Sarzana

Quattro sono le linee strategiche, che guidano questa amministrazione nel governo del proprio territorio linee che esprimono orientamenti e scelte legate ad altrettante distinzioni tematiche, e che ritroviamo compiutamente sviluppate nel progetti di riqualificazione urbana che interessa una periferia della Città : * il territorio e le sue risorse, * i diritti individuali e collettivi, * la componente umana, * l’identità  urbana. I criteri-chiave che interessano trasversalmente le strategie e che possono essere considerati obiettivi, rinviano alle questioni della integrazione e della innovazione, ed a valori fondamentali come il dialogo, la qualità , la responsabilità , e all’elemento cruciale dello sviluppo della città . Il territorio deve vedere come riferimenti prioritari la “deframmentazione” e la ricucitura del tessuto urbano (attraverso scelte di riuso, riconversione, riqualificazione dei suoli), il recupero di connettività  (superando un gap di accessibilità  e di mobilità  alla scala urbana, ed a quella di”area vasta”). La qualità , quindi, come opzione di fondo, la qualità , potremmo dire, come occasione di miglioramento del quadro complessivo dei servizi, delle prestazioni, delle utilità  per i cittadini e per le imprese. In coerenza con questi principi base della pianificazione ci siamo mossi per quanto riguarda i maggiori interventi a scala urbana e territoriale che sono in fase di avvio, insieme ad altri di minori dimensioni: innanzitutto la ristrutturazione del comparto che interessa le aree del vecchio mercato e della stazione ferroviaria. Sarzana è rimasta orgogliosamente chiusa in sè stessa, intatta e isolata nel cuore della val di Magra, per oltre novecento anni, fino a quando le mura non hanno più avuto una funzione difensiva e nuove necessità , legate alla “rivoluzione” sociale e industriale, hanno prodotto le prime espansioni esterne. Da allora ci sono stati errori e occasioni mancate. La ferrovia ha causato una frattura mai sostanzialmente ricomposta tra la città  antica e il suo intorno, le parti difensive della città  storica sono state in larga parte sofocate, e le addizioni residenziali e produttive, progressivamente stratificatesi in particolar modo dal dopoguerra a tutti gli anni ottanta, costituiscono un tessuto difuso di non altissima qualità . La periferia senza segnali di buona architettura è diventata una sorta di “opposto” del cuore della città , e costituisce una realtà  di funzioni con poco splendore, senza vitalità  e colore, con generale assenza di qualità , carenza di alcuni servizi e in alcuni casi afflitta da degrado. A questo punto importo poco “chi l’ha fatto” ma qual’è il progetto per il futuro. Come ripartire. Con che disegno. L’incontro con Mario Botta ed i suoi collaboratori è stato cercato e voluto nella consapevolezza del valore assoluto dell’opera progettuale (universalmente riconosciuto!), e della estrema attenzione che l’architetto pone nell’inserire le sue opere nel contesto urbano che le accoglie. Con lui si è discusso della rinascita di una vasta area chiave della nostra città : architetture di qualità  come “segni” importanti e duraturi del nostro tempo, ricucitura di settori e di servizi tra loro oggi slegati e disarmonici, spazi per la cultura ed i giovani, infrastrutture di supporto e collegamenti veicolari e pedonali razionali ed esteticamente gradevoli. A lui è stato chiesto di progettare una nuova e vitale dimensione urbana delle aree prossime al centro storico, lontane oggi da un dignitoso disegno urbano. Ricucire le parti di città  che oggi non dialogano tra loro, saldare il settore della stazione, del terminal degli autobus e della futura Metropolitana di superficie (le “life lines” decisive per il nostro sviluppo) al centro storico, fare del “solco ferroviario” un’occasione di unione e di rilancio, sono le idee base di un progetto che appare comunque decisivo per le sorti future di Sarzana. L’obiettivo è quello di ridare nuova centralità  e vivibilità  alle aree periferiche interessate, anche attraverso una nuova qualità  edilizia e architettonica degli interventi. In questo programma assume particolare rilevanza la nuova struttura prevista nell’area del vecchio mercato ortofrutticolo, destinata ad iniziative culturali e sportive, con l’intento di mantenere le attuali funzioni integrate ed anzi esaltarle in un rinnovato contesto architettonico e urbano. Le città  sono note e vengono apprezzate generalmente per ciò che possiedono di eccezionale, magari addirittura di unico. Le amministrazioni locali tendono a far conoscere e sviluppare ciò che è particolarmente qualificato e importante, che dà  peculiare significato e valore. Questo è abitualmente concentrato nel cuore della città , vogliamo che i “segni” di un maestro del nostro tempo come Botta, rendano unica e memorabile anche la nostra periferia.

