Com’è difficile capire!

Cosa insegna la crisi dei rifiuti della Campania? Non solo ai napoletani, ma a tutti noi? Che è molto facile, nel mondo contemporaneo, innescare effetti a catena e indesiderati nelle relazioni reticolari della società . Scontri politici, tensioni sociali, campagne d’informazione semplificanti, si sono sovapposte a catene reali e gravissime d’errori, con risultati temibili, quanto gli effetti della crisi stessa. Se per contestare una classe politica, all’interno di uno scontro squisitamente politico, basato anche sul giudizio di una cattiva gestione del problema, si delegittimano le istituzioni, diventa difficile intervenire per risolverlo. Perché nessuno crede più a nessuno. Se non mi fido, per esempio, dei pareri del Ministero della Sanità  sui pericoli della crisi rifiuti, perché lo sospetto interessato a minimizzare, non ci sarà  più nessuno cui credere, eccetto chi la spara più grossa. Se devo il Commissario dell’emergenza rifiuti (l’ex capo della Polizia) mi rassicura sulla sicurezza delle discariche, sulla base di dati in suo possesso, e poi lo stesso deve rivelare che aveva dati sbagliati, posso interpretare l’episodio come conferma della difdenza o come fiducia verso chi sa accorgersi in tempo degli errori. Oggi è difficile persino discutere di spazzatura a Napoli, a meno di non “gridare” un’anatema, di non accusare tutti di tutto, di non annunciare apocalittiche conseguenze. Non è facile nemmeno discuterne nei salotti, dove il tentativo di analizzare, separando ad esempio mozzarella e lotta politica, viene subito tacciato come “minimizzatore”, di”copertura” al potere, e così via. Com’è difficile capire! C’è un responsabile? Chi è il colpevole? Bassolino, per molti; ma lui si attribuisce poche colpe e dice che ci sono stati molti altri commissari. E allora la Fipe, società  partecipata da Impregilo, che non ha gestito bene anzi, secondo i giudici che l’hanno rinviata a giudizio, insieme ad esponenti politici e amministratori, ha perseguito una “trufa preordinata, aggravata e ancora in corso d’esecuzione”. Ma non era sotto la precedente presidenza di centro destra che era stato concepito un piano “straordinariamente” moderno, ed attuata una gara d’appalto del servizio piena d’insidie? E poi ci sono i disoccupati e gli LSU assunti nei consorzi per la diferenziata, che non lavorano. E ancora, le industrie del nord che hanno versato rifiuti tossici, con la complicità  della camorra nel Casertano e nel Napoletano. E di qui il sospetto della diossina nelle mozzarelle e in tutto quello che si mangia in Campania, almeno come è stato detto; e questo fino alla foto di un cranio di bufala, tipo deserto del Far West, presentata dalla didascalia di un giornale come bufala morta di diossina. Poi c’è anche il cittadino che esce di casa, supera una montagna di sacchetti e va protestare contro la riapertura provvisoria della discarica. E quando la protesta va a Porta a Porta e in tutte le televisioni, accende l’attenzione; e così accanto a cittadini preoccupati troviamo ultras degli stadi, non solo napoletani, che calano per una resa dei conti con la Polizia, e magari qualche violento, che non manca mai, più o meno attivato dalle organizzazioni criminali. “Imbroglio aiutami” (confusione aiutami) è un vecchio detto napoletano; e nella confusione sguazzano in molti, e si confondono le idee. Proviamo, invece, a separare le diverse componenti del problema, analizzandone in estrema sintesi le diverse criticit.

  • Immaginare che un problema che riguarda ciascun cittadino, fosse delegabile ad una società  che si sarebbe occupata di tutto.
  • Predisposizione di un piano basato essenzialmente sull’incenerimento, e sulla chiusura delle discariche, nella cui gestione si ravvisavano interessi privati e talvolta collusioni criminali, senza sicurezza di chiudere il ciclo.
  • Gara effettuata su base di un capitolato giudicato lacunoso e afdamento in base a criteri prevalentemente economici, pur in presenza di serie perplessità  tecniche espresse dalla commissione di gara
  • Assenza di una pianificazione pubblica efficace dei siti di stoccaggio e di termovalorizzazione, la cui scelta è stata afdata all’impresa aggiudicataria. La scelta dei siti anche provvisori di collocazione di eco-balle, ha attivato perversi interessi economici. La lotta delle popolazioni contro il termovalorizzatore, di fatto trasferiva il problema all’impresa aggiudicataria del servizio, ma è ridiventato un problema dell’amministrazione pubblica, con aiuti alla soluzione temporanea del problema, non previsti dal contratto iniziale.
  • Mancato avvio della raccolta diferenziata, sostanzialmente alternativa alla logica lucrativa di trasportare rifiuti nei posti più lontani possibile, di stoccare grandi quantità  d’ecoballe, da bruciare prima o poi nel termovalorizzatore, guadagnando sui contributi incentivanti originariamente concessi per l’energia prodotta.
  • Uso della politica di emergenza e delle sue risorse finanziarie per incrementare tradizionali pratiche assistenzialistiche verso la disoccupazione (a volte con mansioni di dubbia efficienza), creando altri bubboni di difficile gestione, e difuso consenso in tutto l’arco delle forze politiche.
  • Compresenza dello smaltimento illegale di rifiuti industriali del centro nord, a volte nelle discariche, frequentemente sequestrate in via cautelativa dalla magistratura, con conseguente aumento di difdenza delle popolazioni.
  • Posizioni radicali e eccessivamente ottimiste verso il decollo rapido e immediato della raccolta diferenziata d’esponenti politici locali, di preti, di sindaci, con cui motivare il blocco delle discariche e dei termovalorizzatori.
  • Incerto ruolo dei tecnici nel formulare pareri, e difusione di dati parziali, non sempre motivati, frequentemente amplificati dai media, tanto sul piano dell’inquinamento, che su quello epidemiologico, quanto, infine, sugli effetti della crisi dei rifiuti sul ciclo agro-alimentare.
  • Frequente presunzione ed arroganza, e scarso ascolto, nelle gestioni commissariali, ivi compreso il concetto stesso d’amministrazione straordinaria per una cosa terribilmente ordinaria, che riguarda il nostro quotidiano e i nostri comportamenti.

