Uno”sguardo lungo” alle settimane sociali dei cattolici per la crescita dell’Italia: il contributo di Giovanni Quaglia

Da alcuni decenni a questa parte il concetto e talora lo stesso termine di”bene comune” è andato eclissandosi, tanto nel linguaggio scientifico quanto nel dibattito politico. Nonostante la sua lunga storia (la sua prima formulazione risale almeno ad Aristotele, e dunque data di poco meno di 2500 anni ) questa categoria di pensiero è stata progressivamente eclissata da formule del tipo di “interesse generale” o di “bene pubblico” o di”bene della collettività ” e via dicendo. Era dunque opportuno che la più qualificata espressione del cattolicesimo italiano che guarda alla società , cioè l’istituzione nota come “Settimana sociale dei cattolici Italiani”, dal 1991 impostate e dirette da un apposito Comitato Scientifico e Organizzatore di emanazione della C.E.I. Conferenza Episcopale Italiana, proprio su questo tema incentrasse i suoi lavori nelle sedi di Pistoia e di Pisa (18-21 ottobre 2007), ricordando così in questo modo, ed assai degnamente, il centenario della sua fondazione, avvenuta nel lontano 1907 per impulso di Giuseppe Toniolo, grande figura di economista e teorico della “democrazia cristiana”, promotore di opere sociali e culturali, di cui è in corso il processo di beatificazione da parte della Chiesa Cattolica. E’ proprio in preparazione di quel significativo evento che il Prof. Giovanni Quaglia, uomo di poliedrici interessi e di impegni politico-sociali, docente di Economia all’Università  di Torino, presidente della Provincia di Cuneo dal 1998 al 2004, ha voluto pubblicare con l’Editore Aragno, una saggio di notevole interesse, scorrevole quanto documentato, dal titolo “Le Settimane Sociali ( 1907- 2007 )- Un confronto per la crescita dell’ Italia”. Un lavoro che sicuramente non perde di attualità  ad evento avvenuto, ma serve a stimolare e riproporre una riflessione di fondo come dice Savino Pezzotta nella presentazione “a fronte di questa nuova complessità  sociale, economica, politica e culturale, ha ancora significato parlare di bene comune? Se sì, allora va collocato nella dimensione mondo, e collegato ad una appartenenza che si dilata ed articola, capace di generare nuova solidarietà  che scaturisce dalla consapevolezza dell’appartenenza comune all’umano e all’attenzione premurosa verso ogni vivente e i luoghi che consentono il vivere. Ecco qui il sorgere del primato della persona come elemento attorno al quale fuor ruotare ogni impegno ed agire sociale, politico ed economico”. C’è quindi una sintonia tra questo approccio del fondatore di “Officina 2007 movimento per la buona politica” e la dedica che l’autore fa al suo paese natio: “Alla comunità  di Genola, dove ho compiuto i primi passi di amministratore pubblico e ho imparato il rispetto per ogni persona e per le istituzioni”. Qui c’è tutto il senso di un cristiano che crede e vive profondamente l’impegno politico e sociale! Il volume è arricchito da una solida prefazione, e non di maniera, dello studioso del Movimento Cattolico dell’Università  di Parma, prof. Giorgio Campanini, che ripercorre le grandi stagioni del cammino storico delle Settimane sociali, sui problemi tuttora aperti e sui rischi ma anche sulle opportunità  che può presentare, fare di queste occasioni “un luogo qualificato di espressione e crescita dei fedeli laici” oltre che “un laboratorio cuturale nel quale si comunicano riflessioni ed esperienze, si studiano i problemi emergenti e si individuano nuovi strumenti operativi”. Va forse, ricordato per inciso che nella prima Settimana sociale del 1907, oltre ad afrontare il tema generale “Movimento Cattolico e Azione Sociale”, alcune sessioni di lavoro vennero dedicate ad istruire e preparare professionalmente, anche sul piano tecnico-amministrativo, i dirigenti delle allora cooperative e casse rurali cattoliche, particolarmente avversate dalle componenti massoniche e dalle leghe socialiste. La struttura del libro si articola in tre parti: nella prima si tratta delle Settimane sociali dal 1907 al secondo dopoguerra e in particolare dal 1945 al 1970, mettendone in evidenza i caratteri, quelle a cavallo fra l’epoca liberale ed il regime fascista (che ne comportò l’interruzione nel 1934) e quelle dalle ripresa nel 1945. Significativo il tema di quest’ultima “Costituzione e Costituente”, che in un certo senso ha posto la basi culturali del formidabile apporto dei cattolici (Dossetti, La Pira, Moro, ecc.) alla Carta Costituzionale del ’48. Nella seconda parte vengono messi in luce i temi delle due assise del 1991 (I cattolici italiani e le nuova giovinezza dell’Europa) e del 1993 (Identità  nazionale, democrazia e bene comune). La terza parte si riferisce invece alle Settimane di Napoli nel 1999 (Quale società  civile per l’Italia di domani?) e di Bologna nel 2004 (La democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri), più vicini nel tempo e che consentono all’autore una ponderata disamina sulle questioni cruciali, quali la capacità  della società  civile “nostrana” di dare impulso alla crescita della democrazia. Tema purtroppo ancora in campo nell’odierna congiuntura politica culturale, laddove si registra sempre minor partecipazione dal basso ed una maggiore autoriferenzialità  nei vertici politicoistituzionali. Il capitolo finale del volume è lasciato ad una postfazione del teologo Giannino Piana, che partendo dalla constatazione che la concezione del bene comune vive momenti di crisi non banali, ascrivibili a “una pluralità  di ragioni, riconducibili in ultima analisi, alla svolta individualistica che ha contrassegnato,fin dalla nascita, la cultura moderna e che si è sempre più accentuata con il trascorrere del tempo”. Tuttavia continua Piana se vogliamo che questo concetto torni ad essere credibile, deve essere ripensata la sua struttura insieme ai suoi contenuti tipici. Una operazione che ha bisogno di un grande lavoro di elaborazione intellettuale. Al riguardo indica due istanze interessanti e significative per avere dei criteri di analisi e di proposta: primo, una più stretta (e feconda) coniugazione fra il “personale” e il “sociale”, se si vuole, una maggiore integrazione fra soggettività  e socialità  ; secondo , ripensare il concetto di bene comune in una prospettiva universalistica. In questo modo il bene comune riacquista una pregnate attualità , anche in funzione della riscoperta (anzitutto etica) della politica come attività  alta e nobile, azione umana sintetica e globale di servizio agli uomini tutti. Una riflessione finale vorrei fare proprio prendendo lo spunto dal lavoro di Quaglia e che riguarda il bene comune come categoria economica e finanziaria, a partire da una lettura della prima enciclica di Papa Benedetto XVI, che fa Luigino Bruni dell’Università  Bicocca. Egli annota come” sul versante pubblico la dimensione dell’amore incondizionale è stata afdata, nella tradizione europea, primariamente allo Stato (il cosiddetto “Welfare State”) e in via sussidiaria alla società  civile (chiese, associazioni, ecc). Lo studioso milanese, che appartiene al gruppo dell “economia civile” con Zamagni ad altri, precisa “Sono convinto che la sfida dell’ oggi, cui invita l’Enciclica Deus Caritas Est, sia riproporre la forma dell’amore agapico (un concetto dell’amore ripreso dalla metodologia delle scienze sociali: eros, philia e agape) da mettere al centro della vita della città  ( polis ): l’umanesimo cristiano non può accettare che la dimensione agapica dell’amore la sua forma originale dell’amore resti confinata nella sola sfera privata o che svolga un ruolo residuale o sussidiario. Una società  post-moderna, fra l’altro, che perdesse il contatto con l’agape nella fera pubblica lo perderebbe presto anche nella sfera privata, poichè nelle società  globalizzate un velo sepraratore che si sta squarciando è proprio quello che delimitava il confine fra pubblico e privato”. E’ in fondo la ripresa di un concetto tanto caro ad un economista italiano, poco conosciuto, dell’ ‘800, Antonio Genovesi, che non parlava più di beni pubblici, per il bene comune, ma dell’ idea agapica di “far felici gli altri”. E’ sicuramente un bel salto rispetto alle concezioni correnti. Soprattutto il “bene” non è dato in riferimento alla materialità  dell’uomo, ma in riferimento alla dimensione, insieme spirituale e fisica, della persona.

Autarchia generazionale

Esistono molte “quistioni” dei giovani. Due mi sembrano molto importanti [!] 1°) la subordinazione reale dei “giovani” agli “anziani” come generazione [!] 2°) gli anziani dominano di fatto, ma non riescono ad educare i giovani, a prepararli alla successione [!] questa situazione porta ai “quadri chiusi” di carattere feudale-militare, cioè inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.

Antonio Gramsci, Quaderno del carcere

Strano il recente destino del concetto di modernità  e modernizzazione: ad una popolarità  quasi esasperata nel linguaggio quotidiano dei mezzi di comunicazione di massa e nel discorso politico una difusione che nell’attuale dibattito pubblico italiano sembra conferire al concetto di “moderno” e “modernità ” un valore taumaturgico assoluto è andata di pari passo una sorta di “pudore” e di “timidezza” nella riflessione critica del pensiero politico. Ad una grande fortuna nella sociologia e nella scienza politica degli anni Cinquanta e Sessanta, e una sua declinazione storica nel discorso politico, è cioè seguito un lento ma progressivo depotenziamento dell’utilizzo politico della riflessione a tutto tondo sulle trasformazioni della società . E di conseguenza uno svuotamento del concetto stesso. Eventi traumatici e in larga misura inattesi hanno riacceso il dibattito colto sulla modernità  e modernizzazione, soprattutto nelle scienze sociali, recuperando una critica alle trasformazioni del capitalismo (leggasi globalizzazione) e al dispiegarsi di una società  post-industriale che ha come suo perno da un lato il passaggio dall’organizzazione del lavoro di tipo fordista-taylorista a forme automatizzate e flessibili, se non anarchiche, e dall’altro la sedimentazione di un sistema di relazioni economiche e culturali del tutto interdipendenti 1. L’epoca attuale intesa sia come espressione di una modernità  incompiuta o come radicalizzazione della modernità , la “società  del rischio” per dirla con le parole di Ulrich Beck 2, fatica a fare propria una visione di se stessa complessiva e comprensiva. Se da un lato quel particolare processo di trasformazione delle società  europee occidentali che definiamo, nel suo significato storicamente originario, modernizzazione si è ormai, nel xxi secolo, esteso a tutto il mondo “esportando” in tal modo conoscenze, informazioni, tecniche, simboli e immagini tradizionalmente occidentali dall’altro lato, tuttavia, sembra difficoltoso per le nostre società  individuare la priorità  nella corposa tassonomia delle sfide che la “modernità  post-moderna” pone ai sistemi socio-culturali e politici contemporanei. In altre parole, ha ancora senso oggi, nell’Italia post-affluente del 2008, riflettere ed interrogarsi sul concetto di modernità ? Che cosa è la modernità  e quali sono le sue contraddizioni? Quale oggi è la simbiosi fra modernità  e riforme? Quali risposte pretendere ed attendere dalla classe dirigente e dal sistema politico? Questione dei giovani e questione generazionale «La generazione immobile» 3 e il «Paese dove il tempo si è fermato» 4; il «Paese bloccato»5 o «congelato» 6 oppure il «Paese dei giovanivecchi» 7; il paese afetto da un’insanabile «sindrome di Dorian Gray» 8 e la «Repubblica della Terza età » 9. Molti sono stati i modi con cui si è tentato di descrivere la condizione dei giovani italiani e il suo precipitato sull’intero sistema-paese. La sottovalutazione o almeno, nei fatti, il sottoutilizzo delle fasce più giovani della popolazione adulta come classe dirigente in senso lato è ormai un carattere definitivo della società  e della politica italiana. Poche ma allarmanti cifre, fra quelle messe a disposizione dalle previsioni demografiche, sono sufficienti a gettare un’ombra sinistra sul futuro dell’Italia: alle difficoltà  occupazionali e di reddito si associa una spesa sociale poco generosa nei confronti delle nuove generazioni che contribuisce a mantenere inalterato un tasso di natalità  pressoché negativo. Una recente ricerca della Banca d’Italia ha evidenziato, come a fronte di un quadro generale di moderazione salariale, negli ultimi quindici anni le retribuzioni medie nette mensili si siano ridotte maggiormente per i giovani lavoratori e la spesa per i sussidi di disoccupazione sia la più bassa dell’Ue-15 10. Per non citare, è noto, quanto sia sbilanciata a favore delle generazioni anziane la quota di presenza nei posti dirigenziali, accademici e politici. I giovani, insomma, contano pochissimo (e in essi le giovani donne) 11. Un dato quest’ultimo che comparato alla situazione negli altri paesi europei ha ormai raggiunto livelli parossistici; un tema che è ormai stato così tanto utilizzato e citato dal dibattito pubblico e politico che rischia di suscitare noia, se non una qualche irritazione 12. à dunque la questione dei giovani la principale sfida che la modernità  “post-moderna” pone all’Italia? Esiste ancora nel nostro paese una relazione di causa-effetto fra modernizzazione e nuove generazioni? Da un punto di vista storico è a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta che la “gioventù” cessa di essere una categoria biologica/anagrafica per diventare una categoria sociale e sociologica. Nonché un potente segmento di mercato. La gioventù non è più semplicemente definibile come un momento di transizione all’età  adulta, ma si mostra come una fase della vita distinta dalle altre, capace di produrre un soggetto sociale che mette in scena comportamenti e stili di vita autonomi e chiaramente riconoscibili. La nascita dunque di una cultura giovanile e, soprattutto, sul finire del decennio Sessanta, di un’identità  politica autonoma va ricondotta su questo la storiografia è concorde all’irripetibile sviluppo che l’Occidente capitalistico vive per oltre due decenni. Consumi e ideologia, dunque, sono stati il nucleo propulsivo della questione giovanile che a partire dagli anni del miracolo economico ha fatto la sua comparsa prima in modo discreto e, col tanto (forse troppo?) celebrato ’68, poi in modo violento 13. Non vi è dubbio dunque che a livello antropologico e ad una comprensibile percezione difusa l’essere giovane venga associato ai processi di modernizzazione. Una sorta di legame ancestrale fra modernità  e questione giovanile. L’idea stessa di gioventù, del resto, corre lungo il crinale fra il cambiamento e la continuità . Da un lato è ancora apprendimento e integrazione, ma dall’altro è anticipazione, profezia, futuro, sperimentazione, trasgressione, novità ; e dunque scontro 14. La più recente letteratura demografica e sociologica, tuttavia, fatica a rintracciare i tratti di questo paradigma nella società  italiana contemporanea. Da un lato le ricerche mettono in discussione una visione stereotipata e totalizzante della “gioventù” e ci restituiscono un giovane che nella maggioranza risulta soddisfatto della propria vita e che rinviene soltanto nelle turbolenze adolescenziali i tratti del disagio; una generazione che fatica emotivamente a fare i conti con la complessità  della società  e che continua a delegare ai genitori i quali non va dimenticato sono felicemente e consapevolmente complici una buona fetta delle proprie responsabilità . In questo quadro, va nondimeno sottolineato, l’emancipazione delle ragazze dalla tutela della famiglia è più precoce, conseguenza del persistere di tradizioni legate al ruolo della donna che spinge le ragazze ad autonomizzarsi in tempi più brevi 15. Dall’altro lato e questo è forse il dato culturale più interessante si assiste ad una desemantizzazione della parola giovane, che perde il suo significato di delimitazione di un’età  anagrafica, e diventa quasi uno “stato dell’anima”. I dati sono emblematici: la percezione della vecchiaia si è spostata in avanti e comincerebbe solo dopo gli 80 anni (da notare, quasi in coincidenza con l’aspettativa di vita), mentre il limite per demarcare la giovinezza arriva alla soglia dei 40 anni (per coloro che hanno 45 anni). La gioventù, è stato scritto, oggi appare una foto scattata col grandangolo, che rafgura tutti, facendo coesistere all’interno della medesima “generazione”, quella “dei giovani”, persone di diverse “generazioni” 16. E dunque incapace di fornire spazi per un discorso culturale e politico”vero” per i giovani. Risulta di conseguenza difficile individuare una “questione giovanile” per l’Italia dell’inizio del xxi secolo. Non è, almeno dal nostro punto di vista, il problema dei giovani in quanto tale e come si è manifestato storicamente a rappresentare la nuova declinazione della sfida alla modernità . Con ciò non si intende di certo sottovalutare le contraddizioni e le difficoltà  con cui le nuove generazioni devono ogni giorno confrontarsi, in misura maggiore se le si compara alla medesime condizioni dei giovani negli altri paesi europei. Se il “precariato” una forma deteriore della parola flessibilità  che si è andato a sedimentare nell’uso della lingua negli ultimi dieci anni non è una condizione statisticamente così difusa, tuttavia, poiché una corretta interpretazione non è fatta soltanto dall’osservazione dei dati quantitativi ma anche, e soprattutto nel caso delle scienze sociali, dal dato qualitativo 17, il precariato è la causa di una difusa insicurezza e dunque è un’indubbia emergenza politica. Le generazioni più anziane i genitori dei giovani di oggi – che abbiano fatto il ’68 o che siano appartenuti alla “maggioranza silenziosa” hanno vissuto in una società  (relativamente) opulenta, dove la pulsione verso un benessere, non importa se dato concreto o mito mobilizzante, era un aspetto del quotidiano. La consapevolezza che l’aspettativa di sviluppo e di progresso sia venuta meno è invece il presupposto per i “giovani di oggi”. Anzi, il pessimismo si è forse trasformato in un atteggiamento culturale difuso, in una «filosofia pubblica» 18. E quindi, dal nostro punto di vista, una “questione generazionale” quella che affligge la modernizzazione italiana. Se possiamo concordare con chi ha denunciato l’insorgenza di un «populismo giovanilistico» 19 e, in parte, col demografo Rosina sulla diagnosi di una «rivoluzione giovanile dissinnescata» 20, tuttavia un importante motivo per non trascurare il dato anagrafico è quello relativo alla capacità  di lettura e di intervento sui cambiamenti in atto che una nuova generazione investita del “potere” di agire porterebbe inevitabilmente con sé. Pena, l’accentuazione di quella che sembra una naturale propensione italiana a difendere un (sempre più esile) benessere acquisito anziché investire nel futuro. Condannata all’”eterna giovinezza” la società  italiana, soprattutto al nord, sembra “vittima” e per l’uso “politicamente scorretto” di questo sostantivo ci assumiamo l’intera responsabilità  di una istituzionalizzazione ed idealizzazione delle generazioni che le stanno ai lati estremi: da un lato il soggetto-anziano, titolare di diritti a volte di privilegi e dall’altro il soggetto-bambino trasfigurato nell’icona del futuro, entrambi target, più virtuali che reali, di politiche sociali a volte inefficaci, a tratti ipocrite, che in un regime di risorse limitate de facto lasciano nel limbo dell’emarginazione un intera fascia di popolazione: i giovani “effettivi” alla ricerca di un’integrazione sociale e di un riconoscimento culturale autonomo. Una generazione schiacciata da un lato dall’epica o dalla litania dell’evento ’68 e dall’altro presto pressata dalle legittime richieste di rappresentanza di giovani più giovani. Un paese che investe principalmente sui vecchi, peraltro senza rendersene completamente conto, è destinato ad intraprendere un faticoso dialogo con la modernità .

