Paesaggio rurale, reti locali

Vivo in una microarea rurale, situata al confine fra le province di Torino e di Asti, ed in un contesto collinare, che l’ esclusione dalle vie pesanti del traffico e la separatezza dall’ industrializzazione espansiva torinese hanno preservato dal rischio di perdere tipicità  ambientali e paesaggistiche, che in altre parti del territorio suburbano sono rapidamente scomparse. Il paesaggio rurale che vedo è una trama continua di normale semplicità : vallette, colline basse, corsi d’acqua, una zona densa di boschi, biotopi di flora e fauna locale, una viabilità  non impattante, piccole tracce del lavoro umano del passato, segni del sacro difuso! Nulla di straordinario, molto di irripetibile.

La conservazione di piccoli patrimoni paesaggistici come questo appare un problema etico, culturale e politico, ben prima di quanto non ponga questioni di norme da applicare. Del resto, l’ applicazione intelligente delle norme presuppone una idea univoca ad esse soggiacente, che lo stesso Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è lungi dal proporre con inequivoca chiarezza. Il concetto di paesaggio vi appare infatti assunto secondo una pluralità  di accezioni non perfettamente coincidenti. Descrittivamente, esso indica “parti omogenee di territorio, i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”(art.131). Normativamente, paesaggio è l’ espressione dei valori presenti nei territori, intesi “quali manifestazioni identitarie percepibili”(art.131). E’ un contenitore di beni della scena visibile: cose contraddistinte da “bellezza singolare o non comune”, aree che compongono un caratteristico aspetto,”avente valore estetico e tradizionale”, “bellezze panoramiche considerate come quadri”, punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico, “dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”(artt. 134 136). Ma paesaggio è pure il termine di una pianificazione specifica, ancorché estesa a tutto il territorio regionale, attraverso l’elaborazione di appositi Piani paesaggistici che interagiscono con le scelte della pianificazione territoriale generale. Di qui una prima questione: se il paesaggio sia una “parte estraibile” dal territorio secondo parametri selettivi di qualità , che consentono ad esempio di attribuire la qualifica “di notevole interesse pubblico ai fini paesaggistici” a specifici beni, aree e territori. Non sfugge come l’intento di salvaguardare caratteristiche storiche, culturali, naturali, morfologiche ed estetiche “che abbiano significato o valore identitario del territorio in cui ricadono, o che siano percepite come tali dalle popolazioni”(art.138 del Codice) implica un certo slittamento dalla pretesa oggettività  del bene “in sé” alla discrezionalità  del valore che viene ad esso attribuito e risulta insito nella sua rappresentazione. Ma che accade (seconda questione) quando attraverso il criterio del paesaggio è invece l’intero territorio ad essere considerato sotto una certa angolazione di valore? Non ne deriva una certa tensione fra “beni del paesaggio” e ” paesaggi come beni”, che induce a chiedersi che cosa comporti realmente fare del paesaggio in quanto tale un parametro di riconoscimento, tutela e valorizzazione? Questo per dire che il modo in cui una pianificazione paesaggistica possa concorrere alla normativa regionale sul governo complessivo del territorio lascia aperto un ventaglio di opzioni possibili, in termini più o meno cogenti di vincoli, indirizzi, scelte complessive, interventi rivolti a specifici ambiti e verso unità  locali di limitate dimensioni.

La pluralità  delle accezioni implicate dalla nozione di paesaggio non è priva di dirette ricadute sulla gestione desiderabile delle trasformazioni a livello locale. Quando si afacciano preoccupazioni di salvaguardia di patrimoni paesistici e ambientali “di vita quotidiana”, si trova sempre chi pensa che i poveri conservino il mondo in cui vivono, in quanto non hanno i mezzi economici e tecnici sufficienti per alterarlo a piacere, al

fine di arricchirsi. E chi ritiene che la conservazione meticolosa sia la sindrome snob dei veramente ricchi, i soli che avendo già  tutto possono anche permettersi di ostentare sobrietà . Toccherebbe dunque alle classi intermedie, dei non troppo ricchi e appagati, dei non troppo desolatamente poveri, sobbarcarsi il duro compito di “costruire” il mondo. Nutrendo anche l’aspettativa ritenuta quanto mai legittima di ricevere dalle amministrazioni locali piani, supporti e incentivi, che si collocano entro la retorica della devoluzione, sempre più spinta “verso il basso”, di funzioni e poteri decisionali. Evocare a questo proposito la sussidiarietà  verticale mi pare del tutto improprio. Tale criterio chiede di instaurare un rapporto adeguato fra lo svolgimento di funzioni e la scala a cui esse sono ottimalmente esercitate (che è, o dovrebbe essere, la scala a cui operano l’ente o l’istituzione titolare dell’ esercizio di tali funzioni). Ma se il criterio sussidiario ha a che vedere con la legittimità  della decisione, nulla ancora dice circa la qualità  della decisione stessa, e la sua capacità  di avere visione, e di produrre efficienza ed efficacia nella soluzione di problemi. Ancor meno convincente è la sussidiarietà  verticale e rischia di confondersi pericolosamente con un decentramento “per abbandono”quando non giunga mai ad incontrarsi con l’energia attiva e propositiva espressa da reti associative e volontaristiche, che perseguono beni comuni di qualità  ambientale e paesaggistica generabili localmente. Tali reti associative sono una risorsa della cittadinanza, poiché mostrano, in concreto, la diferenza che intercorre fra l’homo civicus attento ai beni comuni e lo stakeholder mero portatore di interessi; a patto, s’intende, che tali reti, nell’ occuparsi di questioni pubbliche anche in ambiti circoscritti, costruiscano e mantengano un equilibrio vitale fra diritti e doveri, responsabilità  e proposta: “solo in questo modo l’esaltazione delle autonomie locali, il recupero dell’ amor loci non si trasforma in una chiusura all’ interno della propria identità , ma diventa strumento privilegiato per la ricostruzione di una tradizione civica, per la difusione di forme di azione cooperatrice, per l’allargamento del capitale sociale condiviso”( F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Bari Dedalo 2004). Sussidiarietà  compiuta si potrà  avere, promuovendo connessioni virtuose fra piccole amministrazioni e piccole reti associative civiche, e sviluppando una interdipendenza generatrice di “cura dei luoghi” e “sviluppo del loro statuto”.

Le aree rurali di collina sono un campo ideale, per sperimentare dei progetti locali attenti alla salvaguardia dei valori e capaci di esaltare le proprietà  distintive dei luoghi. La collina, a diferenza della pianura urbanizzata, non è sede di un forte potere politico ed amministrativo. A diferenza della costa ingolfata, non attira speculazione commerciale e traffico intenso in entrata e in transito. Si apre alle ibridazioni e alle varietà . La costituzione di una Nuova società  rurale di collina richiederà  di mantenere una forte interconnessione fra tutti gli elementi e le funzioni (lavorare, abitare, accogliere, fruire delle qualità  naturali e culturali ecc.) del luogo entro un progetto locale che riconosce i valori ambientali, sa innestarvi delle attività  umane coerenti, produzioni sostenibili, una residenzialità  ben sorretta da servizi difusi per il benessere e la qualità  di vita di persone e comunità . Nell’orizzonte di una Nuova società  rurale, la salvaguardia dei valori paesaggistici è un requisito essenziale e comporta l’adozione ed il rispetto di elementari regole di intelligenza pianificatoria:

  • tenere fuori dei flussi di attraversamento nodale le forme storiche degli insediamenti;
  • evitare di fondere in agglomerati indistinti i nuclei densi e le case sparse e mantenere anche alle frazioni la loro riconoscibilità ;
  • impedire il riempimento additivo della fascia collinare, e la saturazione della distanza che separa i nuclei storici alla sommità  e le vie di scorrimento veloce a fondo valle;
  • insediare le vie del traffico nodale sul basso, previa valutazione adeguata dei flussi esistenti e delle potenziali mobilità , e del risparmio di spazio consentito da più efficienti e veloci reti telematiche;
  • potenziare i supporti fisici delle reti telematiche in parola, e renderle di accesso culturale e sociale amichevole e difuso, anche a correzione del digital divide intergenerazionale;
  • contenere l’impatto ambientale delle infrastrutture più invasive con tutte le opportune scelte di mitigazione e compensazione;
  • favorire un criterio generale di complementarietà  ed oscillazione fra “vuoti” e “pieni”, linee e isole, nodi e flussi, in un quadro dal forte significato tassonomico riconoscibile.

Sembra implicito che ciò comporti una più elevata e governata interdipendenza fra zone abitate, campagne coltivate e naturalità  fruibile, perseguendo l’obiettivo di avere più natura e più qualità  ambientale nell’ urbano, più qualità  sociale e maggiore dotazione culturale nel rurale. Non vanno tuttavia in tale direzione, e appaiono perciò destinati ad intrinseca contraddittorietà , quei programmi detti di “sviluppo locale” peraltro ampiamente perseguiti negli ultimi tempi che pretendono di realizzare obiettivi fra loro sostanzialmente incoerenti: costruire aree industriali, dispositivi di supporto alle attività  agroalimentari, capannoni di stoccaggio e lavorazione, infrastrutturazioni di viabilità  pesante, ma avere anche negli stessi luoghi, con gli stessi piani, talora con gli stessi finanziamenti produzioni di agricoltura biologica tipica e di nicchia, turismo di alta qualità , beni culturali e ambientali ripristinati e fruibili, riuso di centri storici per nuova residenzialità  e accoglienza. Programmi che sovente si esauriscono con i finanziamenti che li hanno alimentati, lasciando dietro di sé più dissipazione di risorse che capitale sociale sviluppato ed autosostenibile. Per concludere con una immagine. Non sembra dubbio che gli amanti del silenzio ed i cultori del chiasso non possono convivere, gli uni accanto agli altri, nel rispetto delle loro specifiche preferenze. Poiché alla fine il gioco è a somma zero, i meno invadenti finiranno per soccombere. Allo stesso modo, si può dire che un impatto da crescita sregolata, non governata secondo una visione di coerenza e sostenibilità , va a danno della base fisica che regge i valori territoriali, attenta alle loro qualità  microsistemiche, e finisce per produrre l’effetto Chronos: il territorio che “mangia se stesso”, perde valori autentici ed espelle deiezioni e degradi. Di questi esiti perversi la qualità  delle forme percettive, e la bellezza dei luoghi, saranno le prime e silenziose vittime.

La festa itinerante dei Centri Storici minori

I centri storici minori sono una realtà  molto importante del nostro Paese. Ben il 91,8% dei comuni italiani hanno meno di 15 mila abitanti; la loro superficie complessiva è pari al 79,4% del territorio; quasi tutti hanno un nucleo storico, di valore più o meno rilevante. Questi insediamenti raccolgono circa il 42,2% della popolazione; al loro interno, numerosi borghi antichi sono stati abbandonati, soprattutto dai giovani, alla ricerca di un lavoro o di alloggi migliori. In un certo senso si potrebbe provare ad assimilare questi piccoli centri storici alle periferie urbane: hanno certamente in comune il degrado fisico e sociale; là  dove nelle periferie il fenomeno si associa a stati di densità  e nei centri storici minori a fenomeni di de-densificazione. Questo solo per afermare che se è importante occuparsi delle periferie è altrettanto importante occuparsi dei territori minori. Dunque, l’idea di organizzare una festa che parli dei centri storici minori e che ne racconti la vitalità  e l’apertura promossa da FOCUS, Master ACT e Monti&Taft 1 nasce dall’esigenza di riempire un gap rispetto ad un “soggetto” che non merita di essere confinato a mero oggetto di studio per pochi appassionati o ad oggetto di puro consumo turistico, che deve, piuttosto, essere esaltato per le potenzialità  e le caratteristiche di luogo di “terra” di crescita e di espressione. La denominazione attribuita alla festa tende a mettere in relazione due dimensioni: quella del piccolocentrostorico(xs-extrasmall)equelladelsuo territorio (terre). Generalmente quando si parla di centri storici, soprattutto minori, si pone l’attenzione prevalentemente sul borgo, sull’edificato storico. Di fatto un centro storico minore è anche il suoterritoriovasto,chepuòestendersiapiùcomuni e ad altri centri storici; è la potenzialità  di questa dimensione a svilupparsi attraverso risorse endogene ed esogene. La Festa si presenta, dunque, con un marchio, accompagnato dal sottotitolo terre di!, che consentirà , a ogni edizione, di specificare il tema oggetto dell’anno. Per il 2008 si tratta di terre di sviluppo.

  • con “terre di sviluppo” si suggerisce il fermento, la condizione di patrimonio inespresso in attesa di risveglio, la scoperta del circuito più adatto per far circolare la corrente della valorizzazione; la ‘festa’ è la scossa, l’occasione gioiosa per lo scambio, l’occasione d’incontro;
  • “itinerante” è l’evento che testimonia dell’apertura e vitalità , della necessità  di tessere legami, di scoprire corrispondenze tra contesti e reti, di approfondire, ridisegnandola, una più ampia mappa di possibilità  per lo sviluppo 2.

In tale contesto, la manifestazione si pone l’obiettivo di costruire un luogo di scambio di tutti gli attori, pubblici e privati, che operano nei processi di riqualificazione di questi centri. Attività  e workshop coinvolgeranno anche i cittadini e le comunità  locali per mostrare alla Comunità  internazionale la forza innovativa che nel giro degli ultimi anni questi sistemi territoriali sono stati in grado di esprimere nella promozione dello sviluppo locale e di percorsi di valorizzazione dei patrimoni storici, culturali e ambientali. L’intervento ha come obiettivo quello di costruire uno spazio in cui lasciar sfilare le realtà  più interessanti che operano con interventi creativi sul territorio; di costituire un luogo d’incontro di prassi innovative, professionali, culturali e produttive legate ai mondi locali. La festa intende anche documentare, con una serie di iniziative, i contenuti della contemporaneità  e contribuire a consolidare la necessità  di un’apertura alla cultura del territorio come possibilità  di sviluppare mercati e interessi e come strumento di dialogo con le esigenze delle comunità  locali. Quello che si intende ofrire è una funzione di bussola, una mappa che tiene insieme cultura, storia, paesaggio, innovazione, creatività  in “piccole” reti (materiali e immateriali) produttive, di commercializzazione e servizi in grado di rendere competitivo il territorio. L’impatto generale atteso è quello di porre le basi e le forme per la costruzione di percorsi di sviluppo locale dei territori storici, anche a livello intercomunale, che coinvolgano il pubblico e il privato e che possano essere assunti, progressivamente, a livello esteso da un grande numero di Paesi europei. Ciò al fine di valorizzare in maniera appropriata le risorse locali, riducendo la pressione sulle amministrazioni locali di piccola dimensione che dispongono di budget sempre più ridotti. Lo scambio di esperienze su aree diverse, ma su temi spesso complementari, o comunque simili, potrà  contribuire a costruire un ricco data base, che sarà  raccolto in un sito ad hoc, dal quale partire per costruire i temi e le proposte dei nuovi incontri e implementare le capacità  progettuali. Due convegni, con manifestazioni culturali annesse, previsti per il 2008:

  • il 15 febbraio a Orvieto: è un incontro che vede l’importante compresenza delle confederazioni degli artigiani e dei commercianti per discutere su soggetti, attività  e forme di rivitalizzazione dei centri storici;
  • in settembre a Spoleto: attrattività  territoriali e reti globali, intende guardare al centro storico minore come a un luogo il cui sviluppo non è più legato, in maniera unica ed esclusiva, ad attività  economiche strettamente commerciali e produttive, ma anche ad altri sistemi ugualmente capaci di accrescerne il valore e l’attrattività  come quello dei beni immateriali, che rimandano alla storia e alle tradizioni delle popolazioni locali, e ai segni materiali e immateriali lasciati da coloro che lo abitano (e che lo hanno abitato in passato).
  1. Master ACT, sulla valorizzazione e gestione dei centri storici minori, Università  “La Sapienza” di Roma (w3.uniroma1.it/arcorvieto);Monti&Taft, Società  di management culturale (www.monti-taft.org).
  2. Alberto Arletti, Appunti per una bibliografia sui centri storici minori, in corso di pubblicazione.

Paesaggio? Che sapia mi, qua no ghe ne xe

Paesaggio? Che io sappia, qua non ce n’è. E’ la risposta che due ricercatrici dell’Università  di Padova hanno ricevuto nel corso di una indagine nella città  difusa veneta.1 Una afermazione che palesa la difficoltà  della nostra società  di riconoscere il paesaggio in chiave di contesto di vita quotidiano. Questo ancorché il paesaggio eserciti un ruolo sociale significativo, tale da influenzare decisioni, comportamenti e aspirazioni sia delle singole persone, sia di comunità . Una difficoltà  che si riscontra, purtroppo, anche nelle istituzioni pubbliche e in particolare in quelle dello Stato che detengono la competenza esclusiva della tutela del paesaggio, ma che la esercitano secondo una concezione passatista e canoni prevalentemente formali, obbligando gli enti locali e le popolazioni al ruolo di spettatori di un paesaggio istituzionalmente definito che in realtà  non esiste. Un paesaggio statico e limitato ad alcuni lembi di territorio che presentano caratteri peculiari (i cosiddetti beni paesaggistici). In definitiva una posizione culturale non dissimile da quella dell’agricoltore veneto secondo il quale il paesaggio forse “ce n’è a Piove di Sacco, dove ci sono i casoni e forse alle Motte”; cioè posti da visitare perché mantengono tratti residui di tipicità . Lo stato di degrado del paesaggio italiano ci evidenzia tuttavia, l’impossibilità  di conservare anche le sole tipicità  se non si governano le trasformazioni del territorio. E’ sempre più evidente infatti l’incapacità  d’inscrivere lo sviluppo, le trasformazioni, il rapido mutamento del territorio in un paesaggio voluto e collettivamente controllato. Ciò produce un’alterazione agli equilibri ed è fonte di crescente malessere sociale per l’influenza diretta che il paesaggio stesso esercita sulle condizioni di vita e, in prospettiva, sul sistema economico che ha sempre più necessità  di rendersi competitivo a scala globale. Nell’era dell’economia della conoscenza e dello sviluppo digitale, tornano a essere fondamentali per la competitività , il paesaggio e il territorio, a condizione però che se ne colgano significati e opportunità  e che la società  nel suo insieme sia messa nelle condizioni di interpretarli come tali. Un processo interpretativo, fino ad oggi, per nulla o scarsamente perseguito dalle politiche territoriali, urbanistiche, oltre che dagli strumenti utilizzati per la gestione del paesaggio, ma assolutamente necessario per mettere in valore nella contemporaneità  la risorsa paesaggistica. Occorre ribadire che il paesaggio (che nella nozione europea 2 è rappresentato dall’intero territorio e ricomprende tutti i tipi di paesaggio) è un prodotto eminentemente culturale, frutto della percezione sociale del territorio. Un supporto fisico, tangibile che possiamo guardare, toccare, misurare e contestualmente un fenomeno interpretativo impalpabile attraverso il quale le singole persone o una collettività  nel suo insieme assegnano significati e valori ad un determinato territorio. La fisionomia e contemporaneamente il pensiero di una persona come efficacemente lo rappresenta il filosofo Claude Rafestin. Un processo relazionale di “appropriazione consapevole” da cui la popolazione è stata fino ad oggi esclusa per l’afermazione di una cultura tradizionalmente elitaria che si è impadronita dell’interpretazione del paesaggio e che ne condiziona tuttora pesantemente l’evoluzione. Conseguentemente, è difusa la convinzione che le trasformazioni che si determinano incessantemente nel territorio siano un fenomeno avulso dalla tutela del paesaggio. Purtroppo per noi, l’esercizio della tutela, non è un problema che si misura con inventari più o meno completi, quantità  di vincoli o piani adeguati ai dettami ministeriali, ma con la capacità  di perseguire l’integrazione, il coordinamento e la finalizzazione di ogni singola azione di trasformazione verso un progetto consapevole e condiviso di paesaggio. Una tutela priva di progetto, e per di più autoreferenziata, si trasforma inevitabilmente nel terreno di scontro per il controllo delle dinamiche territoriali, sociali ed economiche che continuativamente distorcono significati, valori e caratteri del paesaggio. Non basta, dunque, conservare l’aspetto esteriore dei luoghi, restaurare i contenitori storici o riqualificare le città , né controllare la sola trasformazione fisica del territorio per migliorare il paesaggio, perché esso assume valore nel rapporto con la popolazione, in funzione del significato, degli usi e della immagine che questa gli attribuisce. E’ quanto mai urgente intervenire sul modello culturale ed economico della società  fornendo le chiavi interpretative necessarie per una corretta percezione del paesaggio, afnché possano effettivamente afermarsi nuove qualità , nuove identità , nuove appartenenze, nuovi riferimenti, nuove economie; altrimenti non c’è paesaggio! L’opportunità  di mettere in pratica gli orientamenti sopra richiamati è fornita dalla necessità  di adeguare i piani paesaggistici al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Una attività  che deve diventare l’occasione per elaborare una Strategia generale 3 tale da fare assumere al paesaggio il ruolo di orientamento, supporto e monitoraggio della qualità  dell’intero sistema regionale, concependo una gestione marcatamente progettuale che, partendo dall’individuazione delle potenzialità  e dal riconoscimento dei rischi di perdita di valori a livello locale, inneschi processi di invenzione, di identificazione e riqualificazione dei paesaggi in rapporto alla specificità  dei singoli contesti e alle aspirazioni delle diverse comunità  locali. Una strategia che si sviluppa secondo due principali linee di intervento: una rivolta a salvaguardare il paesaggio, in quanto patrimonio collettivo e risorsa per lo sviluppo (la matrice identitaria, il carattere e l’immagine dei territori, le diversità  locali), l’altra tesa a migliorare la qualità  difusa dei paesaggi ordinari, degli ambienti di vita quotidiani, di quelli del lavoro e del tempo libero. Questo approccio, che implica un ribaltamento della logica conservazionista classica, contempla il territorio globalmente inteso, anziché i singoli beni tutelati, e sposta l’attenzione sul complesso tessuto relazionale che ha storicamente legato il patrimonio naturale a quello culturale e che tuttora lega la funzionalità  e la qualità  dei paesaggi all’uso e alla fruibilità  antropica del territorio. In conclusione è assolutamente fondamentale non solo riconoscere, ma anche riconoscersi nel paesaggio, perchè “solo se si raforzerà  il rapporto dei cittadini con i luoghi in cui vivono, essi saranno in grado di consolidare sia le loro identità , sia le diversità  locali e regionali, al fine di realizzarsi dal punto di vista personale, sociale e culturale. Tale realizzazione è alla base dello sviluppo sostenibile di qualsiasi territorio, poiché la qualità  del paesaggio costituisce un elemento essenziale per il successo delle iniziative economiche e sociali, siano esse private o pubbliche” (Cep, 2000).

