Monnezza e dintorni

“…poi il sacerdote ofrirà  il sacrificio espiatorio e e compirà  l’espiazione per colui che si purifica della sua immondezza, quindi immolerà  l’olocausto” Lv 14,21.

Puro e impuro: e il rusco dove lo metto? La visione biblica di un cosmo decaduto a causa del peccato da uno stato di primigenia “purità “, e dal quale è necessario purificarsi per entrare nei luoghi del sacro, fornisce l’etimologia e naturalmente non solo quella al concetto di “immondizia” o immondezza: “ciò che è immondo, il contrario di mondezza e pulizia, dal latino mundus” 1. Da notare, in quella medesima concezione, al contempo etica ed estetica, che tutto quello che ci dà  anche solo vagamente l’idea di corruzione e di morte (anch’esse una conseguenza del peccato di Adam) entra necessariamente nell’orbita di ciò che è “immondo”, e che come tale ha la proprietà  di contaminare anche quello che è mondo. Molto più prosaica, la parola “spazzatura” indica quello che rimane dopo avere pulito: sarebbe l’emiliano “rusco” che in termine dialettale suona”ròsc”. L’esperienza degli antichi, che con l’immondizia hanno avuto a che fare tanto quanto noi, e non solo gli ebrei, se persino ai tempi delle palafitte i villaggi dovevano spostarsi quando la convivenza con i loro stessi rifiuti diveniva insopportabile (le terramare oggetto di studio di Gaetano Chierici 2, prima di lui utilizzate come fertilizzante), ci consente di sgomberare subito il campo dai miti e dagli spropositi neo-romantici o neo-bucolici del riciclo/recupero totale 3: con la monnezza bisogna fare dei conti precisi e trovare delle soluzioni percorribili; da semplice sacco da gettare essa può trasformarsi in enorme ed informe mostro avviluppante e paralizzante, Neapolis docet.

Entropia e economia: lanciati a folle corsa nello spreco di risorse e di energia sofochiamo nei loro sottoprodotti Le leggi della termodinamica, altrettanto ferree come quelle divine, e, al contrario di quelle, sperimentabili “scientificamente” (per la teologia biblica è molto grave “tentare/provare” Dio, sarebbe come avere su di Lui una sorta di “potere”, al quale Egli si sottrae deliberatamente) ci indicano, in senso più generale, che ogni trasformazione energetica genera degrado e sottoprodotti non voluti, sotto forma di calore e di disordine; più al nostro sistema forniamo input energetici più otteniamo disordine, perdite energetiche e sottoprodotti vari ovvero monnezza di cui il calore (effetto serra!) è solo uno degli effetti fisici indesiderati. Nella civiltà  dell’energia è quindi necessario investire molte risorse nella purificazione e nella ramazza non essendo possibili gli spostamenti tipici dell’età  del bronzo; e questo accade in proporzione dell’energia immessa nei cicli produttivi. Un diverso ordine di considerazioni, di tipo specificatamente economico, è concorrente ad indicare e giustificare le montagne di rifiuti che nottetempo i nostri netturbini fanno sparire: l’appartenere al nord opulento del mondo ci privilegia ingiustificatamente dal punto di vista della sproporzionata disponibilità  di materieprime,che nonpaghiamoperquellochevalgono: o perchè direttamente o indirettamente in mano nostra, o per qualche forma di retaggio neo-coloniale, o perchè “scambiate” nella bilancia del pagamenti dei paesi terzi con prodotti tecnologicamente avanzati (fra cui le armi). Chi è stato, per esempio, in Cina, sa bene che buttare anche solo un bicchiere di plastica (operazione per noi consueta) consente di trovare immediatamente qualche raccoglitore assai poco schifiltoso.

Quanti”sacchi” sono? Una pluriennale esperienza di lavoro nel Corpo Forestale dello Stato nel settore consente a chi scrive di esprimere qualche valutazione di merito sulla situazione dei rifiuti nel nostro paese 4. Di veramente recuperabile da RU 5, a parte la frazione organica di cui si dirà , c’è carta, vetro, plastica (con limitazioni) e i metalli. I conti sono presto 6 fatti: ogni italiano produce quasi 550 Kg di rifiuti (RU) ogni anno, dei quali la percentuale di recupero può essere circa un quarto, senza arrivare al terzo. Percentuali maggiori, riferibili al nord del paese, solitamente nascondono in realtà  il fatto che si aggregano al recuperato o recuperabile gli “assimilabili” agli urbani, come ad esempio gli imballaggi di cartone dei supermercati, che poco o nulla hanno a che vedere con la monnezza vera, ma che sono per loro natura pienamente recuperabili in un qualche circuito di lavorazione della carta. Questo consente di facilitare le procedure logistiche e giuridiche di recupero e di immettere direttamente al recupero senza passare da un impianto autorizzato materiali “standard” più vari: carte e cartoni, mobili, abiti usati, ecc. Aumentare gli “assimilabili” recuperando di più, dal punto di vista statistico incrementa le percentuali di recupero, ma aumenta proporzionalmente i Kg/procapite/giorno di rifiuto urbano, e da qui la confusione che regna sui conti e la diferenza anche notevole fra provincie, ma della quale è detto più sotto con due città  – esempio.

Due città  a caso Il confronto dei dati fra due città  prese “a caso” nel panorama nazionale, la prima fra quelle a minore produzione di rifiuti pro capite e la seconda fra quelle a maggiore, la prima al sud e la seconda nel nord, ci consente di esemplificare i casi (ma non sono casi limite) entro i quali si compendiano, a vario grado, le 100 città  italiane. Napoli, una delle città  singolarmente (sigh!) a minore produzione pro capite di rifiuti nel panorama nazionale, nel 2005 produceva 520 Kg di rifiuti a persona, dei quali meno del 10% derivanti dalla raccolta diferenziata, diciamo più o meno 40 Kg. L’indiferenziato rimanente, circa 480 Kg, è quello che potremmo chiamare il “sacco nero”: più leggero a motivo del peso analogo del reddito pro capite (ci si pensa su due volte prima di dire: butto e poi ricompro) e per la capillare difusione, nella città  campana, di esercizi e mercati nel settore della distribuzione che limitano non solo gli imballaggi 7, ma anche gli sprechi di sostanze alimentari 8. Per contro questa città  fa poco o nulla per la raccolta diferenziata: quasi tutto finisce nel cassonetto. Reggio Emilia, invece, “diferenzia” in modo spinto, anche per l’impegno costante di amministratori, tecnici, e municipalizzate: le proiezioni 2007 9 indicano quote da capogiro: quasi il 50% di raccolta diferenziata, ma la produzione di rifiuti pro capite “passa” a 760 Kg, più di una volta e mezza quella partenopea. L’indiferenziato pro capite di Reggio Emilia, al netto della raccolta diferenziata, risulta perciò “solo” di 70 Kg inferiore a Napoli, 410 contro 480 Kg/giorno, attestandosi su un “nocciolo duro” difficilmente intaccabile, quello dei fatidici 1.1 Kg/g a persona 10.

Ma compost da cosa? Mi ricordo la favola dei lombrichi, che venivano allevati per “digerire” i sottoprodotti, e che venivano venduti ad altri che iniziavano l’allevamento. Poi anche questi li rifilavano ad altri… C’era una volta un re… Nessun agricoltore che non voglia lucrare sui rifiuti anziché lavorare guadagnandosi il pane col sudore della fronte porta sul suo campo dove coltiva roba da mangiare quello che avanza della sua pattumiera, e tantomeno di quella degli altri, per quanto meravigliosamente compostato e maturato 11; né si è mai visto allevare gerani sul terrazzo con un terriccio che sia eterogeneamente troppo sospetto: il compost commerciabile è in realtà  quello proveniente da raccolta diferenziata: residui di potatura, residui industriali, frazione umida di RU separato alla fonte, ecc. O, a voler essere veramente alternativi, quello prodotto nel giardino di casa: perfetto contrappasso della sindrome NIMBY 12. In quest’ultimo caso, per ottenere un rapporto corretto carbonio/azoto, sarebbe addirittura necessaria una frequente spruzzata di urea, anche questa di fonte naturale, com’è facilmente intuibile dalle assonanze. Di “digestioni anaerobiche” bisognerebbe parlare solo con la discrezione con cui si menziona solitamente l’ultima porta a destra: ricordano troppo da vicino per forza di cose: il processo è il medesimo quello che avviene nei nostri visceri, ed anche i suoi sottoprodotti solidi, liquidi ed eterei sono poco simpaticamente analoghi. La FOS (frazione organica stabilizzata) proveniente dal compostaggio “industriale” degli RU indiferenziati (cioè procedimenti di lavorazione e separazione del contenuto dei “sacchi neri”) è normalmente utilizzata per ricoprire periodicamente la monnezza tale e quale nelle discariche, mentre sopra e sotto questo strato “pulito” vi giace anche la frazione non recuperata (anche oltre il 50%), proveniente, anch’essa, dagli impianti di compostaggio: siamo davvero sicuri che valga la pena di investire tanto in termini di energia, di tempi, di impianti, di trasporti per ottenere questo, anche idealmente, ben misero risultato? La spinta alla produzione di compost è costituita in realtà  dai contributi e soprattutto dalla fortissima detassazione, anche oltre l’80% della tarifa, di cui godono i rifiuti derivanti dai processi di recupero, spesso ottenuti in settori borderline ed in “zone grigie” non normate: la Regione Emilia Romagna solo nel 2006 ha introdotto una percentuale “minima” di recupero per ottenere lo sconto di tarifa, e di consueto non è l’ultima regione italiana a entrare nel merito. Una domanda è più che lecita: ma alla fine chi paga?

Porta a porta: se Vespa inquina l’etere bisognerebbe diferenziarlo alla fonte La forma più efficace di recupero, nel campo degli RU, è quello alla fonte: educativo, efficace, reale. In questo caso, tutta la frazione organica diventa potenzialmente recuperabile in compost, ma solo a prezzo di un aumento considerevole dei costi della gestione delle reti di raccolta e, naturalmente, di un certo incremento del disagio individuale e collettivo nella gestione quotidiana del problema dei rifiuti: il “porta a porta” si ottiene solo con una capillare e impegnativa educazione ambientale specifica, e funziona in ambiti urbani di livello piccolo e intermedio, caratterizzati da una forte identità  e coscienza ambientale caso “classico” quello di Graz mentre diventa difficile pensarlo attuabile ad ogni livello ed in ogni situazione. Il motivo principale è di ordine generale: saturato il mercato del compost, i cui impianti già  oggi sono sottoutilizzati rispetto alle potenzialità , si dovranno aumentare sensibilmente anche a valle gli incentivi, tali da far giungere i costi del processo ad un limite insuperabile. Si parla di percentuali da sogno, oltre il 50 e fino al 60% di RU “diferenziato”, ma ci si riferisce alle esperienze pilota, e guai ad applicare queste quote al recupero finale: ogni processo di gestione e di recupero del rifiuto produce scarti e sovvalli in quantità  davvero imbarazzanti: è sufficiente un singolo maldestro atto di smaltimento “indiferenziato” per fare “buttare a mare” (terramare?) tutta la partita, rendendo vano anche lo sforzo altrui contro l’entropia. Rimane quindi a valle dei processi di recupero una quantità  di indiferenziato o di scarto che, a parere di chi scrive 13, non si discosterà  sensibilmente in meno dal chilo al giorno a testa. E’ perciò evidente che la raccolta diferenziata e che anche le forme più o meno spinte di raccolta “porta a porta” non possono costituire un’alternativa “piena” alle forme tradizionali di gestione, come dimostra l’intera l’esperienza europea ed oltre. Se persino Calcutta 14 ha le sue discariche, come si suol dire: un motivo ci deve pure essere.

Montagne e “montagnole” di monnezza: le discariche Le nostre terramare sono il metodo più semplice per disfarsi dei rifiuti, interrandoli in un buco e ricoprendoli, e la semplicità , quando è ora di trattare con materiale non solo povero, ma di cui tutti si vogliono sbarazzare, e che ha per giunta costi forti di trasporto, di stoccaggio, di eventuale lavorazione, può davvero essere una strategia vincente. La “montagnola” di Bologna, parco pubblico frequentatissimo, è una ex. Dire che inquinano le falde è da irresponsabili: vengono scelti siti idonei e opportunamente impermeabilizzati, ed il percolato finisce normalmente al depuratore. Producono gas (CO2, CH4, ecc.) dalla fermentazione né più né meno delle nostre naturalissime quanto imbarazzanti flatulenze; parlare di effetto serra è improprio: qui è solo il ciclo del carbonio che si chiude, e succederebbe, almeno a grandi linee, con qualunque altro metodo o sistema, compreso il compost, l’abbruciamento, la digestione, l’incenerimento, ecc. a meno di non voler spedire i rifiuti sulla luna. Portarli invece in Germania, dove gli standard richiesti sono elevati ad essi vi si adegua costantemente la normativa europea ma le discariche non mancano, e dove anche gli autotrasporti ci sono ormai concorrenziali (potenza teutonica) è folle: le discariche devono essere non troppo distanti dai luoghi di produzione, ed è giusto ed equo che ogni città  o provincia abbia le sue. Imballarli e poi stoccarli su campi presi in afitto a prezzo salatissimo, in attesa di una collocazione opportuna, non trova altro motivo se non la connivenza con speculatori senza scrupoli. Il contributo del metano prodotto dalle discariche all’effetto serra è tema tutto da discutere, ma non sembra argomentazione discriminante per preferire un sistema di trattamento dei rifiuti all’altro 15.

