La Toscana , i parchi e il paesaggio

Nel dibattito apertosi in Toscana su Monticchiello ma subito diventato nazionale, l’attenzione si è concentrata soprattutto e non unicamente sul tema del paesaggio, con denunce vivaci e autorevoli sui rischi gravi che la regione felix sta ormai correndo. Anche le problematiche poste dal PIT e altri documenti regionali sono rapidamente confluite diciamo cosìfino quasi a identificarvisi del tutto, con questo aspetto. Se ciò in Toscana trova naturalmente più d’una comprensibile giustificazione non per questo la questione paesaggio può da sola riassumere e tanto meno esaurire vicende e profili sicuramente più complessi e variegati. E tuttavia si può senz’altro prendere le mosse da questo aspetto importantissimo per cercare di individuare e cogliere profili e intrecci rimasti finora troppo in ombra o che sono stati sovente semplificati fino alla banalizzazione, ad esempio, per quanto riguarda i ruoli istituzionali. E vorrei farlo partendo da alcune afermazioni contenute in una relazione di Vezio de Lucia ad un recente convegno tenutosi a Roma. De Lucia riferendosi al paesaggio e a quanto sta accadendo in Toscana e in tante altre parti del paese, ha sollevato alcune serie riserve sulla Convenzione europea firmata proprio a Firenze, contestando in particolare l’afermazione secondo cui “il paesaggio è una determinata parte del territorio così com’è percepito dalle popolazioni”, e soprattutto che esso possa e debba costituire una risorsa favorevole alle attività  economiche. Tutto ciò non convince De Lucia che trova sbagliato soprattutto che il paesaggio oltre che funzionalizzato allo sviluppo economico sia rimesso alla valutazione e percezione dei locali interessati. Bello o brutto, insomma, il paesaggio è sempre espressione di un giudizio estetico, comunque un valore in sé, svincolato da ogni subordinazione soprattutto alle convenienze “locali”. Da qui il passo è breve per trarne precise conclusioni sul piano istituzionale e lo fa con la consueta e brutale chiarezza Vittorio Emiliani per ribadire che i piani paesaggistici regionali non vanno lasciati alla libertà  di manovra dei comuni, disposti a tutto pur di far cassa. Si tratta, come si vede, di due aspetti certamente intrecciati ma che vanno in via del tutto preliminare esaminati prima separatamente. Dobbiamo cioè, innanzitutto, chiarire sebbene la discussione su questo punto sia annosacosa significa oggi pianificare il paesaggio il che implica ovviamente intendersi sul concetto stesso di paesaggio. De Lucia, infatti, ha ricordato il giudizio estetico comunque svincolato da altri aspetti in primis l’economia. E’ un punto cruciale e estremamente delicato perché da qui dipendono anche quelle scelte e ruoli istituzionali che dopo il dibattito toscano sembrano di nuovo spostare il pendolo decisamente verso una competenza statale o di interesse nazionale, tutte formule sulle quali sono stati versati fiumi d’inchiostro. Senza alcuna pretesa quindi di ripercorrere una vicenda lunghissima e complicata si possono però ricordare alcuni passaggi che hanno segnato il superamento niente afatto definitivo evidentemente di una concezione meramente estetica del paesaggio, tornata in auge peraltro anche con gli allegati del PIT toscano. Non v’è dubbio che proprio la Convenzione europea la quale dichiara l’intero territorio agricolo meritevole di tutela e protezione a fronte di un consumo impressionante in gran parte dei paesi europei va in questa direzione, perché sarebbe difficile evidentemente considerare questo “vincolo” così generalizzato dettato da preoccupazioni unicamente d’ordine estetico. Ciò risponde, semmai, a quella concezione che considera il paesaggio identità  di una località  e dunque della possibilità  di conservare da parte di una cultura e di una popolazione un proprio retaggio. Non è forse questo il caso della Val d’Orcia? Il paesaggio come è stato detto è per definizione una località  culturale e poi conta il tipo di sopravvivenza che si riesce a garantire altrimenti avremo campagne senza contadini, montagne senza montanari. Potremmo qui ricordare anche il dibattito sulle comunità  montane o le riflessioni di scrittori come Rigoni Stern o Mauro Corona, ma anche il teatro di Paolini. E’ quella universalità  che come dice lo storico Piero Bevilacqua ha sede nel forte radicamento locale, in quella vecchissima simbiosi tra taluni paesaggi e abitanti di cui parlava anche una bella guida del TCI del 92. Potremo dirlo meglio con le parole di Carlo da Pozzo: “Il paesaggio altro non è che la manifestazione visibile dell’interazione locale tra forze naturali (fisicheebiologiche)eleattività umane;insostanza, l’immagine sensibile e tangibile del territorio, inteso comeprodottodell’applicazionediunlavoroumano nello spazio fisico e in quanto tale interpretabile come sistema di non-equilibrio, nel quale gli elementi interagiscono tramite flussi di energia e di informazioni”. Insomma, non semplice panorama che è semplice “veduta d’assieme”. Ma lettura di senso non statica di processi in cui ci sono tracce del vecchio e si può scorgere la lotta presente tra la vecchia e nuova struttura, tra conservazione e innovazione. E’ il prevalere come scriveva molti anni fa Mario Libertini e ancor prima Sestini dell’accezione geografica su quella estetica. D’altronde la legge 431 estende il giudizio di bene da conservare a molte più componenti del paesaggio naturale (rispetto alla legge del 39) sebbene continui a considerarli bisognosi di salvaguardia e tutela in quanto beni culturali e non in quanto beni ambientali. Spesso si confondono ancora nella legge le due pianificazioni paesistica e naturalistico ambientale. E i paesaggi rurali storici ad esempio sono ancora i più trascurati salvo non si tratti di emergenze da tempo tradizionalmente codificati. Restano, insomma, come per l’urbanistica e architettura vuoti da riempire (Calogero Muscarà ). Difficile quindi sotto questo profilo non considerare la Convenzione europea una importante innovazione che va a colmare una falla non di poco conto o comunque a ribadire esigenze sempre a rischio di accantonamento e elusione. E tuttavia il concetto di paesaggio da paesaggio immagine a paesaggio geografico e ancor più a paesaggio come processo sociale di elaborazione e come esito sensibile di fatti ambientali con importanti implicazioni operative, che trova significativi riconoscimenti proprio nella Convenzione europea specialmente in riferimento ai territori agricoli, sembra ormai aprirsi sempre più a quelle istanze ambientali non riconducibili unicamente ad una pur nobile tradizione e concezione. “La scala del paesaggio come dice Luigi Boitani (99) da sola non basta, occorre ‘un compromesso utile tra le esigenze delle specie e quelle della gestione territoriale”. L’uomo, insomma, è visto come agente modificatore e non più come osservatore. E la politica di protezione della natura, protezione spaziale e specie quella dei parchi sembra un mezzo particolarmente potente per creare zone che corrispondano a questo ideale e bellezza, ad esempio, del paesaggio montano e non solo. Potremmo dire semplificando al massimo che il paesaggio e la sua concezione e gestione deve sempre più misurarsi e fare i conti rispetto allo stesso art 9 della Costituzione con l’afacciarsi delle nuove tematiche ambientali non più solo nella dimensione nazionale ma comunitaria e internazionale. D’altra parte la stessa 431 laddove aferma il valore primario estetico culturale del paesaggio demanda alle regioni il compito di ristudiare il territorio comprendente nuove categorie da tutelare con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali. Ambientali è termine aggiunto rispetto allo stesso art 9 sebbene resti quel limite già  ricordato ossia che i beni culturali sono considerati non ancora in quanto beni ambientali, anche se la Corte costituzionale da tempo parla indiferentemente di vincolo paesaggistico e vincolo ambientale. La 431 sotto questo profilo introduce una innovazione di grande rilievo in quanto non si interviene più per eccezioni bensì “salvo eccezioni”. E’ il superamento di quella tutela puntiforme ricondotta ora non solo ad un’ altra scala e dimensione ma anche a nuovi contenuti e modalità  che devono tenere conto di quelle tematiche ambientali che non a caso da tempo al Senato si cerca anche di inserire esplicitamente nell’art 9. Da queste necessariamente sommarie considerazioni dovrebbe almeno spero risultare abbastanza chiaro che le preoccupazioni e le riserve espresse da De Lucia sulla Convenzione europea specialmente in riferimento a valori non di natura esclusivamente estetica, sembrano eludere o almeno non valutare con la dovuta attenzione il nuovo intreccio andato stabilendosi tra vicende economico-sociali e ambiente e quindi il paesaggio. Sofermiamoci un momento proprio sulla Convenzione europea laddove considera l’intero territorio agricolo non più come vuoto da riempire tranne eccezioni, ma da tutelare in nome di una cultura, tradizioni anche produttive dalle quali dipendono non solo esiti economici importanti ma anche ad esempio la biodiversità  che specie in europa passa incontrovertibilmente da