  1. Cfr. A. Martinelli, La modernizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2004, 7ed.
  2. Cfr. U. Beck, Risikogesellschaft, Frankfurt, Suhrkamp, 1986; trad. it. La società  del rischio: verso una seconda modernità , Roma, Carocci, 2000.
  3. Cfr. La generazione immobile, in «Il Mulino», 3/2007, p. 463.
  4. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 482-488.
  5. Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, in «Il Mulino», 5/2007, pp. 795-804.
  6. Cfr. E. Galli della Loggia, Addio ai padri, in «Il Corriere della Sera», 2 aprile 2007.
  7. Cfr. M. Livi Bacci, Il Paese dei giovani-vecchi, in «Il Mulino», 3/2005, pp. 409-419.
  8. Cfr. A. Rosina, L’Italia che invecchia e la sindrome di Dorian Gray, in «Il Mulino», 2/2006, pp. 293-300.
  9. Cfr. G. Violante, La Repubblica della Terza età , in www.lavoce.info.it, 18 maggio 2006.
  10. Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, in «Il Mulino», 1/2008, pp. 57-65.
  11. Cfr. M. Livi Bacci, G. De Santis, Le prerogative perdute dei giovani, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 472-481; T. Boeri, V. Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Milano, A. Mondadori, 2007.
  12. In un’intervista al settimanale «Gente» nell’agosto 2007 il Ministro degli esteri dimissionario Massimo D’Alema afermava che i giovani dovrebbero «farsi avanti e combattere per il loro futuro» come aveva fatto la sua generazione, quella del ‘68. Un topos, quello della comparazione “dispregiativa” con la generazione delle lotte studentesche, tanto sterile quanto storicamente inconsistente che tuttavia ha suscitato un non indiferente seguito. Altrettanto inefficacie, ci pare, la “mitizzazione” dell’evento ’68 che individua nella pura emulazione la panacea a tutte le difficoltà  dei giovani contemporanei. Cfr. D’Alema e i giovani e la nostalgia del ‘68, in «Il Corriere della Sera», 8 agosto 2008.
  13. Cfr. A. Marwick, The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy, and the United States, c.1958-c.1974, Oxford, Oxford University Press, 1998; Il seconlo dei giovani. Le nuove generazioni e la storia del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, A. Varni, Roma, Donzelli, 2004; L. Gorgolini, Un mondo di giovani. Culture e consumi dopo il 1950, in Identikit del Novecento, a cura di P. Sorcinelli, Roma, Donzelli, 2004.
  14. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 482.
  15. Cfr. Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, a cura di C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Bologna, Il Mulino, 2007.
  16. Cfr. I. Diamanti, Il Paese dove il tempo si è fermato, cit., p. 487.
  17. Cfr. A. Frenda, Precariato: una percezione, in www.lavoce.info.it, 11 dicembre 2007; N. Forlani, M. Sorcioni, Giovani precari? Il lavoro dei giovani tra percezione e realtà , Milano, Denaro Libri, 2008.
  18. Cfr. A. Cavalli, Giovani non portagonisti, in «Il Mulino», 3/2007, pp. 464-471.
  19. In un’intervista al «Corriere della sera» Giuliano Amato ha avvertito del rischio di esagerazione nel sottolineare lo scarso peso dei giovani nel nuovo partito democratico, mentre più netta è stata la posizione di Sartori il quale ha afermato che quella che conta è «l’età  del cervello». Cfr. F.C. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, cit., p. 796.
  20. Cfr. A. Rosina, 2008, perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, cit.

Cosa significa dirsi moderni oggi

Dopo l’11 settembre 2001 la modernità  del XXI secolo con le sue contraddizioni, si può misurare e cogliere dal rapporto inversamente proporzionale tra sicurezza e libertà . All’indomani dell’attentato alle torri gemelle in Occidente é stata avanzata una domanda di intervento regolativo in senso nettamente restrittivo. Domanda che si riflette sulle classiche funzioni di cui lo Stato si fa carico, di controllo e polizia 1. Con l’11 settembre la periferia o le molte periferie del pianeta si sono poste al centro frammentando il nostro sistema di valori. L’11 settembre ha dimostrato che essere moderni ai tempi nostri non significa essere più liberi. Il progresso, legato con un filo sottile al concetto di modernità , come ieri ha dimostrato che la difusione dei beni di consumo nella società  di massa non era in grado di sconfiggere la povertà  nel mondo, oggi non risolve il dilemma “libertà  o sicurezza”. Qui le teorie politiche si sprecano. Dalla prospettiva della democrazia cosmpolitica di Held si arriva ai foschi scenari di Huntigton dello scontro delle civiltà  2. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia analizzare, sia filosofica, antropologica, sociologica o teorico-politica, il rapporto sicurezza e libertà  non può esser pensato come un che di statico, ma soltanto come un rapporto dialettico in continua evoluzione e pertanto spesso contradditorio. Ai due lati vi sono due polarità , la Jihad e il McWorld, ovvero, il fondamentalismo e il neoliberismo (che avendo vinto sul comunismo oggi rappresenta l’Occidente). Nel mezzo si colloca il dibattito sul multiculturalismo con tutte le sue sfumature nel tentativo di dialogare con i due estremi. E ai margini, correnti e teorie la cui storia con quella dei due apici ha poco a che vedere. Quello che è avvenuto in televisione l’11 settembre ha ridefinito in via teorica e pratica il concetto della cittadinanza correlandolo con il rapporto libertà -sicurezza. Dall’11 settembre in avanti il violento riemergere del dilemma “libertà  o sicurezza” ha contaminato inevitabilmente altre sfere, tra le quali quelle di cittadinanza e democrazia. Ambiti che necessitano oggi di una nuova formula, di una nuova interpretazione, di un nuovo lessico adatto al mutamento dei tempi. La scelta di indagare il concetto di cittadinanza nasce da diverse ragioni. In primo luogo, chi scrive é convinto che cittadinanza sia ancora oggi un’idea strategica capace di illustrare, attraverso i suoi mutamenti, i progressi compiuti da una società . Secondo, la letteratura anglossassone indica come la nozione di cittadinanza sia stata assunta a categoria centrale di una concezione della democrazia, fedele ai principi della tradizione liberal-democratica 3. La cittadinanza ci permette in terzo luogo di connettere il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche a quello della qualità  della vita pubblica, come suggeriscono i moderni indicatori sociali, volti a misurare il benessere nelle società . La ricerca sulla qualità  della vita é cresciuta parallelamente alla disponibilità  di statistiche e dati sociali. Tra i fattori più studiati dal cosiddetto movimento degli indicatori sociali vi é quello della cittadinanza e di come essa viene concessa. Essa reclama, infatti, alla luce dei sempre più numerosi conflitti etnici, un costante monitoraggio 4. La nozione di cittadinanza connette poi i problemi di identità  collettiva in un contesto di recupero dei valori delle minoranze etniche. La cittadinanza, privilegiando il duplice punto di vista della titolarità  di diritti (entitlement) e della loro fruibilità  effettiva, consente anche di analizzare il sistema Stato dal basso verso l’alto (bottom up). Infine, essa focalizza la tensione fra tutela dei diritti soggettivi garantiti dallo Stato ai cittadini e il carattere tendenzialmente universale di questi diritti sullo sfondo di un processo di globalizzazione oggi esitente che fa dipendere sempre più la godibilità  effettiva di questi diritti soggettivi dalla possibilità  reale di una loro tutela internazionale. In questa ampia e variegata cornice, qui sommariamente accennata, cercheremo di rispondere ad un quesito chiamato ad animare il progetto politico delle future società . Quanto la nozione di cittadinanza può essere ancora presentata come un’idea strategica in continua espansione. E se tale espansione o integrazione sia indice o meno di progresso e di modernità . Detto in altri termini, colui che integra incarna l’uomo moderno? Uno dei risultati più efficaci dello Stato-Nazione storico é di avere inculcato nella cultura corrente, nel linguaggio pubblico e nel gergo burocratico l’equivalenza tra cittadinanza e nazionalità . Pare del tutto spontaneo infatti chiedere ad uno straniero a quale nazionalità  appartenga ovvero quale cittadinanza possieda 5. Due fenomeni nuovi ci impongono tuttavia un distinguo tra il concetto di cittadinanza e quello di nazionalità . Uno (di cui non ci occupiamo in questa sede) dettato dalla futura cittadinanza europea, cittadinanza metafisica almeno fino a quando persisterà  la mancanza di una reale volontà  politica da parte degli stati membri di costruire un soggetto politico nuovo che vada oltre a meri interessi economici. Un secondo fenomeno é invece dettato dalla presenza di immigrati che godono o aspirano a godere di alcuni diritti civili, sociali e persino politici pur mantenendo una nazionalità  straniera 6. Che impatto ha dunque l’immigrazione sul concetto occidentale di cittadinanza? Di fronte all’immigrazione, il concetto di integrazione politica si sintetizza nel problema della cittadinanza. Che cosa significa, infatti, integrare politicamente? Chi deve essere integrato politicamente? Quando un soggetto straniero deve essere integrato politicamente? Il sociologo Roger Nisbet ha rilevato due tradizioni di cittadinanza che nel processo multiculturale in atto sono venute a sovrapporsi l’una all’altra. Una prima, occidentale, una seconda asiatica. Nella prima si osserva un processo storico di cittadinizzazione (citizenization) dell’individuo come soggetto politico che sta direttamente di fronte allo Stato, senza la presenza di corpi intermedi, se si vuole questo processo é il frutto della Rivoluzione francese che poneva il nulla tra lo Stato e il cittadino. Nella seconda invece, con riferimento alla Cina e all’India, l’individuo è primariamente legato alla famiglia, al clan, al villaggio, alla corporazione, alla casta tanto che tra la singola persona e lo Stato ovvero l’ordine politico preposto non ci sono rapporti diretti e di interazione. La vita degli individui viene quindi contenuta da strati di autorità  intermedi che non arrivano, se non raramente, allo Stato, percepito come un organismo astratto quando non rarefatto 7. Tale distinzione apre una serie di interrogativi, mi limiterà³ a postularne un primo: in una società  multiculturale come é possibile giungere a una sintesi di due tradizioni antagoniste? Basterebbe riflettere forse su quest’ultimo quesito per comprendere i limiti intrinsechi al processo di integrazione e al rapporto complesso immigrazione-integrazione politica. Tuttavia l’impatto dell’immigrazione sui problemi della cittadinanza richiede un’analisi assai più complessa in vista di una cittadinanza capace di essere forma politica della coesione sociale. Il simbolo dell’integrazione politica in senso moderno per eccellenza, la cittadinanza, è percorso da segnali inquietanti. Oggi la maggior parte dei paesi é caratterizzata da diversità  culturale. Secondo alcune recenti stime, nei 184 stati indipendenti del mondo si trovano oltre 600 gruppi linguistici e ben 5.000 gruppi etnici. Sono ben pochi i paesi di cui si puà³ dire che tutti i cittadini condividono la stessa lingua o appartengono allo stesso gruppo etnonazionale. Queste diversità  sono allo stesso tempo fonte di potenziali divisioni. Le minoranze e le maggioranze si scontrano sempre più spesso su tematiche quali i diritti linguistici, l’autonomia regionale, la rappresentanza politica, i programmi educativi, le rivendicazioni territoriali, le politiche per l’immigrazione e la naturalizzazione, i simboli nazionali come le festività  pubbliche e persino i simboli religiosi (crocifisso, presepe, velo islamico). La più grande sfida per le moderne democrazie contemporanee consiste nel trovare soluzioni moralmente accettabili e politicamente praticabili a questi problemi. In Occidente gli assiomi fondanti della politica sono oggi messi in pericolo dagli scontri sui diritti degli immigrati e da una serie di questioni religiose ad essi correlate 8. Ed é proprio il multiculturalismo che ci pone di fronte ad un quesito sul quale si interrogano oggi i principali scienziati politici: fino a che punto é possibile concedere il diritto di cittadinanza che ascrive un soggetto a uno Stato nazionale, diventando limes in grado di separare il cittadino dallo straniero? Secondo il politologo Giovanni Sartori l’alternativa al multiculturalismo che prevede l’assimilazione é costituita dal pluralismo liberale che mira all’integrazione senza l’assimilazione. Secondo la teoria sartoriana il pluralismo liberale cerca di assimilare il troppo dissimile ma cerca anche per converso, di dissimilare il troppo eguale nel rispetto delle identità  che esistono e soprattutto dei valori, delle religioni non invasive e dei linguaggi di coloro che entrano a far parte di una cultura diversa. Egli cita a sostegno della sua tesi gli esempi della setta degli Amish negli Stati Uniti e quella dei mormoni presente nello Stato Utah. Cià³ detto, ricorda tuttavia che la troppa distanza ed eterogeneità  culturale sono spesso di ostacolo all’integrazione mettendola a rischio. Ed é qui il limite individuato da Sartori all’integrazione. Da cosa é dettato il troppo? Quali sono i criteri che individuano la troppa distanza? Da cosa sono costituiti? Spesso la troppa distanza ed eterogenità  culturale sono dettate dalle religioni quando esse diventano troppo invasive. Perché se é vero che il pluralismo pregia le diversità , il suo integrare ne deve pur sempre bloccare il potenziale di deflagrazione per poter incorporare le diferenze amalgamandole. Tale fertilizzazione reciproca tra culture diverse viene però messa in discussione ed impedita da quegli immigrati appartenenti ad una cultura teocratica che, respingendo il processo di assimilazione-acculturazione, si dichiarono a favore del separatismo. Per Sartori essi divengono quindi “nemici culturali” responsabili del mancato pluralismo perché intolleranti verso lo Stato che li accoglie 9. Se per Sartori una religione ostacola l’integrazione quando é invasiva, secondo il premio Nobel Amayrta Sen é sbagliato, da parte dell’occidente, ridurre tutto alla dimensione religiosa poiché si amplificano i rischi di conflitto. Sen critica dunque la visione riduzionista che trascura le diverse identità  e classifica il genere umano per religioni o civiltà . Concentrarsi soltanto sulla classificazione per religioni o per civiltà  secondo Sen induce a distorsioni societarie foriere di convinzioni grossolane, esemplificate dalla stentorea frase del tenente generale americano William Boykin che descriveva la propria battaglia contro i musulmani con: «Io so che il mio Dio é più grande del loro». Infine, la classificazione per religioni favorisce secondo Sen lo scontro di civiltà . L’idiozia di una comune intolleranza é una conseguenza ben facile, persino banale, da diagnosticare per il filosofo Sen 10. La questione genera in realtà  un problema molto più serio. Non é l’occidente o l’Europa di tradizione laica e abituata dai tempi delle guerre di religione a separare la sfera pubblica da quella religiosa a ridurre e a classificare il mondo utilizzando schemi reliogiosi ma il mondo islamico. Pare che Sen dimentichi nella sua analisi che i primi a produrre classificazioni su base religiosa siano proprio le comunità  musulmane che rifiutano l’integrazione e incoraggiano lo sviluppo di scuole islamiche, di centri culturali polivalenti e di luoghi dedicati al culto cui l’accesso é riservato esclusivamente a coloro che praticano la religione musulmana e finanziato dallo Stato ospitante. Fin dai tempi più remoti, le scuole confessionali, in Irlanda del Nord avevano alimentato il distanziamento politico fra cattolici e protestanti secondo una ripartizione conflittuale assegnata dall’infanzia e ora lo stesso metodo viene perseguito all’interno delle società  occidentali seminando ancora più alienazione e contribuendo a segmentare in modo profondo la società  (in Italia si ricordi, ad esempio, la polemica scoppiata riguardo al caso della scuola coranica di Milano). Una nazione democratica essendo fatta di radici etno culturali puà³ dunque cessare di esserlo. Quando si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione oltre alla sua struttura sociale viene meno il senso di reciproca appartenenza strorica. Per evitare tale rischio é bene ripensare la nazione alla luce dei diritti di una cittadinanza matura da concedere a coloro che vogliono sentirsi parte attiva nello Stato che li accoglie. Una lezione che si può trarre dalla tragedia dell’11 settembre è che una democrazia per funzionare ha bisogno di lealismo e solidarismo civico. Virtù civiche che non discendono semplicemente dal principio di cittadinanza ma esigono l’identificazione con una qualche comunità  concreta d’appartenenza 11. Le virtù civiche non sono innate ma devono essere prodotte attraverso un processo formativo fondato da comuni radici storiche e da comuni matrici etnoculturali. In caso di presenza di più ethnos perché avvenga la sintesi che produce le migliori virtù civiche é necessario che il nuovo ethnos riconosca quello preesistente. Pensare la nazione in chiave moderna significa pensarla come forma di integrazione civica. Tale integrazione presuppone quindi uno sforzo comune sia da parte dell’immigrato che entra a far parte di una comunità  nuova, sia dello Stato che deve, una volta integrato, fornirlo di diritti.à in questo mutuo, continuo e progressivo scambio che la nostra società  può dirsi moderna.

  1. Cfr. C. Saraceno, EEC Observatory on Policies to Combat Social Exclusion. Consolidated National Report, 1992, European Union Press; C. Saraceno, Una Persona, un Reddito, in Politica ed economia, Nr. 1, 1989, pp. 60-72. Cfr. S.Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione, Roma, Manifestolibri, 2000; Cfr. U.Beck, Che cosa è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società  planetaria (1997), trad. it. Roma, Carocci, 1999; J. Gray, Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento, trad. it., Milano, Ponte Alle Grazie, 1998.
  2. D.Held, A. McGrew, D.Glodblatt, J.Perraton, che cosa è la globalizzazione?, trad. it., Trieste, Asterios, 1999.
  3. D.Zolo (a cura di), La cittadinanza, appartenenza, identità , diritti, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp.VII-XII, T.H.Marshall, Class, Citizenship and Social Class, Chicago, Chicago University Press, 1964. (trad. It. Cittadinanza e classe sociale, Torino, UTET, 1976).
  4. Il Movimento degli indicatori sociali legato alla rivista scientifica Social Research. An international and Interdisciplinary Journal for Quality-ofLife Measurement, fondato nel 1974 ha dato vita all’Isqols (International Society for quality of lilife Studies) http:// market1.cob.vt.edu/isqols.
  5. G.E.Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit. p. 167.
  6. Molti segnali indicano che la questione dei diritti per gli immigrati verte più che
  7. R. Nisbet, Citizenship: two tradition, in Social Research, Vol.4., Nr.4, pp. 612-37.
  8. W. Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.7-21.
  9. G.Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2002.
  10. A. Sen, L’uomo a più identità , in Il Sole 24 Ore Domenica, domenica 3 settembre 2006, Nr.241, p.1.
  11. Cfr. G.E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, op. cit., pp. 30-37.