“Ricordati uomo che sei cenere ed in cenere ritornerai” – i termovalorizzatori Il primo “messaggio” che Dio dà  all’uomo decaduto per il peccato, inaspettatamente e scandalosamente “materialistico”, e ben diferente da altre afermatissime concezioni religiose, che pongono la fine dell’individualità  fra gli epifenomeni apparenti e/o recuperandone qualche scarno brandello nei cicli della reincarnazione ci ofre lo spunto, alludendo a tutti gli effetti (fra le altre cose) al ciclo del carbonio, per afrontare il tema in titolo 16. L’incenerimento o termovalorizzazione (il ciclo di lavorazione è esotermico con una discreta produzione di energia, nemmeno paragonabile, ovviamente, a quella delle centrali energetiche) è un’ottima soluzione tecnica per i RU, pienamente abbracciata, solo per fare uno fra i tanti possibili esempi, da un paese come la Svizzera, che in fatto di pulizia (ma per il danaro vale come sarcasmo) non ha da imparare nulla a nessuno 17. Compostare prima per ottenere CDR 18 pare una inutile complicazione: meglio bruciare tutto subito. Dire che producono diossina è allarmismo irresponsabile: è noto che per evitare il problema è sufficiente regolare la temperatura della caldaia. La diossina si produce casomai a bruciare i rifiuti le plastiche all’aria aperta, cosa che accade quotidianamente nel caso di eventuali emergenze monnezza. Quanto all’effetto serra, vale quanto già  detto: se la materia che si brucia è organica (cioè dedotta la plastica ed assimilati) non si fa che accelerare la chiusura del ciclo del carbonio: la CO 2 prodotta è la medesima che le piante – solitamente nel corso di un solo anno nei cicli agricoli – avevano fissato sottraendola all’atmosfera, ed è la medesima che si otterrebbe molto più lentamente con l’utilizzo del compost nel terreno ad opera degli organismi decompositori. Inoltre una sola ciminiera monitorata e munita di filtro in chiusura è sempre tecnicamente ed ambientalmente molto più afdabile dal punto di vista delle emissioni di tante “stufette” difuse, ed il controllo diretto o indiretto dell’apparato pubblico nel nostro paese questa è una chimera: si punta sull’allarmismo per avere uditorio dovrebbe dare quella fiducia sufficiente alla popolazione non troppo distante: gli inceneritori, riducendo il volume dei rifiuti a circa il 30% in peso ed il 10% in volume del materiale immesso, per poi collocare il sottoprodotto in discarica (per rifiuti speciali non pericolosi), devono necessariamente essere ubicati vicino alle fonti di produzione del rifiuto stesso, e cioè non troppo distante dalle case dei loro produttori, che verranno anche riscaldate con gli avanzi di calore non diversamente recuperabili nella cogenerazione. Le difficoltà  di collocazione di eventuali impianti sono perciò da valutare opportunamente costituiscono un costo oggettivo ed un possibile fattore di fallimento nella loro previsione. Collocandosi ad un livello intermedio, gli inceneritori non sono sostitutivi delle discariche, indispensabili nei momenti di stop tecnico, di problemi di emissioni, di problemi con immancabili “comitati”, nonché per la collocazione dei loro cinerei sottoprodotti.

Vo concludendo Prima ancora dei problemi sanitari e ambientali, è il nostro innato senso estetico – quello descritto nelle rubriche liturgiche del sacrificio e delle abluzioni del libro del Levitico come quello desunto dal comportamento dei progenitori dell’età  del bronzo a farci aborrire la monnezza. L’insegnamento degli antichi è semplice e buono: da essa bisogna semplicemente liberarsi, il prima possibile, ad una distanza ragionevolmente vicina (ma non dietro casa, è sempre la NIMBY!) ed al costo più basso possibile. Investirvi risorse ulteriori è costoso e alle volte inefficace, talora addirittura controproducente. Anche dalla parabola di Re Mida dobbiamo imparare: la rincorsa all’opulenza fine a sé stessa rischia alla lunga di ingolfarci di cose inutili e dei loro voluminosi e maleodoranti e inquinanti sottoprodotti. Tutto è potenziale rifiuto, anche l’oro zecchino, se troppo abbondante e se troppo avulso dalle nostre necessità  vitali. Neapolis quoque docet: il “rifiuto” è oggi uno dei temi qualificanti del compito di amministratori, tecnici e politici, non solo perchè le tarife relative cominciano a pesare sulle tasche dei loro amministrati: se non c’è soluzione al problema le città  possono diventare davvero invivibili. E, nell’emergenza, fare qualcosa è davvero difficilissimo: si sviluppano nella pubblica opinione paure irrazionali che i media amplificano e rinfocolano quotidianamente nel progressivo e autodistruttivo (per entrambi) circolo vizioso: più l’informazione scorretta spaventa, più è richiesta. Bene il recupero alla fonte degli urbani quelli industriali va da sé ma non lo si ponga come “alternativa” ai tradizionali sistemi di smaltimento: non lo è. E’ indispensabile poter contare in un ipotetico territorio provinciale (una delle 100 e non una delle due) su almeno qualche discarica e diferenziare: visti i tempi ed i costi e le difficoltà  di localizzazione e realizzazione degli impianti, quando insorgono difficoltà  non si può fare altro che allargare quelle esistenti. Le discariche “rimangono” anche nel caso della termovalorizzazione, che si deve appoggiare a strutture di stoccaggio e collocazione a destino finale esistenti. Ma prima di proporre quest’ultima soluzione il cui immediato effetto sarà  quello dell’insorgenza di agguerritissimi comitati spontanei fortemente motivati e determinati, nonché mossi da motivazioni di carattere privatistico mascherate da attenzioni globali all’ambiente è indispensabile contare su un sufficiente grado di consenso pubblico. Forse qualche futuro Gaetano Chierici, in un’epoca imprecisata, andrà  a cercare le terramare dell’era della plastica, per vedere com’erano i suoi antenati: arduo da dire, ma ci valuterà  forse sciuponi e spreconi, causa diretta ed indiretta di degrado complessivo del pianeta e quant’altro. Ma una cosa mi pare certa: non le potrà  nè le vorrà  utilizzare come fertilizzante.

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani. Gaetano Chierici (Reggio Emilia 1838 – 1920), naturalista e paletnologo, fu tra i primi a studiare le terramare, sino ad allora note e utilizzate come fertilizzante. L’epigono di una visione fortemente ideologica ed irrealizzabile del “recupero totale” in Italia è Walter Ganapini, alle cui numerose pubblicazioni rimando.

Fonte: Rapporto rifiuti 2006, curato da APAT Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici e ONR Osservatorio Nazionale Rifiuti (Roma, gennaio 2007). Il rapporto è reperibile direttamente in rete su: http://www.apat.gov. it. Ne riportiamo ampio stralcio per maggiore chiarezza ed informazione con l’avvertenza che i dati si riferiscono al 2005. “La produzione dei rifiuti urbani fa, purtroppo, registrare, un ulteriore aumento nel 2005, raggiungendo 31,7 milioni di tonnellate, con un incremento di ben 1,6 milioni di tonnellate rispetto al 2003 (+5,5%), ed un pro capite di circa 539 kg/abitante per anno (6 kg/abitante per anno in più rispetto al 2004 e 15 kg/abitante per anno in più rispetto al 2003). Una risposta positiva è data dall’incremento della raccolta diferenziata che, nel 2005, si colloca al 24,3% della produzione totale dei rifiuti urbani.Tale valore risulta, tuttavia, ancora sensibilmente inferiore rispetto al target del 35%, originariamente previsto per il 2003 dal D.Lgs. 22/97 e successivamente posticipato al 31 dicembre 2006dalD.Lgs.152/2006.Difficilmenteilgapdioltre10puntipercentualipotrà esserecolmatonell’arcodiunannoconsiderando,anche, che con la finanziaria 2007, il Governo ha fissato il raggiuntimento dell’obiettivo di almeno il 40% entro il 31 dicembre 2007. La situazione appare,comunque,decisamentediversificatapassandodaunamacroareageograficaall’altra;infatti,mentreilNord,conuntassodiraccolta pari al 38,1%, supera ampiamente l’obiettivo del 35% (tale target era già  stato conseguito nel 2004), il Centro ed il Sud, con percentuali rispettivamente pari al 19,4% ed all’8,7%, risultano ancora decisamente lontani da tale obiettivo. In questo contesto, particolarmente rilevante è il dato relativo alla crescita del settore del compostaggio che, nel 2005, fa registrare un incremento percentuale del 13% circa, dopo l’andamento negativo riscontrato nel periodo 2002-2004; aumentano sia i quantitativi di rifiuti trattati (oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani), che il numero di impianti presenti sul territorio nazionale. Vale la pena di sottolineare che il riciclaggio della frazione biodegradabiledegliRUelasuatrasformazioneincompostassumeparticolaresignificatoancheaifinidelripristinodiunadeguatotenore disostanzaorganicaneisuoliperilmantenimentodellafertilità elalimitazionedeifenomenidierosioneedesertificazione,assaiaccentuati inalcuneareedelnostroPaese.Inoltre,latrasformazionedeirifiutibiodegradabiliedilloroutilizzoagronomico,rispondonoallanecessità  di allontanare la frazione organica dalla discarica con l’obiettivo prioritario di ridurre la produzione di metano, un gas serra 21 volte più potente del biossido di carbonio. Nell’anno 2005, ben il 22,6% dei rifiuti urbani, pari ad oltre 8,4 milioni di tonnellate, è stato avviato ad impianti di biostabilizzazione e produzione di CDR. Non può, invece, commentarsi in termini positivi il perdurare di elevate percentuali di rifiuti urbani allocati in discarica. Lo smaltimento in discarica, pur mostrando una lieve riduzione, pari al 3%, si conferma, anche nel 2005, come la forma di gestione più utilizzata, con oltre 17 milioni di tonnellate di rifiuti. Va, comunque, registrata la progressiva diminuzione del numero di discariche (61 in meno rispetto al 2004), soprattutto al Sud del Paese dove maggiore era la loro concentrazione e la loro inadeguatezza rispetto agli standard fissati dalla direttiva europea in materia. L’incenerimento, che interessa il 10,2% dei rifiuti gestiti, registra una crescita di poco inferiore al 9% e raggiunge quota 3,8 milioni di tonnellate. Dei 50 impianti operativi, 30 dei quali localizzati al Nord,ben47sonodotatidirecuperoenergeticoemoltidiessisonodinuovagenerazioneedotatidiefficacisistemidiabbattimento,secondo gli standard imposti dalle migliori tecniche disponibili.” Rifiuti Urbani. Se si analizza il sacchetto medio della spazzatura degli italiani, si scopre che buona parte dei rifiuti prodotti, circa il 43% del totale, è costituita da rifiuti organici (in particolare, scarti alimentari e vegetali). L’altra principale componente dei nostri rifiuti è costituita dagli imballaggi (circa 40%) suddivisibili a seconda della materia prima di cui sono fatti, in carta e cartone (22%), vetro (7%), plastica (7%) e metalli (3%). Dati della Fondazione Eni Enrico Mattei. La standardizzazione della distribuzione e le necessità  logistiche impongono ormai tre ordini di imballaggi per le merci. E’ noto che uno degli effetti collaterali della grande distribuzione e dei suoi “sconti” è lo spreco di prodotti alimentari, che può arrivare anche al 40% dell’acquistato. I dati dell’Osservatorio Provinciale Rifiuti di Reggio Emilia si riferiscono in realà  solo al primo semestre 2007. Ecco i dati completi, riferiti alle due provincie, del rapporto citato per il 2005: Napoli: abitanti 3.086.622, produzione pro capite di rifiuti: 523,45 Kg; di cui da raccolta indiferenziata Kg 483,10 e diferenziata Kg 40,35; Reggio Emilia: abitanti 494.212, produzione pro capite di rifiuti: 759,56 Kg; di cui da raccolta indiferenziata Kg 414,07 e diferenziata Kg 345,49; la media pro capite UE era di 580 Kg procapite nel 2004. Assai diferente è il caso dei fanghi di depurazione, smaltiti in agricoltura, assimilabili ai letami ed ai reflui di allevamento essendo il prodotto digestivo dei batteri responsabili dei processi di depurazione. “Not In My Back Yard”, non nel mio giardino, è lo slogan consueto di chi non vuole discariche e inceneritori troppo poco distanti da casa. Potremmo scherzosamente coniare un neologismo per la sindrome da riciclo privato: JIMBY (Just In My Back Yard). E’ un caso di inquinamento metafisico o “spamming”: l’abbondanza di numeri sui rifiuti rende impossibile reperire questo dato significativo a livello provinciale o anche nazionale: il netto recuperato e il resto delle operazioni di recupero, quello che si impara alle elementari: peso lordo – peso netto = tara. Qualche lustro fa un vecchio prete di montagna, don Zanni, le raccontava con un misto di pudore e di sconcerto puntinate qua e là  di piccole sfere biancastre rotondeggianti, segno di quanto”potè il digiuno”. Anche se meno presente della CO , il metano sembra responsabile del 20% dell’innalzamento dell’effetto serra. Il metano è 2 infatti prodotto dai batteri responsabili della decomposizione della materia organica in condizioni di anaerobiosi cioè in mancanza o scarsità  di ossigeno e quindi dalle discariche e dalla normale attività  biologica di molti animali, come i milioni di bovini e suini presenti sulla terra. Si emette metano anche durante la produzione e il trasporto di carbone e gas naturale. Il bilancio del metano, che contribuisce all’effetto serra oltre 20 volte più della anidride carbonica a parità  di peso, è peraltro assai complesso: si stima che 110 milioni tonnellate all’anno di emissioni di metano provengono dalla produzione di energia, 40 milioni di tonnellate dalle discariche, 25 dal trattamento dei rifiuti, 40 dalle biomasse bruciate, 20 dalle termiti, 15 dall’oceano, 10 dagli idrati, 115 dai ruminanti e 225 dalle zone umide (risaie, ma anche paludi). Il contributo delle discariche sarebbe così inferiore al 7% di tutte le emissioni. Inoltre Il metano è sequestrato dall’atmosfera nel processo naturale di formazione dell’acqua e rimane in atmosfera per 11-12 anni, meno di molti altri gas serra. Su “le Scienze” di aprile 2007 è apparso un articolo di Frank Keppler e Thomas Rockmann che ha stimato il possibile contributo delle piante vive (non in condizioni di anaerobiosi) al metano presente in atmosfera e sono arrivati a un valore impressionante compreso tra 60 e 240 milioni di tonnellate all’anno. Il valore più alto corrisponde a ben un terzo delle emissioni totali in atmosfera. La ricerca è tuttavia ancora in fase di forte discussione. In ogni caso il metano prodotto dalle discariche, essendo relativamente concentrato, può essere facilmente controllato (bruciato) o addirittura sfruttato. In realtà  il detto biblico dice più esattamente “polvere”, “terra”: Adam, in ebraico, allude ad Adamà  (terra) allo stesso modo del latino Homo che allude a Humus (Cfr. Luigi Rigazzi: “e Dio disse…” Silvana Piolanti editore, 2007). I due termini sono peraltro accostati spesso (Gn 18.27; Gb 2.12, 42.6, ecc.) e l’uso di polvere o cenere sul capo o addosso assume il medesimo significato di memento mori. In Europa l’incenerimento interessa la metà  circa dei rifiuti smaltiti in discarica, con oltre 600 impianti. Volendo fare una panoramica più generale sulla destinazione dei rifiuti in Europa: il numero di impianti di discarica è superiore a 11.000 (8.700 considerando solo gli Stati membri UE25). Particolarmente elevato appare il numero di discariche presenti in Germania, Turchia, Regno Unito, Polonia e Grecia. Il numero di impianti di incenerimento censiti dall’OCSE sul territorio europeo risulta pari a 646, di cui 562 dotati di sistemi atti a garantire il recupero di energia. Per quanto riguarda i rifiuti urbani si calcola un ammontare complessivo di rifiuti urbani smaltiti in discarica superiore a 90 milioni di tonnellate; l’incenerimento può essere quantificato in circa 45 milioni di tonnellate di rifiuti trattati, quasi interamente avviati ad impianti dotati di sistemi per il recupero di energia. Nei Paesi UE15 l’ammontare di RU complessivamente inceneriti è pari ad oltre 40 milioni di tonnellate. I trattamenti biologici e le operazioni di riciclo, infine, si attestano, entrambi, a circa 37 milioni di tonnellate. Dal 1995 al 2003, l’incenerimentonell’UE15 aumenta di circa 27 kg/abitante per anno, da 81 kg/abitante per anno a 108 kg/abitante per anno, che si traduce in una crescita percentuale superiore al 33%. Da:”Rapporto…”, cit. Combustibile Da Rifiuto.

