Paesaggio rurale, reti locali

Vivo in una microarea rurale, situata al confine fra le province di Torino e di Asti, ed in un contesto collinare, che l’ esclusione dalle vie pesanti del traffico e la separatezza dall’ industrializzazione espansiva torinese hanno preservato dal rischio di perdere tipicità  ambientali e paesaggistiche, che in altre parti del territorio suburbano sono rapidamente scomparse. Il paesaggio rurale che vedo è una trama continua di normale semplicità : vallette, colline basse, corsi d’acqua, una zona densa di boschi, biotopi di flora e fauna locale, una viabilità  non impattante, piccole tracce del lavoro umano del passato, segni del sacro difuso! Nulla di straordinario, molto di irripetibile.

La conservazione di piccoli patrimoni paesaggistici come questo appare un problema etico, culturale e politico, ben prima di quanto non ponga questioni di norme da applicare. Del resto, l’ applicazione intelligente delle norme presuppone una idea univoca ad esse soggiacente, che lo stesso Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è lungi dal proporre con inequivoca chiarezza. Il concetto di paesaggio vi appare infatti assunto secondo una pluralità  di accezioni non perfettamente coincidenti. Descrittivamente, esso indica “parti omogenee di territorio, i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”(art.131). Normativamente, paesaggio è l’ espressione dei valori presenti nei territori, intesi “quali manifestazioni identitarie percepibili”(art.131). E’ un contenitore di beni della scena visibile: cose contraddistinte da “bellezza singolare o non comune”, aree che compongono un caratteristico aspetto,”avente valore estetico e tradizionale”, “bellezze panoramiche considerate come quadri”, punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico, “dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”(artt. 134 136). Ma paesaggio è pure il termine di una pianificazione specifica, ancorché estesa a tutto il territorio regionale, attraverso l’elaborazione di appositi Piani paesaggistici che interagiscono con le scelte della pianificazione territoriale generale. Di qui una prima questione: se il paesaggio sia una “parte estraibile” dal territorio secondo parametri selettivi di qualità , che consentono ad esempio di attribuire la qualifica “di notevole interesse pubblico ai fini paesaggistici” a specifici beni, aree e territori. Non sfugge come l’intento di salvaguardare caratteristiche storiche, culturali, naturali, morfologiche ed estetiche “che abbiano significato o valore identitario del territorio in cui ricadono, o che siano percepite come tali dalle popolazioni”(art.138 del Codice) implica un certo slittamento dalla pretesa oggettività  del bene “in sé” alla discrezionalità  del valore che viene ad esso attribuito e risulta insito nella sua rappresentazione. Ma che accade (seconda questione) quando attraverso il criterio del paesaggio è invece l’intero territorio ad essere considerato sotto una certa angolazione di valore? Non ne deriva una certa tensione fra “beni del paesaggio” e ” paesaggi come beni”, che induce a chiedersi che cosa comporti realmente fare del paesaggio in quanto tale un parametro di riconoscimento, tutela e valorizzazione? Questo per dire che il modo in cui una pianificazione paesaggistica possa concorrere alla normativa regionale sul governo complessivo del territorio lascia aperto un ventaglio di opzioni possibili, in termini più o meno cogenti di vincoli, indirizzi, scelte complessive, interventi rivolti a specifici ambiti e verso unità  locali di limitate dimensioni.

La pluralità  delle accezioni implicate dalla nozione di paesaggio non è priva di dirette ricadute sulla gestione desiderabile delle trasformazioni a livello locale. Quando si afacciano preoccupazioni di salvaguardia di patrimoni paesistici e ambientali “di vita quotidiana”, si trova sempre chi pensa che i poveri conservino il mondo in cui vivono, in quanto non hanno i mezzi economici e tecnici sufficienti per alterarlo a piacere, al

fine di arricchirsi. E chi ritiene che la conservazione meticolosa sia la sindrome snob dei veramente ricchi, i soli che avendo già  tutto possono anche permettersi di ostentare sobrietà . Toccherebbe dunque alle classi intermedie, dei non troppo ricchi e appagati, dei non troppo desolatamente poveri, sobbarcarsi il duro compito di “costruire” il mondo. Nutrendo anche l’aspettativa ritenuta quanto mai legittima di ricevere dalle amministrazioni locali piani, supporti e incentivi, che si collocano entro la retorica della devoluzione, sempre più spinta “verso il basso”, di funzioni e poteri decisionali. Evocare a questo proposito la sussidiarietà  verticale mi pare del tutto improprio. Tale criterio chiede di instaurare un rapporto adeguato fra lo svolgimento di funzioni e la scala a cui esse sono ottimalmente esercitate (che è, o dovrebbe essere, la scala a cui operano l’ente o l’istituzione titolare dell’ esercizio di tali funzioni). Ma se il criterio sussidiario ha a che vedere con la legittimità  della decisione, nulla ancora dice circa la qualità  della decisione stessa, e la sua capacità  di avere visione, e di produrre efficienza ed efficacia nella soluzione di problemi. Ancor meno convincente è la sussidiarietà  verticale e rischia di confondersi pericolosamente con un decentramento “per abbandono”quando non giunga mai ad incontrarsi con l’energia attiva e propositiva espressa da reti associative e volontaristiche, che perseguono beni comuni di qualità  ambientale e paesaggistica generabili localmente. Tali reti associative sono una risorsa della cittadinanza, poiché mostrano, in concreto, la diferenza che intercorre fra l’homo civicus attento ai beni comuni e lo stakeholder mero portatore di interessi; a patto, s’intende, che tali reti, nell’ occuparsi di questioni pubbliche anche in ambiti circoscritti, costruiscano e mantengano un equilibrio vitale fra diritti e doveri, responsabilità  e proposta: “solo in questo modo l’esaltazione delle autonomie locali, il recupero dell’ amor loci non si trasforma in una chiusura all’ interno della propria identità , ma diventa strumento privilegiato per la ricostruzione di una tradizione civica, per la difusione di forme di azione cooperatrice, per l’allargamento del capitale sociale condiviso”( F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari Dedalo 2004). Sussidiarietà  compiuta si potrà  avere, promuovendo connessioni virtuose fra piccole amministrazioni e piccole reti associative civiche, e sviluppando una interdipendenza generatrice di “cura dei luoghi” e “sviluppo del loro statuto”.

Le aree rurali di collina sono un campo ideale, per sperimentare dei progetti locali attenti alla salvaguardia dei valori e capaci di esaltare le proprietà  distintive dei luoghi. La collina, a diferenza della pianura urbanizzata, non è sede di un forte potere politico ed amministrativo. A diferenza della costa ingolfata, non attira speculazione commerciale e traffico intenso in entrata e in transito. Si apre alle ibridazioni e alle varietà . La costituzione di una Nuova società  rurale di collina richiederà  di mantenere una forte interconnessione fra tutti gli elementi e le funzioni (lavorare, abitare, accogliere, fruire delle qualità  naturali e culturali ecc.) del luogo entro un progetto locale che riconosce i valori ambientali, sa innestarvi delle attività  umane coerenti, produzioni sostenibili, una residenzialità  ben sorretta da servizi difusi per il benessere e la qualità  di vita di persone e comunità . Nell’orizzonte di una Nuova società  rurale, la salvaguardia dei valori paesaggistici è un requisito essenziale e comporta l’adozione ed il rispetto di elementari regole di intelligenza pianificatoria:

  • tenere fuori dei flussi di attraversamento nodale le forme storiche degli insediamenti;
  • evitare di fondere in agglomerati indistinti i nuclei densi e le case sparse e mantenere anche alle frazioni la loro riconoscibilità ;
  • impedire il riempimento additivo della fascia collinare, e la saturazione della distanza che separa i nuclei storici alla sommità  e le vie di scorrimento veloce a fondo valle;
  • insediare le vie del traffico nodale sul basso, previa valutazione adeguata dei flussi esistenti e delle potenziali mobilità , e del risparmio di spazio consentito da più efficienti e veloci reti telematiche;
  • potenziare i supporti fisici delle reti telematiche in parola, e renderle di accesso culturale e sociale amichevole e difuso, anche a correzione del digital divide intergenerazionale;
  • contenere l’impatto ambientale delle infrastrutture più invasive con tutte le opportune scelte di mitigazione e compensazione;
  • favorire un criterio generale di complementarietà  ed oscillazione fra “vuoti” e “pieni”, linee e isole, nodi e flussi, in un quadro dal forte significato tassonomico riconoscibile.

Sembra implicito che ciò comporti una più elevata e governata interdipendenza fra zone abitate, campagne coltivate e naturalità  fruibile, perseguendo l’obiettivo di avere più natura e più qualità  ambientale nell’ urbano, più qualità  sociale e maggiore dotazione culturale nel rurale. Non vanno tuttavia in tale direzione, e appaiono perciò destinati ad intrinseca contraddittorietà , quei programmi detti di “sviluppo locale” peraltro ampiamente perseguiti negli ultimi tempi che pretendono di realizzare obiettivi fra loro sostanzialmente incoerenti: costruire aree industriali, dispositivi di supporto alle attività  agroalimentari, capannoni di stoccaggio e lavorazione, infrastrutturazioni di viabilità  pesante, ma avere anche negli stessi luoghi, con gli stessi piani, talora con gli stessi finanziamenti produzioni di agricoltura biologica tipica e di nicchia, turismo di alta qualità , beni culturali e ambientali ripristinati e fruibili, riuso di centri storici per nuova residenzialità  e accoglienza. Programmi che sovente si esauriscono con i finanziamenti che li hanno alimentati, lasciando dietro di sé più dissipazione di risorse che capitale sociale sviluppato ed autosostenibile. Per concludere con una immagine. Non sembra dubbio che gli amanti del silenzio ed i cultori del chiasso non possono convivere, gli uni accanto agli altri, nel rispetto delle loro specifiche preferenze. Poiché alla fine il gioco è a somma zero, i meno invadenti finiranno per soccombere. Allo stesso modo, si può dire che un impatto da crescita sregolata, non governata secondo una visione di coerenza e sostenibilità , va a danno della base fisica che regge i valori territoriali, attenta alle loro qualità  microsistemiche, e finisce per produrre l’effetto Chronos: il territorio che “mangia se stesso”, perde valori autentici ed espelle deiezioni e degradi. Di questi esiti perversi la qualità  delle forme percettive, e la bellezza dei luoghi, saranno le prime e silenziose vittime.