Chieri

Ogni tanto accade che l’impatto sulla vita locale faccia percepire meglio i termini di una questione che fino a quel momento sembrava interessare più che altro il sistema generale. Devo dire che fino a qualche anno fa il tema dell’utilità  delle Province mi sembrava posto in modo un po’ demagogico: se è vero, infatti, che la loro soppressione comporterebbe un risparmio, altrettanto vero è che il vuoto che si creerebbe fra i singoli Comuni e la Regione dovrebbe essere colmato con organismi di coordinamento probabilmente di pari costo. Demagogico e schizofrenico, visto che la messa all’ordine del giorno della soppressione delle Province è contemporanea all’istituzione di Province nuove. Demagogico ed improvvisato, visto che dopo l’accantonamento dell’ipotesi di istituire i Comprensori, si è lasciato proliferare di tutto (Comunità  Montane e Unioni Collinari), senza per altro che si intravedesse qualcosa di veramente vicino ai Comuni che hanno la necessità  di pianificare e di gestire servizi su territori omogenei dimensionati secondo logiche di sostenibilità . Poiché la speranza di un provvedimento dall’alto che tarda a venire e che, in ogni caso, avrà  tempi di attuazione lunghi, mi sembra legittimo che dal basso si proceda ad esplorare vie nuove. E’ in base a questo principio che accostandoci al concetto di pianificazione strategica abbiamo puntato su un area territoriale dai confini amministrativi diversi da quelli imposti dalla suddivisione per Province. Ci troviamo a Sud/Est del Capoluogo regionale piemontese in quell’area non molto vasta che, fin dal Medioevo, ha in Chieri il suo centro principale. E’ una zona che le colline di Torino hanno impedito che vivesse l’espansione urbana della grande città , una zona che, pertanto, ha potuto continuare a godere di un contesto ambientale fortemente connotato dalla persistenza della campagna. Qui, la pur visibile trasformazione ambientale non ha modificato che in parte il sistema delle relazioni intercomunali tradizionali mantenendo inalterata l’attrattività  degli storici poli funzionali di riferimento. A parte la fascia più occidentale del territorio attratta dal sistema industriale e commerciale di Moncalieri, infatti, è a Chieri che gran parte della popolazione fa riferimento per l’Ospedale e per le Scuole Superiori, anche quella dei Comuni (Castelnuovo Don Bosco, Bottigliera, Villanova) che fanno parte della Provincia di Asti. E’ la Geografica (e quindi la Storia) che lega i Comuni di questo lembo di Piemonte, al di là  della volontà  delle singole Amministrazioni, al di là  delle competenze delle due Province. Era nell’ordine delle cose che un’Agenda Strategica (elaborata in collaborazione con la società  Caire) nascesse con questi presupposti territoriali; ed è a quell’ambito territoriale che, dopo la parentesi del Programma Territoriale Integrato che doveva essere redatto tenendo conto dei confini provinciali, siamo ritornati. Nel panorama delle Province che pervicacemente si arroccano nella difesa acritica dell’esistente mi è sembrata un’apertura

intelligente quella delle Province di Torino e di Asti che non si sono sentite messe in discussione ma hanno interpretato il loro ruolo in modo dinamico, accompagnando i Comuni nella ricerca dell’assetto programmatorio più utile. Penso che sia arrivata l’ora che i Comuni entrino nel dibattito sugli Enti sovracomunali uscendo dal ruolo di spettatori e di tifosi (Province sì, Province no) e inizino ad ipotizzare soluzioni che rispondano alle esigenze più vere e tenendo nella massima considerazione la sostenibilità  organizzativa e finanziaria. Certo, qui siamo stati aiutati dall’insorgere di una prospettiva unificante, quella della realizzazione di una grande opera infrastrutturale come la Tangenziale Est di Torino; un’ipotesi che ha reso molto concreti i temi della salvaguardia ambientale e dello sviluppo, temi che hanno un senso solo se posti per territori ampi. D’altra parte è solo sui problemi correnti che il dibattito acquista un senso e la teoria cessa di essere una sterile esercitazione concettuale.