Ma le biomasse sono davvero una fonte energetica e rinnovabile?

Le biomasse utilizzabili a fini energetici (come biocarburanti, biocombustibili per la produzione di energia elettrica, biogas dalla digestione) per essere considerate fonti energetiche rinnovabili (FER), a diferenza delle altre FER (eolico, solare, idroelettrico, ecc.) che lo sono di per se (per natura), devono soddisfare determinate caratteristiche di ecosostenibilità  nella loro produzione e utilizzo. Le filiere agroenergetiche da promuovere in quanto, oltre che rinnovabili, siano anche ecosostenibili devono essere corte (nello spazio) e brevi (nel tempo), devono garantire un bilancio energetico positivo e una produzione complessiva di CO negativo o nullo, non 2 devono prescindere dal contributo che le buone pratiche agricole possono dare alla fissazione al suolo del carbonio, alla lotta alla desertificazione e all’erosione, al processo di graduale sostituzione dei concimi chimici e al miglioramento della qualità  dei suoli, mediante, ad esempio, l’uso in agricoltura di ammendanti prodotti dal compostaggio delle biomasse ad elevata umidità . Ma non essendoci al momento regolamentazione normativa da assumere a riferimento, che ne stabiliscano obbligatoriamente queste caratteristiche, si pone, per chi si trova a programmare o a valutare e approvare determinati progetti che prevedono il loro sfruttamento, il problema di come considerare questi criteri di ecosostenibilità . Criteri che rappresentano, come già  detto, una sorta di spartiacque per la classificabilità  delle biomasse fra le FER.

Le biomasse sono da considerarsi una fonte rinnovabile? E come incidono sui cambiamenti climatici (produzione di CO )? 2 Le biomasse vanno considerate rinnovabili se quanto viene sottratto all’ambiente naturale o agricolo corrisponde a quanto nuovamente sarà  riprodotto: in un anno è possibile togliere all’ambiente tanti quintali di biomassa, quanti in quell’anno l’ambiente riprodurrà  o naturalmente o artificialmente (coltivazioni agricole dedicate o riforestazione). Per il bilancio della CO teoricamente, se tanti 2 sono i quintali che si bruciano quanti quelli che si riproducono annualmente, la CO prodotta dalla 2 combustione sarà  circa uguale a quella inglobata dalle piante, grazie alla fotosintesi. Tuttavia, se consideriamo che le coltivazioni (erbacee o arboree) richiedono l’impiego di fertilizzanti chimici di sintesi e fitofarmaci, oltre a macchine agricole, pompe per l’irrigazione e trasporto dei prodotti, ciò significa che sono necessarie grandi quantità  di energia di origine fossile che produce CO . Pertanto il bilancio non è più in equilibrio, 2 perché vi è una produzione netta di CO a causa 2 dell’impiego di energia fossile, non rinnovabile: le biomasse utilizzabili devono dunque essere o naturali o prodotte biologicamente o “secondo natura”. L’industrializzazione dell’agricoltura ha aumentato in media di 50 volte il flusso di energia rispetto all’agricoltura tradizionale. Pertanto, per esempio, il sistema agricolo statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo o, se si vuole, utilizza più energia fossile di quella che deriva dalla radiazione solare. Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, va detto che servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato. Bilancio energetico positivo e produzione di CO negativa 2 L’utilizzo a fini energetici delle biomasse è consentito a condizione che siano rispettati i criteri di efficienza energetica. Bisogna calcolare in modo completo il contributo delle diverse fonti di energia che concorrono al processo produttivo (input), dalla coltivazione al consumo finale (ad esempio carburanti per trasporti, fertilizzanti, energia elettrica, manodopera â¦) e la quantità  di energia che se ne ricava (output). Il valore positivo del rapporto output/input si ha quando l’energia solare immagazzinata e poi liberata (output) è maggiore di quella proveniente da fonti non rinnovabili utilizzata lungo tutto il processo produttivo (input). Se il saldo energetico è positivo dovrebbe essere pari o negativo quello della produzione di CO ; ma qui entra in gioco 2 la variabile tempo. L’anidride carbonica fissata nei combustibili fossili in processi durati milioni di anni, viene liberata in atmosfera nello spazio brevissimo della combustione degli stessi. à questo che ne provoca l’accumulo in atmosfera e causa l’effetto serra. La CO prodotta nella 2 conversione di biomasse viene utilizzata nel processo di fotosintesi per la produzione di nuova biomassa e non contribuisce agli effetti negativi sul clima. à chiaro però che la conversione della biomassa in energia deve essere compatibile con i ritmi naturali, e il tempo dalla coltivazione al consumo finale deve essere il più breve possibile: ad esempio un conto è produrre biodisel o bioetanolo proveniente da una coltura che ha bisogno di soli pochi mesi di coltivazione, tutt’altro conto è trasformare foreste centenarie quindi con cento anni di CO 2 fissata in legna da ardere. Di qui il concetto di ciclo breve nel tempo.

Ciclo corto (nello spazio) e breve Nell’ambito delle fonti energetiche rinnovabili derivate da processi produttivi agricoli è necessario fare una precisa distinzione fra le produzioni espressione dei filiere produttive locali e le produzioni energetiche rinnovabili con biomasse o concentrati di esse con provenienza estera. Pur essendo ambedue no fossil e quindi con emissioni di CO pari a zero non si può ricono2 scere agli impianti bioenergetici che si approvvigionano all’estero la stessa valenza ambientale delle produzioni locali. E questo per due motivi: il primo, di carattere strettamente ambientale, è che i già  risicati margini del bilancio energetico vengono fortemente ridotti o azzerati con i trasporti; il secondo, non meno importante, è di carattere etico: questi processi intensificano la rapina delle risorse agricole del sud del mondo e sottraggono alle produzioni alimentari enormi quantità  di terreno in aree dove fame e sottonutrizione sono ancora presenti. Circoscrivere il raggio in cui reperire la biomassa necessaria all’alimentazione dell’impianto, ha lo scopo di rendere la biomassa a tutti gli effetti una fonte energetica rinnovabile e sostenibile. E’ di facile comprensione infatti, che il beneficio dovuto al bilancio nullo di emissioni di CO del2 la biomassa ad uso energetico può essere vanificato dall’apporto delle emissioni di CO genera2 te dal trasporto della biomassa fino all’impianto, in maniera più o meno significativa a seconda della distanza di origine delle biomasse medesime e del combustibile usato per il trasporto.

Le garanzie tra gli attori della filiera Le filiere agroenergetiche devono fondarsi sulla figura dell’agricoltore che non può essere solo un attore tra i tanti, e cioè l’anello iniziale (e debole) della lunga catena che porterà  alla produzione di energia, ma deve essere un protagonista di tutta la filiera, anche sotto il punto di vista dei redditi garantiti dalla riconversione energetica delle sue colture. Le colture bioenergetiche non hanno un mercato difuso in grado di sostenere iniziative imprenditoriali slegate da un preciso e organizzato processo e flusso di filiera. Come tutte le colture destinate alla trasformazione industriale devono essere contrattualizzate con appositi accordi interprofessionali. In particolare gli impianti di combustione devono essere vincolati ad un preciso e dimostrabile accordo di filiera locale con i produttori. Senza di ciò la nascita di un impianto di generazione o di cogenerazione finirà  per essere utilizzato per bruciare biomasse prodotta altrove, vanificando tutti i benefici ambientali in termini di emissioni complessive di gas di serra derivanti dal loro uso energetico. Va infine esclusa categoricamente l’ipotesi di utilizzare gli impianti a biomasse per bruciare anche i rifiuti di matrice organica, molto più utili per la produzione di compost per l’agricoltura per compensare la tendenza alla desertificazione dei suoli.

