Verona tra ambizioni metropolitane e microlocalismi

Le elezioni del 27-28 maggio 2007 a Verona hanno visto una vittoria clamorosa del candidato leghista Flavio Tosi presentato dalla coalizione di centro-destra, che prevale ampiamente, ottenendo oltre il 60% dei voti sul sindaco uscente Paolo Zanotto, ricandidato dalla coalizione di centro-sinistra. Sconfitta del sindaco uscente alla fine del primo mandato, vittoria di un candidato leghista dopo una campagna centrata su sicurezza e localismo: al di là  del dato elettorale in senso stretto, questo risultato induce ad una serie di riflessioni non solo locali, che possono interessare i lettori di questa rivista. Verona: cittadina di provincia o potenziale metropoli? Sarà  bene in premessa ricordare alcuni caratteri e problemi di fondo della realtà  urbana veronese. La più recente ricerca comparativa OCSE, la Territorial Review on Italy (2001), mette in evidenza alcuni punti di forza e di debolezza di Verona in confronto con gli altri sistemi territoriali metropolitani italiani. Gli indicatori demografici e occupazionali confermano una posizione di forza di Verona che vede una crescita dell’occupazione e una dinamica demografica positiva, in particolare rispetto a Milano, Torino, Venezia, Genova, Trieste, Bologna, anche rispetto all’impatto dell’immigrazione, dei processi di invecchiamento della popolazione e di riduzione del ruolo e della dimensione della famiglia. La scolarizzazione è aumentata rispetto alla media nazionale, ma rimane indietro rispetto a Milano, Genova e Bologna, confermando che il Nord est ha consumato risorse umane in questi decenni di crescita mantenendo basse le credenziali educative della forza-lavoro. Per quanto riguarda le specializzazioni produttive, Verona si conferma una realtà  manifatturiera forte, anche se con un lieve calo del quoziente di localizzazione manifatturiera, mentre cresce la localizzazione terziaria, confermata dal raddoppio dell’occupazione nel settore. Insisto sulla dimensione propriamente urbana, perchè dal punto di vista territoriale e urbanistico, vale la pena di ricordare che non è mai esistita, nella coscienza dei ceti dirigenti della città , un’identità  regionale profonda e condivisa della quale Verona si sia sentita parte. Il Veneto, infatti, fino al secondo dopoguerra, è esistito come sommatoria di identità  urbane, con una profonda separatezza tra Venezia e la Terraferma, anche e di più con la nascita di Porto Marghera. I “confini” di Verona, come spesso accade, non coincidono con i confini amministrativi (comunali, provinciali, regionali). I sistemi di relazioni economiche e sociali, i percorsi dello sviluppo economico, le traiettorie della vita quotidiana delle persone (nello studio, nel lavoro, nel tempo libero) e alla fine le identità  territoriali poco hanno a che vedere con i confini amministrativi. Verona è sempre stata collegata in modo molto intenso non solo con Trento e l’asse Resia/ Brennero, ma per le attività  agricole e gli scambi commerciali (e familiari) anche con la Bassa e la Pianura e poi via fino alle Marche. Del resto Verona, a diferenza di altre città  venete, ha da sempre un ruolo “metropolitano”, che travalica i confini amministrativi comunali. Da sempre le funzioni urbane sono state concentrate nel comune capoluogo e il territorio circostante e i suoi abitanti hanno guardato alla città  come perno dei propri interessi e aspettative. Da questo punto di vista la fine del ruolo di Verona come città  militare, con il rilascio da parte dei militari di enormi spazi ed edifici di pregio nella città  storica, e la contemporanea disponibilità  alla riconversione di un milione e mezzo di metri quadri, per la ridislocazione da Verona Sud di una serie di insediamenti produttivi e dello scalo ferroviario, apre una serie di possibilità , ma anche lancia una sfida troppo grande per poter essere afrontata in chiave solo cittadina. Verso una scala più ampia di quella puramente comunale/cittadina spingono anche i progetti europei relativi alle grandi infrastrutturazioni dei corridoi del Brennero e del corridoio 5, e le potenzialità  dei flussi turistici dell’area Adige-Garda: Verona, il Garda e il Trentino fanno insieme 3,2 milioni di turisti l’anno (come Parigi). Non sempre i ceti dirigenti della città  sembrano consapevoli della sfida e disposti ad assumersene il rischio e la responsabilità . Questa difficoltà  ha molto a che vedere con il sistema della leadership locale, nei diversi ambiti, politico, economico, associativo. Il modello da cui Verona proviene, e al quale guarda ancora con nostalgia è quello di una piccola elite locale molto integrata, sul piano della cultura e dei valori, che ha costruito nel secondo dopoguerra le premesse allo sviluppo attuale. Questo modello ha retto la città  per decenni e si è dissolto bruscamente all’inizio degli anni ’90, senza aver trovato ancora, dopo oltre un decennio, una adeguata sostituzione. Frequentemente viene ripetuta la necessità , unanime, di “fare sistema”, di sviluppare la cooperazione interistituzionale e tra pubblico e privato, e altrettanto frequenti sono le lamentazioni sull’incapacità  del sistema locale di realizzare iniziative significative in questa direzione. Ma quale percezione hanno di queste problematiche i diversi soggetti della città ? La diagnosi della situazione veronese può essere arricchita prendendo in considerazione l’analisi SWOT condotta nella fase di elaborazione del Piano Strategico della Città  nel 2003, con 70 interviste a testimoni privilegiati, in qualche modo l’elite locale. L’analisi metteva in evidenza una forte convergenza di visione tra i diversi attori sullo scenario futuro della città , sui punti di forza e di debolezza, in particolare su quattro punti principali e interconnessi: * Il primo punto, percepito come la maggior forza di Verona, riguarda l’articolazione e il dinamismo dell’economia veronese. Verona non è una città  caratterizzata da una monocultura economica dominante: questo aspetto di varietà  ne garantisce la stabilità  in situazioni di incertezza economica e di crisi settoriali. Insieme al forte dinamismo imprenditoriale, è il primo punto di forza da cui partire. * Questa situazione si deve però leggere insieme al principale punto di debolezza evidenziato dalle interviste: la bassa cooperazione tra gli attori e la difficoltà  a fare sistema, di muoversi in maniera coordinata verso obiettivi comuni e condivisi, con un elite locale che non appare in grado di scegliere questo sentiero cooperativo. * Eppure gli stessi attori individuano nello sviluppo di una città  rete, ovvero nella creazione di collegamenti stabili e di connessione nell’area metropolitana e tra alcune città  con cui Verona è già  in relazione, un’opportunità  fondamentale per il futuro. * A fronte di questa opportunità  la maggiore minaccia appare