Idee a confronto sulle contraddizioni della modernità , sulle soluzioni possibili e come «in genere» ci si interroga, le si afronta e le si pratica.

Ha ancora senso oggi riflettere e di interrogarsi sul concetto di modernità ? che cosa è la modernità  e quali sono le sue contraddizioni? quali le reali e concrete sfide che essa presenta alla società  nel 2008? come si pone un’intellettualecontemporaneodifrontealladomandadimodernità delle società  contemporanee? Questi alcuni spunti, ma non i soli, dai quali partire. Altri, ci auguriamo, potrannoessereofertidachivorrà partecipareaquestospaziodidiscussione che intendiamo aperto e pronto ad accettare il confronto. L’obiettivo di questi primi interventi, va precisato, non è tanto quello di ofrire una risposta a cosa sia oggi la modernità , né come “definire” lamodernità ,néquellodiindagarestoricamentee/ofilosoficamentesui suoisviluppi-traguardoquestochelasciamoalledisciplinesociologiche e filosofiche. Piuttosto noi vogliamo presentare una “rassegna squisitamente personale” su quali visioni e proiezioni, aspettative e sfide un concetto così impegnativo è ancora in grado di suscitare nella riflessione di due “intellettuali in fieri”. Ofrire cioè una prospettiva del tutto personalepartendodalbagagliodiconoscenzee/oesperienzepropriodi ognunadelleautricisenzatuttaviafaredellacaratterizzazionedigenere unelemento”discriminante”(comeselaprospettivadelledonnefossedi persé”migliore”)maintendendolasemplicementeun”valoreaggiunto” del tutto casuale. Laprospettivadiquesto«breveviaggio»nellamodernità dunqueèquella di farsi guidare da «ispirazioni» ideologiche, culturali, sentimentali, intellettuali del tutto personali. L’idea ha preso spunto dall’editoriale scritto dallo stesso Baldini e pubblicato nel numero 9-10 uscito nel giugno 2007. Questi che presentiamo sono i primi 2 di una lunga serie, ci auguriamo, di interventi che vedrannodialogarebackgroundculturali,identità politiche,specificità ideologiche, esperienze umane, individualità  diferenti fra loro ma accomunate dalla passione civile della riflessione intellettuale.

Globalizzazione e deficit di democrazia rappresentativa: proposta”forte” per l’innovazione amministrativa

Nuovi Problemi, nuove complessità : le esternalità  della globalizzazione. Le città  afrontano nuovi problemi, più complessi, più articolati e più difficili da risolvere con le risposte tradizionali. Numerosi problemi che le istituzioni si trovano a dover afrontare infatti non sono il frutto di politiche locali più o meno adeguate, quanto di fenomeni che si verificano a livello globale, ma che producono ricadute locali, senza peraltro che a questo livello esistano i margini per progettare e realizzare autonomamente politiche capaci di afrontarle.1 I processi di globalizzazione hanno avuto conseguenze rilevanti sul piano economico, della trasformazione della struttura d’impresa, dei modelli di organizzazione del lavoro e della stessa struttura delle classi sociali 2. Ma non sono solamente i fenomeni economici a determinare a livello globale queste conseguenze locali. Stiamo assistendo a vere e proprie “ristrutturazioni demografiche” 3 che mutano il volto di città  e regioni. In primo luogo i processi migratori che pongono nuove domande sociali di cittadinanza multiculturale o interculturale. In secondo luogo la crescita del livello di istruzione e l’invecchiamento della popolazione conseguente ad una maggiore disponibilità  e qualità  dei servizi educativi, sociali e sanitari. Inoltre si afermano una progressiva individualizzazione e razionalizzazione dei valori, pur nella loro sostanziale persistenza, nuove sensibilità  e modelli culturali più orientati ad una politica delle diferenze 4. Sono in atto nuove paure: la paura di perdere una condizione faticosamente conseguita, il timore di scivolare indietro in una scala gerarchica che ha diluito le vecchie classi in un flusso continuo in cui la competizione è per non scivolare in fondo alla graduatoria (la sindrome del penultimo), mentre le distanze tra i primi e gli ultimi si allungano sempre più. Emergono così le nuove povertà  fatte di lavoratori, lavoratori intermittenti, disoccupati 5. La famiglia, caposaldo del sistema occupazionale 6 e del welfare italiano cambia la sua conformazione tradizionale e contribuisce a sfaldare le certezze conosciute nella società  industriale 7. Ma più in generale è l’intero sistema delle relazioni che tende a mutare: i legami più stretti e che presuppongono impegni vengono vissuti come vincoli troppo cogenti 8; contemporaneamente l’assenza di legami solidi diviene un elemento di crisi per la coesione sociale.9 L’aumento della disponibilità  tecnologica coincide per la prima volta nella storia con un incremento della diseguaglianza sociale e dei differenziali salariali. Attorno a questa incertezza cresce anche la voglia di legami più saldi, di certezze maggiori che non di rado si esprime in una “voglia di comunità ” dove la dimensione della similitudine pone freni alla paura dell’altro, del diverso, del nuovo che può far scivolare verso l’ultimo posto. Questo desiderio di noto e conosciuto afanca a meccanismi di solidarietà  tra simili, modelli di esclusione e chiusura che sfociano nella riproduzione di forme ossessive di conservazione, controllo e autoesclusione dai processi di integrazione (i quartieri ghetto per ricchi) e conducono a bloccare le prospettive di sviluppo e innovazione 10. Nasce così un eccesso di domanda pubblica: i cittadini sembrano preferire il pubblico su tutte le politiche e in tutte le fasi del processo di policy (di programmazione, erogazione, controllo) 11. Le conseguenze sono visibili. In primo luogo il sistema delle competenze amministrative ha poco rilievo rispetto ai soggetti chiamati ad intervenire. Il sindaco o il presidente, forte (o in funzione) della legittimazione popolare dell’elezione diretta, è chiamato ad occuparsi dei problemi della comunità  amministrata al di là  delle specifiche competenze assegnate al Comune e alla sua attenzione vengono posti problemi nuovi, più complessi e più urgenti. Le politiche afrontate dunque sono ben più numerose che in precedenza e spaziano ben oltre gli strumenti attuativi disponibili e gli ambiti stabiliti dal riparto delle competenze amministrative. Al contempo la quantità  di risorse non è in crescita proporzionale. Peraltro la discutibile socializzazione delle esternalità  della globalizzazione pone alcune questioni fondamentali su chi dovrebbe sostenere tali costi e sui concetti di redistribuzione della ricchezza generata dagli stessi processi di globalizzazione. Difficile è infatti sostenere che la divaricazione della forbice tra i primi e gli ultimi non sia anche il frutto del fatto che le indispensabili misure di welfare necessarie a governare gli impatti, sono attualmente a carico della fiscalità  generale e non prioritariamente di chi da questi fenomeni trae maggiore ricchezza (in una prospettiva redistributiva e non certamente “antisviluppista”). Quando decidere è più difficile: il deficit della democrazia rappresentativa. L’incepparsi dei percorsi decisionali e la crisi delle forme tradizionali di rappresentanza rende più complesso afrontare questi nuovi problemi collettivi. I segnali sono la difficoltà  ad esercitare un ruolo di mediazione degli interessi particolari e del conflitto sociale da parte dei partiti in un percorso di costruzione dell’interesse generale; l’emergere di nuove forme di rappresentanza, non di natura generale, ma particolaristica; il dialogo diretto tra sindaci o presidenti e nuove forme di rappresentanza con una sostanziale marginalizzazione delle assemblee istituzionali degli eletti (consiglio comunale, circoscrizioni) nel processo decisionale 12. Emerge così la crisi del tradizionale percorso di costruzione delle decisioni: società -partitiassemblea degli eletti-esecutivo. In questa prospettiva il meccanismo della elezione diretta del Sindaco e dei Presidenti e il raforzamento dei poteri dell’esecutivo, se da un lato hanno contribuito a rendere più stabili i governi locali e a rinsaldare il rapporto tra società  e istituzioni accorciandone le distanze, dall’altra hanno inevitabilmente avuto la conseguenza di indebolire i corpi intermedi di mediazione sociale, depotenziandone il ruolo. Così se da un lato le decisioni sono apparse più immediate, dall’altro queste hanno pagato prezzi elevati in termini di stabilità  del consenso su cui poggiavano. L’ampio ricorso a formule nuove di “democrazia deliberativa” o a “processi decisionali inclusivi”, appare dunque come una necessità  di ritrovare meccanismi decisionali più articolati e capaci di ricostruire un terreno di mediazione sociale, indispensabile per la legittimazione e la praticabilità  delle decisioni 13. Alla funzione di mediazione svolta dai partiti si va dunque a sostituire una nuova formula di costruzione del consenso. Non avviene, come invece era stato ipotizzato in una sorta di “illusione decisionista”, uno snellimento delle decisioni in funzione di una maggiore tempestività  delle politiche pubbliche, ma una sostituzione di luoghi e soggetti del processo decisionale stesso. Ai percorsi della rappresentanza generale, propri del sistema dei partiti si sovrappongono nuovi soggetti portatori di interessi specifici e alle sedi istituzionali del dibattito (consigli) si sostituiscono sedi non riconosciute e definite senza processi formali di individuazione (tavoli, cabine di regia, piani strategici, comitati, ecc.). Tale questione si aferma con evidenza e conduce a rapporti tesi e sempre più controversi tra le Giunte e i Consigli che rivendicano un proprio ruolo e una maggiore centralità  14. Emergono così conflitti istituzionali e questioni di democrazia: perchè le decisioni avvengono fuori dalle rappresentanze elette? chi è chiamato a partecipare alle decisioni? Sulla base di quale democratico processo di legittimazione? Chi partecipa a tali processi in che modo viene poi chiamato a rispondere delle scelte assunte? Rispetto a queste formule appare sempre più evidente (e se ne comprendono bene le ragioni) come le rappresentanze degli interessi più forti esprimano un gradimento maggiore rispetto agli altri soggetti coinvolti che, non di rado, si sentono chiamati a partecipare, in tal modo legittimandole, a decisioni rispetto alle quali solo formalmente possono influire 15. Amministrazioni locali orfane: l’istituzionalizzazione delle funzioni di governo del consenso e di integrazione delle risorse di policy. La costruzione del consenso nelle decisioni necessita un nuovo ruolo per le amministrazioni. L’azione di mediazione e ricomposizione dell’interesse generale richiede uno sforzo di individuazione e ascolto dell’articolazione sociale e un lavoro di cucitura e saldatura delle istanze in gioco per assicurare sviluppo, da un lato, e coesione, dall’altro. Questa azione, svolta in precedenza dai partiti, oggi fatica a svilupparsi con trame chiare e facilmente decifrabili 16. In sostanza avere ridotto il ruolo dei partiti sotto il profilo decisionale a favore delle rappresentanze direttamente elette, ha spostato la responsabilità  della mediazione sulle rappresentanze stesse, le quali però, al di là  delle proprie risorse personali, non possono contare su organizzazioni professionalmente dedicate alla ricomposizione degli interessi 17. Si apre così uno spazio strategico fondamentale per il benessere delle comunità  non presidiato e la cui rilevanza pregiudica il successo dei processi deliberativi di natura collettiva. Se le amministrazioni intendono progettare e realizzare politiche pubbliche efficaci non possono ignorare questa esigenza. Si tratta dunque di assumere questo carico di responsabilità  per una funzione sconosciuta storicamente alle amministrazioni ma senza la quale si inceppano le scelte pubbliche. La domanda di funzionamento dei beni comuni da parte dei cittadini pone l’accento sull’esigenza da parte della rappresentanza eletta di assicurare un forte governo delle interdipendenze. In questa prospettiva possono essere osservate alcune tendenze ormai consolidate. In primo luogo è sempre più frequente il ricorso a formule di coordinamento sociale che coinvolgono attori istituzionali di diversa natura 18 (privato, pubblico, associazioni, etc) come ad esempio i piani strategici. Molte iniziative locali di innovazione amministrativa sono orientate proprio verso questa direzione: la maggior parte delle idee strategiche perseguono finalità  di integrazione, puntano a costruire rapporti più saldi tra gli attori del territorio e a governare le interdipendenze 19. In questo quadro la dimensione della sussidiarietà  orizzontale diviene ovviamente non solo un principio costituzionale, ma un’esigenza strategica per pianificare l’azione collettiva della comunità , individuare gli ambiti di intervento pubblico diretto e stabilire i sistemi di coordinamento tra gli attori, ad esempio in termini di 20 garanzie di efficacia dell’azione . In secondo luogo emerge la propensione ad integrare le politiche settoriali e i diversi strumenti di attuazione rispetto a problemi non aggredibili solamente da una prospettiva parziale. Si richiede la congiunta progettazione di interventi di natura economica, ambientale e sociale e nuove forme di pianificazione urbana. Peraltro è proprio la difficoltà  di operare in questa prospettiva e la tradizionale frammentazione organizzativa delle istituzioni chiamate ad intervenire a creare spesso difficoltà  nei processi 21 concreti o a produrre eterogenesi dei fini . In terzo luogo si osserva l’intervento del governo locale in ambiti fino ad ora sconosciuti. E’ questo ad esempio il caso dei Comuni che si pongono in una prospettiva di governo dei legami tra università  e sistema imprenditoriale per assicurare coerenza tra sapere e sviluppo nel territorio. Proprio l’esigenza di essere punto di riferimento e integrazione tra ambiti tra loro interdipendenti spinge i Sindaci e i Presidenti a farsi carico di problemi e responsabilità  fondamentali per il benessere della comunità , anche se in teoria esulano dalle strette competenze amministrative del Comune, della Provincia o della Regione. Per un’innovazione istituzionale “forte”: superare i dicasteri e ridurre di metà  il numero degli assessori. In sintesi:

  • I problemi a livello locale diventano più complessi. Per afrontare questi problemi è necessario integrare il sistema delle risorse (gli strumenti di policy, le policy tra loro, l’azione e le risorse economiche di investimento nella disponibilità  dei diversi attori).
  • Assumere decisioni collettive e dunque coordinare l’azione degli attori diventa sempre più importante ma anche più difficile e complesso.

Si crea in questo modo un classico circolo vizioso nel quale tanto è più rilevante e necessario il coordinamento dell’azione collettiva per afrontare problemi complessi, tanto più è difficile realizzare e dare concretezza a tale esigenza. Si crea così il rischio di mettere in campo condizioni

di vera e propria paralisi delle comunità  rispetto alla capacità  di risolvere i problemi collettivi. Le difficoltà  di cui sopra richiedono sostanzialmente una capacità  di riposizionamento strategico del ruolo delle amministrazioni che si concretizza in alcune competenze fondamentali:

  • La capacità  di selezionare ed esaminare i problemi collettivi in modo puntale e supportato dal punto di vista dei sistemi informativi di supporto ai processi decisionali.
  • La capacità  di leggere in modo integrato le interdipendenze e afrontare in modo sistemico le soluzioni, coordinando l’azione e rendendo sinergici gli interventi, valutando gli impatti nel medio lungo periodo e sull’insieme delle variabili considerate.
  • La capacità  di focalizzare le leve chiave (poche) e investire in modo consistente su queste non disperdendo le risorse scarse in una pluralità  di iniziative con poca possibilità  di impatto rispetto alla soluzione dei problemi.
  • La capacità  di costruire il consenso intorno alla lettura dei problemi e alle scelte di intervento e di allocazione delle risorse, favorendo la partecipazione e agevolando la fluidità  dei processi decisionali.

Tali competenze pongono un problema rilevante rispetto alle caratteristiche della leadership di chi gestisce e governa i processi decisionali aumentando l’esigenza di “tecnicizzare la politicità ” degli interventi. In questa sorta di apparente ossimoro è contenuta la maggiore complessità  dei processi di innovazione attualmente in corso. Da un lato infatti occorre più capacità  di gestione delle politiche, ma dall’altro per conseguire tale scopo occorre più “tecnica” e non più “politica”. Le ragioni sono di duplice natura:

  • Le competenze segnalate sono sostanzialmente competenze di tipo manageriale (si direbbe nelle scienze organizzative o di policy analysis nelle scienze della politica) e

    tali competenze non possono essere nella disponibilità  di chi non esercita professionalmente (per definizione istituzionale) il mestiere di elaborare e governare politiche pubbliche. Sono competenze che si maturano con la disciplina scientifica, con l’esperienza gestionale e con un percorso di crescita e sviluppo professionale.

  • La condizione degli amministratori negli enti locali non ha caratteristiche di professionalità , sia per l’assenza di percorsi professionali in tal senso, sia per scelta istituzionale. Inoltre l’emergere di una personalizzazione della politica, in funzione anche del nuovo ruolo esercitato dai media, richiede la visibilità  individuale degli stessi amministratori e dei partiti che questi rappresentano e stimolano la polverizzazione delle azioni di policy e la loro discontinuità  rispetto al passato. Questa esigenza di marketing politico rende di fatto incompatibile la necessità  di integrazione e cooperazione e ancor più quella di focalizzazione delle scelte su poche azioni visibili e ad alto livello di impatto nella soluzione dei problemi. In sostanza l’esigenza di visibilità  individuale e di competizione nel mercato politico-elettorale diviene contraddittoria con quella di cooperazione e selezione degli investimenti e ancor più con quella della continuità  degli investimenti istituzionali nel medio – lungo periodo.