Faccio ora un esempio sul calcolo delle superfici occorrenti per il mantenimento di un impianto a biogas (al momento la modalità  di utilizzo della biomassa probabilmente più efficiente e meno impattante) da 1,4 MW, e conseguentemente sulla necessità  di “bacinizzare” il territorio al fine di prevedere una giusta quantità  di impianti sostenibili dal territorio stesso. Atteso che la produzione di biomassa complessiva, necessaria per alimentare in un anno tale impianto è pari a 30.000 ton. di insilati di cereali, si ritiene che per quanto riguarda la produzione di insilati di mais si dovrebbe calcolare la resa unitaria non tanto sui 690 q.li ad ettaro, ottenibili solo con il ricorso alla pratica irrigua così come proposto dal richiedente, ma in coltura asciutta. Questo in quanto da un punto di vista della sostenibilità  ambientale la produzione di energia da fonti rinnovabili deve essere perseguita utilizzando o i sottoprodotti/ scarti delle produzioni agricole o nel caso di coltivazioni dedicate, apportando i minori “inputs” energetici possibili. Pertanto calcolando una produzione media di 550 q.li/ha di insilati in coltura asciutta il fabbisogno complessivo di terreni per garantire le 30.000 ton necessarie all’anno sono stimabili in 545 ettari anziché i 430 ettari come indicato in alcuni casi pratici. Inoltre, dovendo l’azienda che intende realizzare l’impianto garantire almeno il 50,1% di produzione propria, la superficie minima che annualmente tale azienda dovrà  investire, per ottenere la materia prima occorrente, non potrà  essere inferiore a 275 ettari. Superficie questa che dovrà  inoltre essere accompagnata da un minimo di rotazione dei terreni al fine di evitare problemi di natura agronomica (stanchezza dei terreni, rese, apporti di inputs chimici ecc.); la rotazione dovrà  essere effettuata alternando la stessa coltura sullo stesso terreno ogni tre anni e questo pertanto comporta la disponibilità , sempre in capo all’azienda stessa di una superficie di almeno 825 ettari. A questo si aggiungono le necessarie considerazioni in merito all’area di reperimento delle biomasse, ipotizzando che essa non possa essere superiore ad una superficie di raggio 25Km circa (vedi alcuni piani energetici provinciali che hanno trattato la materia) al fine di garantire il principio delle filiere corte nello spazio. à evidente quindi come non sia possibile pensare di localizzare ovunque sul territorio impianti energetici a biomassa a prescindere dalla effettiva disponibilità  in loco della biomassa stessa. Sui territori agiscono contemporaneamente diverse competenze che non dialogano assolutamente fra di loro: accordi nazionali che riguardano il futuro degli ex zuccherifici, piani energetici regionali con previsioni, p.e. quello della Regione Emilia-Romagna, di impianti a biomassa da 300 MW, competenze provinciali per impianti di taglia inferiore: nessuno che si occupi di valutare la disponibilità  effettiva della biomassa tenendo conto anche della necessità  di garantire coltivazioni per l’alimentazione. Conseguentemente non è possibile, per tutte le argomentazioni fin qui svolte circa la sostenibilità  ambientale, localizzare comunque impianti alimentati da biomassa proveniente da altri Paesi: insilato di mais dall’Argentina o olio di palma dal Madagascar o da altrove. In conclusione, lo sviluppo di filiere agricole non food a fini energetici, deve attuarsi attraverso la messa a punto di un sistema normativo regolamentare nazionale e/o regionale che assicuri che le produzioni agricole portino reali benefici al bilancio energetico ed ambientale complessivo, mirando ad una effettiva riduzione di CO , salvaguardando specie ed habitat 2 dalle minacce rappresentate dalla possibile introduzione di colture transgeniche e, ultimo ma non ultimo, la sovranità  alimentare delle popolazioni locali.

Territorio, sicurezza alimentare e riforme attese

Competizione nei servizi Il modello statunitense di supervisione pubblica sulla sicurezza alimentare, varato negli anni ‘20 del secolo scorso, supera i confini interni degli Stati e si basa su un’amministrazione unica centrale, la Food and Drugs Administration (FDA). Questo modello è stato preso come riferimento dall’UE che ha inserito nel trattato sulla sicurezza alimentare del 2000 e nei Regolamenti emanati in seguito, questi due principi: * il controllo è afdato alla responsabilità  delle imprese seguendo dei metodi stabiliti dall’UE; * la supervisione pubblica sul controllo aziendale (controllo ufficiale) è realizzata da ogni Paese e il suo costo deve andare a carico delle imprese se stanno su un gradino elevato della scala del rischio. Nel modello USA la supervisione pubblica è fortemente centralizzata e si avvale di ispettori federali che intervengono in tutti gli Stati, invece l’UE ha lasciato ad ogni Paese membro il compito di realizzarla. Per esempio, la Francia dispone di ispettori pubblici che si muovono da una parte all’altra del Paese. Sono in numero ridotto, altamente specializzati per ogni tipo di filiera, tecnologia, e in questo modo rendono omogenei i comportamenti delle aziende agroalimentari di ogni zona. L’Olanda ha appaltato una parte del servizio pubblico ad un’impresa privata. Tutti i Paesi membri si sono mossi per riorganizzare i servizi ispettivi, aumentare l’efficienza e ridurre i costi, tranne l’Italia. L’organizzazione italiana ha avuto origine dal Comune che assumeva la diretta responsabilità  pubblica sulla sicurezza per i rifornimenti annonari in ogni area urbana. A causa di questa matrice la parte più rilevante dell’attività  pubblica per la sicurezza alimentare oggi si trova inserita nelle Unità  Sanitarie Locali che operano con Aziende tra loro autonome. Con la riforma sanitaria del 1975 sono stati inseriti nelle USL i Medici Veterinari comunali (per il controllo sul bestiame vivo e al macello), così come i Medici e le altre figure che operavano a livello provinciale per il controllo sui negozi di alimentari. Per questo motivo, da un lato, rimane difusa l’idea (sbagliata) che il controllo per la sicurezza alimentare sia assicurato dall’intervento pubblico. Dall’altro gran parte dell’attività  svolta resta incapsulata nell’USL con due gravi conseguenze: * la dimensione dell’USL non ha alcun nesso con il movimento delle derrate alimentari, avendo un bacino di utenza concepito per i servizi di medicina umana; * le competenze dell’USL si limitano agli aspetti igienico sanitari e non comprendono gli altri fattori della sicurezza alimentare: qualità  dell’aria, dell’acqua, qualità  dei suoli, sofisticazioni e frodi.

Grandezza e pochezza Il servizio svolto dalle USL per la sicurezza alimentare si avvale di circa 10.000 addetti suddivisi tra Servizio Veterinario per le produzioni animali e Servizio Ispezione Alimenti Nutrizione per trasformazioni vegetali, punti vendita, bar e ristorazione: si tratta di 7.000 Medici Veterinari, 3.000 Medici del SIAN e tecnici della prevenzione (Ministero della Salute, SICURA 2007). La separazione di competenze tra i due Servizi (SIVET, SIAN), l’autonomia di ogni USL, le diverse scelte compiute da ogni Regione provocano una eterogeneità  nelle ispezioni su aspetti igienico-sanitari tra produzioni (animali e vegetali), tra produttori e tra punti vendita. L’organizzazione dell’ispezione sul controllo igienico-sanitario in ambiti territoriali più ristretti rispetto alle filiere agroalimentari e la mancanza di mobilità  degli operatori tra le USL determinano la complessiva inefficacia del sistema ispettivo italiano. Situazione rilevata dai Paesi Terzi che chiedono alle imprese italiane di applicare i loro sistemi nazionali. L’attività  dell’USL risente di condizionamenti locali soprattutto nelle aree dove la presenza delle organizzazioni criminali è più forte e anche in altre zone si manifesta la tendenza dei servizi sanitari a non intervenire nei casi difficili. La mobilità  e la specializzazione sono alla base dell’attività  ispettiva in ogni settore: vale l’esempio dello sport dove lo stesso arbitro opera in luoghi diversi, mentre sarebbe assai condizionato e poco attendibile se arbitrasse sempre e soltanto sul luogo di gara dove risiede. Non a caso, le infrazioni più gravi per la sicurezza alimentare vengono scoperte dalla Guardia di Finanza, dai NAS e da altri organi, tuttavia senza una impostazione chiara e unificante. Il costo enorme dell’attività  ispettiva afdata al Servizio Sanitario Nazionale, rispetto alle attese di chi produce, distribuisce e consuma, è messo in risalto con alcuni confronti: * il solo Servizio Veterinario italiano costa quanto la FDA degli USA (Ministero della Salute) * l’ispezione pubblica per la sicurezza alimentare in Francia è afdato a 500 ispettori specializzati che operano su tutto il territorio nazionale (con una dimensione territoriale e di volume di merci superiore a quella italiana) * nel SSN manca la figura dell’ispettore specializzato per i prodotti vegetali (INRAN, SANA 2007). Per colmare i limiti delle USL, numerosi altri organismi intervengono sulla sicurezza alimentare ad ogni livello, locale, regionale e nazionale. Molti controllori Numerose amministrazioni pubbliche fanno ispezioni sulle imprese in materia di applicazione delle norme igienico-sanitarie, merceologiche (contro le frodi, le sofisticazioni, le infrazioni sull’etichettatura), per il rispetto dell’ambiente e del benessere animale, tutte materie che fanno parte della sicurezza alimentare. Si stende un elenco probabilmente incompleto: * Ministero della Salute: Uffici Veterinari per gli Adempimenti degli obblighi Comunitari (UVAC) e Posti di Ispezione Frontaliera (PIF): * Ministero della Difesa: corpi specializzati dei Carabinieri (Nuclei Antisofisticazioni NAS, Nuclei Antifrodi Carabinieri NAC, Nucleo Operativo Ecologico NOE) e Capitanerie di Porto (controllo sul pescato, sulle derrate trasportate per mare); * Ministero dell’Interno: corpi specializzati della Polizia di Stato; * Ministero del Tesoro: corpi specializzati della Guardia di Finanza; * Ministero dello Sviluppo Economico: Istituto Nazionale Conserve Alimentari (INCA), per i controlli igienico sanitari e di qualità  delle conserve vegetali; * Ministero delle Politiche Agricole Forestali Alimentari: Agenzia per le erogazioni nell’agroalimentare (AGEA), Ispettorato Centrale per il Controllo della Qualità  dei Prodotti Alimentari (ICQ), Corpo Forestale dello Stato (CFS); * Ministero dell’Ambiente: Agenzia Nazionale Protezione Ambiente (ANPA); * Regioni: organismi per controlli merceologici, agenzie regionali per le erogazioni nell’agroalimentare, Istituti Zooprofilattici Sperimentali (interregionali), Agenzie Regionali Protezione Ambiente (ARPA), Servizi ispettivi sui prodotti regolamentati (DOP, IGP, biologico); * Province: Osservatori fitosanitari, Polizie Provinciali, Guardie ecologiche; * Comuni: Polizia Municipale, Vigili Annonari, Aziende Municipalizzate (distribuzione acqua potabile, smaltimento dei rifiuti liquidi e solidi). Queste istituzioni sono del tutto separate e la collaborazione “spontanea” non funziona perché richiede che ogni addetto sia in grado di superare delle procedure complesse. Inoltre, se da un lato la “collaborazione” non risolve il problema dei costi pubblici, dall’altro non riesce a raggiungere le condizioni di tempestività  e organicità  di intervento. Le USL svolgono la parte ispettiva maggiore, tuttavia al loro interno manca l’approccio ai flussi delle materie prime, semilavorati e prodotti finiti provenienti da zone diverse e da altri Paesi. Non a caso, la denuncia delle infrazioni igienicosanitarie più gravi per la sicurezza alimentare è quasi sempre collegata alle ispezioni condotte ai fini tributari, mentre l’attività  ispettiva delle USL rischia di cadere in eccessi di rigore verso gli aspetti formali e i comportamenti meno gravi per il rischio igienico-sanitario. L’insieme dell’agroalimentare composto soprattutto da aziende piccole (agricoltura, artigianato, somministrazione del cibo) si trova sommerso dalle richieste di adempimenti burocratici ripetitivi. Riforme mancate In base alle norme dell’UE il sistema agroalimentare italiano dovrà  prendere a carico una parte del costo del SSN per l’attività  ispettiva, ma non otterrà  vantaggi analoghi a quelli dei Paesi concorrenti. Sinora l’industria alimentare non riceve tutela per l’esportazione dei prodotti italiani verso Paesi extra UE (che reputano disorganico il nostro sistema pubblico e impongono alle aziende le proprie impostazioni) e per l’importazione di alimenti da Paesi extra UE dove gli interventi richiesti alle imprese per la sicurezza alimentare sono molto leggeri. Il sistema distributivo italiano sostiene un elevato costo per l’autocontrollo perché ogni punto vendita è chiamato a fare fronte a criteri diversi a seconda dei criteri ispettivi adottati da ogni singolo ente (Comune, USL, Regione) e aumenta l’incertezza causata dall’iniziativa autonoma di diversi organismi ispettivi. Il riordino dell’intero apparato pubblico è dunque ineludibile per la sopravvivenza del sistema agroalimentare italiano e avrebbe altri tre risultati. Una più adeguata protezione del consumatore, la riduzione della spesa pubblica e le informazioni da fornire all’autorità  scientifica nazionale chiamata a valutare le minacce per la salute umana derivanti da fattori naturali straordinari (nuovi agenti patogeni, calamità ), da innovazioni tecnologiche (biologiche, chimiche, fisiche) per potersi confrontare in sede internazionale. Il Paese chiede con forza la semplificazione delle procedure e la riduzione del peso delle amministrazioni pubbliche. Nel campo agroalimentare queste esigenze sono state acuite dalla profonda riorganizzazione attuata nei Paesi concorrenti per applicare l’ordinamento comunitario rivolto a tutelare la sicurezza del consumatore e a raforzare il sistema produttivo. Invece di fornire un servizio efficiente per l’agricoltura, l’industria, il commercio, la salute, l’educazione alimentare la via italiana al federalismo mantiene le separazioni, moltiplica le iniziative locali e regionali aggravando un quadro già  molto appesantito. Vediamo due esempi. Esistono forti pressioni per suddividere gli Istituti Zooprofilattici trasformando quelli interregionali in più istituti regionali come nel caso della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. L’Italia ha ottenuto nel 2003 la sede dell’European Food Safety Authority, ma è l’unico Paese membro dell’UE che non ha messo in funzione un’Autorità  nazionale. L’EFSA è il punto di riferimento dell’Unione Europea per quanto riguarda la valutazione dei rischi relativi alla sicurezza alimentare. Opera per fornire una consulenza scientifica indipendente, una comunicazione chiara sui rischi esistenti ed emergenti. Riceve le valutazioni scientifiche espresse dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e dagli Stati membri attraverso le Autorità  nazionali. L’Italia non ha provveduto a riorganizzare le competenze pubbliche per sicurezza alimentare e solo nel Febbraio 2008 ha istituito l’Autorità  nazionale che dovrà  cominciare a funzionare a Foggia dove non è presente alcuna delle numerose istituzioni scientifiche in materia.