  1. Castiglioni B., Ferrario V., Dove non c’è paesaggio: indagini nella città  difusa veneta e questioni aperte, Riv. Geograf. Ital., 114 (2007), pp.397 – 425.
  2. Convenzione Europea del Paesaggio aperta alla firma dei paesi membri del Consiglio d’Europa a Firenze il 20 ottobre 2000, ratificata dall’Italia con legge n.14 del 2006.
  3. Governo e riqualificazione solidale del territorio. Progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna. Titolo III – BIS”Tutela e valorizzazione del paesaggio.

Paesaggi e Paesaggio

Il paesaggio non era niente e non interessava a nessuno. Era talmente poco importante che quei brani di mondo abbandonati da Dio e dagli uomini, che stanno e crescono ai margini delle città  venivano chiamati”vuoti urbani”: il nulla. Non più fortunati erano i “non paesaggi”, ovvero “i non luoghi” che probabilmente potrebbero essere le parti inesistenti di paesaggi assenti. Ma chi può abitare i non luoghi? Probabilmente dei “non abitanti”. Questo problema non era stato risolto: temo, in effetti, che ogni risposta a tale domanda sarebbe stata “politicamente scorretta”. Il paesaggio esisteva, allora, più per negazione che per presenza. Certo. à molto più semplice, quando una cosa è inaferrabile, dire cosa non è, piuttosto che cosa è. Anche se poi, a parte la “boutade” di effetto, l’utilità  del”cosa non è” è tutta da dimostrare. Il paesaggio era un’astrazione e, pertanto, non tutti potevano goderne. Non tutte le menti hanno capacità  di astrazione e, comunque, ogni mente ne ha un livello diverso. Ma, allora!!Orrore! Il paesaggio non era un oggetto democratico, ma qualcosa per pochi eletti. Solo per visionari o per quanti erano in grado di fare strane elucubrazioni mentali a forma di colline fiorite o campi contornati da alberi frondosi. Tutti gli altri, i più, erano esclusi. Infatti non ne parlava nessuno, se non in qualche salotto buono, un po’ di soppiatto, senza farsi troppo sentire perché si faceva la figura degli snob. Taluni osavano, sottovoce, ipotizzare che, forse, qualcosa di concreto nel paesaggio c’era. Forse, si sussurrava, il paesaggio è fatto di aria, di acqua, di suolo, di piante, di animali e di uomini e di tutto quanto questi percepiscono, pensano e fanno. Oggetti concreti? Che trivialità ! No no, è solo nella mente umana: infatti c’è un paesaggio per ogni persona al mondo! Caspita. Una folla. Come fanno a starci tutti quei paesaggi su questa povera nostra terra già  così densa e afaticata? Altri, per la verità  si contavano sulle dita di una mano, pensavano addirittura che fosse un sistema. Un sistema complesso in cui l’ecosfera e la noosfera si intrecciano continuamente generando nuove combinazioni, nuove situazioni. Questo è veramente troppo: il paesaggio come luogo di produzione delle novità  che stanno alla base dell’evoluzione! E Darwin che fine ha fatto? Forse era giusto metterlo nei cassetti come, per altri motivi meno interessanti e nobili, in alcuni luoghi del mondo è stato fatto. Meglio pensare che fosse un’astrazione, dava sicuramente meno problemi. Come tale, non si poteva toccare, plasmare, pasticciare, e neppure!.. arrafare. No, no, non interessava proprio quasi a nessuno. Ma se non si poteva toccare, com’è stato che in tutti questi anni se ne è fatto uno scempio? Come è potuto succedere che un’entità  che non c’era, è stata reiteratamente distrutta in più parti? Intanto che i più pensavano ad altro e i pochi eletti filosofeggiavano, la macchina delle trasformazioni ignoranti lavorava in modo indefesso, stravolgendo pesantemente qualcosa che non c’era, ma era un capitale unico e irripetibile. Mentre in Italia e altrove, si consumavano fatti e misfatti, il Consiglio d’Europa ci ha regalato la Convenzione Europea del Paesaggio (CEP), la quale, con il ben noto pragmatismo nordico, ci ha riportati prontamente alla realtà , dandoci addirittura una definizione di paesaggio. La CEP, considera il paesaggio un sistema complesso, infatti “Il termine” paesaggio” 1 viene definito come una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall’azione di fattori naturali e/o culturali (ossia antropici). Tale definizione tiene contodell’ideacheipaesaggievolvonocoltempo,per l’effetto di forze naturali e per l’azione degli esseri umani.Sottolineaugualmentel’ideacheilpaesaggio forma un tutto, i cui elementi naturali e culturali vengono considerati simultaneamente”. Tale definizione si pone come un importante riferimento concettuale e operativo anche perché, considera sia gli aspetti cognitivi propri degli abitanti e dei visitatori, sia gli aspetti ambientali nel loro dinamismo, sia le interazioni tra tutto questo. La CEP, dunque, tende verso l’integrazione dei diversi approcci disciplinari che, nel Paesaggio, convergono. Ancora “la convenzione si applica all’insieme del territorio europeo, che si tratti degli spazi naturali, rurali,urbanioperiurbani.Nonlasipotrebbelimitare unicamente agli elementi culturali od artificiali, oppureaglielementinaturalidelpaesaggio:siriferisce all’insieme di tali elementi e alle relazioni esistenti tra di loro.” Ecco che si deve superare il dualismo uomo-natura e la conflittualità  intrinseca in questo approccio: sono le interazioni, infatti, gli elementi caratterizzanti il Paesaggio, il quale si pone come la risultante di tutto ciò che accade sia per cause naturali che per cause antropiche e le une condizionano le altre. Al paesaggio, nella sua interezza, viene riconosciuto un importantissimo ruolo alla base non solo della vita quotidiana delle persone, ma anche del sistema socio-economico: “il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale,sulpianoculturale,ecologico,ambientalee sociale ecostituisceunarisorsafavorevoleall’attività  economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro; il paesaggio è in ogni luogounelementoimportantedellaqualità dellavita dellepopolazioni:nelleareeurbaneenellecampagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità , nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana”. Possiamo quindi dire che il paesaggio è un insieme unico e indivisibile, costituito da entità  diverse che si incontrano e si rimescolano di continuo: gli oggetti concreti e tangibili (i prati e i boschi, le strade e gli edifici, i corsi d’acqua, le montagne e le pianure, ecc.), che nel loro insieme lo costituiscono e mantengono in vita la seconda grande entità : i processi (le forze fisiche e biologiche, naturali e antropiche e le relazioni richiamate dalla convenzione, tra cui i processi decisionali), la percezione che ognuno di noi ha di questi insiemi, che ci permette di interpretarli, viverli e modificarli ognuno a proprio modo, il tempo durante il quale avvengono le trasformazioni per effetto dei processi e delle scelte che ognuno di noi, quotidianamente, opera anche in base alla percezione del proprio intorno. Dunque, secondo la CEP; il paesaggio è costituito da parti oggettivamente rilevabili, concrete, costituite da elementi, e forze definibili e misurabili (potremmo definirli come la componente “ambientale” del paesaggio), e una parte decisamente soggettiva, ma fortemente condizionata dalla prima, che attiene alla natura propria degli individui e delle comunità  e alla loro capacità  di decodificazione e interpretazione del mondo che li circonda. Le due parti si influenzano a vicenda attraverso continui scambi di informazioni che determinano l’evoluzione dei paesaggi. Il Paesaggio, trasformandosi continuamente, è. Ed è un’entità  che vive. Queste considerazioni permettono di arricchire le metodologie di studio del paesaggio, le quali devono integrare gli aspetti puramente sensoriali e cognitivi con quelli oggettivi, i quali aferiscono al campo delle scienze fisiche e biologiche. Ma come? Allora il paesaggio è. Non è solo un “non è”. Non solo. L’opportunità  che la CEP ci ha fornito è quella di mettere ordine nei vari concetti di Paesaggio, ufficializzandone uno che, al di là  delle diverse concezioni e sfumature, può costituire il riferimento primo del legislatore e degli operatori. La CEP è stata sottoscritta per la prima volta da alcuni stati membri, tra cui l’Italia, il 20 ottobre 2000, a Firenze. à stata ratificata nel 2006 dallo Stato italiano con la legge n. 14-2006. Dunque, dal 2000 il paesaggio è ufficialmente apparso in Italia, dapprima sommessamente, in modo molto discreto, poi via via sempre più rumorosamente. 2 strumento di recepimento e attuazione della CEP. Probabilmente il buon senso avrebbe suggerito questo. Invece il Codice risultava quasi totalmente estraneo alla Convenzione, al punto tale da sembrare, talvolta, che lo scrivente non fosse a conoscenza della CEP. Tutto il decreto è impostato su un concetto di paesaggio fortemente, se non unicamente, legato agli aspetti storici e culturali, basato su una gerarchizzazione dei valori paesistici in funzione della storicità  e della bellezza dei luoghi, anche se le modifiche del 2006 ne hanno migliorato alcune parti: “La tutela e la valorizzazione del paesaggiosalvaguardanoivaloricheessoesprimequali manifestazioni identitarie percepibili”, non considerando, nei fatti, tutta la ricchezza che la CEP segnala nei confronti delle relazioni tra le componenti concrete ed oggettive, anche molto diverse, e le componenti soggettive, e dell’importanza del paesaggio, del suo dinamismo per la qualità  di vita delle popolazioni, dei legami con il sistema socio-economico e del fatto che non esistono solo i luoghi eccezionali, ma che anche i luoghi degradati necessitano di attenzione. Nel Codice tutto ciò esiste in modo molto sfumato, quasi un contorno”Ai fini del presente codice per paesaggio si intendono parti omogenee di territorio i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche 3 interrelazioni . Mentre nella definizione esiste il concetto di relazione, gli strumenti attuativi sono in netta prevalenza diretti alla tutela dei “beni paesaggistici”, ossia di oggetti ben identificabili e indipendenti da un contesto statico che può anche essere estraneo. Questo concetto porta alla conservazione museale di qualcosa che vive, Ora, intorno al paesaggio, c’è il fragore del caravanserraglio dei fuoriusciti da quel deserto dove il nulla era un oggetto prezioso, sconosciuto ai più. Improvvisamente il numero dei “paesaggisti”, o simili, è cresciuto esponenzialmente generando in tempi brevissimi una quantità  di esperti, inesistenti fino al 1999: un nuovo miracolo italiano. Ma il nostro è uno strano paese: nel tempo intercorso tra la firma e la ratificazione della CEP, lo Stato italiano ha ritenuto opportuno dotarsi di un altro provvedimento inerente il Paesaggio: nel 2004, vara il Codice dei Beni culturali e del Paesaggio . Poteva trattarsi dello induce a non vedere le relazioni fondamentali tra elementi diversi, tra le parti e il tutto e viceversa, tra gli oggetti e le persone che li vivono: ma anche l’oasi più protetta, se il deserto avanza, tende a inaridirsi perché le relazioni contano più dell’oggetto in sé. Il codice porta a dividere il nostro mondo tra paesaggi di serie A da tutelare e proteggere e paesaggi di serie B e C nei quali è ammesso perpetrare qualsiasi scempio. Senza pensare che, tra l’altro, il degrado dei paesaggi di serie B e C, nel tempo, investirà  anche la serie A perché se le regole cambiano, poi, cambiano anche i giocatori. La CEP, invece, ci ha spiegato come mai siamo riusciti a compiere tutti quei danni: il paesaggio, ci dice, non è solo dentro la nostra testa e non è solo in certi luoghi. Il paesaggio è tutto il nostro mondo, è quello che ci circonda, che tocchiamo, manipoliamo, vediamo, decodifichiamo e, quindi, modifichiamo secondo le nostre necessità  e voglie. E dopo averlo modificato, lo vediamo ed elaboriamo diversamente: è cambiato, ma non solo nella nostra testa. E’ cambiato veramente, talvolta sparito, consumato. La CEP, inoltre, invita a “riconoscere giuridicamente il paesaggio”. Si tratta di una grande novità  nei confronti della tutela e della gestione del paesaggio, ripresa peraltro dal codice che introduce il regime sanzionatorio per le violazioni alla tutela dei beni paesaggistici (non del paesaggio). E’ da segnalare come l’idea europea di paesaggio sia quella di un oggetto concreto, in qualche modo individuabile, e rappresentabile, tanto da poter essere difeso nelle aule dei tribunali, se pur variamente interpretabile e percepibile dalle popolazioni. Peraltro, al momento attuale, Il Codice del Paesaggio resta l’unico strumento attuativo per la gestione del paesaggio, e fornisce disposizioni nei confronti della tutela dei “beni paesaggistici” (non del paesaggio), della formazione dei Piani paesistici, nonché del regime sanzionatorio in presenza di illeciti. In definitiva ci troviamo di fronte ad un profondo salto culturale, all’indietro, rispetto alla CEP, la quale, al contrario, ci spinge ad uno sforzo importante di integrazione tra le teorie scientifiche derivate dalle scienze ecologiche e dalla geografia, quelle storiche, estetiche e percettive derivate dal mondo dell’arte e della letteratura e quelle socio-economiche legate alle scienze sociali, psicologiche ed economiche. E in questa innovazione concettuale ci fornisce strumenti non tanto per la tutela, quanto per la gestione attiva di quel sistema dinamico che costituisce l’ambiente di vita delle popolazioni e che con esse si evolve e trasforma continuamente. E’ abbastanza interessante notare come, nei diversi paesi europei, ci siano delle diferenze sostanziali nell’intendimento del paesaggio, cosa che sottolinea ulteriormente l’importanza della Cep per un’integrazione e un completamento reciproco dei diversi concetti così da arrivare, in tutta Europa, ad un concetto che possa tener conto il più possibile della complessità  che caratterizza il paesaggio. A questo proposito, mi piace ricordare un’episodio significativo: un paio di anni fa stavo traducendo un testo sull’incertezza nella pianificazione di M. Antrop (2006), in cui l’autore, belga, richiamando il testo della CEP, aveva ritenuto opportuno specificare ai suoi concittadini che “La convenzione richiama inoltre l’importanza dell’estetica, dei valori scenici e non solo le funzioni economiche, ecologiche e di utilità “, sottolineando l’importanza dei valori estetici e percettivi, che devono essere considerati al pari di quelli ecologici ed economici, quindi di gestione delle risorse naturali. Questi ultimi infatti, sono tradizionalmente dati per scontati nella cultura medio-europea sul Paesaggio, la quale ha da sempre influito fortemente sulla gestione delle risorse naturali. Al contrario in Italia, riferendosi ai medesimi contenuti della Convenzione, viene in genere sottolineato come novità  il richiamo ai valori ecologici ed economici, spesso trascurati nelle teorie e nella prassi. Queste infatti, tendono a privilegiare le funzioni estetiche e percettive, con ricadute gestionali totalmente diverse da quelle medio Europee. Ecco che la Convenzione europea può giocare un ruolo veramente importante nell’amalgamare le culture e, conseguentemente, tracciare le strade per percorsi di gestione del paesaggio sempre migliori, che ne integrino la multifunzionalità . Mi piace concludere con un ultimo richiamo alla Convenzione: Il paesaggio deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di “subire i loro paesaggi”, quale risultato di evoluzioni tecniche edeconomichedecisesenzadiloro.Ilpaesaggioèuna questione che interessa tutti i cittadini e deve venir trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale. Questo passo, se ancora rimanevano dei dubbi, sposta il valore del Paesaggio da “bene di lusso”, quindi opzionale, a “bisogno” per il benessere dei cittadini. Pertanto è necessario che la qualità  del paesaggio, nella sua completezza, diventi obiettivo fondante di piani e progetti ed esca dal ghetto dell’”imbellettamento a posteriori”, funzione nel quale la visione estetica prevalente, in Italia, l’aveva relegato. Inoltre impone che la crescita culturale che la Convenzione ha spinto ad imboccare sia continua, rapida e difusa. Ciò per far sì che i cittadini siano in grado di rendersi conto dell’importanza del paesaggio e dei risultati delle modifiche indotte su di esso, e abbiano gli strumenti per non “subire i loro paesaggi”. Al termine di queste note sintetiche sulla molteplicità  di intendere il Paesaggio, possiamo afermare che la complessità  ha tante facce, ma l’oggetto è uno. E’ tempo di trovare la strada per descriverlo nella sua complessa interezza e di mettere questa nuova conoscenza al servizio delle scelte, in modo tale da limitare quelle sbagliate, quelle che consumano il Paesaggio invece di aiutarlo a vivere. Per fare ciò è indispensabile giungere ad una integrazione tra le diverse teorie parziali, al fine di sistematizzare quella che alcuni autori definiscono la “Scienza del Paesaggio” (Klijn & Vos, 2000, Farina, 2004). Tale integrazione non costituisce solo un interessante tema di dibattito scientifico, ma apre a nuovi approcci al paesaggio, con risvolti applicativi molto promettenti. Il cammino è sicuramente ancora lungo, non privo di difficoltà  e necessita non solo di studi e ricerche, ma anche dell’atteggiamento che Popper attribuisce al vero pensiero scientifico nel richiamare la necessità  di “falsificare” le teorie precedenti, al fine di trovare nuove soluzioni ai problemi, mantenendo, comunque, un atteggiamento di forte critica nei confronti delle nuove soluzioni, perché queste possano contribuire effettivamente ad un avanzamento del sapere scientifico e si possano formulare nove teorie realmente efficaci. Per quanto riguarda il paesaggio molte sono le tesi assolutistiche che vanno superate per poter giungere all’integrazione di cui sopra, ma la strada pare tracciata.

Riferimenti bibliografici Antrop, M., 2006, Landscape planning and uncertainty, in Gibelli, G., Brancucci, G. (a cura di), Pianificare L’Incertezza, Siep-Iale, Milano. Farina A., 2004, Verso una scienza del paesaggio, Oasi Alberto Perdisa. Klijn J. & Vos W., 2000. From Landscape Ecology to Landscape Science. WLO, Wageningen, Kluwer Academic Publ., 162 pp. Priore, R., 2006, Convenzione Europea del Paesaggio – Il testo adottato e commentato, Edizioni Centro Stampa d’Ateneo, Reggio Calabria, pp.95. Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157. Legge n. 14-2006.

  1. Sono richiamati alcuni stralci del testo della Convenzione, all’interno dei quali si ritrovano molti degli aspetti che determinano la complessità  del paesaggio e ne definiscono alcuni caratteri fondamentali. Il testo in corsivo è tratto dalla Convenzione. In neretto i concetti che si ritengono più importanti e che, analizzati uno per uno, contribuiscono a definire il paesaggio nella sua complessità . Si specifica che i testi sono tratti dalla difusa traduzione di R. Priore e G. Anzani (2006), non risultando, al momento, una traduzione ufficiale da parte del Governo italiano.
  2. Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, modificato con il Decreto Legislativo 24 marzo 2006, n. 157, per quanto riguarda il Paesaggio.
  3. Le parti in corsivo si riferiscono al testo così come modificato con il D.L. 157 del 24-03-2006.