politiche di sostegno della ruralità  e non di costoso sostegno a singole produzioni troppo generosamente assistite. La Toscana ofre sotto questo profilo esempi di straordinaria attualità  e significato di cui abbiamo avuto modo di interessarci anche sulle pagine di Toscanaparchi con alcuni contributi molto importanti di Rossano Pazzagli che ha curato anche un recente libro della Collana sulle aree naturali protette dell’ETS su “Paesaggio Toscano tra storia e tutela”. Qui più e più visibilmente che altrove appare chiaro che solo politiche che sappiano farsi carico della ruralità  e non solo del “mercato” di prodotti lautamente foraggiati, è condizione perché il paesaggio toscano specie collinare non risulti stravolto anche senza pesanti interventi cementificatori. Si pensi tanto per fare un esempio su cui Pazzagli ha scritto pagine di grande interesse – al rapporto vite-ulivo. Ma davvero si può pensare che una simile, impegnativa politica sia realizzabile guardando al paesaggio così come viene riproposto in taluni allegati del PIT in cui l’estetica più romantica la fa da padrona ? Sono stati valutati i danni sovente irreparabili prodotti dall’abbandono delle campagna sia dal punto di vista della biodiversità  che del paesaggio e dei beni culturali e dell’ambiente nel suo complesso? I danni in questo caso sono dati certo dal territorio consumato (riempito) ma non di meno dal degrado e dall’abbandono. E pensa davvero De Lucia che qui si possa intervenire con ragionevoli speranze di successo non considerando, ad esempio, quella “funzionalizzazione” dell’intervento economico che tanto lo allarma e non lo convince? Ma a questo punto torna il nodo a cui abbiamo accennato in premessa ossia l’intreccio ma anche la specificità  del ruolo delle istituzioni nella gestione non soltanto del paesaggio ma più in generale delle politiche ambientali. Ripercorrendo sia pure a grandi passi l’evoluzione del concetto stesso di paesaggio abbiamo visto il ricorrente e crescente riferimento ai radicamenti locali, alle tradizioni e culture locali e alla loro simbiosi che oggi trova proprio nella dimensione globale nuovi stimoli e ragioni di rilancio e attualizzazione. Una dimensione che presenta naturalmente anche degli evidenti rischi in particolare di chiusura localistica e vernacolare, sicuramente i meno idonei e appropriati a trovare nei grandi processi di trasformazione in atto le sintonizzazioni e i raccordi più efficaci e adeguati. E tuttavia è questa una dimensione, un passaggio ormai ineludibile per chiunque non si illuda di poter fare e decidere tutto a Roma al caldo di qualche ufficio ministeriale. O pensi di riproporre quella concezione separatista dei rapporti stato-regione che ha sempre prevalso come denunciava già  tanti anni fa inascoltato Massimo Saverio Giannini sulle cui conseguenze non è qui il caso si sofermarsi tanto sono evidenti e acclarate. La Corte costituzionale già  negli anni ottanta iniziò dopo avere ancora negli anni sessanta considerato l’interesse alla tutela del paesaggio subordinato all’esigenza “ben maggiore” della difesa nazionale (!) a parlare proprio in riferimento al vincolo paesaggistico e al vincolo ambientale di regionalismo cooperativo. Per la prima volta si parla del compito dello statoordinamento che sta a significare è bene ricordarlo ai troppi immemori non dello stato persona per dirla in gergo ossia lo stato dei ministeri bensì dello stato che comprende su un piano paritario regioni e enti locali appunto l’ordinamento. Sono i soggetti con i quali si identifica oggi la Repubblica dopo le modifiche del titolo V della Costituzione che tanto turba e irrita taluni commentatori e animatori dei comitati toscani. Ci sono insomma dei paletti che nessuno oggi può svellere a proprio uso e consumo per rifarsela ora con le regioni e ora quasi sempre con i comuni considerati una vera sventura a cui si può rimediare solo riportando tutto nelle calde e accoglienti alcove ministeriali; ossia quello stato persona che non ha nulla a che fare con lo stato ordinamento di cui parla la Corte. Ma se non si vuole tornare a quel separatismo statale oggi peraltro palesemente incostituzionale come non si stanca di ribadire la corte quando richiama specie per l’ambiente la sua non riducibilità  a specifica materia in quanto valore trasversale e quindi da gestire cooperativamente, bisogna finalmente imboccare la strada non della contrapposizione istituzionale per riafermare supremazie non più riproponibili, ma del confronto e del concerto. A nessuno naturalmente è bene dirlo subito a scanso di equivoci sfugge la complessità  e difficoltà  di questo delicato passaggio specialmente in una fase di evidente travaglio del sistema istituzionale chiamato peraltro a dotarsi di un nuovo codice delle autonomie che si presenta davvero non facile. Questo passaggio come abbiamo visto nel dibattito di questi mesi in Toscana presenta almeno due aspetti sui quali non si è riusciti finora a fare chiarezza. Il primo è senz’altro quello relativo alla cooperazione che non può escludere e tagliar fuori nessuno livello istituzionale purchè si riesca poi a seconda dei problemi a individuare la sede più giusta e adeguata per le decisioni finali. E come questa sede o livello non può essere sempre lo stato ciò vale anche per gli altri livelli comune compreso. Per la pianificazione o programmazione regionale che non può evidentemente ignorare o saltare i momenti nazionali ma soprattutto quelli inferiori si è parlato anche in Toscana di filiera. Dibattito che si è intrecciato malamente con le confuse sortite ora sulle province ora sulle comunità  montane. Se non è stato facile individuare a quale livello di maggiore “giustezza” collocare funzioni e competenze lo è stato ancor di più individuare i raccordi tra impostazioni che potrebbero rischiare di diventare a “cascata” e quelle pianificazioni non di settore ma speciali come i parchi e le aree protette e i bacini idrografici. E qui torna anche il paesaggio che gira gira dopo Monticchiello sembra riapprodato in sede ministeriale complice anche il Codice Urbani perdendo per strada quei radicamenti, intrecci e simbiosi locali di cui abbiamo parlato. Ciò che convince di meno in questa sorta di forzato e un po’ precipitoso trasloco romano è che della realtà  e esperienza toscana si siano persi per strada i risultati conseguiti grazie al ruolo delle aree protette. Quelle di cui parla Boitani ma anche Gambino quando nell’esempio dei parchi hanno visto e vedono proprio il realizzarsi di quella saldatura e integrazione tra paesaggio, natura e ambiente. A nessuno è venuto in mente nel gran baccano sulla Val d’Orcia di ricordare che tre parchi regionali e tre parchi nazionali e tanti altre aree protette anche da rivedere come le ANPIL rappresentano pur qualcosa anche in rapporto alla tutela del paesaggio toscano. Facciamo un esempio non toscano ma recente che forse ci aiuta a cogliere i rischi di una involuzione istituzionale culturale su questo punto. La regione Piemonte ha istituito ai primi dell’anno un nuovo parco fluviale regionale in provincia di Cuneo e in base alla sua collaudata legge assegna all’ente di gestione la messa a punto del piano del parco che comprende da sempre anche gli aspetti paesistici. L’avvocatura della stato con insolita sollecitudine impugna il provvedimento per contestare al parco di occuparsi del paesaggio che è roba del ministero in base al nuovo codice. Parco fluviale significa soprattutto verificare i problemi della sicurezza del fiume, della bontà  delle sue acque, del tipo di interventi si debbono effettuare che non ricalchino esperienze rovinose di imbrigliamenti cementificati etc. Una serie di questi aspetti il parco dovrà  concordarli con l’autorità  di bacino se esiste e il suo piano. E’ chiaro che parco e bacino debbono tener conto anche degli aspetti e effetti che tutto questo può avere sul paesaggio. Ora invece lo stato dice no, di questo non debbono occuparsene il che significa che verrà  meno la indispensabile contestualizzazione e integrazione di scelte e interventi per rimandare ad altri e ad altri tempi un intervento “separato” non in grado sicuramente di cogliere quegli intrecci a cui sono preposti il parco e eventualmente il bacino. Possiamo tranquillamente rientrare in Toscana e chiederci se il parco di Migliarino, San Rossore Massaciuccoli deve dire la sua sull’Arno o sul Serchio che si trovano sul suo territorio che il parco deve gestire con piano non di settore ma unitari e integrato come avviene da anni. E tutta questa matassa a Cuneo come in Toscana è riducibile a fatto estetico o panoramico? Ecco perché se appare del tutto inaccettabile una politica nazionale che tramite il ministero e i nuovi codici riproponga una separazione che non gioverà  a nessuno né a Monticchiello né a Cuneo e lo è non di meno la emarginazione dei parchi e delle aree protette in quella pianificazione regionale configurata dal PIT che finisce per considerare parchi e bacini settori e non speciali ambiti di una pianificazione ambientale che ofre quei livelli di “giustezza” e adeguatezza non rinvenibili sempre né nel comune, della provincia o della stessa regione.