Da dove ricominciare? Come arginare il cupio dissolvi ed il qualunquismo difuso, il mix micidiale di lotta politica e crisi dei rifiuti, lai concorrenza commerciale e la demonizzazione di prodotti campani? L’emergenza, tra spedizioni di rifiuti in Germania e discariche, forse finirà  presto, ma poi? Non tanto paradossalmente si può ricominciare, proprio dal diferenziale tra l’immagine negativa e le possibili azioni positive che godrebbero di una proiezione immaginaria virtuosa. A patto di non farne una cosa solo tecnica, una procedura contrapposta ad un’altra. Per fare qualche esempio, oggi qualunque napoletano, anche il più individualista ed indiferente, sa che deve diferenziare la spazzatura, ma non sa come; non bastano campane per vetro, plastica, bidoni bianchi per la carta posti nei cortili. Bisogna partire dai sacchetti di casa, evitare i cassonetti per strada, perché lì il sacchetto non è più un problema tuo, ma del Comune. Se i sacchetti si depositano nei portoni è un problema “mio e del Comune” e possiamo reciprocamente controllarci. Ed in questa reciprocità  c’è spazio per riconquistare fiducia tra cittadini e istituzioni; è un tipo di proposta non solo tecnica, ma fortemente politico-sociale. Ma se devo depositare la carta dei giornali, scoprirò che l’involucro di plastica è un fastidio in più che mi viene scaricato; e così tanti fastidi potrebbero generare packaging più semplici. Guardando, in un comune del napoletano, un grande cumulo di spazzatura, ho misurato che quasi la metà  veniva dal fruttivendolo lì vicino. Ma il fruttivendolo ogni mattina va al mercato col suo camioncino. Cosa ci vuole a portare il defogliato al mercato, attrezzato però con una centrale di compostaggio? Sembra assurdo, ma uno dei risultati della gigantesca macchina del ciclo dei rifiuti pensata in Campania, è che se un Comune vuole fare compost con la sua “frazione umida”, deve spedire i sacchetti in Sicilia. Bene ha fatto Bassolino a nominare assessore all’ambiente Walter Ganapini, un esperto ambientalista, che tra le prime cose ha scovato centrali di compostaggio ferme e impacchettate, mai usate in omaggio ad una logica e ad una catena d’interessi favorevole al trasporto e all’incenerimento del Tal quale. Recuperiamo vecchie pratiche; che senso ha che i ristoratori campani mandino milioni di bottiglie l’anno, alla raccolta diferenziata, per squagliarle e riprodurre bottiglie? Perché non ritornare ai “vuoti” restituiti, anche con appositi servizi di recupero, stoccaggio e sterilizzazione. Ho seguito il piano di raccolta diferenziata di un piccolo comune cilentano. Lì da sempre l’umido si dà  agli animali ed al terreno e, a parte l’estate, la produzione di rifiuti indiferenziati è scarsa. Si è stabilita una diferente tarifa di smaltimento per chi dà  l’umido e per chi lo smaltisce da sé. La soluzione incentiverà  forse il ricorso a compostiere, per gli alberghi e i campeggi della costa. Al posto della vecchia discarica si collocheranno dei grandi contenitori dove accumulare la raccolta diferenziata, in attesa che diventi dimensionalmente trasportabile. Comuni di questa dimensione rappresentano il 10% della popolazione campana, tutti insieme possono apportare un discreto aiuto al problema. Infine, una considerazione sulla diossina e la mozzarella. La mozzarella campana è la più controllata da numerosi enti, specie nelle zone dove ci sono siti inquinati censiti e pubblicati su internet (non ho visto analoghi censimenti così di pubblico dominio in altre regioni, ma forse non sono informato). Chiediamo che dovunque, in Campania e nel resto d’Italia, i prodotti siano intensamente controllati. Il latte diossinico viene sequestrato e i capi abbattuti. Poi si scopre che, in qualche caso, il latte sequestrato è finito lo stesso nella mozzarella, grazie a “distrazioni” nelle procedure burocratiche. Ed è questo il punto centrale! Bisogna alzare la soglia d’indignazione ed abbassare quella delle logiche corporative e della penetrazione della politica nel mercato. Chiudere dieci aziende agricole, per salvarne mille è oggi un imperativo irrinunciabile. L’insieme delle considerazioni precedenti, riguarda certo la Campania, ma ci riguarda tutti. Processi a catena distruttivi, possono annidarsi in molte decisioni pianificatorie, in campi d’azione molto vari. Delegare processi, frantumarne e settorializzarne le componenti, attraverso pianificazioni separate, finisce per alimentare interessi che possono illudere sul consenso che generano, ma che, facilmente, alla lunga, si rivelano disastrosi. La crisi dei rifiuti della Campania insegna molto a tutto il Paese. Se compro un telefonino, mi ritrovo la scrivania piena di rifiuti diversi (carta, polistirolo, cartone, fili metallici). Possiamo immaginare un’infinita e crescente capacità  di riciclo? Sembra che lo sviluppo della raccolta differenziata stia mettendo in crisi l’economia gestionale d’alcuni termovalorizzatori. Forse è in discussione il nostro modo di produrre, impacchettare, promuovere prodotti, e consumare. Potremmo partire da un altro punto di vista: trasformare le nostre azioni in “doni alla terra”, ad una terra esausta che si è avviata a distruggerci, e che, invece, dovremmo sentire più nostra, a partire dall’uso del territorio e delle sue risorse.

Il terreno del cambiamento

Con la Conferenza Nazionale sul Clima 1 tenutasi lo scorso settembre a Roma, l’Italia ha aperto il dibattito sulle politiche di “adattamento” ai cambiamenti climatici. Il termine compare nei recenti Rapporti Stern 2 e IPCC 3: denota la preoccupazione per gli impatti del riscaldamento globale che permangono imprevisti. Malgrado la sempre miglior conoscenza delle fenomenologie attese, l’ormai ricco panorama di simulazioni sulle implicazioni piu’ o meno catastrofiche da Efetto Serra, e a fronte di imperscrutabili sinergie tra feed back negativi, tecnici e scienziati concordano sull’esigenza di afancare le misure di mitigazione, con articolate e preferibilmente integrate politiche di contenimento della vulnerabilità . Tra gli interventi di cui è auspicata l’attivazione, tali Rapporti annoverano anche la gestione degli usi del suolo. E’ la prima volta che le discipline urbanistiche sono esplicitamente chiamate in causa. I documenti in specifico sollecitano lo sviluppo multifunzionale dei comparti agroforestali, ma è evidente come la questione riguardi, in una prospettiva per nulla remota, il governo complessivo delle destinazioni territoriali a fini adattativi. Fra i molti, moltissimi dati di nuova acquisizione, l’Italia compare sia per le generali che per le peculiari condizioni storiche d’uso del suolo: i rischi crescenti di dissesto ed erosione, i vincoli climatici e geografici all’estensione e migrazione delle formazioni vegetazionali più tipiche dell’area mediterranea, l’incremento di copertura boschiva 4 causato dall’abbandono dei terreni agricoli e per il quale il nostro Paese spicca in Europa. La novità  non è certo statistica bensì nel merito valutativo, che associa considerazioni economiche e ambientali, ed approda ad un giudizio positivo circa l’efficacia dei processi di conversione spontanea dei soprassuoli rurali sul potenziamento della biodiversità , la protezione e la difesa dei suoli. In ragione dei paradigmi precauzionali che gli sono propri, lo scenario adattativo riconduce le finalità  di governo delle trasformazioni territoriali alle priorità  del riassetto. Modifica il paesaggio oggetto di sistemazione e tutela: luogo dai caratteri dinamici e mutevoli, “mosaico” di fattori che presiedono con la qualità  degli assetti ecosistemici, i livelli di rischio idraulico e morfologico in intensità  e frequenza. Modifica di conseguenza gli strumenti disciplinari e attuativi, utili ad incidere sulle molteplici, complesse e spesso interrelate vulnerabilità  del territorio: a beneficio delle capacità  di gestione sistemiche e strategiche, ed a scapito degli interventi di natura strutturale, puntuale o meramente specialistica. La difesa del suolo ofre alla pianificazione integrata la materia “orizzontale” su cui incardinare competenze territoriali e di settore. L’unità  morfologica e funzionale, la specifica rilevanza ecosistemica del bacino idrografico favoriscono l’interazione fra politiche ambientali, paesistiche e territoriali, mediante il raccordo degli indirizzi per il governo degli usi del suolo. In questo quadro, l’esercizio delle rispettive tutele, dei criteri e degli obbiettivi di trasformazione ottempera le coerenze plurime cui i diversi profili pianificatori devono contestualmente assoggettarsi in base alla Direttiva VAS 01/42 5; l’efficacia delle scelte ai fini del contenimento della vulnerabilità , della prevenzione dei rischi e del riassetto misura in concreto la sopraggiunta capacità  di “leale collaborazione” che il Dlgs 4/2008 postula a principio delle attivita’ di programmazione ambientale. Le sfide “adattative” del cambiamento climatico non colgono certo l’Europa impreparata: le citate procedure di Valutazione Strategica configurano di fatto il combinato disposto delle Direttive in materia ambientale, ineludibile riferimento alle strategie e previsioni di piano: per le Amministrazioni, la pianificazione integrata si delinea ormai impegno ordinario. In Italia qualcuno ci sta già  provando, talvolta con successo. Nel corso dei lavori preparatori ed in occasione della Conferenza di Roma, sono apparsi qualificanti contributi in tal senso da parte delle Autorità  di Bacino dell’Arno, del Magra, del Sarno 6 e, in seppur più timidi accenni, da parte dell’Autorità  del Po che ove attuati risulteranno comunque determinanti nel riequilibrio adattativo degli assetti nazionali per la vastità  del territorio interessato. Non è un caso: la legge 183/89 per la difesa del suolo, malgrado i goffi tentativi di abrogazione della Legge Delega 152/06 7, ha anticipato molti dei contenuti innovativi oggi in discussione. E per quanto possa stupire a fianco delle espressioni parossistiche toccate quest’inverno dalla reiterata emergenza rifiuti campana, proprio dalla Regione Campania sono emerse alcune delle indicazioni interdisciplinari piu’ marcatamente operative.