A questa contraddizione a partire dagli anni ‘90 ha cercato di porre rimedio tutta la produzione normativa (avviata dal dlgs 29/93) tesa a enfatizzare la separazione tra politica e amministrazione, ma con risultati non sempre all’altezza delle aspettative. D’altro canto le ragioni che in quegli anni avevano condotto a quella scelta non risiedevano tanto nelle considerazioni sopra esposte (l’esigenza di adeguare le competenze dei processi di policy making) quanto alla necessità  di dare risposte concrete alle patologie nell’esercizio della funzione politica emerse nel corso delle indagini giudiziarie condotte negli anni immediatamente precedenti all’emanazione della norma (tangentopoli). Di conseguenza più che sul cambiamento dei ruoli organizzativi delle funzioni politiche e tecniche, l’attenzione era puntata prevalentemente sulle responsabilità  amministrative delle funzioni e sui poteri ad esse assegnati. In questa prospettiva non è stata modificata la logica dicasteriale dell’assegnazione delle deleghe, quanto la potestà  di organizzazione del lavoro e del potere di rappresentanza dell’amministrazione nell’assunzione degli impegni verso l’esterno. E’ rimasta invece immutata la sovrapposizione degli ambiti di lavoro tra politica e burocrazia, mantenendo inalterata la compresenza della funzione assessorile e dirigenziale rispetto agli stessi contenuti di lavoro (con deleghe spesso coincidenti all’articolazione organizzativa della struttura amministrativa). La stessa possibilità  di mantenere elevato il numero degli assessori ha contribuito in tal senso alla parcellizzazione delle deleghe e alla persistenza del modello per dicasteri così come tradizionalmente realizzato precedentemente alla modifica normativa del ’93. Peraltro l’attribuzione di nuovi ruoli formali alla funzione dirigenziale nel corso degli anni ‘90, unitamente alla privatizzazione del rapporto di lavoro, ha contribuito a modificare coerentemente i diferenziali retributivi tra funzioni politiche e dirigenziali a netto favore di queste ultime. La scelta è stata quella di valorizzare la funzione dirigenziale e ricondurre la funzione politica nell’ambito dell’esercizio di un presidio di delega (collaborazione) del sindaco. In questo senso però, la tradizione amministrativa e il peso della storia (path dependence), unitamente alla persistenza dell’assetto organizzativo per dicasteri, non ha contribuito a realizzare il disegno proposto dalla norma, né tanto meno modificato in positivo la qualità  del personale politico. Le esigenze sopra riportate richiedono invece un ripensamento non solo dei poteri amministrativi, ma dello stesso modello istituzionale complessivo di esercizio delle responsabilità . La maggiore necessità  di integrazione tra politiche in una visione sistemica degli interventi, l’esigenza di introdurre tecniche complesse di negoziazione e costruzione del consenso, la necessità  di non polverizzare l’azione e di progettarla nel lungo periodo, richiedono l’esclusione della politica dal processo stesso di costruzione e gestione delle politiche (lettura dei sistemi informativi, elaborazione e valutazione di fattibilità  delle alternative, attuazione dei processi, etc.) per concentrarsi invece sulle decisioni chiave di sistema e ridurre in tal modo la presenza di incentivi negativi al coordinamento e focalizzazione dell’azione collettiva. E’ dunque il superamento dello stesso modello per dicasteri la vera questione che occorre afrontare e l’introduzione di una logica più vicina ai modelli di funzionamento dei consigli di amministrazione delle aziende di public utilities o delle agenzie. Non è infatti ipotizzabile né che le competenze necessarie siano esercitate da personale politico non professionale, né che si possa riproporre un modello istituzionale centrato sulla professionalizzazione del personale politico. La possibilità  al contrario di concentrare l’attività  decisionale delle giunte nella formulazione delle decisioni strategiche, riducendo a meno della metà  la presenza di assessori e al contempo adeguando il compenso retributivo su valori più elevati, potrebbe rappresentare una soluzione concreta tesa da un lato a concentrare sulla responsabilità  manageriale la tecnicizzazione dei processi di policy e dall’altro a contenere l’inevitabile processo centrifugo di personalizzazione dell’azione assessorile incompatibile con l’esigenza di integrazione delle politiche e di focalizzazione degli strumenti. La necessità  di ridurre il numero degli assessori e concentrare la loro attività  sulle funzioni decisionali non è dunque tanto determinata dall’esigenza di contenimento dei costi della politica, quanto dal’obiettivo di rendere più efficace e professionale l’azione dell’amministrazione pubblica. L’adeguamento retributivo, la riduzione del numero, il minor impegno nella gestione quotidiana e il maggior impegno nella lettura dei problemi complessi e nella formulazione delle decisioni strategiche di sistema potrebbe anche permettere un nuovo e maggiore slancio alla funzione politica, riempiendo anche di nuove opportunità  i processi di selezione dei soggetti chiamati a svolgere tali funzioni così importanti. In questa prospettiva è del tutto evidente che si aprono riflessioni ulteriori rispetto alle ricadute di sistema: l’esigenza di favorire una dirigenza pubblica capace di agire concretamente le competenze necessarie, i meccanismi di reclutamento e selezione della dirigenza, i modelli organizzativi, le procedure di scambio informativo tra giunta e dirigenza, etc. Ma questi sono aspetti conseguenti e da definire a valle di una scelta forte capace di dare nuove opportunità  ad amministrazioni locali in transizione, tra globalizzazione e deficit della democrazia rappresentativa.

  1. Z. Bauman”Una nuova condizione umana”Vita e Pensiero, 2003
  2. A. Accornero”Era il secolo del lavoro”Il Mulino, 1997
  3. L. Sandercock”Verso Cosmopolis”Dedalo 2004
  4. R.Inglehart, M.Basanez, A.Moreno”Human Values and Beliefs: A Cross-Cultural Sourcebook”. University of Michigan Press, 1998 citato in R.Boudon “Declino della morale? Declino dei valori?” Il Mulino 2003
  5. A. Gorz”L’immateriale”, Bollati Boringhieri, 2003
  6. E. Reyneri”Sociologia del mercato del lavoro”Il Mulino 1996
  7. A.L.Zanatta”Le nuove famiglie”Il Mulino 2003
  8. Z. Bauman”Amore liquido”Laterza, 2004
  9. R.Putnam”Capitale sociale e individualismo”Il Mulino 2004
  10. V. Pazè”Il comunitarismo”Laterza, 2003
  11. Si vedano, tra gli altri, ANCI-SWG “Italia 2004, un Paese allo specchio” www.anci.it/italia2004.pdf e i risultati del sondaggio di opinione “Servizi, regole, controllo: quale ruolo per la PA” a cura di IPSOS ForumPA pubblicata lo scorso 10 febbraio sulla newsletter “Forum PA net”; e anche il sondaggio “I cittadini e le istituzioni in Italia” Demos & PI la Repubblica, dicembre 2003
  12. C.Crouch”Postdemocrazia”Laterza, 2003
  13. L. Bobbio (a cura di)”A più voci”Edizioni scientifiche italiane, 2004
  14. R.Catanzaro, F.Piselli, F.Ramella, C.Trigilia “Comuni nuovi”Il Mulino, 2002
  15. F. Governa “Temi e problemi del governo e della governance. Una lettura ragionata di alcuni approcci” in IPL “Governo e governance: reti e modalità  di cooperazione nel territorio regionale”F.Angeli, 2004
  16. Y.Meny-Y.Surel”Populismo e democrazia” Il Mulino 2001
  17. R.Catanzaro, F.Piselli, F.Ramella, C.Trigila, Op. Citata.
  18. D. Della Porta”Il Governo locale”Il Mulino, 1999
  19. M. Bonaretti,”Costruire relazioni per governare il cambiamento”, Forum P.A. Net n.100, 23 settembre 2003
  20. F.Cafaggi,”Modelli di governo, riforma dello stato sociale e ruolo del terzo settore”. Il Mulino, 2002
  21. B.Dente”Governare la frammentazione. Stato Regioni ed Enti Locali in Italia.”Il Mulino

Gli incarichi di progettazione dopo la Merloni

In questo momento storico i professionisti italiani devono confrontarsi e misurarsi con i cambiamenti imposti dalla legislazione europea con il rischio, che l’attività  professionale subisca un’equiparazione, ai fini della concorrenza, ad una qualsiasi attività  d’impresa. Una sfida non facile, anche perché attualmente la maggior parte degli studi professionali italiani non è ancora organizzata e strutturata per competere con i grandi studi europei in un sistema di libera concorrenza. La riforma universitaria da un lato, con l’introduzione delle cosiddette “lauree brevi” e l’istituzione della figura professionale junior, e dall’altro la riforma delle professioni, cui si lega quella degli Ordini, non rappresentano per il momento un quadro di riferimento certo per il mondo professionale, almeno fino al momento in cui non vi sarà  una chiara legislazione che contempli e coordini i mutamenti in atto. Il dibattito a livello europeo, cui l’Italia sta fornendo un deciso apporto grazie anche al notevole contributo oferto dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ruota attorno al riconoscimento delle qualifiche professionali e quindi al riconoscimento delle professioni intellettuali distinte dalle altre. L’esigenza di individuare la natura e il ruolo da assegnare alle professioni e alle loro Organizzazioni, pubbliche e private, a garanzia del cittadino e a tutela degli interessi generali e collettivi connessi con l’esercizio delle professioni intellettuali, il carattere transnazionale dei mercati, impone il conseguimento in tempi ravvicinati di livelli e di standard di innovazione dell’intero sistema del settore. Tale confusa situazione si riflette negativamente, nello specifico, anche nel sistema dell’afdamento di incarichi, che dopo la Merloni 1 (art. 17) ha visto afermarsi il principio del lavoro intellettuale della progettazione come mera prestazione di servizio nel Codice dei Contratti 2 (art. 91). Nel Codice dei Contratti infatti, per gli afdamenti sotto la soglia dei 100 mila euro, i professionisti assurgono al ruolo di “(!) operatori economici da consultare sulla base di informazioni riguardantilecaratteristichediqualificazioneeconomico finanziaria e tecnico organizzativa desunte dal mercato (!)” e vengono “(!) invitati a presentare le oferte oggetto della negoziazione, con lettera contenente gli elementi essenziali della prestazione richiesta (!). La stazione appaltante sceglie l’operatore economico cheha oferto lecondizionipiùvantaggiose, secondo il criterio del prezzo più basso o

dell’ofertaeconomicamentepiùvantaggiosa(!)” 3 .. La direttiva europea 36/05 approvata dal parlamento europeo nel giugno 2005, riconosce la peculiarità  delle professioni intellettuali nei confronti delle attività  di servizi, definendo in modo specifico la “professione intellettuale” di “interesse generale” come attività  il cui accesso ed eserciziosonosubordinatiinforzadinormelegislative, regolamentari, o amministrative dei singoli Stati membri,alpossessodideterminatirequisitiformativi ed al superamento di una valutazione positiva degli stessi 4. La legislazione italiana tuttavia, nel recepire la legislazione europea non sembra aver riconosciuto tale principio, prova ne sia la parte del provvedimento legislativo del Ministro Bersani riguardante “l’abrogazione delle disposizioni legislative/regolamentarichestabilisconotarifeobbligatoriefisseominimeovveroildivietodipattuirecompensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti ” 5. La libera concorrenza è dunque ritenuta una garanzia per l’utente-consumatore (non più cittadino) perché gli consente di acquisire la possibilità  di scelta del professionista attraverso la comparazionedelleprestazioniofertesulmercatoper quel tipo di intervento 6. 87 poteri forti, poteri deboli Nel sistema previgente erano i minimi tarifari, sottoforma di decoro della professione, a costituire la garanzia per il cittadino-utente, in quello attuale è l’esatto contrario e cioè le tarife massime, queste ultime, infatti, sono fatte salve dalla legge proprio in ragione del fatto che costituiscono una “via generale di tutela degli utenti” 7. Non risultano tuttavia abrogate le tarife professionali stabilite dalla legge 143/1949 e dal DM del 2001 per le opere pubbliche. Ciò è evidente non solo dal tenore delle disposizioni legislative, ma dal fatto che le medesime prescrivono che ” il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizioedeicompensiprofessionali,incasodiliquidazionegiudizialeedigratuitopatrocinio,sullabase della tarifa professionale”e che” nelle procedure ad evidenzapubblica,lestazioniappaltantipossonoutilizzareletarife,ovemotivatamenteritenuteadeguate,qualecriteriobasediriferimentoperladeterminazione dei compensi per attività  professionali” 8. Le questioni tarifarie non mancano di generare interrogativi sia per quanto concerne la portata che la comprensione del provvedimento legislativo. Sicuramente non condivisibile è il metodo che ha usato il Governo nell’afrontare le tematiche incidenti sulle professioni intellettuali ricorrendo alla legislatura d’urgenza, qual è il decreto legge, senza dialogo e concertazione con le categorie professionali interessate. Tornando al dispositivo introdotto dal Codice dei Contratti in tema di afdamento di incarichi, appare inaccettabile il criterio di selezione del progettista riferito al solo criterio economico, volto evidentemente alla semplificazione delle procedure ed a ridurre i margini di discrezionalità . In particolare il criterio “secondo il prezzo più basso” oltre a non garantire certamente una prestazione migliore, rischia di produrre un’alterazione dei rapporti di corretta libera concorrenza tra professionisti. Il danno dei combinati disposti del Codice dei Contratti, relativo al sistema degli afdamenti, e del Decreto Bersani, con l’eliminazione dei minimi tarifari, è riscontrabile nelle oferte economiche presentate dai professionisti “invitati” ad eseguire opere pubbliche che hanno raggiunto nel Veneto casi limite intorno al settantacinque per cento di ribasso. Lodevole in tal senso appare il tentativo di arginare questo fenomeno, da parte della Regione Veneto che con deliberazione della giunta regionale n. 309 del 13 febbraio 2007 avente ad oggetto “Prime linee guida in materia di afdamento dei servizi tecnici nell’ambito dei lavori pubblici di interesse regionale, alla luce dell’intervenuta emanazione del decreto legge 223/06convertitoconleggen.248/06-c.d.”Decreto Bersani” 9, invita le pubbliche amministrazioni ad applicare il criterio “dell’oferta economicamente più vantaggiosa” in alternativa al criterio del “prezzo più basso”. Si preferisce, per non creare ulteriore confusione, non entrare nel merito della questione del riparto di competenze tra legislazione statale e regionale in materia, e dell’impatto del Codice dei contratti sulla previgente legislazione regionale, così come della questione di legittimità  del Codice dei Contratti sollevata dalla Regione Veneto. Vale tuttavia la pena ricordare ai colleghi professionisti che ai sensi dell’art. 2233, primo comma, del Codice Civile le parti sono tenute a definire il loro compenso in modo adeguato all’importanza dell’opera e al decoro della professione, e che quanto stabilito nelle tarife costituisce primario termine di riferimento per apprezzare l’adeguatezza del compenso. Il mancato rispetto dei criteri posti dall’art. 2233, primo comma, del Codice Civile per la determinazione del compenso professionale, può assumere rilevanza in sede disciplinare. Per contro le stazioni appaltanti dovrebbero assumersi l’onere di valutare e spiegare le ragioni per cui le tarife costituiscono il riferimento più adeguato per la procedura di appalto. Si tratta di un onere, che può essere considerato qualeespressionediunpiùampiodovere,chegrava sulla stazione appaltante in attuazione dell’art. 97 della Costituzione, di adottare i criteri e i parametri più adeguati con riferimento alla proceduta posta in essere, anche in considerazione del fatto che il principio di adeguatezza trova espressione nell’art. 2233 del Codice Civile, e pertanto è da ritenersi che lo stesso abbia valenza di ordine generale, per cui deve tassativamente informare lad eterminazione dei compensi professionali 10. E’ inoltre doveroso precisare come l’obiettivo debba essere il perseguimento della “qualità  delle prestazioni professionali” poiché una “progettazione di qualità ” è indiscutibilmente il cardine di ogni lavoro pubblico 11. Ma la progettazione di qualità  ha un costo, che non può essere ridotto oltre determinati limiti che, nel caso di ricorso a formali procedure di gara, si traducono nel concetto di “congruità  dell’oferta” la cui verifica diventa una condizione irrinunciabile. In tal senso è necessario richiamare quanto stabilito da una sentenza della Corte Europea di Giustizia il 5 dicembre 2006 (causa C 94/04 C 202/04), dove il Giudice comunitario ha, fra l’altro, avuto modo di afermare come la Tarifa possa consentire di evitare che i professionisti ” (!) siano indotti a svolgere una concorrenza che può tradursi nell’oferta di prestazioni al ribasso, con il rischio di peggioramento della qualità  dei servizi forniti” 12. Il rilancio della qualità  architettonica nel nostro Paese è un obiettivo che il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori sta portando avanti con impegno, in particolare promuovendo il tema dei “concorsi di progettazione” come elemento democratico per riavviare il confronto ed il dibattito sull’architettura e la valorizzazione dei caratteri del territorio. A livello nazionale si è ritenuto doveroso assumere una precisa posizione relativamente alla procedura concorsuale per promuoverla e sostenerla sia nel caso di esecuzione delle opere pubbliche sia in caso di esecuzione di opere private di particolare rilevanza. Il concorso produce vantaggi evidenti, quali: migliorqualità dell’opera,maggiorqualità nellaprogettazione,possibilità diconfrontonellavalutazione, maggior trasparenza negli incarichi, più soluzioni in minor tempo, sostegno ai giovani architetti, sensibilizzazione della cultura architettonica 13. Risulta opportuno precisare che l’obiettivo del concorso di progettazione è l’afdamento dell’incarico per una progettazione definitiva ed esecutiva al vincitore, mentre per il concorso di idee di norma non è previsto incarico. Se l’Ente banditore intende utilizzare in tutto o in parte l’ “idea” del vincitore o di altro concorrente, questo può essere coinvolto nell’elaborazione progettuale successiva oppure adeguatamente compensato, con tutela della proprietà  intellettuale. Innovativo in materia di concorsi di idee e di progettazione fu il disegno di legge presentato dall’allora Ministro per i Beni e le Attività  Culturali Giovanna Melandri, recante disposizioni in materia di”promozione della cultura architettonica e urbanistica” 14, ripreso dal successivo Ministro Giuliano Urbani, e mai giunto a definitiva approvazione. Significativo risulta il ruolo che la proposta legislativa tendeva a dare al concorso di idee e di progettazione quale strumento più idoneo a garantire la più ampia partecipazione incentivando e promuovendo la produzione architettonica e urbanistica di qualità  riconoscendo il ruolo del progetto e della professionalità , nell’ottica “di riqualificare nel nostro Paese l’architettura e l’urbanistica contemporanea”. Garantire la “qualità  della prestazione”, limitare l’effetto negativo degli eccessivi ribassi nelle gare di progettazione e riaprire il mercato dei lavori pubblici ai giovani progettisti sono tra i principali obiettivi che il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori si è posto nel confronto con il Governo per la stesura del Regolamento di attuazione del Codice dei Contratti, approvato a fine anno dal Consiglio dei ministri ed in attesa di terminare l’iter procedurale per la sua entrata in vigore. Sembrerebbero infatti recepiti nella stesura definitiva del Regolamento gli emendamenti del CNAPPC, tendenti a introdurre: una più efficienteprassideimetodiedeicriteridisvolgimento del concorso di idee e di progettazione, cercando inoltre di favorire i giovani laddove si prevede una valutazione prioritaria per la presenza tra i firmatari dei progetti di almeno un professionista con meno di cinque anni di iscrizione al relativo albo; la limitazione degli eccessivi ribassi nelle gare di progettazione, quando all’attribuzione del punteggio dell’elemento prezzo, nell’ambito della applicazione del criterio dell’oferta economicamente più vantaggiosa, il rapporto non dovrà  più riferirsi al massimo ribasso, bensì a quello medio cioè alla media aritmetica dei ribassi oferti; il recepimento della Circolare del ministero delle Infrastrutture del novembre 2007 relativamente ai compensi professionali; una maggior valutazione dei fattori ponderali relativi alla qualità  ed al pregio tecnico ed alle caratteristiche estetiche, funzionali ed ambientali nell’appalto integrato; il dimezzamento dei limiti di fatturato globale e specifico tra i requisiti che le stazioni appaltanti chiedono ai professionisti per partecipare alle gare; la possibilità  di menzionare tra i titoli anche eventuali menzioni ottenute; l’apertura anche ai professionisti dell’attività  di verifica e validazione dei progetti 15.