L’urbanistica a Firenze e non solo

Per capire le vicende urbanistiche attuali è necessario abbandonare ogni metodologia che ha guidato fino ad oggi le analisi basate sul rapporto fra le previsioni del Piano Regolatore Generale Comunale e quanto si manifesta sul territorio, per il semplice motivo che i PRG non esistono più. Fino alla prima metà  degli anni Ottanta, il PRGC è stato lo strumento ordinatore principe del territorio: si poteva combatterlo, si poteva cambiarlo fino a snaturarlo attraverso la pratica ricorrente delle varianti, si poteva perfino evaderlo e poi aspettare i condoni, ma il Piano regolatore restava la “legge”, il patto ufficiale attraverso cui si garantivano gli interessi collettivi nei confronti di quei pochi che volevano usare il territorio a loro vantaggio esclusivo, di quanti, cioè, più o meno palesemente volevano “mettere le mani sulla città “. E’ in quegli anni che inizia l’opera di smantellamento del Piano: inefficace, inefficiente, rigido, razionalista, legato alla zonizzazione monofunzionale, inapplicabile, vecchio, da superare. Uno strumento da cambiare non nelle previsioni, ma nella sua logica e nella sua struttura. E’ una vicenda che si può verificare nelle maggiori realtà  italiane, che recepiscono prima questo cambiamento, ma che possiamo ormai toccare con mano pressoché in tutto il territorio nazionale. Per comodità  prendiamo come esempio la vicenda di Firenze: una città  pianificata fin dalla metà  dell’Ottocento e con un PRG esemplare come quello del 1962 e inserita in una regione, la Toscana, che nel 1995 si è data una legge sul Governo del territorio (poi rivista nel 2005) che è stata indicata dall’INU come modello da imitare. Dunque una vicenda emblematica per il suo quadro di riferimento e per le sue valenze positive. Eppure in questa situazione così perfetta si è consumata negli ultimi 15 anni una vicenda urbanistica che nelle modalità  non ha nulla da invidiare a quelle di altre città  spesso additate come esempio negativo come Milano. Un’utile chiave di lettura ce la fornisce proprio uno dei protagonisti della vicenda fiorentina, Giuseppe Campos Venuti, in un suo volume1 dove analizza i concetti di urbanistica contrattata e di urbanistica riformista che stavano contrapponendosi in quegli anni nella redazione dei PRGC italiani, attraverso il superamento del piano “razionalista” ovvero del piano inteso come patto collettivo garantito dal potere pubblico e organizzato attraverso indici, parametri, quantità  definite di aree pubbliche e zone, ed esplicitato nei suoi meccanismi palesi di crescita e/o di ri-uso del patrimonio edificato. Si lasciava un quadro chiaro, comprensibile, rivolto ai cittadini-utenti e destinatari del piano per un diverso modo di concepire la pratica urbanistica. Si lasciava cioè quella spinta di partecipazione che, nel decennio precedente, aveva visto l’impegno dei sindacati e dei movimenti di base (si pensi, per esempio, alle lotte per la casa come servizio sociale e alla legge n. 865/71, come pure ai movimenti “riprendiamoci la città ” per la rivendicazione di aree verdi e servizi) riafermare il primato dei cittadini rispetto alla formazione del piano. Vigeva allora, come ora, sul territorio nazionale la legge urbanistica del 1942 e le Regioni avevano iniziato ad assumere le competenze in materia di pianificazione del territorio: oltre allo snellimento dell’iter di approvazione dei piani, l’obiettivo fondamentale era quello di dotarsi degli strumenti essenziali (la cartografia, per esempio), di dare criteri di programmazione a scala regionale o per grandi aree in grado di orientare la stesura dei piani urbanistici comunali (aree di crescita o aree sature), nonché di garantire il rispetto dei minimi di legge per le aree destinate ad attrezzature pubbliche. Si attendeva, ancora, la riforma urbanistica, che era uscita assi malconcia alla fine degli anni ‘60 dalle vicende del Governo detto delle Convergenze parallele e dal primo Centro sinistra (proposte dei Ministri Fiorentino Sullo, Giovanni Pieraccini e Giacomo Mancini). Furono proprio le Regioni a fare l’ultimo coerente tentativo alla metà  degli anni ‘70, proponendo insieme all’INU una legge quadro in materia urbanistica. E’ l’epilogo di una storia. Poco dopo, con la legge n.10 del 1977 si abbandona ogni rivendicazione sull’abolizione della rendita e sull’esproprio generalizzato e si passa a più miti consigli scegliendo la via della tassazione della rendita attraverso il regime concessorio dei suoli a somiglianza della legislazione francese. Meccanismo di per sé accettabile anche se perverso -più faccio costruire più incremento gli introiti del Comunee che oggi fa dubitare sulla felicità  della strada intrapresa allora. Con le elezioni amministrative del 1975, le sinistre con il PCI vanno al potere in molti dei grandi comuni italiani e si trovano a dover gestire non più realtà  socialmente coese come era stata quella di Bologna, ma situazioni più vischiose, in cui si mescolano quelle che allora furono definite connivenze e complicità “oggettive”. Il rapporto fra il piano e la sua gestione entra in crisi, non già  perché gli strumenti siano sbagliati o inattuabili (i “libri dei sogni”, come furono definiti con un certo disprezzo da non pochi amministratori), ma perché premono sempre più le urgenze immobiliari e le operazioni di espansione o di riuso proposte da grandi società  private 2 devono essere condotte a termine in tempi “ragionevoli”: le città  non possono “star ferme” e le campagne -ormainon rendono più dal punto di vista produttivo e devono essere colmate. La solidità  dell’impalcato dei piani rende tuttavia difficile il loro smantellamento e allora invece di intervenire in modo palese sui meccanismi di formazione e di gestione dei PRG si preferisce mettere in crisi lo strumento attraverso la sovrapposizione di due operazioni diverse: i piani di settore usati come variante al PRG e l’introduzione dei grandi progetti (piano disegnato) che sostituiscono e si sovrappongono come varianti a singole parti del PRG. Firenze, in quest’ottica, può essere letta come un caso da manuale per le modalità  con cui si inizia a smontare il piano “riformista” del ’62, che a distanza di quasi 50 anni sembra vendicarsi per la lungimiranza delle sue previsioni all’interno dei confini comunali e nella dimensione sovracomunale (oggi area metropolitana).3 La strategia generale del piano del ’62 viene osteggiata da molte parti, da “coloro che hanno riposto tutte le speranze nel ruolo demiurgico delle holding finanziarie, favorendone di fatto le colossali e totalizzanti imprese, ostili al pluralismo dei protagonisti economici e delle localizzazioni difuse nelle periferie urbane e metropolitane. Non danno il loro appoggio neppure coloro che pure si battono con costanza per un disegno ambientalista, arrivando a mettere in discussione l’indispensabilità  di decongestionare il centro storico, invaso e messo a sacco dalle funzioni terziarie e direzionali! non riescono infine a trovare accordo le forze politiche di sinistra, che pure nella strategia riformista si richiamano per la trasformazione della società  nel suo insieme” 4. La negazione del piano del ’62, noto come piano Detti, passa per un contesto di azioni e varianti che di fatto lo rendono obsoleto: la principale è la definitiva cancellazione dell’area corridoio lasciata libera per la realizzazione del cosiddetto Asse attrezzato, che aldilà  delle modalità  della sua realizzazione era (avrebbe potuto essere) l’unico varco di attraversamento est-ovest della città . Ma il corridoio infrastrutturale previsto passava all’interno di un’area industriale di proprietà  della Fiat, e questo va a contrastare con la realizzazione della prima grande operazione di rinnovo della periferia fiorentina, quella da effettuarsi appunto in sostituzione dello stabilimento ancora attivo della Fiat, collocato nella zona industriale prevista dal Piano del 1917-24 ormai interna