La festa itinerante dei Centri Storici minori

I centri storici minori sono una realtà  molto importante del nostro Paese. Ben il 91,8% dei comuni italiani hanno meno di 15 mila abitanti; la loro superficie complessiva è pari al 79,4% del territorio; quasi tutti hanno un nucleo storico, di valore più o meno rilevante. Questi insediamenti raccolgono circa il 42,2% della popolazione; al loro interno, numerosi borghi antichi sono stati abbandonati, soprattutto dai giovani, alla ricerca di un lavoro o di alloggi migliori. In un certo senso si potrebbe provare ad assimilare questi piccoli centri storici alle periferie urbane: hanno certamente in comune il degrado fisico e sociale; là  dove nelle periferie il fenomeno si associa a stati di densità  e nei centri storici minori a fenomeni di de-densificazione. Questo solo per afermare che se è importante occuparsi delle periferie è altrettanto importante occuparsi dei territori minori. Dunque, l’idea di organizzare una festa che parli dei centri storici minori e che ne racconti la vitalità  e l’apertura promossa da FOCUS, Master ACT e Monti&Taft 1 nasce dall’esigenza di riempire un gap rispetto ad un “soggetto” che non merita di essere confinato a mero oggetto di studio per pochi appassionati o ad oggetto di puro consumo turistico, che deve, piuttosto, essere esaltato per le potenzialità  e le caratteristiche di luogo di “terra” di crescita e di espressione. La denominazione attribuita alla festa tende a mettere in relazione due dimensioni: quella del piccolocentrostorico(xs-extrasmall)equelladelsuo territorio (terre). Generalmente quando si parla di centri storici, soprattutto minori, si pone l’attenzione prevalentemente sul borgo, sull’edificato storico. Di fatto un centro storico minore è anche il suoterritoriovasto,chepuòestendersiapiùcomuni e ad altri centri storici; è la potenzialità  di questa dimensione a svilupparsi attraverso risorse endogene ed esogene. La Festa si presenta, dunque, con un marchio, accompagnato dal sottotitolo terre di!, che consentirà , a ogni edizione, di specificare il tema oggetto dell’anno. Per il 2008 si tratta di terre di sviluppo.

  • con “terre di sviluppo” si suggerisce il fermento, la condizione di patrimonio inespresso in attesa di risveglio, la scoperta del circuito più adatto per far circolare la corrente della valorizzazione; la ‘festa’ è la scossa, l’occasione gioiosa per lo scambio, l’occasione d’incontro;
  • “itinerante” è l’evento che testimonia dell’apertura e vitalità , della necessità  di tessere legami, di scoprire corrispondenze tra contesti e reti, di approfondire, ridisegnandola, una più ampia mappa di possibilità  per lo sviluppo 2.

In tale contesto, la manifestazione si pone l’obiettivo di costruire un luogo di scambio di tutti gli attori, pubblici e privati, che operano nei processi di riqualificazione di questi centri. Attività  e workshop coinvolgeranno anche i cittadini e le comunità  locali per mostrare alla Comunità  internazionale la forza innovativa che nel giro degli ultimi anni questi sistemi territoriali sono stati in grado di esprimere nella promozione dello sviluppo locale e di percorsi di valorizzazione dei patrimoni storici, culturali e ambientali. L’intervento ha come obiettivo quello di costruire uno spazio in cui lasciar sfilare le realtà  più interessanti che operano con interventi creativi sul territorio; di costituire un luogo d’incontro di prassi innovative, professionali, culturali e produttive legate ai mondi locali. La festa intende anche documentare, con una serie di iniziative, i contenuti della contemporaneità  e contribuire a consolidare la necessità  di un’apertura alla cultura del territorio come possibilità  di sviluppare mercati e interessi e come strumento di dialogo con le esigenze delle comunità  locali. Quello che si intende ofrire è una funzione di bussola, una mappa che tiene insieme cultura, storia, paesaggio, innovazione, creatività  in “piccole” reti (materiali e immateriali) produttive, di commercializzazione e servizi in grado di rendere competitivo il territorio. L’impatto generale atteso è quello di porre le basi e le forme per la costruzione di percorsi di sviluppo locale dei territori storici, anche a livello intercomunale, che coinvolgano il pubblico e il privato e che possano essere assunti, progressivamente, a livello esteso da un grande numero di Paesi europei. Ciò al fine di valorizzare in maniera appropriata le risorse locali, riducendo la pressione sulle amministrazioni locali di piccola dimensione che dispongono di budget sempre più ridotti. Lo scambio di esperienze su aree diverse, ma su temi spesso complementari, o comunque simili, potrà  contribuire a costruire un ricco data base, che sarà  raccolto in un sito ad hoc, dal quale partire per costruire i temi e le proposte dei nuovi incontri e implementare le capacità  progettuali. Due convegni, con manifestazioni culturali annesse, previsti per il 2008:

  • il 15 febbraio a Orvieto: è un incontro che vede l’importante compresenza delle confederazioni degli artigiani e dei commercianti per discutere su soggetti, attività  e forme di rivitalizzazione dei centri storici;
  • in settembre a Spoleto: attrattività  territoriali e reti globali, intende guardare al centro storico minore come a un luogo il cui sviluppo non è più legato, in maniera unica ed esclusiva, ad attività  economiche strettamente commerciali e produttive, ma anche ad altri sistemi ugualmente capaci di accrescerne il valore e l’attrattività  come quello dei beni immateriali, che rimandano alla storia e alle tradizioni delle popolazioni locali, e ai segni materiali e immateriali lasciati da coloro che lo abitano (e che lo hanno abitato in passato).
  1. Master ACT, sulla valorizzazione e gestione dei centri storici minori, Università  “La Sapienza” di Roma (w3.uniroma1.it/arcorvieto);Monti&Taft, Società  di management culturale (www.monti-taft.org).
  2. Alberto Arletti, Appunti per una bibliografia sui centri storici minori, in corso di pubblicazione.

Paesaggio? Che sapia mi, qua no ghe ne xe

Paesaggio? Che io sappia, qua non ce n’è. E’ la risposta che due ricercatrici dell’Università  di Padova hanno ricevuto nel corso di una indagine nella città  difusa veneta.1 Una afermazione che palesa la difficoltà  della nostra società  di riconoscere il paesaggio in chiave di contesto di vita quotidiano. Questo ancorché il paesaggio eserciti un ruolo sociale significativo, tale da influenzare decisioni, comportamenti e aspirazioni sia delle singole persone, sia di comunità . Una difficoltà  che si riscontra, purtroppo, anche nelle istituzioni pubbliche e in particolare in quelle dello Stato che detengono la competenza esclusiva della tutela del paesaggio, ma che la esercitano secondo una concezione passatista e canoni prevalentemente formali, obbligando gli enti locali e le popolazioni al ruolo di spettatori di un paesaggio istituzionalmente definito che in realtà  non esiste. Un paesaggio statico e limitato ad alcuni lembi di territorio che presentano caratteri peculiari (i cosiddetti beni paesaggistici). In definitiva una posizione culturale non dissimile da quella dell’agricoltore veneto secondo il quale il paesaggio forse “ce n’è a Piove di Sacco, dove ci sono i casoni e forse alle Motte”; cioè posti da visitare perché mantengono tratti residui di tipicità . Lo stato di degrado del paesaggio italiano ci evidenzia tuttavia, l’impossibilità  di conservare anche le sole tipicità  se non si governano le trasformazioni del territorio. E’ sempre più evidente infatti l’incapacità  d’inscrivere lo sviluppo, le trasformazioni, il rapido mutamento del territorio in un paesaggio voluto e collettivamente controllato. Ciò produce un’alterazione agli equilibri ed è fonte di crescente malessere sociale per l’influenza diretta che il paesaggio stesso esercita sulle condizioni di vita e, in prospettiva, sul sistema economico che ha sempre più necessità  di rendersi competitivo a scala globale. Nell’era dell’economia della conoscenza e dello sviluppo digitale, tornano a essere fondamentali per la competitività , il paesaggio e il territorio, a condizione però che se ne colgano significati e opportunità  e che la società  nel suo insieme sia messa nelle condizioni di interpretarli come tali. Un processo interpretativo, fino ad oggi, per nulla o scarsamente perseguito dalle politiche territoriali, urbanistiche, oltre che dagli strumenti utilizzati per la gestione del paesaggio, ma assolutamente necessario per mettere in valore nella contemporaneità  la risorsa paesaggistica. Occorre ribadire che il paesaggio (che nella nozione europea 2 è rappresentato dall’intero territorio e ricomprende tutti i tipi di paesaggio) è un prodotto eminentemente culturale, frutto della percezione sociale del territorio. Un supporto fisico, tangibile che possiamo guardare, toccare, misurare e contestualmente un fenomeno interpretativo impalpabile attraverso il quale le singole persone o una collettività  nel suo insieme assegnano significati e valori ad un determinato territorio. La fisionomia e contemporaneamente il pensiero di una persona come efficacemente lo rappresenta il filosofo Claude Rafestin. Un processo relazionale di “appropriazione consapevole” da cui la popolazione è stata fino ad oggi esclusa per l’afermazione di una cultura tradizionalmente elitaria che si è impadronita dell’interpretazione del paesaggio e che ne condiziona tuttora pesantemente l’evoluzione. Conseguentemente, è difusa la convinzione che le trasformazioni che si determinano incessantemente nel territorio siano un fenomeno avulso dalla tutela del paesaggio. Purtroppo per noi, l’esercizio della tutela, non è un problema che si misura con inventari più o meno completi, quantità  di vincoli o piani adeguati ai dettami ministeriali, ma con la capacità  di perseguire l’integrazione, il coordinamento e la finalizzazione di ogni singola azione di trasformazione verso un progetto consapevole e condiviso di paesaggio. Una tutela priva di progetto, e per di più autoreferenziata, si trasforma inevitabilmente nel terreno di scontro per il controllo delle dinamiche territoriali, sociali ed economiche che continuativamente distorcono significati, valori e caratteri del paesaggio. Non basta, dunque, conservare l’aspetto esteriore dei luoghi, restaurare i contenitori storici o riqualificare le città , né controllare la sola trasformazione fisica del territorio per migliorare il paesaggio, perché esso assume valore nel rapporto con la popolazione, in funzione del significato, degli usi e della immagine che questa gli attribuisce. E’ quanto mai urgente intervenire sul modello culturale ed economico della società  fornendo le chiavi interpretative necessarie per una corretta percezione del paesaggio, afnché possano effettivamente afermarsi nuove qualità , nuove identità , nuove appartenenze, nuovi riferimenti, nuove economie; altrimenti non c’è paesaggio! L’opportunità  di mettere in pratica gli orientamenti sopra richiamati è fornita dalla necessità  di adeguare i piani paesaggistici al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Una attività  che deve diventare l’occasione per elaborare una Strategia generale 3 tale da fare assumere al paesaggio il ruolo di orientamento, supporto e monitoraggio della qualità  dell’intero sistema regionale, concependo una gestione marcatamente progettuale che, partendo dall’individuazione delle potenzialità  e dal riconoscimento dei rischi di perdita di valori a livello locale, inneschi processi di invenzione, di identificazione e riqualificazione dei paesaggi in rapporto alla specificità  dei singoli contesti e alle aspirazioni delle diverse comunità  locali. Una strategia che si sviluppa secondo due principali linee di intervento: una rivolta a salvaguardare il paesaggio, in quanto patrimonio collettivo e risorsa per lo sviluppo (la matrice identitaria, il carattere e l’immagine dei territori, le diversità  locali), l’altra tesa a migliorare la qualità  difusa dei paesaggi ordinari, degli ambienti di vita quotidiani, di quelli del lavoro e del tempo libero. Questo approccio, che implica un ribaltamento della logica conservazionista classica, contempla il territorio globalmente inteso, anziché i singoli beni tutelati, e sposta l’attenzione sul complesso tessuto relazionale che ha storicamente legato il patrimonio naturale a quello culturale e che tuttora lega la funzionalità  e la qualità  dei paesaggi all’uso e alla fruibilità  antropica del territorio. In conclusione è assolutamente fondamentale non solo riconoscere, ma anche riconoscersi nel paesaggio, perchè “solo se si raforzerà  il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia le loro identità , sia le diversità  locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale. Tale realizzazione è alla base dello sviluppo sostenibile di qualsiasi territorio, poiché la qualità  del paesaggio costituisce un elemento essenziale per il successo delle iniziative economiche e sociali, siano esse private o pubbliche” (Cep, 2000).