Albenga

Una urbanistica nuova per uno sviluppo convincente e condiviso La pianificazione urbanistica come è attualmente intesa e per come si è evoluta nel tempo può dare sulla base dell’esperienza, effettivamente maggiore concretezza alle speranze per un futuro sostenibile (equo e competitivo) di una Città  e di un Territorio come sono Albenga e il suo Distretto, ed è in quest’ottica che va letta l’impostazione che attraversa tutto il percorso partecipato e di ascolto che ci siamo dati per la redazione del Piano Urbanistico Comunale. Partendo consapevolmente dal presupposto della necessità  di un coinvolgimento nel Piano il più possibile ampio dei cittadini, perché la loro partecipazione alla formazione delle scelte urbanistiche è essenziale per la sua efficacia e la sua tenuta nel tempo. Le scelte del Piano devono essere convincenti e condivise, non imposte. Con questo presupposto ci stiamo muovendo e abbiamo lanciato il programma di un ascolto il più possibile attento e difuso dei problemi e delle speranze, dei sogni e delle visioni, dei bisogni e delle preferenze di questa Città . Ci sarà  poi il momento responsabile della sintesi politica e successivamente quello dell’elaborazione tecnica. Alla luce di ciò il Puc assume innanzitutto un significato generale di esplorazione e costruzione del “futuro”, perché sono in gioco i prossimi anni della Città  che vengono pensati, concertati e pianificati. Un PUC che non deve e non può più essere una mera distribuzione di indici edificatori o di vincoli, come il tradizionale Piano Urbanistico, ma vuole essere piuttosto strumento efficace del progetto di sviluppo sociale ed economico, paesistico e ambientale di questa Città  e della sua Gente, di chi abita e di chi frequenta le terre ingaune. La sfida afascinante di Albenga (ed anche il valore distintivo che la pone in condizioni diverse da altri comuni della provincia) sta nel fatto di non (voler) essere realtà  monotematica e monoculturale, un economia unica, ma qualcosa di molto più articolato e ricco come si confà  alla sua antica tradizione urbana: dovrà  essere perciò posta l’attenzione giusta verso tutto lo spettro di potenzialità  economiche presenti, a cominciare dall’agricoltura (e dalla sua filiera), che resta l’economia di base portante della piana (e la sua – assai originale – modellatrice). Potenzialità  che peraltro dovranno necessariamente integrarsi con un nuovo turismo, più caratterizzato dalla forte impronta storico-culturale generata dalla presenza di un’ architettura “antica” e di un distretto archeologico di rilevanza europea; il tutto con un imperativo e una parola d’ordine: qualità , perché Albenga può svilupparsi solo attraverso una forte opzione per la qualità  e con la cura assidua del proprio patrimonio di presenze culturali, sociali ed economiche, oltreché con il ricorso alle riserve cospicue di spirito e di spiritualità . Abbiamo uno splendido clima, panorami unici e un territorio bellissimo e dobbiamo crederci sempre di più e crederci assieme, facendo delle diferenze di sensibilità  e di proposta una risorsa da valorizzare. Le varie iniziative che stiamo portando avanti, la depurazione delle acque, lo spostamento a monte della ferrovia e il rilancio dell’aeroporto per dirne alcune -, ci dicono che dobbiamo prendere di petto la questione infrastrutturale che evidenzia in modo chiaro come Albenga sia in un momento delicato ed importante che necessariamente dovrà  garantire un impiego equilibrato di tutti questi fattori comunque critici per ogni prospettiva di crescita. Altro argomento importante su cui porre l’attenzione è la

questione della raccolta diferenziata. Alla luce dei drammatici fatti campani è aumentata la consapevolezza che bisogna sprecaredimenoediferenziaredipiù (eper questo fare afdamento alla migliore capacità  organizzativa ed al migliore senso civico che possediamo). Ho la massima fiducia nella capacità  dei cittadini di stare al passo con le altre città  virtuose, in Italia e in Europa, che stanno compiendo questo sforzo. Si pone, come si sa, il problema dello smaltimento finale, del residuo, ma se siamo tutti d’accordo che bisogna consumare meglio, diferenziare di più e sprecare il meno possibile questa è già  una conquista. Esiste un piano provinciale dei rifiuti cui dobbiamo attenerci dando il nostro contributo critico e fattivo. Per quanto concerne poi il dibattito in corso sulle modalità  di smaltimento, è necessario dire che in questi anni sono sorte nuove possibilità  tecnologiche (vedi la pirolisi) che potrebbero indicare strade e modalità  nuove: diviene indispensabile ragionare senza preconcetti ideologici e cercare quello che realmente ci unisce e fa il nostro bene. Mi opporrò a tutte quelle modalità  di smaltimento che vadano ad incidere sulla qualità  della vita delle famiglie e sulla funzionalità  delle imprese. Tra gli impegni che abbiamo preso, il polo scolastico nella ex caserma Turinetto che ha già  visto lo stanziamento da parte della Provincia delle risorse economiche necessarie; proprio in questi giorni stiamo firmando il protocollo tra la Regione Liguria e il Demanio ed entro il 30 giugno la società  che ha vinto l’appalto di gara del piano di valorizzazione deve depositare gli atti. La Provincia ritengo voglia far partire il bando prima della fine del suo mandato che scade nel 2009. Altra scelta importante è quella di porre grande attenzione per la qualità  sociale, l’ospitalità  e per i valori della multiculturalità , di fronte agli ingressi crescenti di nuovi cittadini, ma contemporaneamente, e su questo siamo inflessibili, ponendo con una grande attenzione alla sicurezza, esigenza vitale e diritto fondamentale del cittadino, perché accoglienza e sicurezza devono viaggiare in parallelo e coesistere. In ciò la presenza di importanti esperienze e centri di solidarietà  sociale e religiosa che fanno di Albenga una Città  tra le prime (da sempre) della propria regione, è sicuramente una garanzia di azione efficace e concorde per il bene comune cui il Piano e la Amministrazione tutta porterà  il suo contributo di idee, di passione e di fatti.