La riproposizione del paesaggio nella nuova pianificazione regionale

Il paesaggio al vertice Sulla tematica della tutela paesistica e della relativa disciplina di attuazione esiste un’ampia letteratura, sia in campo giuridico sia disciplinare. Dagli anni ’80, le componenti ambientali e paesistiche hanno assunto un ruolo ed una posizione sempre di maggior rilievo all’interno dei processi di formazione dei piani, per garantire una corretta (sostenibile) gestione del territorio. Negli anni 90′, l’abbandono di soluzioni rigidamente vincolistiche ha visto la afermazione di un approccio alle tematiche paesistiche sempre più attento e integrato. Con il decreto legislativo 42/2004 (il c.d. Codice Urbani) e nel rispetto dei principi condivisi con la Convenzione Europea del Paesaggio, sottoscritta a Firenze nel 2000, si introduce la sostanziale innovazione che afronta il tema del paesaggio e non più solo in relazione ai paesaggi di eccellenza ma anche ai paesaggi del quotidiano e a quelli degradati che compongono il territorio nella sua interezza. La natura, l’ambiente, la storia, le dinamiche territoriali, uniti ai valori estetico-culturali, concorrono a collocare il paesaggio al vertice degli obiettivi della pianificazione di area vasta che in funzione della ConvenzioneEuropeadelPaesaggio,èchiamataariconoscereunruoloportanteedimprescindibileanche ai valori identitari attribuiti ai luoghi dalle comunità  locali. Il paesaggio è riconosciuto come risorsa essenziale indivisibile e bene comune della collettività . Il Codice è stato redatto con l’obiettivo di ridisegnare in una logica unitaria le materie inerenti il patrimonio storico, artistico, archeologico, già  tutelato dall’art. 9 della Costituzione Italiana 1.. L’accezione percettiva e la Convenzione Europea del Paesaggio “Landscape” means an area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interactionofnaturaland/orhumanfactors, secondo la versione ufficiale in inglese del Consiglio d’Europa dell’art. 1 della Convenzione Europea del Paesaggio. “Paesaggio” designa una determinata parte di un territorio, così come è percepito dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umaniedallelorointerrelazioni,secondolatraduzione italiana art. 1. La traduzione italiana del testo inglese della Convenzione Europea del Paesaggio ha ceduto ad una interpretazione arbitraria, in quanto l’art.1 non coglie il nuovo senso di paesaggio contenuto nella Convenzione, ma lo assimila al precedente concetto di paesaggio come bellezza naturale, nato in Italia con la L.1497/1939. Il paesaggio non è dunque una “determinata parte di territorio” come si legge nella traduzione italiana; è sufficiente leggere la versione inglese (o anche quella francese) per verificare che il senso di “determinata parte” non c’è, perché in base alla Convenzione tutto è e può essere paesaggio, e questo è uno dei motivi per cui la traduzione italiana viene assoggettata a diverse revisioni. Sarebbe meglio seguire una traduzione che riconosca il paesaggio come bene culturale, frutto della percezione identitaria della popolazione, riconosciuto senza separazioni nella propria complessità . “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” 2. Il paesaggio è anche un prodotto sociale e non rappresenta un bene stabile, ma dinamico. In base a queste caratteristiche, in quanto determinato dal carattere evolutivo e dalle condizioni percettive, il paesaggio è sempre in relazione all’azione dell’uomo. In particolar modo la percezione del paesaggio è frutto di un’interazione tra:

  • la soggettività  umana 3;
  • i caratteri oggettivi della fisiologica evoluzione dell’ambiente antropico o naturale 4;
  • i mediatori socio-culturali legati al senso di identità  riconosciuto da una società  su un determinato tipo di ambiente 5.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, è una costruzione complessa, composto come è da 184 articoli, redatto con l’obiettivo di ridisegnare in una logica unitaria materie, quali il patrimonio storico, artistico,archeologicoeilpaesaggio,tutelatedall’art. 9dellaCostituzioneedinteressatedallemodifichedel Titolo V della Costituzione, con ricadute dirette sulla attività  di pianificazione. La complessità  del Codice si presta, in alcuni passaggi, ad interpretazioni non univoche a rischio di essere smentite, annullate, o modificate nelle diverse circolari del Ministero dei Beni e delle Attività  Culturali (Mibac). Il grado di innovazione del Piano Paesaggistico Se si intende misurare l’effettiva diferenza tra il nuovo Piano paesistico del Codice (Pp)e la precedente pianificazione paesistica occorre confrontarlo con l’art. 5 della L. 1497/1939 e con il successivo RD 1357/1940, che nell’art.23 definisce i contenuti del Piano Territoriale Paesistico. I Piani Territoriali Paesistici di cui all’art. 5 della legge 1497/1939 hanno il fine di stabilire:

  • le zone di rispetto;
  • il rapporto tra aree libere ed aree fabbricabili in ciascuna delle diverse zone;
  • le norme per i diversi tipi di costruzione; * la distribuzione e il vario allineamento dei fabbricati;
  • le istituzioni per la scelta e la varia distribuzione della flora.

Si tratta dunque di uno strumento attuativo paragonabile ad un piano particolareggiato o, latu senso, di settore. Su questa base facilmente opinabile, prima della L. 431/1985 (la c.d. legge Galasso), sono stati redatti i Piani Regionali Paesistici e, con dei riferimenti interpretativi ai Piani Territoriali di Coordinamento ex L. 1150/1942, i Piani Urbanistico Territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici. Il nuovo Pp è uno strumento radicalmente diferente dai precedenti, sicuramente in grado di svolgere con efficacia un compito, quale quello prefigurato dalla Galasso, ma con una dimensione applicativa necessariamente multidisciplinare. Le novità  nel sistema delle pianificazioni Il tempo trascorso tra la L. 1497/1939 non è percepibile soltanto nelle mutazioni della forma del Pp, ma anche in quelle del contesto destinato ad accoglierlo, ovvero il sistema delle pianificazioni di settore come la L. 183/89 (per il Piano di Bacino), e la L. 394/91 (per il Piano delle Aree Protette) che, volendo semplificare la gestione territoriale, hanno modificato in modo rilevante i soggetti in campo e le competenze in atto. Si assiste quindi a:

  • una moltiplicazione della rappresentazione delle componenti paesaggistiche;
  • una diversificazione regionale della loro articolazione ed interpretazione.

La moltiplicazione degli strumenti di governo del territorio, genera elementi di criticità  indubbia nella gestione territoriale; all’apparire di piani di matrice ambientale si è aggiunta la pianificazione di settore, ma anche l’incorporazione delle tematiche ambientali (e quindi anche del paesaggio) negli strumenti tradizionalmente concepiti come urbanistici: Piano territoriale di Coordinamento Provinciale, Piano Regolatore Generale Comunale. Alla difficoltà  comunicativa dei piani alla scala di area vasta va ad aggiungersi la disomogeneità  delle legislazioni regionali in materia di territorio. Questi fattori, considerati nel loro insieme, danno la misura della complessità  insita in uno strumento di natura e specificità  così marcata quale il Pp, in un sistema tanto articolato e ad alta mutabilità  come quello regionale. La polivalenza del concetto di paesaggio Un ulteriore elemento da considerare è la trasversalità  del concetto di paesaggio. Il Pp interagisce potenzialmente con tutti gli strumenti di piano e con tutte le attività  passibili di modificare la fisionomia del territorio; vale a dire intercetta la quasi totalità  degli strumenti pianificatori e delle attività  antropiche nello spazio, si pensi alle interrelazioni tra paesaggio e difesa del suolo, oppure tra paesaggio e protezione ambientale, oppure alle relazioni, potenzialmente assai conflittuali, tra paesaggio e infrastrutture, nonché tra paesaggio ed insediamenti. Questo problema non è nuovo alla pianificazione di scala vasta. Gli esempi citati in precedenza presentano un problema di integrazione e di sovraordinazione: sia la L.183/89 che la L.394/91 hanno collocato i propri strumenti di pianificazione, rispettivamente il Piano di bacino ed il Piano del parco, al vertice del sistema delle pianificazioni, scelta che anche il Codice ripercorre. Amministrazioni pubbliche e paesaggio (art. 132 del Codice) Il comma primo contiene una dichiarazione di grande rilievo, vale a dire che le amministrazioni pubbliche cooperano per la definizione di indirizzi e criteri riguardanti le attività  di tutela, pianificazione, recupero, valorizzazione del paesaggio e di gestione dei relativi interventi; mentre il comma secondo introduce anche una corrispondenza, una specifica reciprocità , tra salvaguardia/ reintegrazione dei valori del paesaggio e sviluppo sostenibile. Pianificazione paesaggistica (art. 135) L’art. 135 costituisce una specie di presentazione al successivo art. 143 (che sviluppa i contenuti del PP), fissando tre elementi di rilievo:

  • le Regioni assicurano che il paesaggio sia adeguatamente tutelato e valorizzato, e a tal fine approvano Piani Paesaggistici: come elemento fondamentale per rendere i contenuti del Codice compatibili con i diferenti regimi di governo del territorio vigenti nelle Regioni, viene richiesta a queste di assicurare, nel contempo, la necessaria tutela e valorizzazione, redigendo materialmente i piani stessi consentendo peraltro alle Regioni di investire della materia paesaggistica anche le Province, con lo strumento del PTCP ed i Comuni con il Piano Urbanistico (art. 131 3°comma; articolo 145) 6;
  • vengono riunificate le nozioni di Piano Paesaggistico e di Piano urbanistico territoriale “con specifica considerazione dei valori paesaggistici”;
  • viene riconosciuta la natura complessa del Piano Paesaggistico, cui viene afdato il compito di definire le trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici, le azioni di recupero e di riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposte a tutela, nonché gli interventi di valorizzazione del paesaggio, anche in relazione alle prospettive di sviluppo sostenibile 7.

Il coordinamento della pianificazione paesaggistica con altri strumenti di pianificazione (art. 145) Non è compito del Codice mettere ordine nella disorganica struttura delle pianificazioni urbanistico-territoriali ed ambientali vigenti. Il Pp viene collocato al vertice del sistema di pianificazione. Come esplicitato dall’art. 156 1° comma (verifica edadeguamentodeipianipaesaggistici)entroquattro anni dalla entrata in vigore del Codice, le Regioni già  dotate di Piani Paesistici verificano la conformità  tra le disposizioni dei predetti piani e le previsioni dell’art. 143 e, quando in difetto, provvedono ai necessari adeguamenti, tab.1. Il secondo comma impegna il Mibac a predisporre, previa intesa con la conferenza Stato-Regioni, uno schema generale di convenzione con le Regioni in cui vengono stabilite le metodologie e le procedure di ricognizione, analisi, censimento e catalogazionedegliimmobiliedelleareeoggettodi tutela,ivicompreseletecnicheperlalororappresentazionecartograficaelecaratteristicheatteadassicurare l’operabilità  dei sistemi informativi. E’ così prevedibile l’avvio di una nuova e ricca stagione di pianificazione paesaggistica di adeguamento degli strumenti oggi vigenti. I profili del nuovo Pp ed i suoi contenuti (art. 143) Questo articolo disegna la pianificazione paesaggistica futura. Procede in prima istanza afermando, al comma primo, che il piano, dopo attenta ricognizione, ripartisce il territorio in ambiti omogenei,daquellidielevatopregiopaesaggisticofino aquellisignificativamentecompromessiedegradati. Viene successivamente specificato, al comma secondo, che il piano deve assegnare a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità  paesaggistica, prevedendo in particolare:

  • il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto contoanchedelletipologiearchitettoniche,nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;
  • le previsioni di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella listadelpatrimoniomondialedell’Unescoedelle aree agricole;
  • il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati,alfinedireintegrareivaloripreesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.

L’approccio disciplinare alla elaborazione del nuovo Pp viene descritto al terzo comma che parla di:

  • ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, esteticheedellelorointerrelazionielaconseguentedefinizionedeivaloripaesaggisticidatutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
  • analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione,dipianificazioneedidifesadel suolo;
  • individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità  paesaggistica;
  • definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
  • determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
  • individuazione degli interventi di recupero e riqualificazionedelleareesignificativamentecompromesse o degradate;
  • individuazionedellemisurenecessariealcorretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
  • individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, dasottoporreaspecifichemisuredisalvaguardia e di utilizzazione.

Così definito, il Pp rimanda esplicitamente all’art.6, ed in particolare alle lettere c), d) ed e), della Convenzione Europea del Paesaggio e si ritiene che questa scelta del Codice sia quanto mai opportuna per l’avvio di una pianificazione e di una gestione del paesaggio più accurata ed effettiva di quella fino ad oggi praticata 8. Occorre aggiungere che, dopo una iniziale impronta di chiarezza, i successivi commi dell’art. 143 (il quinto, il sesto, il decimo e il dodicesimo) 9 sembrano portare i segni di un dibattito non ancora compiutamente maturato, come dimostrano le diferenti versioni che lo stesso Codice ha avuto in itinere 10. Sarebbe peraltro opportuno definire con maggiore chiarezza l’iter di formazione del Piano stesso, anche in relazione alle due diverse possibilità  che sembrerebbero previste: la prima caratterizzata da una compiuta applicazione dei principi di collaborazione interistituzionale richiamati nell’art. 132 del Codice e la seconda, più tradizionale, caratterizzata dalla decisione della Regione, di procedere senza avvalersene. Le due strade conducono a risultati diferenziati:

  • le Regioni che scelgono la pratica concertativa, (con “Mibac e Minambiente”) per l’elaborazione del Pp, hanno la possibilità  di dispiegare compiutamenteletuttepotenzialità territorialiin essere; laricognizionedeivaloripaesisticisupera la settorializzazione territoriale delle categorie della Galasso o meglio, le aree tutelate per legge dall’art.142nonscompaionomavengonocalate nel territorio e riconfigurate nelle relazioni spaziali, e sono soggette ad una procedura partecipata. Ciò consente una maggiore fluidità  nella gestione del vincolo, in quanto il ricorso alla autorizzazione risulta potenzialmente di applicazione più circoscritta, essendo in alcune aree aperta la possibilità  di sostituirla con una verifica di coerenza della trasformazione da valutare nei suoi effetti paesistici;
  • le Regioni “non concertative”, escludendosi la possibilità dilimitareilricorsoallaautorizzazione neiterritoriindicatidall’art.152continuerebbero quindi ad operare in un regime simile all’attuale pur essendo comunque tenute a redigere il Pp secondo i percorsi innovativi dell’art. 143.

Riflessioni in atto Il Pp del Codice è uno strumento ormai compiutamente definito, che recepisce ad ampia scala le innovazioni emerse a partire dalla Legge Galasso ad oggi, passando attraverso la fondamentale Convenzione Europea del Paesaggio e che potenzialmente consente di gestire il paesaggio in maniera molto più efficiente rispetto alla pianificazione preesistente, con un approccio sensibilmente più strategico e operativo; approccio tuttavia troppo centralistico, da migliorare ancora assai sul fronte della sussidiarietà  e del coinvolgimento dei sistemi locali, impegnati nella costruzione, tutela e valorizzazione dei”loro paesaggi”. Il Codice prevede, come si è detto, la possibilità  che il Pp venga redatto di concerto tra Regione, Mibac 11 e Minambiente 12: questa possibilità  è resa vantaggiosa per le Regioni, in quanto, al contrario di Pp redatti in autonomia dalla sola Regione, il Pp concertato ha la facoltà  di riconfigurare spazialmente le aree soggette a vincolo, superando la rigida geometria delle categorie della Galasso. Il Codice prevede che le Regioni redigano inderogabilmente i nuovi Pp entro quattro anni dall’entrata in vigore dello stesso e quindi entro il maggio 2008; termine apparentemente rigoroso, ma che risulta meno certo se si tiene conto della complessità  dell’operazione da mettere in moto, della compresenza dei molteplici attori in gioco, della propensione pervicace del Paese a non chiudere i processi decisionali, con la verifica dei fatti, facendo delle riserve di competenza non un fattore di operatività  da mettere a disposizione del sistema ma un baluardo resistente a qualsiasi richiesta di integrazione (orizzontale e verticale) e di rendicontazione. Speriamo che la profezia questa volta non si avveri. La pianificazione regionale Sono presenti ormai in quasi tutte le Regioni i Piani Territoriali, contenitori di conoscenze e di politiche che hanno saputo/potuto interagire in varia misura con gli strumenti di pianificazione paesistica. I nuovi Pp dovranno integrarsi meglio nel sistema delle pianificazioni di matrice urbanisticoterritoriale per fare valere il proprio “punto di vista”. I nuovi Pp si svilupperanno in un sistema di pianificazione regionale molto più complesso rispetto al passato; in particolare si è gia accennato al fatto che molte Regioni si sono dotate di nuove leggi urbanistiche, o meglio di governo del territorio, più avanzate della legislazione nazionale ma tra loro diferenti per organizzazione e costrutto giuridico; nel contenuto è cresciuto negli ultimi anni il ruolo della pianificazione di settore (acque, cave, trasporti, rifiuti) ed infine molte delle Province si sono dotate di PTCP, capaci di esprimere al proprio interno la dimensione paesistica, possibilità  esplicitamente prevista dalla Legge n. 59 del 1997 (la c.d. Bassanini). Un’assunzione di maggiore consapevolezza paesistica viene richiesta anche agli strumenti comunali, che l’esperienza dimostra essere gli unici capaci, volendolo, di cogliere, gestire e tutelare le emergenze paesaggistiche locali; in qualche modo si tornerebbe così, rigenerandolo, all’originario piano paesistico ex L.1497/39. Non basta naturalmente che il Pp sia dichiarato necessario dal Codice sovraordinato agli altri strumenti; i suoi contenuti e la sua efficacia, se si vuole ottenere un Pp applicato e applicabile, vanno costruiti con estrema attenzione nel rapporto con le leggi (e non meno con le culture) regionali. I Piani Paesistici verso nuovi apporti e orientamenti I modelli tradizionali dell’approccio paesistico che rimandano alla “Storia del paesaggio agrario italiano” di E. Sereni si sono venuti via via arricchendo con contributi più attenti alla componenti naturalistiche, come l’ecologia del paesaggio, dell’antropologia, delle neuroscienze e della dimensione percettiva. Il nuovo Pp è stato volutamente configurato come uno strumento applicabile, ovviamente con modalità  e discipline diverse, all’intero territorio, ed è quindi naturale prevedere nel suo processo di redazione il coinvolgimento di saperi disciplinari diversi. Il Pp non potrà  comunque prescindere da una visione e da una metodologia di formazione unitaria, come qualunque strumento di pianificazione a cui si voglia attribuire efficacia e autorevolezza. Visione e metodologia unitaria che assicuri anche uniformità  di considerazione di analoghe componenti paesistiche in diversi contesti locali. Alcune Regioni, in passato, hanno costruito il proprio Piano Paesistico re-interpretando piani locali redatti con metodologie diferenziate; difficilmente queste esperienze hanno dato risultati positivi sia perché non si è riusciti a pervenire ad un prodotto unitario sia perché è risultata evidente la soggettività  di alcune scelte. La costruzione del Pp è una operazione sicuramente delicata e complessa, in sede sia politica che tecnica. Di fronte ad una innovazione di così vasta portata come quella del Codice è quanto mai opportuno auspicare che si arrivi alla costruzione di una metodologia unitaria che preceda la stesura dei nuovi Pp, assicurando omogeneità  di trattamento delle diferenti componenti dei mosaici paesistici regionali al livello nazionale. Sarebbe un grande successo pervenire ad una metodologia unitaria a livello nazionale, che valorizzi la ricchezza degli approcci disciplinari e sia sensibile a registrare i diversi e numerosi quadri ambientali che rendono unico il nostro Paese; senza cadere in percorsi omologanti e burocratici, che riuscendo a scendere di scala (in senso proprio e figurato) quanto basta, sino a riconoscere il paesaggio”fatto (dall’)uomo”. Piani Paesistici proposti da una azione concorde degli attori locali Locali, nei diversi contesti, possono sembrare una contraddizione in termini vista la tendenza centripeta in atto, ma si può ragionevolmente ritenere che essi potrebbero essere gli strumenti giusti per fare entrare con l’operatività  anche la qualità  nei processi di assetto e di sviluppo delle comunità  locali, lavorando in modo distinto, dialettico e fertile con l’applicazione urbanistica che serve una razionalità  sempre più bisognosa delle ambiguità  della visione paesistica per acquistare un senso nuovo e la consapevolezza necessario delle poste patrimoniali in gioco.