  1. Legge 11 febbraio 1994, n. 109 :”Legge quadro in materia di lavori pubblici”.
  2. Decreto legislativo n. 163 del 12 aprile 2006:”Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture” approvato ed aggiornato con modifiche dal D.L 12 maggio 2006, n.173, dal Decreto legislativo 26 gennaio 2007 n.6 e dal Decreto legislativo 31.07.2007 n. 113.
  3. Comma 6 dell’art. 57. “Procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara” del decreto legislativo n. 163 del 12 aprile 2006.
  4. Direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali.
  5. Decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, nella legge 4 agosto 2006, n. 248.
  6. Tratto da: “Le tarife professionali dopo la c.d. liberalizzazione Bersani” Romolo Balasso presidente Centro Studi Tecnojus (Vicenza).
  7. Primo periodo del comma 2 dell’art.2 della legge 4 agosto 2006, n. 248.
  8. Comma 2 dell’art. 2 della legge 4 agosto 2006, n. 248.
  9. Deliberazione della Giunta regionale n. 309 del 13 febbraio 2007 “Prime linee guida in materia di afdamento dei servizi tecnici nell’ambito dei lavori pubblici di interesse regionale, alla luce dell’intervenuta emanazione del decreto legge 223/2006 – convertito con legge n. 248/2006 – cd.”Decreto Bersani”.
  10. Tratto da:”Regime dei compensi professionali a seguito dell’entrata in vigore del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, così come convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248/2006″ Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori – Determinazione: nr. 2/2006.
  11. Deliberazione della Giunta regionale n. 309 del 13 febbraio 2007 “Prime linee guida in materia di afdamento dei servizi tecnici nell’ambito dei lavori pubblici di interesse regionale, alla luce dell’intervenuta emanazione del decreto legge 223/2006 – convertito con legge n. 248/2006 – cd.”Decreto Bersani”.
  12. Tratto da:”Regime dei compensi professionali a seguito dell’entrata in vigore del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, così come convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248/2006″ Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori – Determinazione: nr. 2/2006.
  13. Tratto da: “Decalogo per la difusione coordinata dei concorsi di architettura” Assemblea dei Presidenti degli Ordini Architetti d’Italia (Approvato nella seduta del 28 gennaio 2000 a Merano).
  14. Disegno di legge del Ministro per i beni e le attività  culturali Giovanna Melandri, recante disposizioni in materia di “promozione della cultura architettonica e urbanistica”.
  15. Tratto da: “il Giornale dell’Architettura” n.59 febbraio 2008 pag. 5 archiworld network “I lavori pubblici e il nuovo regolamento”.

Da mezze maniche a professional

Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato i dipendenti pubblici nel 2006 erano 3.391.003, con un aumento di 21.207 unità  rispetto al 2005 (più 0,6 %). Il costo del lavoro ha raggiunto quota 162,7 miliardi di euro, con una retribuzione media pro-capite di 31.478 euro, e un aumento secco del 9,3 % rispetto ai dodici mesi precedenti. Infine, un dato sull’assenteismo: 22,7 giorni all’anno, sensibilmente più alto rispetto a quello dei dipendenti privati. Fin qui le cifre che, depurate degli accenti scandalistici e dei casi patologici, denotano comunque l’attenzione dell’opinione pubblica per la produttività  della pubblica amministrazione. Un fatto positivo, perché dovrebbe essere la spia di una consapevolezza che l’efficienza della Pa determina in larga misura l’efficienza dell’intero sistema Italia. E che dovrebbe abituare a guardare non tanto al costo in sé del sistema pubblico, che non appare molto più elevato di quello di altri Paesi occidentali, quanto al rendimento, ovvero al rapporto tra spesa e risultati conseguiti. Occorre allora interrogarsi, al di là  dello stereotipo sui nullafacenti, se la bassa produttività  della Pa non debba e possa essere inquadrata in un problema più generale, che riguarda la produttività  del Paese. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unico Paese che nel periodo 2001-2006 ha fatto segnare un arretramento della produttività : meno 0,6 %. Si allarga la forbice con i partner occidentali (la Spagna è a più 2,5 %), e il fenomeno colpisce l’industria (meno 0,4 %), come l’intermediazione finanziaria (meno 1,8%), salvando solo parzialmente i servizi (più 0,2 %). Sembra dunque che il deficit di produttività  sia una costante che penalizza l’intero sistema Paese. Un fenomeno forse legato ai ritardi nell’informatizzazione, nell’adozione del paradigma della rivoluzione tecnologica simboleggiata da Internet. Ma sicuramente un ritardo che non può non ripercuotersi anche sulla Pa, che in questo “habitat” è immersa. Inquadrate le cause, occorre dunque interrogarsi sui rimedi. E’ dubbio che le severissime circolari del ministro di turno ultima quella del titolare della Funzione Pubblica, Luigi Nicolais possano ottenere risultati più efficaci delle ben note grida manzoniane. E’ giusto richiamare la dirigenza alle proprie responsabilità  nel contrastare l’assenteismo, lo “scarso rendimento”, l’ignavia, applicando regole e sanzioni già  previste. Ma forse occorrerebbe chiedersi perché ciò non venga fatto in modo routinario. C’è sicuramente un problema “ambientale”, legato da un lato alla co-gestione sindacale, dall’altro alle implicazioni politiche di una riforma del pubblico impiego, in cui sono stanziate ampie clientele partitiche. Ma c’è anche la necessità  di riformulare uno stile direzionale e gestionale che non può prescindere dal prendere atto della diversificazione della figura del civil servant. Anche nella formazione al ruolo di funzionario pubblico, l’Italia sconta ritardi e occasioni perdute. Non esiste, di fatto, una istituzione paragonabile all’Ena francese, in grado di formare il personale destinato ai più alti ruoli amministrativi, instillando uno “spirito di corpo” che nasca dalla specializzazione e dalla competenza, e non dal coltivare il privilegio. Così l’alta burocrazia italiana rischia di non avere né l’impronta meritocratica tipica nella realtà  francese, né lo stimolo alla rotazione e allo scambio di ruoli con il sistema privato, che è una caratteristica anglosassone, anzi segnatamente Usa, in grado di rimuovere “incrostazioni” e forme di auto-conservazione che spesso sono il più grande freno a ogni riforma. Oggi nella Pa convivono avvocati e giornalisti, ingegneri e agronomi: costituiscono la componente produttiva di un’organizzazione “professional” che non può essere governata come un esercito di soldatini. Un’organizzazione in cui il knowledge management rappresenta il valore aggiunto più rilevante, spesso trascurato e incompreso, e dove il controllo dell’attività  non può far conto sulla standardizzazione dei processi, ma deve puntare su forme più sofisticate, contemperando l’autonomia dei ruoli con le regole della customer satisfaction.

Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano

Premessa A distanza, ormai, di qualche mese dalla 45a Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Pistoia e Pisa tra il 18 ed il 21 ottobre 2007 ed incentratasultema:Ilbenecomuneoggi:unimpegno che viene da lontano 1, è possibile prospettare una qualche meditata osservazione e valutazione sull’iniziativa, cui hanno partecipato ben oltre 1000 convegnisti, provenienti da 160 diocesi e appartenenti a istituzioni, associazioni e movimenti ecclesiali diversi.2 Era forte l’attesa, non solo nel mondo cattolico, per l’evento, in sé, che celebrava il centenario degli incontri voluti da Giuseppe Toniolo (18451918), ideatore, appunto, delle Settimane sociali e promotore/realizzatore della I edizione 3 e per il tema trattato. Ora, non è mancato chi ha definito la 45 a Settimana sociale un’occasione mancata, un convegno come tanti, piuttosto accademico ed astratto, con scarso spazio per il confronto aperto e senza elaborazione di proposte concrete sull’argomento prescelto. Altri si sono domandati se abbia senso mantenere per il futuro l’attuale impostazione delle Settimane sociali, che certo anche a Pisa e Pistoia ha mostrato evidenti limiti. Pur avendo individuato anche noi non poche criticità  nell’evento di cui trattasi ed auspicando che per il futuro sia cambiata l’impostazione delle Settimane sociali e che queste tornino ad essere come nel passato propositive con indicazioni forti in campo culturale, sociale e politico per il Paese 4, riteniamo che sarebbe un grave errore archiviare, con un colpo di spugna, la 45ª Settimana sociale dei cattolici italiani, per la semplice ragione che il bene comune non è tema come altri e che esso è e resta la questione centrale del nostro tempo, come sottolineato da Papa Benedetto XVI nel suo messaggio a convegnisti. D’altronde, la crisi politico-istituzionale che travaglia da tempo il nostro Paese può essere letta anche come crisi vale a dire, (epoca di) transizione -, della nozione di bene comune, cosa nota e confermata da una pluralità  di segni, nel lessico politico ed economico corrente). Accogliamo, dunque, volentieri le conclusioni Giuseppe La Torre, vicepresidente del Comitato organizzatore, per il quale è necessario che la 45° Settimana sociale non costituisca in ogni caso una parentesi e rappresenti, invece, un impegno ad approfondire i temi della Settimana, declinandoli in opportune iniziative promosse da Chiese locali, associazioni e movimenti cattolici. Ciò premesso, con riferimento alla 45° Settimana sociale daremo conto in sintesi de: * il clima che ha caratterizzato l’evento; * la strutturazione dell’incontro; * il modo con il quale è stato intesa la nozione di bene comune; * i temi afrontati e quelli non afrontati nelle diverse sessioni del Convegno. Ci chiederemo, ancora: * quale la realtà  del nostro Paese sia emersa attraverso il filtro della Settimana sociale; * come valorizzare i contenuti della 45° Settimane sociale accogliendone le sfide, alla luce della piena sintonia di essa con le principali conclusioni del IV Convegno ecclesiale di Verona indicate dalla CEI, con la Nota pastorale del 29.6.2007 5. Ancora in premessa è opportuno sottolineare che nel corso di tutto il Convegno è aleggiato un principio di fondo: il bene comune per eccel6 lenza è costituito per il Popolo di Dio da Gesù Cristo, che è, appunto, il dono di Dio per ciascun 7 uomo e per la famiglia umana tutta intera , Dio che è Bene Uno e Trino, è Comunione di Persone. Non a caso dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (DCS) emerge che la DSC è strumento di un nuovo umanesimo, perché propone, nell’attuale contesto socio-culturale improntato all’individualismo utilitaristico ed immanentistico, un personalismo comunitario e relazionale, aperto alla trascendenza. Il clima del Convegno Nei giorni della Settimana sociale si è respirato un clima di fraternità  e di sororità , non solo come è ovvio nelle celebrazioni eucaristiche e nei momenti di preghiera, ma anche nelle occasioni conviviali e nel corso delle pause dei lavori. Ci si è sentiti, pur provenendo da Diocesi diverse ed appartenendo a realtà  le più diverse, un “pezzo” della Chiesa che è in Italia. In confronto con la 44° Settimana sociale di Bologna, nella quale gli applausi di parte dell’assemblea, ora all’uno ora all’altro relatore, segnalavano un’esplicita divisione dei convegnisti in opposti schieramenti politici, a Pisa e Pistoia la passione e l’appartenenza politico-partitica erano certo presenti, ma sono stati poste in qualche modo in secondo piano rispetto alla volontà  di ascolto e di confronto. Si può avanzare, anzi, l’ipotesi che i laici cristiani presenti alla 45° Settimana sociale abbiano definitivamente metabolizzato il fatto che la cattolicità  italiana sia contrassegnata, pur in quadro unitario di valori di riferimento, da sensibilità  politiche diferenti, cui conseguono scelte politico-partitiche di segno diverso.9 D’altronde “una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi” (così Paolo VI, Octogesima adveniens, 1971) 10. Comune, anche, ci è parsa la valutazione dei convegnisti sulle relazioni (troppe?)11 presentate all’incontro; dette relazioni sono state tutte giudicate di elevato livello, a dimostrazione del valore della cultura italiana di ispirazione cristiana e 12 capaci di cogliere problematiche tra loro complementari, ma in genere, tranne eccezioni, alquanto astratte. A molti è parso discutibile che nella trattazione del bene comune certi temi siano stati trascurati (per tutti si pensi al tema della precarietà  del lavoro, per altro richiamato dal messaggio del Papa ai convegnisti). Ed, ancora, davvero pochi sono stati gli spazi per il dibattito e il confronto. I più avvertiti tra i convegnisti hanno percepito – almeno così ci è parso – che la Settimana sociale di Pisa e Pistoia, come ogni Settimana sociale anche del futuro, non possa che rimandare, in ogni caso, alla responsabilità  del cristiano credente, delle comunità  e dei movimenti ecclesiali, perché in fondo tocca a queste realtà  tradurre nella realtà  quotidiana le indicazioni e le suggestioni emerse nel corso del convegno.

La strutturazione dell’incontro Ciascuna delle sei previste sessioni ha approfondito un tema specifico, grazie ad una nutrita “batteria” di relazioni, tenute da studiosi cattolici in genere docenti universitari e tutti di chiara fama: * “Cento anni di Settimane Sociali”: introduzione; * “Il bene comune nell’era della globalizzazione”; * “Le prospettive della biopolitica”; * “Stato, mercato e terzo settore”; * “Educare e formare”; * “Un futuro per il bene comune”: conclusione.

La nozione di bene comune fatta propria dal Convegno Sottolineato che più volte ed anche in un recente passato le Settimane sociali hanno trattato del bene comune, si può ritenere che il Comitato organizzatore sia voluto tornare sul tema perché il bene comune è categoria da (continuamente) ripensare.13 14 In effetti, “il concetto di bene comune, che ha rivestito in passato nella tradizione socioeconomica e politica dell’Occidente un ruolo centrale le origini vanno fatte risalire al pensiero greco e la sua formulazione precisa a quello medioevale , ha perso progressivamente terreno nella modernità  fino a risultare oggi, per molti aspetti, anacronistico. La crisi di tale concetto, come si è accennato, va ascritta a una pluralità  di “ragioni” riconducibili, in ultima analisi, alla svolta individualistica che ha contrassegnato, fin dalla nascita, la cultura moderna e che si è sempre più accentuata con il trascorrere del tempo”. A determinare la crisi della categoria di bene comune è stato l’abbandono, nella modernità , della concezione “naturalistica” della politica e la sua sostituzione con una concezione “contrattualista”. L’afermarsi, in termini sempre più accentuati, di un’antropologia “individualista”, con la conseguente tendenza a ridurre il diritto a “diritto soggettivo”, ha scardinato alla base la possibilità  di fondare la socialità  (e dunque la politica) su un dato oggettivo attorno al quale convergere. La dimensione sociale da fattore costitutivo dell’essere dell’uomo si riduce a realtà  del tutto accessoria e convenzionale e la società  assume, di conseguenza, i connotati di una struttura esterna con la quale diventa necessario fare i conti al solo scopo di evitare pesanti conflittualità  con inevitabili ricadute negative sulla vita di tutti. 15 Come afermato dallo stesso Documento preparatorio della Settimana, è invalso un “modo comune ma scorretto, di intendere il bene comune come garanzia e condizione del bene privato e quindi come tale perseguibile individualmente”; occorre, perciò, “liberarsi dall’equivoco di intendere il bene comune “solo” come mezzo per il bene proprio, con ciò legittimando una concorrenza generalizzata e ineluttabile, che confermerebbe la comprensione dell’uomo che è homo homini lupus”. Tale concezione individualistica del bene comune induce a considerare i diritti come ricerca di garanzie a tutela dei propri beni misconoscendo la corrispondente esigenza di osservare i doveri sociali e minando alla radice il concetto stesso di persona. Ora, si comprende la ragione per la quale la stessa definizione che il Concilio Vaticano II ha dato di bene comune “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” (Gaudium et spes, n. 26, 1965) nei 40 anni successivi è stata messa in discussione dal prevalere della cultura individualistica neoliberale e si capisce perché il Compendio della dottrina sociale della Chiesa abbia sentito il bisogno di puntualizzare la definizione del Concilio, insistendo sulla necessità  che l’individuo sia considerato non come un essere isolato, ma come soggetto-inrelazione. Il Compendio al n. 164 del Cap. IV, Principi della Dottrina sociale della Chiesa, in effetti, così si esprime: “Dalla dignità , unità  e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività  sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Dunque, per il Compendio, nella persona umana singolarità  e relazionalità  sono inseparabili ed ecco allora giustificata la puntualizzazione sulla nozione di bene comune del Compendio stesso: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale”. Se, dunque, il bene comune è “il bene di tutti e di ciascuno”, allora esso: * deve includere tutti, a partire dagli esclusi e dai più fragili, ed, in particolare, i poveri (solidarietà  sincronica), * deve includere, anche, le future generazioni (solidarietà  diacronica in specie in tema di risorse ambientali). Non è un caso, allora, come diversi relatori, a partire dal prof. Stefano Zamagni, abbiano messo in evidenza le diferenze tra bene comune come prima inteso, bene totale o interesse generale 16 e bene pubblico (in merito vedasi anche il Documento Preparatorio 45° Settimana sociale nn. 17-19). 17 Per Zamagni, il bene comune non è bene totale pensato come somma di beni individuali nella somma gli addendi possono variare per cui la diminuzione del bene-benessere di qualche addendo può essere compensata da maggior bene-benessere di altri addendi ed è, piuttosto, proseguendo nella metafora algebrica, il prodotto di fattori. In altri termini, essendo il bene comune qualcosa di indivisibile solo assieme è possibile conseguirlo, proprio come accade in un prodotto di fattori: l’annullamento di anche uno solo di questi, annulla l’intero prodotto. Nel bene comune il bene che ciascuno trae dal suo uso non è separabile da quello che altri pure da esso traggono. Essendo “comune”, il bene comune non riguarda la persona presa nella sua singolarità , ma in quanto è in relazione con altre persone. Il bene comune è, dunque, il bene della relazione stessa fra persone, tenendo presente che la relazione delle persone è intesa come bene per tutti coloro che vi partecipano.18 Diventa, allora, chiaro, per quanto sostenuto, che l’assunzione dell’interesse generale o bene totale quale criterio di conduzione della politica implica un profondo mutamento delle finalità  che ne orientano il corso: l’impegno non è tanto a promuovere positivamente la crescita di ciascuno e di tutti “quanto, più semplicemente e restrittivamente, a vigilare perché ciascuno rispetti le “regole” che, mediante il consenso, sono state patteggiate e a intervenire solo nel caso in cui il patto viene infranto, con grave danno per gli altri”.