alla città . Una lunga vicenda, che ormai è storia ed è visibile in un quartiere dal look padano, ribattezzato come San Donato, per non confonderlo con il quartiere di Novoli in cui è inserito, sinonimo di pessima qualità  edilizia e confusionedell’impianto urbano. Una vicenda che inaugura a Firenze un nuovo modo di fare urbanistica: la contrattazione, che di per sé potrebbe anche non avere un significato negativo se non fosse stata accompagnata dall’incapacità  amministrativa di trarne un reale vantaggio pubblico e ottenere serie e consistenti contropartite nella riorganizzazione della città . Per portare a buon fine la contrattazione è necessario mettere in crisi il piano. Si usa l’arma della mancanza di qualità  confutando al piano razionalista e/o quantitativo della zonizzazione l’impossibilità  della sua attuazione. Qualità , parola magica ed enigmatica: qualità  della vita, qualità  dell’ambiente, qualità  dell’estetica cittadina, qualità  nell’attuazione del piano. La nuova città , moderna e dinamica, deve superare le pastoie della quantità  (standard, rapporti e indici) e dello zoning (zona monofunzionale, zona omogenea, zona pre-definita) . Sono molti e autorevoli coloro che sostengono questa tesi e la soluzione si consolida, come già  anticipato, nella definizione dei piani di settore indiferente alla complessità  del contesto e nel piano disegnato applicato su segmenti di città . Entrambe le vie sono incoraggiate dalla politica della Regione Toscana a partire dai primi anni ‘80. A Firenze, si mettono in cantiere, fra gli altri, i piani del traffico, dei parcheggi, dei campeggi, degli alberghi, del commercio (ne esistono addirittura due), dell’università  nel centro storico basato sull’ipotesi della sostituzione delle funzioni e, naturalmente, il piano-casa che grazie ai provvedimenti del Ministro Andreatta permette di costruire dappertutto senza dover tener conto delle previsioni di piano (ma si sa per la casa è sempre emergenza!). Si delinea una revisione di fatto del PRG al di fuori di quella ufficiale in corso. A questi si aggiungono i grandi progetti, molti dei quali sono ancora di iniziativa pubblica, e su cui si misurano le migliori firme dell’architettura italiana: i progetti sono sinonimo di modernità  e di qualità  e si calano su un territorio di vecchia urbanizzazione, trattata come indiferente rispetto ai nuovi carichi ed alle nuove funzioni. Traffico, parcheggi, mobilità  e trasporti sono un problema a parte, un problema che sembra non aver nulla a che fare con la struttura della città  che si sta delineando. Una mediazione fra i propugnatori delle grandi architetture urbane e gli urbanisti tradizionali legati al piano “razionalista” (un giorno qualcuno spiegherà  la logica di questa classificazione e, soprattutto, il disprezzo ad essa conseguente) è tentata dai piani della cosiddetta “terza generazione” (che possiamo definire, anche l’ultima dei PRG) che cercano di afrontare le problematiche legate alla sostituzione edilizia di destinazioni obsolete situate in tessuti già  urbanizzati e gli infiniti problemi della riorganizzazione del sistema urbano complessivo. Nel caso fiorentino si tratta di instaurare un ponte fra i piani della prima generazione (quelli che hanno fatto la storia dell’urbanistica in Italia) e le esigenze della città  postindustriale. In questo contesto va collocato il Progetto di Preliminare di PRG di Firenze (Astengo Campos Venuti), che purtroppo è destinato a soccombere trascinandosi dietro l’ultimo vero tentativo di conciliare il disegno generale della città  pubblica con quello delle esigenze incalzanti delle richieste private. La sua sorte appare precocemente segnata. Bernardo Secchi inquadra Firenze in una tendenza più generale e scrive nel 1985: “abbandonata l’idea di sovrapporre alla città , urbs e civitas, un disegno, una forma fisica e politica; abbandonata ogni visione razionalista del piano e della politica urbanistica come insieme di azioni totalmente definite ex-ante, abbandonata anche la centralità  del soddisfacimento dei bisogni di una parte sociale, il problema è ora riferito alla qualità . Qualità  è termine che evoca, non costruisce linguaggi descrittivi univoci e rigorosi; tanto meno costituisce teoremi e schemi di calcolo.” 5 Tutto è fluido, opinabile, valutabile con occhi ed ottiche diverse. Insomma, tutto è possibile. Punto di riferimento diventano alcune esperienze straniere e si vuol emulare la dinamicità  di alcune città  europee. L’interesse si trasferisce dal Nord Europa (modello socialdemocratico) al Mediterraneo (Francia e Spagna). Il caso più citato è Barcellona e il suo piano di disegno urbano con creazione di piazze, edifici pubblici e privati. Si resta ammirati dal fiorire di progetti, ma non si dice che a monte di tutti quei progetti c’è il Piano Metropolitano del 1976 che indirizza la logica degli interventi, né che si procede con una legge urbanistica “copiata” a suo tempo da Franco, pressoché di sana pianta, dalla Legge Urbanistica del 1942. Viene esplicitata solo la punta dell’iceberg e si sorvola sulla valenza pubblica della grande operazione in atto e che dura fino alle Olimpiadi del 1992 ed è in grado di guidare le trasformazioni, le plusvalenze della rendita fondiaria attraverso la mano pubblica che applica perfino lo strumento del comparto e fa operazioni remunerative di compra-vendita di aree attraverso il controllo della destinazione d’uso e l’applicazione degli indici di fabbricabilità . 6 Non si vuol conoscere il fenomeno, ma si è interessati solo all’epifenomeno. Così, a Firenze, il Preliminare di piano non riesce ad essere neppure adottato in Consiglio comunale in quanto non interessato a sostenere il progetto di una qualità  urbana difusa controllata pubblicamente e “basata” su due operazioni distinte e coordinate: le trasformazioni estensive, radicali su 12 aree programma costituite per lo più da aree dimesse dislocate prevalentemente nella periferia cittadina e trasformazioni estensive, leggere, capillari, graduali sui tessuti urbani. E soprattutto non riesce a rendere compatibili con la strategia adottata le due maggiori operazioni immobiliari: il progetto di espansione per l’area di Castello lasciato irrisolto per non aver dato seguito ai risultati del concorso per il centro direzionale e riproposto dalla Fondiaria all’inizio degli anni ‘80 e quello di riuso (termine desueto) dell’area di Novoli, che la società  automobilistica decide di dismettere nel 1984. La crisi urbanistica fiorentina coincide con la ricerca dei nuovi strumenti in grado di conciliare le esigenze di proprietari ed investitori. Per poter perseguire l’obbiettivo si fanno progetti larga di massima, schizzi orientativi, che si possono variare via via con aggiustamenti sia nella fase di messa a punto del piano attuativo che in quella esecutiva. Strumenti di poco valore, ma flessibili, agili, moderni, come li vuole l’investitore. La sequenza pianificazione/gestione del territorio che aveva visto, forse anche impropriamente, la supremazia disciplinare della progettazione urbanistica viene travolta dall’esigenza di “governare il cambiamento” che, senza il controllo dei tempi, trasforma l’urbanistica da analisi-progetto-gestione del territorio in strategia-governo del territorio afdata non più ad un sapere tecnico condiviso e discusso con il potere politico, ma consegnato, direttamente e in toto, ad amministratori e politici. Inizia il processo della “deregulation” favorito in alcune realtà  dai finanziamenti statali per i grandi eventi come i Mondiali di Calcio del 1990, le Colombiadi del 1992 o il Giubileo 2000, che autorizzano la legale, palese evasione delle previsioni di PRG. Il piano diventa un supporto indiferente per un assemblaggio eterogeneo fatto ” con progetti d’area, con disegni di architettura, tutti diversamente concorrenti ad afermare e giustificare il prevalere assoluto delle grandi società  finanziarie”.7 Roma tiene il passo coi tempi grazie ai finanziamenti per Roma Capitale e per il Giubileo, mentre Milano consolida la nuova via con il Documento Direttore e procede con una serie di operazioni di sostituzione interne al tessuto urbano di cui oggi vediamo tutta la dirompente portata. 