quindi contenuta da strati di autorità  intermedi che non arrivano, se non raramente, allo Stato, percepito come un organismo astratto quando non rarefatto 7. Tale distinzione apre una serie di interrogativi, mi limiterà³ a postularne un primo: in una società  multiculturale come é possibile giungere a una sintesi di due tradizioni antagoniste? Basterebbe riflettere forse su quest’ultimo quesito per comprendere i limiti intrinsechi al processo di integrazione e al rapporto complesso immigrazione-integrazione politica. Tuttavia l’impatto dell’immigrazione sui problemi della cittadinanza richiede un’analisi assai più complessa in vista di una cittadinanza capace di essere forma politica della coesione sociale. Il simbolo dell’integrazione politica in senso moderno per eccellenza, la cittadinanza, è percorso da segnali inquietanti. Oggi la maggior parte dei paesi é caratterizzata da diversità  culturale. Secondo alcune recenti stime, nei 184 stati indipendenti del mondo si trovano oltre 600 gruppi linguistici e ben 5.000 gruppi etnici. Sono ben pochi i paesi di cui si puà³ dire che tutti i cittadini condividono la stessa lingua o appartengono allo stesso gruppo etnonazionale. Queste diversità  sono allo stesso tempo fonte di potenziali divisioni. Le minoranze e le maggioranze si scontrano sempre più spesso su tematiche quali i diritti linguistici, l’autonomia regionale, la rappresentanza politica, i programmi educativi, le rivendicazioni territoriali, le politiche per l’immigrazione e la naturalizzazione, i simboli nazionali come le festività  pubbliche e persino i simboli religiosi (crocifisso, presepe, velo islamico). La più grande sfida per le moderne democrazie contemporanee consiste nel trovare soluzioni moralmente accettabili e politicamente praticabili a questi problemi. In Occidente gli assiomi fondanti della politica sono oggi messi in pericolo dagli scontri sui diritti degli immigrati e da una serie di questioni religiose ad essi correlate 8. Ed é proprio il multiculturalismo che ci pone di fronte ad un quesito sul quale si interrogano oggi i principali scienziati politici: fino a che punto é possibile concedere il diritto di cittadinanza che ascrive un soggetto a uno Stato nazionale, diventando limes in grado di separare il cittadino dallo straniero? Secondo il politologo Giovanni Sartori l’alternativa al multiculturalismo che prevede l’assimilazione é costituita dal pluralismo liberale che mira all’integrazione senza l’assimilazione. Secondo la teoria sartoriana il pluralismo liberale cerca di assimilare il troppo dissimile ma cerca anche per converso, di dissimilare il troppo eguale nel rispetto delle identità  che esistono e soprattutto dei valori, delle religioni non invasive e dei linguaggi di coloro che entrano a far parte di una cultura diversa. Egli cita a sostegno della sua tesi gli esempi della setta degli Amish negli Stati Uniti e quella dei mormoni presente nello Stato Utah. Cià³ detto, ricorda tuttavia che la troppa distanza ed eterogeneità  culturale sono spesso di ostacolo all’integrazione mettendola a rischio. Ed é qui il limite individuato da Sartori all’integrazione. Da cosa é dettato il troppo? Quali sono i criteri che individuano la troppa distanza? Da cosa sono costituiti? Spesso la troppa distanza ed eterogenità  culturale sono dettate dalle religioni quando esse diventano troppo invasive. Perché se é vero che il pluralismo pregia le diversità , il suo integrare ne deve pur sempre bloccare il potenziale di deflagrazione per poter incorporare le diferenze amalgamandole. Tale fertilizzazione reciproca tra culture diverse viene però messa in discussione ed impedita da quegli immigrati appartenenti ad una cultura teocratica che, respingendo il processo di assimilazione-acculturazione, si dichiarono a favore del separatismo. Per Sartori essi divengono quindi “nemici culturali” responsabili del mancato pluralismo perché intolleranti verso lo Stato che li accoglie 9. Se per Sartori una religione ostacola l’integrazione quando é invasiva, secondo il premio Nobel Amayrta Sen é sbagliato, da parte dell’occidente, ridurre tutto alla dimensione religiosa poiché si amplificano i rischi di conflitto. Sen critica dunque la visione riduzionista che trascura le diverse identità  e classifica il genere umano per religioni o civiltà . Concentrarsi soltanto sulla classificazione per religioni o per civiltà  secondo Sen induce a distorsioni societarie foriere di convinzioni grossolane, esemplificate dalla stentorea frase del tenente generale americano William Boykin che descriveva la propria battaglia contro i musulmani con: «Io so che il mio Dio é più grande del loro». Infine, la classificazione per religioni favorisce secondo Sen lo scontro di civiltà . L’idiozia di una comune intolleranza é una conseguenza ben facile, persino banale, da diagnosticare per il filosofo Sen 10. La questione genera in realtà  un problema molto più serio. Non é l’occidente o l’Europa di tradizione laica e abituata dai tempi delle guerre di religione a separare la sfera pubblica da quella religiosa a ridurre e a classificare il mondo utilizzando schemi reliogiosi ma il mondo islamico. Pare che Sen dimentichi nella sua analisi che i primi a produrre classificazioni su base religiosa siano proprio le comunità  musulmane che rifiutano l’integrazione e incoraggiano lo sviluppo di scuole islamiche, di centri culturali polivalenti e di luoghi dedicati al culto cui l’accesso é riservato esclusivamente a coloro che praticano la religione musulmana e finanziato dallo Stato ospitante. Fin dai tempi più remoti, le scuole confessionali, in Irlanda del Nord avevano alimentato il distanziamento politico fra cattolici e protestanti secondo una ripartizione conflittuale assegnata dall’infanzia e ora lo stesso metodo viene perseguito all’interno delle società  occidentali seminando ancora più alienazione e contribuendo a segmentare in modo profondo la società  (in Italia si ricordi, ad esempio, la polemica scoppiata riguardo al caso della scuola coranica di Milano). Una nazione democratica essendo fatta di radici etno culturali puà³ dunque cessare di esserlo. Quando si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione oltre alla sua struttura sociale viene meno il senso di reciproca appartenenza strorica. Per evitare tale rischio é bene ripensare la nazione alla luce dei diritti di una cittadinanza matura da concedere a coloro che vogliono sentirsi parte attiva nello Stato che li accoglie. Una lezione che si può trarre dalla tragedia dell’11 settembre è che una democrazia per funzionare ha bisogno di lealismo e solidarismo civico. Virtù civiche che non discendono semplicemente dal principio di cittadinanza ma esigono l’identificazione con una qualche comunità  concreta d’appartenenza 11. Le virtù civiche non sono innate ma devono essere prodotte attraverso un processo formativo fondato da comuni radici storiche e da comuni matrici etnoculturali. In caso di presenza di più ethnos perché avvenga la sintesi che produce le migliori virtù civiche é necessario che il nuovo ethnos riconosca quello preesistente. Pensare la nazione in chiave moderna significa pensarla come forma di integrazione civica. Tale integrazione presuppone quindi uno sforzo comune sia da parte dell’immigrato che entra a far parte di una comunità  nuova, sia dello Stato che deve, una volta integrato, fornirlo di diritti.à in questo mutuo, continuo e progressivo scambio che la nostra società  può dirsi moderna.