Riferimenti bibliografici “Il paesaggio, oltre che una sintesi, è un programma” Brà¼ckner, 1898 “Il paesaggio è un porzione naturalmente delimitata della superficie terrestre, le cui componenti naturali formano un insieme di interrelazioni e interdipendenze” Enciclopedia Sovietica, 1939 “Tutto ciò che v’è sull’involucro terrestre, tutto, nella sua esistenza e interferenza, costituisce il paesaggio”SzavaKovats, 1960 “Ilpaesaggioèlacomplessacombinazionedioggettiefenomeni legati fra loro da mutui rapporti funzionali, sì da costituire una unità  organica”- Sestini, 1963 “Il paesaggio è una costellazione di ecosistemi. Esso coincide inoltre con il processo evolutivo della biosfera i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”- Valerio Giacomini, 1972 “Ilgiocofraarteenaturanonchénaturaeculturacreapaesaggi dalla forma diferente, indicatrice, nello stile nell’architettura, della specifica cultura che l’ha promossa” – Rosario Assunto, 1984 “Unpaesaggioèunaparteeterogeneadiunaregione,composta da un’aggregazione di ecosistemi interagenti che si ripete in ogni punto con forme simili”- Forman e Godron, 1986 “Il paesaggio è un’unità  ecologica e culturale, spaziale e temporalee,parafrasandoTroll,èlacomplessivaentità spaziotemporale della sfera vitale dell’uomo”- Naveh, 1990 “Il paesaggio è un sistema di ecosistemi”- Ingegnoli, 1992 “Il paesaggio è l’insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l’ecosfera, considerato nella sua struttura unitaria e diferenziata, ecologico-sistemicaedinamica,cheloidentificaconunprocesso evolutivonelqualesiintegranoleattività dellanaturaequelle dell’uomo,nellalorodimensionestorica,materiale,culturalee spirituale”- Romani, 1994

  1. Costituzione della Repubblica Italiana Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
  2. Cesare Pavese, 1950
  3. Convenzione Europea del Paesaggio Art. 1 Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;
  4. Politica del paesaggio designa la formulazione, da parte delle autorità  pubbliche competenti, dei principi generali, delle strategie e degli orientamenti che consentano l’adozione di misure specifiche finalizzate a salvaguardare gestire e pianificare il paesaggio;
  5. Obiettivo di qualità  paesaggistica designa la formulazione da parte delle autorità  pubbliche competenti, per un determinato paesaggio, delle aspirazioni delle popolazioni per quanto riguarda le caratteristiche paesaggistiche del loro ambiente di vita; Salvaguardia dei paesaggi indica le azioni di conservazione e di mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale e/o dal tipo d’intervento umano; Gestione dei paesaggi indica le azioni volte, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, a garantire il governo del paesaggio al fine di orientare e di armonizzare le sue trasformazioni provocate dai processi di sviluppo sociali, economici ed ambientali; Pianificazione dei paesaggi indica le azioni fortemente lungimiranti, volte alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi.
  6. Articolo 133 – Cooperazione tra amministrazioni pubbliche per la conservazione e la valorizzazione del paesaggio 3. Gli altri enti pubblici territoriali conformano la loro attività  di pianificazione agli indirizzi e ai criteri di cui al comma 2 e, nell’immediato, adeguano gli strumenti vigenti. Articolo 145Coordinamento della pianificazione paesaggistica con altri strumenti di pianificazione
    1. La individuazione, da parte del Ministero, delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità  di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali.
    2. I piani paesaggistici possono prevedere misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con i piani, programmi e progetti nazionali e regionali di sviluppo economico.
    3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143 e 156 sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città  metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni diformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.
    4. I comuni, le città  metropolitane, le province e gli enti gestori delle aree naturali protette conformano o adeguano gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale alle previsioni dei piani paesaggistici, secondo le procedure previste dalla legge regionale, entro i termini stabiliti dai piani medesimi e comunque non oltre due anni dalla loro approvazione. I limiti alla proprietà  derivanti da tali previsioni non sono oggetto di indennizzo.
    5. La regione disciplina il procedimento di conformazione ed adeguamento degli strumenti urbanistici alle previsioni della pianificazione paesaggistica, assicurando la partecipazione degli organi ministeriali al procedimento medesimo.
  7. Codice dei beni culturali e del paesaggio art. 143 Piano Paesaggistico
  8. Convenzione Europea del Paesaggio Articolo 6 – Misure specifiche
    1. Sensibilizzazione Ogni parte si impegna ad accrescere la sensibilizzazione della società  civile, delle organizzazioni private e delle autorità  pubbliche al valore dei paesaggi, al loro ruolo e alla loro trasformazione.
    2. Formazione ed educazione Ogni Parte si impegna a promuovere :
      1. la formazione di specialisti nel settore della conoscenza e dell’intervento sui paesaggi;
      2. dei programmi pluridisciplinari di formazione sulla politica, la salvaguardia, la gestione e la pianificazione del paesaggio destinati ai professionisti del settore pubblico e privato e alle associazioni di categoria interessate;
      3. degli insegnamenti scolastici e universitari che trattino, nell’ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia , la sua gestione e la sua pianificazione.
    3. Individuazione e valutazione
      1. Mobilitando i soggetti interessati conformemente all’articolo 5.c, e ai fini di una migliore conoscenza dei propri paesaggi, ogni Parte si impegna a:
        1. (1) individuare i propri paesaggi, sull’insieme del proprio territorio; (2) analizzarne le caratteristiche, nonché le dinamiche e le pressioni che li modificano; (3) seguirne le trasformazioni ;
        2. valutare i paesaggi individuati, tenendo conto dei valori specifici che sono loro attribuiti dai soggetti e dalle popolazion interessate.
      2. I lavori di individuazione e di valutazione verranno guidati dagli scambi di esperienze e di metodologie organizzati tra le Parti, su scala europea, in applicazione dell’articolo 8 della presente Convenzione.
    4. Obiettivi di qualità  paesaggistica Ogni parte si impegna a stabilire degli obiettivi di qualità  paesaggistica riguardanti i paesaggi individuati e valutati, previa consultazione pubblica, conformemente all’articolo 5.c.
    5. E Applicazione Per attuare le politiche del paesaggio, ogni Parte si impegna ad attivare gli strumenti di intervento volti alla salvaguardia, alla gestione e/o alla pianificazione dei paesaggi.
  9. Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio EX ART Articolo 143 Piano paesaggistico
    1. In base alle caratteristiche naturali e storiche ed in relazione al livello di rilevanza e integrità  dei valori paesaggistici, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati.
    2. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità  paesaggistica. Gli obiettivi di qualità  paesaggistica prevedono in particolare:
      1. il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;
      2. la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;
      3. il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.
    3. Il piano paesaggistico ha contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo. La sua elaborazione si articola nelle seguenti fasi:
      1. ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
      2. analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
      3. individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità  paesaggistica;
      4. definizione di prescrizioni geerali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
      5. determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
      6. individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;
      7. individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
      8. individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.
    4. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 3, lettere d), e), f) e g), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche parametri vincolanti per le specifiche previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.
    5. Il piano può altresì individuare:
      1. le aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142, nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità  di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
      2. le aree, non oggetto di atti e provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi può avvenire sulla base della verifica della conformità  alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico, effettuata nell’ambito del procedimento inerente al titolo edilizio e con le modalità  previste dalla relativa disciplina, e non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
      3. le aree significativamente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi di recupero e riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159.
    6. L’entrata in vigore delle disposizioni previste dal comma 5, lettera b), è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico ai sensi dell’articolo 145. Dalla medesima consegue la modifica degli effetti derivanti dai provvedimenti di cui agli articoli 157, 140 e 141, nonché dall’inclusione dell’area nelle categorie elencate all’articolo 142.
    7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi ai sensi del comma 5, lettera b), all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità  alle previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.
    8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui all’articolo 5, lettera b), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159, relativamente ai comuni nei quali si sono rilevate le violazioni.
    9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.
    10. Le regioni, il Ministero e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare accordi per l’elaborazione d’intesa dei piani paesaggistici. Nell’accordo è stabilito il termine entro il quale è completata l’elaborazione d’intesa, nonché il termine entro il quale la regione approva il piano. Qualora all’elaborazione d’intesa del piano non consegua il provvedimento regionale, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del Ministro, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio.
    11. L’accordo di cui al comma 10 stabilisce altresì presupposti, modalità  e tempi per la revisione periodica del piano, con particolare riferimento alla eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.
    12. Qualora l’accordo di cui al comma 10 non venga stipulato, ovvero ad esso non segua l’elaborazione congiunta del piano, non trova applicazione quanto previsto dai commi 5, 6, 7 e 8.
  10. Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio Articolo 143 – Piano paesaggistico – Vigente
    1. L’elaborazione del piano paesaggistico si articola nelle seguenti fasi:
      1. ricognizione del territorio, considerato mediante l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
      2. puntuale individuazione, nell’ambito del territorio regionale, delle aree di cui al comma 1, dell’articolo 142 e determinazione della specifica disciplina ordinata alla loro tutela e valorizzazione;
      3. analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità  del paesaggio, nonché la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
      4. individuazione degli ambiti paesaggistici di cui all’articolo 135;
      5. definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
      6. determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
      7. individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione;
      8. individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
      9. tipizzazione ed individuazione, ai sensi dell’articolo 134, comma 1, lettera c), di immobili o di aree, diversi da quelli indicati agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione.
    2. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 1, lettere e), f), g) ed h), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche specifiche previsioni vincolanti da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.
    3. Le regioni, il ministero ed il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare intese per l’elaborazione congiunta dei piani paesaggistici. Nell’intesa è stabilito il termine entro il quale deve essere completata l’elaborazione del piano. Il contenuto del piano elaborato congiuntamente forma oggetto di apposito accordo preliminare ai sensi degli articoli 15 e 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche. Entro i novanta giorni successivi all’accordo il piano è approvato con provvedimento regionale. Decorso inutilmente tale termine, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del ministro, sentito il ministro dell’ambiente e della tutela del territorio. L’accordo preliminare stabilisce altresì i presupposti, le modalità  ed i tempi per la revisione del piano, con particolare riferimento all’eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.
    4. Nel caso in cui il piano sia stato approvato a seguito dell’accordo di cui al comma 3, nel procedimento autorizzatorio di cui agli articoli 146 e 147 il parere del soprintendente è obbligatorio, ma non vincolante.
    5. Il piano approvato a seguito dell’accordo di cui al comma 3 può altresì prevedere:
      1. la individuazione delle aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142 e non oggetto di atti o provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali la realizzazione di opere ed interventi può avvenire previo accertamento, nell’ambito del procedimento ordinato al rilascio del titolo edilizio, della loro conformità  alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico comunale;
      2. la individuazione delle aree gravemente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi effettivamente volti al recupero ed alla riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui all’articolo 146.
    6. L’entrata in vigore delle disposizioni di cui ai commi 4 e 5 è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico, ai sensi dell’articolo 145.
    7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi senza autorizzazione paesaggistica, ai sensi del comma 5, all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità  alle previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.
    8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui al comma 5, lettera a), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146 e 147, relativamente ai comuni nei quali si sono rilevate le violazioni.
    9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.
  11. Ministero per i Beni e le Attività  Culturali.
  12. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Il tema del degrado paesistico nell’aggiornamento del Piano del Paesaggio Lombardo

Il degrado paesistico è un fenomeno sempre più pervasivo e devastante che sembra oggi difficilmente arrestabile. La consapevolezza che una vera inversione di tendenza possa essere innescata solo da un radicale cambiamento del modello di sviluppo insediativo non deve impedire di elaborare e mettere in atto al più presto strategie di riqualificazione e di contenimento/prevenzione il più possibile efficaci anche nel breve-medio periodo. Ciò implica la necessità  di afrontare la gestione del paesaggio anche in termini specificatamente progettuali. In questa direzione, la ratifica della Convenzione Europea 1 che sancisce il principio fondamentale che tutto il territorio è paesaggio, ha dato una forza straordinaria (forse non del tutto prevista) all’indicazione contenuta nell’art.143, comma 1, lettera f) del Codice che afda al Piano Paesaggistico il compito di individuare a scala regionale gli interventidirecuperoeriqualificazionedellearee significativamente compromesse o degradate. Attraverso questo combinato disposto, ulteriormente raforzato dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale che riaferma il paesaggio come valore “primario e assoluto” 2, il tema del recupero e della riqualificazione delle aree degradate non può più essere trattato solamente in rapporto ad alcune situazioni particolari e circoscritte o come espressione di una volontà  di parte: esso assume un nuovo spessore ed una nuova complessità , divenendo necessariamente uno dei temi centrali della pianificazione paesistico-ambientale. In quest’ottica l’aggiornamento del Piano Territoriale Paesaggistico della Lombardia 3 , entrato a far parte integrante (ai sensi della L.R.12/2005) della proposta di Piano Territoriale Regionale attualmente in itinere 4, ha costituito un’importante momento di approfondimento afrontando in particolare quattro questioni fondamentali. Come definire il degrado paesistico ? Mancava una definizione di degrado paesistico efficace in termini operativi alle diverse scale di lettura e di intervento. Considerando il territorio nella sua totalità  e nel suo processo di continua trasformazione, al riconoscimento della condizione di degrado come “perdita,deturpazionedirisorsenaturaliedicaratteri culturali, storici, visivi, morfologici testimoniali 5” , si è ritenuto necessario correlare anche il riconoscimento del mancato raggiungimento di unanuovacondizionequalitativamentesignificativa sul piano dell’abitabilità  dei luoghi, strettamente connessa all’arricchimento e/o alla valorizzazione delloropatrimonio naturalistico,artistico-culturale, estetico (durevole e dunque trasmissibile) 6. Secondo tale definizione sono dunque da considerare aree e ambiti degradati e/o compromessi 7 (in base ad un giudizio sul grado di reversibilità  o irreversibilità  degli effetti), tutte le situazioni dove alla sistematica distruzione del paesaggio millenario 8 non è finora corrisposta la riconfigurazione (o la promessa attendibile e condivisa di una futura prevedibile riconfigurazione) di un nuovo quadro paesistico-insediativo, che, seppure diverso dal precedente, possa essere ritenuto altrettanto significativo in termini qualitativi e in grado di consentire l’avvio di una nuova fase di re-identificazione del territorio che superi le fasi precedenti, ricomprendendole. Come descrivere e classificare i fenomeni di degrado paesistico ? Mancava una fenomenologia del degrado paesistico utile per formulare un primo quadro conoscitivo di insieme del degrado/ compromissione paesistica in essere e potenziale a scala regionale. I fenomeni di degrado/compromissione paesistica sono stati osservati e descritti con riferimento alle cause che li determinano; sono state così individuate cinque macro-categorie di cause che agiscono e/o interagiscono nei diversi contesti del territorio lombardo, evidenziando per ciascuna di esse le criticità  paesistiche in termini di effetti diretti e indiretti sull’assetto fisico spaziale e sulle condizioni di vita delle popolazioni. Esse sono:

  • dissesti idrogeologici e avvenimenti calamitosi e catastrofici (naturali o provocati dall’azione dell’uomo);
  • processi di urbanizzazione, infrastrutturazione, pratiche e usi urbani;
  • trasformazioni della produzione agricola e zootecnica;
  • sotto-utilizzo, abbandono e dismissione (sia di spazi aperti che di parti edificate);
  • criticità  ambientali (aria – acqua – suolo).

Per ciascuna di queste macro-categorie sono state definite corrispondenti categorie e sottocategorie di areeeambiti didegrado/compromissione paesistica da utilizzare come “legenda unificata” anche per la precisazione del quadro conoscitivo a scala provinciale e locale.9 Come rappresentare il degrado paesistico a scala regionale ? Mancavano dati e informazioni direttamente utilizzabili per elaborare una rappresentazione cartografica della effettiva localizzazione delle aree e degli ambiti di degrado/compromissione paesistica in essere e potenziale estesa all’intero territorio lombardo. Essa è stata costruita utilizzando come “indicatori” per ciascuna delle categorie di degrado sopraindicate alcuni tematismi delle banche dati disponibili, pur nella consapevolezza delle loro disomogeneità  e dei limiti che essi hanno nel trattamento degli aspetti paesaggistici 10, ancora più evidenti trattando specificatamente gli aspetti relativi al degrado/compromissione: non solo perché le classi stesse di tematizzazione degli oggetti territoriali non coincidono direttamente con le categorie di degrado individuate, ma anche perché, nella definizione dei loro attributi, manca ovviamente, quasi sempre, un giudizio di valore in tal senso, da cui è impossibile prescindere. I”tematismi-indicatori” utilizzati riguardano :

  • classi di oggetti territoriali che, per caratteristiche intrinseche, sono già  identificati o quasi sempre identificabili come aree/ambiti di degrado paesistico (ad es. i siti contaminati, le cave, le discariche, etc.);
  • classi di oggetti e di forme territoriali che, in molte situazioni, comportano il possibile determinarsi di situazioni di degrado/compromissione paesistica (ad. es. le conurbazioni, le aree contermini alle infrastrutture della mobilità , le aree industriali e logistiche, le aree dismesse, le aree agricole a monocoltura, le aree a colture intensive su piccola scala, etc.);
  • alcuni fenomeni particolari che possono determinare situazioni di degrado/compromissione (ad es., la diminuzione dell’utilizzo del suolo per l’attività  agricola o la diminuzione di popolazione di centri e nuclei storici, che generalmente innescano processi di abbandono con conseguente progressivo degrado/compromissione paesistica).

In questa fase l’individuazione cartografica delle aree e degli ambiti degradati/compromessi in essere e potenziale del territorio regionale è, dunque, solo indicativa. Il passaggio successivo sarà  cruciale per garantire efficacia al processo e richiederà  un forte senso di responsabilità  agli enti locali che, avranno il compito di precisare localizzazioni e caratterizzazioni effettive, in applicazione del principio di sussidiarietà  e di maggior definizione. Attraverso gli atti a valenza paesistica di scala provinciale (PTCP) e di scala locale (PGT), valutando i diversi contesti e formulando caso per caso un giudizio di valore condiviso, si procederà  infatti a distinguere, all’interno delle singole classi di oggetti, e delle diverse forme territoriali le situazioni da considerare effettivamente degradate o compromesse, o potenzialmente tali, dal punto di vista paesistico. 11 Come formulare norme e indirizzi per la riqualificazione paesistica delle aree degradate e per il contenimento – prevenzione del rischio ? Mancava un quadro sistematico di riferimento per definire norme e indirizzi specifici. Essi sono stati messi a punto a partire dall’enunciazione di alcuni principi generali coerenti con l’impostazione data, fondati sull’afermazione della necessità  di agire il più profondamente possibile sulle cause e di puntare sulla costruzione di una sempre più difusa volontà  collettiva di valorizzazione dei caratteri identitari del paesaggio, nella piena consapevolezza che la loro perdita progressiva vada di pari passo con la perdita di qualità  della vita delle popolazioni e del loro senso di appartenenza 12. A dare maggiore forza e concretezza alle nuove misure di indirizzo e prescrittività  paesaggistica è innanzitutto il fatto che esse sono state definite in stretta e reciproca relazione con le priorità  e gli obiettivi messi a sistema nel PTR, proprio con specifica attenzione ai temi della riqualificazione paesaggistica, ricercando una integrazione, sempre maggiore e più incisiva, tra pianificazione del paesaggio e i vari livelli di pianificazione territoriale e di settore. La strategia propone di agire su più fronti:considerare le azioni di riqualificazione paesistica come una risorsa fondamentale e prioritaria su cui far confluire investimenti pubblici e privati; mettere in atto misure di prevenzione del rischio di degrado e compromissione paesistica estendendo il concetto di “manutenzione” (intesa sia come cura, che come monitoraggio e dialogo transettoriale) agli aspetti paesaggistici di tutto il territorio; premiare (con riconoscimenti, incentivi etc) gli atteggiamenti virtuosi che si mostreranno efficaci nel conseguire risultati concreti di riqualificazione. In tale direzione viene dato particolare risalto e sostegno alle iniziative di processi partecipati di riqualificazione paesistica e ambientale che formulano quadri strategici multiscalari e multisettoriali, “scenari di riqualificazione”, “vision” (come ad esempio i Contratti di fiume, etc.), capaci di cogliere in modo sinergico le opportunità  oferte dalle iniziative già  in corso a livello locale e sovralocale (piani, programmi, progetti, etc) rilevanti per la definizione di interventi integrati di riqualificazione paesistico-ambientale e fruitiva.

Risulta, così, particolarmente significativa, la traduzione in norma del principio secondo il quale, ribaltando una consuetudine consolidata, l’incidenza paesistica di tutti gli interventi di trasformazione debba essere attentamente verificata anche negli ambiti degradati o compromessi o a rischio di degrado, non solo per evitare di aggravarne ulteriormente le condizioni, ma anche per evitare di sprecare preziose occasioni (talvolta uniche) per l’avvio di processi virtuosi di riqualificazione.13 Gli indirizzi14 articolano maggiormente le categorie di ambiti e aree aferenti alle diverse cause di degrado, fornendo indicazioni relative sia ai fenomeni che possono derivarne, che alle azioni utili per la loro riqualificazione e all’attivazione di politiche di contenimento e prevenzione di possibili future forme di degrado o compromissione. Le province, i parchi e i comuni, tramite i propri strumenti di pianificazione e programmazione territoriale e urbanistica, rispetto ai propri territori e competenze, una volta individuate in modo puntuale le situazioni realmente interessate da degrado o compromissione paesaggistica o da rischi di futuro degrado, dovranno definire conseguentemente alle norme e agli indirizzi formulati a scala regionale, politiche e azioni di intervento per la riqualificazione e il contenimento del degrado paesistico-ambientale locale.