Fossano

Le unioni dei comuni: una strada contro la frammentazione Fra i problemi che assillano la pubblica amministrazione, uno dei più rilevanti è il perenne stato di incertezza nella ripartizione delle competenze fra corpi intermedi dello Stato. Il problema va detto non riguarda tanto le Regioni, che con la riforma del Titolo V della Costituzione hanno ormai acquisito una certa stabilità . E’ più evidente, invece, quando si parla delle Province, che non hanno ancora trovato una funzione chiara e la cui permanenza viene oggi da più parti messa in discussione. L’esperienza cuneese (un territorio molto vasto e geograficamente disomogeneo) induce a ritenere che, almeno nelle realtà  periferiche, dove non esistono grandi centri urbani che fungono da elemento catalizzatore, le Province abbiano ancora ragione di esistere, sia pure con competenze parzialmente diverse da quelle attuali. La prospettiva è quella di raforzare il loro ruolo di coordinamento e programmazione, limitando quello di gestione, che dovrebbe invece essere afdato alle Regioni e ai Comuni. Diverso è il caso delle realtà  delle aree metropolitane, che potrebbero assorbirne le funzioni senza particolari contraccolpi. Nessuno mette in dubbio, invece, il ruolo dei Comuni, che rappresentano una realtà  formidabile, dal punto di vista storico e culturale, nell’articolazione dello Stato italiano, e che sono gli enti a cui dovrebbe essere afdata la competenza gestionale e operativa sui territori di riferimento. C’è tuttavia un dato, che riguarda la realtà  cuneese: la presenza, cioè, di un numero eccessivo di Comuni (250 sugli 8.000 presenti in Italia, in un rapporto di 1 su 32), rispetto alla popolazione residente (560.000 contro i 56.000.000 cittadini italiani, in un rapporto di 1 su 100). Tale frammentazione ha suggerito al Comune di Fossano di farsi promotore di un nuovo organismo, l’Unione del Fossanese, radunando attorno a sé 6 Comuni vicini di dimensioni inferiori, con un duplice obiettivo: razionalizzare i servizi e le risorse per creare più economia e più efficienza, e individuare una “mission” per il nostro territorio, intendendo come tale una vocazione e le linee di sviluppo indispensabili per tradurla nella realtà , che i Comuni più piccoli non sarebbero autonomamente in grado di perseguire. L’Unione del Fossanese lo ha fatto seguendo due filoni: quello paesaggistico-culturale, prendendo a spunto la presenza del fiume Stura che collega tutti i territori dei Comuni di appartenenza, e quello economico-produttivo, con particolare riferimento alla creazione di una rete infrastrutturale (strade, trasporti pubblici, banda larga, ecc.) che possa rendere le nostre aziende maggiormente competitive, permettendo loro di spendere di meno, sprecare meno tempo, ma anche di inquinare di meno. Il tutto con lo scopo di qualificare il nostro territorio come un luogo dove si vive bene e si lavora bene, capace di rappresentare un’alternativa anche residenziale alla metropoli, in grado di attirare persone con servizi efficienti e mirati. Con questo non vogliamo certo rincorrere inutili (quando non dannose) duplicazioni di funzioni che non competono alle nostre piccole realtà . Come il decentramento universitario, che in questi anni non ha dato buona prova di sé, incompatibile com’è con la necessità  dei nostri ragazzi di intessere, durante la loro formazione, relazioni quanti più universali. Almeno questo non sia un compito da afdare ai Comuni o alle Unioni dei Comuni.

Casalgrande

Uno spiazzo, o meglio uno slargo irregolare delimitato da fabbricati anni Cinquanta e Sessanta di dubbio gusto, condomini nati e popolati in fretta, qualche casa colonica a dispetto del tempo. Al centro il monumento ai Caduti e su un lato il vecchio palazzotto municipale. Questo Boglioni fino a pochi anni fa. Già , Boglioni, parola onomatopeica che evoca il ribollire dei canali che qui si intrecciavano prima di raggiungere la fertile campagna. E poi crocevia di camion rumorosi e polverosi carichi di terra e piastrelle, origine e prodotto della dilagante industria ceramica, quando le ceramiche nascevano come i funghi. Croce e delizia dell’economia locale. Boglioni, Casalgrande: né Scandiano, né Sassuolo, una via di mezzo, un luogo indefinito senza un centro riconosciuto e riconoscibile. Casalgrande Alto e Casalgrande Basso, divisi dalla Strada Statale con la perenne processione dei camion e la ferrovia: barriere insormontabili. Uno scatto di orgoglio,

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voltare pagina, riafermare la propria presenza e la propria identità , a partire proprio da Boglioni. E’ questa la sfida che le ultime amministrazioni comunali hanno lanciato. Così in pochi anni si ristruttura il Comune; si ridisegna lo slargo che finalmente diventa una piazza; si pavimentano le strade di accesso; e ancora marciapiedi, punti luce, panchine, verde, elementi di arredo urbano a sottolineare uno spazio conquistato, reso a chi lo abita, fruibile da tutti, luogo di mercato, di spettacolo, di festa, di incontro. E’ stata una sfida di idee e risorse per ribadire la cultura dell’appartenenza e l’amore per il proprio paese. La sfida, o meglio la prima battaglia, è stata vinta. Casalgrande ora ha un centro: è la “nuova” Boglioni. Ora si tratta di proseguire sulla strada iniziata, dando vita ad una seconda serie di interventi che si dovranno integrare con quanto fatto per arrivare ad una ridefinizione completa del nuovo centro. Da qui nasce “NeoURBANO” , il concorso di idee per la nuova centralità  di Casalgrande, con il quale l’amministrazione comunale intende valutare le soluzioni più idonee per la riqualificazione del centro cittadino, mediante la creazione di una nuova centralità  urbana. Nel concreto ci si propone di coordinare il recupero di Piazza Costituzione, il suo collegamento con la nuova Piazza Ruflli, la sistemazione e la creazione di una piazza giardino nell’area circostante Via Marx, la ridefinizione morfologia degli edifici prospicienti la piazza oggetto del recupero: l’ex biblioteca, l’edificio che ospita l’ufficio postale, l’area e l’edificio attualmente occupati dal Consorzio agrario. Si tratta, di un progetto ambizioso e di una grande opportunità  per Casalgrande. Grazie alle idee di architetti e urbanisti di valore, potremo infatti mettere in campo azioni forti tese a ridefinire la centralità  di Boglioni, inteso come luogo di identità  collettiva e che si riconosce negli elementi centrali del sistema delle piazze, del Municipio, del Centro Culturale, della chiesa. In altre parole da un non luogo o da luogo delle marginalità  com’è sempre stato Casalgrande si tende a realizzare un superluogo della centralità  ritrovata. Saranno quindi recuperati spazi pubblici che i cittadini potranno fruire pienamente per le attività  ludiche, culturali, del tempo libero. Ma anche per una qualità  migliore dell’abitare e per le attività  economiche e del terziario. Come è già  avvenuto in seguito agli interventi di riqualificazione di Piazza Martiri e delle via circostanti, l’intervento su Piazza Costituzione sarà  sicuramente un volano anche per interventi privati tesi a riqualificare le proprie abitazioni o gli esercizi commerciali. Intanto l’amministrazione comunale continua a lavorare per raccogliere le proposte, i suggerimenti e i contributi dei cittadini per condividere con loro queste idee che porteranno ad un nuovo paese.