  1. Cfr. C. Saraceno, EEC Observatory on Policies to Combat Social Exclusion. Consolidated National Report, 1992, European Union Press; C. Saraceno, Una Persona, un Reddito, in Politica ed economia, Nr. 1, 1989, pp. 60-72. Cfr. S.Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione, Roma, Manifestolibri, 2000; Cfr. U.Beck, Che cosa è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società  planetaria (1997), trad. it. Roma, Carocci, 1999; J. Gray, Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento, trad. it., Milano, Ponte Alle Grazie, 1998.
  2. D.Held, A. McGrew, D.Glodblatt, J.Perraton, che cosa è la globalizzazione?, trad. it., Trieste, Asterios, 1999.
  3. D.Zolo (a cura di), La cittadinanza, appartenenza, identità , diritti, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp.VII-XII, T.H.Marshall, Class, Citizenship and Social Class, Chicago, Chicago University Press, 1964. (trad. It. Cittadinanza e classe sociale, Torino, UTET, 1976).
  4. Il Movimento degli indicatori sociali legato alla rivista scientifica Social Research. An international and Interdisciplinary Journal for Quality-ofLife Measurement, fondato nel 1974 ha dato vita all’Isqols (International Society for quality of lilife Studies) http:// market1.cob.vt.edu/isqols.
  5. G.E.Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit. p. 167.
  6. Molti segnali indicano che la questione dei diritti per gli immigrati verte più che
  7. R. Nisbet, Citizenship: two tradition, in Social Research, Vol.4., Nr.4, pp. 612-37.
  8. W. Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.7-21.
  9. G.Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2002.
  10. A. Sen, L’uomo a più identità , in Il Sole 24 Ore Domenica, domenica 3 settembre 2006, Nr.241, p.1.
  11. Cfr. G.E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit., pp. 30-37.

Idee a confronto sulle contraddizioni della modernità , sulle soluzioni possibili e come «in genere» ci si interroga, le si afronta e le si pratica.

Ha ancora senso oggi riflettere e di interrogarsi sul concetto di modernità ? che cosa è la modernità  e quali sono le sue contraddizioni? quali le reali e concrete sfide che essa presenta alla società  nel 2008? come si pone un’intellettualecontemporaneodifrontealladomandadimodernità delle società  contemporanee? Questi alcuni spunti, ma non i soli, dai quali partire. Altri, ci auguriamo, potrannoessereofertidachivorrà partecipareaquestospaziodidiscussione che intendiamo aperto e pronto ad accettare il confronto. L’obiettivo di questi primi interventi, va precisato, non è tanto quello di ofrire una risposta a cosa sia oggi la modernità , né come “definire” lamodernità ,néquellodiindagarestoricamentee/ofilosoficamentesui suoisviluppi-traguardoquestochelasciamoalledisciplinesociologiche e filosofiche. Piuttosto noi vogliamo presentare una “rassegna squisitamente personale” su quali visioni e proiezioni, aspettative e sfide un concetto così impegnativo è ancora in grado di suscitare nella riflessione di due “intellettuali in fieri”. Ofrire cioè una prospettiva del tutto personalepartendodalbagagliodiconoscenzee/oesperienzepropriodi ognunadelleautricisenzatuttaviafaredellacaratterizzazionedigenere unelemento”discriminante”(comeselaprospettivadelledonnefossedi persé”migliore”)maintendendolasemplicementeun”valoreaggiunto” del tutto casuale. Laprospettivadiquesto«breveviaggio»nellamodernità dunqueèquella di farsi guidare da «ispirazioni» ideologiche, culturali, sentimentali, intellettuali del tutto personali. L’idea ha preso spunto dall’editoriale scritto dallo stesso Baldini e pubblicato nel numero 9-10 uscito nel giugno 2007. Questi che presentiamo sono i primi 2 di una lunga serie, ci auguriamo, di interventi che vedrannodialogarebackgroundculturali,identità politiche,specificità ideologiche, esperienze umane, individualità  diferenti fra loro ma accomunate dalla passione civile della riflessione intellettuale.