Grande handicap – grande recupero A causa della mancata riorganizzazione delle competenze sull’uso delle risorse naturali (acqua, terra, aria) e sui settori (agricoltura, industria, distribuzione, ristorazione) il sistema agroalimentare sconta i seguenti pesi.

* Prodotti importati. Non esiste un’organica attività  ispettiva sui prodotti agroalimentari importati. * Produzione agricola e delle piccole imprese di trasformazione. Adempimenti complessi ripetuti verso amministrazioni separate: tributarie (nazionali e locali), previdenziali, consortili (irrigazione e smaltimento rifiuti), settoriali (agricoltura, sanità , ambiente). * Produzione industriale. L’industria alimentare è chiamata a sostenere forme di autocontrollo per la sicurezza alimentare, attività  ispettive di organismi pubblici italiani e sistemi richiesti dai Paesi Terzi destinatari delle nostre esportazioni. USA, Giappone, Cina, Singapore, Corea del Sud, Messico, Australia, ecc chiedono di applicare la loro impostazione per la sicurezza alimentare perchè non si fidano di quella italiana. Nello stesso tempo ogni gruppo della GDO impone il suo sistema di autocontrollo/controllo per la sicurezza alimentare ai suoi fornitori. * Distribuzione alimentare. Riceve ispezioni provenienti, più o meno, da 15 istituzioni pubbliche che intervengono in modi diferenti e che cambiano, a seconda dell’ubicazione del punto vendita, da Regione a Regione, da USL a USL, da Comune a Comune. * Immagine del prodotto. L’autocontrollo applicato dalle imprese e il controllo pubblico non sono valorizzati per le politiche commerciali (aziendali, interaziendali e pubbliche) a causa dell’assenza di soluzioni per la trasmissione dei dati tra le amministrazioni pubbliche, tra queste e le imprese. Non esiste una quantificazione complessiva del costo pubblico dell’intero sistema ispettivo sull’agroalimentare italiano. Per quanto riguarda il costo che ricade sulle imprese, la Federazione dell’Industria Alimentare italiana aderente alla Confindustria (nella Relazione del Presidente all’Assemblea svoltasi in occasione di Cibus a Roma il 13 Aprile 2007) ha sottolineato quanto segue. * Aumento dei costi per l’industria italiana provocato dalla complessità  del sistema ispettivo pubblico; * Richiesta delle imprese della GDO di applicare diversi metodi di autocontrollo in ordine alla sicurezza alimentare (Standard BRC, IFS, EurepGap, altri); * Assenza della GDO italiana sui mercati di altri Paesi e presenza in Italia di imprese della GDO provenienti da più Paesi: l’industria alimentare italiana deve rispondere a tanti sistemi di controllo privati per la sicurezza alimentare quanti sono i clienti di diversa nazionalità  da rifornire. Le industrie concorrenti sopportano un minore peso per il controllo pubblico e per quello privato: Federalimentare ha stimato che solo gli adempimenti formali (burocratici) richiesti per documentare l’autocontrollo sulla sicurezza alimentare assorbono il 2% del fatturato dell’industria alimentare, pari a 2 milioni di euro. Manca del tutto la misura del danno creato dal disordine nell’uso del territorio, addirittura non controlliamo il consumo di superfici agricole in corso mentre in un Paese federale come la Germania si stabilisce qual è il tetto complessivo annuale di superficie agricola destinata a usi extra agricoli e viene rispettato nel singolo Lander e Comune. Importeremo, oltre alle tecnologie avanzate e ai beni di lusso, sempre più prodotti alimentari, tuttavia abbiamo una grande capacità  di recupero. Se cominciamo a demolire i frazionismi statali, regionali e locali, possiamo sfruttare un vero e proprio giacimento di risorse sottoutilizzate.

La città  in estensione. Un percorso di progetto

Il tema della città  e il consumo di suolo Oggi, con il termine città  ci riferiamo a territori urbanizzati caratterizzati da una successione più o meno densa ed estesa di centri urbani : sono le grandi megalopoli regionali e interregionali che la letteratura sul tema interpreta ricorrendo a metafore fortemente evocative e che lasciano aperte molte opzioni sulle opportunità  di sviluppo . D’altra parte, non disponiamo nemmeno di una definizione univoca di popolazione urbana1 e dobbiamo attenderci processi crescenti di inurbamento. Entro il prossimo decennio, circa due terzi della popolazione del mondo, vale a dire cinque miliardi di persone, vivranno in ambito urbano e dovremo misurarci con qualche centinaio di città  particolarmente estese e popolose e con una domanda di energia e di beni crescenti e concentrati. Contestualmente, disponiamo di un incerto sistema di conoscenza sulle questioni ambientali e di uso del suolo. Mi riferisco ad un modello di conoscenza condiviso e aperto, relativamente autonomo rispetto alle decisioni da adottare, alimentato nel tempo dagli esiti delle stesse azioni di piano e di progetto, delle pratiche di perequazione urbanistica e delle iniziative di compensazione territoriale. Inoltre, nonostante i passi avanti fatti a livello istituzionale con le leggi sul riordino delle autonomie locali 2 e più recentemente con la riforma del Titolo V° della Costituzione, i livelli di pianificazione di area vasta sono in difficoltà  per l’emergere di conflitti tra le troppe competenze concorrenti e per una gestione delle scelte urbanistiche dominata dalla strumentazione attuativa comunale 3. Lo ius aedificandi è rimasto un diritto privato connaturato alla proprietà  del suolo, comunque esigibile con il pagamento della concessione a costruire in nome di un trattamento eguale di tutti i cittadini e in forza della necessità  di poter contare su un incremento delle imposte comunali sugli immobili (ICI). La recente legge urbanistica della Regione Lombardia, la legge di Governo del Territorio, 11 marzo 2005, n.12, ha assegnato alle Province il compito dell’identificazione sia degli ambiti da destinare alla produzione agricola che dei criteri che i Comuni dovranno adottare, nel corso dell’adeguamento del loro strumento urbanistico, per azzonare queste stesse aree che, sempre secondo la su richiamata legge, non possono essere oggetto di perequazione urbanistica. Questa scelta, esito di un confronto serrato tra le diverse direzioni generali della stessa regione e il gruppo di lavoro per la stesura della nuova legge di nomina assessorile 4, sta sollevando moltissime reazioni : * da un lato, quelle dei comuni, che si sentono “espropriati” di una loro competenza da parte delle Province e che spingono per far rientrare tali aree nella contabilità  perequativa, ovvero per limitare tali aree a situazioni di eccellenza 5 aziendali e paesaggistiche e alle manifestazioni di interesse e di disponibilità  da parte di singoli coltivatori, proprietari e afittuari, a diventare anche prestatori di un servizio urbano; * dall’altro lato, quelle di chi è deciso a riproporre il tema del consumo di suolo nell’ambito di un nuovo e più maturo approccio che definisca criteri identificativi e di stima condivisi e gestiti in modo sistematico e ufficiale 6 e che, in particolare, riconosca la necessità  di salvaguardare le aree agricole nell’ambito di un progetto di città  cui queste possono contribuire con la produzione di paesaggio e di beni alimentari di una maggiore qualità  e più sicuri.

La preservazione del paesaggio non è un tema del solo spazio agricolo La questione dell’identificazione delle aree agricole impone un approccio alla pianificazione di progettazione integrata nel tempo e a livello interscalare: a questo proposito restituirò, aiutandomi con delle immagini, alcuni passaggi di una successione di esperienze condotte a livello di area vasta e a livello comunale che può restituire più efficacemente alcuni aspetti significativi delle vicende di Milano, nella sua dimensione di città  metropolitana regionale. La prima immagine (cfr.tav. 1) rappresenta la ricostruzione di quella che può essere intesa come la megalopoli delle regioni del nord. La tavola riporta l’ordinamento gerarchico delle polarità  urbane a partire dalla popolazione residente nei singoli comuni e tenendo conto del peso relativo di alcuni fattori riferiti alla struttura della popolazione e al livello di dotazione infrastrutturale. Contestualmente l’immagine mette in risalto l’area agricola della pianura padana, una campagna urbana tra le più ricche e produttive d’Italia e d’Europa, e l’area verde del Parco Agricolo Sud di Milano La contrapposizione tra i sistemi urbani e il territorio dell’agricoltura, evidenziata dalla mappa nasconde, in realtà , più di una contaminazione d’uso tra le due grandi aree. Lo scopo è quello di evidenziare, oltre al sistema delle polarità  urbane, il ruolo che la grande area verde della pianura padana ha nei confronti dell’intero sistema delle regioni del nord e di porre domande sul destino che si intende riservare a quest’area dove il consumo è legato da un lato, all’espansione insediativa e al programma di opere infrastrutturali di portata strategica e locale, dall’altro allo sviluppo di monoculture e di allevamenti intensivi. Sotto questo profilo la questione non può essere ridotta alla salvaguardia delle situazioni paesaggistiche di eccellenza: l’unicità  e la continuità  del sistema rurale richiede un progetto strategico che consideri le risorse suolo, acqua e paesaggio sullo stesso piano delle scelte di lungo periodo relative alle esigenze della crescita urbana. Il secondo passaggio fa riferimento a una sequenza di cartografie tematiche, elaborate in occasione dell’adeguamento del PTCP della provincia di Milano alle indicazioni della legge 12/2005, ai fini della identificazione degli ambiti agricoli. Alcune di queste cartografie (cfr. le tav. 2/3/4/) sono di carattere analitico, sono implementabili e rappresentano ciascuna un set diverso di indicatori, distinti in quelli che rappresentano la caratterizzazione delle coltivazioni e delle aziende agricole, quelli che localizzano le permanenze con valore paesaggistico e quelli che riportano gli elementi naturalistici; altre cartografie sono di natura sintetica, una di queste (cfr. tav.5) restituisce i caratteri dello spazio rurale, una seconda (cfr. tav.6) evidenzia i macrosistemi fisici e territoriali cui corrispondono le funzioni produttive, ambientali e di presidio ecologico dello spazio libero coltivato e non coltivato.

Nell’insieme le cartografie restituiscono un possibile sistema di conoscenza sul consumo di suolo, sulle qualità  paesaggistica delle aree e sulle rispettive funzioni: indicazioni che possono sostenere l’identificazione degli ambiti agricoli e i criteri per una loro definizione a scala comunale, orientandone le scelte a partire da una visione di area vasta 7. Rispetto al consumo di suolo che si attesta attorno a un valore medio del 42%, con valori massimi vicini all’’80% e minimi prossimi al 30% a seconda dei comuni rispettivamente del nord e del sud (cfr. tav.7) l’indicazione del PTCP è che la crescita urbanistica media si attesti,nei prossimi anni, attorno a un valore massimo del 5%.

Ma la traduzione a livello territoriale di questa percentuale deve tener conto dei caratteri e delle funzioni del suolo che hanno altri confini da quelli amministrativi e deve fare sintesi rispetto ad una idea di progetto: per esempio, rispetto al progetto di infrastruttura strategica, la dorsale verde, che a nord dovrebbe saldare le aree dei parchi e quelle libere e agricole ancora presenti ; e nelle aree del Parco Sud, rispetto a un sistema di progetti di sistemi verdi integrati, dal metrobosco, ai percorsi attrezzati dei raggi verdi, alle iniziative di promozione delle aziende. Per ciascun comune si deve poi trovare un equilibrio nella compensazione territoriale, eventualmente sostenuta da un fondo perequativo regionale o provinciale cui possono contribuire anche gli investitori privati. Milano. Una città  di dimensioni contenute con la grande risorsa del Parco Agricolo Sud Il terzo tipo di immagini restituisce un quadro sintetico dei maggiori interventi nella città  di Milano (cfr. tav 8) Questa immagine può essere accostata a quella del progetto dei raggi verdi, un concept plan, che ipotizza di connettere la corona delle aree verdi e boscate attorno alla città  con il centro attraverso percorsi alberati di mobilità  lenta (cfr. tav 9). L’interesse degli operatori che ha avviato gli interventi di trasformazione urbana 8 è innescato dall’adozione nel 2000 del Documento di Inquadramento, uno strumento programmatico attivato da una legge regionale (la legge regionale 9/99) che ha anticipato alcune scelte poi riprese e sviluppate dalla legge 12 del 2005 9. Il documento,oggi in parte rivisto sulla base dell’esperienza maturata negli ultimi cinque anni, introduce un indice volumetrico unico, la possibilità  di modificare le destinazioni d’uso vigenti e di negoziare la realizzazione di opere (gli standard di qualità ) oltre a quelle dovute secondo i tradizionali standard urbanistici 10. L’attuale amministrazione intende raggiungere, con lo strumento del PGT in corso di definizione, i due milioni di abitanti 11, utilizzando la perequazione urbanistica sull’intero suo territorio e costituendo una borsa dei diritti volumetrici immobiliare. Nel frattempo, ha anticipato due nuovi programmi: il primo finalizzato alla realizzazione di edilizia residenziale a prezzi convenzionati con la liberalizzazione dell’uso di 147 piccole aree che il PRG vigente aveva classificato come zone B rinviandone l’utilizzo a scelte successive; il secondo che riprende e formalizza l’accordo con le FFSS per la valorizzazione dei sedimi ferroviari dismessi in cambio di alcune opere a carico della stessa società  come la chiusura della cerchia ferroviaria per la realizzazione di una circolare ad alta frequenza attorno alla città . Tutte queste sono scelte che, prese singolarmente, sono di difficile confutazione; esse non restituiscono un disegno urbano e sono la somma di tanti singoli interventi tutti rivolti a rinnovare la città  riempiendo i vuoti di un tessuto urbano già  congestionato ed esercitando una inevitabile pressione sulle aree ancora libere per adeguare la carenza di infrastrutture, per realizzare nuovi grandi servizi urbani e per programmare l’oferta di alloggi sociali. Gli esiti sono quanto mai frammentati e contradditori soprattutto rispetto al divario tra l’efervescenza del mercato immobiliare12 e il rialzo dei prezzi della residenza da un lato e dall’altro la scarsità  e la lentezza nella realizzazione delle infrastrutture e nella messa a disposizioni di alloggi a prezzi convenzionati, in afitto o a riscatto. Le domande, risultate idonee nell’ultimo bando ERP, sono più di 12.000 contro circa 2.000 alloggi sociali, in fase avanzata di attuazione, esito del primo Piano Regionale di ERP del 2002-2004, ma localizzati prevalentemente in Provincia. D’altra parte anche la seconda giunta Albertini licenziava un progetto di utilizzo di aree pubbliche per alloggi sociali i cui bandi non sono ancora usciti e anche il programma per 12000 alloggi sociali promosso dalla Provincia, con il Comune di Milano, come uno degli obiettivi del Patto metropolitano non sembra avere gli esiti immediati auspicati 13.