  1. (Legge n.14 del 9 gennaio 2006).
  2. Sentenza della Corte Costituzionale 14 novembre 2007, n.367.
  3. L’aggiornamento del Piano Paesaggistico è stato curato dalla Direzione Generale Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia con la responsabilità  istituzionale dell’assessore Davide Boni, la direzione del Direttore Generale Mario Nova e il coordinamento di Dario Fossati, Diego Terruzzi, Anna Rossi. In particolare il lavoro di ricerca sui temi del degrado, coordinato da Anna Rossi , è stato afdato a IREALP e svolto da Marco Prusicki (responsabile scientifico) con la collaborazione di Franco Resnati, Paolo Dell’Orto e Giorgio Limonta.
  4. La giunta della Regione Lombardia ha approvato con delibera DGR 6447 del 16.01.2008 le integrazioni e gli aggiornamenti del quadro di riferimento paesistico e degli indirizzi di tutela del PTPR (vigente dal 2001), come primo e immediato aggiornamento dello stesso di competenza della giunta stessa (integrazioni quindi immediatamente operative)ed ha inviato al Consiglio regionale la proposta complessiva del Piano Paesaggistico quale sezione specifica del PTR comprendente oltre agli aggiornamenti di cui sopra, anche la revisione della disciplina paesaggistica regionale e correlati documenti (abachi e cartografie).
  5. secondo quanto già  condiviso e operante nelle zone tutelate. Vedi : DPCM 12 dicembre 2005 – Allegato Relazione Paesaggistica “Individuazione della documentazione necessaria alla verifica della compatibilità  paesaggistica degli interventi proposti, ai sensi dell’ art.146, comma 3, del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42” nota 2.
  6. Definizione entrata in normativa (art.28 – comma 1)
  7. D’area quando il fenomeno riguarda una situazione limitata e circoscrivibile nella sua estensione, tendenzialmente interessata da un processo univoco di degrado/dismissione che può riguardare anche un sistema di aree , aferenti ad uno stesso territorio e una stessa problematica, per esempio aree di cave cessate di pianura a falda aforante in contesto rurale. D’ambito quando riguarda una situazione territoriale estesa e non esattamente circoscrivibile, interessata da fenomeni difusi di degrado o banalizzazione.
  8. Vedi PTPR-2001, I paesaggi della Lombardia: ambiti e caratteri tipologici, Le eredità  del passato e i motivi dell’identità  lombarda, Vol 2, §1.5, pag.15
  9. Vedi Regione Lombardia DGR VIII/6421, 27.12.2007 -“Criteri e indirizzi relativi ai contenuti paesaggistici del Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale”
  10. Vedi L.Bisogni, Utilizzazione dei dati dei SIT per analisi e progetti di paesaggio, in AA.VV., “LOTO, Landscape Opportunities. La gestione paesistica delle trasformazioni territoriali. Complessità  territoriale e valorizzazione del paesaggio, Esperienze a confronto in Lombardia, maggio 2006, p.25
  11. Vedi Norme di attuazione – Parte II – Titolo III – Disposizioni del PTPR immediatamente operative art. 28, comma 5
  12. Vedi A.Rossi, L.Grancini, M.Prusicki, L.Scazzosi, Linee guida per una lettura e interpretazione del paesaggio finalizzata ad orientare le scelte di trasformazione territoriale in Regione Lombardia, “LOTO Landscape Opportunities. La gestione paesistica delle trasformazioni territoriali:linee guida e casi pilota”, settembre 2005, p.11
  13. A tale proposito vedi l’art. 28, comma 10 della normativa. Esso stabilisce infatti che, ai fini della “determinazione del grado di ‘sensibilità  paesistica’, anche nei territori non assoggettati a specifiche tutele paesaggistiche (ai sensi degli artt.134 e 142 del D.Lgs.42/2004) le aree paesisticamente compromesse o degradate sono da considerarsi a”sensibilità  elevata o molto elevata”, e che, di conseguenza dovrà  essere attentamente valutata l’incidenza paesistica degli interventi e dei programmi urbanistici che le riguardano”, tenendo sempre “in attenta considerazione le connotazioni del contesto sovralocale” e le coerenze con gli scenari di riqualificazione paesistica eventualmente definiti dalla pianificazione locale, prevedendo semplificazioni procedurali solo nel caso che “la pianificazione abbia definito anche specifiche e dettagliate norme e indicazioni paesistiche per gli interventi di recupero” Indirizzi di Tutela – parte IV. Degrado e compromissione paesistica : indirizzi di riqualificazione e di contenimento.

Il paesaggio del Po o un paesaggio senza Po?

Nello scorso mese di Novembre, a Frassineto Po, è stata inaugurata una struttura espositiva particolare perchè si propone l’obiettivo, indubbiamente ambizioso, di ofrire gli strumenti per una lettura diacronica e multidisciplinare del paesaggio del Po nel tratto fra la confluenza con la Dora Baltea e lo Scrivia. In questo contenitore espositivo, che è stato significativamente chiamato “Centro di interpretazione del paesaggio del Po”, sono confluiti i risultati e le suggestioni di una ricerca multidisciplnare e regressiva che ha fatto emergere dal paesaggio attuale, dominato dalla risaia e comunque da un’agricoltura intensiva e dai resti di un’industrializzazione aggressiva, ma non sempre riuscita, i segni e i caratteri dei paesaggi precedenti e i meccanismi dell’interazione tra uomo e ambiente che li ha prodotti e continuamente trasformati e rimodellati. Al di là  dei risultati specifici, il dato che è emerso con maggior forza è che la diferenza fondamentale tra i paesaggi del passato e quelli nati negli ultimi cinquant’anni è la progressiva marginalizzazione e quasi cancellazione del fiume: il fiume non c’è più, non lo si avverte più, la sua presenza è relegata nella memoria delle persone più anziane, nell’attività  ricreativa e nella cultura di una fascia ristretta della popolazione. Tutto questo, qui come altrove, è il prodotto delle profonde modificazioni intervenute nell’economia e nella società  e del diverso modo di concepire lo spazio e di muoversi al suo interno: i moderni ponti in muratura permettono di attraversare il fiume come se fosse un semplice rigagnolo, le strade e le autostrade, che sono il nuovo elemento portante, corrono lontano dal fiume e anche i segni della sua presenza, come le chiome degli alberi cresciuti lungo le rive o il profilo di un argine, sono nascosti alla vista frettolosa dei viaggiatori da teorie di capannoni e di nuovi edifici. Si vive lungo il fiume senza più accorgersi della sua esistenza, senza più essere in simbiosi con esso. Il fiume però c’è, e non solo perché qualche piena ce lo porta “in casa”, ma perché l’ambiente nel quale viviamo continua ad essere strettamente connesso con il fiume. Il problema è allora quello di recuperare la consapevolezza che, oggi come un tempo, viviamo in un paesaggio che ha nel fiume l’elemento centrale e stabilmente connotativo. Le risaie, ad esempio, sono un portato recente e non è detto che continueranno anche in futuro ad avere la medesima importanza che hanno oggi. Il fiume invece c’è e ci sarà . La risposta a questo problema non può, a nostro avviso, essere quella, che si è sentita più volte riproporre anche nel corso del recente Convegno internazionale sul Po a Piacenza, di concentrasi su interventi di rinaturalizzazione del fiume e delle aree golenali. Indubbiamente restituire le golene al fiume o togliere inutili pennelli o non necessarie difese spondali, spesso realizzate con materiali assolutamente non coerenti con l’ambiente circostante, sono tutti interventi auspicabili e che hanno ricadute positive sulla “salute” complessiva di qualunque corso d’acqua, Po compreso, ma sono interventi che ripropongono il fiume come un elemento isolato, che vive di una vita propria conclusa in se stessa. E’ invece necessario occuparsi non tanto e non solo del fiume, ma di tutto il territorio il cui paesaggio è stato costruito dalla diretta interrelazione tra l’azione dell’uomo e quella del fiume. E’ questo quello che il Parco Regionale del Po, tratto Vercellese-Alessandrino, ci ha chiesto di fare: non limitarci a studiare i problemi legati all’asta del fiume, ma allargare lo sguardo per cercare di capire le dinamiche che si sono sviluppate nel corso del tempo tutt’attorno al Po e che hanno portato alla formazione del paesaggio attuale. Si tratta, per certi versi, di un’operazione estremamente innovativa soprattutto se si pensa alle caratteristiche e finalità  dell’attore principale: un parco fluviale e quindi un ente che di norma agisce sull’area di diretta pertinenza del fiume e con un taglio naturalistico ed ecologico. In questo caso il Parco è andato al di là  delle competenze specifiche, mettendo assieme un quadro storico-paesaggistico da cui si può partire per proporre progetti di valorizzazione territoriale che recuperino il ruolo centrale del fiume. Dalla lettura integrata è così emerso come tutta l’organizzazione del popolamento e le infrastrutture territoriali abbiano sempre avuto come elemento portante il Po, anche quando vediamo gli insediamenti o l’antico asse stradale romano andare a collocarsi sul ripiano pleistocenico o comunque su quello dell’Olocene più antico. Nonostante, infatti, che questi ripiani siano alti rispetto all’area di diretta pertinenza del fiume, la presenza del Po la si avverte nel fatto che gli abitati, sia quelli romani che delle età  successive, e la strada che da Pavia per Lomello raggiungeva e raggiunge Torino, tendono ad avvicinarsi il più possibile all’orlo della scarpata scolpita dal Po, quando, addirittura, non vanno a collocarsi proprio in corrispondenza di essa, come avviene, ad esempio, per le abbazie di Breme e di Acqualonga, che, nella pianura a valle della confluenza con il Sesia, sono gli organismi che rimettono a coltura il territorio dopo l’abbandono tardo-antico. Il rapporto uomo/fiume esce poi con estrema chiarezza se si considera l’ubicazione dei due centri più importanti di tutto questo settore: Casale Monferrato e Valenza. Casale sorge là  dove le colline del Monferrato si interrompono per lasciare il posto alla pianura e dove, per motivi di carattere tettonico, la zona all’interno della quale il Po si è sempre spostato, è più ridotta. Lo stesso avviene più a valle, nella zona di Valenza. Qui il Po, ingrossato dal Sesia, modifica il proprio alveo descrivendo meandri più ampi, costruendo isole e correndo complessivamente più sinuoso, nonché allargando la propria fascia di meandreggiamento. In corrispondenza di Valenza, tuttavia, questa fascia si restringe per poi allargarsi di colpo, giungendo a raddoppiare la propria ampiezza. E’ dunque evidente come Casale e Valenza siano entrambe collocate là  dove è più agevole attraversare la zona di diretta pertinenza del Po e dove quindi passavano le principali bretelle che in età  romana, ma anche nelle epoche successive, univano la strada che correva a nord del Po a quella che da Piacenza va a Torino, passando a sud del fiume e della colline del Monferrato. Non è quindi casuale che Casale e Valenza siano i due centri più importanti anche in età  romana, ma lo stesso ruolo che Casale ha avuto in età  moderna va appunto messa in relazione con la sua funzione di controllo di uno dei guadi, se non del guado più importante. Lo dimostra la posizione del castello, costruito a ridosso del fiume tra le ultime colline e la pianura e, più complessivamente, il disegno urbano di Casale caratterizzato dall’asse sudnord, cioè quello che porta al Po, che lambisce il nucleo circolare medievale. Ancor più evidente è il legame tra il fiume e la presenza dell’uomo nella bassa Lomellina. Qui non solo torna la corrispondenza dei centri più importanti con i punti di attraversamento del Po o con l’orlo delle scarpate che dominano il ripiano più basso, ma l’estensione della fascia di meandreggiamento del Po ha fatto sì che le variazioni di corso del fiume abbiano portato alla scomparsa o allo spostamento di diversi centri abitati, ad esempio quello di Sparvara, abbandonata dopo l’alluvione del 1716, e determinato la fortuna di alcune famiglie come quella dei Conti di Guazzora che nel XIII secolo basarono la propria ricchezza sullo sfruttamento delle alluvioni del Po. Essi ottennero infatti che le alluvioni di Po, Tanaro e Scrivia non si dovessero aggregare ai fondi sulla cui fronte si venissero a formare, ma fossero devoluti interamente alla loro famiglia. Una lettura che non si limiti ai caratteri attuali del paesaggio restituisce dunque una centralità  del fiume che, per quanto non più avvertita, rimane anche oggi. Qualunque progetto di valorizzazione territoriale non può quindi prescindere da tale centralità , una centralità  che però non può né deve essere intesa come una riproposizione del fiume quale un ecosistema autonomo e chiuso, ma come un elemento di un ecosistema più ampio e complesso. Questa visione deve ispirare anche gli interventi di “ingegneria fluviale” se non si vuole arrivare ad un fiume ridotto sempre più ad un canale di servizio e ad un paesaggio che, rifiutandolo e marginalizzandolo, finisce per negare se stesso.

Una Agenda, cento Agenzie La Valle dei Lamber

Per la riqualificazione paesistico-ambientale dei bacini certamente occorre far Agende strategiche, ove possibile far co-pianificazione strategica, meglio se coniugata con processi partecipati di programmazione negoziata; ma non sarebbe ancor più efficace far Agenzie di bacino/sottobacino? Quando pensiamo al bacino Lambro-Olona, la valle dei Lamber, stiamo pensando alla regione urbano-rurale milanese, che, forse, davvero solo Al Gore definisce “un modello di sostenibilità  a livello internazionale” (!?). I cinque milioni di umani che la abitano producono continuamente anche organizzazioni di poteri, pubbliche, miste, private, di ogni possibile tipologia e scopo che, nel dichiarare, ciascuno a modo proprio, obiettivi sintropici, interagiscono poi in modo caotico come generatori di entropia. Alcune di esse operano con mission assimilabili a quella su cui ci stiamo interrogando. Penso a Milanometropoli SpA, in primis, ma anche, per altri versi, a Navigli Lombardi SCarl. Certamente non penso a AATO, Consorzi di bonifica e a tutta la multiforme molteplicità  di soggetti giuridici prodotti nel tempo per assolvere a funzioni settoriali, anche se “acquee”. Ma soprattutto penso alle autonomie funzionali come Fondazioni ex bancarie, Camere di Commercio, Università ; Autorità  di distretto! Lo Stato mortifica le Autorità  di bacino/distretto? E noi valorizziamo, a partire dai “cento” bacini, il modello di organizzazione dotata di autonomia funzionale esperito dall’ Autorità  di Bacino del Po facendone il cuore di un reticolo sistemico di Agenzie, che ne mutuino le caratteristiche e nel contempo, proprio grazie al contributo delle loro diferenziazioni, ne potenzino l’esperienza! A mio parere dovrebbero essere enti pubblici dotati di autonomia funzionale, come è AdBPo, ma capaci di management efficaci come imprese private; capaci di far governance, di far pianificazione strategica; e davvero si fa presto a dire governance, pianificazione strategica, programmazionenegoziata; poi,però,bisognafare; chi fa visioning? artisti. Dobbiamo esprimere le nostre capacità  creative; co-formarci e formare “artisti”. Allora, penso a governance più che flessibili, fluide, fluide come le acque, appunto. E penso ad Agenzie fatte di umani altrettanto “fluidi”. Pienamente consapevoli. Creativi. E pertanto efficaci ed efficienti. Gente di mare, insomma. Orbene, nel bacino Lambro-Olona, nella valle dei Lamber, non è la prima volta che ci si pone il problema di costituire una struttura di implementazione dei processi di riqualificazione; già  nel 1993 la Regione Lombardia avviò una riflessione in tal senso all’interno del VI seminario organizzato da IRER Lombardia per definire le strategie di inversione della tendenza al degrado del sottobacino del Po milanese partendo dalla condivisione sulle cause di fallimento del Piano Lambro (approvato con il DPCM 29.07.88, n. 363) Tali cause furono individuate non solo nel fatto che, rispetto agli obiettivi a largo raggio che il Piano si proponeva, prevedeva quasi esclusivamente interventi nei settori del trattamento delle acque e dei rifiuti (4.255 miliardi di lire su 4.800) senza individuare e afrontare le cause del degrado paesisticoambientale, ma anche nelle gravi difficoltà  di messainoperadelmodelloistituzionaleadeguatoad una efficace ed efficiente gestione. Nel Piano Lambro, infatti, per quanto riguarda l’assetto istituzionale, si è tentato di governare la grande frammentazione istituzionale e la complessa sovrapposizione di competenze attraverso il modello dell’ authority, soggetto a cui avrebbero dovuto essere conferiti ampi poteri di gestione, finanziamento, realizzazione degli interventi Il modello individuato (DPCM 363) prevedeva due soggetti principali:

  • il Comitato di Coordinamento presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Giunta regionale, gli Assessori regionali competenti, i presidenti delle Province, il Sindaco di Milano; si trattava di un organismo politico di controllo della attuazione del Piano con ampi poteri decisionali;
  • l’Agenzia Operativa per il finanziamento, la realizzazione e la gestione delle opere, costituita di intesa tra Stato e Regione, agenzia a cui erano delegati tutti i poteri di realizzazione delle opere di interesse statale e regionale e che, tramite il Comitato, avrebbe dovuto avere controllo e giurisdizione sui progetti gestiti da altri soggetti istituzionali.

Il Comitato di Coordinamento non fu mai costituito e l’Agenzia (IRVA), costituita nel dicembre 1989 nella forma di SpA tra Regione (51%), ENI, IRI, Assolombarda e principali Banche regionali, pur dotata formalmente di ampi poteri e di notevoli risorse è diventata rapidamente una scatola vuota; gli interventi di interesse regionale e statale non sono decollati, i Comuni, i Consorzi di depurazione e/o di smaltimento e tutti gli altri soggetti titolari delle opere previste dal Piano nelle su diverse fasi non hanno conferito ad IRVA alcun potere di controllo sulla realizzazione e il finanziamento dei progetti. La vicenda del Piano Lambro permette di sottolineare come fattori di insuccesso sia la debolezza dello strumento Piano in sé, ove si connota come top down, sia l’inadeguatezza della soluzione tecnocratica data al problema della frammentazione e complessità  dei poteri nell’area allora definita ad alto rischio di crisi ambientale; fattori di criticità  sempre presenti nelle pianificazioni di area vasta come quella di bacino. A distanza di un ventennio, se da un lato già  tre dei quattro sottobacini del LambroOlona sono interessati in modo appropriato (programmazione negoziata) da processi di riqualificazione come previsto anche dalla Proposta di PTR 2008 ancora appare poco chiaro come portare ad efficacia i piani d’azione condivisi; occorre co-creare una struttura di management capace di far governance del sottobacino L/O per produrre efficacia rispetto ad un’ampia serie di politiche: politiche di tutela e valorizzazione delle risorse idriche, in primis, ma, poi, politiche urbanistiche locali, politiche economiche alle diverse scale, politiche di investimento di soggetti pubblici e privati, politiche di riqualificazione paesisticoambientale, ecc. Politiche di qualificazione degli insediamenti umani nella valle. Schematicamente, nel Seminario del 1993 furono considerate due strade come possibili:

  • la prima, oltre che sullo sviluppo di politiche attive, puntava sul conferimento all’Agenzia di bacino di alcuni poteri di formulazione e applicazione di criteri, direttive e indirizzi cui gli altri soggetti istituzionali dovevano uniformarsi per via gerarchica: ad es. esame dei progetti (superiori a certe dimensioni) dal punto di vista paesistico-ambientale; gestione diretta di politiche di incentivazione, di sistemi di regole, ecc * la seconda puntava esclusivamente su politiche attive, su enabling policies, sul ruolo di informazione, di produzione progettuale, di networking tra le istituzioni esistenti che mantenevano i propri poteri; in questo senso all’Agenzia venivano afdati solo compiti progettuali, di ricerca, di monitoraggio dell’attuazione del Piano di paesaggio condiviso. la prima, oltre che sullo sviluppo di politiche attive, puntava sul conferimento all’Agenzia di bacino di alcuni poteri di formulazione e applicazione di criteri, direttive e indirizzi cui gli altri soggetti istituzionali dovevano uniformarsi per via gerarchica: ad es. esame dei progetti (superiori a certe dimensioni) dal punto di vista paesistico-ambientale; gestione diretta di politiche di incentivazione, di sistemi di regole, ecc
  • la seconda puntava esclusivamente su politiche attive, su enabling policies, sul ruolo di informazione, di produzione progettuale, di networking tra le istituzioni esistenti che mantenevano i propri poteri; in questo senso all’Agenzia venivano afdati solo compiti progettuali, di ricerca, di monitoraggio dell’attuazione del Piano di paesaggio condiviso.

Da allora ad oggi un approccio assimilabile al secondo modello è stato parzialmente sperimentato all’interno del territorio del sottobacino Lambro-Olona dalla Provincia di Milano nel farsi promotrice del Bando Città diCittà  (http:// www.cittadicitta.it), ma, a parere non solo mio, va valorizzata soprattutto per le capacità  di management dimostratesi efficaci, l’esperienza dell’ Agenzia di sviluppo del sistema urbano milanese, MILANOMETROPOLI, che opera nella forma di S.p.A. (http://www.milanomet.it). Mancano ancora, comunque, non solo in Regione, neppure nel bacino padano, ma neanche a livello nazionale esperienze mutuabili in toto, tranne, a mio parere, in qualche modo, proprio le Autorità  di bacino, anche se l’Agenzia di bacino che ritengo potrebbe rappresentare un buon fattore di successo per le politiche di riqualificazione di bacino fluviale in un’area insediata come quella milanese dovrebbe essere, nel quadro delle normative attuali, una Autonomia Funzionale ben progettata ad hoc. A ogni bacino la sua Agenzia. Una Agenzia che si ponga come pivot del processo di riqualificazione, con carattere propositivo e progettuale, la cui autorità  sia correlata all’autorevolezza della propria capacità  propositiva, alla propria capacità  di mobilitare tutti gli attori da coinvolgere, alla propria capacità  di “governare la frammentazione” attraverso la leadership piuttosto che una formale autorità . Potente nell’utilizzo di meccanismi capaci di limitarne la debolezza che potremmo descrivere schematicamente sotto forma di possibili ipotesi:

  • la prima, quella più “tradizionale”, potrebbe prevedere di afancare alla Agenzia di Progettazione e Management un Comitato politico composto dai rappresentanti Istituzionali che la promuovono (Città  capoluogo, Province, Regione, Autorità  di distretto, anche (?) Ministero, ecc) dotato di poteri decisionali in alcune poche materie condivise;
  • la seconda, più innovativa, potrebbe vedere l’afdamento all’Agenzia che progetta il processo accompagnandolo di un potere di auditing e di informazione al pubblico sulla realizzazione del Piano strategico di riqualificazione; le competenze decisionali resterebbero totalmente in capo ai soggetti ordinari, ma l’Agenzia dovrebbe periodicamente indire conferenze, work out, ecc., occuparsi pertanto di tutti gli aspetti comunicazionali/partecipativi, in senso lato, per accompagnare il processo di realizzazione del Piano facilitandone, al contempo, la condivisione. L’Agenzia si avvarrebbe in tal senso del potere di rendere manifeste le inadempienze ovvero i successi nell’avanzamento del processo partecipativo, decisionale, attuativo.
  • la terza ipotesi: in costruzione.