l’asse possibile tra Venezia, Padova e Treviso. Oltre a questi quattro primi elementi, tra i punti di forza la posizione geografica veronese è confermata come una peculiarità  quasi naturale, anche se si fa notare come questa rendita di posizione è oggi potenzialmente sfidata da alcune innovazioni infrastrutturali che potrebbero far precipitare la città  in un semplice luogo di passaggio. Un altro punto di forza è indubbiamente la presenza di un associazionismo articolato e composito in tutti i settori del sociale, una forte vocazione agro-industriale, un forte sistema bancario e finanziario radicato nel territorio e in forte evoluzione. I punti di debolezza, oltre ai problemi di viabilità  e traffico, sono il livello di progettualità  e innovazione considerato insoddisfacente. Per altro verso, le attese dei cittadini, per come emergono dai risultati dei sondaggi effettuati dal Comune tra il 2004 e il 2005 e dai sondaggi prelettorali realizzati tra fine 2006 e inizio 2007, dimostrano, al solito, una focalizzazione sui problemi più immediati come sicurezza, traffico e mobilità : in assenza di problemi “oggettivamente” gravi (anche a Verona i reati e le denunce sono in calo; la vivibilità  della città  rimane molto più alta di gran parte delle città  di dimensioni analoghe), le preoccupazioni dei veronesi sembrano concentrarsi su quegli aspetti che possono ingenerare insoferenza nella quotidianità : code ai semafori, tempi per parcheggiare, accattonaggio e lavavetri. In sintesi, Verona presenta un contesto urbano con grandi potenzialità  e che è toccato da opportunità  rilevantissime; una popolazione abbastanza reclinata su se stessa e forse timorosa di perdere il livello di vita raggiunto da non molti anni; una leadership ambivalente negli orizzonti strategici e nella propensione alla cooperazione e all’assunzione di responsabilità . I risultati elettorali I risultati elettorali vedono, come dicevamo all’inizio, una vittoria del candidato leghista di centrodestra, con oltre il 60% dei voti. Nel Centro destra fa il pieno la Lista civica Tosi sindaco, rimangono stabili AN e Lega, mentre calano vistosamente UDC e soprattutto Forza Italia. Nel Centro sinistra il calo della coalizione penalizza tutte le liste, in particolare quelle non collegate al candidato sindaco, come Rifondazione. Come si arriva a questo esito? Non sembra che i risultati elettorali abbiano una stretta connessione con le policy realizzate a livello locale 1, ma semmai con la caratterizzazione politica complessiva dell’Amministrazione: cerchiamo di spiegarci meglio. L’Amministrazione si è impegnata in un intenso lavoro di progettazione del futuro della città , nel medio-lungo periodo, con un Piano strategico Verona 2020, il Piano di assetto del territorio e la Variante di Verona Sud. Alcuni progetti innovativi vengono avviati a partire da tale pianificazione: il Polo finanziario a Verona Sud, il Progetto Alzheimer, la ristrutturazione di un quartiere storicamente degradato (Borgo Nuovo) ed altri. Maggiore incertezza probabilmente si è manifestata sugli ambiti che richiedono cooperazione interistituzionale e diverse modalità  di governance (gli altri enti locali sono governati da maggioranze diverse politicamente): ad esempio solo nel 2007 prende finalmente avvio la società  per gestire gli interventi di marketing territoriale. La città  “più inquinata d’Italia” avvia il progetto Agenda 21, il Parco dell’Adige e la piantumazione di ampie fasce di terreno comunale. Vengono portati a termine i lavori di restauro di importanti edifici storici e culturali e pianificati gli ordinari lavori di manutenzione di strade ed edifici, con una specifica attenzione alle piste ciclabili. Le attività  e i servizi più tradizionali (in ambito educativo ed assistenziale) vengono consolidati, con un ampliamento dell’utenza, un miglioramento della cooperazione con i soggetti del terzo settore e le istituzioni educative ed una specifica attenzione all’integrazione degli immigrati. Le attività  culturali vedono la ristrutturazione della Biblioteca Civica, la realizzazione di alcuni grandi eventi ed il consolidamento delle tradizionali attività  di spettacolo lirico e teatrale. La modernizzazione della struttura comunale vede segnali molto concreti nella radicale riorganizzazione del front-office con i cittadini e con lo sviluppo di progetti di e-government tra i migliori in Italia. Ritardi ed incertezze invece si sono certamente verificati sulle iniziative inerenti la mobilità  e il traffico e la politica della casa. L’azione amministrativa per altro sembra avere avuto un riscontro positivo nei cittadini, che nei vari sondaggi (anche a poche settimane dalle elezioni) esprimono in ampia maggioranza fiducia e valutazioni positive nei confronti del sindaco uscente (che poi non si trasformano in decisioni di voto). Le valutazioni esterne sembrano pure molto positive: il Censis durante il mandato Zanotto colloca Verona tra le “città  aquila” e l’osservatorio della Bocconi esprime pure valutazioni molto positive. Complessivamente, quindi, una gestione “normale” del comune, eventualmente con alcune rilevanti novità  positive. Il dato elettorale va quindi approfondito e forse i flussi elettorali 2 possono aiutarci a comprendere meglio la dinamica del voto e la divaricazione tra valutazione sulle policy e sull’azione amministrativa e decisioni di voto. I risultati mettono in evidenza una situazione di fluidità  elettorale, nella quale probabilmente non vale più l’idea che c’è uno zoccolo garantito di elettorato rispettivamente per la destra e la sinistra e poi la competizione consiste nell’”acchiappare” l’elettorato moderato. Dall’analisi dei flussi elettorali emerge che Zanotto ha “preso” 4500 voti da UDC e AN, ma Tosi ben 11.000 dall’elettorato dell’Unione 2006 (in particolare da Rifondazione e Italia dei valori, ma anche Ulivo). Altri 10000 elettori 2006 dell’Unione si sono rifugiati nel non-voto, assieme a circa 9000 del centro destra (soprattutto di Forza Italia). In altre parole, lo schieramento che sosteneva Zanotto non è stato in grado, se non in minima parte, di intercettare il voto di quanti (più di trentamila elettori di CS e di CD) erano disponibili ed effettivamente hanno optato per un voto ad uno schieramento diverso dalle elezioni precedenti. Alcune ipotesi esplicative Certamente a Verona l’idea di avere un consenso garantito dalla buona azione di governo si è dimostrata infondata: la valutazione positiva non si è trasformata in scelta di voto. L’Amministrazione uscente riteneva che le “opere” avrebbero creato un consenso sufficiente, ma ci voleva anche la “fede”, e forse questa non è stata esplicitata e condivisa con la città . Sicuramente ha pesato il clima politico nazionale, sfavorevole allo schieramento dell’Amministrazione uscente (ancora una volta i sondaggi lo confermano), ma