In un’area infelicemente colpita dai dissesti, avvilita dal degrado ambientale e territoriale, l’Autorita’ di Bacino del Sarno ha inteso avvalersi della VAS al preciso scopo di verificare gli esiti delle attività  svolte tra il 1998 e il 2005, rispetto alle azioni già  previste o da programmare nel periodo successivo. La VAS ha messo in luce la frammentazione degli interventi di tipo strutturale, la selettività  delle logiche di intervento straordinario a danno delle unità  funzionali che avrebbero viceversa potuto supportare le strategie di riassetto difuso, l’indiferenza delle priorità  riguardo ai rischi generati dalle vulnerabilità  critiche, tipiche degli assetti morfodinamici del bacino sarnese. Su questa base, l’Autorità  ha quindi disposto la perimetrazione della fascia di pertinenza del fiume, assumendone la riqualificazione ambientale quale obbiettivo prestazionale cui finalizzare, e ove il caso reindirizzare, la programmazione: prefigurando interventi di riequilibrio e risanamento mirati a ripristinare anche lungo il Sarno, un corridoio di connessione ecologica tra i parchi istituiti nell’interno della regione, il Vesuvio e il mare. Per l’organico recupero della pertinenza fluviale sono così stati ricondotti a congruenza gli interventi di sistemazione idraulica, tra cui i non indiferenti lavori per la realizzazione della seconda foce del Fiume Sarno, le linee di difesa dei versanti nel quadro di una più generale rifunzionalizzazione delle successioni forestali di protezione, le strategie di controllo e salvaguardia del bilancio idrologico, le connesse azioni di prevenzione e tutela ambientale. Frutto del confronto fra contributi specialistici, l’individuazione del perimetro di pertinenza fluviale ha soprattutto prodotto criteri per fronteggiare uno sviluppo dominato dall’incertezza, trasversali sul piano delle destinazioni d’uso del suolo; nella sua integrità  di corridoio di connessione ecologica, ha infatti fornito lo strumento polivalente per raccordare gli indirizzi di governo del territorio in capo all’Autorità  di Bacino per quanto concerne la difesa del suolo, alla Provincia di Napoli che lo ha recepito nel PTCP8 come ambito inedificabile di pregio paesistico, alla Regione che vi può finalizzare le risorse finanziarie del Programma rurale 2007-2013, non ultimo alla Sovrintendenza di Pompei che vi può apporre i vincoli tesi a preservare i resti archeologici del porto cittadino antecedente l’eruzione del 79 d.C., da poco scoperti in località  Moregine. La Convenzione europea sul Paesaggio 9, definendo quest’ultimo il prodotto dell’interazione fra l’uomo e il suo ambiente, aferma come anche il principio di tutela risieda nel carattere processuale del rapporto che il modello insediativo via via instaura tra assetto dei suoli, valori paesistici e qualita’ ambientali. Le “inerzie” di cui tratta Emilio Sereni sono in ciò la memoria di una convivenza possibile, e parafrasando le conclusioni della Commissione senatoriale d’inchiesta sulle cause d’inquinamento del Sarno 10, le risorse strategiche per consegnare al passato una cultura di aggressione territoriale che al passato appartiene.