Di certo, l’Agenzia, nel proprio progettare/ accompagnare, potrà  valorizzare la grandissima messe di studi e ricerche di cui, nel corso degli ultimi decenni, la Regione Lombardia si è dotata; R.L. infatti ha progressivamente elaborato delle strategie di governance dei processi di trasformazione di modello insediativo per lo sviluppo durevole di un sistema paesistico/ ambientale/territoriale molto vulnerabile quale quello della regione milanese, in cui è veramente difficile cogestire i processi di trasformazione conservando nel tempo il patrimonio di risorse non rinnovabili, a cominciare da acque e suoli: la Proposta di PTR 2008, attualmente in Consiglio Regionale, riassume efficacemente tale elaborazione. Si tratta di sistemi complessi di politiche che, anche se non sempre esplicitamente, hanno fatto riferimento anche ai Documenti strategici di cui si è progressivamente dotata per innescare processi di riqualificazione dei paesaggi, riequilibrio ecosistemico generale, processi di sviluppo occupazionale, innalzamento della qualità  della vita in senso lato; vi si propongono scenari che declinano nelle specificità  dei diversi sistemi locali la scelta strategica generale di giungere a tempi medio-brevi alla condivisione delle decisioni in merito agli interventi da realizzare valorizzando progetti e politiche delle comunità  insediate, opportunamente messi in relazione con programmi e politiche elaborati a livello sovralocale, con un approccio che permette di passare da una molteplicità  di visioni settoriali ad una visione integrata, capace di interpretare l’evoluzione dei paesaggi in quanto sistemi unitari nei quali le componenti ecosistemiche interagiscono con quelle insediative, economiche e socio-culturali. Così facendo la Regione Lombardia si allinea con gli obiettivi sia delle Direttive Comunitarie che della normativa nazionale in particolare con la L.N. 09. 01.06, n. 14, che ratifica i principi della Convenzione europea sul paesaggio Il primo esito del lavoro di ricerca afdato dalla Regione Lombardia all’Istituto Regionale di Ricerca per l’elaborazione di linee strategiche per l’inversione della tendenza al degrado della regione milanese individuata come area ad alto rischio di crisi ambientale la prima sperimentazione di pianificazione strategica in ambito pubblico in Regione Lombardia venne pubblicato nel 1995 A. Magnaghi, a cura di, “Bonifica, riconversione e valorizzazione ambientale del bacino dei fiumi Lambro, Seveso, Olona. Linee orientative per un progetto integrato” Urbanistica Quaderni 2 -1995- IReR Lombardia – INU 1. Il Documento strategico, ampiamente condiviso in vari ambiti non solo istituzionali, ha costituito nell’ultimo decennio uno dei riferimenti per l’elaborazione dei PTCP delle Province del sottobacino e per lo sviluppo di molte politiche anche, e non solo, del Comune di Milano. Nel corso degli anni le Linee orientative Lambro/ Olona hanno generato una serie di ulteriori documenti strategici regionali riferentisi alla riqualificazione dei singoli sottobacini (Lambro settentrionale; Seveso; Olona), a Tecniche e Strumenti per l’elaborazione di progetti integrati e condivisi, a Progetti Pilota individuati come tali nel Documento 1995, a cominciare da quello riguardante il basso milanese (che attualmente è inquadrato come Azione pilota nelle Linee guida per la gestione delle trasformazioni territorialiL.O.T.O. 2006); il Progetto del sistema di depurazione delle acque milanesi, premiato nel 2007 con il Premio Pays.Doc del Paesaggio Europeo; il Progetto regionale Abbazie 2008; ecc. Anche la DGR 2004 Accordo Quadro di Sviluppo Territoriale CONTRATTO DI FIUME OLONA fa propria la scelta strategica declinata nei vari Documenti strategici prodotti nel decennio trascorso dalla Regione Lombardia come strategia di risanamento del sottobacino Lambro/Olona, così come la DGR 2006 AQST CONTRATTO DI FIUME SEVESO e il Protocollo d’Intesa verso VERSO IL CONTRATTO DI FIUME LAMBRO 2007. Come ben vediamo, nel promuovere i Contratti di Fiume nella forma di processi di programmazione negoziata delle azioni funzionali alla riqualificazione paesisticoambientale dei sottobacini fluviali Lambro/ Olona, certamente la Regione Lombardia si è avviata nella direzione di definire strutture di implemetazione adeguate agli scopi di valorizzazione delle acque e difesa dei suoli, ma ancora è ben lontana dal definire quali Agenzie siano funzionali ad un management efficace ed efficiente di tali processi di riqualificazione. L’Agenzia del bacino dei Lamber potrà  forse essere una agenzia funzionale che mutui alcune caratteristiche di altre Autonomie Funzionali, a cominciare proprio dalle Autorità  di distretto, con le quali dovrebbe consolidare statutariamente opportune relazioni e con cui dovrebbe condividere alcune attribuzioni funzionali, come l’ elaborazione di criteri e strumenti della pianificazione di distretto (anche, forse, il bilancio idrico quali/quantitativo; il demanio idrico da ricostruire congiuntamente, come, anche la finalizzazione delle entrate dai canoni, contribuzioni, tarife, incentivi e disincentivi); parimenti, potrà  avvalersi del corpus assai ampio di elaborazioni prodotte da AdBPo attinenti a Piani stralcio, Piani strategici, ecc. Il sottobacino Lambro/Olona, la valle del Lamber, appare sotto ogni profilo, e a tal punto, come un territorio dotato di senso, che certamente può essere individuato come ambito di governance locale, di gestione in comune di servizi, di costruzione in comune di politiche, sistema complesso di paesaggi che concorrono alla costruzione dell’identità  e del profilo della regione urbana nel suo insieme. Questa esigenza incrocia aspettative dal basso di trattamento di problemi identitari, ambientali, infrastrutturali, di sviluppo economico locale con istanze, che potremmo definire “dall’alto”, di costruzione di figure territoriali che superino i confini comunali in Piani di Paesaggio che, come regolato dal PTR regionale, perseguano l’obiettivo prioritario della valorizzazione delle acque e della difesa dei suoli. Forse, solo agendo su questi diversi livelli agenzie funzionali, costruzione della visione, costruzione della informazione sulla regione vasta, organizzazione per paesaggi intermedi sembra possibile ofrire un riferimento per processi di governance territoriale variabili per dimensione e composizione del set degli attori, capaci di incidere su alcuni temi che si intrecciano con quelli propri della scala insediativa milanese, sia del capoluogo che di ogni città  nella regione urbana vasta del bacino considerato. Un grande corpo d’acque. Un mare. La Regione Lombardia può, forse, diventare uno dei laboratori di pratiche innovative in tale direzione poiché l’attività  sviluppata in anni recenti per la riqualificazione paesisticoambientale dei bacini fluviali ha dato vita a esperienze diversificate, alcune promosse direttamente da R.L. (CdF Olona-2004, CdF Seveso-2006 che si configurano come processi di programmazione negoziata AQST come si configurerà  anche il CdF Lambro attualmente in itinere), altri frutto di iniziative locali incentivate dai Fondi messi a disposizione nell’ultimo triennio da Bandi della Fondazione Cariplo, concordati con DG Reti RL (Mella, Oglio, Mincio, Adda, ecc); esperienze innovative che hanno suscitato attenzione e interesse verso processi di simile natura da parte di altre regioni del bacino padano, e non solo, che hanno avviato percorsi assimilabili. Nel contempo, l’AdbPo, consapevole della valenza strategica di tali esperienze, al fine di valorizzarle all’interno del processo di pianificazione di bacino per integrare opportunamente una pianificazione per sottobacini alla pianificazione per stralci funzionali, ha avviato un Osservatorio dibuonepratichedivalorizzazionedelleacqueedifesa dei suoli nel bacino del Po. In un recente incontro dell’ Osservatorio vertente su Efficacia ed efficienza dei processi di riqualificazione, è stata ampiamente condivisa la constatazione che sulle condizioni di efficacia delle politiche di riqualificazione insistono fortemente:

  • le modalità  di gestione dei processi, i modelli di relazione tra attori e tra approcci disciplinari, la messa in campo di competenze diversificate e di prodotti diferenziati, l’utilizzo di regole, da condividere, sia per ciò che attiene ai meccanismi di governance, sia per le procedure amministrative;
  • le profonde interrelazioni tra gli aspetti di partecipazione e quelli di pianificazione e/o programmazione dei processi di riqualificazione dei bacini fluviali.

Poiché la caratterizzazione dei Contratti di Fiume come “accordi volontari” orientati alla promozione di ampia partecipazione lascia aperti molti interrogativi sulla loro efficacia rispetto agli obiettivi ove non strettamente correlati con politiche di pianificazione, all’interno della fase di V.A.S del PTR Lombardia, l’ Autorità  di Bacino del Po, in stretta collaborazione con la DG Reti e la DG Territorio della Regione Lombardia, ha suggerito di promuovere una loro evoluzione verso Piani di sottobacino la cui cogenza sia ben accetta perché frutto di processi di autentica condivisione; se, infatti, la “debolezza” dei Piani stralcio di bacino PAI, PTUA attiene forse anche alla carente partecipazione alla loro definizione, per altri versi la debolezza dei CdF potrebbe essere il loro carattere di volontarietà . Appare, pertanto, opportuno integrare le due modalità  di approccio alla riqualificazione dei sottobacini mutuandone reciprocamente le caratteristiche. All’interno della fase di V.A.S. del PTR Lombardia 2, pertanto, AdBPo, ha elaborato una proposta finalizzata a dare rilievo e cogenza alla pianificazione territoriale strategica elaborata e condivisa all’interno dei processi di CdF (scenari strategici) al fine di :

  • farne esplicito riferimento per gli strumenti di pianificazione territoriale alle varie scale (PTR, PTCP, PTC, PGT);
  • prefigurare, attraverso la sottoscrizione di apposite Intese, una valenza di tutela paesistico-ambientale dei PTCP rif Dlgs 112/1998 che si configureranno così come Piani stralcio territoriali del Piano di bacino del Po.

La Proposta di PTR Lombarda DGR 16.01.2008, accoglie ampiamente al suo interno tali suggerimenti là  ove sostiene che” la dimensione fisica del sottobacino, correlata in modo sistemico con quella del bacino di appartenenza, si configura come potenzialmente ottimale per sviluppare processi partecipati di riqualificazione in cui un disegno strategico del territorio possa essere veramente condiviso, come mostrano le molteplici esperienze di Contratti di fiume in corso in Lombardia; (!) proprio all’interno di tali esperienze è maturata la consapevolezza della necessità  di sviluppare processi di pianificazione strategica di sottobacino: per le componenti acque e suoli in coerenza con quanto previsto a suo tempo dalla legge 183/89 l’ambito territoriale adeguato per valutare il quadro di sostenibilità  deve essere individuato nella diferenziata caratterizzazione dei sottobacini idrografici del Po che, nel loro insieme, costituiscono il territorio regionale in quanto tale impostazione costituisce un irrinunciabile aspetto di coerenza esterna con la pianificazione di bacino 3″. In tal senso, la Proposta di PTR della Lombardia, “individua nelle diferenti fisicità  dei bacini idrografici/idrogeologici gli ordinatori di riferimento fondativi per i sistemi complessi e interrelati di politiche con cui si deve misurare la molteplicità  dei sistemi territoriali lombardi al fine di garantire efficacia ai processi di riqualificazione, nel pieno rispetto dei Piani stralcio del Piano di bacino del Po a cominciare da PAI e PTUA e in costante correlazione con le politiche interregionali di riqualificazione dell’intero bacino padano 4”. “La Regione Lombardia, pertanto, nell’intento di passare da politiche di tutela dell’ambiente a più ampie politiche di gestione delle risorse paesisticoambientali promuove per la riqualificazione dei baciniregionaliprocessipartecipatidipianificazione strategica e programmazione negoziata – l.r. 2/2003 nella forma di Contratti di fiume (rif. l.r. 26/2003 5) e Piani strategici di sottobacino del 6, facendo riferimento a quelle normativeiveî¤ che chiedono alla Pubblica Amministrazione di far governance delle acque e dei suoli in modo partecipato e sussidiario. 7 Più in generale, il nuovo quadro normativo regionale lombardo ofre interessanti opportunità  per portare ad efficacia la riqualificazione dei bacini fluviali sia tramite l’aggiornamento del Piano Territoriale Paesistico Regionale, sia attraverso l’applicazione dei “Criteri e indirizzi relativi ai contenuti paesaggistici dei Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale” DGR VIII/6421, 27.12. 2007 8 . La proposta di Piano Territoriale Regionale, infatti, “aggiorna 9 il precedente Piano Territoriale Paesistico Regionale 2001 in linea con la Convenzione Europea del paesaggio e con il D. Lgs. 42/2004, proseguendo più incisivamente nell’integrazione tra pianificazione del paesaggio, pianificazione territoriale e urbanistica, pianificazione di difesa del suolo e ambientale”.10 “Le Nuove misure di indirizzo e di prescrittività  paesaggistica intendono consolidare il sistema di pianificazione urbanistico/territoriale previsto dal PAI e dalla l.r. 12/05 nei diversi livelli (comunale, provinciale e regionale) garantendo la sostenibilità  delle scelte pianificatore, soprattutto in sottobacini come quello Lambro Olona 11, corrispondente al sistema metropolitano milanese, in cui “i processi di pianificazione di sottobacino vanno sviluppati integrando le politiche regionali in materia di paesaggio (riqualificazione e recupero paesaggistico degli ambiti degradati secondo le indicazioni del Piano del Paesaggio della Lombardia) con quelle di sicurezza idraulica ed idrogeologica, di uso delle acque (collettamento, scarichi e depurazione) e dell’ambiente (rinaturalizzazione dei corsi d’acqua)”. Per concludere, visto che anche gli Indirizzi di riqualificazione e contenimento del degrado paesaggistico del Piano Paesaggistico Regionale recitano che “per intervenire sul contenimento dei processi di progressivo degrado e compromissione paesistica, particolarmente significative sono le iniziative di processi partecipati di riqualificazione paesistica e ambientale che formulano quadri strategici multiscalari e multisettoriali (“scenari di riqualificazione”, “vision”) come ad es. Contratti di fiume, Contratti di Quartiere, etc., l’elaborazione di “Linee guida” e l’individuazione e pubblicizzazione di “Buone pratiche”, 12 quale struttura di implementazione di processi di sifatta natura potrà  dunque esser a tal punto efficiente da portare ad efficacia la riqualificazione?

  1. Il Documento strategico si compone di una prima parte, “il manifesto progettuale”, in cui si descrivono e rappresentano le condizioni di degrado dell’area individuata come ad alto rischio di crisi ambientale e l’insostenibilità  del modello insediativo e, di seguito, gli obiettivi del Piano strategico, le azioni a carattere tattico e quelle a carattere strategico, le politiche di riqualificazione e rivitalizzazione dei sistemi ambientali, dei sistemi territoriali e urbani, produttivi, energetici, sociali; infine viene descritto e rappresentato lo scenario strategico di trasformazione del modello insediativo. La parte seconda riguarda invece una serie di Documenti tematici di varia natura, declinati in 13 Quadri; tra di essi, di particolare interesse: Quadro 11 -Strumenti di gestione e governance del piano strategico; Quadro 12 – Progetti Pilota; Quadro 13-Progetti di ricerca.
  2. VAS del PTR – DGR 16.01.2008, Rapporto ambientale, Cap. 10.1.2. Un quadro di riferimento per la sostenibilità  ambientale
  3. R.L. Proposta di PTR DGR 16 gennaio 2008 Rapporto ambientale, paragrafo 10.1.2 R.L.
  4. R.L. Proposta di PTR DGR 16 gennaio 2008 Documento di piano Cap. 1.6. territorio. Indirizzi per il riassetto idrogeologico del territorio
  5. R.L. Proposta di PTR, DGR 16.01.2008, Documento di Piano, Cap. 1.6.2.1 :”E’ la l.r. 26/2003 ad individuare come strumenti per la riqualificazione dei bacini fluviali i Contratti di fiume, che nelle pratiche avviate si sono andati configurando come processi di programmazione negoziata che si declinano in percorsi di co-pianificazione, sviluppati con metodologie partecipate, al fine di pervenire alla condivisione tra tutti gli attori coinvolti di scenari di sviluppo durevole dei bacini fluviali; la “riqualificazione di bacino” va intesa nella sua accezione più ampia e riguarda nella loro interezza gli aspetti paesistico-ambientali, riassetto idrogeologico e tutela e regolazione degli usi delle acque secondo quanto stabilito dalla legislazione nazionale (anche la legge nazionale 9/2006 di recepimento della Convenzione europea del paesaggio). Contratti di fiume e Contratti di lago sono strumenti promossi dal Piano di Tutela e Uso delle Acque (DGR 29 marzo 2006, n. 2244) come azioni sinergiche di risanamento nei bacini che presentano problemi di recupero della qualità  delle acque, anche per valutare la coerenza degli interventi previsti dalle Autorità  d’Ambito con le previsioni del PTUA, in modo da evitare discrasie tra lo strumento di pianificazione regionale e la concreta programmazione degli interventi.”
  6. R.L. Proposta di PTR, DGR 16.01.2008, Documento di Piano, Cap. 1.6.2.1 -Politiche integrate di valorizzazione paesistico-ambientale e di difesa dei suoli e delle acque: promozione di processi partecipati di pianificazione strategica e programmazione negoziata per la riqualificazione dei bacini idrografici
  7. R.L. Proposta di PTR, DGR 16.01.2008, Documento di Piano, Cap. 1.6.2.1 : “In particolare, la Direttiva 60/2000 CE (che prefigura politiche sistemiche di riqualificazione delle acque superficiali e sotterranee) e la più recente Direttiva 60/2007 CE (relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni) indicano come irrinunciabile la qualità  partecipativa dei processi da avviare per raggiungere in modo efficace gli obiettivi di tutela, così come fa la Proposta di Direttiva Quadro per la Protezione del Suolo (SFD Soil Framework Directive) che obbliga le PA ad individuare, descrivere e valutare l’impatto delle politiche settoriali sui processi di degrado dei suoli sollecitando gli Stati membri a onorare la Strategia per lo Sviluppo Sostenibile dell’Unione Europea ed il VI Programma comunitario di azione ambientale, che hanno sancito l’obiettivo di proteggere il suolo dall’erosione e dall’inquinamento”.
  8. A livello provinciale, risultano particolarmente importanti come riferimento anche i “Criteri e indirizzi relativi ai contenuti paesaggistici dei Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale”, DGR VIII/6421, 27.12. 2007
  9. attualmente vigenti; “nella legislazione e pianificazione regionale lombarda il PTCP è chiamato a rispettare e declinare gli obiettivi e le priorità  della disciplina paesaggistica regionale, definendo una specifica disciplina provinciale, che tenga conto dei contenuti indicati agli articoli 135 e 143 del dlgs. 42/2004, e succ. mod. e integr., cercando di mettere in campo forme efficaci di coordinamento del livello comunale”. “Già  la legge regionale di governo del territorio, n. 12, 11 marzo 2005, all’art. 15 pone l’accento sul valore integrato, coordinato e strategico della pianificazione provinciale; l’efficacia paesaggistico-ambientale, esplicitata al comma 1, accompagna tutte le attività  richieste dal legislatore al PTCP (!) e si afanca alla tutela ambientale e alla difesa del suolo indicate al comma 3; (!) particolare attenzione è posta nei Criteri per i PTCP alla riqualificazione dei paesaggi degradati e al contenimento dei possibili fenomeni di futuro degrado”.
  10. Con delibera DGR 6447 del 16 gennaio 2008 la Giunta regionale della Lombardia:
    1. ha approvato le integrazioni e gli aggiornamenti del quadro di riferimento paesistico e degli indirizzi di tutela del PTPR del2001, come primo ed immediato aggiornamento dello stesso di competenza della giunta stessa – Tali integrazioni sono pertanto immediatamente operative.
    2. ha inviato al Consiglio regionale la proposta complessiva del Piano Paesaggistico quale sezione specifica del PTR che comprende oltre agli aggiornamenti di cui cui sopra la revisione della disciplina paesaggitica regionale e correlati documenti e cartografie.
  11. R.L. Proposta di PTR – Piano Paesaggistico – Relazione generale; http://www.ptr.regione.lombardia.it
  12. R.L. Proposta di PTR-DOC di PIANO, Cap. 1.5.6. ob. PTR 7,8,14,15,21: ” il sottobacino Lambro-Olona (!) una vastissima valle d’acque suddivisibile, in direzione nord-sud, in quattro bacini fluviali principali (Olona, Lambro meridionale, SevesoVettabbia e Lambro settentrionale) e, in senso trasversale, in due fasce facilmente riconoscibili, una porzione “asciutta” e una “irrigua”, che a loro volta si possono suddividere in due parti ciascuna, legate alle strutture idrogeologiche che le costituiscono” che, visto il fallimento di politiche di riqualificazione efficaci malgrado fosse dichiarato ad alto rischio di crisi ambientale fin dal 1987, è individuato dal PTPR regionale come caratterizzato da forte degrado paesistico-ambientale; uno di quei territori in cui, per essere efficaci ed efficienti nel coniugare la riqualificazione paesistico-ambientale alla valorizzazione e tutela delle risorse fondamentali, acque e suoli, le PA devono sperimentare e favorire nuove modalità  di governance del territorio che, nella logica della sussidiarietà , siano aperte e condivise dai diversi attori che lo animano”.
  13. R.L. Proposta di PTR – Piano Paesaggistico Regionale. Indirizzi di riqualificazione e contenimento del degrado paesaggistico.