questo spiega solo una piccola parte del risultato. In realtà  la coalizione ha dimostrato in primo luogo di avere un radicamento sociale molto scarso. Colpisce il numero molto basso di preferenze ottenute nella maggioranza dei casi dai candidati delle liste collegate a Zanotto, confrontandole con quelle ottenute dai candidati delle liste di centrodestra. E’ noto che la preferenza significa molte cose, non necessariamente commendevoli; tuttavia è indubbio che il Centro destra è stato “in campagna” da anni, mentre l’accusa all’Amministrazione uscente di essere stata un po’ chiusa nel “palazzo” forse qualche fondamento ce l’ha. Questo rilievo generale va collegato ad un altro fatto fondamentale: la vittoria elettorale del 2002 era il risultato di un’alleanza del Centro sinistra con un pezzo della destra. Autosufficiente in Consiglio, il CS si è illuso di poter essere autosufficiente anche elettoralmente, mentre la Lista civica Zanotto Sindaco diventava sempre di più una lista locale di centro sinistra, piuttosto che il veicolo per traghettare a favore di Zanotto il voto politicamente di Centro destra. Probabilmente vi sono stati anche errori o sottovalutazioni nella campagna elettorale. Era prevedibile che la questione “sicurezza” sarebbe stata al centro dell’attenzione e invece non è stata messa in campo per tempo qualche iniziativa, anche puramente simbolica, sulla sicurezza. E’ stato lasciato al Centro destra il monopolio della scena della campagna elettorale fino a maggio, permettendo a Tosi di fare campagna sostanzialmente indisturbato, senza sfruttare la situazione di divisione del Centro destra per esplicitare proposte e realizzazioni, convincere e mobilitare l’elettorato di Centro sinistra. Ma tutto questo probabilmente non completa il quadro delle ipotesi esplicative. Qualcuno ha parlato di obiettivi troppo alti e lontani dell’Amministrazione Zanotto: ad alcuni esponenti politici locali è venuto il dubbio che siano state dedicate troppe energie alle tematiche “alte”, al governo della città  (Piano Strategico, PAT, Verona Sud), rispetto ai “veri problemi quotidiani della gente”. Alcuni politologi parlano di “populismo governante”, come forma necessaria della democrazia nella fase attuale: alludono, credo, alla necessità  di coniugare la capacità  di governo, di elaborazione e implementazione delle politiche, con il messaggio di identificazione con i problemi dei cittadini (magari senza afrontarli o risolverli effettivamente, poichè o sono irrisolvibili, come il traffico, o sono in una certa misura immaginari, come la sicurezza). I limiti della democrazia rappresentativa sono noti e a Verona sono stati vissuti in cinque anni di ostruzionismo allo stato puro in Consiglio comunale. Non necessariamente l’”avvicinamento della politica ai cittadini” deve avvenire “abbassando” il livello e la portata dei problemi afrontati, bensì afancando ai canali e alle istituzioni rappresentative forme di partecipazione “reale” e effettivamente deliberativa. Considerazioni conclusive In buona sostanza l’Amministrazione uscente, sulla base delle analisi e diagnosi brevemente sintetizzate all’inizio di questo contributo, aveva concentrato il proprio lavoro sul progetto di governo dello sviluppo della città , caratterizzando su questi contenuti il proprio mandato. Non si è resa conto, o non ha valutato a sufficienza, di avere contro quella che Ricolfi 3 chiama la “società  del rischio” (piccoli imprenditori e commercianti, professional ecc.), per ragioni nazionali e per caratteri culturali locali. Nel contempo non ha parlato a sufficienza (lo dicono i dati di flusso elettorale) alla “società  dei garantiti” (lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, pensionati ecc.), che in parte sta diventando o teme di diventare la “società  dell’insicurezza”. Una parte di questa società  è stata indotta a pensare dai numerosi “imprenditori della paura” (politici o giornalisti che siano), presenti anche in città , che il futuro possa essere messo in discussione solo o prevalentemente dagli immigrati e dai lavavetri. A fronte di reati in diminuzione, a Verona continuano ad aumentare le richieste di intervento delle forze dell’ordine e le chiamate al 113: il Questore, in una recente intervista ad un quotidiano locale, dice che i veronesi “hanno sete di sicurezza”. Evidentemente la paura come risorsa chiave di imprenditoria politica, che ha caratterizzato gli ultimi dodici mesi della vita politica locale, genera i suoi effetti perversi. D’altra parte la società  dell’insicurezza è spaventata e anche infastidita dagli obiettivi “alti”, che possono generare cambiamenti e che raramente producono vantaggi immediati per i suoi membri. E a fronte dell’imprenditoria politica della paura, lo schieramento di Centro sinistra non è riuscito a mettere in campo risorse di consenso altrettanto efficaci. Rimane il problema del rapporto tra governo e consenso, che potremmo declinare in questo modo. A Verona non è stato rieletto l’Assessore che ha portato in porto il Piano di Assetto del Territorio (ex PRG), indispensabile per governare lo sviluppo della città , atteso da quattro mandati e sostanzialmente confermato, malgrado la durissima opposizione a suo tempo esercitata, dall’Amministrazione entrante: per quale ragione un politico che desideri continuare la sua carriera deve dedicare energie a questioni rilevanti per la città , che, se gestite correttamente, assicurano uno scarso ritorno elettorale? E torniamo quindi al titolo di questo contributo: Verona è spinta dai processi reali e dalle opportunità  interne ed esterne a diventare una metropoli europea di medio rango, anche collegandosi con Trento, Brescia, Vicenza, Mantova. L’amministrazione uscente lancia il progetto Rete di città , licenzia il Piano di assetto del Territorio, promuove il Piano strategico Verona 2020. Ma vince le elezioni il candidato che promette di fare gli interessi dei veronesi doc, inseguendo tutte le istanze microlocalistiche. Sarà  quindi molto interessante seguire gli sviluppi futuri delle politiche locali e capire in quale direzione evolverà  il sistema della governance locale. Non sempre l’azione del governo locale, nelle esperienze europee 4, focalizza l’agenda politica sul sostegno alla produzione di beni per la competitività  del territorio, come nelle esperienze dei piani strategici delle città  (Barcellona, Bilbao, Lille, Glasgow, Manchester, Francoforte e altre), per concentrare invece l’attenzione sull’amministrazione “burocratica” del territorio (Brema, Utrecht, Montpellier, Heidelberg). In questo caso la produzione di beni collettivi per la competitività  è lasciata al mercato e all’intervento dei soggetti privati, ma a Verona la scarsa propensione degli attori economici locali a reinvestire sul capitale sociale collettivo rende difcili le previsioni sul futuro.