  1. Castiglioni B., Ferrario V., Dove non c’è paesaggio: indagini nella città  difusa veneta e questioni aperte, Riv. Geograf. Ital., 114 (2007), pp.397 – 425.
  2. Convenzione Europea del Paesaggio aperta alla firma dei paesi membri del Consiglio d’Europa a Firenze il 20 ottobre 2000, ratificata dall’Italia con legge n.14 del 2006.
  3. Governo e riqualificazione solidale del territorio. Progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna. Titolo III – BIS”Tutela e valorizzazione del paesaggio.

Paesaggi e Paesaggio

Il paesaggio non era niente e non interessava a nessuno. Era talmente poco importante che quei brani di mondo abbandonati da Dio e dagli uomini, che stanno e crescono ai margini delle città  venivano chiamati”vuoti urbani”: il nulla. Non più fortunati erano i “non paesaggi”, ovvero “i non luoghi” che probabilmente potrebbero essere le parti inesistenti di paesaggi assenti. Ma chi può abitare i non luoghi? Probabilmente dei “non abitanti”. Questo problema non era stato risolto: temo, in effetti, che ogni risposta a tale domanda sarebbe stata “politicamente scorretta”. Il paesaggio esisteva, allora, più per negazione che per presenza. Certo. à molto più semplice, quando una cosa è inaferrabile, dire cosa non è, piuttosto che cosa è. Anche se poi, a parte la “boutade” di effetto, l’utilità  del”cosa non è” è tutta da dimostrare. Il paesaggio era un’astrazione e, pertanto, non tutti potevano goderne. Non tutte le menti hanno capacità  di astrazione e, comunque, ogni mente ne ha un livello diverso. Ma, allora!!Orrore! Il paesaggio non era un oggetto democratico, ma qualcosa per pochi eletti. Solo per visionari o per quanti erano in grado di fare strane elucubrazioni mentali a forma di colline fiorite o campi contornati da alberi frondosi. Tutti gli altri, i più, erano esclusi. Infatti non ne parlava nessuno, se non in qualche salotto buono, un po’ di soppiatto, senza farsi troppo sentire perché si faceva la figura degli snob. Taluni osavano, sottovoce, ipotizzare che, forse, qualcosa di concreto nel paesaggio c’era. Forse, si sussurrava, il paesaggio è fatto di aria, di acqua, di suolo, di piante, di animali e di uomini e di tutto quanto questi percepiscono, pensano e fanno. Oggetti concreti? Che trivialità ! No no, è solo nella mente umana: infatti c’è un paesaggio per ogni persona al mondo! Caspita. Una folla. Come fanno a starci tutti quei paesaggi su questa povera nostra terra già  così densa e afaticata? Altri, per la verità  si contavano sulle dita di una mano, pensavano addirittura che fosse un sistema. Un sistema complesso in cui l’ecosfera e la noosfera si intrecciano continuamente generando nuove combinazioni, nuove situazioni. Questo è veramente troppo: il paesaggio come luogo di produzione delle novità  che stanno alla base dell’evoluzione! E Darwin che fine ha fatto? Forse era giusto metterlo nei cassetti come, per altri motivi meno interessanti e nobili, in alcuni luoghi del mondo è stato fatto. Meglio pensare che fosse un’astrazione, dava sicuramente meno problemi. Come tale, non si poteva toccare, plasmare, pasticciare, e neppure!.. arrafare. No, no, non interessava proprio quasi a nessuno. Ma se non si poteva toccare, com’è stato che in tutti questi anni se ne è fatto uno scempio? Come è potuto succedere che un’entità  che non c’era, è stata reiteratamente distrutta in più parti? Intanto che i più pensavano ad altro e i pochi eletti filosofeggiavano, la macchina delle trasformazioni ignoranti lavorava in modo indefesso, stravolgendo pesantemente qualcosa che non c’era, ma era un capitale unico e irripetibile. Mentre in Italia e altrove, si consumavano fatti e misfatti, il Consiglio d’Europa ci ha regalato la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP), la quale, con il ben noto pragmatismo nordico, ci ha riportati prontamente alla realtà , dandoci addirittura una definizione di paesaggio. La CEP, considera il paesaggio un sistema complesso, infatti “Il termine” paesaggio” 1 viene definito come una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall’azione di fattori naturali e/o culturali (ossia antropici). Tale definizione tiene contodell’ideacheipaesaggievolvonocoltempo,per l’effetto di forze naturali e per l’azione degli esseri umani.Sottolineaugualmentel’ideacheilpaesaggio forma un tutto, i cui elementi naturali e culturali vengono considerati simultaneamente”. Tale definizione si pone come un importante riferimento concettuale e operativo anche perché, considera sia gli aspetti cognitivi propri degli abitanti e dei visitatori, sia gli aspetti ambientali nel loro dinamismo, sia le interazioni tra tutto questo. La CEP, dunque, tende verso l’integrazione dei diversi approcci disciplinari che, nel Paesaggio, convergono. Ancora “la convenzione si applica all’insieme del territorio europeo, che si tratti degli spazi naturali, rurali,urbanioperiurbani.Nonlasipotrebbelimitare unicamente agli elementi culturali od artificiali, oppureaglielementinaturalidelpaesaggio:siriferisce all’insieme di tali elementi e alle relazioni esistenti tra di loro.” Ecco che si deve superare il dualismo uomo-natura e la conflittualità  intrinseca in questo approccio: sono le interazioni, infatti, gli elementi caratterizzanti il Paesaggio, il quale si pone come la risultante di tutto ciò che accade sia per cause naturali che per cause antropiche e le une condizionano le altre. Al paesaggio, nella sua interezza, viene riconosciuto un importantissimo ruolo alla base non solo della vita quotidiana delle persone, ma anche del sistema socio-economico: “il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale,sulpianoculturale,ecologico,ambientalee sociale ecostituisceunarisorsafavorevoleall’attività  economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro; il paesaggio è in ogni luogounelementoimportantedellaqualità dellavita dellepopolazioni:nelleareeurbaneenellecampagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità , nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana”. Possiamo quindi dire che il paesaggio è un insieme unico e indivisibile, costituito da entità  diverse che si incontrano e si rimescolano di continuo: gli oggetti concreti e tangibili (i prati e i boschi, le strade e gli edifici, i corsi d’acqua, le montagne e le pianure, ecc.), che nel loro insieme lo costituiscono e mantengono in vita la seconda grande entità : i processi (le forze fisiche e biologiche, naturali e antropiche e le relazioni richiamate dalla convenzione, tra cui i processi decisionali), la percezione che ognuno di noi ha di questi insiemi, che ci permette di interpretarli, viverli e modificarli ognuno a proprio modo, il tempo durante il quale avvengono le trasformazioni per effetto dei processi e delle scelte che ognuno di noi, quotidianamente, opera anche in base alla percezione del proprio intorno. Dunque, secondo la CEP; il paesaggio è costituito da parti oggettivamente rilevabili, concrete, costituite da elementi, e forze definibili e misurabili (potremmo definirli come la componente “ambientale” del paesaggio), e una parte decisamente soggettiva, ma fortemente condizionata dalla prima, che attiene alla natura propria degli individui e delle comunità  e alla loro capacità  di decodificazione e interpretazione del mondo che li circonda. Le due parti si influenzano a vicenda attraverso continui scambi di informazioni che determinano l’evoluzione dei paesaggi. Il Paesaggio, trasformandosi continuamente, è. Ed è un’entità  che vive. Queste considerazioni permettono di arricchire le metodologie di studio del paesaggio, le quali devono integrare gli aspetti puramente sensoriali e cognitivi con quelli oggettivi, i quali aferiscono al campo delle scienze fisiche e biologiche. Ma come? Allora il paesaggio è. Non è solo un “non è”. Non solo. L’opportunità  che la CEP ci ha fornito è quella di mettere ordine nei vari concetti di Paesaggio, ufficializzandone uno che, al di là  delle diverse concezioni e sfumature, può costituire il riferimento primo del legislatore e degli operatori. La CEP è stata sottoscritta per la prima volta da alcuni stati membri, tra cui l’Italia, il 20 ottobre 2000, a Firenze. à stata ratificata nel 2006 dallo Stato italiano con la legge n. 14-2006. Dunque, dal 2000 il paesaggio è ufficialmente apparso in Italia, dapprima sommessamente, in modo molto discreto, poi via via sempre più rumorosamente. 2 strumento di recepimento e attuazione della CEP. Probabilmente il buon senso avrebbe suggerito questo. Invece il Codice risultava quasi totalmente estraneo alla Convenzione, al punto tale da sembrare, talvolta, che lo scrivente non fosse a conoscenza della CEP. Tutto il decreto è impostato su un concetto di paesaggio fortemente, se non unicamente, legato agli aspetti storici e culturali, basato su una gerarchizzazione dei valori paesistici in funzione della storicità  e della bellezza dei luoghi, anche se le modifiche del 2006 ne hanno migliorato alcune parti: “La tutela e la valorizzazione del paesaggiosalvaguardanoivaloricheessoesprimequali manifestazioni identitarie percepibili”, non considerando, nei fatti, tutta la ricchezza che la CEP segnala nei confronti delle relazioni tra le componenti concrete ed oggettive, anche molto diverse, e le componenti soggettive, e dell’importanza del paesaggio, del suo dinamismo per la qualità  di vita delle popolazioni, dei legami con il sistema socio-economico e del fatto che non esistono solo i luoghi eccezionali, ma che anche i luoghi degradati necessitano di attenzione. Nel Codice tutto ciò esiste in modo molto sfumato, quasi un contorno”Ai fini del presente codice per paesaggio si intendono parti omogenee di territorio i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche 3 interrelazioni . Mentre nella definizione esiste il concetto di relazione, gli strumenti attuativi sono in netta prevalenza diretti alla tutela dei “beni paesaggistici”, ossia di oggetti ben identificabili e indipendenti da un contesto statico che può anche essere estraneo. Questo concetto porta alla conservazione museale di qualcosa che vive, Ora, intorno al paesaggio, c’è il fragore del caravanserraglio dei fuoriusciti da quel deserto dove il nulla era un oggetto prezioso, sconosciuto ai più. Improvvisamente il numero dei “paesaggisti”, o simili, è cresciuto esponenzialmente generando in tempi brevissimi una quantità  di esperti, inesistenti fino al 1999: un nuovo miracolo italiano. Ma il nostro è uno strano paese: nel tempo intercorso tra la firma e la ratificazione della CEP, lo Stato italiano ha ritenuto opportuno dotarsi di un altro provvedimento inerente il Paesaggio: nel 2004, vara il Codice dei Beni culturali e del Paesaggio . Poteva trattarsi dello induce a non vedere le relazioni fondamentali tra elementi diversi, tra le parti e il tutto e viceversa, tra gli oggetti e le persone che li vivono: ma anche l’oasi più protetta, se il deserto avanza, tende a inaridirsi perché le relazioni contano più dell’oggetto in sé. Il codice porta a dividere il nostro mondo tra paesaggi di serie A da tutelare e proteggere e paesaggi di serie B e C nei quali è ammesso perpetrare qualsiasi scempio. Senza pensare che, tra l’altro, il degrado dei paesaggi di serie B e C, nel tempo, investirà  anche la serie A perché se le regole cambiano, poi, cambiano anche i giocatori. La CEP, invece, ci ha spiegato come mai siamo riusciti a compiere tutti quei danni: il paesaggio, ci dice, non è solo dentro la nostra testa e non è solo in certi luoghi. Il paesaggio è tutto il nostro mondo, è quello che ci circonda, che tocchiamo, manipoliamo, vediamo, decodifichiamo e, quindi, modifichiamo secondo le nostre necessità  e voglie. E dopo averlo modificato, lo vediamo ed elaboriamo diversamente: è cambiato, ma non solo nella nostra testa. E’ cambiato veramente, talvolta sparito, consumato. La CEP, inoltre, invita a “riconoscere giuridicamente il paesaggio”. Si tratta di una grande novità  nei confronti della tutela e della gestione del paesaggio, ripresa peraltro dal codice che introduce il regime sanzionatorio per le violazioni alla tutela dei beni paesaggistici (non del paesaggio). E’ da segnalare come l’idea europea di paesaggio sia quella di un oggetto concreto, in qualche modo individuabile, e rappresentabile, tanto da poter essere difeso nelle aule dei tribunali, se pur variamente interpretabile e percepibile dalle popolazioni. Peraltro, al momento attuale, Il Codice del Paesaggio resta l’unico strumento attuativo per la gestione del paesaggio, e fornisce disposizioni nei confronti della tutela dei “beni paesaggistici” (non del paesaggio), della formazione dei Piani paesistici, nonché del regime sanzionatorio in presenza di illeciti. In definitiva ci troviamo di fronte ad un profondo salto culturale, all’indietro, rispetto alla CEP, la quale, al contrario, ci spinge ad uno sforzo importante di integrazione tra le teorie scientifiche derivate dalle scienze ecologiche e dalla geografia, quelle storiche, estetiche e percettive derivate dal mondo dell’arte e della letteratura e quelle socio-economiche legate alle scienze sociali, psicologiche ed economiche. E in questa innovazione concettuale ci fornisce strumenti non tanto per la tutela, quanto per la gestione attiva di quel sistema dinamico che costituisce l’ambiente di vita delle popolazioni e che con esse si evolve e trasforma continuamente. E’ abbastanza interessante notare come, nei diversi paesi europei, ci siano delle diferenze sostanziali nell’intendimento del paesaggio, cosa che sottolinea ulteriormente l’importanza della Cep per un’integrazione e un completamento reciproco dei diversi concetti così da arrivare, in tutta Europa, ad un concetto che possa tener conto il più possibile della complessità  che caratterizza il paesaggio. A questo proposito, mi piace ricordare un’episodio significativo: un paio di anni fa stavo traducendo un testo sull’incertezza nella pianificazione di M. Antrop (2006), in cui l’autore, belga, richiamando il testo della CEP, aveva ritenuto opportuno specificare ai suoi concittadini che “La convenzione richiama inoltre l’importanza dell’estetica, dei valori scenici e non solo le funzioni economiche, ecologiche e di utilità “, sottolineando l’importanza dei valori estetici e percettivi, che devono essere considerati al pari di quelli ecologici ed economici, quindi di gestione delle risorse naturali. Questi ultimi infatti, sono tradizionalmente dati per scontati nella cultura medio-europea sul Paesaggio, la quale ha da sempre influito fortemente sulla gestione delle risorse naturali. Al contrario in Italia, riferendosi ai medesimi contenuti della Convenzione, viene in genere sottolineato come novità  il richiamo ai valori ecologici ed economici, spesso trascurati nelle teorie e nella prassi. Queste infatti, tendono a privilegiare le funzioni estetiche e percettive, con ricadute gestionali totalmente diverse da quelle medio Europee. Ecco che la Convenzione europea può giocare un ruolo veramente importante nell’amalgamare le culture e, conseguentemente, tracciare le strade per percorsi di gestione del paesaggio sempre migliori, che ne integrino la multifunzionalità . Mi piace concludere con un ultimo richiamo alla Convenzione: Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di “subire i loro paesaggi”, quale risultato di evoluzioni tecniche edeconomichedecisesenzadiloro.Ilpaesaggioèuna questione che interessa tutti i cittadini e deve venir trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale. Questo passo, se ancora rimanevano dei dubbi, sposta il valore del Paesaggio da “bene di lusso”, quindi opzionale, a “bisogno” per il benessere dei cittadini. Pertanto è necessario che la qualità  del paesaggio, nella sua completezza, diventi obiettivo fondante di piani e progetti ed esca dal ghetto dell’”imbellettamento a posteriori”, funzione nel quale la visione estetica prevalente, in Italia, l’aveva relegato. Inoltre impone che la crescita culturale che la Convenzione ha spinto ad imboccare sia continua, rapida e difusa. Ciò per far sì che i cittadini siano in grado di rendersi conto dell’importanza del paesaggio e dei risultati delle modifiche indotte su di esso, e abbiano gli strumenti per non “subire i loro paesaggi”. Al termine di queste note sintetiche sulla molteplicità  di intendere il Paesaggio, possiamo afermare che la complessità  ha tante facce, ma l’oggetto è uno. E’ tempo di trovare la strada per descriverlo nella sua complessa interezza e di mettere questa nuova conoscenza al servizio delle scelte, in modo tale da limitare quelle sbagliate, quelle che consumano il Paesaggio invece di aiutarlo a vivere. Per fare ciò è indispensabile giungere ad una integrazione tra le diverse teorie parziali, al fine di sistematizzare quella che alcuni autori definiscono la “Scienza del Paesaggio” (Klijn & Vos, 2000, Farina, 2004). Tale integrazione non costituisce solo un interessante tema di dibattito scientifico, ma apre a nuovi approcci al paesaggio, con risvolti applicativi molto promettenti. Il cammino è sicuramente ancora lungo, non privo di difficoltà  e necessita non solo di studi e ricerche, ma anche dell’atteggiamento che Popper attribuisce al vero pensiero scientifico nel richiamare la necessità  di “falsificare” le teorie precedenti, al fine di trovare nuove soluzioni ai problemi, mantenendo, comunque, un atteggiamento di forte critica nei confronti delle nuove soluzioni, perché queste possano contribuire effettivamente ad un avanzamento del sapere scientifico e si possano formulare nove teorie realmente efficaci. Per quanto riguarda il paesaggio molte sono le tesi assolutistiche che vanno superate per poter giungere all’integrazione di cui sopra, ma la strada pare tracciata.