Gatteo

Sempre maggiore attenzione stanno riscontrando fra i cittadini le problematiche relative ai temi ambientali ed al risparmio energetico. Bisogna afrontare le tematiche ambientali ed energetiche rifuggendo sia dal catastrofismo di chi lega il miglioramento delle condizioni di vita al peggioramento delle condizioni ambientali sia dall’ottimismo di chi ritiene che questi problemi “si risolvano da soli” grazie alla crescita economica. Il principio da assumere è quello noto: soddisfare le esigenze attuali senza compromettere le possibilità  per le generazioni future di soddisfare le proprie. E’ quindi opportuno che un’amministrazione comunale attenta si interroghi sul da farsi. Questo mio intervento vuole essere un contributo in tal senso. Le tematiche ambientali che il Comune di Gatteo può adottare si riconducono a 4 linee di intervento: al contenimento energetico pubblico e privato; all’aumento del verde pubblico; alla qualità  del sistema ambientale; alla efficienza dello smaltimento rifiuti. Per ognuno di questi ambiti vanno individuate le migliori opportunità  tenendo sempre presente il criterio dell’appropriatezza e della concreta possibilità  di riuscita dell’intervento.

Certificazione energetica pubblica e privata Gli interventi da programmare devono essere individuati anche attraverso modifiche alle norme del PRG e del Regolamento Edilizio comunale, prevedendo la possibilità  di installazione, con procedure sempre più semplificate, delle moderne tecnologie (fotovoltaico, geotermico, pannelli solari, bioedilizia, risparmio idrico,eccâ¦), scomputate dalla SU (Superficie Utile). Si può pensare a premi urbanistici, partendo però dal principio che non va premiato solo il virtuoso ma va anche penalizzato chi non si attiene: con aumenti dello standard di verde, aree a parcheggio da cedere o riduzioni dell’indice di edificabilità . Interessante sarebbe prevedere il riconoscimento delle cosidette “serre bioclimatiche”o sconti sugli oneri di urbanizzazione ed altre forme di incentivi. Vanno progressivamente aggiornate le rendite catastali (ai fini del calcolo dell’ICI) in maniera inversamente proporzionale alla classificazione degli edifici. Più è basso il livello di risparmio, più si paga. E’ però evidente che l’amministrazione non può solo chiedere ai privati ma deve dare anche l’esempio, provvedendo ad una progressiva riduzione dei propri consumi. Per gli edifici comunali vanno messe in campo pratiche di contenimento del consumo di energia attraverso il processo di “dimerizzazione”degli impianti elettrici (spegnimenti automatici delle luci, illuminazione interna degli uffici proporzionali alla luminosità  esterna, eccâ¦); stessa procedura per l’illuminazione pubblica sulle strade e nei luoghi pubblici dove vanno individuate fasce orarie e necessità  variabili a seconda della localizzazione e dell’uso dell’area, con lo spegnimento notturno laddove possibile. L’aumento di superfici residenziali deve inevitabilmente andare di pari passo con l’aumento delle aree verdi in dotazione alla comunità  locale. Attualmente l’amministrazione comunale ha in uso circa 100.000 mq. di verde pubblico attrezzato, ed è prevedibile, nel periodo 2008 2011, il raddoppio di tali superfici. Ai fini ambientali ritengo però che il verde “organizzato” da solo non sia sufficiente e che occorrerà  ragionare sulla possibilità  di creare nuove aree boschive per la rinaturalizzazione del territorio non solo ad uso umano, ma anche per creare habitat naturali integrati. Un esempio concreto è stata la creazione dell’Oasi Costiera LIPU presso la foce del Fiume Rubicone. In alcune parti del nostro territorio, sono presenti specie animali che consideravamo scomparse dal nostro ambiente naturale, mi riferisco ad esempio al ritorno degli aironi lungo le aree comprese fra il torrente Rigossa ed il Rio Baldone, alla nidificazione dei gufi in ambiti urbani ed alla presenza di cigni alla foce del fiume Rubicone. A tale proposito importante è stata l’esperienza di condivisione, con i Comuni di San Mauro Pascoli e di Savignano, di politiche intercomunali a partire da quelle paesistiche e ambientali, che hanno dato il giusto respiro e la giusta dimensione ai progetti di tutela e valorizzazione con al centro ovviamente il Rubicone, che ha dato il nome alla nuova Città  e alla coalizione intercomunale. L’obiettivo deve