Si veda Comune di Verona, Bilancio di mandato 2002-2007, Verona, 2007. Elaborazione dati, Tolomeo studi e ricerche. Ricolfi L., Le tre società , Milano, Guerini, 2007. Burroni, L., Modelli di governance nelle città  europee, in Carbognin M., Turri E., Varanini G., Una rete di città . Verona e l’area metropolitana Adige-Garda, Verona, Cierre, 2004.

Ovest Vicentino: nuova frontiera dello sviluppo sostenibile

L’identità  del territorio, tra eredità  industriale manifatturiera e business del futuro Lo sviluppo dei distretti italiani e dei “territori” a economia difusa è “path dependent”, dicono gli economisti industriali. L’approccio indispensabile per interpretare la loro dinamica non può essere schematico-prescrittivo, ma storico-istituzionale (etnografico). Prima di qualsiasi intervento programmatorio è opportuno prestare accurata attenzione ai processi che hanno favorito, nell’arco di decenni, la formazione di capitale sociale, conoscenza localizzata, beni collettivi per la competitività . Nel contempo, sempre gli economisti sostengono che, per costruire una strategia efficace di sviluppo in questi territori, è necessario ispirare l’azione collettiva ad una buona teoria dei “sistemi di mercato” e a un modello “gestionale” orientato a far nascere “istituzioni di progetto”, più che “servizi” afdati ai tradizionali uffici amministrativi. Le politiche per il “territorio” dovrebbero recuperare il contributo attivo dei cittadini e degli imprenditori, per “mettere sotto pressione” il sistema amministrativo, altrimenti auto-referenziale, orientato alle procedure più che ai risultati, ecc… Per interpretare il tema della pianificazione territoriale in termini innovativi è dunque necessario assumere una nuova prospettiva. In primo luogo bisogna provare ad adottare una nozione di “territorio” più moderna di quella che abbiamo ereditato dall’ordinamento napoleonico, privilegiando una logica di “sistema aperto/nodo di una rete g-locale” rispetto alla tradizionale logica “sistema chiuso/ tutore monopolistico di eredità  anagrafiche”. In secondo luogo bisogna afrontare il tema della pianificazione in chiave “costituente”, valorizzando il contributo “creativo e integrato” degli agenti economici nella produzione di nuovi saperi e beni pubblici locali per la competitività . A partire da considerazioni di questo genere un economista e due sindaci del Nordest hanno cominciato a interrogarsi sul futuro del loro territorio. Un “territorio” simbolo dello sviluppo manifatturiero, difuso e distrettuale, del Nordest, giunto al capolinea di una fase lunga e complessa della propria evoluzione. Parliamo del territorio compreso tra la valle del Chiampo e i colli di Montecchio verso Vicenza, per semplicità  l’”Ovest Vicentino”. La prima occasione di confronto si è presentata con le celebrazioni organizzate dal Comune di Montecchio Maggiore per i cinquant’anni dalla scomparsa di Pietro Ceccato (nel 2006). Pietro Ceccato è il fondatore di un’impresa meccanica che ha inciso profondamente sull’identità  dell’Ovest Vicentino, tanto da dare “un mestiere” a migliaia di persone e il nome ad una frazione del territorio (quella di Alte Ceccato, che si incontra all’uscita dal casello autostradale di Montecchio). I cittadini si sono mobilitati in quella occasione e hanno indotto il sindaco (Maurizio Scalabrin) a tentare un investimento “straordinario” sui temi dello sviluppo locale e della pianificazione territoriale. A tale tentativo hanno dato la propria adesione prima di tutto un paio di economisti “distrettisti” (uno dei quali firma questo articolo Paolo Gurisatti, mentre l’altro Claudio Boschetti, ha lasciato involontariamente questo mondo a metà  di marzo 2007) e poi numerosi imprenditori della zona. Anche Stefano Fracasso (sindaco di Arzignano) ha presto scelto di condividere il percorso di riflessione iniziato a Montecchio, un tempo campanile inconciliabile con quello di Arzignano, per spirito di innovazione e nella consapevolezza che il futuro richiede una massa critica di idee e di risorse che non sono più quelle dei piccoli comuni e dei distretti di prima generazione. L’impatto delle imprese industriali sulla struttura fisica del “territorio” dell’Ovest Vicentino è in fondo molto simile tra Montecchio e Arzignano. Si pensi che buona parte della meccanica e della concia può essere ricondotta ai “mestieri” sviluppatisi all’interno di due imprese, che sono state per anni una bandiera dell’intero territorio e hanno svolto una fondamentale funzione di incubatore di competenze tecniche e imprenditoriali: la Ceccato, appunto a Montecchio, e la Pellizzari – oggi Marelli Motori, ad Arzignano. La “genealogia” del sistema locale può essere in larga misura ricondotta alla “cascata” di spin-of che da quelle grandi imprese ha avuto origine. E tale cascata ha consolidato nel tempo una esperienza e una identità  comuni all’interno dell’Ovest Vicentino. Molta acqua è passata sotto i ponti, dalla metà  del secolo scorso ad oggi, ma la conoscenza localizzata e il capitale sociale dell’area portano ancora visibili le tracce del processo costituente degli anni ’50. I campanili sono in parte stati abbattuti, ma l’organizzazione della società  e della vita quotidiana è rimasta la stessa. La reputazione e l’identità  del territorio restano “marcate” dall’impostazione originaria. L’Ovest Vicentino è ancora oggi un territorio KKK (come dicono i giapponesi delle attività  lavorative sporche, mal pagate e con scarso appeal nei confronti dei giovani), of-limits, scarsamente “sostenibile” e attrattivo. Gli autori di queste note concordano sul fatto che oggi, all’inizio del 2008, un nuovo processo costituente è necessario per impostare una nuova e più soddisfacente fase di sviluppo. Istituzioni forti come e più della Ceccato e della Pellizzari devono essere pensate per agganciare l’Ovest Vicentino ai nuovi business emergenti e per trasformare il territorio in un “nodo” riconosciuto di reti globali (o supply chain come si dice oggi) in via di formazione. I temi emergenti sono quelli dell’energia, del ciclo dell’acqua e dell’aria, delle tecnologie avanzate per il controllo del territorio. Di sviluppo “sostenibile” parlano ormai tutti e a Vicenza Ovest la questione è sentita più che altrove, per le ferite prodotte dal passato. Il risparmio energetico e la compatibilità  ambientale sono entrati a far parte del DNA della popolazione e sono ormai terreno di sperimentazione permanente dei principali settori manifatturieri. L’Ovest Vicentino è una delle aree più congestionate del Nordest. Al suo interno il timbro “periferico” dell’ambiente, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la