8 La logica vincente è quella dei grandi scenari e delle proiezioni a lungo periodo per poi agire su singole aree, per “adattamenti” utili a seconda del momento, contrattando e/o concertando le operazioni da compiere sulla città  e il suo intorno. Firenze, nel 1993, si da’ un piano firmato da Marcello Vittorini che fra i suoi primi atti adotta una Variante, detta di salvaguardia, che consente l’avvio dell’operazione Fiat, anzi spavaldamente la assume come sperimentazione per i criteri da adottare nelle altre aree di ristrutturazione urbanistica. Il PRG Vittorini definisce una percezione della realtà  urbana per quello che è, non fa mediazioni, fa i conti con le aree in cambiamento, nobilitando il tema con l’imposizione di una presunta qualità  che si sovrappone all’immagine. Le 12 aree programma del Preliminare Astengo-Campos Venuti si moltiplicano in innumerevoli nuove centralità , che altro non sono che progetti di ristrutturazione. Il piano Vittorini si sostituisce allo storico piano del 1962 (piano Detti) e viene proposto alla città  come “piano della realtà “, capace, definito, applicabile in tutte le sue parti. Spariscono nella sua concezione molti dei lacci e laccioli che avrebbero potuto condizionare la sua capacità  attuativa e ritardare lo sviluppo di Firenze. Si fa finita una volta per tutte dei dubbi sulla collocazione della stazione centrale di Firenze (che resta nel centro del Centro storico, dove già  Giuseppe Poggi la considerava incongruente), si approva un corposo sviluppo a Nord-ovest con il completamento dell’operazione Fiat e la saturazione dei terreni fino al confine comunale nell’area FondiariaCastello, riuscendo miracolosamente a tenere insieme tutto dall’aeroporto di Peretola alle nuove residenze, dalla Scuola dei Carabinieri alla sede della Regione e della Provincia, dalla concentrazione delle scuole superiori (5000 studenti) al Parco attrezzato fino alle nuove quote di terziario privato. Siamo di fronte ad un piano atipico che va “oltre” la terza generazione, ad un piano non amato dalla cultura urbanistica, su cui la stessa CRTA9 impone una valanga di prescrizioni e che viene votato dal Consiglio Comunale nella sua “versione corretta” nel febbraio 1998 con lo slogan “Votiamolo oggi, da domani si lavora per cambiarlo” 10. Eppure questo piano, ancora vigente, ha veicolato perfettamente quella che viene definita l’operazione dell’”ammodernamento” di Firenze. La sua spregiudicatezza disciplinare, quel suo non collocarsi nei filoni delle riviste di urbanistica, quel suo procedere per frammenti urbani gli ha permesso ben aldilà  delle sue intenzioni di interpretare e prosperare all’interno delle dinamiche fondiarie e finanziarie attuali. Fra l’adozione e l’approvazione del PRG la Regione Toscana emana la sua nuova legge, non più urbanistica, ma sul Governo del territorio (LR. 5/95). Un motivo in più per mettere mano al PRG, ma senza fretta: è necessario che si lasci il tempo per attuare tutte le operazioni previste. Si mettono in cantiere gli studi per un Piano Strategico che dovrebbe dare le linee per il Piano Strutturale ai sensi della LR 5/95, ma i due studi poi prendono strade separate articolate in due esperienze successive e autonome. A questo punto la vicenda urbanistica fiorentina va letta all’interno del mutamento del quadro normativo toscano che si colloca nello spirito della Seconda Repubblica. Infatti, coi cosiddetti decreti Bassanini del 1998 si ribadisce che l’urbanistica è materia di competenza delle Regioni e che il sistema degli Enti locali non è più ordinato gerarchicamente, ma al contrario, è interpretato secondo una concezione federalista dello Stato, ad esso si applicano i principi di sussidiarietà  ed adeguatezza che ribaltano la sequenza tradizionale e si basano su un rapporto esplicitato dal basso verso l’alto, in cui il comune assume rilevanza e centralità . La Regione Toscana applica questi principi rapidamente e senza incertezze e, in urbanistica, si pone il problema di conciliare la previsioni di lungo periodo del piano a livello territoriale con la necessità  di un governo rapido e flessibile delle trasformazioni. Il rapporto fra chi governa (Sindaco) e chi attua (operatori pubblici e privati) diventa la chiave di comprensione delle dinamiche territoriali, dalle quali il cittadino sembra scomparire. Non ci sono enti o organismi sovrordinati di controllo a livello reguonale: la dimensione comunale domina la scena. E’ al suo interno che maturano tutte le strategie: dall’arredo urbano alla localizzazione dei servizi, alla viabilità , alla costruzione dei nuovi quartieri residenziali, delle aree industriali e dei centri commerciali. Il quadro su alcune scelte torna a criteri quantitativi applicati con discrezionalità  a scala regionale e/o provinciale (es. superfici per la grande distribuzione o multisale per spettacolo) o ad accordi fra comuni vicini, Provincia e Regione per i sistemi delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti) o per la localizzazione delle attrezzature di servizio (inceneritori, discariche). Teoricamente lo sviluppo e la sua proiezione territoriale dipende da un quadro meta-programmatico a scala regionale (PIT) e da un piano di indirizzo a scala provinciale (PTC), ma la titolarità  della legittimazione delle scelte resta in ultima analisi ai sindaci in quanto titolari esclusivi della potestà  comunale ed investiti dai cittadini con elezione diretta. Gli attori del piano si collocano su due fronti: i cittadini, utenti e fruitori, che possono aderire, subire, condividere o contestare le previsioni, ma non hanno più capacità  di interloquire in una dialettica positiva con l’Amministrazione Comunale e gli investitori che possono viceversa contrattare gli interventi e, a fronte di una finanza comunale fragile e povera, sono sempre più in grado di imporre le loro scelte. Al sistema pubblico in crisi nelle sue finanze e nel suo meccanismo rappresentativo non resta che il ruolo di mediatore delle dinamiche economiche sul territorio con l’unica capacità  di accelerare o rallentare l’attuazione del piano, che è ormai nelle mani dei privati. Le leggi urbanistiche della Toscana (n. 5/ 1995 e n. 1/2005) interpretano e agevolano questo processo e grazie all’appoggio totale ed incondizionato dell’Istituto Nazionale di Urbanistica che garantisce l’avallo disciplinare e tecnico necessario, riportando la questione della pianificazione dalla cogenza previsionale alla sfera di orientamento e di indirizzo, mortificando ogni azione di controllo e verifica. In questo scenario di transizione va a collocarsi il Piano strutturale del comune di Firenze del 2004, riapprovato nel luglio del 2007. Uno strumento ibrido, impreciso, non rispondente alle prescrizioni né della LR 5/95 né della successiva LR 1/2005. Un quadro confuso, senza qualità  né strategia, che trova la cittadinanza impreparata e incredula che quei fogli (le cosiddette “dodici tavole”) siano un vero piano regolatore comunale, un progetto per la città , un serio responsabile atto di pianificazione. Eppure, questo quadro senza quantità  né qualità , buono per tutte le operazioni con aggiustamenti ad hoc, con un uso improprio della perequazione, del project financing e di tutto quanto possa essere utile per velocizzare le operazioni edilizie, regola le previsioni future di una città  dalla storia importante: una storia che attiene al campo artistico, culturale, ma anche a quello dell’urbanistica italiana e che sembra non vedere oltre la felicità  di un centro storico invaso da turisti a giornata e di una periferia modellata con le logiche della privatizzazione e della finanza immobiliare, sempre più estesa e priva di ogni qualità .