Manca una idea di città  altrettanto forte di quella che costituisce il nostro archetipo di città  compatta tramandatoci dall’800; manca l’idea di una città  in estensione 14 dove si possano riscoprire nuovi racconti e dare forma e qualità  ai nuovi stili e forme di vita dei cittadini del domani; manca una programmazione urbanistica capace di correlare le politiche di lungo periodo con le scelte di scala intermedia e di livello comunale. Ma l’amministrazione cittadina è in grande fermento per l’attesa che a Milano sia assegnato l’expo 2015.

La definizione di popolazione urbana varia, tra stati e regioni, in base alle diverse soglie di densità  territoriale che distinguono popolazione urbana e popolazione rurale e, in altri casi, in base alle diverse perimetrazioni amministrative o statistiche.

2 cfr., la legge 142/90 e le rispettive applicazioni regionali che in alcuni casi arrivano anche dieci anni dopo come nel caso della legge 1/2000 delle Regione Lombardia e le cosidette leggi Bassanini

La Regione Lombardia conta 1457 comuni e tra questi il 94% sono comuni al di sotto i 5000 abitanti.

cfr., le più recenti proposte di modifica della legge che, in caso di conflitto tra province e comuni rimettono la decisione al livello regionale assestando in questo modo un ulteriore colpo alla pianificazione di area vasta. il gruppo di lavoro di cui ho fatto parte fu nominato nel 2000 dall’assessore di allora, Alessandro Moneta e lavorò sino al 2004. oggi abbiamo stime ufficiose che sono sovradimensionate o sottodimensionate e l’ISTAT stesso ci dà  una misura delle superfici agricole utilizzate (SAU) e non una misura del consumo di suolo. I risultati sono ottenuti applicando il metodo Metland per il calcolo del valore forestale (un metodo messo a punto negli Stati Uniti ed trasferito in Italia dal prof. A. Toccolini della Facoltà  di Agraria dell’Università  di Milano), quindi il metodo Land analisys model (LAM) che seleziona, organizza e confronta i diversi parametri mediante operazioni di overlay mapping(un metodo messo a punto dal gruppo di M. C. Treu, C. Peraboni; S. Zorzolo del Politecnico di Milano) Oltre ai grandi progetti di riqualificazione urbana che comprendono dall’ex area Fiera, all’area Garibaldi Repubblica, a Santa Giulia-Rogoredo, ad oggi sono stati approvati circa 150 programmi integrati di intervento, coincidenti in molti casi con poco più di un edificio cfr., la separazione tra lo strumento del Documento di Piano con valenza programmatica e gli strumenti del Piano dei Servizi e del Piano delle Regole con carattere prescrittivo e degli stessi strumenti attuativi dei Programmi Integrati di Intervento( PII)

10 Il disegno avrebbe dovuto restituire la direzione di sviluppo della futura città  è il logo della T rovesciata che rappresenta, da un lato la prospettiva del consolidamento del tessuto urbano lungo il percorso del Passante Ferroviario e,dall’altro, la riqualificazione delle aree. dismesse, innescate dal Progetto Bicocca 11 I residenti attuali si attestano a circa1.300.000 abitanti ,più o meno quelli censiti nel 1951, ma in gran parte più anziani e più ricchi. La dimensione territoriale di Milano è di 182 kmq, una città  piccola tra le città  metropolitane italiane, e tuttavia con un Parco Agricolo che misura 42,3 sul totale di 463 Kmq dell’intero parco. 12 Sono circa 85.000 gli alloggi privati realizzati nei primi cinque anni del 2000 contro una previsione di fabbisogno di edilizia che periodicamente, ogni decennio, ripropone per l’area metropolitana una domanda di 120-140.000 alloggi sociali convenzionati, prevalentemente inevasi. 13 ll bando della seconda Giunta Albertini fece scalpore perché utilizzò una leggina regionale che anticipava la possibilità  di considerare l’edilizia sociale come un servizio e pertanto da realizzare su aree a standard. Su quella base furono individuate circa 100 aree, poi risultate in parte inutilizzabili, e fu ipotizzata la realizzazione di 20.000 alloggi in afitto convenzionato: oggi siamo ancora in attesa del primo bando che dovrebbe attivare 9 aree. Invece il programma di 12.000 alloggi fissato come uno degli obiettivi del Patto Metropolitano si sta misurando con i costi delle aree, molto cresciuti anche nei comuni contigui a Milano e con la resistenza da parte dei Comuni nei confronti di nuovi interventi di edilizia sociale. Nel frattempo, la rigenerazione della popolazione della città  è più lenta del previsto e le nuove famiglie cercano soluzioni più lontane e meno costose.L’ultima speranza è,ma forse era, il recente accordo sul programma di finanziamenti nazionali. 14 cfr.,MCTreu, Margini e bordi nella città  in estensione,in MCTreu e D:Palazzo(a cura di), Margini. Descrizioni, strategie. progetti, Alinea editrice,Firenze 2006

Per uno statuto dei suoli

E’ possibile pensare al suolo come ad una risorsa naturale finita e non rinnovabile? Sembrerebbe una domanda semplice a cui dare una risposta scontata, eppure nel corposo sistema normativo del nostro Paese non esiste nulla che afermi ciò e ne faccia discendere una disciplina di tutela. Di più: non esiste nemmeno una ‘contabilità ‘ dei suoli, nessuno è in grado di dire con precisione quanto suolo venga consumato ogni anno per case, capannoni, strade, parcheggi. E’ l’intero nostro ordinamento ad essere privo di uno ‘Statuto’ dei suoli, che elevi questa risorsa al ruolo che le compete, implicito alla definizione che ne danno gli studiosi: “il prodottodellatrasformazionedisostanzemineralie organiche,operatadafattoriambientaliattiviperun lungo periodo di tempo sulla superficie della Terra … capace di provvedere allo sviluppo delle piante superiori e, pertanto, di assicurare la vita all’uomo e agli animali”. Dunque, i suoli sono frutto di una evoluzione lenta nella storia biologica del pianeta: anche in Pianura Padana, area geologicamente giovane, gran parte dei suoli attuali si sono evoluti nell’arco di decine o anche di centinaia di migliaia di anni. Per di più si tratta di una risorsa limitata e circoscritta alla superficie terrestre il suolo fertile è solo un sottilissimo strato di poche decine di centimetri oltre che non rinnovabile, se non in tempi che trascendono la nostra esistenza. Esso inoltre è il substrato indispensabile della vita vegetale e di tutti gli organismi che dai vegetali dipendono, quindi anche di quelli appartenenti alla specie umana. Ciò che è chiara evidenza per scienziati ed agricoltori, non sembra esserlo per i legislatori regionali né per quelli nazionali, che tutt’al più hanno previsto tutele parziali e condizionate, riferite a specifici attributi e funzioni. La legge nazionale sulla tutela dei suoli, la ormai storica 183/89, è un’ottima legge il cui titolo trae in inganno: essa infatti si occupa in realtà  di bacini idrografici e di prevenzione del dissesto, ovvero di una funzione connessa ai suoli e alla regolazione idrica che deve essere salvaguardata. Una funzione indubbiamente fondamentale, ma il suolo è molto di più e altro. La legislazione urbanistica, sia quella tradizionale che quelle di “nuova generazione”, considera il suolo per la sua mera dimensione spaziale e, nonostante le buone intenzioni talvolta dichiarate, non riesce mai ad andare oltre un’idea di fondo, che è l’idea del ‘costruire città ‘, in cui il suolo “libero” è un contorno del progetto, magari importante come lo è lo sfondo per il ritratto della Gioconda ma comunque non è “il soggetto”, la risorsa in sé da valorizzare per quello che è e per quello che può produrre a partire, in prima istanza, dalla vita vegetale. Nelle norme di tutela paesaggistica, come in quelle sulle aree protette, il suolo è un valore solo se produce un attributo particolare e meritevole di un qualche rispetto estetico-contemplativo o naturalistico, comunque “speciale”. La Convenzione Europea del Paesaggio ha introdotto, certo, una innovazione, declinando il concetto di paesaggio verso quello di ‘habitat di ogni comunità ‘: una rivoluzione concettuale profonda, non priva di ricadute su quello che dovrebbe essere uno statuto dei suoli, ma ancora del tutto priva di qualsiasi sviluppo legislativo nel nostro Paese, che pure l’ha ratificata. In Italia la costruzione e la manutenzione del paesaggio resta un sottoprodotto, non particolarmente obbligatorio, della programmazione urbanistica che, come detto, tutt’al più si occupa di plasmare e rimodellare il solo paesaggio urbano a scapito di tutto il resto. Il suolo peraltro non è riducibile al paesaggio: substrato essenziale per l’espressione della biodiversità  terrestre e base produttiva per l’agricoltura, nella sua estensione e nella diversificazione degli ambienti esso, certo, esprime il paesaggio come irrinunciabile spazio “sociale” e identitario di una comunità , ma in primo luogo definisce un intero comparto della biosfera (la “pedosfera”) di importanza fondamentale per la chiusura dei cicli biogeochimici (tra questi, il ciclo del carbonio di cui il suolo è il principale “sink” terrestre) oltre per il ciclo dell’acqua. Solo in ultima istanza, il suolo è anche spazio disponibile per insediamenti e infrastrutture la cui realizzazione se applichiamo le basilari definizioni di sviluppo sostenibile non può pregiudicare i diritti e le possibilità  delle future generazioni. Non è poi così normale che le sorti del suolo vengano stabilite per via esclusivamente amministrativa da atti che si richiamano alla disciplina urbanistica, dal momento che questa disciplina è “incompetente” rispetto all’esigenza di conservazione della risorsa. Ed in effetti all’estero ciò non è: altri Paesi, che come l’Italia hanno conosciuto i problemi connessi con il consumo dei suoli e con la conseguente trasformazione del paesaggio, hanno sviluppato norme che attribuiscono al suolo valore di bene indisponibile. Ogni trasformazione, ogni rivendicazione di diritti, incluso quello edificatorio, è subordinata alla prevalenza dell’interesse pubblico alla conservazione del complesso delle funzioni e dell’organizzazione dei suoli. Da noi invece la produzione normativa recente ha istituzionalizzato la contrattazione di aree e destinazioni su base sostanzialmente privatistica, indebolendo le possibilità  di agire per salvaguardare la preminenza dell’interesse collettivo sulle aspettative di imprese e privati. L’Unione Europea si è allertata, per mettere in guardia i Paesi membri circa i rischi della crescita inflattiva e disordinata del consumo di suolo. Ma anche in Europa quella della tutela dei suoli è una “sfida ignorata” 1, sebbene alcuni Paesi, a cominciare dalla Germania, vantino in questo campo corpi legislativi estremamente avanzati. La Valutazione Ambientale Strategica finalmente entrata nel nostro ordinamento è strumento per verificare la sostenibilità  delle scelte di pianificazione territoriale e imporre azioni compensative. Ma anche questo strumento risulta depotenziato, in quanto al suolo non viene riconosciuto lo status che gli compete: la perdita o la compromissione di suolo non è contabilizzata come un danno ambientale connesso alle trasformazioni, se non per via indiretta. E’ a partire da questa constatazione che, in una regione ad altissima densità  insediativa come la Lombardia, la Legambiente, insieme ad alcuni docenti e ricercatori, ha avviato un dibattito con urbanisti, economisti, ma anche agricoltori ed amministratori sul riconoscimento di uno statuto dei suoli e sull’introduzione di strumentazioni normative per limitarne il consumo e il cattivo uso. In Lombardia, come nelle altre regioni italiane, le leggi urbanistiche non hanno finora prodotto alcun argine alla crescita degli spazi urbanizzati a scapito del tessuto rurale. Le stesse province lombarde, che pure si sono finalmente dotate di strumenti di pianificazione d’area vasta (i Piani Territoriali di Coordinamento) in diversi casi anche di ottima qualità  come nel caso del PTC in discussione in Provincia di Milano hanno assistito ad una progressiva erosione delle possibilità  di intervenire e guidare i processi di trasformazione territoriale, pur restando almeno per ora titolari dell’importante responsabilità  di disciplinare gli ambiti agricoli. Per questo abbiamo iniziato a raccogliere punti di vista intorno a una proposta che attribuisca al suolo un valore riconosciuto, che obblighi a monitorarne lo stato e le trasformazioni. Questo percorso sta già  da ora raccogliendo il contributo di ricercatori e studiosi di vari settori, perchè non pensiamo che definire uno ‘Statuto dei suoli’ sia solo afare da urbanisti: esso chiama in causa le competenze di agronomi, paesaggisti, pedologi, chimici del suolo, naturalisti, forestali, ma anche studiosi di scienze economiche e discipline sociali. Perno della nostra proposta è quello che la tutela del suolo chiami in causa un principio di responsabilità  (delle istituzioni, degli operatori, a partire dal settore delle costruzioni) nei confronti della risorsa, che trova un primo momento di applicazione nel meccanismo della “compensazione ecologica preventiva” (Pileri 2007) 2: in pratica si tratta di imporre il collegamento di ogni trasformazione urbanistica a carico dei suoli all’obbligo di una misura compensativa, da attuare non a posteriori ma come precondizione alla trasformazione stessa, che si faccia carico quindi anche della gestione del territorio non urbanizzato, conferendovi un assetto definitivo, trasferendovi risorse per la sua qualificazione in termini naturalistici e di assetto paesaggistico, in misura proporzionale alle funzioni, attuali e potenziali (biologiche, produttive, chimico-fisiche, paesaggistiche, di generazione di reddito agricolo), compromesse a seguito della perdita di suolo libero. In un’area densa, come quella di Milano e del suo hinterland, ciò si traduce nell’obbligo di acquisire, “attrezzare naturalisticamente” e mettere a disposizione della collettività  aree, dello stesso comune in cui ha luogo la trasformazione, nella misura in cui tali aree siano realmente disponibili. Il meccanismo è simile a quello adottato dalla legislazione tedesca contro il consumo di suolo, quella legge voluta da Angela Merkel, all’epoca Ministro dell’Ambiente, che stabilisce obiettivi di progressiva riduzione del consumo di suolo (fino ad arrivare a zero alla soglia del 2050) da conseguire per l’appunto con strumenti di responsabilizzazione, afdando agli enti locali la scelta delle modalità  con cui attuare la compensazione ma definendone dal livello statale i caratteri strategici e gli obiettivi. La proposta della Compensazione Ecologica Preventiva è ovviamente solo un elemento (ma immediatamente “cantierabile”) di una revisione normativa e ordinamentale che non può prescindere da una riforma della fiscalità  locale, che consenta ai comuni di basare i propri bilanci su fiscalità  ambientale ed erogazione di servizi anziché sul consumo di risorse non rinnovabili quale in primo luogo il suolo, e su un riconoscimento legale e sostanziale del suolo quale bene comune la cui tutela deve prevalere sulle aspettative private di trasformazione urbana: si tratta di una via obbligata di riforma, che richiede di essere condivisa anche con la comunità  nazionale in quanto non può essere scissa dalla discussione complessiva su temi quali quello del federalismo fiscale e della sostenibilità  dei bilanci degli enti locali. La proposta della compensazione ecologica preventiva ha anche il merito di attivare un flusso di risorse economiche e/o patrimoniali per afrontare la gestione del territorio non urbanizzato, comunque questa avvenga: tramite il trasferimento di risorse ad imprenditori agricoli ovvero agendo direttamente come pubblica amministrazione. Un flusso di risorse che non necessariamente necessita di transazioni economiche e che anzi in generale esclude la monetizzazione: infatti ciò che conta è il risultato, questo è il senso di quel termine “preventivo”, non si dà  adito a trasformazioni che producano perdite di suolo libero se prima non si dimostra nei fatti di poter riprodurre le funzioni compromesse dei suoli attraverso azioni che generalmente possono essere definite come “creazione di paesaggio”,”generazione di natura”. Forse è già  tardi per discutere di come frenare il consumo di suolo, molte trasformazioni sono già  avvenute in modo irreversibile. Di certo non si può perdere altro tempo, specialmente in Lombardia.