  1. La Conferenza Nazionale sul Clima si è svolta a Roma il 12 e 13 settembre 2007. Gli Atti dei Convegni preparatori e gli interventi presentati alla Conferenza sono disponibili sul sito: http://www.conferenzacambiamenticlimatici2007.it/site/it-IT/
  2. Il cosiddetto “Rapporto Stern” e’ stato redatto nel novembre 2006 da Sir Nicholas Stern, Direttore del Servizio Economia e Responsabile per il Governo britannico delle Politiche economiche di sviluppo connesse al Cambiamento climatico. Esamina l’Efetto Serra, sotto il profilo dei costi e dei vantaggi economici delle strategie di stabilizzazione dei gas climalteranti, per la transizione a un modello “low-carbon” delle politiche di adattamento: http://www.hm-treasury.gov.uk./independent_reviews/ stern_review_economics_climate_change/sternreview_index.cfm
  3. L’IPCC, l’International Panel on Climate Change, raggruppa scienziati indipendenti nello studio dell’Efetto Serra sotto l’egida UNEP, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite. E’ stato insignito nel 2007 del Premio Nobel per la Pace per “lo sforzo di produrre e difondere consapevolezza circa le cause antropiche del Cambiamento Climatico, e di gettare le basi delle misure necessarie a contrastarlo”. Il IV Rapporto di Valutazione (basi scientifiche, vulnerabilita’ e adattamento agli impatti, misure di mitigazione) del novembre 2007 e’su: http://www.ipcc.ch/
  4. Stern e IPCC riportano dati FAO, dove l’Italia figura tra i primi cinque Paesi al Mondo per tasso di crescita netto delle superfici forestali, dopo Cina, Spagna, Vietnam e Stati Uniti (FAO Forestry 2005). Il dato e’ confermato dai primi risultati emersi dalla sistematizzazione delle statistiche forestali nazionali, che il Corpo Forestale sta conducendo nell’ambito dell’Inventario Forestale Nazionale. Sufraga inoltre una serie di rilevazioni idrometriche che mostrano una diminuzione degli afflussi superficiali disponibili e indirettamente, la miglior capacita’ di assorbimento degli apporti meteorici generata dal riequilibrio spontaneo delle coperture forestali. In proposito, G.Cannata in “Fiume, Paesaggio, Difesa del Suolo”, Atti del Convegno di Firenze, maggio 2006, a cura di M.Ercolini, Firenze University Press.
  5. La Direttiva 2001/42 che introduce la Valutazione Ambientale Strategica per “piani e programmi che abbiano ricadute sull’ambiente e il territorio” è stata recepita in Italia, nel quadro di revisione complessiva della Legge Delega Ambientale 152/2006, con Dlgs 4/2008. In quanto Direttiva a valere sugli apparati legislativi degli Stati Membri e’ entrata direttamente in vigore nel 2004, e risulta pertanto gia’ integrata in molti ordinamenti regionali (in Campania con D.G.R 421/2004 attuativa della L.R. 16/2004 “Norme sul Governo del Territorio”). Nelle materie concorrenti specificamente la Difesa del Suolo, la procedura di valutazione implica la verifica congiunta delle coerenze di piano rispetto alle Direttive 00/60 per la gestione integrata del ciclo idrico, 07/60 per la gestione delle alluvioni, 06/232 per la protezione della risorsa suolo.
  6. Per le citate attività  in corso nell’ambito dei Piani Stralcio delle Autorità  di Bacino dei fiumi Po, Arno e Magra si rimanda agli studi disponibili nei rispettivi siti istituzionali: www.adbpo.it, www.adbarno.it, www.adbmagra.it. La VAS e il “Progetto di riassetto e riqualificazione ambientale della Fascia di pertinenza del Fiume Sarno” sono pubblicati nelle riviste dell’Autorità  di Bacino del Sarno, i “Quaderni AdB”, presenti integralmente su www.autoritabacinosarno.it. Tra i molti scritti, testi e articoli di G.Cannata, attuale Segretario dell’Autorita’: “I Fiumi della Terra e del Tempo” F.Angeli 1987, “Governo dei Bacini idrografici” Etaslibri 1994,”Acqua”Guida 2006.
  7. Per una disamina dei potenziali effetti devastanti della Legge 152/06 sulle attività  di difesa del suolo faticosamente maturate dalle Autorità  di Bacino, si vedano i materiali disposti e raccolti dal Gruppo 183 sul sito: www.gruppo183.org. Le lunghe, e per molti versi alterne, vicende di revisione della 152/06 sono interamente riportate da Edizioni Ambiente su www.reteambiente. it.
  8. Il PTCP della Provincia di Napoli, il Piano Territoriale Regionale e il Piano di Sviluppo Rurale 2007-13 della Campania sono consultabili sui rispettivi siti. Sugli scavi nel porto dell’antica Pompei, il Sovrintendente P.Guzzo ha pubblicato “Pompei, Storia e paesaggi della citta’ antica” Electa 2007 e curato la mostra “Rosso pompeiano” (Roma, Palazzo Massimo dic.07-mar.08, catalogo Electa). Lungo il corridoio fluviale, tali strumenti concorrono con criteri, vincoli e zonazioni diferenti a definire gli usi e le possibili destinazioni d’uso dei suoli; su di essi prevalgono gli indirizzi del Piano di Stralcio di Assetto Idrogeologico per la riduzione del rischio idraulico nelle fasce di esondazione. In tale ambito, la procedura VAS instaura meccanismi di raccordo tra le pianificazioni sottordinate al PSAI, che portano ad identificare negli obbiettivi di riduzione del rischio il riferimento unitario cui orientare lo sviluppo territoriale.
  9. La Convenzione sul Paesaggio è ratificata in Italia con L.14/2006. Per le reti ecologiche quale strumento “polivalente” di gestione territoriale si rimanda agli scritti di S.Malcevschi, e tra gli altri, ad A.Magnaghi per l’analisi del territorio come studio “dinamico”dei processi di trasformazione dei sistemi ambientali.
  10. Gli Atti della Commissione d’inchiesta sulle cause d’inquinamento del Fiume Sarno sono reperibili sul sito del Senato: http:// www.senato.it/commissioni/16164/18988/sommariostenografici.htm. Le conclusioni cui si fa riferimento sono state stilate dall’On. R.Manzione, vicepresidente della Commissione, nella relazione di fine legislatura (XIV Legislatura-aprile 2006): http://www. senato.it/commissioni/16164/51172/genpaginalista.htm

Ti guadagnerai il pane

Attraverso la rete di CGM – Welfare Italia (il Consorzio Gino Matterelli, maggior consorzio di cooperazione sociale presente in Italia, circa 1500 cooperative aderenti ad un’ottantina di Consorzi territoriali) di cui è socio, ilConsorziodiSolidarietà SocialeOscarRomerohaconsolidatounrapportodiintensoscambioconilConsorzio Goel che opera nella Locride, ispirato dal Vescovo Giancarlo Maria Bregantini e nato con una fattiva collaborazionefraConferenzaEpiscopaleItalianaeConfficooperative;diquestoscambioètestimonianzal’interventodi Vincenzo Linarello all’incontro prosso dall’Ovile nelle scorse <settimane e che qui viene proposto ad una più ampia platea di lettori. Hopartecipatoloscorso1marzo allagrandemanifestazioneorganizzataaLocriasostegnodell’esperienza di Goel e tre sono le maggiori consapevolezze che ho maturato: Laprimacomecristiano:portoconmeunamaggioreconsapevolezzarispettoalcarismadellaprofeziacheè ancora ben presente nella vita della Chiesa. Goel, il Vescovo Bregantini, Vincenzo Linarello, dovranno sicuramenteafrontareulterioriavversità etribolazioninellacertezzatuttaviachequantohannoseminatoconsudoree tenacia darà  frutti abbondanti e duraturi al pari di tutti i profeti che hanno continuamente vivificato la Chiesa. La seconda come cittadino: il problema della cultura della legalità  riguarda tutto il paese e non solo alcune areedoveaddirittural’illegalità hapresoilpostodellostato.Anchedanoivisonopreoccupantisegnalidipenetrazionedipoterideviantiedoccorrereagireaquestiintensificandoazionidipartecipazioneedemocraziadiretta agita, a partire dalle giovani generazioni, nei luoghi dove queste si formano. Laterzacomecooperatore:inuntempodiincertezzesulfuturodellacooperazionefraattacchipolitici,cooperative che hanno smarrito la mission originaria diventando di fatto altro, la Locride ci insegna che il ruolo della cooperazioneètutt’altrochefinitopurchérimangacoerenteconiprincipichel’hannoispirata:ilsuccessoanche imprenditorialediGoelèfigliodell’eserciziopienodellamutualità internafraisocidellecooperativeedesterna, quella agita dalle cooperative fra di loro (senza confini geografici) e con il territorio nel quale operano.