  1. Cfr. G.Campos Venuti, L’urbanistica riformista, Emas libri srl, Milano 1991.
  2. Su questo tema, cfr. La città  occasionale, a cura di F. Indovina, Francoangeli ed., Milano 1993.
  3. M.Zoppi, Firenze e l’urbanistica: la ricerca del piano, Edizioni delle Autonomie, Roma 1982.
  4. Campos Venuti, Op cit pag. 195.
  5. Cfr. B. Secchi, Le condizioni del progetto urbanistico, in URBANISTICA n.81, 1985 pag. 62.
  6. L’operazione della Villa Olimpica è in questo senso esemplare.
  7. Campos Venuti, Op. cit. pag 1991.
  8. Cfr Deregulation urbanistica, in Urbanistica Informazioni, Dossier 5/95.
  9. L’acronimo sta per Commissione Tecnica Regionale di Controllo.
  10. Cfr. P.Jozzelli Vecchio e rigido, in La Repubblica 6 febbraio 1998 , pag I, Cronaca di Firenze

Nella misura in cui? A proposito di Toscana infelix

Fino all’agosto del 2006 sembrava che tutto fosse tranquillo, in Toscana, in materia di urbanistica e di paesaggio. La Regione aveva già  avviato la redazione di un Piano di Indirizzo Territoriale, in attuazione della Legge Regionale n.1 del 2005, che aveva confermato l’impianto già  in atto da dieci anni, cioè dalla precedente Legge Regionale n.5 del 1995. Questa era stata salutata a suo tempo come una legge innovativa, che doveva correggere le rigidezze della vecchia pratica dei Piani Regolatori e del controllo dall’alto sulle iniziative dei Comuni. Anche la cultura urbanistica, compresa quella universitaria, si era allineata con poche eccezioni su un giudizio sostanzialmente entusiastico: subito al lavoro, gli urbanisti, nella gara a chi meglio interpretava che cosa fossero gli “statuti del territorio” o le “invarianti strutturali”, o gli “obiettivi prestazionali”. Insomma, un nuovo lessico (che ha messo in crisi i giuristi, attenti al significato delle parole) a cui doveva corrispondere una rinnovata creatività  progettuale, in uno spirito di piena collaborazione fra i diversi livelli amministrativi e istituzionali. Eppure è bastato un breve articolo sulla pagina culturale di la Repubblica, il 24 agosto del 2006, firmato dall’italianista Alberto Asor Rosa, per scatenare un putiferio e rimettere in discussione proprio la politica urbanistica della Regione Toscana. Il paesaggio toscano è aggredito dal cemento! Come dire: Il re è nudo! Tutti lo sapevano, ma nessuno lo diceva con la chiarezza e l’autorità  del “professore” 1. L’articolo ha effettivamente messo a nudo una realtà  che da allora è sempre più oggetto di dibattito e di scontro politico e culturale. Il caso è assai noto: alle pendici del centro murato di Monticchiello, a pochi chilometri da Pienza, si stava costruendo un complesso di undici villule (in stile rustico), per un totale di 95 appartamenti. Il tutto nel bel mezzo di un’area dichiarata “Patrimonio mondiale dell’Unesco”, la Val d’Orcia, quasi un simbolo della qualità  e della conservazione della campagna toscana. Un’estensione e una volumetria, denunciava Asor Rosa, che superano in blocco le dimensioni dello stesso centro storico nel suo impianto medievale: per una popolazione potenziale pari al doppio di quella esistente, ridotta oggi a poco più di 150 abitanti 2. “Pare a me concludeva Asor Rosa che il caso superi le dimensioni locali e investa responsabilità  più generali”. Eccome! La reazione è stata duplice. Da parte degli amministratori regionali si è subito cercato di minimizzare e circoscrivere il caso. L’assessore al territorio, Riccardo Conti, riconosceva che “il nuovo insediamento di Monticchiello fa schifo” (frase riportata su molti giornali), ma la Regione aveva le mani legate, non poteva mettersi contro l’autonomia comunale, che proprio la legislazione regionale garantisce. Gli amministratori locali (il presidente della Provincia di Siena Ceccherini e il sindaco di Pienza Del Ciondolo) difendevano a spada tratta il progetto, contribuendo anche a montare una campagna di insulti contro il “professore”. Alla fine il presidente della Regione, Claudio Martini, dichiarava: “Noi non condividiamo quell’opera, ma non possiamo farci niente. Possiamo solo raforzare gli strumenti perché in futuro un caso Monticchiello non accada più” 3. Queste reazioni si riassumono in un dato, che è poi la specificità  del caso Monticchiello: quello che viene denunciato non è un abuso, ma è il risultato di un meccanismo legislativo che non impedisce che simili scempi possano avvenire: sotto gli occhi della Soprintendenza, che ha dato il suo regolare nulla-osta. Di qui l’iniziale imbarazzo dei dirigenti regionali, che hanno provato a scaricare sull’organo periferico del Ministero la responsabilità  del caso, ma si sono anche sentiti sotto accusa agli occhi della stampa nazionale. Ma il caso Monticchiello è davvero un’eccezione, un piccolo neo? No, e lo si vede subito. Nel frattempo, infatti, Asor Rosa viene letteralmente sommerso da una valanga di appelli, segnalazioni, denunce di situazioni non molto diverse da quella di Monticchiello, un po’ in tutta la Toscana. Le segnalazioni vengono da Comitati già  costituiti e dalle associazioni ambientaliste “storiche”, Italia Nostra, WWF, FAI, Legambiente. Il tam-tam mediatico fa circolare un messaggio: “vediamoci a Monticchiello il 28 ottobre”. Nei giorni precedenti, a mantenere alta la tensione, Giovanni Valentini elenca, sempre sulle pagine di la Repubblica, tutta una serie di casi che si vanno ad aggiungere, e Vittorio Emiliani coglie in nodo della questione in un articolo dal titolo “Il paesaggio non è del Comune”, nel quale si accenna anche al ruolo perverso del meccanismo della finanza comunale, che finisce per premiare le amministrazioni per i metri cubi che concedono e i relativi oneri che incassano. Riccardo Conti sembra in un primo tempo voler afrontare amichevolmente la questione, e invita Asor Rosa a Capalbio in un pubblico incontro. E’ possibile un dialogo? L’occasione potrebbe essere il convegno di Monticchiello del 28 ottobre. Erano previste una sessantina di persone, ne arrivano oltre trecento, che la sala del “Teatro Povero” non ce la fa ad accogliere. Vengono anche con le auto blu Riccardo Conti, e Francesco Rutelli. Trovano ad accoglierli striscioni, cartelli, volantini e soprattutto un coro di denunce che dimostrano che ormai il coperchio è stato tolto. Sotto accusa sono i Comuni di Fiesole, di Bagno a Ripoli, di San Casciano Val di Pesa, sempre per aggressioni al paesaggio, tanti altri casi sono segnalati nelle province di Siena, di Arezzo, di Grosseto. Dopo dieci anni di “governo del territorio” si ricomincia a parlare di urbanistica. Il ministro Rutelli, intervistato in quella sede, dichiarava che “il Codice dei beni culturali prevede cheogniRegionefacciaipropripianiperilpaesaggio, e che in questa fase vengano interpellate anche le Soprintendenze. Alcune Regioni sono già  in regola, altre no. Quello che noi vorremmo è utilizzare proprio la Toscana come regione pilota di questa ‘collaborazione’. Per poter prevenire le brutture cementizie piuttosto che scoprire che è impossibile abbatterle dopo” 4. Un convegno di Italia Nostra a Firenze, il 6 dicembre (Dopo Monticchiello. Paesaggio toscano da salvare), è ancora l’occasione per un confronto con l’assessore regionale: ma ormai Conti arriva, parla e se ne va, con un tono piuttosto scocciato. In una trasmissione televisiva del TG3 (Ambiente Italia, condotta da Beppe Rovera), il pomeriggio di sabato 17 febbraio, ci ritroviamo tutti insieme a Fiesole per discutere su “che cosa succede in Toscana?”: Conti, i sindaci di Fiesole e di Bagno a Ripoli, alcuni architetti embedded, da una parte; dall’altra i contestatori: il Comitato di Fiesole, io (come geografo) e l’archeologo Riccardo Francovich, Asor Rosa in diretta da Monticchiello, Franco di Pietro da Lugo di Romagna (dove veniva contestata una lottizzazione vicina allo storico canale della Villa). In mezzo, in diretta da Roma, l’arch. Roberto Cecchi del Ministero. I due fronti sono ormai contrapposti e separati (anche fisicamente): se Conti rivendica la linea della Regione “che coniuga tutela e sviluppo”, Asor Rosa risponde che ormai ci dividono due idee fra loro incompatibili di sviluppo della Toscana. I Comitati sostiene Cosimo Mazzoni rappresentano privati cittadini che difendono il patrimonio pubblico, contro le istituzioni che lo vendono ai privati 5. La trasmissione televisiva mostra anche il caso di una città  intera sorta abusivamente nella piana di Caserta, messa sotto sigilli dalla magistratura: al contrario le porcherie contestate in Toscana hanno tutti i crismi delle necessarie autorizzazioni. Ma proprio questo è il punto: sono il