Riferimenti bibliografici Antrop, M., 2006, Landscape planning and uncertainty, in Gibelli, G., Brancucci, G. (a cura di), Pianificare L’Incertezza, Siep-Iale, Milano. Farina A., 2004, Verso una scienza del paesaggio, Oasi Alberto Perdisa. Klijn J. & Vos W., 2000. From Landscape Ecology to Landscape Science. WLO, Wageningen, Kluwer Academic Publ., 162 pp. Priore, R., 2006, Convenzione Europea del Paesaggio – Il testo adottato e commentato, Edizioni Centro Stampa d’Ateneo, Reggio Calabria, pp.95. Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157. Legge n. 14-2006.

  1. Sono richiamati alcuni stralci del testo della Convenzione, all’interno dei quali si ritrovano molti degli aspetti che determinano la complessità  del paesaggio e ne definiscono alcuni caratteri fondamentali. Il testo in corsivo è tratto dalla Convenzione. In neretto i concetti che si ritengono più importanti e che, analizzati uno per uno, contribuiscono a definire il paesaggio nella sua complessità . Si specifica che i testi sono tratti dalla difusa traduzione di R. Priore e G. Anzani (2006), non risultando, al momento, una traduzione ufficiale da parte del Governo italiano.
  2. Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, modificato con il Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157, per quanto riguarda il Paesaggio.
  3. Le parti in corsivo si riferiscono al testo così come modificato con il D.L. 157 del 24-03-2006.

La riproposizione del paesaggio nella nuova pianificazione regionale

Il paesaggio al vertice Sulla tematica della tutela paesistica e della relativa disciplina di attuazione esiste un’ampia letteratura, sia in campo giuridico sia disciplinare. Dagli anni ’80, le componenti ambientali e paesistiche hanno assunto un ruolo ed una posizione sempre di maggior rilievo all’interno dei processi di formazione dei piani, per garantire una corretta (sostenibile) gestione del territorio. Negli anni 90′, l’abbandono di soluzioni rigidamente vincolistiche ha visto la afermazione di un approccio alle tematiche paesistiche sempre più attento e integrato. Con il decreto legislativo 42/2004 (il c.d. Codice Urbani) e nel rispetto dei principi condivisi con la Convenzione Europea del Paesaggio, sottoscritta a Firenze nel 2000, si introduce la sostanziale innovazione che afronta il tema del paesaggio e non più solo in relazione ai paesaggi di eccellenza ma anche ai paesaggi del quotidiano e a quelli degradati che compongono il territorio nella sua interezza. La natura, l’ambiente, la storia, le dinamiche territoriali, uniti ai valori estetico-culturali, concorrono a collocare il paesaggio al vertice degli obiettivi della pianificazione di area vasta che in funzione della ConvenzioneEuropeadelPaesaggio,èchiamataariconoscereunruoloportanteedimprescindibileanche ai valori identitari attribuiti ai luoghi dalle comunità  locali. Il paesaggio è riconosciuto come risorsa essenziale indivisibile e bene comune della collettività . Il Codice è stato redatto con l’obiettivo di ridisegnare in una logica unitaria le materie inerenti il patrimonio storico, artistico, archeologico, già  tutelato dall’art. 9 della Costituzione Italiana 1.. L’accezione percettiva e la Convenzione Europea del Paesaggio “Landscape” means an area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interactionofnaturaland/orhumanfactors, secondo la versione ufficiale in inglese del Consiglio d’Europa dell’art. 1 della Convenzione Europea del Paesaggio. “Paesaggio” designa una determinata parte di un territorio, così come è percepito dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umaniedallelorointerrelazioni,secondolatraduzione italiana art. 1. La traduzione italiana del testo inglese della Convenzione Europea del Paesaggio ha ceduto ad una interpretazione arbitraria, in quanto l’art.1 non coglie il nuovo senso di paesaggio contenuto nella Convenzione, ma lo assimila al precedente concetto di paesaggio come bellezza naturale, nato in Italia con la L.1497/1939. Il paesaggio non è dunque una “determinata parte di territorio” come si legge nella traduzione italiana; è sufficiente leggere la versione inglese (o anche quella francese) per verificare che il senso di “determinata parte” non c’è, perché in base alla Convenzione tutto è e può essere paesaggio, e questo è uno dei motivi per cui la traduzione italiana viene assoggettata a diverse revisioni. Sarebbe meglio seguire una traduzione che riconosca il paesaggio come bene culturale, frutto della percezione identitaria della popolazione, riconosciuto senza separazioni nella propria complessità . “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” 2. Il paesaggio è anche un prodotto sociale e non rappresenta un bene stabile, ma dinamico. In base a queste caratteristiche, in quanto determinato dal carattere evolutivo e dalle condizioni percettive, il paesaggio è sempre in relazione all’azione dell’uomo. In particolar modo la percezione del paesaggio è frutto di un’interazione tra:

  • la soggettività  umana 3;
  • i caratteri oggettivi della fisiologica evoluzione dell’ambiente antropico o naturale 4;
  • i mediatori socio-culturali legati al senso di identità  riconosciuto da una società  su un determinato tipo di ambiente 5.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, è una costruzione complessa, composto come è da 184 articoli, redatto con l’obiettivo di ridisegnare in una logica unitaria materie, quali il patrimonio storico, artistico,archeologicoeilpaesaggio,tutelatedall’art. 9dellaCostituzioneedinteressatedallemodifichedel Titolo V della Costituzione, con ricadute dirette sulla attività  di pianificazione. La complessità  del Codice si presta, in alcuni passaggi, ad interpretazioni non univoche a rischio di essere smentite, annullate, o modificate nelle diverse circolari del Ministero dei Beni e delle Attività  Culturali (Mibac). Il grado di innovazione del Piano Paesaggistico Se si intende misurare l’effettiva diferenza tra il nuovo Piano paesistico del Codice (Pp)e la precedente pianificazione paesistica occorre confrontarlo con l’art. 5 della L. 1497/1939 e con il successivo RD 1357/1940, che nell’art.23 definisce i contenuti del Piano Territoriale Paesistico. I Piani Territoriali Paesistici di cui all’art. 5 della legge 1497/1939 hanno il fine di stabilire:

  • le zone di rispetto;
  • il rapporto tra aree libere ed aree fabbricabili in ciascuna delle diverse zone;
  • le norme per i diversi tipi di costruzione; * la distribuzione e il vario allineamento dei fabbricati;
  • le istituzioni per la scelta e la varia distribuzione della flora.

Si tratta dunque di uno strumento attuativo paragonabile ad un piano particolareggiato o, latu senso, di settore. Su questa base facilmente opinabile, prima della L. 431/1985 (la c.d. legge Galasso), sono stati redatti i Piani Regionali Paesistici e, con dei riferimenti interpretativi ai Piani Territoriali di Coordinamento ex L. 1150/1942, i Piani Urbanistico Territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici. Il nuovo Pp è uno strumento radicalmente diferente dai precedenti, sicuramente in grado di svolgere con efficacia un compito, quale quello prefigurato dalla Galasso, ma con una dimensione applicativa necessariamente multidisciplinare. Le novità  nel sistema delle pianificazioni Il tempo trascorso tra la L. 1497/1939 non è percepibile soltanto nelle mutazioni della forma del Pp, ma anche in quelle del contesto destinato ad accoglierlo, ovvero il sistema delle pianificazioni di settore come la L. 183/89 (per il Piano di Bacino), e la L. 394/91 (per il Piano delle Aree Protette) che, volendo semplificare la gestione territoriale, hanno modificato in modo rilevante i soggetti in campo e le competenze in atto. Si assiste quindi a:

  • una moltiplicazione della rappresentazione delle componenti paesaggistiche;
  • una diversificazione regionale della loro articolazione ed interpretazione.

La moltiplicazione degli strumenti di governo del territorio, genera elementi di criticità  indubbia nella gestione territoriale; all’apparire di piani di matrice ambientale si è aggiunta la pianificazione di settore, ma anche l’incorporazione delle tematiche ambientali (e quindi anche del paesaggio) negli strumenti tradizionalmente concepiti come urbanistici: Piano territoriale di Coordinamento Provinciale, Piano Regolatore Generale Comunale. Alla difficoltà  comunicativa dei piani alla scala di area vasta va ad aggiungersi la disomogeneità  delle legislazioni regionali in materia di territorio. Questi fattori, considerati nel loro insieme, danno la misura della complessità  insita in uno strumento di natura e specificità  così marcata quale il Pp, in un sistema tanto articolato e ad alta mutabilità  come quello regionale. La polivalenza del concetto di paesaggio Un ulteriore elemento da considerare è la trasversalità  del concetto di paesaggio. Il Pp interagisce potenzialmente con tutti gli strumenti di piano e con tutte le attività  passibili di modificare la fisionomia del territorio; vale a dire intercetta la quasi totalità  degli strumenti pianificatori e delle attività  antropiche nello spazio, si pensi alle interrelazioni tra paesaggio e difesa del suolo, oppure tra paesaggio e protezione ambientale, oppure alle relazioni, potenzialmente assai conflittuali, tra paesaggio e infrastrutture, nonché tra paesaggio ed insediamenti. Questo problema non è nuovo alla pianificazione di scala vasta. Gli esempi citati in precedenza presentano un problema di integrazione e di sovraordinazione: sia la L.183/89 che la L.394/91 hanno collocato i propri strumenti di pianificazione, rispettivamente il Piano di bacino ed il Piano del parco, al vertice del sistema delle pianificazioni, scelta che anche il Codice ripercorre. Amministrazioni pubbliche e paesaggio (art. 132 del Codice) Il comma primo contiene una dichiarazione di grande rilievo, vale a dire che le amministrazioni pubbliche cooperano per la definizione di indirizzi e criteri riguardanti le attività  di tutela, pianificazione, recupero, valorizzazione del paesaggio e di gestione dei relativi interventi; mentre il comma secondo introduce anche una corrispondenza, una specifica reciprocità , tra salvaguardia/ reintegrazione dei valori del paesaggio e sviluppo sostenibile. Pianificazione paesaggistica (art. 135) L’art. 135 costituisce una specie di presentazione al successivo art. 143 (che sviluppa i contenuti del PP), fissando tre elementi di rilievo:

  • le Regioni assicurano che il paesaggio sia adeguatamente tutelato e valorizzato, e a tal fine approvano Piani Paesaggistici: come elemento fondamentale per rendere i contenuti del Codice compatibili con i diferenti regimi di governo del territorio vigenti nelle Regioni, viene richiesta a queste di assicurare, nel contempo, la necessaria tutela e valorizzazione, redigendo materialmente i piani stessi consentendo peraltro alle Regioni di investire della materia paesaggistica anche le Province, con lo strumento del PTCP ed i Comuni con il Piano Urbanistico (art. 131 3°comma; articolo 145) 6;
  • vengono riunificate le nozioni di Piano Paesaggistico e di Piano urbanistico territoriale “con specifica considerazione dei valori paesaggistici”;
  • viene riconosciuta la natura complessa del Piano Paesaggistico, cui viene afdato il compito di definire le trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici, le azioni di recupero e di riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposte a tutela, nonché gli interventi di valorizzazione del paesaggio, anche in relazione alle prospettive di sviluppo sostenibile 7.

Il coordinamento della pianificazione paesaggistica con altri strumenti di pianificazione (art. 145) Non è compito del Codice mettere ordine nella disorganica struttura delle pianificazioni urbanistico-territoriali ed ambientali vigenti. Il Pp viene collocato al vertice del sistema di pianificazione. Come esplicitato dall’art. 156 1° comma (verifica edadeguamentodeipianipaesaggistici)entroquattro anni dalla entrata in vigore del Codice, le Regioni già  dotate di Piani Paesistici verificano la conformità  tra le disposizioni dei predetti piani e le previsioni dell’art. 143 e, quando in difetto, provvedono ai necessari adeguamenti, tab.1. Il secondo comma impegna il Mibac a predisporre, previa intesa con la conferenza Stato-Regioni, uno schema generale di convenzione con le Regioni in cui vengono stabilite le metodologie e le procedure di ricognizione, analisi, censimento e catalogazionedegliimmobiliedelleareeoggettodi tutela,ivicompreseletecnicheperlalororappresentazionecartograficaelecaratteristicheatteadassicurare l’operabilità  dei sistemi informativi. E’ così prevedibile l’avvio di una nuova e ricca stagione di pianificazione paesaggistica di adeguamento degli strumenti oggi vigenti. I profili del nuovo Pp ed i suoi contenuti (art. 143) Questo articolo disegna la pianificazione paesaggistica futura. Procede in prima istanza afermando, al comma primo, che il piano, dopo attenta ricognizione, ripartisce il territorio in ambiti omogenei,daquellidielevatopregiopaesaggisticofino aquellisignificativamentecompromessiedegradati. Viene successivamente specificato, al comma secondo, che il piano deve assegnare a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità  paesaggistica, prevedendo in particolare:

  • il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto contoanchedelletipologiearchitettoniche,nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;
  • le previsioni di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella listadelpatrimoniomondialedell’Unescoedelle aree agricole;
  • il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati,alfinedireintegrareivaloripreesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.

L’approccio disciplinare alla elaborazione del nuovo Pp viene descritto al terzo comma che parla di:

  • ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, esteticheedellelorointerrelazionielaconseguentedefinizionedeivaloripaesaggisticidatutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
  • analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione,dipianificazioneedidifesadel suolo;
  • individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità  paesaggistica;
  • definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
  • determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
  • individuazione degli interventi di recupero e riqualificazionedelleareesignificativamentecompromesse o degradate;
  • individuazionedellemisurenecessariealcorretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
  • individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, dasottoporreaspecifichemisuredisalvaguardia e di utilizzazione.

Così definito, il Pp rimanda esplicitamente all’art.6, ed in particolare alle lettere c), d) ed e), della Convenzione Europea del Paesaggio e si ritiene che questa scelta del Codice sia quanto mai opportuna per l’avvio di una pianificazione e di una gestione del paesaggio più accurata ed effettiva di quella fino ad oggi praticata 8. Occorre aggiungere che, dopo una iniziale impronta di chiarezza, i successivi commi dell’art. 143 (il quinto, il sesto, il decimo e il dodicesimo) 9 sembrano portare i segni di un dibattito non ancora compiutamente maturato, come dimostrano le diferenti versioni che lo stesso Codice ha avuto in itinere 10. Sarebbe peraltro opportuno definire con maggiore chiarezza l’iter di formazione del Piano stesso, anche in relazione alle due diverse possibilità  che sembrerebbero previste: la prima caratterizzata da una compiuta applicazione dei principi di collaborazione interistituzionale richiamati nell’art. 132 del Codice e la seconda, più tradizionale, caratterizzata dalla decisione della Regione, di procedere senza avvalersene. Le due strade conducono a risultati diferenziati:

  • le Regioni che scelgono la pratica concertativa, (con “Mibac e Minambiente”) per l’elaborazione del Pp, hanno la possibilità  di dispiegare compiutamenteletuttepotenzialità territorialiin essere; laricognizionedeivaloripaesisticisupera la settorializzazione territoriale delle categorie della Galasso o meglio, le aree tutelate per legge dall’art.142nonscompaionomavengonocalate nel territorio e riconfigurate nelle relazioni spaziali, e sono soggette ad una procedura partecipata. Ciò consente una maggiore fluidità  nella gestione del vincolo, in quanto il ricorso alla autorizzazione risulta potenzialmente di applicazione più circoscritta, essendo in alcune aree aperta la possibilità  di sostituirla con una verifica di coerenza della trasformazione da valutare nei suoi effetti paesistici;
  • le Regioni “non concertative”, escludendosi la possibilità dilimitareilricorsoallaautorizzazione neiterritoriindicatidall’art.152continuerebbero quindi ad operare in un regime simile all’attuale pur essendo comunque tenute a redigere il Pp secondo i percorsi innovativi dell’art. 143.