presenza di un sistema misto di fabbriche e zone residenziali, la forte immigrazione “senza qualità “, eccâ¦ hanno fatto scattare da tempo flussi cospicui di investimenti e di ricerca. Gli agenti locali hanno accumulato un sia pure temporaneo vantaggio competitivo, rispetto ad altri territori, e potrebbero oggi siglare un patto che porti al consolidamento delle conoscenze sviluppate finora e all’emergere di una nuova identità . Come sfruttare l’esperienza pregressa? Come invertire la tendenza del KKK? Come innestare una traiettoria di sviluppo che porti Montecchio Maggiore, Arzignano e l’Ovest Vicentino fuori da una traiettoria “industrialista a oltranza”, che non soddisfa più le aspettative della popolazione autoctona e soprattutto delle giovani generazioni? A questo punto si mescolano questioni di merito e di metodo. Quale approccio tecnico-analitico è opportuno scegliere? Quali strumenti di azione utilizzare, per non incappare nei limiti conclamati delle politiche per i distretti (già  sperimentate in zona), delle intese programmatiche d’area e dei patti territoriali? Quali alternative cercare ai business innovation centres e i parchi scientifici e tecnologici o alle agenzie di sviluppo locale cha scarsa efficacia hanno dimostrato finora? Quale dimensione dare all’intervento per non rimanere al di sotto della scala minima efficiente degli investimenti e per evitare quella dimensione provinciale che impedisce la produzione di soluzioni originali, in attesa di decisioni esterne? Un patto per lo sviluppo sostenibile, oltre la manifattura “energivora” e consumatrice di risorse Nell’Ovest vicentino sono stati finora sottoscritti numerosi accordi e patti territoriali, che hanno avuto come obiettivo principale la sostenibilità  e la ristrutturazione dell’industria. I risultati sono complessivamente interessanti, ma non sono sufficienti a consolidare una nuova identità  post manifatturiera. Nel settore conciario gli interventi realizzati, sia dagli agenti pubblici che dai privati, sono cospicui: vanno dal sistema pubblico di gestione delle acque (tra i più evoluti del mondo) al sistema privato di recupero degli scarti della pelle, dalla formazione pubblica di risorse umane al sistema privato di supporto all’innovazione, alla logistica e all’internazionalizzazione delle imprese. Nel distretto della meccatronica gli interventi sono stati altrettanto rilevanti: integrazione imprese-università , sviluppo di “reti tra imprese” per la definizione e l’adozione di nuovi standard produttivi, ecc… A livello di comuni si è proceduto a definire accordi e investimenti per la riqualificazione dell’ambiente (progetto Giada, certificazione EMAS, eccâ¦), soluzioni concertate per la realizzazione di opere importanti (come l’inizio della Pedemontana veneta e l’innesto con la Serenissima, come la piattaforma logistica del CIS e una serie di varianti del sistema stradale locale che includono il tunnel VandagnoSchio, numerose bretelle e circonvallazioni, qualche pista ciclabileâ¦), addirittura è nato un movimento di massa contrario all’insediamento di una mega-centrale a carburante, oggi impegnato alla ricerca di soluzioni alternative. Questi interventi, quasi tutti ben gestiti, non hanno portato finora benefici significativi dal punto di vista della reputazione del territorio (che è migliorata un poco). Sono esperienze importanti, ma non sono sufficienti a innestare una inversione di tendenza. Mancano un patto esplicito e una strategia che possano trasformare l’Ovest Vicentino nella “home base” locale della “green economy”. Quella “green economy” che è fatta di tecnologie applicate ai processi industriali, riduzione dei consumi di energia, co-generazione, produzione e distribuzione di energia da bio-masse e altre fonti rinnovabili locali, risparmio di risorse scarse come acqua, aria e territorio. Individualmente quasi tutti gli operatori sono impegnati a ricercare soluzioni interessati ai vari problemi qui indicati. Ma non esistono ancora strumenti operativi che possano produrre la “risonanza positiva”, tra le esperienze in atto, che fa scattare il meccanismo aggregatore di un nuovo”sistema di mercato”. Secondo gli esperti tale meccanismo si profila solo quando si strutturano modelli di relazione ricorrente (in questo caso finalizzati a far evolvere la famiglia di artefatti collegata alla sostenibilità  dei processi industriali) contemporaneamente su tre livelli: * a livello macro, attraverso la creazione di istituzioni e infrastrutture che “allineano” il punto di vista degli agenti verso un nuovo “orizzonte cognitivo”; in questo caso potrebbero svolgere una funzione di indirizzo programmi come “Industria 2015” oppure interventi finalizzati alla rottamazione degli impianti energivori oppure ancora regolamenti comunali che incentivano il risparmio energetico nelle categorie di impresa prevalenti; * a livello micro, attraverso la difusione di contratti di fornitura, capitolati tecnici e altre forme organizzative del mercato che spostano l’attenzione verso nuove attribuzioni (dei prodotti e dei processi); nel caso dell’Ovest Vicentino questo potrebbe essere prodotto da decisioni autonome delle grandi azienda capofila, nei confronti dei propri fornitori, oppure dall’intervento concertato di associazioni tecniche e di categoria oppure ancora dalla revisione dei regolamenti comunali; * a livello meso, attraverso l’emersione di comunità  professionali (sostenute da percorsi formativi e istituzioni di ricerca) che sappiano codificare l’esperienza tacita degli innovatori e costruire un sistema della conoscenza o “filiera cognitiva” che organizza il trasferimento delle competenze su scala ampia; nel caso dell’Ovest Vicentino questa prospettiva potrebbe essere concretizzata da strutture adatte (laboratori della concia come Stahl e Bayer oppure il corso di meccatronica dell’Università  di Padova), purché l’investimento in ricerca venga finalizzato meglio alla convergenza di sistema. Manca in questo momento un progetto di investimento sistematico sui tre livelli. Manca un patto per la valorizzazione delle “conoscenze green” presenti nel territorio e fonte di un possibile vantaggio competitivo. Manca un “progetto politico” di lungo corso, finalizzato a costruire un “territorio produttivo della sostenibilità “, capace di far entrare il sistema delle imprese dell’Ovest Vicentino nelle reti globali dell’acqua, dell’aria e dell’energia rinnovabile e contemporaneamente di rinnovare il contesto istituzionale a misura delle esigenze poste dai “cittadini produttivi” che aderiscono al progetto (economie esterne