Volevo tentare di aprire uno squarcio ulteriore su quello che sta accadendo, anche per tentare di andare oltre la cronaca. Intanto il fatto che oggi ci troviamo ad avere questo ruolo, ad essere, in qualche modo, attaccati dalla mafia, delle massonerie deviate non è assolutamente un ruolo che ci siamo cercati e che parte da un’esplicita ricerca di conflittualità  con questi poteri. Il fatto di aver creato cooperative grosse come la Valle del Bonamico in zone particolarmente a rischio, ma anche di aver accompagnato tante cooperative più piccole e addirittura imprese individuali sul territorio, ha comportato il fatto di aver sperimentato il percorso che normalmente questi giovani fanno nel creare un’impresa, una cooperativa, un’attività . Questo percorso ci ha gradualmente svelato i meccanismi che governano il nostro territorio. Non è, infatti, assolutamente scontato che chi vive dentro certi meccanismi li sappia anche decodificare, reinterpretare, dire e raccontare. Il potere, invece, spesso va decodificato, va decifrato, va letto e bisogna anche trovare le parole per raccontarlo. Questa non è la premessa del nostro percorso. E’ il frutto, cioè è quello che noi abbiamo conquistato alla fine. Da questo punto di vista, il fatto di essere stati, e di essere tutt’oggi, cooperative sociali ci ha aiutato moltissimo. Per quale ragione? Perché la cooperativa sociale ha la caratteristica di essere impresa in mezzo alle altre imprese. Tenete conto che noi, nella nostra esperienza, abbiamo una crescita significativa e maggiore delle cooperative di tipo B che, tra l’altro, hanno sviluppato storicamente delle attività  che stanno sul mercato, non che vengono da esternalizzazioni di commesse pubbliche perché, in qualche maniera, eravamo fuori da quei circuiti di potere che garantivano queste cose anche a determinate cooperative sociali. Di conseguenza la nostra esperienza di cooperativa sociale nel territorio ci ha portato ad essere imprese in mezzo alle altre imprese che, quindi, vendono, comprano, fanno gare d’appalto. Siamo, dunque, al centro della dimensione economica. Contemporaneamente, però, come cooperative sociali essendo la cooperativa sociale, per definizione, una realtà  imprenditoriale che investe anche sul bene comune, sul territorio non potevamo non relazionarci in continuazione con il mondo della politica, perché il mondo della politica, in teoria, dovrebbe avere anche, come finalità , il bene comune. Noi, quindi, ci siano ritrovati nel mezzo di questo incrocio strano: nel centro della dimensione economico-imprenditoriale, ma anche nel centro della relazione politica. E dentro questo incrocio, noi, con i nostri valori, non potevamo non accorgerci di che cosa stava succedendo. Non potevamo non prendere posizione, il giorno dopo, su quello che, in qualche modo, ci coinvolgeva direttamente. Questo ha significato la semplice coerenza, la semplice ricerca di una normalità  nella nostra attività  imprenditoriale. Per normalità , intendo cose come questa: c’è una gara? Partecipiamo, non ci ritiriamo. Non abbiamo fatto cose eroiche. Abbiamo partecipato alla gara, abbiamo pensato che non c’era nessun motivo per ritirarci e siamo andati fino in fondo. Basta questo. Dentro questo è inevitabile scontrarsi e capire poi le leggi che governano questo sistema. La prima cosa che abbiamo capito è che questo sistema locale, al Sud ma non credo solo al Sud è governato da una logica, che è quella delle appartenenze; cioè, tu non vieni valorizzato per quello che dimostri di valere, ma per le appartenenze che riesci ad esibire: appartenenza ad una corrente politica forte, ad una famiglia importante, alla massoneria, ad una cosca mafiosa. Senza l’appartenenza una persona non è assolutamente nulla. E l’appartenenza, è evidente, conta più della competenza. Non è la concorrenza che regola il mercato locale, è l’appartenenza: anche per decidere se un’impresa andrà  avanti e se un’altra fallirà . Dentro questo meccanismo si capisce anche perché, per esempio, i giovani nostri, i giovani laureati vanno altrove. Adesso c’è una ripresa incredibile dell’emigrazione dei giovani laureati, non degli operai. Questo perché capiscono che l’appartenenza vale più della competenza, quindi devono andare altrove per vedersi valorizzati. In questo sistema di cose, chi si rivolge a noi? Chi va da monsignor Bregantini, chi va da Piero Schirripa, chi va da Vincenzo Linarello? Vanno i “senza appartenenza”, cioè quella classe di persone che, per qualche ragione, non ha nessuna appartenenza da esibire. Queste persone che sono poi residenti nelle aree rurali, periferiche, nei paesini interni sono il mercato entro cui la ‘ndrangheta attinge la propria manovalanza mafiosa, perché non è vero che sono solo i soldi ad attrarre le persone dentro il circuito mafioso. E’ anche il mito del rispetto. Ricordo un giovane che una volta mi disse: “Tu non sai che cosa vuol dire andare all’ufficio del Comune, vedersi ridere in faccia o prendere in giro in continuazione. Io adesso vado e sono rispettato”. Capite bene: la ‘ndrangheta si fa garante di una dignità  che questa società  dell’appartenenza non riesce a garantire. La gente che si rivolge a noi viene da questa esperienza; quindi, nel creare un’impresa, fa tutta la trafila di chi non ha appartenenza. Noi la facciamo insieme a loro e capiamo come funzionano le cose. Come tutti, fin dall’inizio, siamo stati convinti che il problema di cambiamento in Calabria fosse un problema di carattere culturale, di mentalità . Eravamo certi, per una sorta di approccio weberiano al cambiamento, che, se avessimo cambiato la mentalità  del territorio, automaticamente si sarebbero cambiate anche le strutture di potere che tenevano soggiogata la gente. Invece non è così, perché, malgrado la gente si convincesse di alcune cose importanti, malgrado la nostra gente grazie all’azione pastorale di monsignor Bregantini, alla nostra azione culturale sul territorio avesse recepito alcune idee chiave, diceva: “Io sono convintissimo che il clientelismo è un male, ma se ho mia figlia ricoverata in ospedale e so che, se non metto la raccomandazione con il primario idiota di turno, non riceverà  cure adeguate, io mi debbo inchinare”. Dentro questo sistema di cose, quindi, si capisce che ci sono delle strutture di potere forti e, diciamolo cristianamente, delle strutture di peccato, che prescindono dalla volontà  dei singoli, che dettano le regola del sistema e che fanno una manutenzione sistematica della precarietà  della gente, perché solo facendo questo possono mantenere i propri privilegi. E’ ovvio che una persona, se trova un lavoro dignitoso, pagato, nella Cooperativa Valle del Bonamico, poi non sarà  costretta a dir grazie a nessuno, né a piegare la testa nei confronti di nessuno, non solo nei confronti della mafia. Queste strutture di potere hanno un nome: si chiamano ‘ndrangheta e si chiamano massonerie deviate. E non è un caso che ai vertici della ‘ndrangheta esista il grado di santista. Il santista o vangelo che è appunto colui che è arrivato proprio ai vertici della ‘ndrangheta fa un giuramento che lo introduce in uno status particolare che gli consente anche di poter collaborare con lo Stato se serve a mantenere questo potere alto. La prerogativa principale del santista, però, è quella di entrare nelle massonerie: ed ecco che i due sistemi di potere si saldano. Cosa accade? Accade che, dentro questo percorso d’accompagnamento, noi non potevamo far finta di non vederli e che, dentro questo crescere continuo, non potevano non arrivare ad un punto di scontro, di collisione con queste realtà , soprattutto quando abbiamo cominciato a dire che “il re è nudo”, perché se di ‘ndrangheta tutti possono parlare, di massonerie deviate nessuno può parlare. Qui si capisce anche qual’è la causa dei nostri guai: è sicuramente quella di aver violato le regole del sistema, ma anche e probabilmente è ancora peggio di avere detto che oltre alla ‘ndrangheta esistono le massonerie deviate. E questa cosa non va detta perché si svela l’architettura del sistema. L’altro aspetto, che volevo sottolineare, è che tutto questo ne sono assolutamente convinto è fortemente legato alla nostra natura di cooperative sociali. Io mi sono chiesto più volte che cos’è che diferenzia una cooperativa sociale da altre esperienze: è l’imprenditorialità ? No, perché è una caratteristica che hanno anche le altre imprese. E’ il rivolgersi a persone svantaggiate? No, perché è una cosa che fanno anche le associazioni e ultimamente anche le S.p.A. E’ una realtà  democratica partecipata? No, ci sono anche le altre cooperative. E’ una realtà  che ha come prerogativa dei grandi ideali? Certamente, ma dovrebbero averli anche i partiti, alcuni movimenti, associazioni. C’è una caratteristica importantissima che ci rende unici, potenzialmente sovversivi nei confronti di questi sistemi di dominio e di potere nel territorio: il fatto che noi abbiamo un ideale grandissimo come dovrebbero averlo le associazioni, i partiti, i movimenti abbiamo una visione di come dovrebbe essere il nostro territorio, abbiamo un sogno, ma, a diferenza dei movimenti e delle associazioni, il giorno dopo, la mattina seguente lo incarniamo nelle nostre attività  imprenditoriali. Lo testiamo e capiamo se è una cosa velleitaria, che sta solo nei libri o nei discorsi cervellotici che vengono fatti da alcuni studiosi: modelli di sviluppo mai applicati e mai applicabili, oppure se effettivamente è una cosa che regge alla quadratura del bilancio. Questa è la caratteristica delle cooperative sociali: sono delle realtà  che hanno un sogno e, la mattina seguente, lo trasformano in un’attività  imprenditoriale, lo sottopongono a questa prova del fuoco e capiscono se può diventare progetto reale e sostenibile.