Monnezza e dintorni

“…poi il sacerdote ofrirà  il sacrificio espiatorio e e compirà  l’espiazione per colui che si purifica della sua immondezza, quindi immolerà  l’olocausto” Lv 14,21.

Puro e impuro: e il rusco dove lo metto? La visione biblica di un cosmo decaduto a causa del peccato da uno stato di primigenia “purità “, e dal quale è necessario purificarsi per entrare nei luoghi del sacro, fornisce l’etimologia e naturalmente non solo quella al concetto di “immondizia” o immondezza: “ciò che è immondo, il contrario di mondezza e pulizia, dal latino mundus” 1. Da notare, in quella medesima concezione, al contempo etica ed estetica, che tutto quello che ci dà  anche solo vagamente l’idea di corruzione e di morte (anch’esse una conseguenza del peccato di Adam) entra necessariamente nell’orbita di ciò che è “immondo”, e che come tale ha la proprietà  di contaminare anche quello che è mondo. Molto più prosaica, la parola “spazzatura” indica quello che rimane dopo avere pulito: sarebbe l’emiliano “rusco” che in termine dialettale suona”ròsc”. L’esperienza degli antichi, che con l’immondizia hanno avuto a che fare tanto quanto noi, e non solo gli ebrei, se persino ai tempi delle palafitte i villaggi dovevano spostarsi quando la convivenza con i loro stessi rifiuti diveniva insopportabile (le terramare oggetto di studio di Gaetano Chierici 2, prima di lui utilizzate come fertilizzante), ci consente di sgomberare subito il campo dai miti e dagli spropositi neo-romantici o neo-bucolici del riciclo/recupero totale 3: con la monnezza bisogna fare dei conti precisi e trovare delle soluzioni percorribili; da semplice sacco da gettare essa può trasformarsi in enorme ed informe mostro avviluppante e paralizzante, Neapolis docet.

Entropia e economia: lanciati a folle corsa nello spreco di risorse e di energia sofochiamo nei loro sottoprodotti Le leggi della termodinamica, altrettanto ferree come quelle divine, e, al contrario di quelle, sperimentabili “scientificamente” (per la teologia biblica è molto grave “tentare/provare” Dio, sarebbe come avere su di Lui una sorta di “potere”, al quale Egli si sottrae deliberatamente) ci indicano, in senso più generale, che ogni trasformazione energetica genera degrado e sottoprodotti non voluti, sotto forma di calore e di disordine; più al nostro sistema forniamo input energetici più otteniamo disordine, perdite energetiche e sottoprodotti vari ovvero monnezza di cui il calore (effetto serra!) è solo uno degli effetti fisici indesiderati. Nella civiltà  dell’energia è quindi necessario investire molte risorse nella purificazione e nella ramazza non essendo possibili gli spostamenti tipici dell’età  del bronzo; e questo accade in proporzione dell’energia immessa nei cicli produttivi. Un diverso ordine di considerazioni, di tipo specificatamente economico, è concorrente ad indicare e giustificare le montagne di rifiuti che nottetempo i nostri netturbini fanno sparire: l’appartenere al nord opulento del mondo ci privilegia ingiustificatamente dal punto di vista della sproporzionata disponibilità  di materieprime,che nonpaghiamoperquellochevalgono: o perchè direttamente o indirettamente in mano nostra, o per qualche forma di retaggio neo-coloniale, o perchè “scambiate” nella bilancia del pagamenti dei paesi terzi con prodotti tecnologicamente avanzati (fra cui le armi). Chi è stato, per esempio, in Cina, sa bene che buttare anche solo un bicchiere di plastica (operazione per noi consueta) consente di trovare immediatamente qualche raccoglitore assai poco schifiltoso.

Quanti”sacchi” sono? Una pluriennale esperienza di lavoro nel Corpo Forestale dello Stato nel settore consente a chi scrive di esprimere qualche valutazione di merito sulla situazione dei rifiuti nel nostro paese 4. Di veramente recuperabile da RU 5, a parte la frazione organica di cui si dirà , c’è carta, vetro, plastica (con limitazioni) e i metalli. I conti sono presto 6 fatti: ogni italiano produce quasi 550 Kg di rifiuti (RU) ogni anno, dei quali la percentuale di recupero può essere circa un quarto, senza arrivare al terzo. Percentuali maggiori, riferibili al nord del paese, solitamente nascondono in realtà  il fatto che si aggregano al recuperato o recuperabile gli “assimilabili” agli urbani, come ad esempio gli imballaggi di cartone dei supermercati, che poco o nulla hanno a che vedere con la monnezza vera, ma che sono per loro natura pienamente recuperabili in un qualche circuito di lavorazione della carta. Questo consente di facilitare le procedure logistiche e giuridiche di recupero e di immettere direttamente al recupero senza passare da un impianto autorizzato materiali “standard” più vari: carte e cartoni, mobili, abiti usati, ecc. Aumentare gli “assimilabili” recuperando di più, dal punto di vista statistico incrementa le percentuali di recupero, ma aumenta proporzionalmente i Kg/procapite/giorno di rifiuto urbano, e da qui la confusione che regna sui conti e la diferenza anche notevole fra provincie, ma della quale è detto più sotto con due città  – esempio.

Due città  a caso Il confronto dei dati fra due città  prese “a caso” nel panorama nazionale, la prima fra quelle a minore produzione di rifiuti pro capite e la seconda fra quelle a maggiore, la prima al sud e la seconda nel nord, ci consente di esemplificare i casi (ma non sono casi limite) entro i quali si compendiano, a vario grado, le 100 città  italiane. Napoli, una delle città  singolarmente (sigh!) a minore produzione pro capite di rifiuti nel panorama nazionale, nel 2005 produceva 520 Kg di rifiuti a persona, dei quali meno del 10% derivanti dalla raccolta diferenziata, diciamo più o meno 40 Kg. L’indiferenziato rimanente, circa 480 Kg, è quello che potremmo chiamare il “sacco nero”: più leggero a motivo del peso analogo del reddito pro capite (ci si pensa su due volte prima di dire: butto e poi ricompro) e per la capillare difusione, nella città  campana, di esercizi e mercati nel settore della distribuzione che limitano non solo gli imballaggi 7, ma anche gli sprechi di sostanze alimentari 8. Per contro questa città  fa poco o nulla per la raccolta diferenziata: quasi tutto finisce nel cassonetto. Reggio Emilia, invece, “diferenzia” in modo spinto, anche per l’impegno costante di amministratori, tecnici, e municipalizzate: le proiezioni 2007 9 indicano quote da capogiro: quasi il 50% di raccolta diferenziata, ma la produzione di rifiuti pro capite “passa” a 760 Kg, più di una volta e mezza quella partenopea. L’indiferenziato pro capite di Reggio Emilia, al netto della raccolta diferenziata, risulta perciò “solo” di 70 Kg inferiore a Napoli, 410 contro 480 Kg/giorno, attestandosi su un “nocciolo duro” difficilmente intaccabile, quello dei fatidici 1.1 Kg/g a persona 10.

Ma compost da cosa? Mi ricordo la favola dei lombrichi, che venivano allevati per “digerire” i sottoprodotti, e che venivano venduti ad altri che iniziavano l’allevamento. Poi anche questi li rifilavano ad altri… C’era una volta un re… Nessun agricoltore che non voglia lucrare sui rifiuti anziché lavorare guadagnandosi il pane col sudore della fronte porta sul suo campo dove coltiva roba da mangiare quello che avanza della sua pattumiera, e tantomeno di quella degli altri, per quanto meravigliosamente compostato e maturato 11; né si è mai visto allevare gerani sul terrazzo con un terriccio che sia eterogeneamente troppo sospetto: il compost commerciabile è in realtà  quello proveniente da raccolta diferenziata: residui di potatura, residui industriali, frazione umida di RU separato alla fonte, ecc. O, a voler essere veramente alternativi, quello prodotto nel giardino di casa: perfetto contrappasso della sindrome NIMBY 12. In quest’ultimo caso, per ottenere un rapporto corretto carbonio/azoto, sarebbe addirittura necessaria una frequente spruzzata di urea, anche questa di fonte naturale, com’è facilmente intuibile dalle assonanze. Di “digestioni anaerobiche” bisognerebbe parlare solo con la discrezione con cui si menziona solitamente l’ultima porta a destra: ricordano troppo da vicino per forza di cose: il processo è il medesimo quello che avviene nei nostri visceri, ed anche i suoi sottoprodotti solidi, liquidi ed eterei sono poco simpaticamente analoghi. La FOS (frazione organica stabilizzata) proveniente dal compostaggio “industriale” degli RU indiferenziati (cioè procedimenti di lavorazione e separazione del contenuto dei “sacchi neri”) è normalmente utilizzata per ricoprire periodicamente la monnezza tale e quale nelle discariche, mentre sopra e sotto questo strato “pulito” vi giace anche la frazione non recuperata (anche oltre il 50%), proveniente, anch’essa, dagli impianti di compostaggio: siamo davvero sicuri che valga la pena di investire tanto in termini di energia, di tempi, di impianti, di trasporti per ottenere questo, anche idealmente, ben misero risultato? La spinta alla produzione di compost è costituita in realtà  dai contributi e soprattutto dalla fortissima detassazione, anche oltre l’80% della tarifa, di cui godono i rifiuti derivanti dai processi di recupero, spesso ottenuti in settori borderline ed in “zone grigie” non normate: la Regione Emilia Romagna solo nel 2006 ha introdotto una percentuale “minima” di recupero per ottenere lo sconto di tarifa, e di consueto non è l’ultima regione italiana a entrare nel merito. Una domanda è più che lecita: ma alla fine chi paga?

Porta a porta: se Vespa inquina l’etere bisognerebbe diferenziarlo alla fonte La forma più efficace di recupero, nel campo degli RU, è quello alla fonte: educativo, efficace, reale. In questo caso, tutta la frazione organica diventa potenzialmente recuperabile in compost, ma solo a prezzo di un aumento considerevole dei costi della gestione delle reti di raccolta e, naturalmente, di un certo incremento del disagio individuale e collettivo nella gestione quotidiana del problema dei rifiuti: il “porta a porta” si ottiene solo con una capillare e impegnativa educazione ambientale specifica, e funziona in ambiti urbani di livello piccolo e intermedio, caratterizzati da una forte identità  e coscienza ambientale caso “classico” quello di Graz mentre diventa difficile pensarlo attuabile ad ogni livello ed in ogni situazione. Il motivo principale è di ordine generale: saturato il mercato del compost, i cui impianti già  oggi sono sottoutilizzati rispetto alle potenzialità , si dovranno aumentare sensibilmente anche a valle gli incentivi, tali da far giungere i costi del processo ad un limite insuperabile. Si parla di percentuali da sogno, oltre il 50 e fino al 60% di RU “diferenziato”, ma ci si riferisce alle esperienze pilota, e guai ad applicare queste quote al recupero finale: ogni processo di gestione e di recupero del rifiuto produce scarti e sovvalli in quantità  davvero imbarazzanti: è sufficiente un singolo maldestro atto di smaltimento “indiferenziato” per fare “buttare a mare” (terramare?) tutta la partita, rendendo vano anche lo sforzo altrui contro l’entropia. Rimane quindi a valle dei processi di recupero una quantità  di indiferenziato o di scarto che, a parere di chi scrive 13, non si discosterà  sensibilmente in meno dal chilo al giorno a testa. E’ perciò evidente che la raccolta diferenziata e che anche le forme più o meno spinte di raccolta “porta a porta” non possono costituire un’alternativa “piena” alle forme tradizionali di gestione, come dimostra l’intera l’esperienza europea ed oltre. Se persino Calcutta 14 ha le sue discariche, come si suol dire: un motivo ci deve pure essere.

Montagne e “montagnole” di monnezza: le discariche Le nostre terramare sono il metodo più semplice per disfarsi dei rifiuti, interrandoli in un buco e ricoprendoli, e la semplicità , quando è ora di trattare con materiale non solo povero, ma di cui tutti si vogliono sbarazzare, e che ha per giunta costi forti di trasporto, di stoccaggio, di eventuale lavorazione, può davvero essere una strategia vincente. La “montagnola” di Bologna, parco pubblico frequentatissimo, è una ex. Dire che inquinano le falde è da irresponsabili: vengono scelti siti idonei e opportunamente impermeabilizzati, ed il percolato finisce normalmente al depuratore. Producono gas (CO2, CH4, ecc.) dalla fermentazione né più né meno delle nostre naturalissime quanto imbarazzanti flatulenze; parlare di effetto serra è improprio: qui è solo il ciclo del carbonio che si chiude, e succederebbe, almeno a grandi linee, con qualunque altro metodo o sistema, compreso il compost, l’abbruciamento, la digestione, l’incenerimento, ecc. a meno di non voler spedire i rifiuti sulla luna. Portarli invece in Germania, dove gli standard richiesti sono elevati ad essi vi si adegua costantemente la normativa europea ma le discariche non mancano, e dove anche gli autotrasporti ci sono ormai concorrenziali (potenza teutonica) è folle: le discariche devono essere non troppo distanti dai luoghi di produzione, ed è giusto ed equo che ogni città  o provincia abbia le sue. Imballarli e poi stoccarli su campi presi in afitto a prezzo salatissimo, in attesa di una collocazione opportuna, non trova altro motivo se non la connivenza con speculatori senza scrupoli. Il contributo del metano prodotto dalle discariche all’effetto serra è tema tutto da discutere, ma non sembra argomentazione discriminante per preferire un sistema di trattamento dei rifiuti all’altro 15.

“Ricordati uomo che sei cenere ed in cenere ritornerai” – i termovalorizzatori Il primo “messaggio” che Dio dà  all’uomo decaduto per il peccato, inaspettatamente e scandalosamente “materialistico”, e ben diferente da altre afermatissime concezioni religiose, che pongono la fine dell’individualità  fra gli epifenomeni apparenti e/o recuperandone qualche scarno brandello nei cicli della reincarnazione ci ofre lo spunto, alludendo a tutti gli effetti (fra le altre cose) al ciclo del carbonio, per afrontare il tema in titolo 16. L’incenerimento o termovalorizzazione (il ciclo di lavorazione è esotermico con una discreta produzione di energia, nemmeno paragonabile, ovviamente, a quella delle centrali energetiche) è un’ottima soluzione tecnica per i RU, pienamente abbracciata, solo per fare uno fra i tanti possibili esempi, da un paese come la Svizzera, che in fatto di pulizia (ma per il danaro vale come sarcasmo) non ha da imparare nulla a nessuno 17. Compostare prima per ottenere CDR 18 pare una inutile complicazione: meglio bruciare tutto subito. Dire che producono diossina è allarmismo irresponsabile: è noto che per evitare il problema è sufficiente regolare la temperatura della caldaia. La diossina si produce casomai a bruciare i rifiuti le plastiche all’aria aperta, cosa che accade quotidianamente nel caso di eventuali emergenze monnezza. Quanto all’effetto serra, vale quanto già  detto: se la materia che si brucia è organica (cioè dedotta la plastica ed assimilati) non si fa che accelerare la chiusura del ciclo del carbonio: la CO 2 prodotta è la medesima che le piante – solitamente nel corso di un solo anno nei cicli agricoli – avevano fissato sottraendola all’atmosfera, ed è la medesima che si otterrebbe molto più lentamente con l’utilizzo del compost nel terreno ad opera degli organismi decompositori. Inoltre una sola ciminiera monitorata e munita di filtro in chiusura è sempre tecnicamente ed ambientalmente molto più afdabile dal punto di vista delle emissioni di tante “stufette” difuse, ed il controllo diretto o indiretto dell’apparato pubblico nel nostro paese questa è una chimera: si punta sull’allarmismo per avere uditorio dovrebbe dare quella fiducia sufficiente alla popolazione non troppo distante: gli inceneritori, riducendo il volume dei rifiuti a circa il 30% in peso ed il 10% in volume del materiale immesso, per poi collocare il sottoprodotto in discarica (per rifiuti speciali non pericolosi), devono necessariamente essere ubicati vicino alle fonti di produzione del rifiuto stesso, e cioè non troppo distante dalle case dei loro produttori, che verranno anche riscaldate con gli avanzi di calore non diversamente recuperabili nella cogenerazione. Le difficoltà  di collocazione di eventuali impianti sono perciò da valutare opportunamente costituiscono un costo oggettivo ed un possibile fattore di fallimento nella loro previsione. Collocandosi ad un livello intermedio, gli inceneritori non sono sostitutivi delle discariche, indispensabili nei momenti di stop tecnico, di problemi di emissioni, di problemi con immancabili “comitati”, nonché per la collocazione dei loro cinerei sottoprodotti.

Vo concludendo Prima ancora dei problemi sanitari e ambientali, è il nostro innato senso estetico – quello descritto nelle rubriche liturgiche del sacrificio e delle abluzioni del libro del Levitico come quello desunto dal comportamento dei progenitori dell’età  del bronzo a farci aborrire la monnezza. L’insegnamento degli antichi è semplice e buono: da essa bisogna semplicemente liberarsi, il prima possibile, ad una distanza ragionevolmente vicina (ma non dietro casa, è sempre la NIMBY!) ed al costo più basso possibile. Investirvi risorse ulteriori è costoso e alle volte inefficace, talora addirittura controproducente. Anche dalla parabola di Re Mida dobbiamo imparare: la rincorsa all’opulenza fine a sé stessa rischia alla lunga di ingolfarci di cose inutili e dei loro voluminosi e maleodoranti e inquinanti sottoprodotti. Tutto è potenziale rifiuto, anche l’oro zecchino, se troppo abbondante e se troppo avulso dalle nostre necessità  vitali. Neapolis quoque docet: il “rifiuto” è oggi uno dei temi qualificanti del compito di amministratori, tecnici e politici, non solo perchè le tarife relative cominciano a pesare sulle tasche dei loro amministrati: se non c’è soluzione al problema le città  possono diventare davvero invivibili. E, nell’emergenza, fare qualcosa è davvero difficilissimo: si sviluppano nella pubblica opinione paure irrazionali che i media amplificano e rinfocolano quotidianamente nel progressivo e autodistruttivo (per entrambi) circolo vizioso: più l’informazione scorretta spaventa, più è richiesta. Bene il recupero alla fonte degli urbani quelli industriali va da sé ma non lo si ponga come “alternativa” ai tradizionali sistemi di smaltimento: non lo è. E’ indispensabile poter contare in un ipotetico territorio provinciale (una delle 100 e non una delle due) su almeno qualche discarica e diferenziare: visti i tempi ed i costi e le difficoltà  di localizzazione e realizzazione degli impianti, quando insorgono difficoltà  non si può fare altro che allargare quelle esistenti. Le discariche “rimangono” anche nel caso della termovalorizzazione, che si deve appoggiare a strutture di stoccaggio e collocazione a destino finale esistenti. Ma prima di proporre quest’ultima soluzione il cui immediato effetto sarà  quello dell’insorgenza di agguerritissimi comitati spontanei fortemente motivati e determinati, nonché mossi da motivazioni di carattere privatistico mascherate da attenzioni globali all’ambiente è indispensabile contare su un sufficiente grado di consenso pubblico. Forse qualche futuro Gaetano Chierici, in un’epoca imprecisata, andrà  a cercare le terramare dell’era della plastica, per vedere com’erano i suoi antenati: arduo da dire, ma ci valuterà  forse sciuponi e spreconi, causa diretta ed indiretta di degrado complessivo del pianeta e quant’altro. Ma una cosa mi pare certa: non le potrà  nè le vorrà  utilizzare come fertilizzante.

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani. Gaetano Chierici (Reggio Emilia 1838 – 1920), naturalista e paletnologo, fu tra i primi a studiare le terramare, sino ad allora note e utilizzate come fertilizzante. L’epigono di una visione fortemente ideologica ed irrealizzabile del “recupero totale” in Italia è Walter Ganapini, alle cui numerose pubblicazioni rimando.