Riflessioni in atto Il Pp del Codice è uno strumento ormai compiutamente definito, che recepisce ad ampia scala le innovazioni emerse a partire dalla Legge Galasso ad oggi, passando attraverso la fondamentale Convenzione Europea del Paesaggio e che potenzialmente consente di gestire il paesaggio in maniera molto più efficiente rispetto alla pianificazione preesistente, con un approccio sensibilmente più strategico e operativo; approccio tuttavia troppo centralistico, da migliorare ancora assai sul fronte della sussidiarietà  e del coinvolgimento dei sistemi locali, impegnati nella costruzione, tutela e valorizzazione dei”loro paesaggi”. Il Codice prevede, come si è detto, la possibilità  che il Pp venga redatto di concerto tra Regione, Mibac 11 e Minambiente 12: questa possibilità  è resa vantaggiosa per le Regioni, in quanto, al contrario di Pp redatti in autonomia dalla sola Regione, il Pp concertato ha la facoltà  di riconfigurare spazialmente le aree soggette a vincolo, superando la rigida geometria delle categorie della Galasso. Il Codice prevede che le Regioni redigano inderogabilmente i nuovi Pp entro quattro anni dall’entrata in vigore dello stesso e quindi entro il maggio 2008; termine apparentemente rigoroso, ma che risulta meno certo se si tiene conto della complessità  dell’operazione da mettere in moto, della compresenza dei molteplici attori in gioco, della propensione pervicace del Paese a non chiudere i processi decisionali, con la verifica dei fatti, facendo delle riserve di competenza non un fattore di operatività  da mettere a disposizione del sistema ma un baluardo resistente a qualsiasi richiesta di integrazione (orizzontale e verticale) e di rendicontazione. Speriamo che la profezia questa volta non si avveri. La pianificazione regionale Sono presenti ormai in quasi tutte le Regioni i Piani Territoriali, contenitori di conoscenze e di politiche che hanno saputo/potuto interagire in varia misura con gli strumenti di pianificazione paesistica. I nuovi Pp dovranno integrarsi meglio nel sistema delle pianificazioni di matrice urbanisticoterritoriale per fare valere il proprio “punto di vista”. I nuovi Pp si svilupperanno in un sistema di pianificazione regionale molto più complesso rispetto al passato; in particolare si è gia accennato al fatto che molte Regioni si sono dotate di nuove leggi urbanistiche, o meglio di governo del territorio, più avanzate della legislazione nazionale ma tra loro diferenti per organizzazione e costrutto giuridico; nel contenuto è cresciuto negli ultimi anni il ruolo della pianificazione di settore (acque, cave, trasporti, rifiuti) ed infine molte delle Province si sono dotate di PTCP, capaci di esprimere al proprio interno la dimensione paesistica, possibilità  esplicitamente prevista dalla Legge n. 59 del 1997 (la c.d. Bassanini). Un’assunzione di maggiore consapevolezza paesistica viene richiesta anche agli strumenti comunali, che l’esperienza dimostra essere gli unici capaci, volendolo, di cogliere, gestire e tutelare le emergenze paesaggistiche locali; in qualche modo si tornerebbe così, rigenerandolo, all’originario piano paesistico ex L.1497/39. Non basta naturalmente che il Pp sia dichiarato necessario dal Codice sovraordinato agli altri strumenti; i suoi contenuti e la sua efficacia, se si vuole ottenere un Pp applicato e applicabile, vanno costruiti con estrema attenzione nel rapporto con le leggi (e non meno con le culture) regionali. I Piani Paesistici verso nuovi apporti e orientamenti I modelli tradizionali dell’approccio paesistico che rimandano alla “Storia del paesaggio agrario italiano” di E. Sereni si sono venuti via via arricchendo con contributi più attenti alla componenti naturalistiche, come l’ecologia del paesaggio, dell’antropologia, delle neuroscienze e della dimensione percettiva. Il nuovo Pp è stato volutamente configurato come uno strumento applicabile, ovviamente con modalità  e discipline diverse, all’intero territorio, ed è quindi naturale prevedere nel suo processo di redazione il coinvolgimento di saperi disciplinari diversi. Il Pp non potrà  comunque prescindere da una visione e da una metodologia di formazione unitaria, come qualunque strumento di pianificazione a cui si voglia attribuire efficacia e autorevolezza. Visione e metodologia unitaria che assicuri anche uniformità  di considerazione di analoghe componenti paesistiche in diversi contesti locali. Alcune Regioni, in passato, hanno costruito il proprio Piano Paesistico re-interpretando piani locali redatti con metodologie diferenziate; difficilmente queste esperienze hanno dato risultati positivi sia perché non si è riusciti a pervenire ad un prodotto unitario sia perché è risultata evidente la soggettività  di alcune scelte. La costruzione del Pp è una operazione sicuramente delicata e complessa, in sede sia politica che tecnica. Di fronte ad una innovazione di così vasta portata come quella del Codice è quanto mai opportuno auspicare che si arrivi alla costruzione di una metodologia unitaria che preceda la stesura dei nuovi Pp, assicurando omogeneità  di trattamento delle diferenti componenti dei mosaici paesistici regionali al livello nazionale. Sarebbe un grande successo pervenire ad una metodologia unitaria a livello nazionale, che valorizzi la ricchezza degli approcci disciplinari e sia sensibile a registrare i diversi e numerosi quadri ambientali che rendono unico il nostro Paese; senza cadere in percorsi omologanti e burocratici, che riuscendo a scendere di scala (in senso proprio e figurato) quanto basta, sino a riconoscere il paesaggio”fatto (dall’)uomo”. Piani Paesistici proposti da una azione concorde degli attori locali Locali, nei diversi contesti, possono sembrare una contraddizione in termini vista la tendenza centripeta in atto, ma si può ragionevolmente ritenere che essi potrebbero essere gli strumenti giusti per fare entrare con l’operatività  anche la qualità  nei processi di assetto e di sviluppo delle comunità  locali, lavorando in modo distinto, dialettico e fertile con l’applicazione urbanistica che serve una razionalità  sempre più bisognosa delle ambiguità  della visione paesistica per acquistare un senso nuovo e la consapevolezza necessario delle poste patrimoniali in gioco.

Riferimenti bibliografici “Il paesaggio, oltre che una sintesi, è un programma” Brà¼ckner, 1898 “Il paesaggio è un porzione naturalmente delimitata della superficie terrestre, le cui componenti naturali formano un insieme di interrelazioni e interdipendenze” Enciclopedia Sovietica, 1939 “Tutto ciò che v’è sull’involucro terrestre, tutto, nella sua esistenza e interferenza, costituisce il paesaggio”SzavaKovats, 1960 “Ilpaesaggioèlacomplessacombinazionedioggettiefenomeni legati fra loro da mutui rapporti funzionali, sì da costituire una unità  organica”- Sestini, 1963 “Il paesaggio è una costellazione di ecosistemi. Esso coincide inoltre con il processo evolutivo della biosfera i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”- Valerio Giacomini, 1972 “Ilgiocofraarteenaturanonchénaturaeculturacreapaesaggi dalla forma diferente, indicatrice, nello stile nell’architettura, della specifica cultura che l’ha promossa” – Rosario Assunto, 1984 “Unpaesaggioèunaparteeterogeneadiunaregione,composta da un’aggregazione di ecosistemi interagenti che si ripete in ogni punto con forme simili”- Forman e Godron, 1986 “Il paesaggio è un’unità  ecologica e culturale, spaziale e temporalee,parafrasandoTroll,èlacomplessivaentità spaziotemporale della sfera vitale dell’uomo”- Naveh, 1990 “Il paesaggio è un sistema di ecosistemi”- Ingegnoli, 1992 “Il paesaggio è l’insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l’ecosfera, considerato nella sua struttura unitaria e diferenziata, ecologico-sistemicaedinamica,cheloidentificaconunprocesso evolutivonelqualesiintegranoleattività dellanaturaequelle dell’uomo,nellalorodimensionestorica,materiale,culturalee spirituale”- Romani, 1994