di tipo materiale e immateriale). Come risolvere in modo intelligente e innovativo questo problema? Ci sono, a questo proposito, problemi di merito e di metodo che vanno superati. Da un lato si tratta di focalizzare bene gli “interessi cognitivi” degli agenti locali, per identificare il quadro tecnologico comune e il “filo conduttore” che possa allineare gli investimenti pubblici e privati lungo una medesima filiera. Dall’altro si tratta di configurare un contesto interattivo che favorisca il confronto aperto tra saperi e poteri “reali”, tra quelli veramente interessati al “processo costituente” del nuovo territorio (anche e soprattutto in termini istituzionali). Per raggiungere questi obiettivi è importante evitare soluzioni scarsamente efficaci come, ad esempio, l’appalto di uno studio a consulenti esterni oppure la chiamata degli “stati generali” oppure ancora l’avvio di progetti europei eterodiretti… La scelta di Montecchio è stata radicale. Il Comune ha deciso di costituire una ESCO (Energy Saving Company) che si proponga nel concreto di disegnare interventi di efficienza energetica nelle case, nella fabbriche e nelle scuole di tutto il territorio, accumulando competenze in materia di edilizia sostenibile, risparmio energetico, gestione intelligente delle risorse rinnovabili come acqua, bio-masse e ariaâ¦ La soluzione proposta soddisfa una serie di condizioni, di merito e di metodo, che conviene richiamare in questa sede: * con la costituzione di una ESCO mista gli agenti del territorio, interessati alla sostenibilità , si aprono al confronto entro un “sistema di mercato”; costituiscono una nuova istituzione (società  di scopo, mista probabilmente, nonostante i limiti imposti dalle normative neo-liberali sulla concorrenza) per impegnare competenze pubbliche e private allo sviluppo di una nuova famiglia di artefatti, accettando di misurare il progresso della conoscenza utile in termini economici; in questa società  non c’è spazio per attività  da “pubblico impiego”, tutti i soggetti partecipanti ricevono un “mandato amministrativo” a raggiungere obiettivi chiari della collettività ; * in secondo luogo, attraverso un meccanismo concertato di attrazione degli investimenti, il sistema locale si apre alla contaminazione dall’esterno, attraverso l’accordo con imprese e con istituzioni rappresentative delle reti globali della sostenibilità ; in termini operativi ciò si traduce nell’acquisizione di soci industriali e centri di ricerca che partecipano alla ESCO e tramite questa al progetto costituente del nuovo territorio; * in terzo luogo, grazie alla costruzione di una “corsia preferenziale” per gli investimenti e i problemi dell’ambiente, il territorio si dota di una istituzione di progetto che risulta non solo più facilmente controllabile (sui risultati veri e non sulle procedure), ma anche luogo di sperimentazione e apprendimento per agenti che nello schema attuale (che separa nettamente pubblico e privato) non sono chiamati a produrre insieme nuova conoscenza (è la knowledge creating company di Nonaka e Takeuchi). La scelta del Comune di Montecchio risolve in modo nuovo anche il nodo della collaborazione tra istituzioni territoriali diverse. Entro il modello della sussidiarietà  verticale che caratterizza le nostre istituzioni (anche dopo la riforma Bassanini) non c’è possibilità  vera di cooperazione tra comuni, province e regione su temi trasversali. La nascita di una impresa che presidia in modo competente un problema generale e che, nello stesso tempo, è svincolata dalle procedure dell’amministrazione, apre alla possibilità  concreta che si faccia largo una “comunità  locale” dell’Ovest Vicentino che assume identità , ruolo produttivo e capacità  di rinnovare nei fatti una sussidiarietà  che non funziona. Il progetto di sviluppo locale dell’Ovest Vicentino parte nel modo giusto e, anche dal punto di vista delle risorse finanziarie, si pone prospettive più ampie e più aperte del quelle disponibili in quadro tradizionale di analisi preliminari, autorizzazioni, finanziamenti pubblici, contese sugli appalti e conflitti di competenza tra enti e funzionari senza saperi e senza identità . Gli agenti che partecipano al progetto si impegnano a trovare i fondi necessari sul mercato in primo luogo e in diversi ambiti del sistema finanziario privato (bancario, ma non solo). Da istituzioni “di servizio” a istituzioni “di progetto” Europa 2020, Trentino 2020, Ovest Vicentino 2020â¦ Il programma politico e amministrativo dei prossimi anni sembra essere già  scritto. Entro il 2020 la comunità  internazionale si propone di ridurre i gas serra che minacciano la sopravvivenza del pianeta e della specie e di reinterpretare lo sviluppo in chiave di efficienza energetica e riduzione della dipendenza dai carburanti fossili. Siamo di fronte ad un cambiamento paragonabile a quello innestato all’inizio del secolo scorso dai grandi investimenti sui mezzi di trasporto. Per oltre un secolo l’impegno degli stati nazionali è stato quello di allargare le reti di comunicazione, costruire città , automobili, treni e aeroplani. Lo strumento per ottenere questo tipo di “civiltà  nazionale” sono state le grandi industrie, pubbliche e private, la Ford e l’IRI, l’IBM e l’Airbus. Oggi la prospettiva è diversa. Quel tipo di sviluppo (da molti definito fordista) sta incontrando limiti importanti e non sembra trasferibile ad libitum alle economie emergenti. Sia pure con qualche riluttanza (avrebbero infatti preferito un po’ di capitalismo “sprecone” prima di passare alla green economy) anche India e Cina sembrano disponibili a lavorare per uno sviluppo compartibile con l’ambiente. Il mercato mondiale della seconda globalizzazione diventa, salvo imprevisti, un mercato molto più sensibile a prodotti e servizi”sostenibili”. La frontiera dello sviluppo tecnologico si sposta dalla produzione al controllo del territorio, dalla estensione del modello tradizionale metropolitano ad un modello sostenibile e decentrato. L’Ovest vicentino non può sottrarsi a questa evoluzione del contesto. Anzi, cresciuto negli anni ’60 con il mito “metropolitano” dell’automobile e della società  industriale, si trova oggi in una posizione forse più favorevole al raggiungimento dei nuovi obiettivi che la comunità  internazionale propone. Le risorse non mancano e neppure l’esperienza (in fondo la sensibilità  ambientale è nata da queste parti prima che altrove proprio per le condizioni oggettive dell’economia), ma c’è bisogno di un contesto istituzionale nuovo per imprimere l’accelerazione necessaria a colmare un gap strutturale che è particolarmente ampio. C’è