diventare quello di creare, oltre ai parchi cittadini, aree di più grandi dimensioni dove la natura possa esercitare il suo corso. E’ necessario piantumare tutte le aree anche quelle marginali e dotarle, se necessario, di barriere protettive contro i rumori e l’ inquinamento da polveri sottili prodotte dal traffico veicolare. Un’ipotesi innovativa potrebbe/dovrebbe essere un accordo fra amministrazione comunale e agricoltori. Questi, in caso di dismissione delle colture agricole, potrebbero rendere boschiva, con essenze autoctone, parte dei loro terreni che altrimenti rimarrebbe totalmente priva di vegetazione, ottenendo in cambio di una riduzione e/o diminuzione dell’ICI. Un obiettivo successivo dell’amministrazione comunale in quest’ottica potrebbe essere la costruzione di piste pedonali e/o ciclabili per collegare e visitare queste aree e renderle fruibili a tutti. Gatteo anche grazie alla sua configurazione (suddivisa in frazioni simili ed equidistanti) può diventare sicuramente un’eccellenza in questo campo: si pensi alla possibilità  di creare vari percorsi pedonali di collegamento fra le frazioni del nostro territorio. Territorio che, va ricordato, si estende dalla via Emilia al mare distanti fra loro solo 8/10 km. A tale proposito occorre sfruttare al meglio le esperienze già  in atto come quella dell’Associazione CAMINA, associazione che da anni si occupa di problematiche ambientali e sostenibilità  e di cui il comune è socio già  dal 2003. La qualità  del sistema ambientale di un paese come Gatteo può essere poi migliorata introducendo forme di risparmio energetico che devono però essere condivise da tutta la comunità  e promosse con adeguate campagne di comunicazione per difondere la cultura del contenimento dei consumi. Importante anche la collaborazione con le istituzioni scolastiche al fine di trasmettere alle nuove generazioni il concetto che l’ambiente va usato ma anche conservato con cautela, non essendo una risorsa infinita!. Occorre in generale sviluppare, con un’ azione culturale, il concetto che la qualità  della nostra vita è migliore se migliore è la qualità  della nostra città  e dell’ambiente in cui viviamo. Ultimo, ma non per importanza, è il tema dei rifiuti. Tema di grande attualità  in questi giorni ed oggetto del dibattito pubblico sia per i temi riferiti alla produzione che a quelli riguardanti il loro smaltimento. Sono convinto che fondamentale sarà  prevedere politiche che mirino ad una diminuzione della produzione di rifiuti e imballaggi. Resta però evidente che questo obiettivo non è immediatamente raggiungibile e, nel frattempo, le modalità  di gestione delle problematiche legate ai rifiuti sono tante e occorrerà  individuare fra queste le migliori possibili per il nostro territorio, un territorio disomogeneo per il quale sarà  opportuno pensare, in collaborazione con il gestore del servizio, a soluzioni diferenziate. Una soluzione unica per tutte le realtà  non è, a mio avviso, attuabile; meglio orientarsi verso un sistema integrato che tenga conto delle peculiarità  del territorio e della stagionalità , si pensi ad esempio cosa significherebbe la raccolta porta a porta a Gatteo a Mare nei sei mesi estivi, laddove sono presenti 15.000 turisti. Questo sistema va bene sicuramente nei centri urbani delle nostre frazioni dell’entroterra, mentre nelle aree con case sparse va privilegiata ad esempio la pratica del compostaggio domestico, con la dotazione gratuita delle compostiere da parte del gestore. Va introdotta la raccolta della frazione umida del rifiuto con appositi cassonetti stradali o i condominio e riservato invece il porta a porta per carta, vetro,plastica e dunque tutti i rifiuti facilmente contenibili nelle nostre abitazioni. Puntare ad una decisa riduzione dei cassonetti stradali al fine di incentivare l’utilizzo delle stazioni ecologiche, stazioni dove già  oggi è possibile avere sconti sulla tarifa a seguito del conferimento di materiale. Queste brevi riflessioni hanno cercato di evidenziare solo alcune delle tematiche che si possono mettere in campo e sicuramente non hanno la pretesa di essere esaustive. Spero però che servano a far capire che anche da territori “periferici” e da reti comunali poso estese possono venire idee utili e che non sempre serve andare troppo lontano per ricercare la soluzione che spesso abbiamo sottocasa.