  1. Costituzione della Repubblica Italiana Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
  2. Cesare Pavese, 1950
  3. Convenzione Europea del Paesaggio Art. 1 Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;
  4. Politica del paesaggio designa la formulazione, da parte delle autorità  pubbliche competenti, dei principi generali, delle strategie e degli orientamenti che consentano l’adozione di misure specifiche finalizzate a salvaguardare gestire e pianificare il paesaggio;
  5. Obiettivo di qualità  paesaggistica designa la formulazione da parte delle autorità  pubbliche competenti, per un determinato paesaggio, delle aspirazioni delle popolazioni per quanto riguarda le caratteristiche paesaggistiche del loro ambiente di vita; Salvaguardia dei paesaggi indica le azioni di conservazione e di mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale e/o dal tipo d’intervento umano; Gestione dei paesaggi indica le azioni volte, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, a garantire il governo del paesaggio al fine di orientare e di armonizzare le sue trasformazioni provocate dai processi di sviluppo sociali, economici ed ambientali; Pianificazione dei paesaggi indica le azioni fortemente lungimiranti, volte alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi.
  6. Articolo 133 – Cooperazione tra amministrazioni pubbliche per la conservazione e la valorizzazione del paesaggio 3. Gli altri enti pubblici territoriali conformano la loro attività  di pianificazione agli indirizzi e ai criteri di cui al comma 2 e, nell’immediato, adeguano gli strumenti vigenti. Articolo 145Coordinamento della pianificazione paesaggistica con altri strumenti di pianificazione
    1. La individuazione, da parte del Ministero, delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità  di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali.
    2. I piani paesaggistici possono prevedere misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con i piani, programmi e progetti nazionali e regionali di sviluppo economico.
    3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143 e 156 sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città  metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni diformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.
    4. I comuni, le città  metropolitane, le province e gli enti gestori delle aree naturali protette conformano o adeguano gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale alle previsioni dei piani paesaggistici, secondo le procedure previste dalla legge regionale, entro i termini stabiliti dai piani medesimi e comunque non oltre due anni dalla loro approvazione. I limiti alla proprietà  derivanti da tali previsioni non sono oggetto di indennizzo.
    5. La regione disciplina il procedimento di conformazione ed adeguamento degli strumenti urbanistici alle previsioni della pianificazione paesaggistica, assicurando la partecipazione degli organi ministeriali al procedimento medesimo.
  7. Codice dei beni culturali e del paesaggio art. 143 Piano Paesaggistico
  8. Convenzione Europea del Paesaggio Articolo 6 – Misure specifiche
    1. Sensibilizzazione Ogni parte si impegna ad accrescere la sensibilizzazione della società  civile, delle organizzazioni private e delle autorità  pubbliche al valore dei paesaggi, al loro ruolo e alla loro trasformazione.
    2. Formazione ed educazione Ogni Parte si impegna a promuovere :
      1. la formazione di specialisti nel settore della conoscenza e dell’intervento sui paesaggi;
      2. dei programmi pluridisciplinari di formazione sulla politica, la salvaguardia, la gestione e la pianificazione del paesaggio destinati ai professionisti del settore pubblico e privato e alle associazioni di categoria interessate;
      3. degli insegnamenti scolastici e universitari che trattino, nell’ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia , la sua gestione e la sua pianificazione.
    3. Individuazione e valutazione
      1. Mobilitando i soggetti interessati conformemente all’articolo 5.c, e ai fini di una migliore conoscenza dei propri paesaggi, ogni Parte si impegna a:
        1. (1) individuare i propri paesaggi, sull’insieme del proprio territorio; (2) analizzarne le caratteristiche, nonché le dinamiche e le pressioni che li modificano; (3) seguirne le trasformazioni ;
        2. valutare i paesaggi individuati, tenendo conto dei valori specifici che sono loro attribuiti dai soggetti e dalle popolazion interessate.
      2. I lavori di individuazione e di valutazione verranno guidati dagli scambi di esperienze e di metodologie organizzati tra le Parti, su scala europea, in applicazione dell’articolo 8 della presente Convenzione.
    4. Obiettivi di qualità  paesaggistica Ogni parte si impegna a stabilire degli obiettivi di qualità  paesaggistica riguardanti i paesaggi individuati e valutati, previa consultazione pubblica, conformemente all’articolo 5.c.
    5. E Applicazione Per attuare le politiche del paesaggio, ogni Parte si impegna ad attivare gli strumenti di intervento volti alla salvaguardia, alla gestione e/o alla pianificazione dei paesaggi.
  9. Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio EX ART Articolo 143 Piano paesaggistico
    1. In base alle caratteristiche naturali e storiche ed in relazione al livello di rilevanza e integrità  dei valori paesaggistici, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati.
    2. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità  paesaggistica. Gli obiettivi di qualità  paesaggistica prevedono in particolare:
      1. il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;
      2. la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;
      3. il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.
    3. Il piano paesaggistico ha contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo. La sua elaborazione si articola nelle seguenti fasi:
      1. ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
      2. analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
      3. individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità  paesaggistica;
      4. definizione di prescrizioni geerali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
      5. determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
      6. individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;
      7. individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
      8. individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.
    4. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 3, lettere d), e), f) e g), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche parametri vincolanti per le specifiche previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.
    5. Il piano può altresì individuare:
      1. le aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142, nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità  di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
      2. le aree, non oggetto di atti e provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi può avvenire sulla base della verifica della conformità  alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico, effettuata nell’ambito del procedimento inerente al titolo edilizio e con le modalità  previste dalla relativa disciplina, e non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
      3. le aree significativamente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi di recupero e riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159.
    6. L’entrata in vigore delle disposizioni previste dal comma 5, lettera b), è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico ai sensi dell’articolo 145. Dalla medesima consegue la modifica degli effetti derivanti dai provvedimenti di cui agli articoli 157, 140 e 141, nonché dall’inclusione dell’area nelle categorie elencate all’articolo 142.
    7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi ai sensi del comma 5, lettera b), all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità  alle previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.
    8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui all’articolo 5, lettera b), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159, relativamente ai comuni nei quali si sono rilevate le violazioni.
    9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.
    10. Le regioni, il Ministero e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare accordi per l’elaborazione d’intesa dei piani paesaggistici. Nell’accordo è stabilito il termine entro il quale è completata l’elaborazione d’intesa, nonché il termine entro il quale la regione approva il piano. Qualora all’elaborazione d’intesa del piano non consegua il provvedimento regionale, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del Ministro, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio.
    11. L’accordo di cui al comma 10 stabilisce altresì presupposti, modalità  e tempi per la revisione periodica del piano, con particolare riferimento alla eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.
    12. Qualora l’accordo di cui al comma 10 non venga stipulato, ovvero ad esso non segua l’elaborazione congiunta del piano, non trova applicazione quanto previsto dai commi 5, 6, 7 e 8.
  10. Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio Articolo 143 – Piano paesaggistico – Vigente
    1. L’elaborazione del piano paesaggistico si articola nelle seguenti fasi:
      1. ricognizione del territorio, considerato mediante l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
      2. puntuale individuazione, nell’ambito del territorio regionale, delle aree di cui al comma 1, dell’articolo 142 e determinazione della specifica disciplina ordinata alla loro tutela e valorizzazione;
      3. analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, nonché la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
      4. individuazione degli ambiti paesaggistici di cui all’articolo 135;
      5. definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
      6. determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
      7. individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione;
      8. individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
      9. tipizzazione ed individuazione, ai sensi dell’articolo 134, comma 1, lettera c), di immobili o di aree, diversi da quelli indicati agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione.
    2. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 1, lettere e), f), g) ed h), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche specifiche previsioni vincolanti da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.
    3. Le regioni, il ministero ed il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare intese per l’elaborazione congiunta dei piani paesaggistici. Nell’intesa è stabilito il termine entro il quale deve essere completata l’elaborazione del piano. Il contenuto del piano elaborato congiuntamente forma oggetto di apposito accordo preliminare ai sensi degli articoli 15 e 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche. Entro i novanta giorni successivi all’accordo il piano è approvato con provvedimento regionale. Decorso inutilmente tale termine, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del ministro, sentito il ministro dell’ambiente e della tutela del territorio. L’accordo preliminare stabilisce altresì i presupposti, le modalità  ed i tempi per la revisione del piano, con particolare riferimento all’eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.
    4. Nel caso in cui il piano sia stato approvato a seguito dell’accordo di cui al comma 3, nel procedimento autorizzatorio di cui agli articoli 146 e 147 il parere del soprintendente è obbligatorio, ma non vincolante.
    5. Il piano approvato a seguito dell’accordo di cui al comma 3 può altresì prevedere:
      1. la individuazione delle aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142 e non oggetto di atti o provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali la realizzazione di opere ed interventi può avvenire previo accertamento, nell’ambito del procedimento ordinato al rilascio del titolo edilizio, della loro conformità  alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico comunale;
      2. la individuazione delle aree gravemente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi effettivamente volti al recupero ed alla riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui all’articolo 146.
    6. L’entrata in vigore delle disposizioni di cui ai commi 4 e 5 è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico, ai sensi dell’articolo 145.
    7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi senza autorizzazione paesaggistica, ai sensi del comma 5, all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità  alle previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.
    8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui al comma 5, lettera a), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146 e 147, relativamente ai comuni nei quali si sono rilevate le violazioni.
    9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.
  11. Ministero per i Beni e le Attività  Culturali.
  12. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Il tema del degrado paesistico nell’aggiornamento del Piano del Paesaggio Lombardo

Il degrado paesistico è un fenomeno sempre più pervasivo e devastante che sembra oggi difficilmente arrestabile. La consapevolezza che una vera inversione di tendenza possa essere innescata solo da un radicale cambiamento del modello di sviluppo insediativo non deve impedire di elaborare e mettere in atto al più presto strategie di riqualificazione e di contenimento/prevenzione il più possibile efficaci anche nel breve-medio periodo. Ciò implica la necessità  di afrontare la gestione del paesaggio anche in termini specificatamente progettuali. In questa direzione, la ratifica della Convenzione Europea 1 che sancisce il principio fondamentale che tutto il territorio è paesaggio, ha dato una forza straordinaria (forse non del tutto prevista) all’indicazione contenuta nell’art.143, comma 1, lettera f) del Codice che afda al Piano Paesaggistico il compito di individuare a scala regionale gli interventidirecuperoeriqualificazionedellearee significativamente compromesse o degradate. Attraverso questo combinato disposto, ulteriormente raforzato dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale che riaferma il paesaggio come valore “primario e assoluto” 2, il tema del recupero e della riqualificazione delle aree degradate non può più essere trattato solamente in rapporto ad alcune situazioni particolari e circoscritte o come espressione di una volontà  di parte: esso assume un nuovo spessore ed una nuova complessità , divenendo necessariamente uno dei temi centrali della pianificazione paesistico-ambientale. In quest’ottica l’aggiornamento del Piano Territoriale Paesaggistico della Lombardia 3 , entrato a far parte integrante (ai sensi della L.R.12/2005) della proposta di Piano Territoriale Regionale attualmente in itinere 4, ha costituito un’importante momento di approfondimento afrontando in particolare quattro questioni fondamentali. Come definire il degrado paesistico ? Mancava una definizione di degrado paesistico efficace in termini operativi alle diverse scale di lettura e di intervento. Considerando il territorio nella sua totalità  e nel suo processo di continua trasformazione, al riconoscimento della condizione di degrado come “perdita,deturpazionedirisorsenaturaliedicaratteri culturali, storici, visivi, morfologici testimoniali 5” , si è ritenuto necessario correlare anche il riconoscimento del mancato raggiungimento di unanuovacondizionequalitativamentesignificativa sul piano dell’abitabilità  dei luoghi, strettamente connessa all’arricchimento e/o alla valorizzazione delloropatrimonio naturalistico,artistico-culturale, estetico (durevole e dunque trasmissibile) 6. Secondo tale definizione sono dunque da considerare aree e ambiti degradati e/o compromessi 7 (in base ad un giudizio sul grado di reversibilità  o irreversibilità  degli effetti), tutte le situazioni dove alla sistematica distruzione del paesaggio millenario 8 non è finora corrisposta la riconfigurazione (o la promessa attendibile e condivisa di una futura prevedibile riconfigurazione) di un nuovo quadro paesistico-insediativo, che, seppure diverso dal precedente, possa essere ritenuto altrettanto significativo in termini qualitativi e in grado di consentire l’avvio di una nuova fase di re-identificazione del territorio che superi le fasi precedenti, ricomprendendole. Come descrivere e classificare i fenomeni di degrado paesistico ? Mancava una fenomenologia del degrado paesistico utile per formulare un primo quadro conoscitivo di insieme del degrado/ compromissione paesistica in essere e potenziale a scala regionale. I fenomeni di degrado/compromissione paesistica sono stati osservati e descritti con riferimento alle cause che li determinano; sono state così individuate cinque macro-categorie di cause che agiscono e/o interagiscono nei diversi contesti del territorio lombardo, evidenziando per ciascuna di esse le criticità  paesistiche in termini di effetti diretti e indiretti sull’assetto fisico spaziale e sulle condizioni di vita delle popolazioni. Esse sono:

  • dissesti idrogeologici e avvenimenti calamitosi e catastrofici (naturali o provocati dall’azione dell’uomo);
  • processi di urbanizzazione, infrastrutturazione, pratiche e usi urbani;
  • trasformazioni della produzione agricola e zootecnica;
  • sotto-utilizzo, abbandono e dismissione (sia di spazi aperti che di parti edificate);
  • criticità  ambientali (aria – acqua – suolo).