Febbre di cemento: una malattia inguaribile? Confronto cubature realizzate in Lombardia tra la media del decennio del boom edilizio (1958-1967) e gli anni 1995-2002

Il riferimento è al titolo della pubblicazione, a cura dell’European Environmental Agency e del EC Joint Research Center, ‘Urban Sprawl in Europe, the ignored challenge’, Copenaghen 2006. Pileri, P.’Compensazione Ecologica Preventiva, Principi, strumenti e casi. Carocci Editore, Roma, 2007.

Dollaro, grano e petrolio

Se ne è accorta la televisione di intrattenimento. Chi scrive non possiede un televisore, ma è stato costretto, a casa di un amico, ad un pomeriggio alla presenza incombente del teleschermo. Era la vigilia di Natale: divi di vario splendore e numi del proscenio politico erano interpellati sui preparativi del cenone. L’anziano Mentore del serial televisivo rimpiangeva i tempi in cui era possibile acquistare l’indispensabile per il cenone con un milione di lire, si univa al lamento l’alfiere della politica spettacolo della rutilante età  di Craxi, l’amabile intrattenitore interrompeva l’intervista e cedeva la linea all’inviato speciale al mercatino rionale, che mostrava, indignato, i prezzi sul tronco di pescespada e sul cumulo di indivie. Sdegnato da quello delle ciliegie, 22 euro al chilo! Un frutto di stagione! Per Natale! Se ne sono accorti i rotocalco destinati al divanetto del barbiere, che hanno afrontato l’argomento con impegnative interviste al panettiere e alla pensionata che la pasta, ai prezzi che ha raggiunto, non può più permettersela. Se ne è accorto il re dei giornali, che ha bandito le appassionate denunce della signora che ispira il pensiero delle casalinghe con villa all’Argentario e a Cortina: cresce il prezzo degli alimentari. E’ inaudito! Nella denuncia che ha accomunato tv spazzatura e rotocalchi da cassonetto gli esperti interpellati non hanno esitato a identificare la causa dei rincari in un crimine orrendo: la speculazione. Singolarmente, chi denuncia la speculazione sul quotidiano che si stampa in via Solferino leva lo stesso grido che, a distanza di due isolati, levava, l’anno di grazia 1628, il giorno di San Martino, la folla che assaliva i forni di piazza Cordusio: morte agli incettatori! Se ne è accorta la tv spazzatura, se ne sono accorti i settimanali sfoglia e getta: il prezzo del cibo cresce. Ha iniziato a crescere quello dei cereali, li ha seguiti il latte, li seguirà , inevitabilmente, la carne, che dei cereali non è che un derivato. Rialzi modesti. Un chilo di pane costava, nel 1960, come un chilo di frumento: 60 lire. Il guadagno del mugnaio corrispondeva al valore della crusca, quello del fornaio a quello dell’acqua. Oggi (ieri) per acquistare un chilo di pane occorre (occorreva) il ricavato di venti chili di frumento: i panettieri hanno potuto rispondere al primo aumento della farina senza ritoccare il prezzo del pane. Aumenti modesti, che, fossero, come proclamano gli esegeti della tv, frutto della speculazione, potrebbero dissolversi appena le autorità  infliggessero qualche punizione esemplare. Che era quanto chiedeva la folla in piazza Cordusio. “Siccome, però, tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi – rileva l’illustre cronista della sommossanon hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venir derrate fuor di stagioneâ¦ così il male durava e crescevaâ¦” Che costituisce il problema sul quale i panettieri intervistati non sanno pronunciarsi: continueranno i prezzi a salire? Il male è fenomeno congiunturale, o è destinato a protrarsi? Nel 1972 l’agricoltura sovietica, gigante deforme e impotente, realizzò un raccolto tanto esiguo che l’inverno sarebbe stato senza pane. Si riunisce il Politburo: sull’aula incombe lo spettro di Novocherkassk, la città  dove dieci anni prima, in circostanze analoghe, la folla afamata si è scontrata con la polizia, che ha sparato uccidendo decine di dimostranti. Il consesso verifica che al cittadino sovietico è già  proibito tutto: non si può proibirgli di mangiare. Le riserve di oro consentono, peraltro, l’acquisto di quanto frumento e mais si voglia: con venti tonnellate di metallo si acquistano quaranta milioni di tonnellate di cereali, da trasformare in carne e formaggio, e continuare a ripetere ai sudditi che solo loro, in un Pianeta afamato, imbandiscono la tavola con la carne due volte la settimana. A diferenza degli occidentali i sovietici sanno decidere in segreto: la scelta dei vertici è trasmessa all’organo creato, con magniloquenza, per esportare cereali, che in incontri riservati con i mercanti americani acquista 24,2 milioni di tonnellate. Il riserbo è tale che quando il presidente Nixon, avvertito dalla Cia il 31 agosto, informa i giornali, gli americani si accorgono che le scorte nazionali sono state trasferite dal Mississippi ad Odessa. Per due anni steack e hamburger saranno più cari . Segue la più violenta impennata dei prezzi che si sia registrata nella metà  di secolo trascorso tra il 1955 e il 2005. L’Italia è colta disarmata, a Napoli (naturalmente Napoli) vengono assaliti tre forni, un terrorizzato ministro dell’agricoltura, Mario Ferrari Aggradi, vola a Washington a implorare l’aiuto del collega americano, che gli spiega che il suo Governo non commercia in granaglie, ma che sarà  sufficiente prolungare il viaggio fino a Chicago per acquistare, al Board of trade, tutto il grano e il mais che l’Italia desideri convertire in pane e salcicce. I prezzi sono alti? Il Ministro non comanda alla Borsa. La fiammata dei prezzi accende il confronto tra gli osservatori dello scenario agrario internazionale: a chi sostiene che l’evento sia accidentale, siccome le capacità  del Pianeta di produrre alimenti sarebbero lontane dai propri limiti, si oppone chi asserisce che gli acquisti russi hanno prodotto l’emergere del primo segno della rottura degli equilibri tra risorse naturali e bisogni dell’umanità , che continua a crescere numericamente e a dilatare il prelievo di ogni abitante sul patrimonio comune. Nell’Italia felice di essere assurta a potenza industriale, in fidente attesa che sindaci e geometri urbanizzino l’ultimo metro di campagna, il confronto non desta che eco remote. Tra Washington, Parigi e Pechino si svilupperà , invece, nei decenni successivi. Se ne può enucleare il contrappunto nel rilievo con cui ha definito le ipotesi opposte, in un saggio relativamente recente, Alex Mc Calla, professore in California, capo di uno degli uffici studi della World Bank. Alle opinioni opposte, la certezza dell’esistenza, su scala planetaria, di potenzialità  produttive inespresse, l’asserzione che i margini residuali sarebbero esigui, corrisponderebbe esattamente, secondo l’economista americano, la professione degli studiosi schierati sotto le bandiere contrarie: la prima tesi raccoglierebbe il consenso degli economisti, la seconda quello dei naturalisti. La certezza dei primi che l’agricoltura mondiale possa produrre molto di più, si fonderebbe, secondo Mc Calla, sul rilievo del trend calante dei prezzi reali durante l’intero cinquantennio chiuso l’anno 2000: prezzi calanti significano, secondo un dogma economico inviolabile, assenza di stimoli ad investire. Se gli agricoltori hanno aumentato le produzioni, per cinque decenni, a prezzi calanti, è certo, per gli economisti, che, se i prezzi fossero saliti, gli stessi agricoltori avrebbero investito, e prodotto di più. Sul fronte opposto, gli esponenti delle discipline naturalistiche, geografi, pedologi, botanici e agronomi, hanno continuato a sommare le ragioni per cui l’agricoltura del Pianeta non potrebbe produrre molto più di quanto producesse l’anno 2000: su tutti i continenti città  e industrie sottraggono volumi crescenti dell’acqua degli invasi creati per irrigare mais e frumento, e superfici immense di suoli, quelli di cui decine di generazioni di coltivatori hanno progressivamente elevato la fertilità . Centinaia di milioni di ettari, su tre continenti, sono preda dell’erosione, che sottrae centinaia di milioni di tonnellate di humus. Fertilizzanti e antiparassitari hanno contribuito, dal 1950, a triplicare le produzioni cerealicole, ma non è possibile distribuirne, sulle campagne dei sei continenti, quantità  maggiori. La genetica, per i chierici della disciplina chiave di ogni aumento delle produzioni, sta rivelando limiti che nei decenni scorsi nessuno specialista avrebbe previsto. Gli ibridatori che, con procedure ancora primitive, creavano nuovi risi e frumenti negli anni Sessanta e Settanta, avrebbero ottenuto risultati tali da avvicinare le piante fondamentali ai propri “limiti biologici”: salvo “creare” piante nuove, i prodigiosi strumenti della biologia molecolare non sarebbero in grado di fare di più. A conferma del rilievo gli incrementi annuali delle produzioni essenziali denunciano, da tre decenni, una sistematica contrazione: si impiegano mezzi nuovi, gli incrementi che se ne ricavano sono inferiori a quelli che mezzi comparativamente rudimentali assicuravano negli anni Sessanta. Due schieramenti, due analisi del medesimo scenario: da postulati diversi, un teorema economico, l’esame dello stato delle risorse, conclusioni in opposizione, prospettive future radicalmente divergenti. Il rilievo di Mc Calla riassume le argomentazioni del fronte degli economisti, non esonera dalla verifica delle tesi capitali dello schieramento avverso, tra le quali si impongono le enunciazioni di Lester Brown, già  direttore dell’International agricultural development Service del Ministero dell’agricoltura di Washington, presidente di successivi centri di studi di cui voci informate hanno suggerito le afnità  elettive con la Cia, nella sfera agraria interessata a verificare l’evoluzione dei rapporti tra le potenze in grado si soddisfare la richiesta mondiale di alimenti o di frustrarla. Sostenitore, fino dal 1976, quando assumeva la presidenza del neocostituito Worldwatch Institute di Washington, dell’inarrestabile contrazione dei margini di produttività  dell’agricoltura mondiale, Brown precisava la propria visione del futuro alimentare, nel 1995, in un pamphlet il cui titolo avrebbe costituito cippo miliare del dibattito sugli equilibri tra le risorse ed i bisogni umani. Who will feed China? Chi sfamerà  la Cina? proponeva una tesi di elementare semplicità : la Cina ha vinto, scriveva Brown, il confronto millenario con la fame, lo ha vinto assicurando alla popolazione una dieta che supera le 3.000 calorie, una dieta fondata sul riso con contributi modesti di carne di pollo e suino. Ma la Cina mostrava di essere sulle soglie, era, sottolineo, il 1995, di uno sviluppo economico che si prospettava travolgente: il nuovo benessere avrebbe mutato, prima di qualunque cosa diversa, il regime alimentare, che avrebbe assunto come pilastro la carne. Ma la Cina non disponeva che di un