Fonte: Rapporto rifiuti 2006, curato da APAT Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici e ONR Osservatorio Nazionale Rifiuti (Roma, gennaio 2007). Il rapporto è reperibile direttamente in rete su: http://www.apat.gov. it. Ne riportiamo ampio stralcio per maggiore chiarezza ed informazione con l’avvertenza che i dati si riferiscono al 2005. “La produzione dei rifiuti urbani fa, purtroppo, registrare, un ulteriore aumento nel 2005, raggiungendo 31,7 milioni di tonnellate, con un incremento di ben 1,6 milioni di tonnellate rispetto al 2003 (+5,5%), ed un pro capite di circa 539 kg/abitante per anno (6 kg/abitante per anno in più rispetto al 2004 e 15 kg/abitante per anno in più rispetto al 2003). Una risposta positiva è data dall’incremento della raccolta diferenziata che, nel 2005, si colloca al 24,3% della produzione totale dei rifiuti urbani.Tale valore risulta, tuttavia, ancora sensibilmente inferiore rispetto al target del 35%, originariamente previsto per il 2003 dal D.Lgs. 22/97 e successivamente posticipato al 31 dicembre 2006dalD.Lgs.152/2006.Difficilmenteilgapdioltre10puntipercentualipotrà esserecolmatonell’arcodiunannoconsiderando,anche, che con la finanziaria 2007, il Governo ha fissato il raggiuntimento dell’obiettivo di almeno il 40% entro il 31 dicembre 2007. La situazione appare,comunque,decisamentediversificatapassandodaunamacroareageograficaall’altra;infatti,mentreilNord,conuntassodiraccolta pari al 38,1%, supera ampiamente l’obiettivo del 35% (tale target era già  stato conseguito nel 2004), il Centro ed il Sud, con percentuali rispettivamente pari al 19,4% ed all’8,7%, risultano ancora decisamente lontani da tale obiettivo. In questo contesto, particolarmente rilevante è il dato relativo alla crescita del settore del compostaggio che, nel 2005, fa registrare un incremento percentuale del 13% circa, dopo l’andamento negativo riscontrato nel periodo 2002-2004; aumentano sia i quantitativi di rifiuti trattati (oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani), che il numero di impianti presenti sul territorio nazionale. Vale la pena di sottolineare che il riciclaggio della frazione biodegradabiledegliRUelasuatrasformazioneincompostassumeparticolaresignificatoancheaifinidelripristinodiunadeguatotenore disostanzaorganicaneisuoliperilmantenimentodellafertilità elalimitazionedeifenomenidierosioneedesertificazione,assaiaccentuati inalcuneareedelnostroPaese.Inoltre,latrasformazionedeirifiutibiodegradabiliedilloroutilizzoagronomico,rispondonoallanecessità  di allontanare la frazione organica dalla discarica con l’obiettivo prioritario di ridurre la produzione di metano, un gas serra 21 volte più potente del biossido di carbonio. Nell’anno 2005, ben il 22,6% dei rifiuti urbani, pari ad oltre 8,4 milioni di tonnellate, è stato avviato ad impianti di biostabilizzazione e produzione di CDR. Non può, invece, commentarsi in termini positivi il perdurare di elevate percentuali di rifiuti urbani allocati in discarica. Lo smaltimento in discarica, pur mostrando una lieve riduzione, pari al 3%, si conferma, anche nel 2005, come la forma di gestione più utilizzata, con oltre 17 milioni di tonnellate di rifiuti. Va, comunque, registrata la progressiva diminuzione del numero di discariche (61 in meno rispetto al 2004), soprattutto al Sud del Paese dove maggiore era la loro concentrazione e la loro inadeguatezza rispetto agli standard fissati dalla direttiva europea in materia. L’incenerimento, che interessa il 10,2% dei rifiuti gestiti, registra una crescita di poco inferiore al 9% e raggiunge quota 3,8 milioni di tonnellate. Dei 50 impianti operativi, 30 dei quali localizzati al Nord,ben47sonodotatidirecuperoenergeticoemoltidiessisonodinuovagenerazioneedotatidiefficacisistemidiabbattimento,secondo gli standard imposti dalle migliori tecniche disponibili.” Rifiuti Urbani. Se si analizza il sacchetto medio della spazzatura degli italiani, si scopre che buona parte dei rifiuti prodotti, circa il 43% del totale, è costituita da rifiuti organici (in particolare, scarti alimentari e vegetali). L’altra principale componente dei nostri rifiuti è costituita dagli imballaggi (circa 40%) suddivisibili a seconda della materia prima di cui sono fatti, in carta e cartone (22%), vetro (7%), plastica (7%) e metalli (3%). Dati della Fondazione Eni Enrico Mattei. La standardizzazione della distribuzione e le necessità  logistiche impongono ormai tre ordini di imballaggi per le merci. E’ noto che uno degli effetti collaterali della grande distribuzione e dei suoi “sconti” è lo spreco di prodotti alimentari, che può arrivare anche al 40% dell’acquistato. I dati dell’Osservatorio Provinciale Rifiuti di Reggio Emilia si riferiscono in realà  solo al primo semestre 2007. Ecco i dati completi, riferiti alle due provincie, del rapporto citato per il 2005: Napoli: abitanti 3.086.622, produzione pro capite di rifiuti: 523,45 Kg; di cui da raccolta indiferenziata Kg 483,10 e diferenziata Kg 40,35; Reggio Emilia: abitanti 494.212, produzione pro capite di rifiuti: 759,56 Kg; di cui da raccolta indiferenziata Kg 414,07 e diferenziata Kg 345,49; la media pro capite UE era di 580 Kg procapite nel 2004. Assai diferente è il caso dei fanghi di depurazione, smaltiti in agricoltura, assimilabili ai letami ed ai reflui di allevamento essendo il prodotto digestivo dei batteri responsabili dei processi di depurazione. “Not In My Back Yard”, non nel mio giardino, è lo slogan consueto di chi non vuole discariche e inceneritori troppo poco distanti da casa. Potremmo scherzosamente coniare un neologismo per la sindrome da riciclo privato: JIMBY (Just In My Back Yard). E’ un caso di inquinamento metafisico o “spamming”: l’abbondanza di numeri sui rifiuti rende impossibile reperire questo dato significativo a livello provinciale o anche nazionale: il netto recuperato e il resto delle operazioni di recupero, quello che si impara alle elementari: peso lordo – peso netto = tara. Qualche lustro fa un vecchio prete di montagna, don Zanni, le raccontava con un misto di pudore e di sconcerto puntinate qua e là  di piccole sfere biancastre rotondeggianti, segno di quanto”potè il digiuno”. Anche se meno presente della CO , il metano sembra responsabile del 20% dell’innalzamento dell’effetto serra. Il metano è 2 infatti prodotto dai batteri responsabili della decomposizione della materia organica in condizioni di anaerobiosi cioè in mancanza o scarsità  di ossigeno e quindi dalle discariche e dalla normale attività  biologica di molti animali, come i milioni di bovini e suini presenti sulla terra. Si emette metano anche durante la produzione e il trasporto di carbone e gas naturale. Il bilancio del metano, che contribuisce all’effetto serra oltre 20 volte più della anidride carbonica a parità  di peso, è peraltro assai complesso: si stima che 110 milioni tonnellate all’anno di emissioni di metano provengono dalla produzione di energia, 40 milioni di tonnellate dalle discariche, 25 dal trattamento dei rifiuti, 40 dalle biomasse bruciate, 20 dalle termiti, 15 dall’oceano, 10 dagli idrati, 115 dai ruminanti e 225 dalle zone umide (risaie, ma anche paludi). Il contributo delle discariche sarebbe così inferiore al 7% di tutte le emissioni. Inoltre Il metano è sequestrato dall’atmosfera nel processo naturale di formazione dell’acqua e rimane in atmosfera per 11-12 anni, meno di molti altri gas serra. Su “le Scienze” di aprile 2007 è apparso un articolo di Frank Keppler e Thomas Rockmann che ha stimato il possibile contributo delle piante vive (non in condizioni di anaerobiosi) al metano presente in atmosfera e sono arrivati a un valore impressionante compreso tra 60 e 240 milioni di tonnellate all’anno. Il valore più alto corrisponde a ben un terzo delle emissioni totali in atmosfera. La ricerca è tuttavia ancora in fase di forte discussione. In ogni caso il metano prodotto dalle discariche, essendo relativamente concentrato, può essere facilmente controllato (bruciato) o addirittura sfruttato. In realtà  il detto biblico dice più esattamente “polvere”, “terra”: Adam, in ebraico, allude ad Adamà  (terra) allo stesso modo del latino Homo che allude a Humus (Cfr. Luigi Rigazzi: “e Dio disse…” Silvana Piolanti editore, 2007). I due termini sono peraltro accostati spesso (Gn 18.27; Gb 2.12, 42.6, ecc.) e l’uso di polvere o cenere sul capo o addosso assume il medesimo significato di memento mori. In Europa l’incenerimento interessa la metà  circa dei rifiuti smaltiti in discarica, con oltre 600 impianti. Volendo fare una panoramica più generale sulla destinazione dei rifiuti in Europa: il numero di impianti di discarica è superiore a 11.000 (8.700 considerando solo gli Stati membri UE25). Particolarmente elevato appare il numero di discariche presenti in Germania, Turchia, Regno Unito, Polonia e Grecia. Il numero di impianti di incenerimento censiti dall’OCSE sul territorio europeo risulta pari a 646, di cui 562 dotati di sistemi atti a garantire il recupero di energia. Per quanto riguarda i rifiuti urbani si calcola un ammontare complessivo di rifiuti urbani smaltiti in discarica superiore a 90 milioni di tonnellate; l’incenerimento può essere quantificato in circa 45 milioni di tonnellate di rifiuti trattati, quasi interamente avviati ad impianti dotati di sistemi per il recupero di energia. Nei Paesi UE15 l’ammontare di RU complessivamente inceneriti è pari ad oltre 40 milioni di tonnellate. I trattamenti biologici e le operazioni di riciclo, infine, si attestano, entrambi, a circa 37 milioni di tonnellate. Dal 1995 al 2003, l’incenerimentonell’UE15 aumenta di circa 27 kg/abitante per anno, da 81 kg/abitante per anno a 108 kg/abitante per anno, che si traduce in una crescita percentuale superiore al 33%. Da:”Rapporto…”, cit. Combustibile Da Rifiuto.

Ma le biomasse sono davvero una fonte energetica e rinnovabile?

Le biomasse utilizzabili a fini energetici (come biocarburanti, biocombustibili per la produzione di energia elettrica, biogas dalla digestione) per essere considerate fonti energetiche rinnovabili (FER), a diferenza delle altre FER (eolico, solare, idroelettrico, ecc.) che lo sono di per se (per natura), devono soddisfare determinate caratteristiche di ecosostenibilità  nella loro produzione e utilizzo. Le filiere agroenergetiche da promuovere in quanto, oltre che rinnovabili, siano anche ecosostenibili devono essere corte (nello spazio) e brevi (nel tempo), devono garantire un bilancio energetico positivo e una produzione complessiva di CO negativo o nullo, non 2 devono prescindere dal contributo che le buone pratiche agricole possono dare alla fissazione al suolo del carbonio, alla lotta alla desertificazione e all’erosione, al processo di graduale sostituzione dei concimi chimici e al miglioramento della qualità  dei suoli, mediante, ad esempio, l’uso in agricoltura di ammendanti prodotti dal compostaggio delle biomasse ad elevata umidità . Ma non essendoci al momento regolamentazione normativa da assumere a riferimento, che ne stabiliscano obbligatoriamente queste caratteristiche, si pone, per chi si trova a programmare o a valutare e approvare determinati progetti che prevedono il loro sfruttamento, il problema di come considerare questi criteri di ecosostenibilità . Criteri che rappresentano, come già  detto, una sorta di spartiacque per la classificabilità  delle biomasse fra le FER.

Le biomasse sono da considerarsi una fonte rinnovabile? E come incidono sui cambiamenti climatici (produzione di CO )? 2 Le biomasse vanno considerate rinnovabili se quanto viene sottratto all’ambiente naturale o agricolo corrisponde a quanto nuovamente sarà  riprodotto: in un anno è possibile togliere all’ambiente tanti quintali di biomassa, quanti in quell’anno l’ambiente riprodurrà  o naturalmente o artificialmente (coltivazioni agricole dedicate o riforestazione). Per il bilancio della CO teoricamente, se tanti 2 sono i quintali che si bruciano quanti quelli che si riproducono annualmente, la CO prodotta dalla 2 combustione sarà  circa uguale a quella inglobata dalle piante, grazie alla fotosintesi. Tuttavia, se consideriamo che le coltivazioni (erbacee o arboree) richiedono l’impiego di fertilizzanti chimici di sintesi e fitofarmaci, oltre a macchine agricole, pompe per l’irrigazione e trasporto dei prodotti, ciò significa che sono necessarie grandi quantità  di energia di origine fossile che produce CO . Pertanto il bilancio non è più in equilibrio, 2 perché vi è una produzione netta di CO a causa 2 dell’impiego di energia fossile, non rinnovabile: le biomasse utilizzabili devono dunque essere o naturali o prodotte biologicamente o “secondo natura”. L’industrializzazione dell’agricoltura ha aumentato in media di 50 volte il flusso di energia rispetto all’agricoltura tradizionale. Pertanto, per esempio, il sistema agricolo statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo o, se si vuole, utilizza più energia fossile di quella che deriva dalla radiazione solare. Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, va detto che servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato. Bilancio energetico positivo e produzione di CO negativa 2 L’utilizzo a fini energetici delle biomasse è consentito a condizione che siano rispettati i criteri di efficienza energetica. Bisogna calcolare in modo completo il contributo delle diverse fonti di energia che concorrono al processo produttivo (input), dalla coltivazione al consumo finale (ad esempio carburanti per trasporti, fertilizzanti, energia elettrica, manodopera â¦) e la quantità  di energia che se ne ricava (output). Il valore positivo del rapporto output/input si ha quando l’energia solare immagazzinata e poi liberata (output) è maggiore di quella proveniente da fonti non rinnovabili utilizzata lungo tutto il processo produttivo (input). Se il saldo energetico è positivo dovrebbe essere pari o negativo quello della produzione di CO ; ma qui entra in gioco 2 la variabile tempo. L’anidride carbonica fissata nei combustibili fossili in processi durati milioni di anni, viene liberata in atmosfera nello spazio brevissimo della combustione degli stessi. à questo che ne provoca l’accumulo in atmosfera e causa l’effetto serra. La CO prodotta nella 2 conversione di biomasse viene utilizzata nel processo di fotosintesi per la produzione di nuova biomassa e non contribuisce agli effetti negativi sul clima. à chiaro però che la conversione della biomassa in energia deve essere compatibile con i ritmi naturali, e il tempo dalla coltivazione al consumo finale deve essere il più breve possibile: ad esempio un conto è produrre biodisel o bioetanolo proveniente da una coltura che ha bisogno di soli pochi mesi di coltivazione, tutt’altro conto è trasformare foreste centenarie quindi con cento anni di CO 2 fissata in legna da ardere. Di qui il concetto di ciclo breve nel tempo.

Ciclo corto (nello spazio) e breve Nell’ambito delle fonti energetiche rinnovabili derivate da processi produttivi agricoli è necessario fare una precisa distinzione fra le produzioni espressione dei filiere produttive locali e le produzioni energetiche rinnovabili con biomasse o concentrati di esse con provenienza estera. Pur essendo ambedue no fossil e quindi con emissioni di CO pari a zero non si può ricono2 scere agli impianti bioenergetici che si approvvigionano all’estero la stessa valenza ambientale delle produzioni locali. E questo per due motivi: il primo, di carattere strettamente ambientale, è che i già  risicati margini del bilancio energetico vengono fortemente ridotti o azzerati con i trasporti; il secondo, non meno importante, è di carattere etico: questi processi intensificano la rapina delle risorse agricole del sud del mondo e sottraggono alle produzioni alimentari enormi quantità  di terreno in aree dove fame e sottonutrizione sono ancora presenti. Circoscrivere il raggio in cui reperire la biomassa necessaria all’alimentazione dell’impianto, ha lo scopo di rendere la biomassa a tutti gli effetti una fonte energetica rinnovabile e sostenibile. E’ di facile comprensione infatti, che il beneficio dovuto al bilancio nullo di emissioni di CO del2 la biomassa ad uso energetico può essere vanificato dall’apporto delle emissioni di CO genera2 te dal trasporto della biomassa fino all’impianto, in maniera più o meno significativa a seconda della distanza di origine delle biomasse medesime e del combustibile usato per il trasporto.

Le garanzie tra gli attori della filiera Le filiere agroenergetiche devono fondarsi sulla figura dell’agricoltore che non può essere solo un attore tra i tanti, e cioè l’anello iniziale (e debole) della lunga catena che porterà  alla produzione di energia, ma deve essere un protagonista di tutta la filiera, anche sotto il punto di vista dei redditi garantiti dalla riconversione energetica delle sue colture. Le colture bioenergetiche non hanno un mercato difuso in grado di sostenere iniziative imprenditoriali slegate da un preciso e organizzato processo e flusso di filiera. Come tutte le colture destinate alla trasformazione industriale devono essere contrattualizzate con appositi accordi interprofessionali. In particolare gli impianti di combustione devono essere vincolati ad un preciso e dimostrabile accordo di filiera locale con i produttori. Senza di ciò la nascita di un impianto di generazione o di cogenerazione finirà  per essere utilizzato per bruciare biomasse prodotta altrove, vanificando tutti i benefici ambientali in termini di emissioni complessive di gas di serra derivanti dal loro uso energetico. Va infine esclusa categoricamente l’ipotesi di utilizzare gli impianti a biomasse per bruciare anche i rifiuti di matrice organica, molto più utili per la produzione di compost per l’agricoltura per compensare la tendenza alla desertificazione dei suoli.

Faccio ora un esempio sul calcolo delle superfici occorrenti per il mantenimento di un impianto a biogas (al momento la modalità  di utilizzo della biomassa probabilmente più efficiente e meno impattante) da 1,4 MW, e conseguentemente sulla necessità  di “bacinizzare” il territorio al fine di prevedere una giusta quantità  di impianti sostenibili dal territorio stesso. Atteso che la produzione di biomassa complessiva, necessaria per alimentare in un anno tale impianto è pari a 30.000 ton. di insilati di cereali, si ritiene che per quanto riguarda la produzione di insilati di mais si dovrebbe calcolare la resa unitaria non tanto sui 690 q.li ad ettaro, ottenibili solo con il ricorso alla pratica irrigua così come proposto dal richiedente, ma in coltura asciutta. Questo in quanto da un punto di vista della sostenibilità  ambientale la produzione di energia da fonti rinnovabili deve essere perseguita utilizzando o i sottoprodotti/ scarti delle produzioni agricole o nel caso di coltivazioni dedicate, apportando i minori “inputs” energetici possibili. Pertanto calcolando una produzione media di 550 q.li/ha di insilati in coltura asciutta il fabbisogno complessivo di terreni per garantire le 30.000 ton necessarie all’anno sono stimabili in 545 ettari anziché i 430 ettari come indicato in alcuni casi pratici. Inoltre, dovendo l’azienda che intende realizzare l’impianto garantire almeno il 50,1% di produzione propria, la superficie minima che annualmente tale azienda dovrà  investire, per ottenere la materia prima occorrente, non potrà  essere inferiore a 275 ettari. Superficie questa che dovrà  inoltre essere accompagnata da un minimo di rotazione dei terreni al fine di evitare problemi di natura agronomica (stanchezza dei terreni, rese, apporti di inputs chimici ecc.); la rotazione dovrà  essere effettuata alternando la stessa coltura sullo stesso terreno ogni tre anni e questo pertanto comporta la disponibilità , sempre in capo all’azienda stessa di una superficie di almeno 825 ettari. A questo si aggiungono le necessarie considerazioni in merito all’area di reperimento delle biomasse, ipotizzando che essa non possa essere superiore ad una superficie di raggio 25Km circa (vedi alcuni piani energetici provinciali che hanno trattato la materia) al fine di garantire il principio delle filiere corte nello spazio. à evidente quindi come non sia possibile pensare di localizzare ovunque sul territorio impianti energetici a biomassa a prescindere dalla effettiva disponibilità  in loco della biomassa stessa. Sui territori agiscono contemporaneamente diverse competenze che non dialogano assolutamente fra di loro: accordi nazionali che riguardano il futuro degli ex zuccherifici, piani energetici regionali con previsioni, p.e. quello della Regione Emilia-Romagna, di impianti a biomassa da 300 MW, competenze provinciali per impianti di taglia inferiore: nessuno che si occupi di valutare la disponibilità  effettiva della biomassa tenendo conto anche della necessità  di garantire coltivazioni per l’alimentazione. Conseguentemente non è possibile, per tutte le argomentazioni fin qui svolte circa la sostenibilità  ambientale, localizzare comunque impianti alimentati da biomassa proveniente da altri Paesi: insilato di mais dall’Argentina o olio di palma dal Madagascar o da altrove. In conclusione, lo sviluppo di filiere agricole non food a fini energetici, deve attuarsi attraverso la messa a punto di un sistema normativo regolamentare nazionale e/o regionale che assicuri che le produzioni agricole portino reali benefici al bilancio energetico ed ambientale complessivo, mirando ad una effettiva riduzione di CO , salvaguardando specie ed habitat 2 dalle minacce rappresentate dalla possibile introduzione di colture transgeniche e, ultimo ma non ultimo, la sovranità  alimentare delle popolazioni locali.