Cesena

Trasformare le nostre città  all’insegna della qualità  e del buon vivere. Sono convinto che sia questo uno degli obiettivi prioritari che, oggi, ogni sindaco è chiamato a perseguire con grande determinazione per ridare un volto sempre più umano e accogliente agli spazi in cui abitiamo. Le grandi trasformazioni che hanno interessato le nostre città  nei decenni passati, infatti, anche a causa della velocità  con cui si sono susseguite, non sempre sono state accompagnate e guidate da progetti capaci di mettere alla base quelle esigenze di qualità  della vita e sostenibilità  che oggi sono più che mai centrali nel sentire comune dei cittadini e devono orientare le scelte dell’amministrazione pubblica. Ecco perché, a Cesena, da tempo abbiamo inserito in agenda progetti che vanno in questa direzione, coinvolgendo anche partner privati interessati alla valorizzazione e al miglioramento qualitativo della nostra città . E’ una direzione di marcia imboccata molti anni fa con la scelta di privilegiare il riuso delle aree dismesse all’interno del tessuto urbano. Alla fine degli anni ’70 si diede avvio al recupero dell’ex stabilimento Arrigoni, di fronte alla stazione ferroviaria, destinandolo a campus scolastico, alla realizzazione dell’autostazione e ad altre funzioni pubbliche. Negli anni ’90 è stata la volta del Piano di recupero dell’ex Zuccherificio, una grande area industriale tra la via Emilia, il fiume Savio e il centro storico con destinazioni integrate. Sono sorte residenze Peep, un centro commerciale, il polo direzionale della Cassa di Risparmio e gli uffici dell’USL, oltre a un nuovo ponte che collega il nuovo quartiere con la zona Ippodromo, una passerella ciclopedonale che unisce le due sponde del fiume e un sovrappasso carrabile della via Emilia. Completeranno il quartiere, progettato dallo studio Gregotti associati, la nuova sede delle facoltà  di Architettura e di Ingegneria e il nuovo palazzo comunale. Un terzo intervento che merita di essere ricordato è quello del PRU denominato Parco Europa, lungo il viale che conduce dalla stazione alla zona ex zuccherificio. L’intervento, che riguarda le aree di insediamento dei più antichi capannoni per la trasformazione e commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, interamente di proprietà  privata, trasformerà  il tessuto produttivo in comparti per residenza, commercio e uffici e doterà  la città  di una nuova stazione per gli autobus extraurbani e di un’area sulla quale sorgerà  un istituto superiore a completamento del campus scolastico. Il progetto è curato dall’architetto Adolfo Natalini. Ma il più importante di questi progetti è, senza dubbio, quello che farà  nascere un nuovo quartiere denominato “Novello”, in onore di Malatesta Novello che in passato arricchì Cesena di colta bellezza attraverso la riqualificazione di un’area di 33 ettari posta sopra la Secante, l’asse urbano di scorrimento in variante alla via Emilia che, nel tratto urbano, si interra per 1600 metri dando vita al primo ecotunnel realizzato in Italia, e a cavallo della ferrovia a nord ovest della città . Questa zona, collocata a ridosso del centro storico, è stata per decenni l’insediamento storico delle attività  legate al commercio ortofrutticolo, ma da tempo ha perso la sua funzione originaria. Negli intenti dell’amministrazione comunale, che ha definito le linee guida, il quartiere Novello diventerà  un luogo centrale e simbolico del tessuto urbano e sarà  innalzato ai massimi livelli europei sotto il profilo della qualità  urbanistica e architettonica. A questo fine abbiamo indetto un concorso internazionale di idee, consentendo ai partecipanti di sperimentare anche nuovi approcci, sempre fedeli al criterio del buon vivere stabilito dalla filosofia dell’intervento. Fra i dieci finalisti figurano alcuni fra i più importanti studi di progettazione italiani ed europei: Braghieri, Chipperfield, Tagliabue, Snozzi, Viganò, Monestiroli, Gulinello, Gabrielli, Galantino, Casamonti. Il richiamo alla qualità  della vita non è una semplice dichiarazione di intenti, ma si esprime in scelte concrete che abbiamo anticipato proprio nelle linee di indirizzo. Penso, ad esempio, all’esclusione dell’attraversamento carrabile dell’area, il che significa che sarà  una zona prevalentemente pedonale, o alla previsione di uno spazio centrale di aggregazione che accoglierà  gran parte del verde dell’intero comparto. O, ancora, alla possibilità  di collegamento alla rete di teleriscaldamento per gli edifici che sorgeranno. Nell’utilizzo complessivo dell’area, inoltre, la funzione residenziale avrà  un peso prevalente (circa l’80%). In particolare, una quota importante (non inferiore al 5%) della superficie edificabile sarà  riservata ad alloggi destinati alla locazione e alla vendita a prezzi agevolati. Il resto della superficie, invece, ospiterà  un grande parco pubblico, spazi pedonali, un parcheggio sotterraneo (circa 260 posti), attività  commerciali e artigianali e un nuovo edifico scolastico che completerà  l’oferta degli istituti superiori cesenati, arricchendo il campus lì presente. Sotto il profilo urbanistico, uno dei principali obiettivi è la valorizzazione dell’asse di via Europa: questa strada, da arteria di servizio diventerà  un vero e proprio viale cittadino, con alberature e appropriato arredo urbano, assumendo il ruolo di direttrice privilegiata di collegamento tra l’area della stazione ferroviaria e il nuovo polo universitario e polivalente dell’ex Zuccherificio. Il quartiere Novello, infine, permetterà  di rispondere alla necessità  di connettere fisicamente e simbolicamente le due parti della città  separate dall’infrastruttura ferroviaria, che oggi rappresenta una censura fortissima, anche da un punto di vista psicologico. Sono contento che una delle operazioni di maggior peso per il futuro di Cesena e l’attenzione al buon vivere che la anima siano state recepite anche da diversi soggetti privati all’interno della città . Ritengo, infatti, che quando si devono afrontare trasformazioni urbane così importanti e qualificanti i privati possano assumere un prezioso ruolo di investitori pubblici per poter dotare la città  di servizi e spazi a favore della collettività .