decimo di ettaro di suoli arativi per abitante, una superficie con la quale la dieta occidentale fondata sulla carne è impossibile. E, convertendosi in potenza industriale, la Cina avrebbe ricoperto di cemento milioni di ettari di risaie: i cereali da trasformare in carne avrebbe dovuto acquistarli sul mercato mondiale. L’industrializzazione cinese non avrebbe potuto non percorrere, argomentava Brown, la strada seguita da Giappone, Corea e Taiwan, che all’alba del proprio sviluppo disponevano di una superficie equivalente a quella cinese, che per realizzare industrie e aeroporti l’hanno ridotta ad un trentesimo di ettaro. Con la conseguenza della dipendenza, pressoché totale, dai mercati internazionali. Il Giappone vive, oggi, di cereali sbarcati da Stati Uniti, Canada e Argentina: 25 milioni di tonnellate ogni anno. Se la Cina avesse ricalcato l’esempio nipponico l’entità  delle sue importazioni avrebbero superato, prevedeva Brown, i 200 milioni di tonnellate, una quantità  equivalente alla somma del commercio mondiale. Singolarmente, mentre Brown moltiplicava le prove dell’incombente penuria planetaria, il Governo americano combatteva la guerra più ostinata per ottenere lo smantellamento del sistema agricolo europeo. I nostri produttori sono più efficienti, hanno diritto di vendere ai vostri consumatori, hanno ripetuto, petulanti e minacciosi, per trent’anni, i negoziatori americani. Dovete smantellare il vostro apparato agricolo, che è costoso e inefficiente: i primi beneficiari saranno i vostri consumatori. Potete farlo con sicurezza: siamo il fornitore più sicuro, più reliable, del Globo. Vi riforniamo oggi, vi riforniremo domani. Le pretese americane si sono scontrate, per trent’anni, con le fondamenta del meccanismo concepito, dai padri della Comunità  europea, De Gasperi, Schumann e Adenauer, perché i popoli uniti nel sodalizio non avessero più a conoscere la penuria, una penuria che non ha mancato di convertirsi in fame, degli anni drammatici tra il 1945 e il 1947. Poi nella Comunità  entrava l’Inghilterra, che della Comunità  non aveva contribuito a fissare le fondamenta, che quelle fondamenta ha sempre contestato, in singolare, perfetta sintonia con Washington. Alla volontà  inglese di distruggere la macchina agricola comunitaria si univa, in disinteressata comunione di intenti, il mondo industriale, desideroso di dilatare le importazioni agricole per favorire le esportazioni manifatturiere. E non è stato, probabilmente, casuale che gli auspici dell’industria abbiano suscitato l’appassionata adesione della grande stampa, che per tre decenni ha suonato piferi e tamburi per denunciare la “vergogna” dei “surplus”, gli eccessi di produzione che un sistema concepito per assicurare l’approvvigionamento di trecento milioni di consumatori determina, inevitabilmente, nelle annate favorevoli, per la banale ragione che il clima non legge il Corriere della sera. Mentre pretendevano lo smantellamento dell’apparato agricolo europeo, per poter mantenere le promesse del produttore più reliable del Globo, gli Stati Uniti hanno continuato, qualsiasi fosse il volume delle proprie eccedenze, a potenziare la propria agricoltura, per la quale nessun presidente, governassero democratici o repubblicani, ha ridotto contributi e sovvenzioni. Mentre proclamava, in tutte le sedi negoziali, che era doveroso che la Comunità  smantellasse la propria agricoltura, l’amministrazione di Washington dimostrava di ritenere la propria macchina agricola altrettanto importante del proprio apparato militare: una chiave per la conservazione della preminenza mondiale. Le catastrofiche previsioni di Brown, a Roma e a Bruxelles reputate malinconiche fantasie, suscitavano, verosimilmente, l’attenzione della Segreteria di Stato: l’importanza di avere lettori alla Cia! L’attenzione della Segreteria di Stato ha dimostrato la propria fondatezza quando il dollaro ha iniziato il declino che, reputato, all’alba del millennio, circostanza occasionale, appare sempre più il segno del tramonto degli Stati Uniti quale prima potenza economica mondiale. Prima potenza economica del Pianeta, gli Stati Uniti hanno finanziato, dal termine del secondo conflitto mondiale, un astronomico disavanzo valutario, fatto di acquisti di materie prime, di manufatti, di imponenti spese militari all’estero, stampando dollari e titoli di stato che tutte le banche del Mondo accumulavano, avidamente, nei propri forzieri. In cinquant’anni di disavanzo dollari e titoli dedicati a George Washington hanno raggiunto un’entità  che non ha, verosimilmente, più relazione con il ruolo effettivo dell’economia americana. Per ripagare i dollari posseduti da tutte le banche del Pianeta gli Stati Uniti dovrebbero ofrire una quantità  di beni e servizi, una montagna di lingotti, che non possiedono. Svalutando il dollaro, definitivamente, e non temporaneamente, possono scaricare su tutte le banche del Mondo, ricolme di dollari, il costo di quarant’anni di imprese militari: il sistema bancario del Pianeta sta ripagando il gendarme del Mondo di tutte le spese dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dall’Afganistan all’Irak. Segno e prova del declino del dollaro, la sua inarrestabile perdita di valore rispetto al petrolio: se l’economia americana è fondata sull’illimitata disponibilità  di energia, la capacità  del dollaro di convertirsi vantaggiosamente nella capitale materia prima energetica era la prova del ruolo mondiale dell’economia che nel dollaro si esprimeva, la sua incapacità  a trasformarsi vantaggiosamente in energia è la prova che la prima moneta del mondo è decaduta, che l’economia che in quella moneta si identifica ha iniziato il declino verso un ruolo che non sarà  più il primo del Mondo. Ma se il dollaro non è più capace di convertirsi in energia, gli Stati Uniti disponevano di una chiave diversa della vita economica che, seppure l’opinione collettiva lo avesse dimenticato, non è meno indispensabile dell’energia: il grano, in termini più ampi i cereali. Primo produttore mondiale di mais, gli Stati Uniti ne sono il primo esportatore, come sono il primo esportatore mondiale di frumento e di soia. Sono: erano. Nel turbinare della crisi dei mercati del 1973, quando alla vampata dei prezzi dei cereali seguì, con la guerra in Palestina, quella del petrolio, più di un osservatore americano annotò che contro l’oilpower che pretendevano di esercitare gli sceicchi, l’America avrebbe potuto impiegare l’agripower, il potere di afamare il Pianeta. Il proclama fu sepolto, felicemente, dal ventennio di surplus incontenibili che seguì gli anni di crisi. Se gli Stati Uniti hanno impiegato tutte le armi negoziali, ed i ricatti politici, per annientare l’agricoltura altrui e imporre a chi produceva i propri cereali di abbandonare la produzione per consumare cereali americani, è verosimile che tanta protervia negoziale non fosse frutto del capriccio, che rispondesse a un disegno strategico. Quel disegno si è rivelato, inequivocabile, al crollo del dollaro. Provata l’incapacità  del dollaro a convertirsi in energia, a Washington è stato deciso di convertire in energia il mais del Corn Belt, un progetto che verrà  perfezionato, pare, in poco più di quattro anni, escludendo gli Stati Uniti dal novero degli esportatori di cereali. Che significa il crollo dell’allevamento di polli, suini e vacche da latte in tutto il mondo arabo e nelle prepotenti nazioni asiatiche che contendono agli Stati Uniti il primato economico mondiale. Nelle quali il sogno, analizzato dallo psicanalista Brown, di mangiare carne tre volte la settimana, dimostrerà  tutte le valenze della visione ossessiva. Ma se il mais americano non raggiungerà  più gli allevamenti del Globo, che dovranno ridimensionare l’attività  secondo disponibilità  di cui è difficile prevedere la consistenza, se l’Asia dovrà  rinunciare al sogno della carne, non è immaginabile che alla rivoluzione possa sottrarsi l’Italia, un paese in cui un’urbanizzazione che può solo definirsi furente ha dimezzato la disponibilità  di campi in pianura, tanto che su quattro chili di pane che ci vende il fornaio tre derivano da frumento di importazione. Non può sottrarsi al ciclone alimentare un paese dove da vent’anni contendono il proscenio agricolo le primedonne regionali, nell’assoluta assenza di qualunque politica agricola nazionale. Si è accorta che il prezzo del cibo aumenta la tv spazzatura, se ne è accorta la stampa che dal divanetto del barbiere viene trasferita, puntualmente, nel cassonetto, non se ne è accorto l’ultimo Ministro dell’agricoltura. Non avrebbe potuto. Era il continuatore di una serie ininterrotta di statisti, dalla signora Poli Bortone all’avvocato Pecoraro Scanio, al laureando ingegner Alemanno, che occupavano il posto con il solo interesse delle nomine negli enti di competenza ministeriale: esemplare il gesto cortese di Alemanno, che il giorno del matrimonio del portaborse ha donato alla sposa la direzione generale della ricerca scientifica nazionale. Ma la serie degli incompetenti, verosimilmente più interessati alle nomine che alle sorti della patria agricoltura, è stata interrotta, per due volte, dall’enfant prodige del pensiero agrario nazionale, il professor De Castro, che a provare le benemerenze per l’imbandigione della tavola degli italiani ha vergato un libro, in cui vanta di avere operato, novello Cavour, il ribaltamento delle alleanze, schierandosi contro la Francia, l’alleata antica, a fianco dell’Inghilterra, l’alleata nuova. Contro la Francia fautrice della filosofia della sicurezza degli approvvigionamenti del Trattato di Roma, primo produttore europeo di frumento, tanto da garantirci, nel contesto di quella filosofia, i tre chili di grano che ci mancano per mettere in tavola il pane tutti i giorni. Ma quella filosofia era, spiega il Professore, ridicola anticaglia. A fianco dell’Inghilterra, che assicurava che l’anticaglia si poteva gettare perché gli amici americani erano il fornitore più reliable del Globo. Parola di chi sa cosa significhi essere la prima potenza del Pianeta, e perdere il posto. L’essenza del futuro agrario consisterebbe, si evince dalle pagine illuminanti, nelle specialità  gastronomiche: lardo di Colonnata e culatello di Felino. Una visione in singolare sintonia con la gustosa filosofia dell’agricoltura del divulgatore gastronomico che capovolgendo la locuzione americana fast food ha creato l’agenzia di promozione culinaria di maggior successo del Paese. Tanto da indurre a credere che, incantato dal successo del re dei cuochi, il Professore abbia ridisegnato il pensiero agrario sui testi di Anthèlme Brillant Savarin. Possiamo confidare nel futuro alimentare: mangeremo pane un giorno ogni quattro, ma il companatico, con provenienza certificata da Colonnata o Langhirano, ripagherà  gioiosamente del digiuno.