Benevento, Italia

Un editoriale problematico, tendenzialmente pessimistico come quello che firma Baldini sul numero di giugno 2007 del “Notiziario” apre la porta a mille riflessioni a chi ,vivendo in una regione meridionale, deve fare uno sforzo titanico per non disperare di vedere un giorno non molto lontano il sud della Penisola sganciarsi dalle spire in cui la vicina Africa sembra costantemente volerlo ineluttabilmente avvolgere e stritolare. Questi sono i giorni della Mondezza, i cui miasmi arrivano purtroppo ben oltre i confini della Campania e dell’Italia stessa. Avessi scritto prima, le mie righe sarebbero nate nei giorni della Camorra, così genialmente descritti nell’opera coraggiosa, ai limiti dell’eroismo, di Saviano, e indietro nel tempo, sempre restando in Campania, avrei potuto scrivere nei giorni del Terremoto o in quelli del Colera fino ad arrivare ai fasti della Cassa per il Mezzogiorno. La breve illusoria stagione di un Rinascimento meridionale si è rivelata efmera, come la Montagna di sale, l’opera con cui Mimmo Paladino arredò la rinnovata Piazza del Plebiscito nel capoluogo campano non tantissimi anni fa. Ma rispondere ai tanti “Potremmo chiedere” che costellano l’editoriale in questione con una serie di connotazioni negative, quasi a voler giustificare il pessimismo di fondo e la tristezza che si accompagnano allo scritto di U. Baldini, sarebbe troppo facile e quasi maramaldesco. Invece è più opportuno cercare quelle connotazioni positive, almeno con la consapevolezza che qualche sprazzo di luce pur fa la sua timida comparsa, illuminando un quadro in cui le luci cedono decisamente alle ombre. Per cominciare, si chiede Baldini, chi si assume l’onere e il rischio di rinnovare il Paese?” Una domanda a cui è difficile dare risposta, in questa Italia che sembra bloccata in una sorta di triste surplace, mentre la politica si abbandona a contorsionismi per cui il presidente della regione Sicilia può festeggiare una condanna a cinque anni di carcere e quello della Campania, avendo di fatto perduto il diritto di parola, apre bocca solo per dire che non vede utili le sue dimissioni, per chiudere poi con una incomprensibile crisi di governo in un momento in cui l’economia mondiale dà  segni di grande soferenza e quella nazionale ricomincia ad arrancare. Eppure, nonostante tutto e contro ogni apparenza, anche qualche novità  si profila all’orizzonte e apre le porte ad un futuro che potrebbe avviare il Meridione verso un destino meno incerto. Alcune realtà  territoriali rappresentano, con la loro aspirazione a crescere e a ritrovarsi al passo con la modernità , una speranza per un futuro che è ancora tutto da costruire, ma non totalmente da inventare. Partiamo da una provincia, quella di Benevento, un tempo misconosciuta, oggi forse un po’ più nota. Si tratta di un non vasto lembo di terra situata nel nord est della Campania. Il suo territorio, prevalentemente montano e collinare, con poco più di 2000 Kmq, costituisce solo il 15% della regione Campania. Quasi tutta montana e collinare, molto spesso instabile e soggetta a terremoti che di tanto in tanto mettono a dura prova un tessuto urbano costituito da paesini di poche migliaia di abitanti, questa provincia nell’arco di mezzo secolo, quello che va dal 1950 al 2000, ha visto dimezzate le popolazioni dei comuni meno favoriti orograficamente. Poi finalmente qualcosa è cominciato a cambiare. L’insediamento, molto faticoso e per certi versi ancora oggi precario, almeno dal punto di vista strutturale, dell’Università  del Sannio ha segnato probabilmente un punto di svolta. E’ rinata la fiducia di poter uscire da quella condanna al sottosviluppo a cui secoli di governo poco illuminato sembravano avessero destinato la fiera città  di antiche origini sannitiche. L’elezione diretta del presidente della provincia, con la conseguente assunzione di responsabilità . e il raforzamento dei poteri gestionali, ha fatto in modo che si avviasse un ciclo virtuoso che si è andato a saldare con le capacità  innovative del giovane mondo accademico. Nasceva così quella classe dirigente locale che sicuramente non può essere gravata dell’oneroso compito di rinnovare il Paese, ma che si è dimostrata capace di assumersi il rischio di svecchiare realtà  più piccole, come appunto la provincia di Benevento. Mentre a Napoli si favoleggiava di Rinascimento e progetti miliardari (in euro) non portavano se non poche transitorie novità  e tanti arricchimenti illeciti; mentre si continua a scrivere di Napoli Est e di bonifiche territoriali, senza che in concreto si riesca ancora a capire bene quali strade abbiano preso i miliardi elargiti dalla comunità  europea con il piano 2000-2006 e quali frutti positivi abbia apportato il dispendio di tante preziose risorse, a Benevento si è cominciato a programmare una inversione di tendenza che si spera possa portare la stentata economia sannita su altri binari , più remunerativi e soprattutto più convincenti, aprendo prospettive diverse ai tanti giovani che hanno il diritto di attendersi qualcosa di meglio che l’abusata strada dell’emigrazione. Un Piano strategico coraggioso ed innovativo prodotto dalla Provincia di Benevento ha messo in rete una serie di progetti che spaziano dalle biotecnologie, con un centro di ricerche finanziato dall’Ente locale e collegato all’università , all’agricoltura, con una visione innovativa che dovrebbe portare il settore primario fuori dalle secche della monocultura del tabacco. La ricerca aerospaziale unita ai servizi satellitari, alle ricerche sull’energia ad alta sostenibilità  fino ad arrivare alla valorizzazione intelligente dell’ambiente e della cultura, con la creazione di una serie di musei difusi nella Città  capoluogo e sul territorio rappresentano gli altri capisaldi su cui si stanno programmando, o si sono già  effettuati, corposi investimenti di soggetti pubblici e privati, i quali hanno dimostrato di credere in una visione moderna, per alcuni versi d’avanguardia, messa in piedi con ferrea volontà  dal presidente Carmine Nardone, in dieci anni di attività  di programmazione territoriale. La provincia di Benevento ha puntato decisamente sulle potenzialità  oferte dall’innovazione, riorganizzando in questa ottica tutti i servizi e le risorse, nella prospettiva di un rilancio che, partendo dalla cultura e dal turismo, investisse complessivamente tutta l’economia. Una serie di progetti sono stati predisposti per ogni settore A scorrere il documento strategico “costruito sulla idea-forza per lo sviluppo, riassumibile nella parola innovazione”, come dice Nardone, ci si rende conto di come l’obiettivo di raforzare la competitività  territoriale potrà  dare frutti importanti, puntando sull’originalità  e sull’eccellenza. Nelle analisi di un eminente meridionalista dello stampo di Manlio Rossi Doria, i territori interni, come quello di Benevento, costituivano l’osso della Campania, a fronte della polpa, rappresentata dalle aree costiere; oggi questa analisi comincia a diventare meno attuale. La Provincia Sannita ha compreso che lo sviluppo non può essere indipendente dal territorio, ma neppure ne deve essere interamente succube. La valorizzazione di ciò che c’è può fare il paio con lo sviluppo e la crescita di ciò che l’intelligenza applicata alla ricerca e la moderna tecnologia possono creare dal nulla. Immaginare un centro di telerilevamento che colloquia con istituzioni di altissimo profilo sparse per il globo, come la Nasa negli Stati Uniti o Radarsat in Canada o con l’università  di Shangai, in Cina. In una provincia che solo qualche lustro addietro non aveva neppure una facoltà  universitaria poteva apparire pura fantasia degna di Verne. Invece caparbiamente e coraggiosamente si è andati avanti, spesso nonostante un difuso scetticismo e qualche sorrisino ironico. Così quello che una volta era un centro per la raccolta e l’immagazzinamento del tabacco, produzione principe delle campagne sannite, oggi è un centro d’eccellenza nell’alta tecnologia in cui, sotto l’ombrello del progetto Antares, alcune aziende lavorano a software utilizzati nei programmi spaziali europei,fornendo occupazione ai giovani più preparati laureati dalla facoltà  di ingegneria della locale università . Nei sotterranei del palazzo della Preffettura, seminterrati e sepolti da tonnellate di rifiuti depositati nel corso dei decenni, grazie ad una brillante intuizione e ad un uso accorto di fondi europei, è sorto una splendido museo di arte moderna, che già  oggi costituisce una attrazione di rilievo, ed ha aperto la strada ad una rete museale che va dalle macchine agricole alla paleontologia ed insieme con altri attrattori ha determinato un significativo incremento turistico ed occupazionale. Sono solo pochi esempi di un programma operativo vasto e complesso, sul quale la Provincia di Benevento sta investendo in maniera convinta, che comincia a prendere corpo dopo una lunga fase di gestazione. In attesa che si dismettano le geremiadi che hanno accompagnato la cultura meridionale per decenni, se non per secoli, e si cominci finalmente a credere che nessun destino condanna il Sud ad un ruolo di secondo piano, cominciano finalmente a fare il loro tardivo esordio su una scena che li ha lungamente attesi, istituzioni e imprenditori che hanno capito l’importanza di saper anche rischiare credibilità  e risorse, e così facendo hanno posto, si spera, le premesse per un necessario ed ineludibile cambio di marcia.