I temi afrontati e quelli non afrontati nelle diverse sessioni del Convegno Per ragioni di spazio è del tutto improponibile un esame dettagliato delle relazioni presentate nelle diverse sessioni, che abbisognano di una lettura diretta. Ci si limita qui a fornire alcune suggestioni che le relazioni stesse hanno suscitato in noi. Nello specifico, la relazione introduttiva di taglio storico afdata al prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità  di Sant’Egidio e docente di Storia Contemporanea all’Università  Roma Tre, ha descritto la Chiesa italiana come soggetto sociale capace di concorrere come nel passato alla definizione del ruolo futuro della nazione. Non si può non convenire sulla tesi dello studioso, che ha inteso correttamente utilizzare le Settimane sociali come osservatorio della storia del cattolicesimo italiano, ancorché sarebbe stato forse necessario nella trattazione dar conto del fatto: * che non tutti gli eventi “ecclesiali” citati sono ascrivibili ad un percorso lineare ed aconflittuale; * che proprio le Settimane sociali dimostrano che le diverse anime del cattolicesimo italiano, e, per dirla schematicamente, l’anima avanzata e l’anima moderata, hanno oggettivamente fornito apporti diversi in ambito culturale e sociale per il bene del Paese.20 Rispetto alle principali relazioni tenute al Convegno ci limitiamo a cogliere gli spunti che ci sono parsi più interessanti, svolgendo qualche osservazione a margine. Così Zamagni, concludendo un’ampia relazione dal titolo Il bene comune nella società  post moderna. Proposte per l’azione politico-economica, che ha riassunto, a nostro avviso, quanto di meglio lo studioso ha finora elaborato in tema di economia e bene comune 21, si è chiesto se ci sia posto per la categoria del bene comune entro il discorso e la pratica dell’economia, in un mondo globalizzato. L’economia è “condannata” ad occuparsi solamente di efficienza, profitto, competitività , sviluppo e, al più, di giustizia distributiva? Per Zamagni il bene comune è sotto attacco da parte sia dei neoliberisti e sia dei neostatalisti. I primi si “accontentano” della filantropia e delle varie pratiche del conservatorismo compassionevole per assicurare un livello minimo di assistenza sociale ai segmenti deboli e emarginati della popolazione, quando il senso del bene comune ci viene dalla considerazione che l’attenzione a chi è portatore di bisogni non ha da essere oggettuale ma personale. L’umiliazione di essere considerati “oggetti” delle attenzioni altrui, sia pure di tipo compassionevole, è il limite grave della concezione liberal-individualista, che non riesce a comprendere il valore della empatia nelle relazioni interpersonali. Anche la logica neostatalista, da parte sua, non coglie del tutto il significato profondo del bene comune, in quanto, insistendo unicamente sul principio di solidarietà , lo Stato si fa carico di assicurare a tutti i cittadini livelli essenziali di assistenza, ma in tal modo esso spiazza il principio di gratuità  negando, al livello della sfera pubblica, ogni spazio all’azione gratuita. Il bene comune, afermando il primato della relazione interpersonale sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell’identità  personale sull’utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano, ivi compresa l’economia e la politica. Il messaggio centrale è, dunque, quello di pensare la carità , e quindi la fraternità , come cifra della condizione umana, vedendo nell’esercizio del dono gratuito il presupposto indispensabile afnché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Dalla relazione di Zamagni tutta tesa a dimostrare il ruolo che il bene comune può avere sull’umanizzazione dell’economia 22 ci si sarebbe attesi qualche maggiore attenzione: * alla tematica delle relazioni internazionali, poiché ormai il bene di tutti si qualifica come il bene di ogni popolo e di tutti i popoli anche di quelli futuri, * al fatto che la globalizzazione appare tutt’altro che sinonimo di ordine mondiale ed anzi si qualifica come nebbia fitta che avvolge le nazioni” (così Papa Benedetto in un intervento del 6 gennaio u.s., nel quale ha altresì sottolineato che l’umanità  è “lacerata” da “spinte di divisione e soprafazione” e “conflitto di egoismi”), tenuto conto che siamo nel 40° anniversario della indimenticabile Enciclica di Paolo VII Populorum Progressio. Inoltre, va messo in rilievo lo scarto tra la visione planetaria imposta dai processi dell’economia globalizzata e la proposta, contenuta nella relazione di Zamagni, di Forum deliberativi, uno strumento di partecipazione efficace solo per decisioni a livello locale.23 Il tema delle prospettive della biopolitica 24 è stato trattato dal prof. Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto all’Università  Tor Vergata di Roma, per il quale la biopolitica è quel paradigma tipicamente moderno che ritiene l’humanitas non un presupposto, ma un prodotto della prassi”. Tra gli esempi di biopolitica, il giurista ha citato “la legalizzazione pressoché planetaria dell’aborto, avvenuta non casualmente in un arco temporale estremamente ridotto e caratterizzato almeno in Occidente dal consolidarsi del modello democratico”: “segno inequivocabile della forza con cui il paradigma biopolitico pretende di gestire la nuda vita, autorizzandone l’esistenza o almeno sindacandone la stessa legittimazione sociale”. Altro esempio plateale è quello del consolidarsi del paradigma biopolitico: “l’alterazione dell’equilibrio alla nascita tra i sessi”, come in India e in Cina. Per il giurista, che vede in atto una guerra epocale “tra biopolitica e famiglia”, è evidente la “pretesa, ormai non più teorica, di negare la diferenza sessuale nel riconoscimento pubblico del matrimonio” o di “favorire pratiche di procreazione che separano coniugazione e procreazione, ad esempio ammettendo le donne sole alla fecondazione assistita o avallando pratiche di afitto dell’utero”. Ora, il paradigma biopolitico per D’Agostino va decostruito prima che giunga alla soglia irreversibile dell’implosione, prima, cioè, che apra le porte all’avvento del post-umano”, attivando “un impegno radicale per la difesa della dimensione privata del bios” e cercando di “ricostruire in chiave positiva una categoria di carattere fondamentale: la categoria della fragilità “. Secondo D’Agostino, l’orizzonte della biopolitica è più ampio di quello della bioetica ed oggi “la pervasività  della biopolitica è inquietante” (si pensi ai temi dell’eutanasia e del testamento biologico, ecc.). Insomma, per lo studioso “il compito che aspetta la nostra generazione è quello di aprire gli occhi sulla realtà  di un potere pervasivo e impersonale che, assimilando corpo biologico e corpo politico, toglie al primo la sua identità  e al secondo la sua dignità , e poi di negarsi ad ogni forma di omologazione biopolitica”. Il convegno ha voluto certo sottolineare anche il rischio di una prevaricazione dello Stato che trovi impreparato il mondo cattolico sulla riflessione etica, vista la rapidità  della ricerca scientifica che apre a poteri nuovi e pericolosi di manipolazione e quindi a cambiamenti, impensabili fino a qualche tempo addietro. Il problema, fondamentalmente, è nel rapporto con le scelte politiche e legislative che riguardino i c.d. valori non negoziabili, da afrontare alla luce degli indirizzi del Magistero. In tema, ma con un intendimento più generale, è intervenuto, tra gli altri, il prof. Giorgio Campanini, Professore f. r. di Storia delle dottrine politiche nell’Università  di Parma, che, in un applaudito intervento, ha sottolineato il “pericolo di sovra esporre il Magistero della Chiesa e di chiudere qualsiasi spazio di mediazione, mentre la politica è proprio questo: l’arte della mediazione”. Campanini ha chiesto di “abbandonare la logica del muro contro muro” e ha denunciato il “rischio che l’attenzione della comunità  cristiana concentrata su alcune tematiche quelle eticamente sensibili relative ai c.d. valori non negoziabili 25 porti a non parlare di legalità  e di come costruire il bene comune”. In effetti, secondo Campanini, il bene comune non è costituito da una serie di principi astratti da difendere, ma è un progetto da realizzare. Il prof. Pierpaolo Donati, ordinario di sociologia all’Università  di Bologna, è intervenuto sul tema “Una nuova mappa del bene comune: perché e come dobbiamo rifondare lo Stato sociale”. Per Donati, “il bene comune oggi non coincide più con lo Stato: non è più un bene totale, un monopolio dello Stato, ma un fenomeno che emerge dalle relazioni”; il bene comune é fatto “di attori che si orientano reciprocamente in una relazione da cui dipende il loro bene individuale”. 26 In tale prospettiva, per Donati, “il bene comune non è solo qualcosa che si produce assieme, ma di cui si fruisce assieme: molto più della democrazia di rappresentanza, ma anche qualcosa di più della democrazia rappresentativa”; per questo “il bene comune deve essere costantemente generato e rigenerato attraverso dei processi sociali in cui sia data la centralità  alla persona umana, alle sue relazioni di mondo vitale e alle sue formazioni sociali”, in base ad “un principio di reciprocità  positiva, e non a quello dell’uguaglianza delle opportunità  individuali, che è proprio dell’individualismo”. L’alternativa ai “limiti” e ai “difetti” del modello attuale di Stato sociale italiano consiste, per lo studioso, nell’idea di “una società  della sussidiarietà  solidale”, che non concepisce le politiche sociali “come politiche settoriali e residuali per i poveri e i bisognosi”. Nella misura in cui si riescono a vedere i limiti e i difetti strutturali del modello attuale di Stato sociale italiano, si fa strada l’idea alternativa di una società  della sussidiarietà  solidale. Il nuovo welfare, dunque, non può essere prodotto dai soli individui privati, né solo da uno Stato, all’uopo, più interventista e, neppure, da un mix fra le due vie, ma da un’adeguata relazione sussidiaria fra gli attori in gioco, che si concretizza in una organizzazione sociale plurale e societaria” 27. In sintesi: lo stato sociale relazionale è quello che concepisce il bene comune come un bene che valorizza le relazioni di reciproco arricchimento degli attori liberi e responsabili che fanno il welfare. Esso realizza una “cittadinanza complessa” che opera attraverso la valorizzazione del principio di relazionalità  applicato al campo delle politiche sociali, intese non come politiche settoriali e residuali per i poveri e i bisognosi, ma come una forma generale di azione riflessiva della società  su se stessa, in termini di produzione e distribuzione di tutti i ‘beni’ sociali, senza separare fra loro le condizioni “normali” e le condizioni “particolari”. La relazione del prof. Luigi Alici, ordinario di filosofia morale all’Università  di Macerata e Presidente dell’Azione Cattolica Italiana, intervenuto alla quinta sessione della settimana sociale sul tema “Educhiamo(ci) al bene che forma e che accomuna” è stata ampia ed articolata con un’importante sottolineatura circa l’esistenza “di un singolare gioco delle parti: ad una pubblicizzazione del privato, esibito fino all’indecenza, corrisponde una privatizzazione del pubblico, occultato fino alla clandestinità “. In base a questa prospettiva, “le storie private sono messe in piazza, mentre i poteri invisibili sembrano allontanarsi dalle aule delle istituzioni”. Per Alici, “c’è un’oscenità  esibita con cui ci illudiamo di conquistare visibilità  nello spazio pubblico, ma c’è un’oscenità  non meno grave, fatta di silenzi omertosi, di decisioni prese in conventicole segrete, dove dalle scelte di pochi intimi dipendono lo sviluppo e persino la vita di intere popolazioni”. Di qui la necessità  di contrastare quello che lo studioso ha definito “un agnosticismo antropologico, che respinge nell’anonimato l’intero spazio del convivere”, per cui solo “una cultura e una prassi della partecipazione” possono essere “l’antidoto indispensabile per motivare una forma di reciprocità  aperta, dilatando la rete delle appartenenze e della cittadinanza, dall’ambito primario della famiglia a quello della società  civile, fino a comprendere l’intera famiglia umana”. Con ciò, “senza dimenticare l’enigma inquietante di una fraternità  ferita, ma anche senza rinunciare mai a dilatare instancabilmente le frontiere dell’inclusione, in una sana dialettica di amore e giustizia”. Da questa “doppia cittadinanza”, per i cattolici deriva “un’intera gamma di virtù sociali, dalla sobrietà  dei consumi alla sincerità  del dialogo e alla generosità  della cooperazione”. Alle nuove generazioni, dunque, va trasmesso “l’alfabeto dell’essere e del bene”: a partire dai valori della vita e della pace, “i due pilastri irrinunciabili” per “un habitat educativo degno e accogliente per la persona umana”, da “liberare da ogni interpretazione utilitaristica” o ideologica ed impedendo “a una sana dialettica democratica di soccombere al gioco destabilizzante delle delegittimazioni reciproche”. Più direttamente sul tema dell’educazione, che per Alici è in una situazione di emergenza, lo studioso ha afermato che “i nostri figli non meritano che il debito pubblico che stiamo lasciando loro sia gravato da un debito educativo che nessuno può pagare al nostro posto”. L’esigenza dichiarata è che ogni scuola, statale o non statale, sia in grado di porre l’educazione al bene comune tra i contenuti irrinunciabili di un organico progetto formativo, tessuto di elaborazione culturale e di passione civile. L’impianto della relazione di Alici ha consentito ad alcuni convegnisti di intervenire evidenziando opportunamente la necessità  di inserire nel progetto educativo i capitoli dell’educazione alla pace, al lavoro ed alla democrazia, avendo come sfondo la Costituzione repubblicana, da intendere essa stessa come icona del bene comune, qui ed oggi, in Italia. La sessione conclusiva che ha trattato del futuro del bene comune è stata aperta da una relazione di Mons. Aldo Giordano, segretario del Consiglio delle conferenze episcopali europee, che ha trattato del tema “Bene comune ed Europa”, declinandolo secondo tre parole chiave: Europa, giustizia e cristianesimo 28; le altre relazioni incentrate sulla legalità  (Anzani), sulla cooperazione bancaria (Azzi), sul diritto internazionale (Saulle) e sull’agenda sociopolitica non sono parse andare al di là  di un’apprezzabile esposizione di punti, su cui sarebbe stato molto importante intessere un dibattito per meglio capire cosa “tornare a fare” in diocesi, in parrocchia o nei movimenti, ma il convegno era ormai alla fine. Le ragioni evocabili per spiegare tale situazione sono: * l’individualismo (l’”altro” è visto come nemico o concorrente ovvero come colui con cui instaurare più che altro rapporti d’uso), * la cultura dei diritti soggettivi in aggiunta alle potenzialità  tecnico-scientifiche, * la crisi della laicità  dello stato, * lo spostamento dell’asse della questione sociale dalla giustizia socio-economica alle questioni etiche inerenti alla vita umana, * il prevalere di una logica (ethos) comune per la quale ciò che è tecnicamente possibile lo Stato deve permetterlo e ciò che corrisponde alle preferenze e ai gusti dell’individuo la legge non deve impedirlo (insomma, vietato vietare), il che rileva mancanza di punti di riferimento e”tirannia del relativismo”. In tale situazione, in cui emerge una nuova questione antropologica e cioè una questione dell’uomo e della verità  su di lui ai giorni d’oggi caratterizzati dallo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche e dalla ragione pubblica incentrata su una “laicità  della modernità “, con una visione assoluta delle capacità  della ragione ed un nuovo rapporto tra questione antropo30 logica e bene comune , il bene comune è ancora demandato alla responsabilità  dello Stato, toccando allo Stato garantire servizi necessari di Welfare e equità  sociale. Lo Stato, tuttavia, non solo non ce la fa per inefficienze amministrative, per problemi di bilancio, ecc., ma in realtà  questa la valutazione oferta dalla 45° Settimana sociale – non ce la può fare ad appianare tutte le situazioni di povertà , di ingiustizie e di disuguaglianze e se interviene lo fa in prevalenza postfactum. Di conseguenza si avverte: difuso malessere, esperienza del peggio e “disagio di civiltà . Il nostro Paese è attraversato, come e più di altri Paesi avanzati, da una serie di cambiamenti che spaesano: globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazioni, concorrenza da Paesi emergenti, questione migratoria e conflitti identitari, questione ambientale. Insomma, l’Italia appare un Paese “spaesato”, percorso da “passioni tristi”, senza memoria del passato, timoroso del futuro, “schiacciato sul presente”: si spegne entusiasmo, crescono atteggiamenti di antipolitica e senso di impotenza e delusione, c’è frammentazione, c’è nichilismo non tanto teorico, ma pratico, si avverte svalutazione delle sinergie dei e tra i soggetti sociali e svalutazione del “bene sociale” rispetto al mercato-politico.31 In effetti, la politica non appare supportata da una cultura etico-sociale condivisa, sofre di leaderismo e populismo, si intreccia con l’economico in modo spesso non trasparente, da priorità  al “corto termismo” (vincere le elezioni â¦), rivela mancanza di senso dello stato (e continuità  delle istituzioni), risulta incapace di attuare vere riforme. Per uscire dalla crisi delle nostre società  e dell’Italia in particolare occorre superare: * la concezione liberal-individualista e mercatistica della vita, * la concezione tradizionale dell’economia, * la concezione statocentrica, andando verso una società  “solidale-sussidiaria”, costituita, cioè, da reti di relazioni tra protagonisti della società  civile e tra soggetti e istituzioni politico-amministrative, per realizzare “opere” che da sole (società  + istituzioni) non potrebbero attuare (sussidiarietà  solidale). Ciò obbliga a ritenere centrali i pilastri del bene comune come bene relazionale e cioè: la dignità  della persona, la solidarietà  e la sussidiarietà , richiedendo nuovi riferimenti culturali. Quanto afermato delinea il passaggio dal Welfare State (Stato del benessere, dalla culla alla bara â¦), al Welfare Society (società  del benessere) che riconosce le agenzie di servizio che nascono dentro la società  in un quadro di programmazione amministrativa, il pluralismoprotagonismo dei soggetti sociali, come prima agenzia sociale la famiglia nella sua funzione sociale. Ora, a nostro parere, nella costruzione intellettuale della società  del benessere oferta dal convegno, ci è parso che il ruolo dello Stato sia stato in parte sottovalutato, forse al di là  delle intenzioni degli stessi relatori. In effetti, come sostenuto, per esempio, nelle conclusioni della Settimana sociale del 1968, il bene comune non “potrebbe essere raggiunto dalla sola attività  spontanea di singoli, di gruppi, di istituzioni minori, ma si realizza necessariamente mediante l’apporto insostituibile dei poteri pubblici nella loro primaria funzione di impulso e coordinamento e nella loro eventuale opera di integrazione”. In effetti, è compito dello Stato quello di fondare una legislazione che dia spazio e riconoscimento all’azione ricca e multiforme della società  civile ed, inoltre, lo Stato resta il responsabile ultimo del diritto di cittadinanza di ciascuno nei suoi bisogni là  dove la società  civile non sa o non può raggiungerlo. Nel delineato contesto della realtà  del nostro Paese quale il ruolo del cattolici? Una consapevolezza è aleggiata nel corso del convegno e non poteva essere diversamente: esiste un merito storico culturale-politico dei cattolici in Italia che va evidenziato. Nel passato e in diferenti condizioni rispetto ad oggi l’apporto dei cattolici è stato essenziale per la vita del Paese. Anche per il futuro l’Italia non potrà  fare a meno né dovrà  prescindere da tale apporto, ma i cattolici devono voler dare tale apporto e devono darlo in modo qualificato e senza chiusure. Per altro, viviamo in una Società  estremamente tollerante e, tuttavia, monta “in Italia un anticlericalismo che non c’era dieci anni fa”, che “si trasforma anche in un anticristianesimo” 32, per cui le posizioni cattoliche non sono tanto bandite dallo spazio pubblico quanto aspramente criticate, spesso aggettivate come oscurantiste, medioevali, fino a ritenere incompatibili fede e ragione. L’opinione di chi scrive è che la condizione di minorità  dei cristiani sia una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà  e per amore e che i cattolici debbano dire “no” al vittimismo e “no” a sola rivendicazione dell’identità  cristiana (che è da vivere secondo una fede credibile). Ai cristiani è chiesto un “Sì” a uno stile di ascolto con credenti e non credenti, nella consapevolezza che senza ascolto non c’è comunicazione e non c’è comunione (e che, ancora prima, la fede deriva dall’ascolto). Quanto, poi, in generale ai cattolici italiani e specificamente a quelli più impegnati e formati, riteniamo che essi non abbiano alcuna volontà  di abdicare ai diritti e alle responsabilità  derivanti dalla cittadinanza. In effetti, come ribadito da Papa Benedetto al IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona dell’ottobre 2006, l’assunzione di responsabilità  civili e politiche da parte dei cristiani laici è carità  di “alto profilo” 33. Come valorizzare i contenuti della 45° Settimane sociale? In parte lo abbiamo scritto all’inizio. Atteso che le riflessioni della 45° Settimana sociale sono indirizzate all’attenzione di tutta l’opinione pubblica del nostro Paese, non v’è dubbio che in prima istanza la Settimana ha inteso porre una sfida alla Chiesa che è in Italia ed ai fedeli laici in particolare: la svolta educativa. Ne aveva parlato fin all’inizio dei lavori del convegno il Presidente della CEI, Mons. A. Bagnasco, per il quale c’è bisogno di “una forte proposta educativa in grado di introdurre alla vita e alla realtà  intera, capace di giudizio, di proposte alte, di impegno concreto e continuo, cordialmente aperta al bene di tutti e di ciascuno a prezzo di interessi individuali o particolari, a prezzo del proprio personale sacrificio”. In effetti, dalla svolta educativa come cristiani non possiamo prescindere, considerato la nostra impreparazione davanti a situazioni inedite in cui ci troviamo a operare e a scegliere. Se, come abbiamo cercato di sostenere, il bene comune è la questione centrale del nostro tempo e se dalla 45° Settimana sociale emerge forte la necessità  di un rilancio del momento educativoformativo per i laici cristiani 34 da incentrare sul bene comune, ne discende la piena sintonia della Settimana sociale con una delle principali conclusioni del IV Convegno ecclesiale di Verona indicate dalla CEI, con la Nota Pastorale del 29 giugno 2007, che traducono in pratica lo “spirito di Verona”: il “grande “sì” della fede”, la “carità  culturale”, la”carità  sociale e politica”. Certamente, la 45° Settimana sociale ha richiamato l’attenzione dei cristiani a situazioni inedite, che richiedono, tra l’altro, un ripensamento della nozione di laicità  non più come opposizione tra ambiti separati, ma come collaborazione tra ambiti distinti, nello sforzo di realizzare al meglio il bene comune possibile in una data situazione. Questa sfida interpella tutti, credenti e non credenti, nella ricerca di un ethos comune che consenta di fare unità  nel rispetto delle diversità . Tuttavia, la sfida della laicità  fa problema soprattutto ai cattolici (si pensi al citato tema dei c.d. valori non negoziabili). Il fedele laico rileva all’uopo il Compendio della dottrina sociale della Chiesa – “è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. […] la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli” (n. 568). Ciò non toglie ovviamente che i cattolici, mentre si sforzano di ispirare il loro impegno ai valori assoluti nel pieno rispetto delle regole democratiche e della laicità  della politica, nello stesso tempo testimonino sempre con la parola e con l’esempio, in privato e in pubblico, la concezione cristiana della vita, fiduciosi nella capacità  profetica del Vangelo di conquistare il consenso libero delle coscienze e delle intelligenze.35 A ben vedere, il mondo cattolico italiano sarà  capace di far fronte a queste sfide solo se Comunità  Parrocchiali, movimenti e associazioni cattolici assumeranno l’ordinarietà  dello spendersi per il bene comune come la cifra più caratteristica dell’impegno dei laici per l’edificazione di una città  a misura d’uomo. Occorre, allora, che si coltivino momenti e spazi di incontro e di riflessione in cui soprattutto i fedeli laici siano formati alla cittadinanza attiva, al dialogo e alla corresponsabilità , per contribuire all’edificazione di una convivenza umana ispirata ai valori dell’uguaglianza e della solidarietà . Appare, dunque, importante che i cattolici italiani siano fieri di un’iniziativa, qual è stata la 45° Settimana sociale, che in modo coraggioso e controcorrente ha messo a calendario il tema del bene comune in epoca di individualismo, di neo-liberismo selvaggio, di volontà  di potere e potenza che si sta facendo sempre più insidiosa. In effetti, se non ora quando? Quanto, poi, al futuro delle Settimane sociali appare necessario dare un ruolo chiaro a tali incontri, pensando ad iniziative magari a scadenza annuale, capaci di indicazioni propositive per la società  italiana su tematiche specifiche del campo sociale e politico e, dunque, con un target preciso di riferimento. Ad un anno esatto dal IV Convegno ecclesiale di Verona dell’ottobre 2006,”Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”. in dettaglio, hanno partecipato al Convegno, come delegati, circa 1165 persone di cui 688 provenienti dalle Diocesi e 477 dalle Associazioni operanti in Italia, 65 vescovi, 160 diocesi rappresentate (a Bologna erano 117), 200 giornalisti accreditati, 180 volontari coinvolti tra Pistoia e Pisa, 12 membri del Comitato scientifico e organizzatore, 32 relatori nelle 6 sessioni di lavoro previste. Giuseppe Toniolo nato a Treviso nel 1845 e laureato in diritto all’Università  di Padova, fu docente di Economia politica dal 1873 presso questa università ; successivamente fu professore ordinario a Pisa. Toniolo fu leader dei cattolici sociali italiani a cavallo tra ‘800 e ‘900 ed a buon ragione può essere giudicato un grande testimone sociale del nostro tempo. Uomo di “azione cattolica”, era animato dalla speranza di una società  cristianamente ispirata, un’intuizione che trovò il clima adatto nel papato di Leone XIII, della cui Enciclica, Rerum novarum, divenne apostolo. Toniolo morì il 7.10.1918. Paolo VI il 14.6.1971 chiuse l’esame della sua vita col decreto di eroicità  delle virtù, che lo rende venerabile. Può essere di un qualche interesse indicare per titoli i contenuti delle Settimane sociali, nei diversi periodi della loro”vita”: * 1907-13: si privilegiano temi di”alfabetizzazione sociale”e”diritto di cittadinanza”. * 1913-20: sospensione. * 1921-35: le Settimane sono momento di “preparazione al post-fascismo” e “diferenziazione da esso” (lo stato secondo la concezione cristiana, l’autorità  sociale nella dottrina cattolica, la famiglia e l’educazione cristiana). * 1935-45: sospensione. * 1945-70: temi legati a ricostruzione economica, ritorno a sistema democratico pluralista, industrializzazione e modernizzazione del Paese (si pensi, tra le altre, alla Settimana sociale del 1945 tenutasi a Firenze ’45 su Costituzione e costituente e che fornì un contributo decisivo per l’elaborazione della Costituzione repubblicana del 1948). * 1970-91: sospensione “mentre continua a svilupparsi l’impegno politico dei cattolici italiani” (così il documento preparatorio), ma forse anche perché fu un periodo drammi e lacerazioni nel mondo cattolico italiano (la scelta socialista delle ACLI; le esperienze delle comunità  di base, la scelta religiosa dell’AC, ma anche le prospettive aperte dal Convegno di Roma su “Evangelizzazione e promozione umana”). * ripresa dal 1991, sotto l’impulso determinante di Giovanni Paolo II che a Loreto impegna la Chiesa sulla cultura della presenza (più che non della mediazione) e che indica la Chiesa come forza sociale trainante (la Chiesa fu impegnata ad esercitare”un ruolo-guida e un’efficacia trainante”ed a svolgere una funzione pubblica. Come sottolineato in Bartolomeo Sorge S.I., La Settimana Sociale e lo «spirito di Verona»,Aggiornamenti Sociali, n. 12 dicembre 2007. Non si dimentichi che l’aggettivo”comune”etimologicamente significa con dono (da latino cum munus). Gesù Cristo, con il linguaggio del IV Convegno ecclesiale di Verona del 2006, è il grande Sì di Dio all’umanità . Un simile personalismo rende fautori i cristiani di una morale sociale che, sul fondamento di Dio redentore, irrobustisce la stessa laicità  dello Stato, sollecita a superare il progetto della modernità , che intendeva fondare la morale pubblica muovendo dall’assunto etsi Deus non daretur e che nel tempo si è dimostrato causa della senescenza degli ethos dei popoli, del loro disperato nichilismo (cfr. Don Mario Toso, Rettore della Università  Pontificia Salesiana, 2006). Possiamo afermare in ogni caso che nel laicato cristiano italiano convivano due anime, una che fa propria la svolta culturale identitaria e l’altra più impegnata nel sociale, a più stretto contatto con i problemi quotidiani delle persone, che fa fatica a entrare in questo orizzonte C’è indubbiamente anche una diversità  di metodo e di idea di mediazione (Così, per esempio, F. Garelli, 2007, a commento della 45° Settimana sociale). Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi quanti siano i laici cattolici che effettuano le loro scelte politiche confrontando i programmi ed azioni dei partiti con gli orientamenti della Dottrina sociale della Chiesa. Forse, purtroppo, pochi. E ciò non è davvero cosa buona, in quanto il laico cristiano non dovrebbe mai dimenticare di poter trovare nella Dottrina sociale della Chiesa i principi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire per promuovere un umanesimo integrale e solidale. Né egli può ignorare, come prospetta, invece, il Compendio della DSC, che l’insegnamento e la difusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Sarebbe stato preferibile che ogni sessione del Convegno fosse stata caratterizzata da una sola relazione magari con interventi di contorno di natura più specialistica. La scelta “meticolosa” dei relatori da un lato è stata garanzia di competenza, dall’altro di rappresentatività  delle varie sensibilità  presenti nel mondo cattolico italiano. Chiarire il concetto di bene comune è stata giudicata come la questione centrale del nostro tempo. Infatti, nella società  pluralistica e frammentata di oggi, imparare a vivere uniti nel rispetto delle diversità  è condizione imprescindibile per costruire la pace e una convivenza civile giusta e fraterna. Nel mondo globalizzato si tratta ormai di acquisire una più adeguata comprensione del concetto di bene comune a livello nazionale e internazionale, come evidenzia Benedetto XVI nel suo messaggio alla Settimana sociale: “Ancor più oggi in tempo di globalizzazione, il bene comune va pertanto considerato e promosso anche nel contesto delle relazioni internazionali e appare chiaro che, proprio per il fondamento sociale dell’esistenza umana, il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell’intera umanità “. Esemplarmente Padre B. Sorge (op. cit.) aferma: “Le difficoltà  derivano dal fatto che il concetto di bene comune è composito: accanto a una dimensione etica, comporta sempre una dimensione storica. Ciò significa che, mutando il contesto storico, occorre ripensare la stessa categoria di bene comune. Quanto riportato nel testo esprime in sintesi la tesi sostenuta dal teologo G. Piana in un intervento al Seminario organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Sociale e il lavoro di Torino in data 24.3.2007. Quando alla categoria di bene comune si sostituisce quella di “interesse generale” si produce un sostanziale mutamento di orizzonte, in quanto ha luogo il passaggio dalla sfera oggettiva (e universale) a quella soggettiva (e individuale); e, nel contempo, dalla definizione dei diritti originari fondati sulla natura (diritti che esigono un’assoluta salvaguardia in ragione della dignità  della persona) alla messa in atto di una procedura che consenta di identificare, attraverso la mediazione degli interessi dei singoli, una piattaforma di norme condivise attorno alle quali convergere (cfr. G. Piana, op. cit.). L’economia contemporanea distingue, come noto, i beni essenzialmente in pubblici e privati. I beni privati sono beni perfettamente escludibili (nei confronti di altri consumatori) e rivali nel consumo (se qualcuno consuma quello stesso bene con me, la mia utilità  diminuisce). I beni pubblici, invece, sono beni che non possiedono queste due caratteristiche: non sono tendenzialmente né escludibili né, soprattutto, rivali nel consumo. Sulla nozione di beni relazionali sia consentito rinviare ai numerosi lavori di L. Bruni, P. Paolo Donati e S. Zamagni, tutti relatori alla 45° Settimana sociale. Sinteticamente si potrebbe afermare, con la filosofa Martha Nussbaum, citata in I beni relazionali. Una nuova categoria nel discorso economico, di Luigino Bruni, che ” il bene relazionale è un bene dove la relazione è il bene, una relazione che non è un incontro di interessi ma un incontro di gratuità . Il bene relazionale richiede, quindi, nei produttori-consumatori del bene, motivazioni intrinseche nei confronti di quel particolare rapporto. Inserire i beni relazionali nelle analisi economiche produce importanti effetti in ambiti cruciali per la nostra qualità  della vita: dalla misurazione della ricchezza nazionale, a quella della felicità , nel benessere soggettivo nei luoghi di lavoro, alla architettura delle città , tutti argomenti suscettibili di approfondimento”. G. Piana, op. cit. In tale contesto ha detto bene, in un suo intervento al Convegno, l’ex-Presidente nazionale delle ACLI, D. Rosati, sulla necessità  di una “educazione alla storia”non come complemento ma come premessa di ogni itinerario di ricerca. Cfr. Stefano Zamagni, L’economia del bene comune, Città  Nuova, 2007. In merito, la Pastorale sociale e del lavoro del Piemonte con la Facoltà  teologica dell’Italia settentrionale ha organizzato a Torino tra l’ottobre del 2006 e la primavera del 2007 un Corso di formazione sul tema analizzato sul versante dello sviluppo sostenibile. Così il Papa: “I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”. Di famiglia si è parlato molto nella Settimana sociale, per le attese e i bisogni che essa manifesta. La famiglia non era un argomento all’ordine del giorno eppure la sua centralità  è emersa sin dall’inizio, dimostrando che la nostra società  ha bisogno del protagonismo della famiglia e delle organizzazioni intermedie. Il legame tra famiglia e bene comune è diventato così una chiave di lettura importante di tutto il Convegno. Nel suo messaggio Papa Benedetto XVI è intervenuto, in particolare, su famiglia, giovani e lavoro. Un limite alla trattazione del tema “bene comune” intravisto anche da don Fabio Corazzina, coordinatore di Pax Christi, per il quale “afermare che ci sono valori non negoziabili senza dire quali siano i percorsi per raggiungerli può essere pericoloso. Senza contare che ci sono argomenti, come quello della guerra e delle armi, che vengono rimossi”. La relazionalità  che connota la cittadinanza complessa opera a tutti i livelli territoriali e in ogni settore di intervento, come cittadinanza che deve essere “estesa” a tutti i potenziali attori (non beneficiari passivi, ma soggetti attivi che la scelgono e la attuano) e deve essere resa”profonda”, cioè concreta e situata: questa è la nuova frontiera del bene comune. Le modalità  relazionali modificano in maniera sostanziale le caratteristiche gerarchiche, burocratiche, assistenziali, disciplinari, “lavoristiche” (cioè strettamente dipendenti dal mercato del lavoro), che sono state tipiche del welfare state tradizionale del Novecento e oggi vengono riproposte, in varie versioni, dall’assetto lib-lab. “Il bene comune dell’Europa riguarda tutto il mondo”, ha precisato mons. Giordano, ricordando altresì che “parlare di confini significa pensare l’Europa non come fortezza, ma in supporto con gli altri continenti”. Ringraziamo per quanto contenuto nel presente paragrafo Don Sabino Frigato, docente di Teologia morale e Consigliere ecclesiastico della Federazione Regionale della Coldiretti del Piemonte. Circa il rapporto tra nuova questione antropologica e bene comune, possiamo osservare, con Crepaldi (cfr. Crepaldi, 2007), che senza recuperare in modo pieno la dimensione dell’indisponibile quanto non è a disposizione dell’uomo e costituisce quindi l’orizzonte di senso e il limite di quanto è a disposizione – nessuna altra dimensione della vita sociale sarà  posta al riparo dal primo che vorrà  accaparrarsela. Tutto ciò ha costi sociali molto alti ed impedisce la convergenza su valori comuni, disarticola i contesti sociali in tanti percorsi contrapposti, mette in crisi lo Stato di diritto, ferisce mortalmente la giustizia, smorza la sensibilità  etica, fa sorgere conflitti laceranti. Come si vede, la questione antropologica non è una questione bioetica ma riguarda l’intera questione sociale. Fin dalla Rerum novarum, la questione sociale è stata intesa dalla Chiesa come il problema dei poveri. Ebbene, tutti gli uomini sono poveri quando la stessa natura umana è messa in pericolo. Dalla 45° Settimana sociale emergono analisi che ricordano il rapporto Censis 2007 per il quale la realtà  sociale diventa ogni giorno una poltiglia di massa; impastata di pulsioni, emozioni, esperienze e, di conseguenza, particolarmente indiferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa. Una realtà  sociale che inclina pericolosamente verso una progressiva esperienza del peggio a) nella politica come nella violenza extra ed intrafamiliare; b) nella micro-criminalità  urbana come in quella organizzata; c) nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, d) nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, e) nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità  dei programmi televisivi. Cfr. E, Bianchi, Pochi ma buoni, Rocca n. 2 del 15.1.2008 (da Adista). Il Papa, nel suo messaggio ai convegnisti ha riproposto la distinzione dell’enciclica Deus caritas est, in vista del contributo concreto della Chiesa e dei cattolici alla ri-costituzionalizzazione dello Stato democratico in Italia: “In questo, il compito della Chiesa è mediato, in quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali”. Nello stesso tempo, però, accanto al contributo “mediato”, specifico della Gerarchia, è compito dei fedeli laici operare “immediatamente” per un giusto ordine nella società : “Come cittadini dello Stato tocca ad essi partecipare in prima persona alla vita pubblica e, nel rispetto delle legittime autonomie, cooperare a configurare rettamente la vita sociale, insieme con tutti gli altri cittadini, secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonoma responsabilità “. Un’educazione-formazione che essendo ispirata alla fede è come questa performativa. Ha scritto Papa Benedetto XVI nell’Enciclica Spes salvi che “il messaggio cristiano” non è solo “informativo, e cioè “una comunicazione di cose che si possono sperare”, ma che è anche”performativo”, vale a dire”una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”. Monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa, nell’omelia del giorno di chiusura, ha detto ai delegati: “à inutile aflare le armi, mostrare i denti; bisogna, nell’umiltà  e nella semplicità , trovare la forza dell’annuncio cristiano che passa attraverso l’essenzialità  di chi si pone dalla parte dei poveri. Se ci mettiamo in questa prospettiva, allora davvero possiamo costruire una società  che non è alternativa, ma una società  dove il Vangelo diventa fermento per dare voce a chi non ha voce, o a chi è costretto a stare zitto perché non trova spazi per parlare”. Quelle di Monsignor Plotti sono state parole che certamente molti dei convegnisti hanno portato volentieri a casa e forse le stanno ancora meditando.