Per ciascuna di queste macro-categorie sono state definite corrispondenti categorie e sottocategorie di areeeambiti didegrado/compromissione paesistica da utilizzare come “legenda unificata” anche per la precisazione del quadro conoscitivo a scala provinciale e locale.9 Come rappresentare il degrado paesistico a scala regionale ? Mancavano dati e informazioni direttamente utilizzabili per elaborare una rappresentazione cartografica della effettiva localizzazione delle aree e degli ambiti di degrado/compromissione paesistica in essere e potenziale estesa all’intero territorio lombardo. Essa è stata costruita utilizzando come “indicatori” per ciascuna delle categorie di degrado sopraindicate alcuni tematismi delle banche dati disponibili, pur nella consapevolezza delle loro disomogeneità  e dei limiti che essi hanno nel trattamento degli aspetti paesaggistici 10, ancora più evidenti trattando specificatamente gli aspetti relativi al degrado/compromissione: non solo perché le classi stesse di tematizzazione degli oggetti territoriali non coincidono direttamente con le categorie di degrado individuate, ma anche perché, nella definizione dei loro attributi, manca ovviamente, quasi sempre, un giudizio di valore in tal senso, da cui è impossibile prescindere. I”tematismi-indicatori” utilizzati riguardano :

  • classi di oggetti territoriali che, per caratteristiche intrinseche, sono già  identificati o quasi sempre identificabili come aree/ambiti di degrado paesistico (ad es. i siti contaminati, le cave, le discariche, etc.);
  • classi di oggetti e di forme territoriali che, in molte situazioni, comportano il possibile determinarsi di situazioni di degrado/compromissione paesistica (ad. es. le conurbazioni, le aree contermini alle infrastrutture della mobilità , le aree industriali e logistiche, le aree dismesse, le aree agricole a monocoltura, le aree a colture intensive su piccola scala, etc.);
  • alcuni fenomeni particolari che possono determinare situazioni di degrado/compromissione (ad es., la diminuzione dell’utilizzo del suolo per l’attività  agricola o la diminuzione di popolazione di centri e nuclei storici, che generalmente innescano processi di abbandono con conseguente progressivo degrado/compromissione paesistica).

In questa fase l’individuazione cartografica delle aree e degli ambiti degradati/compromessi in essere e potenziale del territorio regionale è, dunque, solo indicativa. Il passaggio successivo sarà  cruciale per garantire efficacia al processo e richiederà  un forte senso di responsabilità  agli enti locali che, avranno il compito di precisare localizzazioni e caratterizzazioni effettive, in applicazione del principio di sussidiarietà  e di maggior definizione. Attraverso gli atti a valenza paesistica di scala provinciale (PTCP) e di scala locale (PGT), valutando i diversi contesti e formulando caso per caso un giudizio di valore condiviso, si procederà  infatti a distinguere, all’interno delle singole classi di oggetti, e delle diverse forme territoriali le situazioni da considerare effettivamente degradate o compromesse, o potenzialmente tali, dal punto di vista paesistico. 11 Come formulare norme e indirizzi per la riqualificazione paesistica delle aree degradate e per il contenimento – prevenzione del rischio ? Mancava un quadro sistematico di riferimento per definire norme e indirizzi specifici. Essi sono stati messi a punto a partire dall’enunciazione di alcuni principi generali coerenti con l’impostazione data, fondati sull’afermazione della necessità  di agire il più profondamente possibile sulle cause e di puntare sulla costruzione di una sempre più difusa volontà  collettiva di valorizzazione dei caratteri identitari del paesaggio, nella piena consapevolezza che la loro perdita progressiva vada di pari passo con la perdita di qualità  della vita delle popolazioni e del loro senso di appartenenza 12. A dare maggiore forza e concretezza alle nuove misure di indirizzo e prescrittività  paesaggistica è innanzitutto il fatto che esse sono state definite in stretta e reciproca relazione con le priorità  e gli obiettivi messi a sistema nel PTR, proprio con specifica attenzione ai temi della riqualificazione paesaggistica, ricercando una integrazione, sempre maggiore e più incisiva, tra pianificazione del paesaggio e i vari livelli di pianificazione territoriale e di settore. La strategia propone di agire su più fronti:considerare le azioni di riqualificazione paesistica come una risorsa fondamentale e prioritaria su cui far confluire investimenti pubblici e privati; mettere in atto misure di prevenzione del rischio di degrado e compromissione paesistica estendendo il concetto di “manutenzione” (intesa sia come cura, che come monitoraggio e dialogo transettoriale) agli aspetti paesaggistici di tutto il territorio; premiare (con riconoscimenti, incentivi etc) gli atteggiamenti virtuosi che si mostreranno efficaci nel conseguire risultati concreti di riqualificazione. In tale direzione viene dato particolare risalto e sostegno alle iniziative di processi partecipati di riqualificazione paesistica e ambientale che formulano quadri strategici multiscalari e multisettoriali, “scenari di riqualificazione”, “vision” (come ad esempio i Contratti di fiume, etc.), capaci di cogliere in modo sinergico le opportunità  oferte dalle iniziative già  in corso a livello locale e sovralocale (piani, programmi, progetti, etc) rilevanti per la definizione di interventi integrati di riqualificazione paesistico-ambientale e fruitiva.

Risulta, così, particolarmente significativa, la traduzione in norma del principio secondo il quale, ribaltando una consuetudine consolidata, l’incidenza paesistica di tutti gli interventi di trasformazione debba essere attentamente verificata anche negli ambiti degradati o compromessi o a rischio di degrado, non solo per evitare di aggravarne ulteriormente le condizioni, ma anche per evitare di sprecare preziose occasioni (talvolta uniche) per l’avvio di processi virtuosi di riqualificazione.13 Gli indirizzi14 articolano maggiormente le categorie di ambiti e aree aferenti alle diverse cause di degrado, fornendo indicazioni relative sia ai fenomeni che possono derivarne, che alle azioni utili per la loro riqualificazione e all’attivazione di politiche di contenimento e prevenzione di possibili future forme di degrado o compromissione. Le province, i parchi e i comuni, tramite i propri strumenti di pianificazione e programmazione territoriale e urbanistica, rispetto ai propri territori e competenze, una volta individuate in modo puntuale le situazioni realmente interessate da degrado o compromissione paesaggistica o da rischi di futuro degrado, dovranno definire conseguentemente alle norme e agli indirizzi formulati a scala regionale, politiche e azioni di intervento per la riqualificazione e il contenimento del degrado paesistico-ambientale locale.

  1. (Legge n.14 del 9 gennaio 2006).
  2. Sentenza della Corte Costituzionale 14 novembre 2007, n.367.
  3. L’aggiornamento del Piano Paesaggistico è stato curato dalla Direzione Generale Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia con la responsabilità  istituzionale dell’assessore Davide Boni, la direzione del Direttore Generale Mario Nova e il coordinamento di Dario Fossati, Diego Terruzzi, Anna Rossi. In particolare il lavoro di ricerca sui temi del degrado, coordinato da Anna Rossi , è stato afdato a IREALP e svolto da Marco Prusicki (responsabile scientifico) con la collaborazione di Franco Resnati, Paolo Dell’Orto e Giorgio Limonta.
  4. La giunta della Regione Lombardia ha approvato con delibera DGR 6447 del 16.01.2008 le integrazioni e gli aggiornamenti del quadro di riferimento paesistico e degli indirizzi di tutela del PTPR (vigente dal 2001), come primo e immediato aggiornamento dello stesso di competenza della giunta stessa (integrazioni quindi immediatamente operative)ed ha inviato al Consiglio regionale la proposta complessiva del Piano Paesaggistico quale sezione specifica del PTR comprendente oltre agli aggiornamenti di cui sopra, anche la revisione della disciplina paesaggistica regionale e correlati documenti (abachi e cartografie).
  5. secondo quanto già  condiviso e operante nelle zone tutelate. Vedi : DPCM 12 dicembre 2005 – Allegato Relazione Paesaggistica “Individuazione della documentazione necessaria alla verifica della compatibilità  paesaggistica degli interventi proposti, ai sensi dell’ art.146, comma 3, del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42” nota 2.
  6. Definizione entrata in normativa (art.28 – comma 1)
  7. D’area quando il fenomeno riguarda una situazione limitata e circoscrivibile nella sua estensione, tendenzialmente interessata da un processo univoco di degrado/dismissione che può riguardare anche un sistema di aree , aferenti ad uno stesso territorio e una stessa problematica, per esempio aree di cave cessate di pianura a falda aforante in contesto rurale. D’ambito quando riguarda una situazione territoriale estesa e non esattamente circoscrivibile, interessata da fenomeni difusi di degrado o banalizzazione.
  8. Vedi PTPR-2001, I paesaggi della Lombardia: ambiti e caratteri tipologici, Le eredità  del passato e i motivi dell’identità  lombarda, Vol 2, §1.5, pag.15
  9. Vedi Regione Lombardia DGR VIII/6421, 27.12.2007 -“Criteri e indirizzi relativi ai contenuti paesaggistici del Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale”
  10. Vedi L.Bisogni, Utilizzazione dei dati dei SIT per analisi e progetti di paesaggio, in AA.VV., “LOTO, Landscape Opportunities. La gestione paesistica delle trasformazioni territoriali. Complessità  territoriale e valorizzazione del paesaggio, Esperienze a confronto in Lombardia, maggio 2006, p.25
  11. Vedi Norme di attuazione – Parte II – Titolo III – Disposizioni del PTPR immediatamente operative art. 28, comma 5
  12. Vedi A.Rossi, L.Grancini, M.Prusicki, L.Scazzosi, Linee guida per una lettura e interpretazione del paesaggio finalizzata ad orientare le scelte di trasformazione territoriale in Regione Lombardia, “LOTO Landscape Opportunities. La gestione paesistica delle trasformazioni territoriali:linee guida e casi pilota”, settembre 2005, p.11
  13. A tale proposito vedi l’art. 28, comma 10 della normativa. Esso stabilisce infatti che, ai fini della “determinazione del grado di ‘sensibilità  paesistica’, anche nei territori non assoggettati a specifiche tutele paesaggistiche (ai sensi degli artt.134 e 142 del D.Lgs.42/2004) le aree paesisticamente compromesse o degradate sono da considerarsi a”sensibilità  elevata o molto elevata”, e che, di conseguenza dovrà  essere attentamente valutata l’incidenza paesistica degli interventi e dei programmi urbanistici che le riguardano”, tenendo sempre “in attenta considerazione le connotazioni del contesto sovralocale” e le coerenze con gli scenari di riqualificazione paesistica eventualmente definiti dalla pianificazione locale, prevedendo semplificazioni procedurali solo nel caso che “la pianificazione abbia definito anche specifiche e dettagliate norme e indicazioni paesistiche per gli interventi di recupero” Indirizzi di Tutela – parte IV. Degrado e compromissione paesistica : indirizzi di riqualificazione e di contenimento.