bisogno di una nuova frontiera e di una radicale innovazione. In questa prospettiva l’idea di realizzare un accordo che coinvolga amministrazioni comunali e soggetti privati nello sviluppo di nuove competenze e tecnologie ambientali, all’interno di una “istituzione di progetto” come una ESCO mista, significa attivare di fatto il processo costituente di una nuova comunità  locale. Significa porre le basi per una intesa programmatica che propone di investire su una nuova filiera cognitiva e produttiva e, nel lungo termine, trasformare l’identità  stessa del territorio. Con il passaggio all’economia postfordista il ruolo del “territorio” e delle sue istituzioni è cresciuto enormemente, ma ciò non si è tradotto ancora in “nuova cultura dello Stato e dell’autonomia”. L’esperimento vicentino si colloca dunque all’interno della “lunga marcia” italiana verso un sistema federale, verso un sistema di “comunità  locali” che possa essere il motore di uno sviluppo sostenibile. Problemi aperti L’Ovest Vicentino si trova oggi al crocevia di almeno un paio di sentieri di sviluppo e innovazione: * quello dell’economia locale, che dalla dimensione energivora e predatrice di risorse e di territorio della “prima industrializzazione” tenta di passare alla dimensione leggera di una”green economy” di classe mondiale; * quello della politica g-locale, che a Nordest tenta di sottrarsi alla morsa del localismo esasperato e della mancanza quasi assoluta di strategie e di strumenti di federalismo vero, di sussidiarietà  comunitaria con ambizioni globali e nazionali. Due sindaci e un economista stanno provando a costruire, con il contributo attivo di semplici cittadini ed esperti imprenditori, il percorso costituente di una nuova identità  locale. Il tema di fondo è lo sviluppo sostenibile, la famiglia di artefatti su cui il territorio vuol puntare sono le reti e le tecnologie dell’acqua, i sistemi di controllo e l’automazione applicata ai processi industriali (con obiettivi di risparmio energetico e ambientale), il sistema istituzionale è quello di una “comunità  locale” più ampia dei singoli comuni, non focalizzata solo sui servizi e disponibile a riconoscersi in nuove istituzioni (coerenti con la nuova identità ). Moltissimi sono i problemi aperti: * il quadro politico istituzionale (regionale e nazionale) non è favorevole ad esperienze innovative; anche la semplice questione delle scadenze elettorali e del prossimo rinnovo delle amministrazioni (per non parlare delle a-sincronie interne all’Ovest Vicentino) rischia di pesare su un progetto, che non può che essere di lungo periodo; * i vincoli normativi rischiano di confinare il confronto tra agenti pubblici e privati all’interno di procedure e pratiche che dell’apprendimento e dell’innovazione non prevedono neppure l’esistenza; * le inerzie culturali presenti a tutti i livelli, all’interno degli agenti pubblici e privati, nelle università  e nei centri di ricerca. Riuscire a costruire un esperimento che sappia superare i limiti più volte citati delle politiche pubbliche locali e “rompa gli schemi” del sistema politico e culturale prevalente non sarà  facile. E due sindaci e un economista non sono sufficienti. L’attività  svolta finora sta tuttavia mobilitando risorse superiori a qualsiasi aspettativa. Molti cittadini e imprenditori sono sinceramente interessati a dare un contributo. Il processo è avviato e c’è da sperare che sia così forte da imporsi come modello anche per altre “comunità  locali”.

Verso il terzo Veneto un piano per decidere

In un momento in cui le certezze vengono meno e ci si interroga sul destino del modello veneto di sviluppo, credo sia necessario dare alla nostra comunità  un segnale forte di ottimismo e coesione ed insieme uno strumento di riflessione. E’ allora proprio all’insegna dell’ottimismo, della volontà  e della sua forza che nasce un piano che mira a coniugare ragione e visione, passato e futuro, umanismo e tecnologia, e a definire le utopie che sono possibili per il Veneto, trasformando in opportunità  le incertezze e le difficoltà  ora presenti. Ma per gestire un tale processo di pianificazione risulta massimamente importante un’adeguata azione politica, che sia in grado di prefigurare e governare il futuro della nostra Regione, di ascoltare e raccordare in un disegno unitario le voci che giungono dai nostri operatori, di compiere la sintesi tra idealità , interessi ed identità . Un’azione politica che, attraverso il dialogo, sappia identificareetrasmetteregliobiettivistrategicicome segni di un’identità  condivisa al di là  dei limiti e delle logiche delle maggioranze politiche, e si faccia interprete di una passione civica in grado di farci passare da un’idea gerarchico-piramidale e sostanzialmente autoreferenziale della pianificazione ad un’altra in cui parole come cooperazione, rete e sistema diventino basilari. E’ del tutto evidente che, per intraprendere questa via, operatori politici, economici, sociali e culturali debbano condividere una cultura del rischio e della responsabilità , ancora troppo poco difusa, e avviare progetti che saranno altri a concludere, abbandonando definitivamente quella “dittatura del presente” che oggi è dominante e ci costringe a scordare il passato e a negare il futuro. Per costruire un simile disegno pianificatorio è necessario partire dalla cultura veneta, di una società  aperta, dinamica e solidale; capace da sempre di contaminare e farsi contaminare nonché di produrre sintesi e mediazioni alte nello stile di vita e nel modo di pensare. Tale risultato non può che essere il frutto di un impegno e una fatica quotidiani che nulla cedono alle lusinghe di scorciatoie facili, di “nuovismi” e mode efmere. Inoltre, importanza fondamentale per l’attivazione delle politiche territoriali assume l’ascolto, interpretabile non tanto in senso burocratico, come momento imposto da procedure di legge, ma come la forma di un dialogo continuo che il governo regionale intraprende con le diverse componenti della società  veneta (il Veneto della cultura, dell’imprenditoria, delle associazioni) al fine di condividerne gli obiettivi e orientare l’assetto territoriale verso una forma/funzione programmata. Ciò che di innovativo emerge, da questo percorso di pianificazione, avviato con l’adozione del documento programmatico al PTRC, è il passaggiodallaco-pianificazionecome”amministrazionecondivisa”deldisegnodiprogetto,ampiamente sperimentata nella pianificazione di area vasta, alla “cooperazione” sul progetto, vale a dire all’individuazione concordata dei mezzi e degli strumenti operativi e gestionali per la realizzazione