Bolzano

La caratteristica essenziale dell’Italia è, da sempre, la disomogeneità . Disomogeneità  che, in sé, non è necessariamente uno svantaggio: ma se si vuole ridare efficienza al Paese non si può non tenerne conto, cercando ovviamente di valorizzarla, ove possibile, e di limitarne gli effetti negativi, sempre ove possibile. C’è una disomogeneità  territoriale, per cui in Lombardia si vive in modo diverso piuttosto che in Puglia; ma c’è anche una disomogeneità  strutturale, per cui a fronte di apparati pubblici e privati di conclamata efficienza vi sono oggi in Italia altri apparati pubblici e privati che quanto all’efficienza lasciano molto a desiderare. Come Sindaco mi tocca sofermarmi sul pubblico. Gli enti territoriali tradizionali, Regioni, Province e Comuni, cui si sono via via aggiunte Comunità  Montane e di Valle, Parchi Nazionali, Città  Metropolitane e quant’altro, sono già  tra loro assai variegati: vi sono Regioni grandi e piccole per dimensioni e popolazione, Province idem, Comuni idem, ed è difficile dire se c’è più diferenza tra la Lombardia e il Molise, tra la Provincia di Napoli e quella di Prato, tra il Comune di Palermo e quello di Massimeno (TN abitanti 32), tralasciando gli aspetti legati agli Statuti Speciali. Anche per questo, ovviamente, molto diverso è il peso (politico, economico, ecc.) rispetto allo Stato, e quindi il rapporto con esso. Ma il problema di fondo è che, nonostante la riforma dell’Articolo V della Costituzione, il rapporto tra gli enti suddetti rimane di tipo gerarchico, non foss’altro per via di chi tiene i cordoni della borsa. Ecco dunque che una maggiore efficienza della cosa pubblica, da cui discende una maggiore funzionalità  dei servizi pubblici e quindi un miglior supporto ai cittadini ed alle imprese, deve passare attraverso una razionalizzazione degli enti locali ed una contrattualizzazione dei rapporti reciproci. Razionalizzazione: qual è l’ambito territoriale ideale per esercitare le diverse competenze? Ad esempio, la programmazione economica, la gestione della sanità  e la pianificazione e gestione del ciclo dei rifiuti hanno senso a livello di Regione, mentre la pianificazione del territorio, la realizzazione e manutenzione delle strade e l’organizzazione dei servizi sociali è ottimale se svolta al livello di Provincia, dove però va detto che una Provincia, per essere adeguatamente dimensionata, non può avere una popolazione inferiore a x (300.000 abitanti, a mio avviso, sono ancora pochi) ed un territorio omogeneo non inferiore a y (sempre a mio avviso, almeno 3000 kmq). Invece la gestione dei servizi al cittadino, propri dei Comuni, diventano ottimali per Comuni con un numero minimo di abitanti (20.000? 40.000? la discussione è aperta), con una certa complessità  socio-economica (nel senso che un’area urbana dove pernottano 100.000 persone, che però lavorano altrove, non ha senso che faccia Comune) e con una superficie territoriale massima (direi non più di 200/300 kmq, salvo casi particolari – montagne, isole, ecc. -). Ovviamente gli organi di gestione di tali enti vanno dimensionati in funzione di una gestione ottimale: a mio avviso non più di una decina di componenti per gli organi esecutivi, e tra i 15 ed i 50 per gli organi deliberativi e legislativi. Ecco che allora si potrebbe pensare ad un’Italia con 20 Regioni, 100 Province e 2000 Comuni, che partecipano stabilmente ad un tavolo istituzionale permanente per definire di continuo chi è meglio che faccia cosa. E che sviluppa in continuazione i contratti reciproci e quelli con lo Stato, secondo una regola base: che qualsiasi competenza debba essere esercitata, va accompagnata, nella norma che la istituisce, all’individuazione delle risorse economiche che consentono di gestirla. La conseguenza? La certezza, per gli enti locali, delle entrate minime, e la garanzia che, per ogni investimento effettuato, è prevista la spesa per mantenerlo, negli anni successivi. Del resto, una simile contrattualizzazione dei rapporti tra Enti esiste già  nella Mittelereuropa, basta copiarla. In tal modo, tra l’altro, lo Stato potrebbe definitivamente concentrarsi sui propri servizi di competenza, che dovrebbero essere solo quelli istituzionalmente statali: giustizia, sicurezza, emanazione di leggi. Guarda caso, proprio quei settori del pubblico dove i costi sono meno controllati e controllabili. Caro Stato, invece di continuare a mettere le mani nelle tasche degli enti locali per rimediare ai Tuoi sprechi, mettile nelle Tue tasche, le mani: dimezzando, per esempio, il Parlamento e le sedi di Uffici Giudiziari la spesa pubblica ne beneficerebbe, e non poco.