risultato della politica urbanistica regionale e dell’incapacità  delle Soprintendenze, non (per ora?) di operazioni camorristiche. Il “caso Fiesole” è l’oggetto di un nuovo incontro, l’11 marzo a San Domenico (Lo sviluppo insostenibile), dove confluiscono tutti i Comitati o i singoli cittadini che denunciano situazioni in-sostenibili, ma anche esperti delle diverse discipline che guardano alla Toscana anche dal punto di vista più generale: cito in particolare l’intervento assai documentato di Luigi Scano (purtroppo fu il suo ultimo) su “La tutela dei beni paesaggisticinelCodiceeneiprovvedimentilegislativi e pianificatori della Regione Toscana”: come per Edoardo Salzano, che ha sempre seguito e dato spazio alla vicenda su Eddyburg, quello della Regione Toscana è più che altro “un piano di chiacchiere”. Anche qui, una partecipazione numerosissima, che prelude alla formazione di una Rete, come aveva anticipato Asor Rosa a conclusione della trasmissione del TG3. Sono invitati ufficialmente anche Martini e Conti, ma nessuno si presenta né manda messaggi 6. La Regione va per la sua strada, le cui tappe sono il Protocollo d’intesa con il Ministero dei beni culturali (23 gennaio 2007), l’adozione del Piano di Indirizzo Territoriale (4 aprile) e la successiva approvazione da parte del Consiglio Regionale (24 luglio). Questi atti dovrebbero non solo rispondere alla pressione dei Comitati (e della stampa locale e nazionale che dà  ampio risalto ad ogni intervento di Asor Rosa, e non solo), ma anche alla Sentenza della Corte Costituzionale n. 182 del 20 aprile 2006, della quale volentieri ci si dimentica 7 perché mette sotto accusa di incostituzionalità  proprio la delega ai Comuni in materia di tutela paesaggistica contenuta nella L.R. 1/05, in contrasto con il Codice del paesaggio. Si organizzano anche alcuni incontri che definirei autoreferenziati, senza interlocutori: magari proprio nei luoghi incriminati, Fiesole 8, Monticchiello. Proprio qui, a Monticchiello, il 29 giugno si assiste ad un nuovo tentativo di mantenere un certo fair play, con l’invito ad Asor Rosa (da solo) per un dialogo diretto con il presidente Martini. Ma la domanda “siete sicuri che un altro caso Monticchiello non potrà  più presentarsi?” rimane senza risposta, al di là  delle promesse di concertazione e di approccio per”filiere”. Si può sostenere che un effetto il movimento dei Comitati l’ha già  raggiunto, sia pure indirettamente: gli amministratori sono sulla difensiva e non perdono occasione per riafermare il proprio impegno per la tutela del paesaggio; mai però che emerga dai documenti di programmazione il benché minimo accenno ai problemi che i Comitati (e la Sentenza della Corte Costituzionale) hanno sollevato. Il bilancio del quadro conoscitivo sul quale si fonda il Piano Territoriale (il “piano di chiacchiere”, secondo Salzano e Scano) è tutto a tinte rosee, con una documentazione cartografica e fotografica 9 a dir poco modesta, degna di un’esercitazione di studenti del secondo anno. Eppure il PIT toscano dovrebbe avere “valenza paesistica”, anche se il Protocollo di un anno fa, molto sbandierato come esempio di collaborazione fra Regione e Ministero (o prima risposta implicita al caso Monticchiello?), precisava che dovevano essere compiuti una serie di adempimenti per adeguarlo al dettato dell’art. 143 del Codice del paesaggio (nel quale si definiscono i contenuti del Piano paesaggistico): entro un anno! L’anno è passato, e non si è visto niente 10. Intanto la contestazione si allarga a macchia d’olio. Oltre ai Comitati originari dell’ottobre 2006, ne spuntano come funghi in ogni parte della regione. Sotto accusa non solo le aggressioni al paesaggio e ai centri storici, ma anche i progetti delle grandi infrastrutture (la TAV, l’autostrada tirrenica), la politica energetica e quella dei rifiuti. Il 25 marzo, a Firenze, si costituisce ufficialmente la Rete dei Comitati toscani per la difesa del territorio, con la partecipazione di oltre settanta comitati. La stampa nazionale (la Repubblica e il Corriere della sera) ne dà  ampio risalto. Viene approvato un “Documento dei dieci punti” che riassume quanto è emerso fino a questo momento e fissa il quadro organizzativo della Rete, che si propone anche come “Osservatorio toscano” permanente, in grado di realizzare un controllo senza smagliature sull’intero territorio, per arrivare a “realizzare una mappa integrale degli scempi, dei disastri, degli ecomostri realizzati in Toscana” e quindi prevenire quelli futuri. Dunque una “grande battaglia culturale”, nella quale ci si dovrebbe confrontare con le “Istituzioni come interlocutori, non come avversari” 11. Ma sarà  possibile? Sempre più spesso i Comitati si trovano di fronte un muro, anche quando presentano, a termini di legge, osservazioni ben motivate agli strumenti urbanistici: che non vengono mai prese in considerazione. L’unica via, in molti casi, è quella giudiziaria: fioccano gli esposti, i ricorsi al TAR e al Presidente della Repubblica, con tutti i rischi che questi comportano (anche finanziari). Sempre più spesso la magistratura interviene anche per proprio conto, magari su segnalazione della Forestale, l’unica istituzione a cui sembra afdato il controllo del territorio: così a Casole d’Elsa (Siena) finiscono sotto sequestro tre cosiddette ristrutturazioni di altrettanti complessi rurali, dove al cambio di destinazione si aggiungono abbondanti volumi: questi sì, abusivi, tanto che finisce sotto inchiesta tutto lo staf tecnico-politico del Comune. Lo stesso succede a Campi Bisenzio, per diformità  fra il Piano Strutturale e il Regolamento Urbanistico: e anche qui non ci sono Comitati all’origine della vicenda. Il tenue filo che ancora sembra tenere aperto un dialogo almeno con il Presidente della Regione, localmente è del tutto spezzato: anche all’interno dello stesso schieramento politico perché la matrice dei Comitati è quasi sempre di sinistra non ci si parla più. La difesa dei Sindaci, quelli “con la quinta elementare” di una volta, quelli “eletti dal popolo” di adesso, si traduce in un rifiuto di qualsiasi apertura da parte del blocco politico-istituzionale. Anche la partecipazione dovrà  essere disciplinata con apposita legge, che la Regione si afretta ad approvare e di cui si sperimentano già  le prime applicazioni, come vedremo. In questo clima si consolidano le strutture della Rete: le assemblee prendono un carattere più strutturato e si svolgono il 7 luglio e il 10 novembre. Dalle due assemblee esce la versione definitiva di un documento che apre la “Vertenza Toscana”, articolato nei punti che riguardano il PIT e il paesaggio, le problematiche energetiche, le grandi infrastrutture, il consumo di suolo, la partecipazione. I Comitati registrati sono diventati oltre 150, comprese le sezioni locali di Italia Nostra e del WWF, e in qualche caso anche di Legambiente. Ma non facciamo del trionfalismo: si tratta certamente di un fermento straordinario, in cui convergono però discorsi ed esigenze anche molto diverse, tutte tenute insieme dal vantaggio (anche mediatico) di poter contare su un coordinamento che è insieme un servizio tecnico e una cassa di risonanza. E’ per questo che molti Comitati nascono proprio perché esiste la Rete, in un processo che potremmo definire autocatalitico. Non è secondario il fatto che i rappresentanti della Rete siano ricevuti dai Ministri 12 Rutelli e Pecoraro Scanio (il 24 luglio), o che lo stesso Martini chieda ad Asor Rosa un colloquio riservato nel quale promette di rispondere adeguatamente ai temi sollevati nella”Vertenza Toscana” 13. L’allargamento della Rete ha certamente comportato anche una diferenziazione delle tematiche che vengono afrontate: dalla tutela del paesaggio, tema originario e costitutivo, si passa alle tematiche ambientali, con la denuncia dei progetti di inceneritori e di impianti per l’energia, a quelle delle infrastrutture, dove i grandi lavori riguardano l’autostrada costiera parallela all’Aurelia, la TAV che dopo i disastri combinati in Mugello dovrebbe attraversare Firenze in sotterranea, fino alle linee della tramvia, sempre a Firenze. Non solo grandi progetti di grandi lavori, ma anche piccoli progetti non meno pericolosi. In molti casi i problemi ambientali si sommano con quelli paesistici e territoriali: così ad Ampugnano, dove la Provincia di Siena ha avanzato in estate l’incauta proposta (sostenuta da una finanziaria franco-tedesca) di ampliare il minuscolo aereoporto esistente per fare concorrenza a Pisa e a Firenze, nella delicatissima pianura fra la Montagnola e la città . Contro questo progetto si sono mobilitati tantissimi cittadini mettendo in serio imbarazzo il Comune interessato (Sovicille) e coinvolgendo la stessa città , dove si è svolta in novembre la prima manifestazione “autonoma” dalle forze politiche. Il bello è che in questo caso la Regione tace, nonostante che il suo PIT, a proposito di aereoporti, non attribuisca ad Ampugnano altro che un ruolo locale. Nascono nuovi Comitati, ma purtroppo anche nuovi episodi di aggressione al paesaggio: sempre durante l’estate si denuncia la trufa delle cosiddette Residenze Turistico-Alberghiere, sotto la cui sigla si nascondono future lottizzazioni residenziali. Così a Campiglia Marittima, a Serravalle Pistoiese, a Grosseto 14. Anche in questi casi andiamo ben oltre la soglia della legalità . Un caso a sé è quello di Castelfalfi, uno straordinario castello feudale fra l’Elsa e l’Egola, in comune di Montaione (Firenze): qui un’impresa tedesca compra l’intera azienda agricola per farne un “resort turistico”, con albergo, campi da golf, residenze nel castello e in “villaggi” in stile (rustico). Per un totale di 200.000 metri cubi, di cui 80.000 di nuova costruzione, secondo il progetto 15. La novità  sta nel processo di partecipazione, promosso dalla stessa Regione tramite il “garante della comunicazione”, prof. Massimo Morisi 16. Il popolo di Montaione è chiamato a pronunciarsi sull’operazione, che promette ovviamente grandi prospettive di occupazione. Una multinazionale si confronta con il popolo! Ma al confronto non dovrebbero partecipare anche gli enti sovraordinati, Provincia e Regione? Non hanno niente da dire? L’esito sono solo alcune raccomandazioni, che dovrebbero “mitigare” l’effetto delle previsioni. Ce n’è abbastanza per fare della Toscana un caso nazionale: certo, non siamo in Calabria, ma neppure in quel paradiso che i nostri politici vorrebbero farci intendere. E sicuramente gli ultimi anni vedono una continua accelerazione del processo di degrado, senza che si intraveda una seria intenzione di invertire la tendenza. Per questo il prossimo convegno che la Rete dei Comitati intende organizzare (nel mese di maggio) avrà  come argomento proprio il caso toscano come emergenza nazionale. Del resto, sono già  avviati contatti con altre situazioni in Umbria, nelle Marche, in Veneto. Da un incontro a San Quirico d’Orcia, il 17 ottobre scorso, allargato a urbanisti e intellettuali di tutta Italia, era uscito un documento dal titolo (un po’ retorico, secondo me) “Salviamo l’Italia”, che proponeva l’estensione del modello della Rete per la difesa dal basso del patrimonio paesistico e culturale. Che cosa hanno in comune tutti i casi dei quali la Rete si fa carico di raccogliere la documentazione 17 e di sostenere il punto di vista dei Comitati? Un primo aspetto riguarda le fonti finanziarie: in quasi tutti i casi si parte da una proposta di investimento, da cui la “valorizzazione” (la parola fa sempre venire i brividi) del patrimonio culturale o ambientale che sia. Interessi privati, quindi, anche nel caso di investimenti pubblici in infrastrutture dove la scelta cade sempre sul progetto più costoso (e rischioso) che ofrirà  maggiori opportunità  di ricadute (di varia natura). Da qui discende un secondo aspetto, che riguarda la stragrande maggioranza dei casi: il progetto contro cui ci si trova a fare i conti non è frutto di una seria e coerente pianificazione, ma nasce occasionalmente in assenza di un quadro previsionale afdabile. Il PIT da questo punto di vista è davvero un piano di chiacchiere: si delega ai Comuni la tutela del paesaggio, si rinviano le scelte energetiche ad un “piano energetico regionale” che ancora non esiste, ma intanto 18 si autorizzano impianti qua e là  , e così per il 19 trattamento dei rifiuti . Quanto agli strumenti urbanistici, niente paura: si può sempre fare una variante ad hoc. Sono i Comuni (salvo per fortuna le dovute eccezioni), più che gli urbanisti, a dare la vera interpretazione della legislazione in materia di “governo del territorio”: adesso possiamo fare quello che ci pare, senza nessun controllo superiore. Così era stata salutata la Legge del 1995, e gli effetti si vedono adesso. Il caso della tranvia a Firenze era alla fine di gennaio il più “caldo”, perché ci era indetto un referendum il 17 febbraio per una moratoria sui progetti delle linee 2 e 3, mentre la linea 1 (Scandicci Santa Maria Novella) dovrebbe essere completata entro l’anno, salvo intoppi. I Comitati fiorentini non sono “contro la tranvia” (come alcuni esponenti della destra che hanno promosso il referendum, e come gli amministratori ci fanno apparire), ma contro il modo in cui è stata progettata finora: con la procedura della “finanza di progetto” si è di fatto delegato alle imprese private il vero e proprio progetto di queste linee, si è persa l’occasione per disegnare il nuovo volto della città , per pianificare l’intera rete del trasporto pubblico in un sistema efficiente. Questa è la logica del “fare”, che piace ai nostri politici, i quali accusano i Comitati della Rete di essere contrari a qualsiasi progetto di modernizzazione e di sviluppo. Ci contrappongono un “ambientalismo del fare” 20: una nuova trovata per giustificare le operazioni immobiliari e gli investimenti in infrastrutture. Nel gergo dei politici, si trova spesso l’espressione “quel che s’ha da fare, si fa” (Conti), oppure con un po’ più di prudenza “nella misura in cui si può fare, si fa” (Morisi). Ma non si può soltanto intervenire a posteriori su decisioni già  prese: non sarà  il caso di rivedere proprio quell’espressione che credevo obsoleta “nella misura in cui”?

  1. Al quale personalmente sono legato da profonda amicizia da almeno nove lustri, cioè dal tempo dei Quaderni Rossi.
  2. Si dice: per dare nuova vita al paese: ma a chi sono destinate quelle “unità  abitative”, ossia appartamenti in piccoli condomini? Turisti? Stranieri? Non certo ai monticchiellesi, a 4.000 euro al mq.
  3. Il Tirreno, 5.09.2006.
  4. la Repubblica, 1.11.2006.
  5. E’ proprio il caso di Fiesole, dove si concedono a un’impresa (farmaceutica, ma anche immobiliare) ben 28 appartamenti sopra un’area archeologica in pieno centro.
  6. Fa capolino il presidente del Consiglio Regionale, Riccardo Nencini, poi scappa anche lui).
  7. E’oggetto dell’analisi di Scano nell’intervento a San Domenico, ma non viene mai citata negli atti in questione.
  8. Scomodando anche Piero Fassino, allora segretario dei DS.
  9. Pomposamente intitolata”Atlante dei paesaggi toscani”.
  10. Personalmente sono stato nominato dalla Regione (bontà  loro, a tutti gli altri colleghi che si occupano di paesaggio non è capitata una simile fortuna) in una delle commissioni provinciali incaricate di fare il punto sulla disciplina paesistica: la quale non è mai stata convocata!
  11. E’ il titolo di un articolo di Asor Rosa su la Repubblica del 23 marzo. “Sarebbe auspicabile – troviamo nell’articolo – che avvenisse anche il contrario. Nella mia esperienza personale questo purtroppo non è accaduto. E’ bastato scrivere un articoletto, moderato nelle argomentazioni e nei toni, per scatenare un putiferio”.
  12. O ex-Ministri? Mentre scrivo il governo Prodi è caduto.
  13. Era poco prima di Natale: ma a tutt’oggi non lo ha ancora fatto.
  14. Il Comune di Grosseto in un recente convegno (19 gennaio) ha afrontato gli aspetti giuridici e fiscali di queste operazioni, che hanno portato anche ai primi sequestri dopo l’intervento della magistratura.
  15. 140.000 secondo Italia Nostra: i dati presentati in elegante brochure non sono afatto chiari, neppure sul numero di posti letto, vicini comunque a quota 1500.
  16. Sociologo, autore di un articolo dal titolo “La memoria ha bisogno del mercato”, sulle pagine toscane di la Repubblica (11.06.2007), dove si riformula la tesi del coniugare tutela e sviluppo, cara a Conti:”sviluppo”si identifica ora esplicitamente con mercato.
  17. Che confluisce in una “Mappa delle emergenze” che sto costruento, e che fra poco sarà  messa in rete: www.Toscanainfelix. org.
  18. E’ il caso degli impianti eolici, la cui localizzazione è frutto di una contrattazione diretta fra Comuni interessati e imprese costruttrici (multinazionali).
  19. E adesso c’è anche il ricatto: non vorrete mica fare la fine della Campania? E allora avanti, con gli inceneritori (pardon, termovalorizzatori).
  20. Questo il titolo di un convegno del novello Partito Democratico promosso a Firenze domenica 27 gennaio, con tanto di Walter Veltroni, Ségolène Royale, Joschka Fischer. Ma si parla ormai soltanto di elezioni