dei progetti indicati nel piano. In sostanza, il Documento Preliminare al PTRC adottato dalla Giunta Regionale il 7.08.2007, assume, anche con la grafia del disegno, non tanto il contenuto di rappresentazione territoriale e “urbanistica” dello spazio fisico che viviamo, quanto la natura strategica di una dimensione che valuti, accanto alla visione di sistema, gli elementi che è in grado di governare con approcci indiretti e normativiodirettieoperativieperiqualisipropone o ha già  costruito un consenso difuso. Esso acquista così, all’interno di un quadro strutturato “dalla convergenza delle competenze e degli obiettivi”, una dimensione aperta e una natura flessibile legato ai processi decisionali partecipativi, al controllo, al consuntivo sui programmi e sulle politiche in atto adatto a sostenere possibili ri-orientamenti. Il PTRC, in questo senso da intendersi quale progetto di territorio contribuisce a sostenere le scelte e le azioni adottate dalla Regione, permette di monitorare in itinere gli interventi, di verificarne gli esiti e di motivare eventuali cambiamenti di strategia e di azione. Per concludere, relativamente alla forma del piano, si sottolinea come la vera novità , rispetto al PTRC vigente, sta nel fatto che questo piano non viene presentato come un atto unico e definitivo, ma come strumento-processo continuamente integrabile, nello stesso tempo esito di un accordo e base per la definizione di accordi successivi. Il PTRC deve, inoltre, nello scenario del nuovo spazio di sviluppo europeo delineare e promuovere politiche integrate che abbiano la forza, se confrontate con gli altri soggetti nazionali ed europei, di esaltare la capacità  competitivadellanostraregione,puntandosurisorse comelacostaelamontagna,maanchesull’elemento città  quale fattore innovativo e motore di sviluppo. La capacità  di un intero sistema regionale di competere sul piano nazionale ed internazionale si misura infatti, sull’efficienza della propria rete di città : ne consegue che il Veneto intende promuovere dei processi finalizzati ad organizzare un’articolata “gerarchia delle reti di città “, per migliorare in particolare, la qualità  dello spazio urbano e per incrementare il grado di specializzazione per funzioni di ciascun nodo della rete. E’ da riconsocere a questo nuovo piano territoriale per il Veneto la sua capacità  di riconsiderare, in prospettiva unitaria, la tradizionale distinzione tra urbs, la città  di pietre, e civitas, la città  di persone. Lapianificazioneterritorialemodernanonpuòinfatti piùalungosopportarediavereunafunzioneridottaa mettere ordine tra le pietre e di razionalizzare i molti capannoni,madevesaperinterpretarel’immaginario collettivo,ripercorrendoimotivichehannospintogli uomini ad abitare il territorio, a creare le città  quali luoghi di memoria, di immagini, di emozioni; come luoghi di scambio non soltanto di merci, ma anche di parole e ricordi. Solo le politiche pubbliche riescono a produrre un cambio di direzione verso una riqualificazione funzionale ed urbanistica di un territorio come quello del Veneto, già  abbondantemente urbanizzato; politiche finalizzate ad un recupero di qualità  estetica, funzionale, sociale; favorendo in particolare: * il contenimento del consumo di suolo indicando, laddove la proliferazione insediativa nei territori extraurbani e lungo gli assi viari ha superato determinate soglie, la sostituzione dei tessuti esistenti e la loro densificazione come unica soluzione. Si tratta quindi di ridare forma al già  formato; * la polarizzazione delle funzioni intorno ai nodi e agli assi del trasporto pubblico di massa, alla rete del ferro (S.F.M.R.); * la sostenibilità  ambientale dei nuovi insediamenti (attraverso sistemi di incentivi, ed obblighi); * la mixitè funzionale e sociale dei luoghi dell’abitare; * l’integrazione nel paesaggio delle nuove infrastrutture. Ragionando sulle città  quali motore di futuro, vale la pena sottolineare come, accanto alla valorizzazione del patrimonio storico e dei suoi caratteri è opportuno favorire azioni capaci di aumentare la qualità  e il bello nello spazio vitale, intendendo con ciò non solo privilegiare la qualità  dell’architettura, dell’ingegneria ed in genere degli spazi costruiti, ma riqualificare la periferia, ripensare le aree produttive, re-inventare i poli di nuova aggregazione e di innovazione, quali strumenti per generare nuove opportunità  e nuovi stili di vita; con questo significa investire, non solo nei servizi rari che qualificanti la città , ma anche dare significato ai nuovi spazi della contemporaneità . Il piano afronta evidentemente, il tema della città , ma con una lettura contestuale del territorio aperto circostante, viene sottolineata la necessità  di salvaguardare, in un’ottica d’insieme, quei “brani” ancora estesi di territorio aperto che sono,moltospesso,depositarideisegnidellamemoria e quindi rappresentativi di una tradizione di valori riconosciuti. Viene prefigurata la costruzione di una rete di territori di alta naturalità  (TAN), in grado di mettere in relazione le qualità  naturalistiche riconosciute con i macrosistemi paesistico ambientali regionali, che vanno dall’ambito alpino a quello litoraneo. Per concludere il nuovo PTRC per dare forma al “terzo Veneto” intende combinare su nuovi equilibri vuoti e pieni, conservazione e riconoscimento, antico e contemporaneo, lento e veloce, naturale e artificiale, nella logica di realizzare un piano che sia attuattivo per una politica imprenditiva.

La tavola raccoglie possibili scenari di piano per disegnare il Terzo Veneto il quale si riconosce così attraverso dei progetti d’ampia rilevanza e riflesso, capaci di mettere in figura un nuovo stile di vita e politiche imprenditive. Nelle piattaforme urbane di Treviso e Vicenza due specializzazioni di eccellenza legate la prima all’essere “magnete”, dal quale hanno origine e si ripartono tipologie slow di fruizione del territorio legate all’acqua, alla natura e al gusto; la seconda, anche per la presenza massiccia di monumenti dell’architettura, quale luogo dell’armonia e per i giovani. Si individuano gli interventi strutturali della nuova organizzazione spaziale regionale nel sistema lineare verde polifunzionale sull’Ostiglia, nel Grande Arco Verde (G.A.V.) metropolitano e nel sistema territoriale storico-ambientale afferente ai fiumi Piave e Brenta. La trama dei percorsi ciclopedonali permette la conoscenza capillare del territorio delle ville e dei loro contesti, delle città  murate, dei canali navigabili storici, dei parchi naturali e culturali – letterari, e i territori di terra ed acqua del Polesine.