2007 Anno Europeo delle pari opportunità . Ma cosa è cambiato per le donne calabresi?

L’anno europeo delle pari opportunità  si è appena concluso e anche noi donne del profondo sud siamo qui a chiederci quali benefici concreti e reali prospettive di sviluppo potrà  produrre il fiume di parole speso nell’oratoria da convegno, particolarmente prolifica, degli ultimi mesi. Anche in Calabria, nonostante i vari e pressanti problemi che spesso salgono agli onori della cronaca, esiste una classe sociale che si preoccupa del domani, che si vuole allontanare dalla mentalità  del malafare e dell’assistenzialismo, che troppo spesso continuano a frenarci, ma soprattutto esistono delle donne che hanno preso coscienza delle loro capacità  e dei loro diritti e che si considerano la parte sana del territorio, la risorsa ancora inespressa che può imprimere la svolta concreta. L’emanazione, nel 2007, di una legge regionale contro la violenza alle donne, gli sforzi compiuti da singole donne impegnate in prima linea e quelli meritevoli di tutti gli organismi di parità  presenti sul territorio volti a sensibilizzare, con azioni positive e concrete, coloro (i più) che spesso sono sordi a tale tematica, non possono certo considerarsi risolutivi di una disparità  evidente e siamo ancora ben lontani dal modello di equità  che l’Unione Europea pone ormai da anni come obiettivo primario e trasversale per la realizzazione di una società  pienamente solidale e competitiva. Le donne calabresi, spesso dipinte come sottomesse e inutili, poco istruite tanto da non riuscire neanche ad esprimersi nella lingua nazionale o, ancor peggio, completamente vestite di nero e possibilmente con il capo coperto a piangere figli o mariti morti ammazzati, non sono queste. La voglia di riscatto esiste ed è spinta più che dall’ondata femminista, altrove travolgente e qui appena sfiorata, da esempi propriamente nostrani di donne dalla tempra forte e rigorosa che, sia pur sommessamente, sono riuscite dai tempi passati ad afermare valori e tramandare virtù. Esiste oggi tutta una “classe” di donne impegnate e attive, che studiano, che lavorano, che si impegnano nel sociale e che si prodigano a dare il proprio valido contributo alla vita pubblica. Ma le politiche del lavoro muovono con fatica i loro passi e siamo ben lontani dai parametri comunitari imposti riguardo l’occupazione: le donne lavoratrici devono costantemente fare i conti con volontà  e realtà  che impediscono loro una crescita determinante, e molte sono quelle che devono adattarsi al lavoro nero o a forme di lavoro mal retribuito o precario. E anche quando esistono strumenti che vorrebbero favorire la spinta di crescita, spesso non bastano, se si pensa che le agevolazioni per la