Le quattro facce dell’efficienza nelle amministrazioni locali

Quando si parla di efficienza dell’azione pubblica immediatamente evochiamo nella nostra testa problemi da tecnici, economisti o dirigenti amministrativi se non altro perché per efficienza in genere si richiama “la misura del rapporto fra prodotto e costi di produzione” ovvero noiose tematiche tecnico organizzative ben poco politiche ed ancor meno di interesse sociale. Nel breve articolo che segue non si dimenticherà  il problema tecnico ma si cercherà  di raccordarlo alle sue dimensioni politiche ed istituzionali anche per spiegare perché la ricerca di “efficienza” nella pubblica amministrazione posto che interessi a qualcuno, raramente è solo un problema tecnico. Lungi dal poter e voler essere esaustivi, l’analisi minima del difficile rapporto tra efficienza e pubblica amministrazione locale si svilupperà  su quattro dimensioni chiave passando progressivamente da una dimensione solo tecnica ad una dimensione prevalentemente politica – istituzionale. La storia del rapporto tra efficienza e pubblica amministrazione italiana è piuttosto recente ed insorge quando la necessità  di governare e ridurre il debito pubblico della nazione diventa imperativo europeo a cui non ci si può sottrarre, quando le amministrazioni locali da eterodirette diventano progressivamente autonome nel reperimento delle risorse 1, quando infine insorgono principi e norme che regolamentano puntualmente le responsabilità  civili e penali nell’uso delle risorse economiche pubbliche 2. Prima degli anni 80 di fatto prevaleva il principio dell’irresponsabilità  politica ed amministrativa sull’efficienza nell’uso dei soldi ed in generale delle risorse dei cittadini, prova ne è che solo a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso le amministrazioni locali e nazionali hanno cominciato a porsi il problema del “controllo” ovvero si sono chieste se erano in grado ed avevano la competenza per “gestire” e per “controllare la gestione” in termini non solo di efficacia dell’azione pubblica (grado di raggiungimento dei risultati auspicati) ma anche in termini di efficienza operativa (rapporto tra risultati conseguiti e risorse necessarie per conseguirli). Gli anni ‘90 sono anni d’oro per gli esperti ed i consulenti di controllo di gestione, chiamati in massa ad insegnare ed a costruire complesse strutture informative e ad implementare sistemi di monitoraggio e valutazione della spesa pubblica in termini di risultato ed in termini di efficienza gestionale. A conti fatti questa stagione ha risolto più che altro l’interesse politico di un adattamento isomorfico ad un mito sociale imperante (buon governo uguale controllo di gestione) che alla necessità  di sviluppare efficaci sistemi di controllo e valutazione nell’uso delle risorse pubbliche locali. Gli ostacoli all’introduzione ed a un utilizzo reale nei processi decisionali pubblici di controlli di efficienza peraltro non sono pochi. Anzitutto ha giocato e gioca tuttora un ruolo disincentivante l’alto costo che questi sistemi comportano soprattutto in termini di investimento iniziale e soprattutto se rapportati hai risultati che sono in grado di produrre nei primi anni di vita. A fronte di costi di avvio rilevanti sono stati non pochi i sindaci ed i presidenti di enti pubblici perplessi di fronte ad informazioni che forse prima mancavano ma che certamente una volta acquisiti nulla aggiungevano al processo decisionale tecnico politico. A titolo di esempio: sapere che un pasto della mensa dell’asilo costa 10 o 15 euro quale indicazione ofre? se non esistono prezzi standard sul mercato (con conseguente definizione univoca di uno standard di prestazione) o non esiste la possibilità  di analizzarne il costo nell’ambito di una sequenza temporale sufficientemente significativa o ancora senza la possibilità  di analizzarlo rispetto ad analoghe prestazioni in contesti simili? In secondo luogo quale vantaggio si può trarre dall’acquisire informazioni sul rapporto costi/ benefici se poi non si può intervenire sui fattori di produzione perché l’organizzazione è data e non è modificabile se non nel lungo periodo, oppure ancora perché è difficile ricorrere a scelte di make or buy in quanto nella realtà  del territorio non esiste un vero mercato di fornitori privati di servizi pubblici? Non è un caso che solo nelle grandi amministrazioni pubbliche locali si siano sviluppati sistemi stabili di controllo dell’efficienza interna e solo in queste tali controlli siano utilizzati nell’ambito dei processi decisionali attinenti alla qualità , quantità  e modalità  di erogazione dei servizi pubblici. Nelle altre amministrazioni locali, ovvero nella stragrande maggioranza dei casi e del territorio3 il presidio dell’efficienza più che attraverso lo sviluppo di sistemi di controllo si sta realizzando attraverso processi di aggregazione ed unificazione dei servizi dando per “scontata” l’insostenibilità  economica di gestire con efficienza (ed efficacia) i servizi pubblici locali da parte della maggior parte dei comuni italiani date le loro ridotte o ridottissime dimensioni. Una seconda dimensione non irrilevante riguardo al concetto di efficienza nei servizi pubblici locali attiene al difficile rapporto tra pubblica amministrazione ed i sempre più frequenti appaltatori dei servizi pubblici. Le teorie economiche relative alle scelte di make or buy individuano numerosi parametri oggettivi di valutazione razionale in merito alla decisione di “fare” o “appaltare” un servizio od una attività  pubblica ad un attore terzo (tramite mercato o società  partecipata). Tra tutte le regole quella che appare più significativa è relativa alla necessità  di poter successivamente controllare ciò che si esternalizza ovvero ciò che non si gestirà  più direttamente tramite gerarchia e che si governerà  solo tramite le regole del mercato assistite da un contratto. In pratica estremizzando ciò che dicono i modelli di analisi, si esternalizza solo ciò che si conosce bene e che quindi si potrà  controllare altrettanto bene. Al contrario sono tuttora piuttosto rari i processi di esternalizzazione di servizi ed attività  pubbliche che rispettino questa regola aurea, con il risultato che più che di appalti sarebbe opportuno parlare di privatizzazioni di fatto, tanto elevata è la non capacità  ed il disinteresse della pubblica amministrazione appaltante a controllare e presidiare non solo l’efficacia ma anche l’efficienza dell’appaltatore ovvero i costi che la comunità  dovrà  sostenere per i servizi appaltati. Una terza dimensione che ruota sempre più attorno al problema dell’efficienza nei servizi pubblici locali attiene ai suoi confini. La domanda chiave che sempre più ci si pone è se l’azione pubblica deve misurarsi solo in termini di efcienza interna o invece in termini di efficienza tout court compresi i costi, gli oneri amministrativi e sociali che le attività  di servizio e soprattutto le attività  di regolazione della pubblica amministrazione comportano per le comunità  locali. Un esempio per tutti: non c’è dubbio che l’emanazione di un regolamento sul commercio su aree pubbliche o inerente materie di urbanistica pongano pochi problemi di misura di efcienza interna all’ente che li emana; la domanda però è: a fronte di un obiettivo di regolazione qualunque esso sia, sono noti i costi che gli attori economici e sociali privati dovranno sostenere per attenersi ad esso? Ovvero tra obiettivi della regolazione e costi che questa comporta per la società  si sono fatte analisi di efficienza? La risposta è scontata: non abbiamo nelle strutture pubbliche nessun know how e nessuna tecnostruttura delegata a misurare ex ante (e pure ex post) gli oneri amministrativi che le attività  di governo e regolazione pubblica comportano per le comunità  locali. Quel che peggio è che questa dimensione di “costo” ancora oggi oltre a non essere valutata, raramente viene considerata come tale. Molte politiche ambientali, urbanistiche e di regolazione delle attività  economiche fondano parte dei loro fallimenti nell’insostenibilità  economica e quindi nella profonde inefficienze che queste comportano per i cittadini. Infine, negli ultimi anni è insorto un ulteriore problema di efficienza nelle pubbliche amministrazioni locali legato ai costi delle decisioni. La frammentazione e concorrenza delle istituzioni pubbliche sulle stesse problematiche, le complesse procedure sequenziali verticali ed orizzontali di pareri, nulla osta, autorizzazioni ecc. unite a processi di inclusione nei processi decisionali pubblici delle comunità  locali o meglio delle associazioni ed organizzazioni di rappresentanza di queste, forse hanno mostrato di essere in grado di produrre soluzioni più condivise ma contestualmente hanno messo in luce uno spropositato aumento di costi decisionali (in termini di impegno e di tempi) con frequenti rischi di paralisi nello stesso processo di scelta. La gestione della frammentazione istituzionale e sociale non solo ha reso estremamente più complessi i processi decisionali, ma ne ha aumentato i costi e soprattutto ne ha ridotto l’efficienza. Su questo versante però gli enti locali non hanno reali poteri di azione, di semplificazione e di governo del non semplice rapporto fra legittimità /coinvolgimento/trasparenza della scelta pubblica ed efficacia ed efficienza della stessa. Su questo versante piuttosto mai come ora abbiamo bisogno dell’intervento dello Stato.

  1. A titolo di esempio, nel corso degli ultimi venti anni la percentuale dei trasferimenti statali ai comuni è passata da una media superiore all’80% all’attuale media inferiore al 10%.
  2. Se il testo unico della legge comunale e provinciale del 1934 chiariva bene vincoli e responsabilità  nell’uso delle risorse economiche, di fatto solo a partire dagli anni 80 la responsabilità  civile e penale degli apparati politici ed amministrativi degli enti pubblici locali diventa effettiva.
  3. Da fonte ANCI, degli ottomila e passa comuni italiani quasi il 92% non supera i 15.000 abitanti e di conseguenza con difficoltà  hanno strutture interne, competenze e risorse sufficienti per elaborare autonomi sistemi di controllo della spesa pubblica. In termini di popolazione questi comuni rappresentano 24.000 milioni di abitanti.

Far conto sulle Province o liquidarle?

Il 13 marzo si è celebrato a Palazzo Madama, con la partecipazione del Presidente del Senato Franco Marini, il centenario dell’UPI, Unione delle Province Italiane. Sono intervenuti oltre allo stesso Marini, il presidente emerito della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti, il professor Vincenzo Cerulli Irelli, Giuliano Amato nella sua qualità  di Ministro dell’Interno e Fabio Melilli, Presidente della Provincia di Rieti e dell’UPI. Cosa è stato detto? Ovviamente che le Province vanno salvaguardate dalla furia di chi vorrebbe abolirle. La notizia, dunque, non è questa: che senso avrebbe avuto una celebrazione in Senato se l’occasione si fosse risolta nell’annuncio di un proposito diverso da quello della difesa della ragion d’essere delle Province? Meritevole di nota risulta il modo con il quale sia Marini che Amato hanno difeso la causa delle Province: senza retorica e con qualche riferimento a problemi veri.

Leggiamo alcuni passi dell’intervento di Franco Marini.

“La nascita di nuove Province … è da stigmatizzare e da respingere con decisione. Al contrario, invece, sonoconvintocheleProvince,tuttequellechehanno realmenteun’identità storicaelocale,debbanoessere mantenute e valorizzate… Le Province possono davvero diventare interlocutori principali delle Regioni e dei Comuni per la programmazione, il coordinamento, l’organizzazione di reti di servizi e di funzioni che, per loro natura, richiedono ambiti e assetti sovracomunali. Un ruolo, cioè, di governo di sistemi territoriali complessi e di ampie dimensioni a cui afdare il governo di comunità  locali ampie e, al contempo, il compito di sviluppare sistemi infrastrutturaliperpromuoverecrescitaebenessere.

Il pilastro del nuovo disegno organizzativo dovrà  seguire una logica di vera semplificazione e di efficienza istituzionale ed amministrativa. Alcuni punti mi sembrano essenziali:

  • abolire le Province lì dove sono previste le Città  metropolitane;
  • la semplificazione dei tanti uffici periferici dello Stato deve seguire parametri di efficienzae non la mera distribuzione provinciale;
  • bisogna sfoltire drasticamente la pletora dei vari enti interme di settori tali che oggi si frappongono in modo disorganico fra Province e Comuni;
  • bisogna favorire, con incentivazioni efficaci, le Unioni fra piccoli Comuni;
  • si deve procedere ad una compiuta definizione e razionalizzazione delle funzioni provinciali e comunali secondo i principi di sussidiarietà , di adeguatezza e di diferenziazione”.

Giuliano Amato, invece, è stato ancor più “severo” e diretto. “La Provincia deve dimostrare di saper gestire la titolarità  delle sue funzioni perchè in democrazia non è consentito a nessuna funzione di rimanere “presunta”, scritta solo sulla carta; una realtà  che si giustifica con una funzione deve dimostrare di svolgerlaquestafunzione,diversamente vienemeno la sua legittimazione ad esistere….. NonstorimproverandoinmodospecificoleProvince, mi riferisco ad una condizione generale… Per avere un’idea, basta leggere le ordinanze della protezione civile e qui Amato si è riferito al ruolo degli enti locali nella gestione della crisi rifiuti in Campania -sembrachetuttosisiafermatolasciando ogni decisione al commissario straordinario e al presidente del Consiglio…. Nessun Comune vuole discariche per il Comune vicino. La Provincia deve rappresentareunavisioned’insiemeenonilmegafono di questo o quel Comune… Proprio l’assunzione di responsabilità  e di decisioni talvolta impopolari tra i sindaci, può dimostrare la necessità  dell’istituzione Provincia. ….. C’è, infine, una dimensione minima 77 poteri forti, poteri deboli al di sotto della quale la Provincia è inutile …. se la Provincia risulta più minuscola degli enti intermedi diareavastachedovrebbeassorbire,aquelpuntonon è più in grado di far pesare le sue ragioni. Ciascuno – ha avvertito ancora Amato – può essere autore del suo decadimento”. I due interventi, certamente “amichevoli” nei confronti del sistema delle Province, non si mostrano comunque “rassicuranti” nei loro confronti. Ambedue, infatti, sottolineano la irrinunciabilità  e l’urgenza di alcune riforme radicali. Amato si spinge oltre e richiama all’ordine le Province: o fate quello che ci si aspetta che voi facciate o vi seppellirete da sole! Già , ma cosa devono fare le Province? Se il dibattito sul ruolo delle Province si svolgesse non più o non solo sulla base di “categorie a priori e generali” ma procedesse a partire da un’analisi dalle funzioni effettivamente svolte tra quelle attribuite alle Province (politiche del lavoro, formazione professionale, ambiente, istruzione, viabilità , assistenza ai piccoli Comuni, etc..); se quest’analisi cercasse di rendicontare costi e benefici dell’azione amministrativa svolta dalla Province; se si misurasse anche il “gradiente” politico di questa azione e, cioè, la componente delle scelte amministrative non riconducibile a sole variabili tecniche, ma a vere e proprie scelte politiche; se si facesse questo, se l’UPI fosse, oltre che il sindacato delle Province anche la vetrina di quello che effettivamente le Province fanno (o non fanno), ecco che il dibattito sarebbe avviato su un terreno meno ideologico e pregiudiziale. E più praticabile per una difesa della causa delle Province. Un esempio di quello che sono e potrebbero essere le Province è oferto da un processo amministrativo in atto: la costituzione dei CST, Centri di Servizio Territoriali, cioè a dire forme associative intercomunali di “area vasta” (almeno 100.000 abitanti) finalizzate alla gestione delle tecnologie informatiche e dei sistemi informativi per i Comuni di piccole e medie dimensioni. L’intervento è coordinato dalle Regioni e, a livello di governo, dal CNIPA, Centro nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione. Anche in questo caso si è corso il rischio di favorire la costituzione di nuove forme di aggregazioni intercomunali intermedi “a prescindere” dall’esistenza della Provincia. Il CNIPA, tuttavia, dopo una incertezza iniziale, ha decisamente mostrato di vedere con favore un ruolo rilevante delle Province. E i fatti gli han dato ragione, almeno sino ad ora: in molti caso, la Provincia si è rivelata il “contenitore” verso il quale i piccoli Comuni sono naturalmente confluiti per consolidare e dare una forma sostenibile alla loro volontà  di aggregarsi.

Il progetto CST, infatti, si è da subito rivelato come troppo impegnativo per poter essere sostenuto dalla sola volontà  associativa di Enti caratterizzati da piccole dimensioni, dalle capacità  organizzative troppo limitate, e dall’oggettiva difficoltà  nella “tessitura” di relazioni interistituzionali (non dobbiamo dimenticare che le Unioni dei Comuni, l’espressione di punta dell’associazionismo volontario tra piccoli Comuni, riescono a raggiungere una dimensione demografica media di 14.000 abitanti!). Il grafico che precede illustra il livello di partecipazione delle Province all’iniziativa CST, pur senza fornire indicazioni in ordine alla “qualità ” della partecipazione e al “valore aggiunto” che le Province ipotizzano di apportare. Altro dato meritevole di analisi riguarda le risposte date da 1414 Comuni, di piccole e medie dimensioni, distribuiti sull’intero territorio nazionale e coinvolti nella realizzazione dei CST, alla domanda:” Con quale Ente sono state avviate collaborazioni per conseguire obiettivi di innovazione tecnologica e organizzativa?” Le risposte sintetizzate nel successivo grafico forniscono un’idea sul “posizionamento” delle Province sull’intera scena nazionale rispetto agli altri partners dei piccoli Comuni. Il consenso (mediamente buono) dato alle Province è il risultato di una media alimentata da un consenso molto alto in alcune regioni, ed un consenso inferiore, a volte sensibilmente inferiore, in altre regioni. Possiamo così concludere: le Province sono una realtà  caratterizzate, forse, da efficienza e credibilità  variabili. Ripensare e riqualificare il ruolo delle Province significa ripensarne il ruolo all’interno di molti contesti regionali. Questa partita non è alla portata delle singole Province “deboli”, anche perché non di rado la debolezza delle Province si aggiunge e completa, per così dire, la debolezza delle Regioni di referimento. Bisogna, dunque, uscire dalle generalizzazioni e afrontare il problema della diversità  di “senso” tra le singole Province.