unicamente il prestanome di uomini, di fatto titolari di aziende. Eppure l’occupazione della donna in mestieri e professioni tradizionalmente maschili si va oggi realizzando, ma quante donne ai posti di comando? Ricercare le motivazioni di questo fondamentale limite può apparire complesso, ma in realtà  vi sono dei punti di debolezza chiari a tutti. A parte l’atavica disuguaglianza tra i sessi, vi sono delle motivazioni di ordine pratico dalle quali non si riesce a prescindere ed altre, costituite da quella barriera di strutture sociali e mentali, che non è facile rimuovere. La donna del sud, per la quale la famiglia è ancora un valore ed i figli una priorità , trova un forte freno alla propria realizzazione professionale nella difficoltà  di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, se si pensi che non esistono adeguate strutture di sostegno, che le leggi ad hoc create in tal senso (vedi L. 53/2000) qui hanno prodotto iniziative che sfiorano lo zero, che i datori di lavoro locali considerano la maternità  un malanno e che in generale manca addirittura l’interesse e la sensibilità  a cercare valide soluzioni, conciliabili con le preoccupazioni che ogni donna, soprattutto madre, vive istintivamente. Già  solo questo basta a far sì che le donne abbiano innanzitutto redditi molto meno elevati rispetto agli uomini, non dirigano i reparti ospedalieri, non siano imprenditrici, non siano le dirigenti dei vari uffici o non ricoprano in politica ruoli di rilievo, che continuano a restare appannaggio degli uomini che, abituati a stare fuori casa da sempre, sentono le responsabilità  familiari meno pressanti. Le ragazze del sud non sempre pensano solo a prender marito, come si crede, ma neanche tutte aspirano a fare le veline: molte sono quelle che studiano e si “guardano intorno”, anche con risultati eccellenti e superiori rispetto ai loro colleghi maschi, ma tuttavia non avvertono questa disuguaglianza, salvo poi a trovarsi spiazzate nell’impatto con la realtà  da adulte. Anche questo è un limite, perché nella spensieratezza giovanile e nella completa disillusione circa i valori reali, che noi contribuiamo ad alimentare, l’alternativa rimane sempre quella della ricerca di afermarsi altrove, privando il territorio di quelle punte d’eccellenza fondamentali per uno sviluppo reale e di qualità . Così le migliori vanno a riempire gli uffici, le scuole, gli ospedali e le aziende del nord, dato che per noi fare le valigie non è poi così difficile, e l’amore per la famiglia e la terra è superato da un’antica rassegnazione ad essere”emigranti”. Come in generale la meritocrazia vale ben poco, per le donne quest’assunto diventa più preoccupante, aggravato dal fatto che la società  non è pronta ad accoglierle totalmente. E se anche gli sforzi esistono, così come le menti illuminate che vedono il futuro in rosa, cosa conta voler rappresentare un’esigenza di partecipazione alla vita politica, se poi le liste elettorali “miste” producono una serie di risultati scadenti accanto ai nomi femminili? Se le donne stesse non hanno ancora acquisito quella coscienza che “fare squadra”, guardare liberamente al domani, e alla possibilità  di dare un contributo alla società , senza necessariamente uniformarsi a modelli e riferimenti maschili, è un’esigenza pressante e necessaria? Così il risultato è sempre lo stesso: i vari consigli e le giunte locali vedono una partecipazione femminile ridottissima e a coloro che ce la fanno vengono afdati i soliti assessorati alle pari opportunità  o al massimo alle politiche sociali, per cui una politica vera e reale che pensi alle donne e ne valorizzi le diversità  e le peculiarità  da chi dovrebbe essere costruita? Ma forse questo non è solo sud, ma è anche Italia, la stessa Italia che si piazza intorno all’ottantesimo posto nella classifica mondiale sulla condizione delle donne!

La politica del predellino

Nell’ultimo scorcio del 2007, il quadro politico sembrava mostrare i segni tangibili di un profondo cambiamento. Nel centrosinistra, la nascita del Partito Democratico e l’iniziativa della sua leadership sembravano già  collocare i riformisti italiani in una diversa dimensione temporale: nella stagione da venire piuttosto che in quella già  passata. Nel centrodestra, per quanto estemporanea e visibilmente populistica, la “politica del predellino” segnalava una qualche consapevolezza dei conservatori (nell’accezione europea del termine) della necessità  di uscire dalla”alternanza inane” dell’ultimo decennio. A distanza di qualche settimana, i segni del cambiamento sono ancora lì ma non sono ancora nulla più che segni. Segni, per di più, coperti dal velo di polvere sollevato dagli avvenimenti più recenti. Primi, fra tutti, gli avvenimenti campani. Nelle fila del centrosinistra, quegli avvenimenti hanno esposto impietosamente un problema già  presente da tempo ma in qualche maniera sempre pudicamente accantonato. Fino a qualche tempo fa, l’opinione corrente riconosceva al di là  delle diverse posizioni politiche nella classe dirigente del centrosinistra un fondo indiscutibile di competenza e di afdabilità , di esperienza e di responsabilità . Oggi non è più così. Un patrimonio raro di credibilità  si è andato pian piano disperdendo nell’ultimo decennio e, a velocità  crescente, nell’ultimo biennio. Intendiamoci, che ciò sia accaduto è in qualche misura”ingiusto”. La percezione collettiva, in altre parole, non rispecchia compiutamente i meriti di tanti. Ma non vi sono molti dubbi sul fatto che la percezione collettiva non riconosca più, come aveva fatto per qualche tempo, una qualche positiva specificità  nella classe dirigente del centrosinistra. Per molti versi la ricostruzione di quel patrimonio è o, forse, dovrebbe essere il primo punto nell’agenda della leadership del partito democratico. Non solo perché la prova del governo è sempre possibile. Ma soprattutto perché la ricostruzione di quel patrimonio è, oggi, uno strumento essenziale di comunicazione fra il Partito Democratico ed il paese. Il processo di costruzione e di ricostruzione di una classe dirigente è il modo più semplice ed immediato con cui il Partito Democratico può rendere evidenti al paese scelte che sembrerebbe aver già  fatto proprie: la concorrenza, la selezione, il merito. Per far solo degli esempi. E, al tempo stesso, il processo di costruzione e di ricostruzione di una classe dirigente è la strada maestra per ricondurre finalmente in un quadro unitario la cultura riformista la inevitabile diversità  di accenti presente in ogni grande partito popolare. Non diversamente, nelle fila del centrodestra. Quel che più colpisce della situazione campana è la incapacità  del centrodestra di essere – qui ed ora una alternativa autorevole e credibile alla esperienza amministrativa del centrosinistra di cui sono oggi evidenti i limiti. Non c’è in Campania o almeno questo sembra all’osservatore una opposizione che si candida a governare e che lo fa perché sa di poterlo credibilmente fare. Perché sa di averlo autorevolmente fatto negli ultimi dieci o quindici anni. C’è, in realtà , l’altra faccia della “alternanza inane” che potrebbe definirsi”l’alternanza residuale”. Quella che interviene non già  perché si è depositari di una migliore strategia e di una più lucida visione politica ma semplicemente per default, per manifesta inferiorità  dell’avversario politico. Quella che vanifica la nozione stessa di alternanza e pone le basi per una politica in cui l’opposizione verbale può facilmente e serenamente convivere con la condivisione sostanziale delle scelte. Per la precisione, di quelle peggiori. Quale che sia il disegno politico dei leader del centrodestra, quale che siano le loro scelte nelle prossime settimane, il futuro del centrodestra così come quello del centrosinistra dipende dalla sua capacità  di riflessione su se stesso. Un tema che temo la “politica del predellino” non solo non afronta, ma semplicemente rimuove. Un tema che è però essenziale per la discussione in corso: è tutto sommato facile fare una legge elettorale (il ricordo della passata legislatura è, sotto questo aspetto molto vivo). Molto più difficile è, a destra come a sinistra, costruire la cultura politica in grado di sostenerla e farla vivere e funzionare al meglio.